La società della paura

La società della paura
di Sergio Cabras
(pubblicato su ariannaeditrice.it il 12 novembre 2021)

Hanno paura, sono dominati dalla paura, si sentono in pericolo e cercano disperatamente di allontanare questa sensazione che tutto gli stia per franare sotto i piedi. Paura del Covid, sì, ma questo è solo il sintomo momentaneo: paura delle mille possibili pandemie che sono dietro l’angolo a causa delle condizioni di vita date da questo snaturante modello di sviluppo; dal vivere ammassati nelle metropoli; dal passare le proprie giornate sempre in ambienti chiusi ed artificiali; dal nutrirsi di cibo finto ed inquinato; dal riempire il mondo di allevamenti intensivi, terreno di coltura di nuovi virus. Si sentono accerchiati perché sanno che nessun gruppo di privilegiati ha mai potuto mantenere all’infinito la propria posizione in mezzo all’accrescersi della precarietà per l’umanità che lo circonda; sanno che la finanza virtuale alla lunga non è che una scommessa e che prima o poi la si perderà con conseguenze cataclismatiche. Intuiscono, in cuor loro, di non avere un futuro né di poterlo lasciare ai posteri, dato che ogni logica dice che un’economia votata alla crescita infinita in un pianeta finito non può portare che all’autodistruzione; perché i segni che il clima sta cambiando sono ogni anno più violenti ed una volta tanto non è un problema che colpisce solo i Paesi poveri, ma sanno altrettanto bene che questo Sistema non è in grado di trovare una soluzione senza con ciò negare sé stesso.

