Via dello Iato

Metadiario – 269 – Via dello Iato (AG 2006-001)

Il trasferimento dell’ufficio a casa mia fu una grande idea. Priska entrava e usciva dalla porta secondaria (quella che usavamo Bibi ed io nei primi anni Novanta); io continuavo ad avere il mio studio nella stanza del camino; Marco Milani, quando era presente, usava la scrivania di Petra (situata sotto il suo lettone a castello). La ex cucina fu razionalizzata, munita di libreria a scaffali e diventò l’ufficio di Priska. Il risparmio derivato dalla fine dell’affitto di via Bindellina si fece subito sentire positivamente.

Guya in vetta al Monte Zatta (Appennino Ligure), 3 gennaio 2006

Di lavoro ce n’era sempre tanto, il numero speciale di Alp sul Cervino ci impegnava davvero parecchio. Tra l’altro, nello stesso periodo collaborammo con Christian Beckwith di Alpinist per un numero speciale sullo stesso soggetto, quindi approfittammo di parecchia sinergia, pur confezionando due prodotti assai diversi (a parte l’ovvia differenza di lingua). Lo speciale di Alp uscì nel luglio 2006 e fu un vero successo.

Continuarono le fatiche inutili con il TCI e con Qui Touring, con successi che si limitarono a qualche articolo di nessuna importanza, soprattutto al confronto della grandiosità di idee fiorite nel frattempo.

Elena e Guya in salita verso la vetta del Monte Chiappozzo (Appennino Ligure), 4 gennaio 2006

Per quel che mi riguardava più direttamente, il libro storico sulle guide alpine lombarde procedeva al massimo rilento. Popi ormai chiamava l’intera opera con l’appellativo di “el tormiento”.

Negli ultimi mesi del 2005 avevo avuto anche grossi problemi con il mio appartamento di corso Sempione 88. Dal 1° di luglio del 2001 l’avevo affittato a Maritza, la prima tata di Elena e Petra, ma poi lei nel 2004 si era trasferita e lei stessa mi aveva procurato degli altri inquilini in sostituzione (lei faceva da tramite). Non impiegai molto a capire che questi inquilini erano dei travestiti che esercitavano in corso Sempione… Ma io non avevo problemi al riguardo, siamo in un paese libero e lo stesso paese deve essere libero anche dai cattivi giudizi. In effetti i “ragazzi” pagavano regolarmente e io non avevo la minima voglia di trovarmi altri inquilini.

Visuale da Campiglia sul Golfo di La Spezia e sull’Appennino, 6 gennaio 2006
Elena e Guya alla Fontana di Nazzano (Cinque Terre), 6 gennaio 2006

Fino a che, però, una sera verso le 22 fui chiamato dalla portinaia dello stabile che, concitata, mi disse che avrei dovuto recarmi al più presto là. C’era stata una rissa, con urla e schiamazzi, la polizia stava arrivando. Mi precipitai in loco. Per fortuna non c’era alcun ferito, nessuno voleva denunciare nessuno, perciò gli agenti si limitarono a prendere le nostre generalità. Dissi a Maritza che non avrei tollerato altri episodi del genere. Fino a che, a fine dicembre 2005, non venni a sapere che la casa era stata lasciata vuota (per fortuna in condizioni di sufficiente decenza). In effetti non c’era più nessuno. La brutta sorpresa fu il sapere che le ultime bollette di gas, luce e telefono (che purtroppo avevo commesso l’errore di lasciare a mio nome) non erano state pagate. Specialmente l’insoluto telefonico con TIM era molto pesante. Ma non c’era nulla da fare, quelli erano scomparsi senza lasciare traccia. Dovetti pagare.

Tutto questo mi portò alla decisione di vendere l’immobile, cosa che avvenne il 2 febbraio 2006.

