“Lungo la sua strada, Curnis ha incrociato i volti, le parole, i gesti e i sentimenti dì un secolo (un secolo!) di grande alpinismo italiano…”.
Le “Diciotto castagne” di Mario Curnis
di Angelo Ponta
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)
Non ditegli che ormai lo conoscono tutti: vi risponderà che non vede cos’abbia di speciale la sua vita. «Ho fatto lo stesso lavoro, il muratore, per più di 50 anni. Ho dedicato il tempo libero, quando c’era, a una passione a volte costosa e a volte rischiosa: la montagna. E ho amato l’uno e l’altra. Punto». Sì, però… Però la storia e la vita quotidiana di Mario Curnis sono più speciali di quelle di tanti personaggi che si esibiscono per mestiere, ma hanno poco di “vero” da raccontare.
Tanto per cominciare, parlando di lui è difficile non pensare ad alcuni degli uomini con cui ha diviso ore o mesi, tende o rifugi: da Riccardo Cassin a Simone Moro, passando per Bonatti, Messner, Casarotto e tanti altri. Questo significa che, lungo la sua strada, Curnis ha incrociato i volti, le parole, i gesti e i sentimenti di un secolo (un secolo!) di grande alpinismo italiano.
Poi, ovviamente, gli anni sono passati e certe montagne si sono fatte… più lontane. Ma se l’età gli ha ristretto i confini, a quanto pare ha allargato il suo sguardo: così, a questo punto della sua vita, Mario ha condiviso con noi i suoi pensieri…
Non è un libro sull’alpinismo, quello che ha scritto nel 2022, alla bella età di 86 anni. È vero però che, nel suo Diciotto castagne, la montagna è ovunque. Vi sale, in cerca di legna e castagne, il bambino affamato nella Nembro degli anni Quaranta; vi trova la libertà il giovane muratore del dopoguerra; sempre più in alto e sempre più lontano si spinge l’adulto, grazie al tempo e al denaro conquistati lavorando; e anche quando i rovesci della vita gli tolgono denaro e salute, è ancora in montagna che l’anziano Mario trova prima la salvezza e infine la felicità.
Ci sono libri che sembrano raccontare due vite. In primo piano quella del loro autore, certamente, ma sotto sotto anche quella di chi legge: la vita che facciamo, quella che potremmo fare. Diciotto castagne è uno di questi libri: è un’autobiografia, ma parla anche di noi. Mi piacerebbe riuscire a spiegare perché.
Cominciamo col dire che Curnis ha sempre affrontato i propri guai senza rassegnazione, anche quando tutto sembrava naufragare. Lo vediamo in Himalaya, durante la ritirata dal Makalu, quando continua a trascinarsi nel gelo pur essendo ormai sicuro di andare verso la morte. Succede così anche quando il fallimento economico gli toglie tutto (tutto!) e anche la salute lo abbandona, ma lui, piuttosto che commiserarsi o macerarsi nella rabbia, si isola in un alpeggio ad accudire cento capre. Capre non sue, ma preziose, perché il loro silenzioso affetto gli restituisce il senso della vita. Fino a quando, proprio come un naufrago che raggiunge la riva, Mario approda con l’amata Rosanna sull’isola in cui ora vive. Che poi non è un’isola ma un’oasi, una baita fra i prati e i boschi di San Vito, sopra Nembro.
Prima lezione, dunque: Mario ha provato la fame, ma ha sempre avuto anche una rabbiosa fame di vita. Non ha mai perso la voglia di combattere, e quando è stato lì lì per cedere ha reagito facendo. Inoltre, ha sempre vissuto con consapevolezza, mai passivamente, mai accettando di fare o non fare qualcosa solo perché “così va il mondo”. Anche le condizioni più estreme le ha affrontate ragionando con la propria testa.
Seconda lezione: si può dire che Mario ha trovato la propria completezza quando si è ritrovato senza il superfluo (anzi: senza più nulla). Per questo il suo è un elogio della vita semplice: è quando hai perso tutto che capisci se ciò che hai perso valeva qualcosa, capisci che cosa ti serve davvero, scopri magari che ti basta poco e che molto di ciò che ci rende felici è gratis. Perché si può vivere come si va in montagna: con il minimo indispensabile e un po’ di umiltà e di attenzione. Alleggerire lo zaino, rinunciando alle comodità, aiuta a riempirlo di bellezza e di libertà. Mario ha imparato che il possesso è una sicurezza fatta di aria fritta, e così ci offre le sue lezioni di sopravvivenza: curare una casa e le sorgenti, godersi il bosco.