L’urlo di Edvard Munch

Sono letteralmente imbevuti di paura, ma non lo ammetterebbero mai perché, come è possibile che tale sia la condizione di chi si vede all’apice dello sviluppo e dell’evoluzione, creatore del migliore dei mondi possibili che va costantemente verso il “meglio”? Ovviamente non può essere possibile e quindi è solo un momento di passaggio e serve ancora più sviluppo, ancora più progresso: la tecnologia ci salverà, e la Scienza, la Scienza! Bisogna crederci nella Scienza e nei suoi sacerdoti accreditati (da chi?… beh, se ci chiediamo qualcosa sui criteri di accreditamento, qui già il discorso diventa un po’ meno scientifico… ma comunque…), bisogna crederci ciecamente, come ad una fede religiosa (anche perché per la maggior parte non avremmo le competenze per valutare la credibilità di ciò che ci dicono) e quindi non ostacolarne il cammino, ovvero adeguarsi alle esigenze dell’implementazione su scala di massa delle (sempre nuove) tecnologie, che sono la Scienza incarnata. Queste hanno il loro modo di funzionare e formano un sistema integrato, che funziona tutto insieme e siamo noi, che lo capiamo o meno, che ci piaccia o no, a doverci adeguare ad esso, altrimenti c’è rischio di incepparne il meccanismo e con ciò metterci contro la sicurezza ed il progresso di tutta l’umanità.
Ma la linea di evoluzione possibile delle tecnologie è una sola? Non dipende dagli interessi e dai profitti che ci sono dietro? E non vale lo stesso per la direzione delle ricerche scientifiche? E poi l’evoluzione può essere solo materiale, tecnica?
Cosa ne è dell’essere umano in quanto essere senziente, vivente e cosciente, ancora sostanzialmente lo stesso di quello che era millenni fa?
Essere governati da una sorta di megamacchina richiede un alto e sempre crescente livello di standardizzazione, il che a sua volta antepone le esigenze della macchina a quelle dell’umano e vede perfino quest’ultimo in termini di tecnica.
Qualcuno parla di transumanesimo, ma io lo chiamo disumanesimo.
Prendere questa direzione e proseguire in essa è qualcosa di “scientifico”?
No: è una scelta (consapevole o inconsapevole che sia). Ed è una scelta determinata da un atteggiamento fideistico nel progresso non umano ma tecnologico, rinunciando peraltro ad una visione critica delle dinamiche di potere, di interesse ed arricchimento che gli stanno dietro.
È una scelta che mostra chiaramente che non si sa immaginare nessun’altra strada al di fuori di quella che ci ha portato a questa situazione di paura e di pericolo autoprodotto in cui siamo e a tutta questa spaventosa ingiustizia. Non si sa, ma anche non si vuole immaginare un’alternativa.
E la paura cresce, perché è chiaro, in realtà, che questa strada non funzionerà: non fa che riprodurre ed aumentare le cause dei problemi; perché mai dovrebbe funzionare? E, come sempre avviene, tanto più si ha paura, tanto più si cerca sicurezza: si inaspriscono le limitazioni alle libertà, si cerca di abolire le forme di autonomia individuale, sia di pensiero che economiche, di abolire ogni variante umana; si impone la messa in riga di ognuno ed ogni cosa con i dispositivi del controllo centralizzato e telematizzato (dal pass – oggi green, domani qualcos’altro -, all’abolizione del contante, al riconoscimento facciale, al credito sociale, ai microchip incorporati, alle nanotecnologie, all’ingegneria genetica…). E, naturalmente, come sempre è stato, invece di fermarsi a chiedersi com’è che nonostante questa immensa potenza nel creare dispositivi per la sicurezza ci ritroviamo sempre più insicuri, si preferisce trovare il capro espiatorio in chi rifiuta di adeguarsi ed integrarsi in questo sistema assoluto di controllo. Per quanto pochi siano: si dice ad un tempo che si tratta di una infima minoranza residuale di gente fuori dal tempo e dalla realtà, un relitto della Storia, in sostanza, e però pare abbiano lo stesso la capacità di mettere a rischio tutta questa grande impresa che l’umanità è chiamata a realizzare e vanno convertiti… se non eliminati o quantomeno del tutto esclusi. Ed è paradossale che, in una società in cui si fa a gara a trovare sempre nuove categorie di minoranze che vanno riconosciute, valorizzate ed incluse… proprio solo verso chi resiste alla nuova crociata che prelude al transumanesimo oggi ai suoi albori sia pubblicamente accettato rivolgere atteggiamenti e perfino minacce di stampo sostanzialmente razzista, se non fosse che qui non si tratta di razza ma di opinioni e comportamenti, peraltro tuttora legalmente legittimi.
La paura rende ciechi, soprattutto rispetto a ciò che non si vuol vedere. Anzi, la paura è proprio il non voler vedere. E ciò che non vogliono vedere è che questa forma di “civiltà” (se ancora si può usare questa parola per essa) con la quale si identificano è alla sua fine. È evidente, per chi non si rifiuti di vederlo, che non è sostenibile e questa non è solo una parola di moda: significa che non può continuare, che non ha un futuro e che non sono sufficienti piccoli cambiamenti (sui quali peraltro nemmeno riescono a mettersi d’accordo, come dimostrano le varie COP, arrivate oggi alla 26esima senza ancora reali risultati) ma è indispensabile una rifondazione radicale.
C’è qualcuno che è in grado di progettarla e mettere un tale progetto in pratica? Non credo proprio.
Occorre iniziare dissociandosi di fatto da questo modello di società, creando, in mille forme diverse che ognuno sceglierà o saprà trovare, una graduale, crescente autonomia, ma che sia reale, strutturale: non fatta solo di opinioni, bensì di scelte di vita. Non lasciamoci fregare da chi dirà che non è possibile al 100% o che le cose sono più complesse e ci vuole “ben altro”: non occorre farlo né subito né al 100% (basterebbe molto meno per togliere il sostegno di fatto necessario al Sistema per sostenersi sui nostri comportamenti economici) e certamente ci sono aspetti molto complessi, ma non c’è bisogno di ignorarli per cominciare a fare ciò che si può per sottrarre sé stessi dal sostegno di fatto al Sistema e recuperare pezzi di autonomia: chi parla così in genere sta solo cercando giustificazioni alla propria inerzia ed, ancora una volta, alla propria paura.
Bisogna avere coraggio e fiducia nella propria capacità e di ciò che, con pazienza, si può realizzare nel tempo: come erano capaci di fare una volta i contadini, senza tanti strumenti né istruzione sapevano superare difficoltà enormi e vivere, vivere e vivere, senza paura.
Attenzione, perché con questa storia del progresso, della tecnica, e del pensiero sofisticato ci hanno fatto sentire superiori, evoluti forse, ma ci hanno fregato alla grande.

