Overtourism in cima al mondo

L’Everest sotto pressione: un’analisi quantitativa delle tendenze di scalata sull’Everest e sugli altri Ottomila.

Overtourism in cima al mondo
(un confronto sistematico tra l’Everest e gli altri Ottomila)
di Giuliano Bonanomi (1,2), Giuseppina Iacomino (1), Giandomenico Amoroso (1) e Mohamed Idbella (3)*

Abstract
L’overtourism si verifica quando una destinazione subisce un eccessivo afflusso turistico, con un impatto negativo sull’ambiente e sulle comunità locali. Mentre la maggior parte delle ricerche si concentra sulle città e sulle aree costiere, poca attenzione è stata dedicata agli ambienti montani. Questo studio esamina l’overtourism sull’Everest analizzando i dati di salita di altre vette di 8.000 metri negli ultimi 70 anni, confrontando le tendenze dell’alpinismo, l’uso dell’ossigeno, i dati demografici degli scalatori e la stagionalità. Dagli anni ’50 al 2023, sono state registrate 24.921 ascensioni su 11 delle 14 cime di 8.000 metri. L’Everest ha rappresentato il 51,7% (12.884 ascensioni), seguito dal Cho Oyu (16,2%) e dal Manaslu (13,3%), mentre Kangchenjunga, Annapurna, Nanga Parbat, Shishapangma e K2 sono stati i meno scalati. Dagli anni 2000, le ascensioni all’Everest sono aumentate, raggiungendo il picco di 877 nel 2019 e superando costantemente le 400 all’anno: rimane la vetta più scalata, spesso con oltre il 50% delle ascensioni totali.

Figura 1A. La coda che negli ultimi anni si forma sull’Hillary Step della via normale nepalese all’Everest. L’immagine è stata scattata da Minga Sherpa nel 2019 (Copyright AFP PHOTO/PROJECT POSSIBLE, diffusa dalla spedizione Project Possible dell’alpinista Nirmal Purja).

L’attività di scalata segue un forte andamento stagionale. Sull’Everest, il 95,7% delle ascensioni avviene a maggio, come per il Lhotse, il Makalu e il Kangchenjunga, mentre gli altri Ottomila mostrano un andamento bimodale in primavera e in autunno. Gli uomini dominano l’alpinismo d’alta quota (90,3% degli scalatori) e il 74,5% delle ascensioni utilizza ossigeno supplementare, con l’Everest che mostra il più alto ricorso (98%). La nostra analisi conferma che l’Everest è la vetta più ambita, mentre la maggior parte degli altri Ottomila rimane meno affollata. Data la ristretta finestra di scalata e i colli di bottiglia, suggeriamo che la capacità di carico dell’Everest non dovrebbe superare le 1.000 ascensioni all’anno. Per promuovere un turismo alpinistico sostenibile, il Nepal dovrebbe incoraggiare le scalate sulle cime meno conosciute al di sotto degli 8.000 metri.

1. Introduzione
L’overtourism si verifica quando una destinazione turistica registra un afflusso eccessivo di visitatori, superando la sua capacità di carico e compromettendo la gestione sostenibile (Dodds & Butler, 2019). Questo fenomeno porta a diverse conseguenze negative, tra cui il degrado ambientale, la pressione sulle comunità locali e sulle infrastrutture e il declino della qualità dei servizi. I turisti stessi devono affrontare il sovraffollamento, i prezzi gonfiati e un’esperienza ridotta (Petroman et al., 2022). In definitiva, l’overtourism altera il delicato equilibrio tra i benefici economici del turismo e la conservazione dell’integrità sociale, culturale ed ecologica di una destinazione.

Figura 1B. L’immagine è stata scattata da Lakpa Sherpa nel 2021 tra il campo 1 e il campo 2. Foto: Lakpa SHERPA/AFP).

L’aumento dell’overtourism deriva da diversi fattori che interagiscono tra loro. Negli ultimi quarant’anni, il turismo globale è passato dai 400 milioni degli anni Settanta ai circa 1,5 miliardi di oggi, grazie soprattutto al miglioramento delle condizioni economiche (Sofronov, 2018; UNWTO, 2024). Le opzioni di viaggio a prezzi accessibili, come le compagnie aeree economiche e gli alloggi a basso costo, hanno reso più facile per un maggior numero di persone visitare città come Barcellona, Dubrovnik, Venezia, Parigi e Firenze (Nádasi et al., 2024). I social media hanno ulteriormente alimentato l’overtourism mettendo in luce destinazioni precedentemente meno conosciute, trasformandole in hotspot virali da “bucket list” (Alonso-Almeida et al., 2019). Per esempio, Finnich Glen in Scozia, un tempo oscura, ora attrae circa 70.000 visitatori annuali dopo essere stata protagonista della serie televisiva Outlander (Butler, 2020). Anche il turismo crocieristico contribuisce al sovraffollamento, portando migliaia di passeggeri nei piccoli porti e nelle città in un solo giorno, mettendo a dura prova le risorse locali. I modelli di viaggio stagionali esacerbano il problema, poiché i periodi di punta portano a una congestione estrema. Recentemente, la stazione sciistica di Roccaraso, nell’Italia centrale, che ospita solo 1.400 residenti, ha visto arrivare oltre 15.000 turisti in una sola domenica, causando ingorghi, sprechi eccessivi e il sovraccarico dei servizi essenziali (Giuffrida, 2025).

