Invasività umana e senso del limite

Invasività umana e senso del limite
(una necessaria riflessione a proposito della Montagna Sacra)
a cura di Luca Rota e del Comitato Promotore de “Monveso di Forzo – Montagna Sacra
(pubblicato nella sezione Sherpa La Montagna Sacra il 13 giugno 2024 e qui ripreso per l’estrema importanza che attribuiamo a questo articolo)

Lo scorso 2 giugno 2024 su “L’AltraMontagna” il professor Mauro Varotto, docente di Geografia culturale all’Università di Padova, ha pubblicato un articolo con alcune personali considerazioni intorno al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Con questo progetto il comitato promotore, composto da un nutrito e prestigioso gruppo di personalità variamente afferenti all’ambito della montagna, propone di considerare “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, posto tra Valle Soana e Valle di Cogne entro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, invitando all’astensione volontaria come proposta culturale forte e di valore altamente simbolico. E’ un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della natura, per il quale l’attributo “Sacra” va inteso nella sua forma di costrutto culturale sostanzialmente laico, nel senso di “inviolabile” (come per la proprietà privata).

Ovviamente non è istituito alcun divieto alla salita, com’è ampiamente ribadito nel documento progettuale e negli articoli di Farina e Mingozzi pubblicati nel volume “Sacre vette” di cui lo stesso Varotto, con Ines Millesimi, è autore. L’invito è proposto, non imposto, come un libero atto personale, emblematico e funzionale alla riflessione sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette.

Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi. L’accelerazione dell’impronta di certe pratiche antropiche sulle vette a qualsiasi latitudine e a qualsiasi quota impone inevitabilmente delle riflessioni, un ripensamento nell’incoraggiare un nuovo modo di vivere il contatto dell’uomo con la cima e le sue valli, in una relazione più rispettosa, nonché un ripensamento dei valori sottesi alla pratica dell’alpinismo in questi ultimi anni. Dunque almeno una vetta, almeno questa volta, da lasciare libera dalla presenza umana per rendere altrove l’uomo più consapevole della relazione culturale con la realtà naturale e di quei concetti citati, di importanza tanto fondamentale quanto oggi ineludibile.

Le considerazioni del professor Varotto sono interessanti, in forza della loro articolazione e per come diano seguito a quello che è il fine principale del progetto della “Montagna Sacra”, anche prima delle proprie finalità programmatiche: agevolare il confronto e il dibattito su temi di grande importanza riguardo la frequentazione umana contemporanea e futura delle terre alte, verso i quali Varotto dimostra attenzione e considerazione alimentando l’esercizio del libero pensiero e del confronto aperto in un’epoca nella quale, troppo spesso, tale esercizio viene ridotto a uno scambio di frasi fatte pressoché prive di cognizione specifica e approfondimento.

Inoltre, Varotto riflette su alcuni degli argomenti nodali alla base del progetto, riponendone in luce il valore e così permettendone la chiarificazione, a partire dal citato «divieto» di salire la “Montagna Sacra”: non esiste alcun divieto da nessuna parte nel progetto il quale, anzi, evidenzia da subito nel proprio “manifesto” l’assenza di qualsiasi simile prescrizione all’ascesa. Il termine semplifica in maniera fin troppo radicale ciò che il progetto propone: un invito all’astenersi dal salire il Monveso di Forzo come atto simbolico – per il quale dunque un “divieto” sarebbe inappropriato – e di assunzione di consapevolezza meditata riguardo i concetti alla base, citati poco fa. Poste queste osservazioni, la domanda posta da Varotto su dove si debba considerare l’inizio e la fine della “Montagna Sacra” risulta a sua volta inappropriata, ovvero espressamente legata a una lettura geografica della questione, a fronte di un invito di matrice immateriale dacché correlato non alla forma, ma ai concetti che danno contenuto al progetto. Il fatto che Varotto non abbia trovato una risposta soddisfacente a tale domanda (in verità indicata nel documento progettuale: «l’intera piramide») è dunque comprensibile dacché inevitabile: non può esserci risposta, in buona sostanza, se non se ne vuole trovare una. Di contro, la sineddoche spaziale che indica Varotto è già assai evidente in senso opposto, per come il turismo di massa abbia reso una “vetta” adeguatamente brandizzata in senso lato dal marketing l’intera montagna (esempio inevitabile: il Cervino/Matterhorn), così che la conquista in senso “classico” della prima possa diventare e “giustificare” la conquista del suo intero territorio. Ma poi: si possono ancora definire montagna certi “luoghi” (virgolette quanto mai necessarie, proprio perché le parole sono importanti) in quota pesantemente antropizzati e urbanizzati al punto da non presentare più differenze sostanziali con le città? Proprio la città che conquista la montagna, paradigma ormai obsoleto per come oggi risulti massimamente pericoloso, eppure ancora ampiamente utilizzato, per giustificare certa infrastrutturazione turistica a dir poco pesante che intende la “valorizzazione” delle montagne come una pratica consumistica, sia dal punto di vista ambientale che culturale, rappresenta uno degli aspetti che rende fondamentale la “transizione culturale” per la quale il progetto della “Montagna Sacra” si fa strumento di riflessione e di azione.

D’altro canto il perseverare di questo paradigma assai deteriorato diventa manifesto in un recente fatto che coinvolge proprio il Parco Nazionale del Gran Paradiso: la decisione di ripristinare la libera circolazione del traffico motorizzato sulla strada del Nivolet, circostanza che sta generando un notevole dibattito, anche per come venga giustificata dai responsabili del Parco con motivazioni che lasciano molto perplessi. Una circostanza che sembra fatta apposta per rispondere alla seconda domanda posta da Varotto circa le finalità di un parco nazionale in quanto soggetto di tutela ambientale – sia del Gran Paradiso o qualsiasi altro – e che conferisce ancora più valore simbolico e forza concreta ai concetti della “Montagna Sacra”. Di contro, è evidente come la “Montagna Sacra” differisca ampiamente dall’idea alla base delle riserve naturali: se queste hanno il compito di tutelare materialmente i paesaggi, gli habitat e le specie nonché, più in generale, la diversità biologica che racchiudono, imponendovi regole e divieti di accesso e frequentazione libera, la “Montagna Sacra” si pone il compito immateriale, e per ciò ancor più emblematico, di agevolare la riflessione sulla necessità di saper riconoscere dei limiti all’invasività umana senza per questo imporre alcun divieto o prescrizione, appunto,  ma come approfondita presa di coscienza personale, dunque di valore morale e civico ben più compiuto e formalmente più efficace. Per tali motivi non sussiste alcun pericolo di “greenwashing” nel progetto, semmai è l’opposto, per come esso denunci la presenza di questa devianza in molti casi dei quali si dichiari la piena “sostenibilità ambientale” – anche riguardo certe iniziative delle stesse aree di tutela. Vedi sopra la questione delle auto al Nivolet: si direbbe ben più pratica di “greenwashing” questa! Invece, a poca distanza, un’altra valle facente parte del Parco del Gran Paradiso, la Valle Soana con la propria “Montagna Sacra”, indica che un’altra via alla frequentazione della montagna, ben più consapevole e sensibile, è possibile e da considerare. Per gli stessi motivi il progetto non agevola affatto – anzi ha già espresso i propri dubbi su alcune proposte al riguardo – l’eventuale istituzione di altre montagne “sacre”: non è la quantità di esse a dover aumentare, ma la qualità del pensiero diffuso intorno ai temi cardine del progetto, per i quali il Monveso è il simbolo primario che ne conserva in sé il valore pieno.

