Il suicidio perfetto dell’Occidente
di Massimo Fini
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2019)
Il neo primo ministro neo-zelandese Jacinda Ardern, una donna di 38 anni, ha affermato che il benessere collettivo ma anche individuale non dipende né dal Pil né dalla produttività né dalla crescita economica. Ci voleva un politico neo-zelandese per scoprire l’acqua calda e cioè che non è la ricchezza delle Nazioni, tanto cara a Adam Smith, né del singolo individuo a dare non dico la felicità, “parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata”, (Cyrano, se vi pare…), ma quel relativo benessere individuale che l’uomo può raggiungere.
Edoardo Agnelli, erede della più grande impresa italiana, si è suicidato a 46 anni gettandosi giù da un ponte. Athina Onassis, moglie del famoso armatore, morì a 45 anni per abuso di droghe e identica sorte è toccata a sua figlia Christina a soli 37 anni. E’ solo un ridottissimo florilegio dei ricchi e famosi o dei figli dei ricchi caduti nella droga, nella depressione, a volte nel suicidio. Ma restano pur sempre casi individuali. Più significativo è che in Cina, da quando è iniziato il boom economico, il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. I paesi scandinavi, ben ordinati e organizzati, hanno il più alto tasso di suicidio in Europa, in Italia, nella ricca Padania i suicidi sono 1628 per 100.000 abitanti, in Meridione 478 (dati Istat 2010).
Non si tratta quindi semplicemente di riorganizzare il Pil togliendogli tutti quei fattori che lo aumentano per inserirne degli altri che li sostituiscano come sostiene il mio spurio emulo Maurizio Pallante autore del famoso e infelicissimo brocardo La decrescita felice. La questione è molto più profonda e ha poco a che vedere con i numeri comunque li si voglia combinare. E’ un’armonia complessiva quella che è venuta meno col modello di sviluppo occidentale che ha ormai occupato quasi tutto il mondo, sfondando anche culture che ne erano lontanissime, come quella indiana e cinese (Il libro della norma di Lao Tse, che fonda millenni di pensiero orientale, si dedica esclusivamente alla ricerca interiore e spirituale e predica la “non azione”). Il processo che ha portato alla disfatta attuale, collettiva e individuale, sul piano psichico e nervoso ha inizio con la Rivoluzione industriale (metà del diciottesimo secolo) e l’Illuminismo che l’ha razionalizzata nelle forme del capitalismo liberista o del comunismo di radice marxiana.
Nevrosi e depressione sono malattie della Modernità e non a caso colpiscono inizialmente la borghesia, cioè le classi più ricche, cosa che farà la fortuna di Sigmund Freud e della psicoanalisi. Non esistevano nei cosiddetti “secoli bui”, come non esistono tuttora nelle poche comunità che hanno conservato costumi e ritmi di vita tribali. Nei “secoli bui” c’erano certamente lo psicopatico e lo schizofrenico che sono però malattie psichiatriche individuali e non sociali. Tra l’altro in quelle culture avevano elaborato un pensiero che inglobava nella società anche questi soggetti (“il matto del villaggio”) ritenendo che avessero un rapporto diretto e particolare con Dio.
Negli Stati Uniti, il paese tuttora più ricco del mondo, che gode anche delle rendite di posizione dategli dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, più di un americano su due fa uso abituale di psicofarmaci, è tutta gente che non sta bene nella propria pelle. Il fenomeno della droga propriamente detta, all’inizio appannaggio, si fa per dire, dei ricchi ha raggiunto tutti i ceti sociali e in particolare i ragazzi che pur hanno dalla loro il bene più prezioso e prelibato: la giovinezza.
Come si spiega tutto questo? Col modello di sviluppo che, coll’ottuso ottimismo di Candide, abbiamo creato: raggiunto un obiettivo dobbiamo inseguirne immediatamente un altro e poi un altro ancora, salito un gradino salirne un altro e poi un altro, un processo che ha fine solo con la nostra morte. E’ un modello che ho definito “paranoico” perché non ci consente di raggiungere mai un momento di equilibrio, di armonia, di pace. Noi siamo come i levrieri, fra gli animali più stupidi della terra, che al cinodromo inseguono la lepre di stoffa che, per definizione, non possono raggiungere. Ludvig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici del capitalismo industriale, lo dice a chiare lettere ma declinando la cosa in termini positivi: ”il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio il capo officina, il capo officina il dirigente, il dirigente il proprietario che guadagna un milione di dollari, costui quello che ne guadagna tre”. Ma questa invidia è necessaria e consustanziale al ‘sistema’ per usare un termine sessantottino. Noi dobbiamo consumare alla massima velocità possibile ciò che altrettanto velocemente produciamo. Negli ultimi decenni il processo si è addirittura invertito: noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Ma l’anomalia è presente fin dall’origine nel sistema se l’aveva già notata, con un certo sbigottimento, Adam Smith. Siamo stati ridotti da uomini a consumatori e non ci rendiamo nemmeno conto della degradazione tanto che esistono Associazioni di consumatori.