Guya accanto all’igloo del rifugio Fredarola (Passo Pordoi), 15 gennaio 2006
Elena e Costanza Sicola alle Placchette di San Martino (Lecco), 22 gennaio 2006

Dopo il capodanno nella neve della Casera Ditta, Guya ed io andammo a Levanto per stare un po’ con le bambine. Non mi sembrava vero di fare una vacanza invernale a Levanto senza l’incubo di scrivere il testo dei Grandi Spazi delle Alpi. Facemmo delle belle gite, a volte da soli, a volte con Elena e Petra.

Tornati a Milano, ci fu qualche uscita arrampicatoria, nel Lecchese e a Finale Ligure, un accompagnamento di Elena (assieme ad Andrea Cito Filomarino) a una gara di slalom gigante disputata a Carona (BG) in occasione dei Giochi della Gioventù.

Con Guya andammo a trovare Giorgio Sitta a Gressoney. Lui abitava da tempo in valle e in quel periodo collaborava con noi per la stesura della collana delle Grandi Montagne. Assieme salimmo a piedi, con poca neve, ad Alpenzoo.

Il 19 marzo 2006 con Filippo Gallizia andammo a salire la Torre delle Giavine (o di Boccioleto) 850 m. Andammo in cima seguendo la via Re-Bonfanti (con variante finale dei Finanzieri).

Andrea Cito Filomarino ed Elena a Carona (BG), 9 febbraio 2006
Giorgo Sitta e Guya scendono da Alpenzoo a Gressoney, 12 febbraio 2006

Mi trovavo molto bene con Filippo: decidemmo di andare assieme nel weekend del 25 e 26 marzo a Lerici, approfittando di un appartamento a sua disposizione. Piccolo particolare: c’era da affidare a Guya ben tre dei suoi sei figli, in una casa con riscaldamento molto difettoso. Gli altri tre figli andavano con la madre Maria, detta Ia, a Macugnaga. Partimmo da Milano il venerdì pomeriggio con il suo van Volkswagen: un viaggio in cui nessuno si annoiò, neppure Pelucco, che ho sempre nominato poco ma che prendeva regolarmente parte alle nostre “scampagnate”. Dopo una spesa consistente al supermercato di Lerici, entrammo in casa in tempo per scoprire i gravi problemi di riscaldamento, a risolvere i quali ci affannammo inutilmente. La simpatia di Luca, detto Luchino, di 4 anni e delle sue sorelle un po’ più grandi Francesca e Federica s’ingraziò subito il benvolere di Guya, che ormai aveva capito quale sarebbe stato il suo destino per i prossimi giorni: per fortuna le previsioni erano buone e non c’era rischio di dover stare necessariamente in una casa non riscaldata, almeno durante il giorno. I bambini dormivano in un unico lettone, ma il povero Luchino spesso si trovava del tutto scoperto perché le due “streghe” si tiravano l’intera coperta dalla loro parte.
La mattina del sabato 25 marzo andammo a scalare al Muzzerone, Parete Striata, sulla via Ossi di Seppia.

La Torre delle Giavine, chiamata anche Torre di Boccioleto (Valsesia)

Al nostro ritorno, in verità a pomeriggio per nulla inoltrato, riscontrammo che il resto della truppa si era divertito alla grande e che era pronto alla tappa successiva, la domenica.

Partimmo assai presto con destinazione Apuane e andammo a Campocatino. La neve era poca e in breve fummo all’attacco di un itinerario aperto recentemente, la via Estasi allo spigolo est-sud-est della Piccola Roccandagia (Bruno Barsuglia e Marco Colò, 1999) di 12 lunghezze con difficoltà fino al 6b+. Alla fine della settima lunghezza di questa bellissima via ci dispiacque assai interrompere e tornare a doppie. Non era tardi, semplicemente dovevamo ancora tornare a Lerici, chiudere casa e tornare a Milano: non potevamo permetterci gli ultimi cinque tiri. Peccato.
Arrivammo a Lerici e trovammo Guya abbastanza provata, dai tre esuberanti piccoli e cane annesso. Ci fu un momento esilarante, però. Quando stavamo per partire, Filippo esclamò: – Forza che andiamo… dai… andiamo a Milano, dalla mamma!.
Si udì la vocina di Luchino: – Mamma? Quale mamma?
Sotto sotto, Guya gongolava…

Filippo Gallizia sulla via Re-Bonfanti alla Torre delle Giavine, 19 marzo 2006

Il 9 aprile partenza da Milano con destinazione Napoli: avemmo anche il tempo di un rapido giro in città. Alle 20 partimmo con il traghetto e arrivammo a Palermo alle ore 6 del 10 aprile. Da lì proseguimmo per San Vito lo Capo dove avevamo affittato due appartamenti uno sopra all’altro, quello sotto per noi e quello sopra per Luca Santini con Paola e Sofia.

