Le tracce dell’aggressione

Questo storico documento, ancora di grande attualità, porta la firma di Lito Tejada-Flores. Nato a quattromila metri sulle Ande boliviane, Lito ha trascorso la maggior parte della sua vita in montagna, arrampicando, sciando e condividendo la sua passione per le montagne come istruttore di sci, regista, autore ed editore. Si è trasferito a Telluride nel 1976 e qualche anno dopo, insieme all’amico Bill Kees, ha contribuito a fondare il Mountainfilm. Oggi Lito vive per metà dell’anno in Colorado e per l’altra metà nella Patagonia cilena con il suo vero amore, la fotografa Linde Waidhofer. Ha dedicato la sua vita alla sensibilizzazione su questioni ambientali e sociali.

Le tracce dell’aggressione
(relazione ufficiale al Convegno di Biella per la fondazione di Mountain Wilderness, novembre 1987)
di Lito Tejada-Flores

Sono grato al Club Alpino Accademico Italiano e alla Fondazione Sella per avere invitato me e i miei amici americani, e desidero assicurarvi che i temi che riguardano questo convegno sono materia condivisa da tutti gli alpinisti americani, non solo dagli alpinisti ma anche dai numerosi membri di quella che noi chiamiamo “comunità ambientale”. Come americani siamo consci di aver ereditato un continente integro, incontaminato, e che in un paio di generazioni ne abbiamo danneggiato senza rimedio una buona parte. I problemi che ci accingiamo a discutere in questo convegno non sono solo i problemi degli americani o di altri, ma sono proprio i nostri problemi.

Lito Tejada-Flores

All’inizio della piccola brochure che abbiamo ricevuto con l’annuncio di questo convegno, c’era una bellissima frase di Gaston Rébuffat, in cui egli usa il termine wilderness e lo commenta così: «Nous avons parfois revé de solitude, de silence, de wilderness, ce terme anglais pour évoquer des lieux vastes et sauvages, si difficile a traduir, mais si riche en échos».

Vorrei dirvi che Rébuffat aveva ragione: il termine wilderness è molto difficile da tradurre. Lasciate che vi spieghi, come noi negli Stati Uniti, noi che abbiamo questo termine nella lingua madre, consideriamo la wilderness.

Per un americano wilderness non significa soltanto “selvaggio”, “non disturbato”, “disabitato” o “zona poco frequentata”. Il significato principale di wilderness per noi è: “terra non rovinata”. L’implicazione che cela questo significato di wilderness è molto triste. È certo che tutti gli americani sono d’accordo che quando l’uomo entra in un paese selvaggio, prima o poi lo rovinerà. Questa implicazione negativa, questo significato negativo di wilderness, che cioè l’uomo deve inevitabilmente distruggere i paesaggi selvaggi, è qualcosa a cui dobbiamo cercare di resistere, non rifiutandolo, bensì cambiando il nostro comportamento.

L’argomento che sono stato invitato a esporre oggi riguarda gli aspetti negativi delle spedizioni himalayane, ma prima vorrei raccontare un piccolo aneddoto americano.

Per molti anni, per un paio di generazioni, gli alpinisti americani erano convinti, noi eravamo convinti di aver prodotto meno effetti negativi sulle montagne rispetto ad altri entusiasti come per esempio i campeggiatori o i pescatori. Viaggiavamo leggeri, non portavamo molto equipaggiamento, non lo usavamo come i campeggiatori e i pescatori, bivaccavamo in alto, e non abbiamo mai veramente disturbato il paesaggio, almeno così pensavamo. Naturalmente voi tutti conoscete il resto della storia: gli alpinisti in America, campeggiando vicino al limite degli alberi, hanno quasi distrutto le foreste, esattamente come sta accadendo in Himalaya oggi. Proprio come in Himalaya noi alpinisti americani abbiamo bruciato tutto il legno e virtualmente distrutto la parte alta della zona boschiva. È stata una lezione facile da apprendere, così oggi gli alpinisti americani portano zaini pesanti, fornelli e non usano legna da ardere. Il punto comunque non è questa storiella, ma piuttosto l’osservazione che il danno fu provocato proprio dalle persone che credevano di proteggere l’ambiente che amavano. Questo è uno dei paradossi che siamo qui a risolvere. Proprio le persone che amano le montagne, la più parte di loro può provocare i peggiori danni.