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La società della paura ultima modifica: 2022-02-08T04:00:00+01:00 da GognaBlog

27 pensieri su “La società della paura”

  1. 27
    Alberto Benassi says:

    Marco, non mi dimentico. Purtroppo.
    Se mi dimenticassi vivrei meglio.

  2. 26
    marco vegetti says:

    Alberto, mi rifacevo solo a un detto comune. Ma la sottile vena sarcastica ti fa dimenticare che i famosi scaricatori di porto non sono tutti come Puzzer: la maggior parte lavorava tranquillamente, sia a Trieste che a Genova e Savona. Si fanno il culo quadro, per noi, da sempre, ma sembra che qualcuno se ne sia ricordato solo quando il buon Puzzer ha cominciato la sua cantilena. Messo da parte dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi… 

  3. 25
    Alberto Benassi says:

    Al di là delle belle parole, è uno scaricatore del porto, solo più “acculturato”.

    ci vuole rispetto per gli scaricatori di porto. E’ grazie a loro che arrivano e partono  le merci.
    Anche se  sono stati prima ben inzuppati,  zittiti, poi confinati. Ed infine sono scomparsi.

  4. 24
    Roberto Pasini says:

    Caro Fabio, come tu sicuramente avrai notato, può succedere che tra i 60 e i 70, i vecchi maschi alfa sul viale del tramonto diventino rissosi, risentiti, aggressivi, reattivi e fieramente oppositivi alla contemporaneità, considerata decadente e corrotta rispetto all’età dell’oro della giovinezza, e si cerchino costantemente un avversario con il quale ingaggiare rituali virtuali di lotta dura senza paura. Un rigurgito finale di testosterone, a volte accentuato da patologie emorroidali, prostatiche o cardiocircolatorie, prima della pace finale dei sensi 😀 sono ragazzi 😀 

  5. 23
    Fabio Bertoncelli says:

    «Ma allora sei proprio un coglione.»
    «Scusa, volevo dire che sei da Rete4.»
    … … …
    Caro Lorenzo, dire a uno che «è da Rete4» non è offesa da poco! 
    Insomma, “xe pèso el tacòn del buso”.  😂😂😂

  6. 22
    Roberto Pasini says:

    Caro Marco, anima candida e illusa, tu cerchi un progetto politico la’ dove palpita un’emozione, ti avrebbe detto il colto e raffinato zio, di cui conservo ricordi giovanili geimonattiani. Viviamo di emozioni, che arrivano da tutta la rosa dei venti, a volte deboli a volte incontenibili, a volte provenienti da baie nascoste. Non hanno una finalità pratica specifica all’origine, ma sono materiale possente che poi spesso viene usato da qualche astuto timoniere per costruici qualcosa di molto concreto, a volte nel bene e a volte nel male. Putroppo non sempre il colore e la direzione che assumono quando passano dall’individuo al collettivo, soprattutto se c’è di mezzo un pifferaio “corrotto” e “vizioso” è quella che si aspettavano coloro che le avevano messe sul piatto, sinceramente, con il cuore in mano. E con quella faccia un po’ così, noi che siamo stati in Piazza Santo Stefano (anche se in tempi diversi) lo abbiamo visto coi nostri occhi e prima di noi i nostri padri. Tu puoi avvertire, ricordare i precedenti e gli errori, appellarti alla Ragion Pura, raccomandare focalizzazione,concretezza, realismo, ma rischi di essere considerato un noiso guastafeste, un pompiere, se non un complice, un infame traditore di sogni e speranze.  Come dice Brunetta nell’imitazione di Crozza, con comica e insistente ripetizione, come un pappagallo meccanico, non si interrompe un’emozione, non si interrompe un’emozione, non si interrompe un’emozione….rassegnati amico mio di penna virtuale e fai riti propiziatori agli dei pagani dell’antichità perché ci diano una mano a venir fuori da questi due anni senza troppi danni individuali e collettivi. Anche il blog avrebbe bisogno di aria fresca e di togliersi le mascherine che nascondono spesso  i veri volti delle persone. Ciao. 