Purtroppo il tempo non era bello e ci concesse solo una visita a Erice. Solo il 14 aprile Luca ed io potemmo andare a tentare Gioco d’Ombre sul Monte Monaco, la via aperta accanto al nostro Sballo di San Vito, ma già al primo tiro realizzai che non ero all’altezza. Troppo difficile perché io la potessi affrontare senza allenamento e senza martello. Con la coda tra le gambe, ci rivolgemmo ai monotiri attrezzati a spit a sinistra di Pace di Chiostro e dopo tre di questi salimmo L’abito non fa il monaco per poi proseguire alla vetta del Pizzo Monaco con l’ultima parte di Pace di Chiostro.

Filippo Gallizia in vetta alla Torre delle Giavine, 19 marzo 2006

Il giorno dopo ebbi il piacere di portare mia figlia Elena su Pace di Chiostro, assieme all’amico Carmelo Ferlito, con Barbara e Diego (dei quali non ricordo i nomi).

Il 16 aprile, arrampicata sportiva con gli stessi Carmelo e Diego, ma in più anche Luca, alla Cattedrale del Deserto, per la via Pinelsa (di 4 lunghezze). Seguita da puntata familiare alla falesia di Salinella e relative brevi arrampicate.

Il 17 andammo tutti e sette all’Isola di Mozia e Selinunte. Feci delle belle foto in digitale, che purtroppo un mese dopo persi per un’errata manovra sul computer: ne ricordo una in particolare che coglieva l’irripetibile smorfia sulla faccia di Guya che si era ritrovata in bocca una mosca.

Da Campocatino, Filippo Gallizia si avvia verso la Piccola Roccandagia, 26 marzo 2006

Il 18 volli tornare con Luca al Monte Còfano, più precisamente allo spigolo nord-ovest della Torre Agave in Fiore per la via di Giuseppe Maurici Allaccia il Leccio (da lui aperta il 23 aprile 1987 con Mara Abbate e Gianni Spataro). Per la verità, nonostante il posto bellissimo e selvaggio, non ci divertimmo molto: a un itinerario stile esplorativo, quindi del tutto ingombro di vegetazione, si aggiunse anche un vento patagonico che ci fece penare per la vetta.
Il 19 aprile lasciammo gli appartamenti. Luca e i suoi un’ora prima di noi: dovevano restituire l’auto a noleggio e prendere un aereo per Milano. Per recuperare le chiavi lasciate sul tavolo, mi ritrovai nel loro appartamento ed ebbi modo di contemplare il disordine terrificante in cui l’avevano lasciato. Ce la prendemmo comoda, visitammo un po’ Palermo e finalmente alle 22 partimmo con il traghetto. Arrivammo a Genova alle 19 del 20 aprile.

La Piccola Roccandagia, parete nord. A sinistra, tra ombra e sole, è lo spigolo est-sud-est

La lettera di Carlo
Il 29 aprile ricevetti una mail da Carlo Galeotti, l’amico di Guido Daniele con il quale anni prima avevo salito dal Passo San Bernardino la parete ovest del Piz Uccello. Una di quelle missive che ti fanno riscoprire un amico sotto quella luce che vorresti invadesse entrambi, per ogni giorno e per ogni emozione.