Ecco un altro paradosso: per molto tempo gli alpinisti, perlomeno quelli americani, avevano la sensazione, proprio perché il loro terreno era duro, difficile, un mondo fatto di rocce, neve e ghiaccio, che questo terreno fosse in qualche modo più resistente al danno rispetto al morbido mondo di verde vegetazione che cresce più in basso. Ci sbagliavamo in pieno: il nostro ambiente di alta quota è più fragile. Gli impatti, i cambiamenti negativi e le cicatrici nelle zone di alta quota durano più a lungo che sotto la linea boschiva, e sono molto più difficili da cancellare. Così questi paradossi ci perseguiteranno durante questo convegno, quando parleremo dell’Himalaya e quando discuteremo degli effetti negativi delle spedizioni, non solo di una o due, ma di generazioni e generazioni di spedizioni in certe aree.

Oggi cercherò di parlare più delle possibili soluzioni che dei problemi stessi. Sappiamo tutti molto, forse troppo, degli impatti negativi dell’alpinismo ad alta quota. Non porta a nessun risultato concreto star qui seduti a raccontarci l’un l’altro orribili storie di montagne di rifiuti sui ghiacciai, di creste drappeggiate di vecchie corde, di villaggi e di intere culture che lentamente perdono le loro tradizioni e la loro dignità lavorando come servi dei visitatori occidentali. Ogni persona presente a questa conferenza ha la sua storia da raccontare su un remoto ambiente alpino ormai trasformato in deposito di rifiuti a causa di alpinisti senza riguardo. Ecco perché siamo qui, ma non abbiamo bisogno di discutere questo aspetto in ulteriori dettagli: coloro che non hanno ancora visitato l’Himalaya avranno modo di vedere più tardi alcune impressionanti e drammatiche diapositive, che mostreranno quale deposito di rifiuti molti di questi straordinari paesaggi sono diventati.

Desidero rapidamente definire tre limiti geografici o zone, nelle quali tre tipi interamente diversi di effetti negativi delle spedizioni possono verificarsi, e in secondo luogo, e questo è più importante, vorrei suggerire quali aspetti di questi problemi possono essere affrontati. Possiamo affrontarli più rapidamente o possiamo affrontarli più efficacemente; dove possiamo riscontrare maggiori risultati nel modo più rapido? La prima zona è naturalmente quella stessa della scalata, il terreno alpino di alta quota. Qui l’inquinamento è rappresentato dalle corde fisse e dai campi abbandonati, e sminuisce non soltanto l’ambiente circostante, ma anche l’esperienza degli scalatori successivi.

La seconda zona, a questo punto molto più importante sulla strada di trovare nuove soluzioni, è la zona del campo base. Qui la distruzione dell’ambiente è la più ovvia, la meno scusabile, la meno perdonabile. Talvolta nelle alte zone di scalata, nella parte alta delle vie, fattori come il cattivo tempo, la caduta di un alpinista o una valanga, possono cambiare i piani, e in questi casi anche gli scalatori con la più grande accortezza, con il più grande desiderio di lasciare la montagna pulita, potrebbero, di fronte a cause di forza maggiore, doversi ritirare e lasciare veramente il segno del passaggio dell’uomo, le tracce dell’aggressione su quelle alte vie. Ma al campo base non può succedere che si verifichino casi di forza maggiore. La ragione per cui molti campi base sembrano veri e propri tuguri è semplicemente l’indolenza e irresponsabilità di troppi scalatori.

Ora mi chiedo se il sempre crescente numero di trekker può essere incolpato di profanare la zona morenica e la parte inferiore dei ghiacciai dell’Himalaya. Molti trekker raggiungono la zona del campo base per uno o due giorni, ma non si fermano. Gli alpinisti vivono nei campi base per settimane, addirittura mesi; l’inquinamento in queste zone è esclusivamente un nostro problema, un problema degli alpinisti. Quindi penso che qui possiamo veramente fare qualche cosa, prendere qualche provvedimento rapidamente.

La terza zona di impatto negativo in materia di inquinamento dell’Himalaya è quella che chiamiamo in modo esplicito la zona di marcia di avvicinamento. Questo è il paese delle compagnie di trekking, un paesaggio esotico con un’ecologia umana e naturale da prendere in considerazione.