  7. 21
    lorenzo merlo says:

    Sì, scusa, volevo dire che sei da Rete4.

  8. 20
    marco vegetti says:

    Come era? Non bisogna giudicare… Pretendi che io, a cui va bene il sistema come è, ti dia alternative? Proponile tu. E non ti permettere di insultare la gente, grazie. Alessandro, leggere che “sono proprio un coglione” non mi piace: chiedi a Merlo di essere più civile, grazie. A lui nessuno si è mai permesso di arrivare ad insulti così. E così poco “elevati”. Al di là delle belle parole, è uno scaricatore del porto, solo più “acculturato”.

  9. 19
    lorenzo merlo says:

    Ma allora sei proprio un coglione.

  10. 18
    marco vegetti says:

    E intanto da sotto il ponte non cambi niente di niente. Io non ho alternative, cretino come sono, come farei ad averne? Siete voi a spalare m…a senza dare un cenno di possibilità alternativa: voi sollevate il vespaio (bene), voi offrite una alternativa (grazie). A leggerti/leggervi, sembra che solo una sollevazione popolare possa cambiare qualcosa, ma non avete le palle per affermarlo. E chi la guiderebbe mai? Montanari? Casapound? Ariannaeditrice? E’ una pratica molto italiana tirare il sasso e levare la mano…

  11. 17
    lorenzo merlo says:

    Un popolo che rifiuta, che s’indigna, che rimanda al mittente la scheda, ha in sé la creatività per generare alternative.
    Quelle che penso io non contano nulla.

    La domanda è doppia.
    Una è, vabbé, indignarsi e poi?
    Che è quella che poni.
    L’altra è da porre: vuoi alimentare quello che c’é?
    Perché è questo che comporta il nostro voto.

    In nessun modo voglio sapermi fautore della vergogna culturale, politica, istituzionale, amministrativa che tutti possiamo osservare.
    Preferisco finire sotto un ponte piuttosto che sospettarmi fautore morale di quanto lascio a chi viene dopo.

  12. 16
    marco vegetti says:

    OK, Lorenzo. E l’alternativa? Indignarsi, come hai scritto altrove? E a che cosa porta indignarsi? cambia qualcosa?

  13. 15
    Alberto Benassi says:

    Rifiutare la tessera elettorale non è astenersi.

  14. 14
    lorenzo merlo says:

    Il primo Mario era Marco. Sorry.

  15. 13
    lorenzo merlo says:

    Mario, contro chi si bura del parlamento, contro chi comanda la comunicazione che fai?
    Il voto neppure più nominalmente ha valore.
    Comunque Mario esprime assai meglio di me lo stato delle cose.
     