Gli impatti dell’overtourism sono ampi e sfaccettati. Dal punto di vista ambientale, contribuisce all’inquinamento, al degrado dell’habitat e al deterioramento dei monumenti culturali e naturali. Ad esempio, l’eccessivo traffico pedonale ha causato una significativa erosione a Machu Picchu (Schlauderaff et al., 2022), mentre i canali di Venezia soffrono di inquinamento e usura a causa di milioni di visitatori e di grandi navi da crociera, sebbene le recenti normative ne abbiano limitato il passaggio (González et al., 2018). Dal punto di vista sociale, l’overtourism mette a dura prova le relazioni tra turisti e locali, facendo lievitare i costi della vita, sovraffollando gli spazi pubblici ed erodendo l’identità delle comunità (Veríssimo et al., 2020). A Barcellona sono scoppiate proteste contro la mercificazione dei quartieri e lo spostamento degli alloggi (Such-Devesa et al., 2021).

Tabella 1. Elenco dei quattordici Ottomila e delle rispettive quote, località e data della prima ascensione. Le cime sono ordinate per elevazione.

L’overtourism ha storicamente interessato le città d’arte e le località costiere, ma negli ultimi anni è diventato un problema crescente anche nelle regioni di montagna, come le Dolomiti in Italia (Bertocchi et al., 2021) e Telluride in Colorado (Taylor, 2024). Questo fenomeno si sta estendendo anche a zone remote e di alta quota tradizionalmente frequentate dagli alpinisti. Ad esempio, le immagini ampiamente diffuse di lunghe code vicino alla cima dell’Everest hanno suscitato la preoccupazione dell’opinione pubblica e l’attenzione dei media (Figura 1). Nonostante la sua crescente visibilità, l’overtourism negli ambienti montani rimane poco studiato rispetto alle destinazioni urbane e balneari (Dodds & Butler, 2019). Questo studio si propone di analizzare sistematicamente e quantitativamente il traffico alpinistico sull’Everest, la vetta più alta del mondo, e di confrontarlo con le altre tredici vette di 8.000 metri. Utilizzando dati dettagliati sulle ascensioni provenienti da diversi database, forniamo un’analisi comparativa ad alta risoluzione delle tendenze alpinistiche. Lo studio ha quattro obiettivi principali:

i. Confrontare il traffico di scalatori sulle quattordici vette di 8.000 metri negli ultimi 70 anni;
ii. Valutare la stagionalità delle salite;
iii. Esaminare le differenze di età, sesso e utilizzo di ossigeno supplementare da parte degli scalatori;
iv. Analizzare le cause dell’overtourism mettendo in relazione il numero di ascensioni con le caratteristiche morfologiche, geografiche e tecniche di ciascuna vetta.

2. Materiali e metodi
2.1. Descrizione dei siti di studio: gli 8000ers
L’Himalaya è una catena montuosa dell’Asia che divide l’altopiano tibetano dalle pianure del subcontinente indiano. L’insieme di Himalaya e Karakorum comprende le cime più alte della Terra, tra cui l’Everest, tutti gli Ottomila, e oltre 100 cime che superano i 7200 metri di altitudine. Gli Ottomila sono le quattordici montagne della Terra che superano gli 8000 m sul livello del mare, con i rispettivi massicci montuosi, tutte situate nell’Asia centro-meridionale (Nepal, Cina, Pakistan e India): nove sono nell’Himalaya, quattro nel Karakorum e una nel Kashmir. La Tabella 1 riporta l’elenco dei quattordici Ottomila e la loro rispettiva altitudine, posizione e data di prima ascensione, come riconosciuto dalla Federazione Internazionale di Alpinismo e Arrampicata (UIAA).

Il clima degli Ottomila è sempre ostile agli organismi viventi, compresi gli scalatori. Sull’Everest, l’unica vetta in cui si trova una stazione metereologica al di sopra degli 8000 m (Khadka et al. 2021), la temperatura media diurna più calda in luglio è di soli -19°C sulla vetta. A gennaio, il mese più freddo, le temperature della vetta sono in media di -36°C e spesso scendono fino a -60°C. Le tempeste possono arrivare all’improvviso e le temperature possono precipitare inaspettatamente. La vetta dell’Everest è così alta che raggiunge il limite inferiore della corrente a getto e può essere sferzata da venti sostenuti di oltre 160 km h. Le precipitazioni, sempre nevose al di sopra dei 6000 m, variano tra i diversi Ottomila.

Sulle cime nepalesi le precipitazioni sono abbondanti nei mesi invernali, ma soprattutto da maggio a fine settembre a causa del monsone (Salerno et al. 2015). Diversamente, gli Ottomila del Karakorum sono leggermente più freddi perché situati a latitudini più elevate, ma con minori precipitazioni soprattutto nei mesi estivi. L’impatto dei fattori meteorologici che limitano la sopravvivenza umana e la scalata è stato studiato a fondo, includendo variabili complesse come la pressione barometrica, la temperatura equivalente al wind chill e il tempo di congelamento facciale (Szymczak et al. 2021; Kriemler et al. 2023). Sull’Everest, durante la stagione di arrampicata primaverile, la pressione barometrica è di 333 hPa, la temperatura media equivalente al freddo del vento è di -45°C e il tempo di congelamento del viso è di sette minuti.

2.2. Censimento delle ascensioni negli ultimi 70 anni
Gli Ottomila offrono un’opportunità unica per analizzare il fenomeno del turismo montano, perché le ascensioni sono registrate e catalogate in diversi database dalle prime salite a oggi. Per questo studio sono stati utilizzati due database: Himalayan Database (https://www.himalayandatabase.com/) e 8000ers (https://www.8000ers.com/cms/index.php).