Gli impatti negativi nella zona della marcia di avvicinamento sono molto più complessi, molto più difficili da analizzare e molto più difficili da correggere. Personalmente penso che il grande numero di trekker in vacanza attraverso le valli dell’Himalaya siano i veri malandrini di questi luoghi. Ma anche qui gli alpinisti e le loro spedizioni si mettono bene in vista. Noi siamo dei fautori di tendenze, dei modelli, e la comunità alpinistica può avere un’influenza determinante sul cambiamento e sulla modificazione degli impatti negativi che i visitatori possono arrecare alle montagne himalayane. Abbiamo un esempio da dare, ma cosa ne pensate di un piano d’azione, che stimoli un dialogo da proseguire durante questa conferenza? Vorrei offrirvi semplicemente due proposte concrete, due tra le molte che spero questa conferenza genererà. La prima proposta è un approccio informale per la comunità alpinistica per influenzare il suo proprio comportamento. L’altra mia proposta è formale, e riguarda un nuovo tipo di regolamentazione che può essere imposto agli alpinisti dall’esterno.

Il mio primo suggerimento deriva dall’esperienza di un’intera generazione di arrampicatori statunitensi, i quali hanno modificato il loro stile di arrampicata in un paio d’anni soltanto, abbandonando l’uso di chiodi a favore di dadi e friend. Questa non è stata assolutamente una conversione etica, non una conversione da un tipo di scalata più rozzo al free-climbing. È stato semplicemente un drastico cambiamento negli attrezzi usati dagli scalatori per assicurarsi, e mi sento in dovere di dire che questo stile di arrampicata era già molto usato molto tempo prima in Gran Bretagna, e gli scalatori britannici sono stati i nostri modelli. Ma il punto essenziale è il seguente: come è possibile che un’intera generazione di scalatori americani abbia modificato così in fretta le proprie abitudini?

Il cambiamento fu portato avanti molto rapidamente in una maniera molto semplice.

Yvon Chouinard coniò l’espressione free climbing (arrampicata libera) per designare un’arrampicata senza uso di chiodi. Questa espressione fece miracoli sulla psicologia degli arrampicatori americani, perché per estensione il contrario di “arrampicata libera” è “arrampicata prigioniera”. Cioè qualcosa di sospetto, di bieco, di non a posto: chi vuoi essere un arrampicatore prigioniero? In effetti non era una questione di libertà o prigionia, ma fu una meravigliosa espressione e funzionò. Quindi in maniera curiosa l’introduzione di questa espressione cambiò nell’arco di pochi anni il modo di arrampicare di un’intera nazione. Ora non sto suggerendo, sarebbe troppo naif, che possiamo risolvere i problemi dell’alpinismo himalayano con un semplice cambiamento di vocabolario, ma sono fermamente convinto che è ora di cominciare a parlare di “spedizioni pulite”, soprattutto ritengo sia una questione di responsabilità degli uomini guida dell’alpinismo himalayano, di quei pochi alpinisti che sono in grado di segnare la storia dell’alpinismo. Gli alpinisti più famosi nei loro libri, nei loro racconti, negli articoli scritti per le riviste alpine, dovrebbero cominciare a dire: «Sì, questa è stata una scalata pulita…», «La nostra spedizione è stata una spedizione pulita...», «Questa è stata un’ascensione pulita…», e usare questa espressione ogni volta che non abbiamo lasciato niente sulle montagne, né ai campi base.

Potrebbero diventare nel giro di poco tempo un punto d’orgoglio, un punto d’onore, qualcosa di cui andar fieri, un segno di stile, una fonte di prestigio e di status nel mondo alpinistico. Dopo un certo periodo di tempo potrebbe diventare una norma, ci si aspetterebbe che una spedizione sia stata pulita, e nel caso che non lo fosse stata, gli alpinisti si sentirebbero imbarazzati nel descrivere la loro avventura, e perfino imbarazzati ad andare a compierla. Qualunque sia il mezzo che ci porti verso questo, il punto della questione è che la comunità alpina deve sentirsi in dovere di mobilitarsi per cambiare le abitudini, per stimolare l’opinione pubblica degli alpinisti contro le spedizioni inquinanti; così propongo “Spedizioni pulite” come parola d’ordine del futuro, ciò che ritengo del resto un suggerimento molto modesto.