E’ quindi l’attuale modello di sviluppo che va sbaraccato dalle radici. Ma nonostante esistano, in modo carsico quanto spesso confuso, correnti di pensiero antagoniste non avremo il tempo di farlo. Non saremo noi a uccidere il modello, ma il modello a collassare su se stesso, in modo improvviso, globale, data l’interconnessione mondiale, probabilmente nel giro di poche settimane. Questo lo sanno anche i ’padroni del vapore’, almeno i più avveduti, ma continuano a drogare il cavallo già dopato contando che schiatti quando loro saranno usciti di scena e le generazioni a venire non potranno nemmeno più impiccarli al più alto pennone. Se avessero un po’ di cultura potrebbero, invece di parlare di un futuro inesistente e con un falso patetismo dei nostri figli e dei nostri nipoti, dire con Oscar Wilde: “che cos’hanno fatto i posteri per noi?”.
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Vi dirò, da storico dell’antichità per formazione universitaria, che non è affatto vera l’assenza di malattie depressive antecedenti la modernità. Anzi…
Scambiare la filosofia con le parole lascia sfuggire il senso che porgevano.
Breve manifesto anti-modernista di uno degli intellettuali di riferimento di questo Blog. Analisi prettamente di pancia, francamente stile conversazione da tram.
Qualche passo saliente:
– la felicita’ non deriva dal Pil e dalla crescita. Parole a vanvera, un’insalata russa di termini “antipatici” totalmente fuori contesto. Riprova che sarebbe ora di insegnare uno straccio di economia terra-terra alla scuola dell’obbligo.
– lista di suicidi eccellenti, sull’adagio di “vedi che anche se sei ricco sei infelice”. Sul metodo con cui vorrebbe portare “dati” alla sua tesi, già’ ha commentato Lanzavecchia. Ma quand’anche accettassimo il suo approccio “a senso comune”, la logica fa cilecca. Secondo voi, dove ha maggiore possibilità’ di vivere serena una persona: in un paesino svizzero o in una favela sudamericana?
– “Negli Stati Uniti, il paese tuttora più ricco del mondo, è tutta gente che non sta bene nella propria pelle. “ Concetto da bar, parlare del mondo per sentito dire. Indegno di un qualsiasi individuo che si spacci come opinionista.
– ”il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio il capo officina, il capo officina il dirigente, il dirigente il proprietario che guadagna un milione di dollari, costui quello che ne guadagna tre”.
Fini dia l’esempio, si auto-riduca il compenso al pari del fattorino del suo giornale!
– “Non saremo noi a uccidere il modello, ma il modello a collassare su se stesso, in modo improvviso, globale, data l’interconnessione mondiale, probabilmente nel giro di poche settimane. “
Previsione minacciosa, alla quale Fini avra’ sicuramente pensato come porre rimedio. Proposte? Naturalmente, nessuna pervenuta.
Quello che trovo divertente è che il tipico sciocchezzaio del supercazzaro Massimo Fini sia fatto su esempi di personaggi fanmosi… ma che come tutti i discorsi fatti da cazzari per la massa dei babbaloni, non si riferisca ad alcun dato statistico ma solo a suggestioni basate sul cherry picking. I super cazzaro ha forse fornito dati dell’incidenza del suicidio nelle varie classi sociali? Nelle varie nazioni? Nelle varie culture? Ma figuriamoci! Questi sono dettagli per prosaici noiosi. Vuoi mettere sentenziare grasse cazzate contro la globalizzazione e l’industrializzazione… L’ha sparata lì ad cazzum esattamente come gli esimi commentatori. Pirla lui e loro. In generale certamente si può dire che i suicidi ovunque sono significativamente diminuiti ovunque dal ’95 ad oggi. Quindi di che stiamo parlando? O meglio che flatulenze facciamo uscire dalla bocca? Basta che palle!
La decrescita “felice” la auguro con tutto il cuore ai gonzi che si abbeverano di queste sciocchezzuole.
Di solito la forma di una società è la “migliore possibile” per un certo periodo storico.
Quella attuale controlla le masse dando degli obiettivi uguali per tutti e “quasi” iraagiungibili per tutti, politicamente è la democrazia rappresentativa proporzionale, o quasi, senza meritocrazia.
Non sono pessimista, ci sono sempre degli uomini che non fanno parte delle massa e stanno costruendo i mezzi e daranno la possibilità di un altro futuro per tutti.
La clava, la selce, l’aratro, la ruota….. bisogna sempre sorridere, anche se spesso fanno danni e creano ritardi, a quelli che propugnano “la terra piatta”.
Dall’industrializzazione alla globalizzazione, il terziario è divenuta la categoria che ha dettato la mente sociale.
Insieme all’esplosione della comunicazione hanno liquidato, anzi sciolto nel loro stesso acido la struttura portante della società preindustriale, preglobalizzazione.
Ambire a un’assunzione è stata la tenzone di molte persone, famiglie, educazioni, logiche.
Inseguire modelli estranei alla propria bioregione, prima virtualmente importati, poi praticamente raggiunti è sembrato la fuga di una massa nel panico che scavalca e calpesta tutto.
Muoversi senza la fatica del viaggio ha stravolto le culture.
Nel processo si è lasciato perdere che l’anelito stava dimentinticando tutte quelle relazioni che avevano caratterizzato la vita degli uomini fino a un minuto prima.
Il solco delle tradizioni delle comunità era il campo in cui chi nasceva vedeva il lavoro dei padri e lo spazio nel quale si sarebbe mossa la propria vita.
Nella grande piana della modernità ogni direzione e distanza è considerata possibile.
La desolazione che la domina è riconosciuta solo dopo, quando i bailamme del consumismo non sono più la verità e il giusto ma esche esiziali.