Walter Bonatti diceva che “l’esplorazione” può essere vissuta anche nella natura dietro casa, a patto di affrontarla con le nostre sole forze, risolvendo gli imprevisti con la nostra inventiva, ritrovando quegli istinti che il progresso ha soffocato. In questo senso Curnis è il più bonattiano di tutti: lui intorno alla sua baita ritrova se stesso ogni giorno. Mario e Rosanna nell’avventura ci abitano: l’avventura del vento e della neve, delle stagioni e del bosco, delle notti, degli incontri con gli animali. Il silenzio, il camino. Sono persone concrete, non vivono sulle nuvole, ma provano tenerezza e rispetto di fronte alla vita, a ogni singola vita, a quella di un gatto e di una foglia; non pensano di avere più diritti di quanti ne abbia una vipera o un cinghiale: si sentono vite tra le altre.
Il loro modo di fare ci ricorda quel patto con la natura che noi “cittadini” abbiamo stracciato, rifugiandoci nelle comodità di un mondo artificiale, sicuri che l’acqua uscirà sempre magicamente dal rubinetto anche se non sappiamo più da dove arriva. Ma queste sono sicurezze fragili, e ce ne stiamo accorgendo.
Bisogna tornare ad abitare il mondo, ammonisce Mario: “tornare a casa”. Far parte del mondo, condividerlo, averne riguardo: prendersi cura di sé, dell’ambiente che ci mantiene vivi.
Natura è madre e figlia al tempo stesso, siamo in lei e accanto a lei. Natura sono le caprette che Mario ha accudito e che gli hanno salvato la vita. Perché la vita salva la vita. Il confine tra aldilà e aldiquà non ha più molta importanza, in questa chiave. Si opera per la propria salvezza morale e terrena nel momento in cui si capisce che tutto continuerà anche dopo di noi, e che questo non deve essere motivo di angoscia ma di serenità. Questa è la vita eterna di Curnis: noi siamo di passaggio, ma la vita non muore.
La storia di Curnis comincia prima della guerra, in un mondo che oggi fatichiamo a ricordare. Ma Mario ha molti più anni di quelli che si contano sulla sua carta d’identità: è figlio di una storia antica quanto il castagno. Però sarebbe un errore crederlo chiuso nel passato; è vero che lui è “un uomo di un’altra generazione”, ma attenzione: si tratta di una generazione futura. Il suo approccio all’ambiente ci parla di un mondo nuovo, un mondo che vedremo o forse no, ma che è l’unico in cui dovremmo augurarci di imparare anche noi a vivere. Il suo ritorno alla natura non è nostalgia di un paradiso perduto, ma speranza e promessa. Per questo dico che Mario è il più giovane di tutti noi. E chi lo va a trovare non lo fa per incontrare un eremita, ma per avere la prova che ci sono altri mondi possibili. Mario e Rosanna parlano di noi.
Scrivere è come camminare: lasci delle tracce, qualcuno potrà seguirle. Se non avesse lavorato e scalato così tanto, Curnis avrebbe potuto diventare un poeta, o uno scultore.
Ma lavorando e scalando ha prodotto arte per se stesso, senza pubblicità, ed è contento così. Ora che condivide qualcosa con noi, però, approfittiamone. Scrivi, Mario. Racconta.
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Eccolo quà il simbolo,l’analisi e la sintesi,l’essenza,da dove si parte e si arriva,nel andare per monti, tra alpinismo e vita corrente,tra origine e fine,solo la foto,vale un miliardo di arzigogolate supercazzole,esistenziali,di ricercati elecubratori da parcheggio intellettuale.
Mario Curnis da alpinista è diventato montanaro. È un bel modo per coronare un viaggio amoroso con la montagna. Non puoi più arrampicarti sulle pareti, sui couloir ghiacciati, ma puoi continuare a vivere la montagna costruendo un rapporto più profondo con la natura.