Caro Ale, ti scrivo perché ti ho sognato. E allora è tutto il giorno che ci penso, così ho pensato che ti avrebbe fatto piacere una mia lettera.
Lo so, è freddo scrivere via mail. Non trasmette la forza della scrittura, quella vera, quella fatta di passione com’è quando si scrive ad un amico.
Sto meditando sul nostro ultimo incontro. E anche sul primo.
Quest’ultimo è stato alla Penna di Sumbra, quella via mozzafiato (Draghi volanti). Quella parete me la ricordo come si ricorda una bella donna in minigonna.
Stupenda, bella. Quel bello trascendentale, il bello assoluto, valore di estetica massimo. Come le donne. In quel caos tutto è al suo posto.
Mi ricordo un traverso sospeso nel vuoto. E due arance al penultimo tiro.
E l’ultimo tiro una fessura asfissiante.

Idalp (Ischgl), concerto di Pink, 30 aprile 2006. Foto: Albin Niederstrasser.

Mi son fatto l’idea che le mie esperienze in montagna mi abbiano portato ad avvicinarmi al sacro. Senza allontanarmi dal profano. Anche le due banalissime arance mangiate in parete prendevano un senso. Facevano parte di quel caos.
Di rocce spaccate e infiniti tipi di grigio, verde, e profili. E che dire di quei fiori piccoli piccoli arroccati nelle fessure? Erano pieni di colore. Non un colore qualsiasi, ma un colore che riempiva il vuoto. Loro, i fiori, così fragili.
Noi legati, impauriti a volte, precari. Fragili quanto loro.
Che bello esser così simili a creature così affascinanti. Non credi?
Eppure sarebbe bastato un piccolo gesto per spezzarli. Interrompere quella magia. Proprio come le nostre vite.

Credo che niente sia un caso. Arrivano segnali continuamente, basta ascoltarli.
Ultimamente li ascolto poco. Mi sto perdendo nel grande bluff.
Nel bluff del consumismo di quell’ambizione stupida, che mangia tutto.
Mi manca quel caos. Mi mancano la montagna, le pareti, il tempo passato.
Quindi stavo pensando cosa centriamo noi con i Pasini (quelli della FERALPI)? Forse per fare in modo che dovessi incontrarti ancora. Forse.
O tutto è un caso? Io credo di no.

Pink a Ischgl, 29 aprile 2006. Foto: Albin Niederstrasser.

Credo che esistano persone destinate ad incrociarsi continuamente anche in situazioni e posti i più improbabili.
Il perché lo sa solo Dio. E’ proprio come quel caos.
Vista da vicino la roccia non ha un senso delineato. Poi di mano in mano che ti allontani prende forma. E quella roccia diventa una montagna. E montagna assieme ad un’altra e poi un’altra costituiscono un mondo.

Credo che morirò senza sapere cosa c’è oltre a quello che vedo sotto il naso.
E’ bella ‘sta vita con le cose vere, e quelle presunte. Peccato per il resto dell’umanità che crede quelle vere siano proprio quest’ultime.

2006. Petra assieme a uno dei primi fidanzatini, Pietro Spadafora.

Ma d’altronde cosa vuoi, ‘sto caos è caos e come tale incompresibile. E stupendo. Come le donne in minigonna, come il Sumbra e tutto il resto.
Alla fine tutto ha il suo posto. Basta saperlo guardare.

PS. Scusa ancora l’invadenza, ma mi andava: nel caos, oggi ti pensavo… appunto.
Con il mio modo dell’amore, ciao. Carlo”.

La mia risposta, del 1° maggio:
“Grazie, Carlo, della bella lettera. Non sono nella disposizione giusta, ora, per risponderti come meriteresti. Sono anch’io immerso nel grande bluff quanto basta. Comunque, anche a me la Penna di Sumbra, quel giorno, ha detto molto.
E sono tanti i motivi, troppi, che finora mi hanno impedito di richiamarti per fare un giro assieme nelle belle Alpi Apuane. Succederà, certo, è già successo una volta fisicamente e tante con il pensiero. Un caro saluto”.

Salvatore Bragantini sulla via Panzeri bassa del Torrione Magnaghi Meridionale. A destra è il Sigaro. 3 giugno 2006.