L’Himalayan Database (Salisbury & Hawley, 2020) registra tutte le spedizioni che hanno scalato l’Himalaya nepalese, comprese otto cime: Everest, Kangchenjunga, Lhotse, Makalu, Cho Oyu, Manaslu, Dhaulagiri e Annapurna. Oltre alle informazioni acquisite da libri, riviste alpinistiche e comunicazioni con gli alpinisti himalayani, il database si basa sulle registrazioni delle spedizioni di Elizabeth Hawley, una giornalista di lunga data che ebbe sede a Katmandu. I dati comprendono tutte le spedizioni sulle cime alpinistiche più importanti del Nepal dal 1905 alla primavera-estate del 2024. I primi sforzi, le prime ascensioni e gli incidenti più significativi sono inclusi nei dati sulle spedizioni di vette da trekking. Per ogni salita il database riporta la data e l’ora dell’ascensione, il nome dell’alpinista, la cittadinanza, il sesso, l’età e l’uso dell’ossigeno. Inoltre, il database riporta anche il numero di persone morte durante il tentativo di scalata.

Figura 2. Numero totale di ascensioni e per gli altri Ottomila. Per il K2 i dati sono aggiornati al 2011, per lo Shishapangma al 2014 e per il Nanga Parbat al 2022. Per tre ottomila (Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak) non ci sono dati disponibili in letteratura sul numero di ascensioni.

Il database degli 8000ers è stato utilizzato per ottenere informazioni sulle ascensioni al K2, al Nanga Parbat e allo Shishapangma. In questo caso le informazioni sono limitate al numero di ascensioni per anno e sono anche meno aggiornate: per il K2 i dati sono aggiornati al 2011, per lo Shishapangma al 2014 e per il Nanga Parbat al 2022. Per tre Ottomila (Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak) non sono disponibili in letteratura dati sul numero di ascensioni e sono stati quindi esclusi dall’analisi.

L’analisi dei dati di ascensione è stata effettuata riportando i dati cumulativi dalla prima ascensione al 2023 per Everest, Kangchenjunga, Lhotse, Makalu, Cho Oyu, Manaslu, Dhaulagiri e Annapurna. Per il K2, lo Shishapangma e il Nanga Parbat i dati sono arrivati rispettivamente fino al 2011, 2014 e 2022. I dati di ascensione sono stati analizzati anche per anno, sia in valore assoluto per vetta che in percentuale sul totale delle ascensioni sugli Ottomila.

2.3. Stagionalità delle ascensioni, sesso degli scalatori, età di utilizzo dell’ossigeno
Per l’Everest, il Kangchenjunga, il Lhotse, il Makalu, il Cho Oyu, il Manaslu, il Dhaulagiri e l’Annapurna i dati di salita sono stati analizzati anche in relazione alla stagionalità delle salite, al sesso degli scalatori, all’età e all’uso di ossigeno. Per quanto riguarda la stagionalità, le salite sono state analizzate su scala mensile ed espresse come percentuale delle salite annuali totali per ogni mese. Per quanto riguarda il genere degli scalatori, sono stati calcolati il rapporto tra i sessi e la percentuale di donne per ogni cima e per l’insieme degli Ottomila. L’età degli scalatori per ogni cima è riportata come valore medio, minimo (scalatore più giovane) e massimo (scalatore più anziano) separati per sesso. Infine, per quanto riguarda l’uso dell’ossigeno, i dati sono analizzati in percentuale di salita con o senza ossigeno per ogni cima e separati per sesso. Per il solo Everest i dati sono analizzati anche nel tempo, riportando la percentuale di salite con uso di ossigeno dal 1953 al 2023.

2.4. Effetto delle caratteristiche morfologiche geografiche e delle difficoltà di salita
Per comprendere i fattori che possono influenzare il numero di ascensioni su ciascun Ottomila, e che quindi possono aiutare a capire le dinamiche dell’overtourism, è stata condotta un’analisi di correlazione tra diverse variabili. Nel dettaglio, la matrice di correlazione comprende il numero totale di salite, l’altezza della vetta, l’età media degli scalatori, la percentuale di donne sul totale, la percentuale di salite con l’uso di ossigeno, la difficoltà della salita, il numero di morti totali e il tasso di mortalità. Il tasso di mortalità è stato calcolato, con dati fino al 2023, come la percentuale di eventi fatali sul numero totale di ascensioni riuscite. Per quanto riguarda la difficoltà della salita, una variabile soggettiva e difficile da quantificare, abbiamo utilizzato la classifica proposta dagli scalatori professionisti nei blog e qui ordinata dalla più facile alla più difficile: Cho Oyu, Manaslu, Everest, Lhotse, Annapurna, Makalu, Dhaulagiri e Kangchenjunga.

Il Cho Oyu, ad esempio, è l’Ottomila meno difficile da scalare e spesso è considerato una vetta introduttiva. L’Everest è oggi considerato relativamente facile grazie al supporto di agenzie private che ne riducono significativamente la difficoltà. Nel dettaglio, la cascata di ghiaccio del Khumbu e l’Hillary Step rappresentano ancora una sfida seria, ma sono sistematicamente attrezzati con scale e corde fisse che rendono l’ascesa molto più sicura e facile. Infine, il Kangchenjunga, spesso definito l’Ottomila “dimenticato”, è famoso per il più lungo tratto di C4-summit (la frazione di salita dall’ultimo campo alla vetta) con oltre 1000 m di ascesa e una sezione finale tecnica che lo rende il più difficile tra gli otto considerati nella nostra analisi.

3. I risultati
3.1. Salite all’Everest e agli Ottomila negli ultimi 70 anni
Dalle prime ascensioni negli anni Cinquanta al 2023, sono state registrate 24.921 ascensioni sugli undici Ottomila per i quali sono disponibili dati. Di queste ascensioni, il 51,7%, pari a 12.884, è avvenuto sull’Everest, seguito dal Cho Oyu (16,2%) e dal Manaslu (13,3%). Degli altri Ottomila, il Lhotse conta più di 1.000 ascensioni, mentre tutte le altre cime insieme rappresentano solo il 14% delle ascensioni totali (Figura 2). Kangchenjunga, Annapurna, Nanga Parbat, Shishapangma e K2 sono i cinque Ottomila meno frequentati (Figura 2).