Adesso passerei a qualcosa di più pratico, di più concreto, e sono sicuro anche di più polemico, una proposta che possa avere perlomeno una probabilità di risolvere questo incredibile problema dei rifiuti e dell’equipaggiamento abbandonato, che sta trasformando i campi base dell’Himalaya in luoghi sudici. Perché c’è tanta sporcizia abbandonata sotto le vette? In genere penso perché è meno costoso lasciarla lì che pagare qualcuno affinché la porti via. Di conseguenza la mia proposta è molto semplice.

Propongo che i Paesi ospitanti della regione himalayana come il Nepal e il Pakistan mettano in atto dei regolamenti che obblighino ogni spedizione ad assumere sempre esattamente lo stesso numero di portatori sia per le marce di ritorno sia per quelle di avvicinamento alla montagna.

Se salite con trenta portatori, dovete rientrare con trenta, se usate trecento portatori nella marcia di avvicinamento, dovete pagarne trecento che vi riportino indietro.

Come tutti voi, come gli alpinisti e gli arrampicatori di tutto il mondo, odio veramente le regole e i regolamenti. Nel mondo moderno l’alpinismo rappresenta la fuga da un’oppressiva rete di regole e regolamenti. Quindi perché suggerire un’ulteriore regola? La verità è che già adesso in Himalaya gli alpinisti hanno imparato a convivere con molte regole nelle complesse procedure per ottenere i permessi per le salite. Una regola in più non rovinerà certamente l’esperienza di tutta l’avventura. Anzi produrrà risultati concreti. Ci saranno a disposizione tanti portatori per trasportare ogni pezzo del materiale che gli scalatori hanno portato con loro. Non ci saranno letteralmente più scuse per chi rovini la magnificenza di queste montagne. Inoltre, come effetto collaterale e ulteriore beneficio, una regola di questo tipo eserciterà una forte pressione a favore delle spedizioni piccole rispetto alle grandi.

Più piccole saranno le spedizioni, più limitati saranno i costi addizionali. Così una tale regola accelererebbe la scomparsa di quelle gigantesche spedizioni vecchia maniera, semi-militari, che nell’alpinismo moderno non hanno più nessun ruolo creativo da svolgere.

Ma è ragionevole suggerire l’aumento dei costi di trasporto verso e dalla montagna, quando molti dei migliori giovani scalatori sono sempre a corto di denaro? Quando il problema finanziario è già uno dei maggiori che gli scalatori himalayani devono affrontare? Tutto ciò è sensato? Non è una cosa facile, ma penso realmente che dobbiamo farlo. La settimana scorsa il mondo intero è stato scosso da una crisi finanziaria causata dal fatto che per un certo tempo gli Stati Uniti non hanno avuto il coraggio di pagare il prezzo reale di quanto stavano consumando. L’alpinismo è qualcosa di diverso? Certo, una vetta himalayana è molto di più di una comodità da consumare, ma l’uso che gli alpinisti fanno della montagna ha pure un prezzo reale. Questo prezzo può essere calcolato in termini di danni all’ambiente, che rovineranno l’esperienza degli alpinisti futuri; oppure può essere calcolato in termini di quanto può costare conservare le montagne pulite. Vi do un esempio. La spedizione americana del 1983 alla cresta ovest dell’Everest ha avuto circa tre tonnellate di rifiuti da trasportare dal campo base a un certo deposito a Lhasa. Il noleggio dell’automezzo per tale trasporto è costato alla spedizione circa 4.000 dollari. Questi rifiuti risalivano alle spedizioni del 1922 e 1924, sono cose successe per molto tempo; così avete qui due prezzi: generazioni di rifiuti per 4.000 dollari, quale è meno caro? La scelta sta a noi, ma come il mercato delle scorte ha scoperto la scorsa settimana, il posporre il pagamento dei costi reali li fa solo crescere. Penso che a lungo andare sia più conveniente pagare di volta in volta.

Inoltre, penso…sono un ottimista e penso che la comunità alpinistica avrà il coraggio di affrontare, di risolvere e di pagare per i problemi che la nostra presenza ha creato in Himalaya e in altre remote catene montuose. Il coraggio è stato sempre un valore essenziale nella vita degli alpinisti. Non è soltanto qualcosa di cui abbiamo bisogno nel mezzo di un erto, difficile e disperato passaggio. Ci vorrà coraggio anche per confrontarci con le conseguenze ambientali delle nostre aspirazioni, delle nostre fantasie, dei nostri distruttivi successi sulle montagne. E vorrei aggiungere come ultimo pensiero, che ci occorreranno molte altre idee, le vostre idee, durante questa conferenza…Così buona fortuna a voi, buona fortuna a tutti noi, nel tentativo di salvare le montagne.