Pink
Il lavoro di Kappatre Comunicazione andava a gonfie vele ma, come di consueto, mi richiedeva uno sforzo psichico non indifferente. Quella primavera c’era da informare la stampa che l’annuale “Top of the mountain Concert”, tradizionale chiusura della stagione invernale di Ischgl, avrebbe avuto come regina nientemeno che Pink, la grintosa cantante americana.
Dovetti scriverne e dovetti anche andare a Ischgl a mescolarmi a quella folla pazzesca.

«”A 15 anni decisi che non sarei mai diventata una di quelle artiste che cantano canzoni d’amore con le quali loro stesse non c’entrano niente… Decisi che avrei davvero rappresentato me stessa, che avrei cantato relazioni davvero da me avute, anche quelle imbarazzanti”: così Alicia Moore, vero nome di Pink,  aveva già espresso il suo credo artistico.

Salvatore Bragantini sulla via Panzeri bassa del Torrione Magnaghi Meridionale. A destra è la vetta del Sigaro. 3 giugno 2006.

Pink inizia a cantare nella sua città natale, Philadelphia, quando è ancora teenager. La Pink adolescente canta gospel in una chiesa frequentata solo da fedeli di razza nera, entra a far parte – unica donna – di una punk band, collabora come corista nel gruppo rap Scratch N’ Smoove e si esibisce col suo skate-board al Club Fever di Philadelphia il venerdì sera. Nel suo curriculum, Pink annovera anche lavori da cameriera presso Pizza Hut, McDonald’s, Wendy’s e in una stazione di servizio. La puntualità non è il suo forte e odia prendere le ordinazioni dei clienti. La musica che ascolta è quella di Janis Joplin, Jimi Hendrix, Billy Joel, Guns N’ Roses, Green Day e 2Pac. A 14 anni registra la sua prima canzone e nel 1998 pubblica il suo primo singolo, Don’t stop.

In arrampicata sulla via a Gino del Torrione di Rosareccio, 11 giugno 2006. Foto: da Gulliver.it.

Tiene un diario – abitudine abbandonata quando una ragazza della sua scuola glielo ruba e ne attacca le pagine su un armadietto – affidando alla poesia il compito di capire cosa accade dentro di lei: «Ero a pezzi, mi sentivo perduta e infelice». È in questo periodo che Alicia Moore si guadagna il soprannome Pink, dapprima per la sua carnagione rosea, poi per il colorito che assume ogni volta che s’imbarazza e, infine, per l’arrivo di Mr. Pink nel film di Quentin Tarantino, Le Iene. I suoi capelli subiscono, nel frattempo, numerosi trattamenti di colore: striati, tinti di blu, castani, biondi e, infine, rosa, scelta che risulta divertente proprio per via di nomignolo Pink. A soli 16 anni, Pink ottiene la sua prima audizione per la LaFace Records di L.A. Reid & Babyface e, ben presto, firma un contratto come solista, realizzando l’album Can’t Take Me Home (2000). È la svolta: il singolo di debutto, There you go, diventa disco d’oro e si piazza nella Top 10. Most Girls ottiene eguale trattamento nella classifica, così come You make me sick. Pink si guadagna un MTV Video Music Award come Migliore Artista Esordiente. L’unione con Christina Aguilera, Lil’ Kim, Mya e Missy ‘Misdemeanor’ Elliott per la cover del classico anni ’70 delle LaBelle, Lady Marmalade – tema principale della colonna sonora del film Moulin Rouge – produce il primo disco al #1 della chart per Pink e nuovi riconoscimenti: MTV proclama quel pezzo Video Dell’Anno e Miglior Video-Clip Tratto Da Un Film. Il secondo album, M!ssundaztood, pubblicato a fine gennaio 2002, viene anticipato dal singolo Get The Party Started, scritto insieme a Linda Perry dei 4 Non Blondes (idolo di Pink e collaboratrice su altre canzoni del suo album).