  16. 12
    Mario says:

    Credo che le democrazie degenerate siano il regime peggiore possibile perché non consentono alcuna possibilità di uscita o alternativa. Non serve votare non serve astenersi non serve opporsi a leggi ingiuste si può soltanto seguire il flusso totalitario degli eventi decisi altrove .. E c’è pure chi ti dice che non puoi pensare o agire (nemmeno legalmente) fuori dal coro…ti vogliono dentro il flusso della cloaca in cui evidentemente stanno bene

  17. 11
    marco vegetti says:

    Però, Lorenzo, Fabio ti chiede una alternativa. Non la dai. E l’astenersi, purtroppo, porta solo al peggio, ovvero (relativamente) esigue minoranze che votano comunque (non sto a giudicare) scelgono persone che faranno le leggi cui si deve sottostare. Poi, però, non vale protestare perché quelle leggi non piacciono: sono leggi, e come dice l’ex-osannato Cacciari, le leggi valgono e si seguono, altrimenti si prova a cambiarle. Ma lo si può fare, come ti ha spiegato Fabio, solo con un voto diverso o un referendum. Le chiacchiere sul web non cambiano nulla.

  18. 10
    lorenzo merlo says:

    E poi.
    Che fare con la comunicazione in mano loro?
    Che fare con primi ministri calati dal baro?
    Che fare con un voto che è più simile a una farsa che un esercizio di democrazia.
    Hanno esautorato il parlamento tutte le volte che hanno voluto.
    Non lo faranno più?
    Hanno esautorato lo statuto dei lavoratori.
    Lo ripristineranno?
    Hanno calpestato la Costituzione.
    Se ne pentiranno?
    Se eleggi, eleggi servi.
    Vota. Ma lo farai per inerzia? O convinzione?
    Hanno stracciato diritti inalineabili in democrazia, quindi?
    Quindi la democrazia che pensi non è quella che ci fanno credere ci sia.
    Non sono Stalin né Pol Pot?
    Argomento povero.
    Ora il metodo è l’abbondanza non la privazione, è sottile non crasso, ma è ugualmente esiziale.
    L’alienazione cresce, il debito cresce, la disoccupazione cresce, il potere d’acquisto si riduce, l’odio sale, tutti i problemi non hanno possibilità di ridursi e tutti saranno pagati da noi e soprattuto dagli ultimi.
    Votate.
     
     
     

  19. 9
    lorenzo merlo says:

    Non ci avevo mai pensato. Bello!

  20. 8
    Alberto Benassi says:

    io non dico di non votare. Dico che bisognerebbe fare un passo ancora più in avanti:  respingere al mittente la scheda elettorale, perchè questo strumento che certifica il diritto al voto è un  documento senza valore, perchè il diritto/dovere che rappresenta e l’espressione che ne deriva dall’urna,  non sono rispettati.

  21. 7

    Fabio,
    mi sorprende nel leggere che ti riferisci al nostro paese come a una democrazia.
    Se fosse così, non staremmo nuotando nella palude in cui ci troviamo.
    Certo, la responsabilità è solo nostra se abbiamo deciso di seguire un cieco che ci porta verso il baratro, ma tant’è.
    Ma non mi dirai che hai fede nella regolarità e veridicità delle elezioni? Ti prego, no…

  22. 6
    lorenzo merlo says:

    Quel disgusto ti ha impedito di votare.
    Pari disgusto impedisce di votare a chiunque.
    Ti sei pentito? Bene. Io mai.
    —-
    Il mio “votate”, bene interpretato da te, è anche, per me, sarcastico.
    Chi vota per le regioni che dici, che tutti conosciamo e ne rispettiamo la portata storica, davanti a ciò che sta succedendo, deve, a mio parere, essere riduscusso.
    —-
    I 5Stelle sono l’ultima eclatante espressione di cosa significhi entrare in un ambiente estraneo ai suoi stessi elettori (purché non del Pd, Lega e associati).
    Chi più di loro ha tradito? E chi più di loro è in sella? E chi più di loro ci resterà?
    —-
    Certo, votare il meno peggio ha molti argomenti – ma, a questo punto, soltanto inerziali – per essere lo slogan di tutti gli aventi diritto non allineati ai partiti di governo.
    Il punto è che a furia di inerzia la soglia è sempre più bassa e la rana esce bollita dalle urne.
    Un’astensione è vero, regala il 100% ai farabutti, ma è altrettanto vero che diviene una fucina produttiva di alternative in modo direttamente proporzionale all’astensione stessa. Questo è il significato del mio “votate”.
    —-
    Infine lo stupido orgoglio, o nientaltro che il rispetto dei miei – e non solo – principi, di poter dire la verità come verità e non come slogan: quelli non mi rappresentano.
     