Figure 3A e 3B. (A) Numero totale di ascensioni all’anno dal 1950 al 2023 per l’Everest e altri ottomila; il numero estremamente basso di ascensioni nel 2015 è una conseguenza del terremoto in Nepal e nel 2020 della pandemia COVID-19.  Il pannello (B) riporta la percentuale di salite per ogni vetta rispetto al totale delle salite registrate in quell’anno specifico; i dati si riferiscono agli ultimi 30 anni e il 2015 e il 2020 sono stati eliminati perché il numero di salite era molto basso.

L’analisi delle ascensioni per anno dal 1950 a oggi rivela dinamiche interessanti (Figura 3A). Le prime ascensioni degli Ottomila sono avvenute negli anni ’50, con l’Annapurna che è stato il primo ad essere scalato nel 1950 e lo Shishapangma l’ultimo nel 1964. Da queste prime ascensioni e per alcuni decenni fino alla fine degli anni ’70 si registrarono pochissime ripetizioni. Dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 le ascensioni aumentarono, ma con una forte alternanza tra anni senza ascensioni e anni con decine di scalatori che raggiungevano la vetta. Ad esempio, l’Everest è stato scalato da trenta persone nel 1985 e il K2 da ventisei persone nel 1986. Tra gli anni ’80 e ’90 si assiste al primo significativo aumento delle ascensioni, che diventano costanti anno dopo anno (Figura 3A). Nel 1993, per la prima volta, si registrano più di 100 ascensioni all’anno sull’Everest, numeri che si ripetono sistematicamente dal 1998. Tra gli altri Ottomila degli anni ’90, solo il Cho Oyu ha registrato più di 100 ascensioni all’anno.

A partire dagli anni 2000, l’Everest ha visto un aumento esponenziale delle ascensioni, con un picco di 634 ascensioni nel 2007. Da questi anni in poi, le ascensioni sono sempre state superiori a 400 all’anno, con un massimo nel 2019 (877 ascensioni). Le salite ridotte del 2014 sono state causate dal crollo di un seracco sul passaggio tra il campo base e il campo 1, mentre l’assenza di salite nel 2015 è stata determinata dal terremoto in Nepal e quella ridotta (solo 28 salite) del 2020 dalla pandemia di Covid-19. Tra gli altri Ottomila, più di 100 salite all’anno sono state registrate sul Cho Oyu (18 volte), sul Manaslu (12 volte) e sul Lhotse (due volte nel 2022 e nel 2023). Analizzando i dati espressi in percentuale sul totale delle ascensioni negli ultimi 30 anni (Figura 3B), si nota che l’Everest è quasi ogni anno la vetta con il maggior numero di ascensioni, rappresentando spesso più del 50% delle ascensioni totali. Negli anni ’90 il Cho Oyu era una meta molto popolare, rappresentando il 40% delle ascensioni totali nel 1997 e nel 2006, per essere in parte sostituito dal Manaslu negli ultimi 15 anni. Gli altri Ottomila, nel complesso, rappresentano solo una frazione limitata delle salite totali.

Figura 4. Distribuzione delle salite sull’Everest e sugli altri Ottomila nei diversi mesi dell’anno. La dimensione dei cerchi è proporzionale alla percentuale di ascensioni per ogni mese rispetto al totale di ogni montagna.

3.2. Stagionalità delle ascensioni
Le ascensioni agli Ottomila mostrano una forte stagionalità associata alle condizioni meteorologiche. Le ascensioni invernali sono molto poche e sono considerate imprese raramente ripetute. La maggior parte delle ascensioni si concentra in primavera e in autunno (Figura 4). Sull’Everest il 95,7% delle ascensioni avviene in maggio e solo il 2,4% in settembre e ottobre. Uno schema simile si osserva per il Lhotse, il Makalu e il Kangchenjunga. Al contrario, gli altri Ottomila mostrano un andamento bimodale con un picco primaverile più pronunciato per il Dhaulagiri e l’Annapurna e un picco autunnale per il Manaslu e il Cho Oyu (Figura 4).

Figura 5. Rapporto tra i sessi degli scalatori sull’Everest e sugli altri Ottomila (sopra) e l’età degli scalatori (sotto). Per quanto riguarda l’età degli scalatori, i valori nei riquadri sono il massimo e il minimo e la media per ogni montagna e genere.

3.3. Sesso degli scalatori, età di utilizzo dell’ossigeno
L’analisi per genere mostra che le ascensioni agli 8000 sono effettuate in gran parte da uomini, che in media rappresentano il 90,3% degli scalatori. La frazione di scalatori di sesso femminile mostra una variabilità limitata tra le diverse montagne, con i valori più bassi per l’Everest (7,3%) e i più alti per l’Annapurna (11,7%) e il Manaslu (11,4%) (Figura 5). L’analisi per età degli alpinisti rivela che l’età media è di 37,3 anni, anche se la variabilità è molto ampia. Infatti, per l’Everest il più giovane scalatore aveva 13 anni e il più anziano 80. L’analisi combinata per età e sesso rivela che le donne hanno un’età media di 38,4 anni, mentre gli uomini hanno 36,2 anni. Questo risultato è coerente in tutte le montagne analizzate (Figura 5). Al contrario, l’età massima degli scalatori più anziani tende a essere più alta per gli uomini che per le donne.