Alessandro Gogna in apertura della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

Il disco contiene Misery, una ballata dove sono il blues e il soul a farla da padroni, con l’aggiunta di un pizzico di rock romantico, perfetto per un ballo lento sotto le mirrorball dalle sfumature rosa, per l’appunto. Una canzone come 18 wheeler, un canto di ribellione verso un uomo “bastardo”, pertanto foriera di volgarità e insulti dall’inizio alla fine, vede l’impiego di doppi sensi e f-words mai pronunciate. La frizzante star del pop mostra il suo lato da brava ragazza, dunque, e anche dal look si hanno delle avvisaglie della sua trasformazione: non più baggy-style tipo rapper, ma più trash-urban dei punk. Se nell’ultimo lavoro Pink aveva stupito tutti con un cambio di rotta musicale radicale, con l’ultimo Try this (2003) affonda ancora di più il colpo.

Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, parete nord-ovest. La via dello Iato si svolge sul pilastro al centro della foto.

Il suo spettacolo si terrà il 30 aprile 2005, alle ore 13.00, sulle nevi aperte dell’Idalp, nello stupendo ambiente delle montagne del Silvretta. La ruggente artista presenterà il meglio del suo repertorio assieme al suo nuovo CD, I’m not dead, la cui uscita è prevista per febbraio 2006.
Sono migliaia le persone che ogni anno convengono ad Ischgl per vivere le emozioni del Top of the Mountain Concert, al caldo sole di primavera e sulla neve più bella dell’anno, quel firn che tutti vorrebbero avere sempre sotto gli sci. E la festa continua poi di sera nei club e nei bar, nell’indimenticabile atmosfera della nightlife di questa prestigiosa località».

Beh, devo riconoscere: fu un bel concerto. Anche se molti erano distratti dalla presenza di Paris Hilton!

Alessandro Gogna in apertura della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

Il Tetto di Conan
Con Andrea Bavestrelli il 27 maggio andammo in Valle dell’Orco e ripetemmo i Tempi moderni al Caporal. E il giorno dopo, sempre con lo stesso compagno, ma con in più Filippo e Maria Ia Gallizia, salimmo la via Diretta al Buco del Piombo, in quel di Erba. Mentre il 3 giugno con Salvatore Bragantini ci rivolgemmo al Sigaro in Grignetta per ripetere una via che era tanto tempo che non facevo: la via Rizieri. Proseguimmo poi su un’altra grande classica, la via Panzeri bassa al Torrione Magnaghi Meridionale, sempre bella e di soddisfazione.

Alessandro Gogna in apertura della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

Spero che il lettore mi perdonerà se ogni tanto do spazio a messaggi da me ricevuti che in qualche modo esprimono anche le mie emozioni. A volte mi ci ritrovo in maniera tale da non distinguere quasi che non ne sono io l’autore. E in effetti questa distinzione, quando il messaggio funziona, non dovrebbe essere importante per nessuno. E’ il caso di una mail di Marco Pecchiari, ricevuta il 17 gennaio 2006:
L’inverno non è adatto a coloro che sognano un arrampicata fatta di sole e roccia calda; per queste persone l’inverno è un periodo in cui si deve avere un po’ di pazienza, un momento di transizione piuttosto lungo, che prima o poi lascerà il posto alla calura estiva. Si approfitta dell’inattività per fare esplorazione, individuare pareti più o meno nascoste, godendo del panorama, dell’aria frizzante, del riflesso della neve. Per farla breve: partito alla volta di Macugnaga alla ricerca della Parete delle Frecce Ritrovate, con l’intenzione di individuare la via Aurora Consurgens, approfitto della giornata di sole per una passeggiata sulla scarsissima neve della Valle Anzasca e mi ritrovo a sera alla base della parete. Già da lontano vedo il luccicare di catene e spit, ma non mi illudo certo di trovare una parete non attrezzata dopo tanti anni dall’apertura delle prime vie. Sto osservando dalla base il Tetto di Conan, quand’ecco che noto sul tetto inferiore un’anomalia.