Infine, intorno alle considerazioni dalle quali Varotto formula la sua terza domanda sulla “Montagna Sacra”, al netto del rimarcare nuovamente l’assenza totale nel progetto di alcun divieto applicato a qualcosa o qualcuno, che invece Varotto ripete basando su tale forzatura lessicale i propri appunti, così come non viene espresso alcun «giudizio universale di condanna» contro chicchessia, pare evidente che ancora si scelga di insistere sulla forma data al progetto per non considerarne piuttosto la sostanza tematica, nella quale non manca affatto la considerazione della presenza e del portato antropico – e antropologico – dell’uomo nelle terre alte. A ben vedere «quegli uomini (e donne) che si sono adoperati per addomesticare, curare, favorire la biodiversità nel pianeta, vivere in faticosa armonia con la natura» lo hanno fatto proprio praticando in maniera virtuosa la necessità di un limite evitando l’invasività eccessiva nel territorio naturale: l’armonia con esso non scaturisce proprio dall’osservanza di questa necessità? Pare evidente che queste donne (perché messe nelle parentesi?) e questi uomini che sanno ben contenere e armonizzare la propria presenza in natura, vivendoci e lavorandoci, non sono proprio paragonabili alla presenza che invece manifestano altre attività – come certo turismo di massa, ad esempio – che invece la basano sul no-limits e sulla libertà di conquista (commerciale e consumistica) di qualsiasi spazio, anche se intatto e incontaminato, quando possa essere messo a valore e (s)venduto. La natura non ha bisogno che la si “valorizzi” – il valore lo ha in sé – tutt’al più necessita di essere fatta conoscere nel modo più compiuto possibile.

D’altronde, proprio se avesse voluto imporre «l’esclusione della frequenza e della presenza umana» su più vasta scala montana, il progetto della “Montagna Sacra” avrebbe scelto una vetta ben più famosa come il Gran Paradiso o il Monte Bianco: ma, come ribadito fin dalle prime uscite pubbliche del progetto – ormai due anni fa -innegabilmente questa eventualità sarebbe apparsa soprattutto come una provocazione, per nulla costruttiva, concettualmente troppo radicale, inevitabilmente divisiva e attaccabile in mille modi – giustamente, peraltro. Non avrebbe rappresentato adeguatamente le finalità del progetto, le avrebbe annacquate nell’inesorabile polemica che infine se le sarebbe rapidamente divorate annullando qualsiasi sua finalità virtuosa, materiale e immateriale. Invece, la “Montagna Sacra” non vuole provocare gli animi ma stimolare le menti, non vuole dividere i frequentatori delle montagne in fazioni contrapposte ma unirli in una riflessione il più possibile ampia e condivisa, radunarli in una palestra delle idee così da esercitarvi il libero pensiero. La “sacralizzazione laica” del Monveso è il simbolo e non il fine, è il vertice ultimo concettuale di una considerazione elaborata e strutturata sulla presenza umana nelle terre alte, di qualsiasi genere essa sia, che sappia nuovamente e consapevolmente comprendere il proprio portato sul territorio, sull’ambiente e sull’elaborazione del paesaggio, nonché la necessità di armonizzarsi al luogo al quale riconoscere una “sacralità”: peculiarità originaria insita nel territorio naturale montano, come rivela l’etimo primigenia del termine e dei suoi derivati, tanto quanto «elemento della struttura della coscienza», come sottolinea Mircea Eliade. Le cui parole citate da Varotto, più che una confutazione dell’idea della “Montagna Sacra” appaiono invece come un’importante approvazione: «La società occidentale attuale ha perso la confidenza con la concezione sacra dell’esistenza: man mano che la cultura scientifico-razionale ha preso piede, progressivamente è scomparsa la presenza della dimensione del sacro che un tempo, nella vita di tutti i giorni, era presente in ogni cosa. Il sacro serve a tenere insieme il Tutto, a dare ad esso un senso trascendente. Il sacro non divide, non separa, non compartimenta Uomo e Natura: li unisce. Il sacro sta nella relazione intima con l’alterità.» Quell’alterità che l’uomo, proprio in quanto creatura dominante, intelligente e senziente, dotato in coscienza del senso di “sacro”, ha innanzi tutto il dovere di salvaguardare e tutelare, nel caso pure facendosi “altro” rispetto ad essa, lasciandovi spazio e allontanandosene – inevitabilmente, vista l’impronta umana sovente devastante per qualsiasi altro elemento ecosistemico – così da poter salvaguardare pure la relazione intima con l’alterità. Il progetto della “Montagna Sacra” sostiene proprio questo: non in modalità divisive, proibitive, compensative e men che meno retoriche, semmai sollecitando la più totale libertà di opinione al riguardo proprio, perché elemento di relazione con l’alterità antropologica della quale il progetto si alimenta.

Domenica 2 giugno, come osservato anche da Varotto nel proprio articolo, si è svolta ai piedi del Monveso di Forzo “Insieme per la Montagna Sacra”, l’annuale giornata di sensibilizzazione sul progetto e sulle sue finalità. Se il professor Varotto, invece di pensare che «non sarei mai andato a vedere il Monveso di Forzo», decidesse di recarsi in Valle Soana almeno una volta, magari in un prossimo evento organizzato dal progetto, sarebbe ovviamente il benvenuto e forse, al netto della più totale libertà di pensiero e di opinione, nella contemplazione del Monveso potrebbe trovare più rapidamente che in altri modi le migliori risposte alle sue legittime domande. Sarebbe una cosa importante al pari del suo contributo qui dissertato al dibattito sulla “Montagna Sacra”.

[Cliccate sul logo per saperne di più sul progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra” e per aderirvi.]
10
Invasività umana e senso del limite ultima modifica: 2024-06-14T05:47:00+02:00 da GognaBlog

102 pensieri su “Invasività umana e senso del limite”

  1. Le risposte sono contenute nel mio doppio-commento del 17 giugno mattina (non ci sono più i numeri progressivi dei commenti, questo rende più complicato dare i riferimenti). Tutti determiniamo danni all’ambiente. Ma il problema NON è solo qualitativo (fa più danni il cannibale o l’alpinista responsabile?), bensì anche quantitativo. L’effetto deleterio è il mix fra le due componenti. Un alpinista responsabile fa danno 1 per ogni sua uscita, ma se fa 365 uscite all’anno, fa 365 danni su base annua. Un cannibale fa danno 200 per ogni sua uscita, ma se fa una solo uscita all’anno, fa un danno complessivo di 200 annui (quindi un danno annuo inferiore al danno annuo del citato alpinista responsabile). Ovvio che se lo stesso cannibale fa 100 uscite all’anno, il suo danno annuo sarà (200*100)= 20.000, quindi molto di più del danno annuo dell’alpinista responsabile. (I numeri sono inventati, solo per farmi capire). Ma anche il singolo alpinista consapevole, oggi, fa cmq un danno all’ambiente (piccolo, ma lo fa), per il semplice fatto che l’ambiente è in sofferenza dopo decenni di sfruttamento a manetta. Dobbiamo convincervi tutti (responsabili o cannibali) ad autolimitarci, quantitativamente e qualitativamente. Se non maturerà questo processo di consapevolezza, ci penserà la società attraverso l’imposizione di divieti e impedimenti vari (che colpiranno indiscriminatamente tanto gli alpinisti consapevoli quanto i cannibali).