Per quanto riguarda l’uso di ossigeno supplementare, la nostra analisi mostra che il 74,5% delle ascensioni sono condotte con ossigeno. Tuttavia, ci sono differenze significative tra gli Ottomila: sull’Everest oltre il 98% delle donne e degli uomini utilizza ossigeno supplementare (Figura 6A). Per quanto riguarda gli uomini, i valori più bassi si riscontrano per il Cho Oyu (38,5%). Ad eccezione dell’Everest, sugli altri Ottomila si registra un forte divario di genere, con le donne che utilizzano più frequentemente l’ossigeno supplementare. Ad esempio, sul Dhaulagiri le donne utilizzano l’ossigeno nel 96,0% dei casi, mentre gli uomini solo nel 41,2%. L’analisi dell’uso dell’ossigeno, combinando uomini e donne, mostra che le ascensioni dal 1953 al 1978 sono state tutte condotte con questo supplemento (Figura 6B). Sull’Everest, nel 1978 sono state effettuate le prime ascensioni senza ossigeno e, negli anni successivi, un numero significativo di scalatori ha tentato e raggiunto la vetta senza l’uso di ossigeno supplementare. Dagli anni ’90 in poi, la frazione di scalatori che non utilizzano l’ossigeno è progressivamente diminuita, diventando negli ultimi anni inferiore al 2%.

Figure 6A e 6B. Uso dell’ossigeno, espresso come percentuale delle salite totali, sugli Ottomila e per sesso (A) e frazione di scalatori che hanno usato l’ossigeno dal 1953 al 2023 sull’Everest (B).

3.4. Effetto delle caratteristiche morfologiche geografiche e delle difficoltà di arrampicata
L’analisi di correlazione mostra come le variabili geografiche e morfologiche siano strettamente legate all’attività alpinistica (Figura 7). L’altezza della montagna è fortemente correlata con la frequenza di utilizzo dell’ossigeno, ma negativamente con la percentuale di donne e l’età degli scalatori. La difficoltà della scalata è il parametro che mostra la più forte correlazione positiva con la mortalità degli scalatori. La mortalità, al contrario, è correlata negativamente con il numero di salite totali. L’età degli scalatori è significativamente correlata solo con la percentuale di donne. Infine, il numero totale di decessi è fortemente correlato solo con il numero totale di ascensioni.

Figura 7. Heat-map di correlazione (coefficiente di Pearson) tra le diverse variabili geografiche e demografiche relative agli scalatori degli Ottomila. In grassetto i valori statisticamente significativi (P<0,05).

4. Discussione
L’Everest, tra gli Ottomila, è senza dubbio la meta di maggior interesse per gli scalatori, come negli ultimi quarant’anni, con oltre il 50% delle ascensioni. Tra gli altri Ottomila, il Cho Oyu e il Manaslu sono le uniche altre cime che contano centinaia di ascensioni ogni anno, con il primo che per decenni è stato considerato propedeutico alla successiva salita dell’Everest. Comprendere le ragioni che attirano gli alpinisti verso l’Everest piuttosto che verso gli altri Ottomila o le centinaia di cime che superano i 7000 m esula dagli scopi di questo lavoro. Qui si riporta, a titolo di esempio, che accanto all’Everest e sulla stessa linea di salita si trova il Nuptse 7861 m scalato da sole 32 persone nella sua storia (Salisbury & Hawley, 2020). Un simile confronto con una montagna che ha un’accessibilità e una logistica simili, ma che è quasi sconosciuta al grande pubblico rispetto all’Everest, ed è scelta solo da pochi scalatori professionisti, indica che la popolarità della montagna più alta del mondo è un’attrazione irresistibile per un gran numero di amanti della montagna. Probabilmente l’attrazione principale per gli scalatori intermedi, che non sono in grado di intraprendere imprese tecniche di alto livello, è l’enorme popolarità dell’Everest e il sogno di raggiungere la vetta più alta della terra.

L’analisi delle ascensioni degli ultimi 70 anni è fondamentale per comprendere le dinamiche che hanno portato alle attuali condizioni di overtourism sull’Everest. Infatti, il totale delle ascensioni mostra una curva sigmoide in cui per tre decenni dalle prime salite si sono susseguite solo poche ripetizioni. Dagli anni ’80, il numero di ascensioni è aumentato progressivamente ma lentamente. Infatti, l’aumento esponenziale è stato osservato solo nei primi anni 2000 per raggiungere un asintoto, anche se con un’ampia variabilità interannuale, che oscilla tra le 400 e le 800 ascensioni all’anno (cui si aggiungono le quasi altrettanto numerose ascensioni effettuate dal versante tibetano). Questa dinamica porta a numerose riflessioni sulle cause dell’overtourism e sui limiti al numero massimo di ascensioni, la cosiddetta capacità di carico della destinazione turistica.

L’aumento esponenziale nella prima parte degli anni Duemila è certamente un fenomeno precedente ai social network, escludendo un ruolo di questi ultimi. Ciò è anche logico in quanto l’Everest è già la montagna più famosa e quindi il suo fascino e la sua attrazione verso gli alpinisti non hanno bisogno di essere veicolati e amplificati dai social network. Al contrario, l’organizzazione sistematica delle agenzie che organizzano le salite gioca un ruolo fondamentale nel consentire le salite anche agli alpinisti di medio livello, che numericamente rappresentano attualmente la maggioranza delle salite. Infatti, l’allestimento di scale e di corde fisse nella cascata di ghiaccio del Khumbu, la posa di corde fisse senza soluzione di continuità tra i vari campi e poi fino alla vetta, oltre al trasporto di ossigeno, tende e cibo da parte degli sherpa, sono assolutamente fondamentali per consentire la salita ad alpinisti di medio e basso livello. Coerentemente, la fondazione delle agenzie che organizzano le spedizioni, infatti, ricade nei primi e medi anni 2000.