Le tracce dell’aggressione ultima modifica: 2023-12-21T05:34:00+01:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “Le tracce dell’aggressione”

  1. In pratica sembrerebbe che siano introvabili dei politici capaci, onesti e con il certificato penale pulito. Cosi dobbiamo accontentarci di delinquenti come fosse normale.
    Me pare ‘na strunzata. 

  2. Ma pensa quanti ladri abbiamo avuto e continuiamo a registrare, giorno dopo giorno. Sia nel mondo politico in senso stretto (a livello locale, peggio che in quello nazionale!), sia nella cosiddetta società “civile”: ultimo esempio il Pandoro… 
     
    Bisogna lottare per stroncarli in il più possibile, ma ladri ce ne saranno sempre, è nella natura umana, solo gli illusi credono in un mondo totalmente “pulito”

  3. 19. C’è la realtà e c’è la tua fantasia. 
    La realtà è che  “il governo di centrodestra si è insediato da pochissimo, ma la maggioranza parlamentare presenta più di un esponente con procedimenti giudiziari a carico o già conclusi con sentenza di condanna. Tra questi, 12 sono in quota Lega, 8 in Fratelli d’Italia e 7 in Forza Italia.” Dopodiché “5 nel Partito Democratico, 4 in Italia Viva e 2 nel Movimento 5 stelle.”
    Fonte: tutti i quotidiani, tranne quelli di destra. Forse per quello non ti rendi conto della realtà che ti circonda.

  4. Un ultimissima poi la chiudo anche se il tema è molto molto buono.
    Tu dici che si tolgano di mezzo o spariscano dalla scena, io invece che se ne parli e lo si possa fare senza bavagli p.es. vedi le ultimissime sulle intercettazioni.senza invenzioni e illazioni di comodo alla proprietà della testata piegata a 90 da Confindustria & Vaticano and company a sua volta allacciata ai presunti politici e relativi portaborse. 
    Giro notturno per boschi col mio Lagorai (al guinzaglio),ciao.

  5. Ognuno ha i suoi gusti e i tuoi sono diversi dai miei, non mi stupisco. Così come ogni personaggio ha dei possibili difetti, dal rischio carcere al treno fermato ecc. Suna delle utopie della sinistra è che esistano dei personaggi totalmente immacolati ( i “loro” evidentemente) e, di conseguenza, quando beccano un difetto in un avversario pretendono subito che sparisca dalla scena politica o da quella mediatica (se giornalisti). Ma individui completamente immacolati non esistono. Se fai l’analisi a un sabaudo come me (sposato da 30 anni, lavoratore indefesso, fedele pagatore delle tasse, rispettoso di leggi e regolamenti, ecc), magari un divieto di sosta lo trovi pure. Tornando ai giornalisti, quelli da me citati in positivo sono tutti “capaci” (Sechi è un fine economista, come pochi ne conosco, io che pure di mestiere sono un economista con quasi 40 anni sul groppone…). Gli latri, come Giannini e Travaglio sono ormai accecati dal livore e, anche se potenzialmente capaci sul piano strettamente professionale, sono ottenebrati da una rabbia atavica che li fa “sragionare”. Buone feste anche a te!

  6. Grazie di aver risposto non pensavo… ,premetto che per me destra o sinistra non è una discriminnate per valutare chi fa sto mestiere oggi più di sempre condizionato e prezzolato indegnamente e spudoratamente, bensì  apprezzo chi si batte proprio per dare notizie scomode al manovtarore turnista ,poi che sia di dx o sx poco importa l importante che Lui, rispetti le regole (manco le freccie usa).L’ ELENCO:Sallusti quello che doveva fare il carcere nel 2012? Giannini quello dei cani del web?
    Molinari il direttore di Repubblicachenone’piurepubblica?
    Luciano Fontana? …meglio quello dei tagli sui quadri .
    Mario Sechi ,ma stiamo parlando di Libero vero?haa.
    Biroslovo lo salvo assieme a Capuozzo per meriti di guerra e coraggio.
    Mieli solo il televisivo(da voce alla storia e a storici giovani)e di persona non e’ male.
     
    Buone feste!