  2. Quello che questi signori non colgono è la conseguenza  della mancata autolimitazione di noi appassionati di montagna (dal semplice escursionista giornaliero alla spedizione commerciale sull’Everest): cioè che, se non invertiamo la rotta attraverso l’autocontenimento, ci penserà a imporcelo la società, con divieti, vincoli, impedimenti, numeri chiusi, prenotazioni obbligatorie, ecc

    La responsabilità la vogliamo scaricare sull’escurzionista, quando la società di oggi:  politica, impreditoria edile e turistica è sempre più aggressiva nei confronti dell’ambiente. 
    Con consumo del suolo e relativa cementificazione, è  in Italia  senza eguali!!
    Stai a vedere che il degrado ambientale del vallone di Sea è causato dagli arrampicatori e dagli escursionisti e non dal comune che vuole farci la strada.

  3. Carlo, questa volta proprio non ho capito.
    “Il vero problema del peso antropico sull’ambiente è che si sono tantissimi esseri umani che non comprendono neppure cosa sia il concetto di peso antropico 
    Non sono proprio d’accordo: il problema del peso antropico è che esistono gli umani e con le loro attività pesano sull’ambiente.
    Certamente alcuni umani non comprendono (o non credono) di essere fonte di inquinamento o che l’inquinamento sia un problema grave; ma è un problema distinto dal peso antropico.
     
    “Il primo ostacolo ad una fruizione matura della montagna è dato proprio da queste frange di essere umani che “non capiscono”.”
    No, il primo problema è la presenza di umani in montagna e i loro comportamenti. Ma i comportamenti e la fruizione non sono tutti uguali e non hanno uguali effetti, in montagna e altrove.
    L’auto limitazione dell’appassionato camminatore in montagna, che effetto pensi possa avere sui discotecomani in quota di Ischgl o sui Jova-party? Lo sci-alpinista che si limita a 50 uscite all’anno che influenza avrà mai sullo sciatore su carta igienica?
     

  4. Il vero problema del peso antropico sull’ambiente (montano nel nostro caso, ma il concetto vale in generale) è che si sono tantissimi esseri umani che non comprendono neppure cosa sia il concetto di peso antropico sull’ambiente e quindi lo negano perché non riescono a focalizzarlo. Il primo ostacolo ad una fruizione matura della montagna è dato proprio da queste frange di essere umani che “non capiscono”. Inutile spiegarlo a manetta, tanto non capiscono e/o “non vogliono” capirlo. Questa resistenza concettuale è ciò che renderà ardua, se non irrealistica, la presa di coscienza matura e consapevole da parte di tutti, per cui io sono pessimista sul fatto che il messaggio della montagna sacra attecchirà veramente (pur condividendo il suddetto messaggio ideale). Quello che questi signori non colgono è la conseguenza  della mancata autolimitazione di noi appassionati di montagna (dal semplice escursionista giornaliero alla spedizione commerciale sull’Everest): cioè che, se non invertiamo la rotta attraverso l’autocontenimento, ci penserà a imporcelo la società, con divieti, vincoli, impedimenti, numeri chiusi, prenotazioni obbligatorie, ecc. Il bello è che questo ultimo fenomeno è in essere già da tempo ed è sotto gli occhi di tutti (se ne è parlato due giorni fa su Altri Spazi!) e ancora i suddetti signori si ostinano a non capire! Provocatoriamente dico che, con questi signori ben vengano i divieti o le tessere a punti a scalare con 50 uscite annue, raggiunte le quali, fino all’anno dopo NON si è più autorizzati ad andare in montagna… Dura lex, sed lex e le montagne ringrazieranno.

  5. Ho usato di proposito una forma impersonale […]”
     
    Sì, certo, come no.
    Poi quello che azzecca i garbugli sarei io…
    O anche questa era una “forma impersonale” ? 🙂
     
     
    Quando sei andato sul Cusna, hai poi espiato in ginocchio sui ceci?
     
    Non sui ceci.
    Mi sono inginocchiato sui ramponi messi con le punte all’insù e martirizzato con un cilicio fatto con un kevlar e friends del 6, ripetendo ossessivamente all’infinito “Io credetti, e credo, la lotta coll’Alpe…”

  6. Giuseppe, nella foga di voler sempre mettere i puntini sulle “i” ai propri interlocutori, può capitare di non capire ciò che si legge.
     
    Io NON ti ho accusato di alcuna equiparazione. Ho usato di proposito una forma impersonale (“si rischia”: il soggetto è indeterminato, cioè non ci si riferisce espressamente a Balsamo ma a tutti in generale). Volevo evitare contestazioni da azzeccagarbugli: speranza vana.
     
    In ogni caso, non hai risposto alla mia domanda, che ora ti ripeto.
    Per risolvere il grave problema da te sollevato, ovvero l’escursionista che cammina, che dobbiamo fare per non lasciare impronte? Amputarci le gambe? Smettere di vivere? Un suicidio di massa?
     
    P.S. Quando sei andato sul Cusna, hai poi espiato in ginocchio sui ceci?

  7. Bertoncelli, fammi capire, in quale mio commento o in quale frase, esattamente, avrei equiparato “un escursionista a un lottizzatore? Un alpinista chesale una remota parete nord ai costruttori della Skyway” ?
    Me li puoi cortesemente indicare ?
    Grazie,
    Giuseppe.
     
    P.S. Dopo aver scritto che “ci sono attività molto più impattanti su cui intervenire“, mi sembrava che dovesse essere piuttosto chiaro come la penso. E invece leggo di “pagliuzza” e “carico di travi“.
    D’altronde, se c’è chi ha scritto per ben cinque volte in un articolo dell’ “assenza totale nel progetto di alcun divieto” e c’è ancora chi ci legge un divieto, non dovrei stupirmi più che tanto 🙂

  8. D’accordo, Giuseppe. Durante le nostre camminate lasciamo orme. Inoltre respiriamo. Poi facciamo perfino la pipí dietro un albero.
    Che dobbiamo fare per evitarlo? Chiuderci in casa per il resto della vita? Sparire dalla faccia della terra?
     
    P.S. Non ti sembra che si rischi di equiparare la pagliuzza a un carico di travi? Un escursionista a un lottizzatore? Un alpinista che sale una remota parete nord ai costruttori della Skyway?

  9. Regattin, mai considerato, personalmente, che “ridurre le uscite in montagna sia la panacea di tutti i mali“.
    Come da te fatto notare (ma mi pare che l’avessi scritto anche io) ci sono attività molto più impattanti su cui intervenire per ottenere effetti assai più significativi (tuttavia, paragonare gli spostamenti per causa lavorativa a quelli per attività ludico-sportive lo trovo assai azzardato).
     
