Parete nord del Cerro Torre

Parete nord del Cerro Torre
(l’archiviazione del mistero del 1959)
di Ermanno Salvaterra
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2006)

Sono passati tredici lunghi anni da quando ho provato a scalare il Cerro Torre da nord, con Guido Bonvicini e Adriano Cavallaro. Abbiamo fatto il nostro primo tentativo in ottobre 1993 e siamo riusciti a raggiungere la base del cosiddetto diedro degli Inglesi, salito da Phil Burke e Tom Proctor nel 1981. A quel punto eravamo saliti 550 metri, ma siamo stati respinti perché la parete era coperta di neve. In attesa di condizioni migliori, abbiamo salito la via franco-argentina sul Fitz Roy e la via del Compressore sul Cerro Torre. A novembre abbiamo fatto un secondo tentativo e abbiamo dormito alla base del diedro, all’interno del box portaledge lasciato da Burke e Proctor. Il giorno dopo il tempo era pessimo e i miei compagni volevano scendere, ma ho chiesto loro di concedermi almeno un paio d’ore in più per salire un po’ più in alto. Volevo arrivare al Colle della Conquista, semplicemente perché ero curioso di vederlo. Lì, la tempesta ci ha costretti a ritirarci.

La copertina de The American Alpine Journal, 2006

Nel 1994 feci un altro tentativo sulla stessa via con l’austriaco Tommy Bonapace. Aveva già provato questa linea una mezza dozzina di volte. Nel pomeriggio abbiamo raggiunto la base del nevaio triangolare, a circa 300 metri sopra il ghiacciaio. Dopo un terribile bivacco Tommy mi ha detto: “Basta, Ermanno, mai più”. Era chiaro che il suo rapporto con quella linea era giunto alla fine definitiva.

Gli anni passavano e ogni tanto ero rapito dal ricordo di quel percorso. Per molto tempo avevo difeso Cesare Maestri, che sosteneva di aver scalato il versante nord del Cerro Torre nel 1959 con Toni Egger, morto in discesa. L’avevo fatto in dibattiti pubblici e conversazioni da bar, e avevo discusso con le unghie e con i denti con il più determinato accusatore di Maestri, Ken Wilson, l’editore della rivista inglese di arrampicata Mountain. Ma a poco a poco ho iniziato a cambiare idea. Ho riletto e studiato tutto quello che era stato detto e scritto in difesa di Maestri, e ho cominciato ad avere dei seri dubbi. Ero comunque sicuro di voler ancora salire la sua presunta “via”. Quel mio sogno era sempre lì. Nel novembre 2004 sono tornato a casa dalla Patagonia dopo aver completato una nuova via sulla parete est del Cerro Torre, e due mesi dopo ho festeggiato il mio cinquantesimo compleanno. Per la prima volta ho capito che il tempo stava passando. Eppure il mio desiderio di scalare la parete nord è rimasto forte.

Verso la fine dell’inverno l’amico Rolando Garibotti mi ha scritto proponendomi un progetto. Già in precedenza mi aveva suggerito di arrampicare insieme in Patagonia, ma io avevo sempre rifiutato, sentendolo molto più giovane e più forte di me. L’idea da lui proposta era allettante, ma gli risposi che prima volevo provare la parete nord del Cerro Torre, la presunta via di Maestri. All’inizio Rolo non sembrava convinto, ma alla fine ha accettato con entusiasmo. Ha accettato anche Alessandro Beltrami, con cui ho salito la parete est nel 2004.

The American Alpine Journal, 2006, pagina 10

Per tutta l’estate la stampa italiana ha suscitato polemiche. Durante un’intervista, mi è stato chiesto cosa pensassi della presunta salita di Maestri e ho risposto onestamente che pensavo fosse “pura fantasia”. Dal momento che abito a soli 10 chilometri da Maestri, la stampa locale è andata a nozze con la mia risposta e la polemica è cresciuta. Nonostante questo, ho deciso di portare avanti il nostro progetto.

