Metadiario – 177 – Le cattedrali nel deserto (AG 1994-005)
“Questa valle (la Valgrisenche) è come quella di Rhêmes lunga e stretta, diretta da sud a nord ma con andamento alquanto sinuoso, e soprattutto di aspetto severo, finanche orrido, selvaggio, squallido. Nella parte inferiore, fin sopra il paese che ha pure nome Valgrisenche, è tutta a balzi, dirupi e forre, e poco appare di spazio coltivato, onde il viaggiatore ne riporta un’impressione di tristezza cui non vale a dissipare qualche istante di più placido e sereno orizzonte. Nella parte superiore è un continuo succedersi di picchi e costiere, di ghiacci e morene, e le cui falde si disputano lo spazio i pascoli, le frane e i burroni rovinosi (Cesare Ratti – Francesco Casanova, Guida illustrata della Valle d’Aosta, Casanova, Torino, 1888)”.
Così la descrizione dei primi viaggiatori figurava una valle aspra e severa, che le rovine del Castello di Montmayeur anche allora contribuivano ad incupire.
Eppure, grazie alla facilità di passaggio offerta dal Col du Mont, la valle era abitata già due secoli prima di Cristo: i Ceutroni infatti, provenienti dalla Tarentaise, ne avevano occupato la parte alta e si erano stabiliti a Fornet.
Il rifugio Mario Bezzi

Il canonico Pierre-Joseph Béthaz scrisse di un’usanza che sconfina con la leggenda: siccome in valle non v’erano chiese, gli abitanti di Valgrisenche salivano fino al Col du Mont e là pregavano in unione con i fedeli di Villaroger in Val di Tigne. All’inizio della Messa una bandiera era issata sul campanile, ben visibile dal valico: poi, al termine della cerimonia, era ammainata. E ancor oggi quel luogo vicino al Col du Mont si chiama Plateau de l’Eglise.
In seguito, sempre a causa dell’importanza strategica, tra il 1792 e il 1800, la valle fu teatro di guerra, con grandi devastazioni al territorio e danni enormi per gli abitanti.
Oggi l’impressione di cupa wilderness e di sanguinosi accadimenti del passato si è attenuata: belle montagne, bei boschi, prati e villaggi non la differenziano da altre valli dalle vicende più fortunate.
Ma al di là dell’aspetto superficiale, a un viaggiatore attento e sensibile, alcuni fatti macroscopici e molti piccoli particolari confermano il disagio antico.
Marco Milani, Popi Miotti ed io giungiamo il 26 aprile 1994 a Bonne, l’ultimo dei paesini della valle. Si sente nell’aria una prima impressione strana, di ostracismo, quasi che il fatto di non appartenere al Parco Nazionale del Gran Paradiso ponesse la valle su un piano inferiore ad altre, per esempio alla vicina Val di Rhêmes.
La mancanza di impianti di risalita, a parte le inoffensive piste di Bénevy, impedisce il confronto con la vicina Valle di La Thuile: e non sono certo i brevi anelli di sci di fondo (Chez Carral) a far recuperare il distacco.
Ecco allora che si può creare negli abitanti un complesso di inferiorità, una sensazione di abbandono e di esclusione che non è difficile da percepire.
Molto al di sopra di Bonne, buona base per la salita alla Testa del Rutor, c’era fino a qualche anno fa il rifugio Clea Scavarda: è bruciato, e di conseguenza nessuno è salito più al Rutor dalla Valgrisenche fino a che al suo posto non è stato costruito (nel 2005) il rifugio degli Angeli del Morion. Questa località è una delle preferite dell’eliski: coloro che da quelle parti si fanno depositare dall’elicottero scendono veloci e a Bonne si fermano qualche minuto al bar prima che il taxi o gli amici li riportino a valle. L’eliski non è mai stato fonte di vero reddito per i valligiani.
Il bacino di Beauregard

Oltre a tutto ciò, la grande diga del bacino di Beauregard incombe al di sopra: riusciamo a salire in auto i tornanti che portano al ciglio.
Il ciclopico sbarramento fu costruito nel 1952-53. Una volta colmato, il bacino sommerse cinque villaggi, il più importante dei quali era proprio Fornet, con il suo aguzzo campanile. Dopo un breve periodo di utilizzo dei 70 milioni di metri cubi d’acqua, l’invaso venne notevolmente ridotto (due terzi in meno), a causa dei pericoli che la permeabilità del terreno creava. Ma intanto gli abitanti di questa parte alta della vallata erano stati costretti a emigrare, molti lontano. Al danno enorme si aggiunse la beffa terribile di rivedere, dopo solo pochi anni, riemergere buona parte delle case che avevano dovuto essere sacrificate.
In salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet, 27 aprile 1994. Foto: Marco Milani.