    Non mi sembra, inoltre, di essermi accanito su nulla: ho solo precisato che ritenere che i “danni da escursionismo montano all’ambiente” “non esistono“, secondo me è errato, anche se ci piace pensarlo.
    Lo affermano anche diversi studi che considerano l’attività escursionistica in modo olistico (ovvero, oltre al camminare, che gli escursionisti vanno alloggiati, nutriti, dissetati, ne va gestita la merda, ecc.)
     
    A questo punto devo rilevare un’altra tua affermazione con cui non concordo: “la semplice camminata […] non richiede modifiche degli habitat naturali“, ricordandoti che i sentieri, su cui la camminata si svolge, sono dei manufatti.
     
    Sia chiaro, non penso che ci si debba stracciare le vesti in quanto escursionisti inquinatori 🙂 ma credo che sia meglio essere consapevoli delle conseguenze, anche se poche, delle proprie azioni.

  10. Balsamo, dal mio primo commento ho cercato di confutare le strampalate tesi di Crovella, secondo il quale si deve
     attuare, lungo tutto l’anno, comportamenti  che puntino ad alleggerire il peso umano su TUTTE le montagne (e non solo sulle vette, ma anche sui fianchi).
    Quindi non si sta parlando di impronta di carbonio dei nostri spostamenti (altrimenti dovremmo evitare anche e soprattutto di andare a lavorare, perché è evidente che la maggior componente di emissioni sia il lavoro con tutte le sue implicazioni) ma di presunti danni all’ambiente montano. Nessuno è stato ancora in grado di spiegare in concreto in cosa consistono questi danni. Ma vi rendete conto che abbiamo antropizzato una gran parte delle montagne, ci sono cime devastate dalla presenza di edifici abnormi, strade dappertutto, impianti, e via dicendo e voi vi state accanendo sull’unica attività tra tutte quelle che si svolgono in montagna, cioè la semplice camminata, che oltre a essere assolutamente salutare (e toglie utenti dal SSN), a essere rigenerante sotto tutti gli aspetti, è tra le poche che non richiede modifiche degli habitat naturali, che non provoca danni, che spesso muove l’economia di piccole realtà locali. Ma voi (specifico: chi crede che ridurre le uscite in montagna sia la panacea di tutti i mali) vi siete bevuti il cervello.

  11. Io credo che il concetto di limite vada trovato non nel senso dell’ individuare un luogo o una vetta inaccessibili  ( autoimporsi di non salire in cima ad una montagna potrebbe essere anche autolesionistico) ma nel punto di partenza

    Concordo in questo che ha scritto ENRI nel suo intervento. Non è il punto di arriva che conta ma la partenza e come ci arrivo. Il limite, il rispetto,  ce lo dobbiamo dare nel modo in cui si fanno le cose, sovvertendo il concetto oggi radicato dell’uso e consumo.

  12. Buongiorno a tutti,
    ringrazio i tanti che qui hanno espresso (e/o esprimeranno) le loro considerazioni sul progetto della “Montagna Sacra”. Il quale, come si vede bene e nonostante quelli che sostengano che non serva a nulla, sta efficacemente ottenendo uno dei suoi scopi principali: far dibattere su concetti e realtà fondamentali riguardo l’andare per molti contemporaneo e ancor più futuro prossimo. Sacro o non sacro che sia il Monveso, tale finalità è tra quelle che maggiormente dà peso, forza e valore al progetto; personalmente dunque penso che non vi sia da controbattere a chi lo critichi anche aspramente, la sua opinione è preziosa come quella di chi invece lo sostenga senza dubbio alcuno. L’importante, per chiunque, è partire pure dalla forma (il Monveso e la sua proposta “sacra inviolabilità”) ma poi andare oltre e sviluppare la sostanza, cioè i concetti e le idee alla base del progetto e il loro portato nella realtà naturale e montana nello specifico. Cosa che il Comitato promotore continuerà a fare con costanza, ascoltando ben volentieri tutte le opinioni

  13. Regattin, mi vengono in mente mille attività molto più impattanti dell’escursionismo montano, ma non mi verrebbe mai in mente di affermare che i “danni da escursionismo montano all’ambiente” “non esistono“.
    Anche solo (ma non solo) per il semplice fatto che l’escursionista, in montagna, in qualche modo deve pur arrivarci.
    O vivono tutti a Pont Valsavaranche ?
    Capisco, comunque, il desiderio di credere che sia un’attività completamente innocua, ma non lo è. E lo è tanto meno (innocua) quanto più sono coloro che la praticano.
     
    Quando si parla di argomenti simili mi vengono sempre in mente i cercatori di funghi.
    Che danno vuoi che provochi raccogliere un fungo ?
    Ebbene, quando i cercatori erano pochi ci si faceva poco caso. Poi con l’aumento senza limite dei praticanti…
    Ecco, non vorrei che agli escursionisti (o altri praticanti attività montane) toccasse la stessa sorte dei cercatori di funghi.

  14. “Un qualsiasi Sapiens che invade l’ambiente porta un danno: in montagna, a seconda delle situazioni, calpesta fiori, rovina radici…”
    Crovella, dovresti autolimitarti a scrivere scempiaggini.
    Balsamo, chiedo venia per l’inversione. Quanto al fatto che non esistano attività ad impattto zero, non c’entra nulla con i supposti danni da escursionismo montano all’ambiente, che non esistono, se non provocati di proposito (ma il tema non era questo).
    Ti racconto un piccolo aneddoto: da oltre 40 salgo su una cima delle Prealpi nella mia zona (l’avrò salita 200 volte credo). In questi decenni sono cambiate due cose: i prati alla base sono scomparsi, riconquistati dal bosco, la prateria che resisteva sulla cima negli ultimi due anni è stata completamente arata dai cinghiali, con il risultato che la flora pregiata che si poteva ammirare è scomparsa, sostituita da un’impraticabile terreno a zolle rivoltate. Ed è solo un esempio tra i tanti. Scusate per l’off topic parziale.

  15. Il retore latino Servio affermava Nullus locus sine genio ossia “nessun luogo è senza il suo genio”.  Si riteneva infatti che ogni luogo della Terra avesse un proprio Nume, al quale bisognava rivolgersi con umiltà prima di avventurarsi nei suoi territori.Appare evidente come questa credenza rendesse ogni luogo depositario di una propria sacralità, indipendentemente dal fatto che vi fossero edificati simboli di culto.L’ideazione di un Dio trascendente in contrapposizione alle divinità immanenti delle religioni panteistiche, per le quali ogni oggetto è sede di divinità, ha svincolato l’uomo da qualsiasi remora di rispetto verso il mondo, fornendogli la giustificazione morale per manipolarlo a suo uso esclusivo.Questo atteggiamento è stato alla base del protestantesimo nella sua spinta verso lo sviluppo capitalistico nelle forme no limits che conosciamo, a partire dalla rivoluzione industriale (vedi Max Weber).Mettendo assieme questi due spunti mi viene da pensare che il motivo per cui la proposta di una “montagna sacra” (necessariamente laica) sollevi dubbi in alcuni intellettuali, stia nella difficoltà di una revisione critica del modo di vedere sé stessi in rapporto ai valori della vita, in particolare al lavoro,all’ambiente,allo sport e al rapporto con le generazioni future: in altre parole nella resistenza interiore ad una presa di coscienza degli errori commessi anche come singoli individui e nei quali si continua a perseverare

  16. Esatto Enri, riesco a farmi oltre 2000 metri di dislivello, bene, dai raggiungo la cima, non ce la faccio? Pazienza mi accontento di meno.
    Crovella ha ragione citando il caso del Giappone, e siamo diretti in quella direzione. Accadra’. E’ questione di volonta’ politica. Ora siamo nel boom degli impianti a fune ovunque, ma come tutte le attivita’ umane fatte di crescita e declino, questa smania degli impianti, dei suv, etc. finira’. Anzi sono indicatori di un top economico che abbiamo raggiunto. Tempo al tempo. L’unica cosa:l’autolimitarsi ORA con il resto della societa’ sta andando (a sbattere) da tutt’altra parte è abbastanza sterile seppur lodevole.