Ero sì entusiasta di andare alla ricerca dei segni della presunta salita di Maestri, ma la mia motivazione principale era la salita stessa. L’idea di salire una linea che raggiungesse la vetta del Cerro Torre senza utilizzare gli spit della via del Compressore che Maestri e soci avevano aperto nel 1970 mi ossessionava. E non ero il solo. L’austriaco Toni Ponholzer e i suoi compagni avevano tentato la parete nord più di una dozzina di volte; sono stati fermati in due occasioni a soli 250 metri dalla vetta, dopo essere saliti in linea diretta sul lato destro della parete nord. Burke e Proctor, dopo aver scalato il grande diedro della parete est, sono entrati nel cuore della parete nord e si sono fermati a soli 30 metri dalla cresta ovest. Il nostro obiettivo originario era quello di seguire la linea degli austriaci, ma l’abbiamo trovato molto ghiacciata, quindi siamo stati costretti a cercare un’alternativa.

Rolando Garibotti inizia il primo tiro sopra al nevaio triangolare, in direzione del Colle della Conquista. In alto a destra la vetta della Torre Egger. Foto: Ermanno Salvaterra.

Siamo arrivati a El Chaltén il 14 ottobre alle 17.00: dieci minuti dopo abbiamo incontrato Rolo, appena arrivato da Bariloche. Il tempo era buono e il pomeriggio successivo eravamo ai piedi del Cerro Torre. Eravamo pronti per iniziare la salita, ma all’alba del mattino seguente nevicava e così siamo tornati a El Chaltén. Siamo tornati alla base del Cerro Torre altre tre volte e abbiamo salito i primi quattro tiri, fissando le nostre tre corde. Una mattina, portando tutto il nostro kit, siamo saliti in cima alle corde fisse, ma ha ricominciato a nevicare. Non potevamo tentare una scalata di questa portata in quelle condizioni. La quarta volta siamo partiti presto, e alle 17 abbiamo raggiunto un piccolo pilastro appena sopra il Colle della Conquista, tra Torre Egger e Cerro Torre. Da lì abbiamo fatto una breve doppia che ci ha permesso di accedere alla parete nord-ovest, e dopo pochi tiri abbiamo trovato un buon punto per bivaccare. Il giorno successivo la parete diventava più ripida, ma Rolo, pur dovendo sgombrare la neve per trovare le fessure, saliva molto velocemente.

Ermanno Salvaterra subito sopra al Colle della Conquista. Sullo sfondo il Cerro Rincon e, più lontano, il Volcan Lautaro che si erge al di sopra del Continental Icecap. Foto: Rolando Garibotti.

Nel tardo pomeriggio eravamo arrivati a una piccola sporgenza sul filo della cresta nord. Abbiamo dato una buona occhiata alla parete nord, sopra e alla nostra sinistra: sembrava fattibile. Prendemmo coraggio. La vetta del Cerro Torre era a soli 300 metri sopra di noi. Oltre al vuoto sul Colle della Conquista, e solo circa 50 metri più in alto, si trovava la cima della Torre Egger, di straordinaria bellezza. Verso nord abbiamo potuto vedere il Cerro San Lorenzo, a più di 200 km di distanza. Abbiamo deciso di scavare una cengia nel ghiaccio in modo da poter stare comodamente seduti per tutta la notte. Purtroppo il tempo ha cominciato a peggiorare. Nuvole nere si avvicinavano da ovest e forti raffiche di vento ci assalivano. Cosa dovevamo fare? Scendere o continuare? Sapevamo che tornare indietro significava che non saremmo tornati. Su queste vette è comune salire 200, 300, anche 400 metri e tornare indietro in caso di maltempo.