Alessandro Gogna in apertura della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

Sulla roccia orizzontale e liscia del tetto, qualcuno ha fissato delle prese. Il risultato è terribile, una specie di miscuglio tra parete artificiale e falesia.
Me ne vado senza parole. Non salirò Aurora Consurgens perché su quella parete non c’è più niente da fare. E’ diventata un grosso attrezzo ginnico per scimmie. Oppure potrei andarci e fissare a mia volta dei grossi pioli da via ferrata accanto alle prese. Oppure potrei tornare e rompere i chiodi e staccare le prese. Tutte cose nella stessa logica di chi per primo ha modificato la roccia. Non farò nulla, ovvio, ma cosa si dovrebbe fare in questi casi? E’ possibile che chiunque si arroghi il diritto di scavare o incollare prese alla roccia? Vorrei sapere se attualmente sia effettivamente possibile fare qualcosa a riguardo.

Saluti. P.S. I cento nuovi mattini sono ora novantanove”. 

Alessandro Gogna, assicurato da Adriano Roncali, in apertura della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

Nella stessa giornata gli risposi:
“Caro Marco, mi hai dato una pessima notizia, anche se questo è il genere di nuove che occorre aspettarsi. Mi dispiace molto.
Credo non ci sia nulla da fare, se non aspettare tempi migliori.
Personalmente avrei delle resistenze a smartellare tutto via: rimarrebbero solo i danni.
Potresti forse fare una lettera alla Rivista del CAI, o qualche altra rivista, se ti va.
Aurora Consurgens requiescat in pace”.

Adriano Roncali (a sinistra) e Pino Bottino all’uscita della via dello Iato sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe, 18 giugno 2006.

E il 10 giugno Guya, Petra, Elena ed io fummo ospiti dei Gallizia a Macugnaga: non potei trattenermi dal chiedere di andare a vedere la Parete delle Frecce Ritrovate (dai chiodatori ribattezzata Parete Bettineschi). Crapapelada blues, richiodata a spit, era stata rinominata Salto nel… Dopo cinque monotiri ritornammo a casa e iniziò una bellissima serata con i sei figli di Ia e Filippo e con le mie. Ciò mi fece dimenticare l’amaro del Tetto di Conan.
Il giorno dopo ci raggiunse Luca Santini, così con Filippo e Ia andammo a ripetere la bella via a Gino sul Torrione di Rosareccio. Era la seconda ascensione di quell’itinerario.

La gestione della numerosa figliolanza rimase sulle spalle di Guya, ma ormai possiamo dire che c’era abituata. A lei demmo l’incarico di prendere la seggiovia del Belvedere e poi di seguire il facile sentierone per il rifugio Zamboni-Zappa, dove anche noi saremmo ripassati al nostro ritorno. Tutto andò bene, anche perché tra Luchino e Guya era nato un amore solido. Guya, nelle sue smanie igieniche, mai avrebbe messo piede nelle toilette di un rifugio, ma quella volta fu costretta da Luchino, che aveva necessità urgenti. Ridendo di gusto, Guya ci riferì che, quando entrarono nel locale e Luchino vide la “turca”, quel bambino di quattro anni esclamò con la sua vocina: “No, no, io qui la cacca non la faccio…”.

La parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe con il tracciato della via dello Iato, 18 giugno 2006.

Via dello Iato
Il 17 giugno 2006, a Cimolais, il GISM fece la sua assemblea annuale e io vi partecipai come relatore al convegno La brutta faccia dell’alpinismo: le polemiche. La solitudine del paese fu turbata da un numero di visitatori forse superiore a quello degli abitanti. Luca Visentini si era offerto di ospitarci, ma noi preferimmo l’ospitalità del GISM che ci diede una stanza all’Albergo Cimolais (oggi chiuso). L’esercizio in se stesso era ben tenuto, con il giusto grado di ordine e pulizia, ma la stanza era di uno squallore ineguagliabile. Una cella monacale sarebbe stata molto più graziosa e accogliente. Il mattino del convegno scendemmo per fare colazione. Ci accolse con un mezzo inchino uno dei proprietari dell’albergo. Era un tipo alto, magrissimo e completamente vestito di nero con camicia bianca. Sembrava incapace di sorridere. Una visione che evocava tragedie incombenti o appena successe. Ci fece accomodare ai tavoli di formica. Non c’era un servizio di self-service, anche perché, scoprimmo, non c’era nulla da esporre. Con sussiego e deferenza ci chiese cosa desideravamo. Mentre liberavamo dalla plastica le meste brioscine che ci aveva portato assieme a due cappuccini meno che tiepidi, entrò nella saletta una signora, anche lei evidentemente legata al convegno.