  17. Io credo che il concetto di limite vada trovato non nel senso dell’ individuare un luogo o una vetta inaccessibili  ( autoimporsi di non salire in cima ad una montagna potrebbe essere anche autolesionistico) ma nel punto di partenza e cioè: da dove parto geograficamente parlando, con che mezzi salgo. Faccio un esempio concreto: la via normale al gran paradiso, con un po’ più di fatica ma senza che diventi un’impresa da marziani, e’fattibile anche da pont valsavaranche senza usare il Vittorio Emanuele. Ecco per me questo è’ il concetto di limite. Limitarsi negli aiuti, partire da più in basso, portarsi dietro meno roba. Questo per me ha a che fare con il concetto di limite. Per quanto all’ iniziativa del Monveso, tutto bello ma quando le iniziative sono così tanto simboliche rischiano alla fine di essere contro producenti.

  18. Se non ci arriviamo per “convinzione”, ci penserà la società che mescola “sicurezza individuale” degli umani con “rispetto dell’ambiente” (mix interessante sul piano delle demenzialità, ma è così). guardare l’articolo odierno su Altri Spazi, numero chiuso sul Monte Fuji (Giappone): copio testualmente l’affermazione del responsabile degli accessi: 
    Promuovendo con forza misure di sicurezza globali per la scalata del Monte Fuji, garantiremo che questo tesoro rimanga tale e venga trasmesso alle generazioni future

  19. Cominetti, e’ vero. Ma infatti e’ un po’ il limite di una “iniziativa culturale”. Ha un intrinseco approccio elitista e ha ben poca speranza di “bucare”…

  20. Bello, tutti ottimi propositi. Peccato che la pratica sia totalmente diversa da tutte queste seghe mentali a presunto sfondo culturale. Andate a dire all’impiegato fantozziano appassionato (oppure no, non importa) di montagna che deve fermarsi a 2400m invece di calcare la cima di uno dei 4000 più accessibili delle Alpi approcciato con gli impianti. Vi risponderà di farlo voi. 
    Capisco e condivido il fatto di darsi un limite anche idealmente e culturalmente perché lo esercito nei miei confronti e verso chi accompagno e/o istruisco in montagna ma mi rendo conto dell’impossibilità di raggiungere chi di dovere con un messaggio astruso e di difficile comprensione come questo.
    È brutto dirlo ma la gente è più contenta dei divieti e delle possibili sanzioni. Sono cose più semplici e comprensibili. Infatti esistono e il sistema (e i suoi adepti) li approva.
    Coerenza ragazzi!

  21. Dagli interventi verrebbe da concludere che l’iniziativa non e’ stata capita. Se non lo e’ in questa comunita’ (che si suppone sensibile a certi temi), figuriamoci altrove. Eppure rileggendo gli articoli di presentazione i 2 punti chiave a me paiono abbastanza chiari:  1. L’astensione all’accesso del Monveso di Forzo e’ su base volontaria ( nessun divieto  ). 2. L’obiettivo “diretto” non e’ difendere un particolare biotopo o addirittura pensare che da domani sia risolto il problema dell’invasivita’, ma diffondere un messaggio=sensibilizzare. Per poterne cogliere il senso, si richiede un minimo sforzo di astrazione. 
    L’obiezione di Enri, se capisco, e’ la seguente: Per sensibilizzare, e’ meglio rendere la montagna inviolabile tout court o obbligare chi vuole salirla a partire a piedi da Aosta, se non da Genova.  Ma il punto che qui si vuole indicare non e’ (tanto) diminuire il volume di frequentatori, ma accettare l’idea che non tutti i monti/luoghi siano a nostra disposizione per potenziali  sfide sia sportive che spirituali. 
    E’ esplicitamente scritto, si tratta di una iniziativa culturale. Citare Il Sorpasso  ci puo’ stare; obiettare che sia inefficace o inutile un po’ meno. 
     

  22. Ma i due fenomeni (quantità/qualità) si intrecciano: se riduciamo in assoluto il numero di uscite complessive, avremo anche una riduzione delle uscite cannibalesche, che sono le più dannose. Ovvio che la cosa migliore è ridurre/annullare, per es, i SUV che vanno in quota o l’uso indiscriminato degli impianti. Se so che reggo solo 900 m di dislivello D+, anziché prendere la funivia fino a Plateau Rosà e, con 900 m D+, arrivare sul Breithorn, mi “limito” per saggezza e maturità: parto dal paese a 1500 m e arrivo su una cima di 2400 m. Guarderò il Breithorn col binocolo: questo sarebbe un modo per rispettare la sacralità della montagna. Così alleggeriremmo il danno ambientale degli impianti, anche se non annulleremmo del tutto il danno in assoluto, perché, qualsiasi uscita in ambiente oggi è dannosa. Se questi ragionamenti di base vi sono ignoti o, peggio, estranei e antagonisti, è inutile che vi riempiate la bocca con concetti nobilissimi come la “sacralità” della montagna ecc. In realtà siete portatori di una visione diametralmente opposta, quella di una montagna che è solo il palcoscenico del vs egoistico desiderio di performance atletico-sportive oppure, peggio, concepite la montagna come una gallina da spennare, con un’avidità “come se non ci fosse un domani”. Inutile parlare di senso del sacro se il problema ideologico è nell’impianto profondo: prima dovremmo estirpare la mentalità sbagliata e, poi, semmai si potrà disquisire del senso del sacro.