Alle otto di sera, con il nodo alla gola, abbiamo deciso di scendere. Nevicava forte e il vento soffiava violento. Prima siamo scesi per la parete nord-ovest, poi abbiamo fatto tre doppie lungo la cresta nord per arrivare al piccolo pilastro appena sopra il Colle della Conquista. Nel buio più totale abbiamo continuato a scendere per altri 200 metri oltre il colle. All’incirca alla stessa altezza della base del diedro degli Inglesi, abbiamo deciso di fermarci ad aspettare l’alba. Non ci funzionavano bene le lampade frontali, era l’una di notte ed eravamo abbastanza stanchi. Abbiamo scavato un terrazzino con le nostre piccozze per rendere più confortevole l’attesa e per poter preparare qualcosa da mangiare. Alle 5 del mattino siamo ripartiti. Eravamo mezzo addormentati e siamo scesi con cautela per evitare errori. Abbiamo recuperato tutto il materiale che potevamo perché avevamo deciso di non fare un altro tentativo. Quattro ore dopo siamo arrivati alla grotta di neve. Il tempo non era poi così brutto, ma si sentiva quanto forte fosse il vento.

Rolando Garibotti (a sinistra) ed Ermanno Salvaterra al primo bivacco su El Arca de los Vientos. Foto: Alessandro Beltrami.

Abbiamo deciso di restare fino al giorno successivo prima di scendere a El Chaltén. Nel pomeriggio, verso le 15, un incredibile ronzio ci ha spaventati. Ho guardato in alto e ho urlato. Un’enorme valanga stava travolgendo la parete. Ale ha afferrato le pale ed è fuggito all’interno della grotta. Rolo, scalzo, iniziò a correre nella neve. Pensavo stesse andando giù per fare delle foto, ma era fuggito temendo il peggio. Avendo già visto questo tipo di valanga sulla parete, sono riuscito a mantenere la calma, ho trovato la mia macchina fotografica e ho scattato alcune foto. Probabilmente un enorme fungo di ghiaccio si era staccato dalla parte più alta della torre, spazzando la parete est e coprendola interamente. Lo spettacolo era terrificante, ma quel giorno i forti venti iniziarono a soffiare l’enorme nuvola bianca orizzontalmente verso sud, e solo due piccole cascate di neve arrivarono alla base.

Alle quattro del pomeriggio, dopo aver discusso della valanga, sono andato a dormire. A mezzanotte Ale mi ha dato un pezzo di formaggio e dei cracker. Poi mi sono alzato e sono uscito a fumare una sigaretta. Il cielo era limpido e fui sopraffatto da una profonda tristezza. Ho pianto e il cielo limpido mi ha ferito profondamente. Avevamo tolto tutto dal muro e non restava che tornare a casa. Verso le 2 di notte mi sono riaddormentato. Quando ci siamo svegliati, ho proposto ai miei partner di fare un altro tentativo. Ci fu un momento di silenzio, ma presto l’entusiasmo si impadronì di loro e furono d’accordo.

Ermanno Salvaterra e Alessandro Beltrami impegnati sulla parete nord-ovest del Cerro Torre. Foto: Rolando Garibotti.

Stava nevicando mentre tornavamo a El Chaltén e mentre scendevamo pianificavamo il nostro prossimo tentativo. Saremmo andati il più leggeri possibile. Ci saremmo assolutamente lasciati alle spalle tutto ciò che sembrava superfluo. Eravamo abbastanza stanchi, quindi sapevamo che avremmo avuto bisogno di qualche giorno di riposo.

Il giorno successivo, il 10 novembre, il tempo era brutto e ci siamo goduti un meritato giorno di riposo. Al mattino il cielo sembrava schiarirsi e, sebbene avessimo voluto riposare ancora un paio di giorni, abbiamo deciso di risalire subito. Non abbiamo parlato molto durante l’avvicinamento, però le nostre gambe si sentivano bene e in meno di sei ore siamo arrivati alla grotta. Ci siamo subito preparati a salire. Rolo ed io abbiamo iniziato la parete e, come prima, abbiamo salito i primi quattro tiri e poi abbiamo sistemato le nostre tre corde. Ale è rimasto a lavorare alla nuova grotta di neve che, per motivi di sicurezza, avevamo spostato sotto la Torre Egger. Dopo poco più di due ore io e Rolo siamo tornati. Il tempo si stava rivelando fantastico, senza nemmeno la minima brezza.

Dalla parete nord del Cerro Torre verso la vetta della Torre Egger. Foto: Rolando Garibotti.