Sulla riva sinistra del lago, lungo e stretto e in questa stagione praticamente asciutto e ghiacciato, corre in piano una strada carrozzabile ingombra di neve. Calzati gli sci, la percorriamo interamente fino al fondo del bacino, sette chilometri dopo.
I ruderi di Fornet sono la testimonianza di quanta stupidità e approssimazione abbiano governato in passato, una conferma lì da vedere di quanto siano profonde le radici del dissennato sfruttamento del territorio che imperversa ancor oggi. Fornet è una pagina di dolore, ma soprattutto di vergogna. Questa è la prima cattedrale nel deserto, cioè un’opera gigantesca quanto inutile, che mai servirà da luogo di culto e di religione semplicemente perché nel deserto non v’è alcuna folla di fedeli.
Il crepuscolo ci sorprende giusto a Usellières, quando finalmente e pian piano cominciamo a salire per inoltrarci nella valle sempre più stretta dai fianchi ripidissimi. La notte arriva in breve, continuiamo alla luce delle pile frontali, ciascuno col suo ritmo, in pratica da soli. La luna deve ancora apparire, se ne intravvede il chiarore solo oltre la sommità dei versanti della valle, bastioni che ostruiscono ogni tentativo di sguardo lontano.
A ogni balza nevosa del fondo valle si spera di scoprire più chiarore, quando improvvisamente i riflessi di una luce giallastra appaiono sul versante orientale. Quella non è la luna, quelle sono le luci del rifugio Mario Bezzi.
Il rifugio ci accoglie dunque con un accecante faro giallo tanto potente quanto inutile, anche se ci permette di spegnere le nostre pile.
Ci accorgiamo che il rifugio è stato di recente ampliato, praticamente rifatto. L’architettura è di buon gusto, certi particolari sono assai piacevoli. Ma ciò che sorprende sono le dimensioni. In tutto siamo sette sciatori, oltre ai custodi che gentilmente ci accolgono nonostante l’ora tarda e ci servono la cena. Ma sala da pranzo, corridoi e più di tutto le numerose stanze testimoniano una mania di grandezza con pochi paragoni.
Di primavera non credo siano molti a salire con le pelli di foca fin quassù, forse il lungo e noioso bacino di Beauregard non invita. In estate, quando si può arrivare in auto a Uselliéres, folle di gitanti si spingono a gite in giornata fino al rifugio, senza però fermarsi a dormire.
Fulcanelli

A noi sembra la seconda cattedrale nel deserto. Questa è una valle che ci offre grandi spunti di meditazione, perché accanto a un deserto Plateau de l’Eglise, che ancor oggi comunica fede e spirito, convivono almeno due orgogliose cattedrali senza misteri, a riprova evidente che “la Natura non apre a tutti, indistintamente, la porta del santuario (Fulcanelli)”. Nel gennaio 2012 il rifugio Bezzi è stato colpito e assai danneggiata da una valanga.
È inutile dilungarsi sul significato del termine “cattedrali nel deserto”; in Italia ben lo conosciamo, avendo un’esperienza che va da Gioia Tauro alle Alpi. Inutili colate di cemento, edifici sovradimensionati e superflui costellano il nostro paese arrivando persino nelle valli più remote. Non siamo favorevoli a questi esempi di modernità, eppure in Valgrisenche il rifugio Bezzi, che appartiene a quelle deprecate opere, ci è sembrato speciale.
A volte infatti le cattedrali nel deserto sono lì perché il pellegrino vi giunga con stenti e fatiche trovandovi insieme pace di corpo e di spirito, al termine di un lungo cammino di penitenza.
E come fu lunga quella sera! Interminabile la strada che costeggia il lago artificiale, in parte innevata e in parte no, così ogni tanto eravamo costretti a togliere e poi rimettere gli sci. Poi la strada sembrava salire, ma era un’illusione: ogni metro di dislivello si guadagnava a prezzo di numerose falcate in falso piano. Del rifugio nessuna traccia; te lo aspettavi oltre il gomito che la valle compie più avanti e invece mai niente.
Il ritmo di camminata, la solitudine dei luoghi, il fruscio degli sci sulla neve dura e il peso degli zaini cominciavano a entrarti nella mente e ti sembrava di essere condannato a viaggiare per l’eternità. Poi infine, quasi castello disincantato, oltre un gobbone ecco il rifugio, grande, brillante, profumato di cibo e di legno: mai “cattedrale nel deserto” ci parve più tollerabile.
Il giorno dopo salimmo al Mont Vaudet 2652 m, ritrovando finalmente quella dimensione di montagna che cercavamo.

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Sono stato una volta sola al Bezzi, era fine giugno del 2011 quindi prima della valanga che lo ha danneggiato. Era l’inizio della stagione estiva e, nonostante fosse domenica, ricordo solo noi due e due francesi che avevano valicato il confine. In quell’occasione ho avuto proprio l’impressione di un rifugio sproporzionato. Se invece durante la stagione sci-alpinistica è sempre pieno … sarei contento per i gestori e mi dispiace che il rifugio sia stato colpito dalla valanga perché li avevamo promossi in pieno quanto a cortesia e disponibilità.
da appassionato di scialpinismo ci son stato 4 volte al Bezzi: a parte una volta che il meteo era cattivo, ho visto sempre un rifugio imballato di gente. Certo, italiani pochi perchè il boom dell’italica pelle di foca è pur sempre una moda, e in quanto tale il far fatica guadagnandosi ogni centimetro di avvicinamento è “poco social”. Però ci ho sempre visto tantissimi francesi e ancora inglesi, norvegesi, olandesi…