  23. Negli ultimi 5 o 6 decenni abbiamo abusato dell’ambiente della montagna (vale per qualsiasi “ambiente”, dai mari ai fiumi, fino alla pianura padana…, ma qui siamo focalizzati sulla montagna) e ora dobbiamo “centellinare” la nostra invasività. Lo dice il titolo stesso dell’articolo: questo è il punto centrale del ragionamento. Un qualsiasi Sapiens che invade l’ambiente porta un danno: in montagna, a seconda delle situazioni, calpesta fiori, rovina radici, spaventa animali, inquina, magari lascia rifiuti, prende una bibita o un panino al rifugio/posto tappa (portati su con elicottero o con jeep), se MTB-dotato lascia solchi profondi (specie nei prati, ma anche su sentieri/sterrate), arriva in auto più in alto che può, utilizza impianti, si “imbrana” –vedi recenti casi- e fa muovere l’elicottero senza effettiva necessità, porta puzza, rumori, scompiglio, fastidio all’ambiente naturale che è ormai allo stremo. L’ideale sarebbe che per 20 o 30 anni nessun essere umano mettesse più piede in montagna, anche su semplice sentiero. Così l’ambiente si depurerebbe dei danni provocati dall’uomo nei decenni scorsi e si riprenderebbe un po’. Ho visto la positività nei due inverni in cui gli impianti sono stati chiusi, al tempo del Covid. Però ho già detto che NON è solo una questione “quantitativa” (quante uscite/anno facciamo), ma anche e soprattutto “qualitativa”: una solo uscita da cannibale fa più danni di 100 uscite di un individuo serio, responsabile e rispettoso.

  24. Molto dipende dai comportamenti che adotta, Regattin, e non esistono attività a impatto zero.
     
    Comunque sarebbe Balsamo, non Blasamo 🙂

  25. Aree protette integrali ce ne sono già, questa e una proposta simile ma su base volontaria diciamo.
    Potrebbe funzionare, attecchire col tempo, perché no?
    Fino alla metà degli anni ottanta sulle vette era solito trovare mucchio di lattine e vetro, poi Piano piano si formata una coscienza diversa.
    Fra trenta anni potremmo avere aree ” rispettate” in diverse zone, perché no!?
    Certo che sarà complicato fare capire il senso etico dell iniziativa a una società che non sa il significato di questo termine!
    Oggi c’era una gara al Rosa, funivie aperte alle 5,30 , centinaia di atleti e molte centinaia di sportivi , si sarà formata una traccia ti un metro di larghezza per 30/40 cm. Di profondità, garanzia di sicurezza e richiamo per molti giorni a venire.
    Secondo voi e possibile spiegare a quest’ orda di scalmanati il senso del rispetto di qualsiasi cosa?
    Non ne hanno nemmeno per se stessi, altrimenti eviterebbero di accalcarsi, figuriamoci per una simile proposta!
    Partite da costoro, se riuscite a convincere questi gli altri vi seguiranno a ruota….
     

  26. Eh no, Blasamo, non fare come Crovella:
    “E’ vero che un solo escursionista provoca all’ambiente poco danno”
    almeno tu, spiegami quale sarebbe il danno che fa un escursionista all’ambiente!

  27. @20
    “[…] vorrebbe che tutti seguissero questo consiglio
     
    Ma certo che vorrebbe, Grazia. Altrimenti che senso avrebbe una iniziativa pubblica ?
    E allora ? Questo per te ne fa un divieto ?
    Che c’entra poi “sorella Etna“, abbi pazienza. Qualcuno ti sta chiedendo di autoimporti di non salirci ?
     
    Oh, io capisco che si possa ritenere questa iniziativa inutile, poco efficace o metterla “tra le tombe etrusche e il monte Fumaiolo” (o anche paragonarla alla Corazzata Potemkin 🙂 ), ma vederci dei divieti o fissarsi sulla parola “sacro”
    Mah!
     
    P.S. Bella lista. Brava!
     
    P.P.S.
    E’ vero che un solo escursionista provoca all’ambiente poco danno.
    Anche un solo climber in falesia provoca poco danno (e fastidio, purché non abbia un cane 🙂 ). Ma se i climber diventano 10 ? O 100 ? O 1000 ?
    E che dire di quelli a cui piace girare per sentieri in MTB ? Quanti danni fa una sola MTB ? (La mia, ad esempio, ne fa pochissimi 🙂 )
     
    Il fatto è che a noi piace pensare di essere quell’unico escursionista, climber, ciclista che non fa (troppi) danni, e che il problema siano sempre gli altri (i c.d. pecoroni).
    E, invece, indovina chi è anche lui dentro a quei numeri ? 🙂

  28. Il punto è che ha ragione Enri. L’individuo singolo non impatta nulla sulla montagna. Specie se segue i sentieri. Non parliamo poi di arrampicata. Diversamente la soluzione la si trova: si è sempre la solita. Togliere tutto… funivie, jeep, e soprattutto i rifugi. Su questi ultimi vi è una grande ipocrisia di chi dice “eh ma in montagna c’è troppa gente” ma poi si è contenti del rifugio. In vita mia sono andato 2 volte in rifugio e mangiato per 4 volte. 
    L’altra domenica mini escursione su una valle che in estate è fissa di persone.
    Non c’era nessuno.. Poi verso le 13 (alle tredici!!!) due comitive di due persone (io stavo gia’ scendendo a valle). Perché non c’era nessuno? Perché per raggiungere la cima si doveva ramponare su un canalone, ma soprattutto perché i rifugi erano chiusi.
    Basta risolto il problema, senza dover autolimitarsi. Per altro come gia’ detto l’individuo in se non apporta nessun danno (a meno che non mettete come danno il fischiettare della marmotta impaurita dalla tua presenza). Certo è la CONCENTRAZIONE delle persone che crea danno. Se tu prendi posti, momenti in cui dove non c’è la COMODITA’ stai tranquillo che o non trovi nessuno o trovi sparute anime pie. Ah anche partire prima che sorga il sole è una modalita’ di allentare lo stress antropico. Ovvio non mi riferisco alle zone “famose” della Val D’Aosta, etc.

  29. “Quando un individuo effettua un’uscita in montagna contribuisce ad aumentare il peso antropico sull’ambiente delle montagne. In altre parole provoca un danno all’ambiente.”
    Sei tu che non ce la fai, perché alle parole bisogna dare un peso, non spararle a casaccio. Detto ciò, mi spieghi quale sarebbe il danno che provoca un escursionista all’ambiente mentre cammina su un sentiero?

  30. Giuseppe, non mi pare che il progetto connoti l’astensione volontaria dei soli promotori: vorrebbe che tutti seguissero questo consiglio.
    Il limite si può cercare in ogni angolo e in ogni istante del nostro quotidiano, rinunciando ad acquistare cibo processato, confezionato in plastica e prodotto sfruttando esseri viventi e risorse; andando a piedi invece di prendere l’auto; telefonando a un amico invece di piegarsi ad uno scambio di messaggi vocali; riducendo la velocità di guida; sostituendo cibo locale a quello che viene dall’altra parte del pianeta; abbigliandosi con tessuti naturali; raccogliendo piante alimurgiche e medicinali; andando al cinema invece di cibarsi di netflix; facendo volontariato; vivendo il quartiere che si abita; bevendo acqua di fonte il luogo di quella imbottigliata, e via di seguito.
    Questi sono solo una parte dei gesti che accompagnano la mia vita, per cui non sento il bisogno di autoimpormi, per esempio, di non salire sulla vetta di sorella Etna, poiché ogni volta che vi metto piede, sono grata per le forze che lo hanno permesso e per la bellezza che mi avvolge.
     
    Se provassimo con più intensità a essere presenti a noi stessi, non sentiremmo il bisogno di costrizioni ed eccessi.