L’analisi della stagionalità delle ascensioni è altrettanto importante per comprendere le cause dell’affollamento di scalatori sull’Everest. I dati indicano che oltre il 95% delle ascensioni avviene in un solo mese, maggio, quando le condizioni meteorologiche sono più favorevoli grazie a temperature relativamente più elevate e alla minore frequenza di tempeste di neve e vento in alta quota. In altri Ottomila, le ascensioni sono più distribuite in primavera e in autunno, mentre per gli Ottomila con un’unica finestra utile per l’arrampicata, come Lhotse, Makalu, Kangchenjunga, il numero limitato di ascensioni non crea problemi di traffico nei punti chiave. Al contrario, sull’Everest la finestra temporale utile molto limitata, l’elevato numero di scalatori e la presenza di punti chiave che rallentano le salite, come l’Hillary Step, contribuiscono a creare le code rese famose dalle foto riportate dai giornali e dai social media. Suggeriamo che la capacità massima di carico dell’Everest non superi le 1.000 ascensioni all’anno, a causa della combinazione di una finestra temporale molto limitata e della presenza di colli di bottiglia alpinistici.

L’uso dell’ossigeno, al contrario, non sembra essere uno dei fattori limitanti che contribuiscono a definire la capacità massima di trasporto. Infatti, attualmente l’ossigeno viene utilizzato nel 99% delle ascensioni sull’Everest, il valore più alto tra tutti gli 8000. Questo dato si spiega bene con la maggiore altezza dell’Everest, che comporta quindi una maggiore necessità di questo elemento. L’analisi temporale dell’utilizzo dell’ossigeno, che indica che negli anni ’80 se ne usava molto meno, è un’ulteriore prova dell’attuale overtourism. Nel 1978, gli scalatori italiani e austriaci Reinhold Messner e Peter Habeler dimostrarono che era possibile farlo senza ossigeno supplementare, cambiando per sempre la storia dell’alpinismo. Negli anni successivi, numerosi scalatori di alto livello hanno tentato e alcuni sono riusciti nell’impresa. Oggi alcuni scalatori tentano l’Everest senza ossigeno ogni anno ma, in termini percentuali, rappresentano meno dell’1% delle ascensioni totali.

Oggi, tuttavia, anche gli scalatori che utilizzano l’ossigeno e le agenzie di supporto devono avere un’eccellente preparazione fisica per poter salire fino a 6500-7000 m prima di poter utilizzare l’ossigeno. Ciò richiede mesi di allenamento e diverse settimane di acclimatazione e di rotazione tra campo base e campi alti. Ciò richiede almeno un mese per tentare la scalata, tempo che è il fattore limitante per molte persone facoltose che sognano di scalare l’Everest. In questo contesto, l’uso sperimentale del gas Xenon negli ospedali si presenta come una nuova pratica sperimentale che ridurrebbe drasticamente il tempo di acclimatazione permettendo la scalata dell’Everest in dieci o addirittura sette giorni, anche se con un drammatico aumento dei costi e dei potenziali rischi per la salute degli scalatori (Gasca 2025).

Infine, la nostra analisi mostra una sostanziale differenza di genere nell’uso dell’ossigeno, con una frequenza maggiore per le donne rispetto agli uomini per tutte le vette analizzate. Questa osservazione, associata all’età media più elevata delle donne rispetto agli uomini, suggerisce differenze fisiologiche sostanziali che potrebbero essere ulteriormente esplorate da futuri studi di medicina di montagna (Heggie, 2013). Lo studio sottolinea che l’alpinismo himalayano, nonostante la crescente diffusione tra le donne, è ancora prevalentemente maschile, con il 90,4% delle salite effettuate da uomini. Il maggior uso di ossigeno e l’età media più elevata del genere femminile suggeriscono differenze fisiologiche rilevanti che meritano ulteriori indagini.

Tornando all’analisi dei costi della scalata, nel 2025 le autorità nepalesi hanno aumentato il costo dei permessi di scalata dell’Everest che, in alta stagione, sono passati da 11.000 a 15.000 dollari. L’introduzione di tariffe per i permessi è una pratica utilizzata in molti contesti per limitare l’accesso a siti con eccessivo turismo (Nepal & Nepal, 2021). In questo caso specifico riteniamo improbabile che questo aumento possa incidere significativamente sulle richieste di arrampicata, poiché, sebbene il costo sia elevato, è una minoranza rispetto ai costi delle agenzie di supporto che in media si aggirano intorno ai 50.000 dollari e in alcuni casi in cui il supporto è maggiore in quanto il comfort offerto è di livello superiore, il costo può anche superare i 100.000 dollari.

5. Conclusioni
La nostra analisi sistematica e quantitativa delle ascensioni ha dimostrato che l’Everest è ancora l’oggetto preferito del desiderio degli alpinisti d’alta quota. Gli altri Ottomila, ad eccezione del Cho Oyu e del Manaslu, non sono ancora sovraffollati. Nonostante ciò, negli ultimi anni si è registrato un aumento delle spedizioni commerciali soprattutto sul K2, una montagna particolarmente complessa e difficile da scalare. Purtroppo, i dati relativi alle ascensioni sul K2 non sono aggiornati e quindi le analisi future dovranno quantificare questa tendenza che potrebbe causare un eccesso di turismo anche sul K2. La nostra analisi suggerisce anche che, a causa della finestra temporale molto breve e della presenza di colli di bottiglia alpinistici, sembra che il numero di ascensioni all’anno sull’Everest non possa superare le 1.000 unità.