  23. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, in vita mia ho sempre votato. Tranne una volta, a tal punto ero disgustato. Però poi me ne sono pentito e mi sono detto: «Ho sbagliato. Mai piú!».
    Sappiamo che siamo governati e amministrati da cialtroni (eufemismo…). ma ci sarà pure un partito o, meglio, una persona meno peggio degli altri. Badate: non ho detto di votare il migliore, ho detto di accontentarsi del “meno peggio”. Tutto qui.
    … … …
    Alla Camera si eleggono 630 deputati (dalla prossima legislatura saranno molti di meno). 
    Non esiste una legge che dice: «Col 100% dei votanti i deputati sono 630, col 50 %  dei votanti i deputati eletti saranno solo il 50% (315), e cosí via in proporzione». Se esistesse, allora le ragioni dell’astensione –  e della protesta – sarebbero comprensibilissime e sacrosante! Ma ora viene occupato in ogni caso il 100% dei posti a disposizione. E, se non votiamo, forse in Parlamento andranno a comandare proprio i peggiori. Sarà pure colpa nostra!
    Il “meno peggio”! Accontentiamoci di quello, piuttosto che niente.
    E scegliamo le persone, non i partiti.
     

  24. 4
    Alberto Benassi says:

    Fabio, il voto è stata una grande conquista.
    Il problema è che oggi non conta più nulla.

  25. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Lorenzo, permettimi di confrontarmi con te, sintetizzando al massimo i concetti.
     
    Sono franco: non riesco a comprendere la tua idiosincrasia per il voto. Le ragioni sono le seguenti:
    1) Abbiamo la rara fortuna di vivere in regime di democrazia, conquistata dai nostri avi al prezzo del loro sangue e della loro vita.
    2) In democrazia il popolo non può esprimersi altro che con le elezioni e col referendum, non con le adunate oceaniche di mussoliniana memoria, non con le deliberazioni di un comitato politico di gerarchi comunisti, non con i sermoni di un prete, di un ayatollah o del papa.
    3) L’ideale sarebbe il referendum, forma esemplare di democrazia diretta. Però esso è realizzabile solo nelle piccole comunità, per ragioni di costi e di mera possibilità pratica. Tra i popoli, considerati i grandi numeri in gioco, non lo si può realizzare sempre, ma solo poche volte. È per tale motivo che esistono i parlamenti e le elezioni.
    4) Pertanto nella nostra società la volontà popolare può esprimersi quasi solo tramite le elezioni, per banalissime ragioni pratiche.
    5) Quindi democrazia ed elezioni (e referendum) sono quanto di meglio al momento sia stato inventato dall’uomo.
    6) Se qualcuno ha scoperto qualcosa di meglio, si faccia avanti!
     
    Ciò che tu contesti, invece, mi pare un’altra cosa, ovvero il DEGRADO del parlamento e dei partiti. Noi dobbiamo combattere il degrado del parlamento, NON l’istituzione del parlamento.
     
    Come combattere il degrado? Con la partecipazione, con la protesta, con il voto. NON con l’astensione: con quella vanno al governo lo stesso.
    C’è poi chi combatte con le armi, e si chiama rivoluzione. Pur considerando la grave situazione attuale, mi pare però che al momento sia davvero eccessivo.
     
    Riflettici. Poi, se vuoi, spiegami meglio le tue ragioni. Apprezzo la tua passione e il desiderio di pulizia morale. Grazie.
    Con simpatia.
     

  26. 2
    lorenzo merlo says:

    Votate. Votate. Votate. 

  27. 1
    Massimo says:

    – Concordo in pieno con l’analisi; siamo un treno lanciato alla massima velocità diretto contro un muro …

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