  31. In passato ho già avuto modo di esprimere il mio disaccordo con questa iniziativa e cioè’ indicare arbitrariamente una cima come non raggiungibile, quale segno dell’esistenza del limite. Il problema non è’  vietare una cima ma il modo con cui si sale in montagna. Se da un lato abbiamo il Monveso e a pochi km funivie che sputano turisti ed alpinisti sul Bianco e e sul Rosa allora la montagna Sacra non ha senso ne’ utilità’.
    Anziche nominare la montagna Sacra facciamo togliere una funivia, uno ski-lift…
    Ce ne fossero di persone che vanno sul Monveso partendo da fondovalle. Quelli che invece dobbiamo limitare sono quelli che per evitare 500 metri di dislivello prendono la funivia. Questo è’ il punto. Il resto sono manifestazioni folkloristiche al limite dell’ incomprensibile che lasciano il tempo che trovano. Per quanto ad auto limitarsi come dice Crovella, e’ un’intenzione positiva ma la limitazione dovrebbe avvenire per la difficoltà di raggiungere certi luoghi: preferisco 100 persone che partono a piedi da Courmayeur piuttosto che 50 che con il Suv arrivano mille metri più in su. Il punto è’ sempre nel modo con cui andiamo in montagna, non nella quantità’. Poi più in alto si va più e’ la selezione naturale a governare i numeri.

  32. Guarda, ci puoi arrivare se ti impegni. Quando un individuo effettua un’uscita in montagna contribuisce ad aumentare il peso antropico sull’ambiente delle montagne. In altre parole provoca un danno all’ambiente. Questo per un’uscita. Se l’individuo fa 100 uscite all’anno, provocherà 100 danni ogni anno. Se invece l’individuo si autolimita e fa solo 50 uscite all’anno, provoca “solo” 50 danni all’anno, cioè la metà di 100 danni/anno. Se tutti si comportassero così, il danno totale annuo sulle montagne sarebbe la metà di quello che purtroppo e’.
     
    Se non siamo disposti a fare dei piccoli sacrifici, anche nella ns spicciola realtà, e’ inutile che ci lanciamo a discettare su concetti eticamente molto belli, come quello della montagna sacra, ma che sono astratti. Per renderli concreti il punto non è evitare di calpestare i 5 mq della vetta del Monveso, ma attuare, lungo tutto l’anno, comportamenti  che puntino ad alleggerire il peso umano su TUTTE le montagne (e non solo sulle vette, ma anche sui fianchi). Il cambio di paradigma che abbiamo di fronte e’ proprio questo: passare da “tizio e’ così appassionato di montagna che ci va tutte le domeniche” a “tizio vuole così bene alle montagne che riduce al minimo il danno che fa loro, a costo di rinunciare a delle uscite”. Questo è il più profondo significato di considerare “sacre” le montagne.

  33. @11
    Cara Grazia, grazie per la risposta.
     
    Non capisco in quale modo, un qualcosa che viene molto chiaramente connotato come “astensione volontaria“, quindi del tutto scevro da qualsiasi imposizione, possa diventare un divieto “nella pratica“. Ma probabilmente si tratta di un limite mio (…a proposito di limite 🙂 ).
     
    Come già detto, il punto non è “invitare a non frequentare un sol luogo” (che potrebbe essere il Monveso come qualsiasi altro) ma accettare, volontariamente, il fatto che si può anche fare a meno di qualcosa (ad esempio di pestare la vetta del Monveso).
    Ricordarsi quindi di avere un limite, e trasportare questo concetto in tutte le dinamiche sociali, economiche, relazionali.
    Il “mostrare altri modelli di frequentazione“, da te considerato “più efficace e duraturo” (e io sono d’accordo), a mio parere passa anche per cose come questa.

  34. Alberto, sono tantissimi i luoghi non visitabili senza un permesso o un biglietto, se non addirittura preclusi al pubblico. E’ una tendenza dilagante che bisognerebbe tentare di arginare, invece di alimentarla.Etichettare una montagna come sacra – una sola!! – è come dedicare una giornata mondiale a un qualche aspetto. Ci si pensa quel giorno lì e poi più.

    INFATTI!!
    Il comune di Seravezza sta per limitare l’accesso al fiume in località Malbacco sotto il monte Altissimo. La scusa è limitare l’accesso per salvaguadare l’ambiente. Sicuramente il numero delle persone è assai elevato, forse troppo, sicuramente sporcano lasciando rifiuti, sicuramente non si pulisce, la strada da accesso è invasa da macchine, crendo ingorghi e difficoltà ai residenti. Quindi una limitazione ad un certo numero di persone giornaliere potrebbe anche essere necessaria, però non lo limiteranno  e basta lo metteranno a pagamento. Come se con il pagamento il problema fosse risolto. Quindi è tutto un fatto di soldi, di affari.
    Su questo esempio, adesso gli altri sindaci confinanti, fiuteranno l’affare, e magari metterenno il biglietto per accedere a sentieri e pareti per scalare.

  35. 12. Crovella hai solo ripetuto quello che avevi già scritto, ma non hai spiegato perché dovremmo autolimitarci. Attendo fiducioso.
     

  36. Alberto, sono tantissimi i luoghi non visitabili senza un permesso o un biglietto, se non addirittura preclusi al pubblico. E’ una tendenza dilagante che bisognerebbe tentare di arginare, invece di alimentarla.
    Etichettare una montagna come sacra – una sola!! – è come dedicare una giornata mondiale a un qualche aspetto. Ci si pensa quel giorno lì e poi più.

  37. Mi riesce arduo spiegare un concetto lapalissiano. Ci provo: diciamo che io potrei andare in montagna 100 volte/anno, ma, per contribuire ad alleggerire il peso antropico sull’ambiente, mi auto-limito e decido (di mio iniziativa, non perché qualcuno me lo impone) di andare in montagna solo 50 volte/anno. Così il mio peso annuo sulla montagne è dimezzato (50 uscite sono la metà di 100 uscite). Se tutti arrivassimo a elaborare un comportamento del genere, il peso antropico complessivo si dimezzerebbe. Le montagne, che sono in affanno dopo decenni di sfruttamento a manetta, ringrazierebbero. Questo ragionamento è l’altra faccia del sapersi limitare e non metter piede su una cima. Anzi, io ritengo che l’individuazione di una “montagna sacra” (cioè una vetta da non calpestare) sia un principio etico-morale, ma un po’ astratto, mentre la sua applicazione pratica si attua proprio nel saper contingentare le proprie presenze in montagna (è scontato che vale per ogni tipologia di ambiente).  C’è ovviamente un discorso autonomo e parallelo sulla qualità di ogni uscita umana in montagna: un’uscita in stile cannibalesco provoca forse più danni (sull’ambiente) di 10 uscite di un individuo maturo, responsabile e rispettoso. Si deve quindi lavorare sulle due variabile, per alleggerire il peso antropico sulle montagne.

  38. Caro Giuseppe, se non vogliamo focalizzarci sul Monveso, perché stiamo qui a parlarne?
     
    Anche se l’articolo dice più volte che non si tratta di un divieto, nella pratica lo è e siccome sono più attenta ai fatti che alle parole (anche se ci tengo!), questo aspetto mi interessa.
    Ribadisco anch’io, visto che sono stata poco chiara, che ha poco senso invitare a non frequentare un sol luogo – visto che a mio avviso tutti i luoghi sono sacri – ma sarebbe più efficace e duraturo mostrare altri modelli di frequentazione.
    Fin dall’inizio ho obiettato a questo progetto e, ahimè, non cambio idea.