Ciò suggerisce che un ulteriore sviluppo turistico delle vette nepalesi dovrebbe cercare di indirizzare l’attenzione degli alpinisti verso altre vette. Le azioni molto recenti del dipartimento del turismo nepalese sembrano andare in questa direzione, avendo proposto di aumentare di sei unità gli Ottomila m del Nepal, comprendendo perciò cime precedentemente considerate secondarie (Gasca 2025). Comprendere l’entità e le cause dell’overtourism sull’Everest è un passo importante che promuoverà ulteriormente le autorità locali a migliorare le azioni già in atto per ridurre l’impatto ambientale in relazione alla gestione dei rifiuti e delle acque reflue in ecosistemi delicati come i ghiacciai dove si trovano i campi base.

6. Finanziamenti e riconoscimenti
Questa ricerca non ha ricevuto alcuna sovvenzione specifica da agenzie di finanziamento del settore pubblico, commerciale o no-profit. Un ringraziamento particolare ad Alfredo Nicastri e Daniele Bagnoli per le utili discussioni sul tema.

7. Referenze
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Gasca, Gian Luigi (2025). Gas Xenon sull’Everest: l’ultima frontiera dell’alpinismo commerciale. Lo Scarpone – Rivista del Club Alpino Italiano.

Gasca, Gian Luigi (2025). Nepal: sei nuove vetteoltre gli 8000 metri. Ora sono 14. Lo Scarpone – Rivista del Club Alpino Italiano.

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*Affiliazioni e indirizzi degli autori
(1) Dipartimento di Scienze Agrarie, Università degli Studi di Napoli Federico II, Via Università 100, 80055, Portici, Italia.
(2) CAI – Club Alpino Italiano, Sezione di Salerno, Via Porta di Mare 26, 84121, Salerno, Italia.
(3) AgroBioSciences (AgBS) program, College of Agriculture and Environmental Sciences, Mohammed VI Polytechnic University, Ben Guerir 43150, Marocco.

Overtourism in cima al mondo ultima modifica: 2025-04-18T05:45:00+02:00 da GognaBlog

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31 pensieri su “Overtourism in cima al mondo”

  1. Tornando al tema….. è chiaro che ormai queste spedizioni commerciali sono diventate delle porcate…..probabilmente chi partecipa come cliente/ turista  a questi tour degli 8000 è ben al di fuori di un certo mondo alpinistico che noi conosciamo……non capisco da che ambiente possano provenire…. comunque….

  2. Anche gli uomini potrebbero non chiamarsi, non distinguersi con un nome e addirittura un cognome. Quindi che senso avrebbe chiamarsi Alberto, Gianfranco, Giovanna,  Alessandro Gogna, Michelangelo Buonarroti, addirittura c’è chi si firma Ratman  un nick name… boohhh??

  3. Gianfranco che l’uomo si complichi la vita, molto più di quello che dovrebbe, non ci sono dubbi. Ma questo è il prezzo da pagare per una vita esigente, che sempre di più va oltre le necessità primarie. Gli animali non si classificano, non ne hanno bisogno, non gli serve. Loro tirano all’essenziale come l’istinto gli suggerisce (la natura no perchè non esiste). Loro non prendono medicine, non si fanno terapie, non fanno la dialisi (mio padre si).  Chi campa campa, chi muore muore, perchè complicarsi la vita a cercarecdi campare di più. In fondo è  una legge di natura… no di natura no, perchè non esiste. 

  4. Alberto, l’umo si complica la vita da sempre e si , si inventa un sacco di cose grazie anche alle tante seghe mentali che si fa . Raman, essendo uomo ,filosicamente non ne è esente, nel regno animale e vegetale, nessuno si chiama per nome 

  5. Non è così difficile capire cosa scrive Ratman.

    Se tutto fosse così semplice, devo ammettere che ne  sarei  un pò deluso,  dal filosofo  Ratman mi aspetto di più.

  6. L’unica cosa che non esisterebbe senza l’uomo è dio……tutti senza esclusione ci mancherebbe 

  7. Se una rosa avesse un altro nome, o non lo avesse affatto, sarebbe meno profumata e non esisterebbe??

  8. La natura è una invenzione degli esseri umani, senza di loro non esisterebbe
    Non è così difficile capire cosa scrive Ratman. Tutto ciò che ha un nome nell’universo è dato dall’uomo ,chiaramente ,niente uomo niente nomi 

  9. @17
    Cazzeate  è l’unica parola che hai usato con perizia.
    Ossimoro ti da un tono, ma non tiene conto di tutte quelle fantasie ecologista che vorrebbero il pianeta liberato dalla presenza umana e restituito ad un suo inutile senso.
    Con sesquipedale hai strappato l’ammirazione dell’osteria tutta: bravo.
     

  10. Ratman vuoi fare il filosofo , ma in fondo, in fondo, ti diverti a prendere per il culo. Quanto all’arruffato, posso solo dirti che non mi sono mai piaciuti i precisini, quindi lo prendo come un complimento.

  11. 15. Ti ritieni un filosofo ma scrivi cazzate sesquipedali.
    Disantropizzare la natura è un ossimoro, o è Natura, o è antropizzazione. Natura antropizzata, e quindi da disantropizzare, non esiste, non ha senso. Come la maggior parte di quello che scrivi. Bolle di sapone.

  12. @13
    Credo che, semplicemente, non ci siano corridoi naturali per i loro indispensabili spostamenti ( sono animali e pertanto animati). Poi, con un minimo di attenzione si riescono a schivare….come si schivano le buche per non rovinare costosi fuoristrada ( la leggete la stupidità della ns. specie)
    …. però hanno previsto i “pali intelligenti” ed il treno roma- cortina

  13. @Antonio Migheli

    “La passione per la Natura è oggi l’altra faccia di un viscerale odio per se stessi.”

    Questa è una citazione dall’articolo citato.

    La disantropizzazione della natura è il pensiero limite di chi non ha contezza che la nominazione di tutti gli esseri che sono, comprese le montagne, è l’esito di un processo di formazione della coscienza umana.