  7. L’elenco è lunghissimo, mi limito ai primissimi che mi vengono in mente: Paolo Mieli, Alessandro Sallusti, Maurizio Molinari, Luciano Fontana, Mario Sechi,  Fausto Biroslavo (impareggiabile corrispondente dai teatri di guerra), Toni Capuozzo.
     
    Se hai un minimo di acume ti accorgerai che non sono tutti schierati, sul piano ideologico, a destra, anzi. Eppure, anche quelli che si dichiarano “elettori di sinistra” (es Paolo Mieli)  hanno espresso valutazioni complessivamente positive sull’anno di governo, pur con dei distinguo e sottolienando i difetti.
     
    Cosa ben diversa fra le fila ostili, dove c’è del vero e proprio rancore personale (es Massimo Giannini, fatto fuori dalla direzione de La Stampa proprio per l’eccessivo livore antigovernativo: a Torino ci piace un giornale più felpato nei toni, a prescindere), più tutta la banda di barricaderos del Fatto, nonché altri cani sciolti, uno più disperato dell’altro. 

  8. In attesa di cartelli affissi ovunque con il divieto di distrarre il manovratore e assolutamente non curarci; di chi ferma treni adpersonam,  prende sussidi Inps depreda arte seicentesca paragonandola alla factory di Warhol o chi si fa un baffo del conflitto di interesse( macose’costui??) e della pacifica costituzione italiana per non parlare di Pitonesse e ministrifelpa radunati in festa che  più che un cavallo ricorda un trojiaio mi indica dei giornalisti di alto lignaggio ?
    nomi e cognomi , grazie!

  9. Sai come diciamo in questi casi noi modenesi? “Va’ a fèr di gróll”.
    Ci arrivi?
     

  10. Non ci arrivi proprio. Non è che “non gradisco”, è che è inutile: vi schiantate contro un muro di cemento armato. Il motivo per cui disprezzo coloro che tentano attacchi (infruttuosi) di tipo personale, è che sono talmente stupidi che manco si rendono conto che, insistendo con attacchi infruttuosi,  non fanno altro che confermare la loro stupidità – e qu7indi rafforzano il disprezzo che provo nei loro confronti  (Nota: anche chi insiste a voler esser affettuoso e cordiale con me, che sono sabaudissimo e quindi amante della “lontananza”, del “distacco”, del “stai lì al tuo posto e non ti avvicinare, che mi piace così”,  non è che dia grandi dimostrazioni di acutezza eisteiniana…

  11. Be’, Carlo, qui siamo nel GognaBlog e valgono regole differenti: assoluta libertà di parola.
    Il che implica, tra l’altro, che Tizio possa contestare Caio anche se quest’ultimo non gradisse.
     
     
     

  12. Non vedo che utilità ci sia a cercare il pelo nell’uovo a titolo personale di chi fa affermazioni che vi infastidiscono sul piano ideologico. Chi attua questa tattica, es Cominetti ma anche altri, è solo perché è a corto di argomenti sul piano dei contenuti e allora cerca di mettere in cattiva luce l’avversario per screditare così le tesi di quest’ultimo. Ricordate quei giornalisti di bassi lignaggio (fatto quotidiano ecc) che fanno inchieste scandalistiche sul Ministro Crosetto, che pare abiti indebitamente un alloggio “senza pagare il canone d’affitto al proprietario” (anche se fosse, è questione giuridica fra i due e nulla incide sull’azione ministeriale di Crosetto) o sul sottosegretario Sgarbi che pare possegga un quadro “rubato ” (anche se fosse, ci deve pensare la Procura, per cui la cosa non incide sulla liceità politica del sottosegretario).
     
    Un ogni caso chi cerca di attaccarmi a titolo personale si schianta contro un muro di cemento. Il mio suggerimento precedente è finalizzato unicamente a segnalare l’inutilità di tali azioni personali, tanto non scalfite di un millimetro la mia posizione né il disprezzo che provo verso di chi mi attacca. Ne ho passate di quelle tante nella vita che, un rompicoglioni in più o in meno, cambia poco. La storia della mia vita dimostra che, i rompicoglioni, finiscono nel dimenticatoio: in genere ci passo sopra con i carriarmati.
     