  39. Concordo con Regattin (8) e Agnese (9) .
    Più che sacro direi con RISPETTO. E’ interressante l’idea che sulla carta geografica  ci possa essere una “macchia bianca” lasciata li a testimoninaza di un limite. Ma in Italia (e non solo)  oramai la vedo dura, visto che è  stato visitato praticamente  tutto. Poichè per indole mi sento attratto dai luoghi, pareti, cime, ect.,  che non ho mai visto, e visto che in montagna cerco di andarci sempre con molto rispetto, non vedo perchè non ci dovrei andare, quando dall’altra parte, ci sono un branco di pecoroni che del rispetto se ne fanno un baffo.

  40. Penso che non basti designare una montagna come “sacra”, perché il termine è per i più vuoto. Serve un cambiamento di mentalità, serve rieducare al rispetto e al sacro, un compito molto più complesso nella società attuale che l’istituzione di una montagna sacra.
    Ogni montagna (e forma di vita) è sacra e si dovrebbe andare al suo incontro con rispetto e stupore, ed è così che, se ne avrò occasione, andrò a conoscere il Monveso di Forzo.
    Arrivando su una cima non si è conquistato proprio nulla, si può solo essere grati perché ci è stato consentito e sperare di completare altrettanto bene il ritorno. La natura (la vita) è sempre più forte.

  41. 3. Mi sfugge il motivo per il quale dovremmo limitare la presenza sui monti, la trovo una proposta assurda e priva di qualsiasi motivazione e senso logico.

  42. @5
    Aborro ogni divieto
     
    Ciao Grazia, nell’articolo viene ribadito, non una ma cinque volte, “l’assenza totale nel progetto di alcun divieto“.
    Perché parli di divieti ? Quali divieti ?
     
    Inoltre, perché questo dovrebbe implicare il disinteressarci di pianure, città, litorali o qualunque altro luogo ?
     
    Aderire a questo progetto, non significa fare “una sola cosa che aiuti l’ambiente” e “tutto il resto può andare tranquillamente a farsi friggere”, bensì acquisire la consapevolezza dell’esistenza del limite.
    Ovvero che si può anche NON fare (funivie, sbancamenti, alberghi in quota, piste da sci, eccetera), evitando di lasciare la nostra impronta in ogni dove.
     
    La c.d. Montagna Sacra, il Monveso di Forzo nella fattispecie, non ne è che un simbolo. E’ inutile focalizzarsi su di essa (che, materialmente, non è altro che un cumulo di pietre) per comprendere il senso profondo dell’inziativa, né sulla parola sacro (in quanto possibile fonte di fraintendimento).
    It’s my opinion, of course 🙂

  43. Aborro ogni divieto.

    Nel caso della Montagna Sacra, trovo che sia un estremismo pari all’invasione del turismo di massa.

    Penso che il cambio radicale di direzione debba guardare a qualunque luogo: una pianura non è meno sacra di una montagna, ma ci fa comodo disinteressarcene perché ci sono le industrie che fabbricano ogni sorta di oggetto inutile di cui ci circondiamo.

    E’ sacro un vecchio quartiere di città, ma non ci facciamo caso quando, al suo posto,  compare un insieme di grattacieli con i bar per l’aperitivo, i cinema, negozi frivoli e alla moda.

    E’ sacro un litorale, ma non ci badiamo se vogliamo stenderci su un lettino con l’ombrellone o, ancor peggio, soggiornare in un resort a bordo mare in Sardegna.

    Forse è vero che etichettare una sola montagna come sacra può essere incluso nel greenwashing che tanto dilaga di questi tempi: faccio una sola cosa che aiuti l’ambiente (come se fosse altro da noi) e tutto il resto può andare tranquillamente a farsi friggere.

  44. Mi riconosco pienamente nei concetti esposti, così come in quelli della “montagna sacra” e ben da prima che tale idea iniziasse ad esser diffusa pubblicamente. Tuttavia permane in me una profonda perplessità, collegata alla natura umana, debole per definizione (“la carne”) e le cui esigenze egoistiche ed edonistiche sono purtroppo esasperate dalla società in essere (=i diritti). In altri termini perché possa trovare diffusa applicazione l’idea della “montagna sacra”, occorrerebbe la ri-diffusione dell’autodisciplina. Se io (singolo cittadino) sono capace ad autolimitarmi in tutto, mi autolimito anche su questo punto. Altrimenti avremo pochi individui illuminati che condividono questi concetti e la massa informe che se ne sbatte. Purtroppo la società attuale spinge in direzione opposta: quando racconto che, per scelta personale, sono 15-20 anni che autolimito il numero delle mie uscite in montagna, proprio per non appesantire la mia presenza in ambiente, la reazione media è quella di ridermi in faccia. Non sono né offeso né ferito, ma il problema non è “non calpestare la vetta del Monveso”, bensì alleggerire la presenza antropica, durante tutto l’anno, su TUTTE le montagne.  Vale sia in termini qualitativi (NO cannibali), sia in termini quantitativi (autoriduzione uscite anche da parte dei fruitori seri, educati e illuminati). Se manca il concetto di autodisciplina, tutto il resto non ha una vera applicazione pratica. Occorre battere e ribattere, cosa che non mi spaventa, ma i tempi saranno lunghissimi.

  45. Sono secoli che le religioni ci invitano a riflettere sul limite e sulla alterità, direi con esiti pessimi per le stesse religioni – almeno qui in occidente.
    Qui limite è alterità vengono tematizzati in modo cosiddetto laico ma anzi molto bislacco: anzi newage. Ciò che è stato fatto uscire dalla porta del progresso vuole rientrare dalla finestra dell’insoddisfazione esistenziale che il progresso porta con sé.
    La setta della montagna sacra cerca adepti.

  46. Nella cultura laica e moderna il sacro non è sinonimo di inviolabile, come succede nelle religioni primitive che stabiliscono totem e tabù per stabilire un modello di repressione da imporre in tutta la società: come gli dèi escludono gli uomini, così i ricchi escludono i poveri. Già il cristianesimo afferma il contrario perché Dio concede a tutti di essere santi, perché tutti possono essere accolti in paradiso senza escludere nessuno. Fin dalle sue origini iI cristianesimo si oppone al feticismo dei riti pagani riservati a pochi eletti: le chiese sono aperte a tutti i fedeli che condividono la buona novella. Se Dio si è fatto uomo vuol dire che ogni uomo può farsi Dio, può diventare sacro come Dio. Fuor di metafora: in un mondo laico la montagna diventa una chiesa, un luogo dove celebrare la bellezza della natura. Nella religione cristiana come nella religione laica la partecipazione si oppone all’esclusione. Come accade nei santuari e nelle processioni nessuno viene escluso. Anche la montagna può essere un santuario che accoglie i pellegrini in processione. Come tutti possono raggiungere Roma a piedi ed entrare nella basilica di San Pietro, così tutti possono salire sul monte Bianco: basta mettersi in fila in religioso silenzio!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.