Questa, dopo averci salutato, si rivolse al telefono a gettoni che faceva la sua bella figura in un angolo, a circa 4-5 metri da noi. Nel silenzio mortale che ci avvolgeva non potevamo non ascoltare il suo dialogo con lo sconosciuto interlocutore. Parlava con un forte accento romagnolo, e già questo ce la rese simpatica. Di certo le era stata fatta la domanda “come era lì” e lei aveva risposto “Guarda, non ti dico… una tristezza!”. Ma, per vedervi la scena, dovete mettere l’accento giusto sulla parola “tristezza”. Ci colpì a tal punto che ancora oggi Guya la imita enfatizzando la “romagnolità”. Il nostro umore ebbe un’improvvisa impennata, la situazione ci apparve surreale (come del resto era). Venimmo anche a sapere che c’era stata una nascita in quel di casa, proprio quella notte, e dunque la nostra signora consigliò di regalare alla mamma un “pagliaccetto”. E anche qui dovete sforzarvi di far risuonare la parola “pagliaccetto” con il giusto accento…

A fine pomeriggio, dopo il convegno, salimmo alla Casera Ditta dove ovviamente ci aspettava l’amico Adriano. La mattina del 18 giugno partimmo di buon’ora. Con noi era anche Pino Bottino. Dopo un accesso di discreta lunghezza alla parete, iniziammo ad arrampicare sulla parete nord-ovest della Quota 2083 m del Cimòn delle Basilighe. Fu una salita di piena avventura, caratterizzata dall’incertezza di una prosecuzione logica e in libera: dopo ogni lunghezza convenivamo che l’apparenza ci aveva ingannati e che le soluzioni erano quasi sempre differenti da quelle ipotizzate. Naturalmente non mancarono i passaggi decisamente impegnativi. Ma la discesa fu abbastanza comoda, anche se lunghetta. Non fu una salita dello stesso livello della parete est della Cima di Pino Sud, ma di certo ci appagò, anche nella spiacevole certezza che il piacere di vederla ripetuta avremmo dovuto aspettarlo molto tempo… Ecco perché via dello Iato, l’evidente “salto” che c’è oggi tra due differenti modi di vivere la montagna.

Via dello Iato ultima modifica: 2025-04-17T05:53:00+02:00 da GognaBlog

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5 pensieri su “Via dello Iato”

  1. Hai ragione Carlo, la dovrei terminare. Anche perchè mi ritrovo spesso a pensarci e poi ci terrei molto a disegnare una via su quella parete . 

  2. Se ancora è possibile una celia:
     
    @1 ….e che diavolo ci fai qui, vai a lavorare, completa la via che le cose a metà non piacciono a nessuno. Via, gamba
     

  3. Bello tutto, anche i viados malgrado ti siano costati, ma la cosa più bella è la mail di Carlo. E  “questa distinzione, quando il messaggio funziona, non dovrebbe essere importante per nessuno”(tua frase).

  4. L’accostamento involontario, chissà, tra Salvatore Bragantini e Pink, vale il racconto.

  5. Quest’ultimo è stato alla Penna di Sumbra, quella via mozzafiato (Draghi volanti). Quella parete me la ricordo come si ricorda una bella donna in minigonna.
    Stupenda, bella. Quel bello trascendentale, il bello assoluto, valore di estetica massimo.

    Stupenda e selvaggia la sud della Penna di Sumbra (ma anche la nord regno del misto con vie decisamente toste, non è da meno!!!) oltre ad aver ripetuto diverse vie, tra cui anche Draghi Volanti, ho iniziato una via nuova che non sono ancora riuscito a terminare.

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