La sveglia è scattata alle 3.45. La colazione era solo qualche boccone. Il tempo era perfetto e non c’era un secondo da perdere. Alle 4.45, con le pile frontali sui nostri caschi, abbiamo iniziato a salire a jumar le corde che avevamo fissato il giorno prima. Abbiamo salito altri due tiri e in breve siamo arrivati al nevaio triangolare. Il sole nascente ha cominciato a scaldarci. Ci siamo mossi veloci, risalendo metro per metro i tratti che avevamo scalato pochi giorni prima. Rolo è salito veloce, short fixing (tecnica per velocizzare lo svolgimento delle lunghezze tramite alcuni tratti superati in conserva, NdR) per guadagnare dai 10 ai 20 metri ogni tiro mentre Ale ed io salivamo le corde dietro di lui.

Le placche sopra il nevaio triangolare sono difficili, ma poiché sapevamo esattamente dove andare, siamo stati in grado di muoverci velocemente. La neve che ha ricoperto la rampa fino al pilastro sopra il Colle della Conquista era in condizioni migliori rispetto a prima, e ancora una volta siamo riusciti a risparmiare molto tempo. Era appena mezzogiorno quando arrivammo al pilastro, 50 metri sopra il colle.

Alessandro Beltrami si lavora la penultima lunghezza verso il fungo di ghiaccio finale. Foto: Rolando Garibotti.

Sulla parete nord-ovest le fessure erano ancora sgombre dalla neve del nostro precedente tentativo, e abbiamo raggiunto il terrazzino sul bordo della cresta nord verso le 16.30. Al nostro primo tentativo c’erano voluti due giorni. Quello era un buon posto per bivaccare, ma viste le alcune ore di luce rimanenti abbiamo deciso di attrezzare un altro paio di tiri. Dopo una breve pausa sono partito. Adesso la parete era in ombra e il freddo ci mordeva le mani. Rolo e Ale hanno poi salito un altro tiro, anche abbastanza duro. Mentre eravamo impegnati sulla parete nord, sulla parete nord-ovest cadevano pezzi enormi dai funghi di ghiaccio al di sopra: ma su quella cresta eravamo al sicuro.

Il luogo del bivacco era fenomenale: davanti a noi la Torre Egger, a destra il Fitz Roy, e a sinistra l’immenso Continental Icecap e le sue montagne. Il freddo era pungente e penetrante, ma il cielo era pieno di stelle. La notte è trascorsa velocemente e siamo riusciti anche a dormire un po’.

La mattina dopo, il 13 novembre 2005, mi sentivo come se fossi in un film o in un sogno. Abbiamo iniziato a prepararci alle sei del mattino, ma non eravamo pronti per iniziare ad arrampicare fino alle otto. Fortunatamente, il sole iniziò presto a riscaldare i nostri corpi irrigiditi. Il muro era quasi verticale e piuttosto difficile. Dall’alto delle corde che avevamo sistemato il giorno prima, Rolo ha salito altri due tiri, zigzagando tra i funghi di ghiaccio per arrivare alla fine della parete nord. Quando sono arrivato da Rolo all’ultima sosta, ci siamo abbracciati emozionati. Parlavamo senza fiato. Adesso, sotto di noi, la parete nord non era più un problema. Con un altro tiro su ghiaccio perfetto ci siamo uniti alla Via dei Ragni di Lecco (parete ovest), salita nel 1974 da Daniele Chiappa, Mariolino Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri.