  14. Correggiamo i compiti
    @12 Carlo voto 3
    Le date sono tutte sbagliate
    @10 Luciano Regattin voto 2-
    Ma non per gli esseri umani
    @3 Antonio voto 6/7
    Al massimo generati, la creazione è qualcosa che ha a che fare con il divino
    @4 Benassi voto 5/6–
    Interessante ma un poco arruffato. 

  15. “Guardate col covid.. .in qualche mese la natura aveva già dato segni di ripresa”
    Si erano così riabituati alla nostra assenza che lungo lastatale  51 versi Cortina, che faccio tutte le mattine molto presto ci sono le nuove generazioni di volpi, piccoli animali ed ungulati che giornalmente finiscono sotto…una vera strage.  Che la prudenza sia scomparsa dal loro istinto oppure è solo un sopranumero? 
     

  16. La natura non esiste??
    La terra ha 3,5 MILIARDI di anni. L’homo….1 milione
     
    Appurato questo: chi dice cosa a chi!
     
    L’over turismo di sicuro non è solo sugli ottomila, anzi, all’ambiente “naturale” fa danno anche i 50 autobus di Roccaraso.
    È l’industria del turismo il grande male per l’ambiente, sia quello di chi traversa il mondo in aereo che quello che in bici va al sperduto rifugio alpino.
    Guardate col covid.. .in qualche mese la natura aveva già dato segni di ripresa …..eppure non ci eravamo estinti, semplicemente non ci siamo più mossi

  17. 9. Infatti, i “veri” alpinisti (dove per vero intendo chi sa cavarsela egregiamente da solo a quelle altezze) si dedicano ad altro, penso a Meroi e Benet che sono partiti da poco per aprire una via sullo Yakung Peak, una montagna di 7590 m al di fuori delle rotte turistiche. Condivido anche il tuo commento su climbinprn.

  18. 1. La tua affermazione non ha alcun senso. Senza gli esseri umani nulla avrebbe un nome, ma esisterebbe ugualmente, alla faccia di Ratman.

  19. Articolo veramente ben fatto e che lascia interdetti per i numeri tanto mal distribuiti. Pensando al modo in cui  viene salita e forse oltraggiata la cima del Everest ,non una vera conquista ma un serpentone di gente e umori vari da non specificare che si fa presto ad immaginare A volte gli stessi corpi divengono i rifiuti più alti del globo.
    Alpinismo?
    Triste, molto triste 
     A mio modo di vedere queste foto son pornografiche e ben più delle girls contestate l’altro giorno.

  20. 5. Articolo molto superficiale e di parte. Come se la Natura fosse solo il pomodoro che troviamo al supermercato.
    7. Hai una concezione un po’ limitata della Natura. Delle formiche hai mai sentito parlare? Dei fiori che si fanno impollinare ma non hanno nettare da offrire? E si potrebbero fare milioni di altri esempi. 

  21. Matteo:
    “La natura è una invenzione degli esseri umani”
    Non penso che leoni, zanzare, fiori dei campi abbiano il concetto di “natura”. Loro vedono solo il mondo che li circonda e lo sfruttano.
    “dei proprio soldi ognuno può fare quello che vuole”
    E cosa dovrebbe farne, quello che vogliono gli altri??? 
    Un leone quando caccia una gazzella non la condivide certo con altri leoni.
    Una zanzara il sangue succhiato non lo condivide di certo con altre zanzare.
    I fiori dei campi opportunisticamente condividono il nettare con le api, che poi fanno il miele, poi l’apicultore condivide con gli altri umani il miele a 15 euro/kg. Può essere che l’apicultore con i soldi guadagnati compra  il permesso di salita all’Everest!!!
    “è giusto che ognuno la pensi come preferisce”
    E sarebbe ottimo così, il problema nasce quando qualcuno, milioni di qualcuno, la pensa come preferiscono gli altri, o come preferisce la massa.

  22. “La natura è una invenzione degli esseri umani”
    “dei proprio soldi ognuno può fare quello che vuole”
    “è giusto che ognuno la pensi come preferisce”
     
    Tre affermazioni che mi trovano in perfetto disaccordo in quattro interventi…non so cosa può significare, ma di certo è un record.

  23. La natura è una invenzione degli esseri umani,

    Quale natura? Quella dell’uomo? Con mille contraddizioni, debolezze, aggressività.
    Oppure quella deLL’astronave Terra, dove a tutti gli esseri viventi e non viventi è dato di vivere e morire, crearsi e distruggersi?

  24. contrariamente a Ratman ho sempre pensato che gli esseri umani non esisterebbero senza la natura, dalla quale sono stati creati. Mi para che questa sia anche l’opinione degli scienziati. Comunque è giusto che ognuno la pensi come preferisce.
    Tanti complimenti per il servizio interessante ed esaustivo

  25. Premesso che io non amo viaggiare, che dei paesi non occidentali vedo SOLO i disagi e le scomodità, che sono molto “oculato” nelle spese (a prescindere dalla finalità per cui spendo), ebbene, premesso tutto ciò dico: tutti quelli che pagano così tanti soldi per finire in coda come se fossero dal salumiere, io li giudico dei cretini totali. Personalmente in quel carnaio non ci andrei neppure se mi pagassero, figurati se devo pagare io. Ma dei proprio soldi ognuno può fare quello che vuole. Il guaio però è che tutti questi “cretini” stanno provocando danni irreversibili ad un ambiente tanto affascinante quanto fragile. Una qualche soluzione per interrompere questo abominio bisogna trovarla, sennò prima o poi ci penserà la Natura, che determinerà, lassù, condizioni non adatte alla specie umana. Così nessuno ci andrà più, paganti e non paganti.

  26. La natura è una invenzione degli esseri umani, senza di loro non esisterebbe.
     

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