    @9 Due annotazioni, che mi pare di averti già segnalato e anche più di una volta 1) E’ vero che nei siti torinesi non c’è l’accesso libero a chiunque. Prima di poter commentare, occorre registrarsi e, all’atto della registrazione, c’è verifica e valutazione della congruità di chi richiede la registrazione. Ho già espresso più volte la mia preferenza, in generale, per un’impostazione di quel tipo, evidentemente molto “torinese”. 2) Il mio Blog esiste già: è informale, si tratta di una mailing list di amici/conoscenti (tutti sabaudissimi) tramite la quale ci scambiamo pareri e opinioni. Anzi esistono alcune di queste mie mailing list, una sicuramente che coinvolge gli amici di montagna (anche se non si parla “solo” di montagna), cui se ne aggiungono altre, fra cui almeno una di matrice “politica” e un’altra in campo “professionale”. Siccome le organizzo io, sto ben attento a chi ne fa parte. Gli sgraditi non entrano. Ma in genere non si fanno neppure vivi a chiederlo. Buone Feste!

  13. Le “tracce” via via crescendo sono divenute autostrade e relativamente in pochi anni !

  14. È paradossale che un partecipante a un forum (= gruppo di discussione) chieda ad altri di non mettere in discussione quanto scrive lui.
    Carlo, non te ne rendi conto?
     
    P.S. Urge un CrovellaBlog, con partecipazione a invito e nulla osta prima della pubblicazione dei commenti.
     

  15. Crovella, darti fastidio? Io te lo dico apertamente e direttamente perché questo è uno spazio libero di discussione,  mentre tu dai del pirla a chiunque non sia allineato con i tuoi pensieri. Me compreso. Quindi non sentirti vittima perché non lo sei. Io scrivo quello che mi pare. Se a volte sono offensivo mi dispiace ma sappi che dico quello che penso a te e a chiunque. 
    Se dovessi prendermela con chi mi da fastidio passerei troppo del mio tempo a sprecare energie. Fallo anche tu, ti assicuro che ti farebbe bene.
     
    Tornando in tema, e chiedo scusa a tutti per queste divagazioni che sembrano sconfinare nel personale ma secondo me invece fanno parte del tutto e dell’avere opinioni da esprimere, penso di essere “pronto” a quello che ci tocca subire dal sistema. La costante minaccia crovelliana sul “preparatevi” a vederne delle belle e son cazzi per chi non è pronto e ragiona come negli anni ’80, tiene conto che nella brodaglia sistemica ci si trova anche chi minaccia sciagure ogni giorno?
    O costui si sente un eletto perché legge 30 quotidiani al giorno in 15 minuti? Adettasua🙈.
    Non si può sempre tirare il sasso nascondendo ogni volta la mano. Se infastidisco Crovella, che se ne faccia una ragione. Sappia che per me certi suoi sproloqui sono come i tafani, li prendo a sberle per farli secchi.
     
    Io sono uomo di mondo. Ho fatto il militare a Cuneo!
     
    Questa frase di Totò la dice lunga.
    Ciao.
     
     
     

  16. @3. Il tema, fino a prova contraria, è che gli alpinisti che scalano gli 8000 (siamo nel 1987, le spedizioni commerciali ancora non esistono, chi va in Himalaya è alpinista a tutti gli effetti, quegli alpinisti che non temono le ristrettezze, quegli alpinisti che amano, solo loro, la natura, quegli alpinisti che amano le montagne severe e spartane e di scomodo accesso) dovrebbero essere i primi a dare l’esempio e pretendere l’assoluta pulizia come regola non negoziabile valida per tutte le spedizioni. Le tue considerazioni in questo contesto non c’entrano una cippa. Ma si sa, “al è dibant cirí di insegnà al mus, si piart dome timp e si infastidis la bestie.”

  17. @5 Saranno almeno cinque anni (forse anche di più,…) che ti sto dicendo periodicamente, ad ogni tuo intervento nei mie confronti, che è inutile, cioè è fastidioso (per me) e dannoso (per te), che continui a cercare di interfacciarti con me. Apparteniamo a due mondi diversi e antitetici, cioè incompatibili. Io disprezzo il mondo a cui appartieni e le relative scelte di vita. Falle pure ma stammi lontano. Te l’ho scritto apertamente decine di volte qui sul blog, te l’ho anche fatto sapere tramite comunicazioni via mail, non so più come dirtelo. E’ inutile che insisti, tanto non mi capirai mai così come io non ti capirò mai, né ci tengo a comprenderti, perché ho cose molto più intriganti da fare… Difatti non ti coinvolgo mai di mia iniziativa (almeno a memoria non ricordo, ma non credo proprio perché tu non esisti per me Se intervengo è solo perché ci sono tuoi contatti, altrimenti non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di interfacciarmi con te. Quindi non sono io che ti coinvolgo, ma vengo tirato in ballo da te, che evidentemente hai un nervo scoperto e la mia persona lo “tocca” e ti fa soffrire…
    Non so più come dirtelo di smetterla di farmi fastidio. Uno con un minimo di sale in zucca ne prende atto e non insiste…

  18. Ah, Crovella, le tue battute anni ’80 come sono stucchevoli. Tacchigne si direbbe dove sono nato, tanto per parafrasarti.
     
    Tanto che danno significato opposto alle tue parole anche quando uno potrebbe esserne d’accordo. 
     
    Lo so, lo so, non ho focalizzato, pane e volpe è squisito, non ho i mezzi, il chip e ho fatto, secondo te, una scelta di vita che detesti. Lo so,  lo so, lo so, lo so…

  19. Ho siempre sostenuto che un deterrente per chi pratica attività nocive per la natura vada combattuto facendolo sentire uno sfigato.
    Faccio degli esempi.
    Se chiamassimo (io lo faccio) sciatori solo gli scialpinisti, definendo “pistaioli della domenica” o “nuovi guerrieri” (visti i caschi e le armature di cui si dotano) quelli di pista, già faremmo una buona azione. Ma dovremmo farlo tutti.
    Quando qualcuno mi dice entusiasta di avere fatto il Sellaronda lo guardo con compassione e gli dico: povero te! 
    Se i salitori di 8000 con ossigeno per le vie normali venissero da tutti chiamati “turisti” ,  sicuramente ce ne sarebbero di meno. Ma se costoro trovano persino sponsor tra le ditte del settore alpinistico (pazienza se sponsorizzati dal panificio sotto casa o dal carrozziere di fiducia), significa che c’è ancora troppa ignoranza. Diamoci giù duro. Critichiamo pesantemente a parole (anche se a volte qualche attentato terroristico, non violento, io lo farei) chi fa cose ormai banali, solo consumistiche e superficiali. Non elimineremo di certo il problema ma ne toglieremo qualche carie senza troppo impegno.
    Essere spietati a fin di bene  serve.

  20. Sei tu cge, come al solito, non hai capito nulla. Non c’è da stupirsi: si vede che di default non ti hanno inserito il “chip” ad hoc. Il commento 1 da un lato attualizza a oggi le considerazioni sugli 8000, guardando lo scempio delle spedizioni commerciali dei giorni nostri, dall’altro estende anche all’andar in montagna “normale”, cioè l’andar in montagna sulle nostre montagne nei momenti di tempo libero. Fatti regalare per Natale qualche chilo di pane e volte, di sicuro ti farà bene.

  21. Nonostante sia stato scritto oltre 30 anni fa, purtroppo duole constatare che non solo il suo appello non sia stato recepito, se non forse da una ristretta cerchia di alpinisti, ma che l’inquinamento da turismo e alpinismo sugli 8000 sia notevolmente peggiorato negli ultimi decenni. 
    @1. È evidente che non hai capito nulla del testo: qui si rivolge quasi esclusivamente agli ALPINISTI, QUELLI CHE SALGONO GLI 8000 (con un breve excursus sui trekker x quanto riguarda gli avvicinamenti ai campi), che di sicuro non andavano (almeno all’epoca in cui è stato scritto il testo) a fare gli 8000 in infradito, i merenderos non c’entrano nulla!

  22. Troppa gente su e giù per le montagne, che siano montagne europee, americane o himalayane.  E poi troppo giro di denaro. E ancora troppa sporcizia, sia in termini di rifiuti che sul piamo etico-comportamerntale.
     
    Andare in montagna è una delle cose delle bella vita, ma proprio per questo non va svilita aprendo i cancelli a eserciti di cannibali.  Troppi cannibali uguale sputtanamento dell’andar in montagna e aggressione all’ambiente. La salvezza delle montagne, in ogni continente, sarà farle tornare severe e spartane, cioè di scomodo accesso. La scomodità allontana gli amanti della vita consumistica che sono sostanzialmente la spina dorsale dell’esercito di cannibali. Montagne più spartane uguale meno cannibali uguale ambiente più tutelato uguale andar in montagna di nuovo cosa bella ed elegante.

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