Era circa l’una del pomeriggio e sopra di noi enormi formazioni di ghiaccio non consolidate promettevano di rendere difficile l’avanzata. La vetta della Torre Egger era ormai molto sotto di noi, ma ancora non riuscivamo a vedere la vetta del Cerro Torre. Abbiamo iniziato una serie di tiri che hanno richiesto molto impegno. Il ghiaccio non era solido o consistente e a volte dovevamo scavare più di 50 centimetri prima di poter trovare ghiaccio o neve abbastanza solidi da arrampicarci. Avevamo solo due picchetti da neve e, poiché i chiodi da ghiaccio erano inutili, la protezione era quasi inesistente. Ma non stavamo per arrenderci. Il cielo si era rannuvolato e cominciò a nevicare e soffiare un po’. Abbiamo fatto l’ultimo tiro a pezzi, ognuno di noi saliva un po’ di più, poi scendeva. Il freddo è tornato a essere penetrante, ma alle 23.15 siamo tutti arrivati sul punto più alto del Cerro Torre. Ale mi ha ricordato che esattamente un anno prima eravamo arrivati su questa stessa vetta, dopo aver scalato la via nuova sulla parete est. È stato un momento profondamente emozionante. Dopo aver scattato alcune foto, siamo scesi dal fungo e ci siamo seduti sotto uno strapiombo di neve in attesa che passasse la notte. La mattina dopo siamo scesi lungo la via del Compressore sulla cresta sud-est.

Abbiamo deciso di chiamare la nostra via El Arca de los Vientos (Arca dei Venti). In tutto abbiamo salito 37 tiri, di cui 21 nuovi. Abbiamo dedicato il nostro percorso alla memoria di due cari amici, lo spagnolo Pepe Chaverri e l’argentino Teo Plaza. Nel 1994, questi due fantastici giovani avevano effettuato una grande salita in stile alpino sulla parete est del Cerro Standhardt. Sfortunatamente, non molto tempo dopo, la bella vita di Teo fu interrotta da una valanga. Pochi anni dopo le montagne rivendicarono anche Pepe.

El Arca de los Vientos, parete est, parete nord-ovest, parete nord.

Epilogo
Al di sopra dell’attrezzatura di Maestri nella parte superiore del diedro iniziale, a circa 300 metri sopra il ghiacciaio e 20 metri sotto il nevaio triangolare, non abbiamo trovato traccia del passaggio di Egger, Maestri e Fava, l’altro loro partner. Durante le salite e le discese del nostro tentativo e poi durante la salita, abbiamo percorso i tre quarti della cresta nord, una delle tre linee che Maestri ha nel tempo descritto come la loro linea di salita sopra il colle. Maestri lo aveva fatto in occasione di tre diversi resoconti: sul settimanale L’Europeo, pubblicato nell’aprile 1959, sulla rivista francese La Montagne, nell’aprile 1960, e sulla Rivista Mensile del CAI, nel 1961. In questa sezione di 450 metri al di sopra del Colle della Conquista, Maestri dice di aver piazzato 60 spit, eppure non abbiamo trovato nulla. I tentativi di Toni Ponholzer e la nostra salita coprivano i tre quarti del terreno coinvolto nelle tre diverse linee descritte da Maestri come la sua presunta linea di salita. Né Toni né noi abbiamo trovato traccia del passaggio di Maestri. Sulla base di queste osservazioni e di altri motivi, siamo convinti che la prima salita del Cerro Torre sia stata effettuata dagli italiani Chiappa, Conti, Ferrari e Negri nel 1974 attraverso la parete ovest. Per chiunque sia interessato a questa storia, suggerisco di leggere A Mountain Unveiled, di Rolando Garibotti, sull’American Alpine Journal del2004.

Ermanno Salvaterra lungo la discesa della via del Compressore. Foto: Rolando Garibotti.

Sommario
Zona: Cerro Torre, Patagonia
Ascensione: prima salita di El Arca de los Vientos (1200 m, 37 tiri, VI 5.11 A1 90°); il percorso segue tratti della via Bragg-Donini-Wilson (1977) alla Torre Egger (sulla parete inferiore est fino al Colle della Conquista), quindi si sposta sulla parete nord-ovest, salendo alcuni tratti in comune con il tentativo Giarolli-Orlandi-Ravizza del 1994, per poi spostarsi sulla parete nord, che si risale fino alla cresta ovest per poi seguire la via dei Ragni di Lecco per tre tiri fino alla sommità; Alessandro Beltrami, Rolando Garibotti ed Ermanno Salvaterra, 12-13 novembre 2005. Discesa per la cresta sud-est (via del Compressore).

Una nota sull’autore
Ermanno Salvaterra, 51 anni, vive a Pinzolo, in Italia, e lavora come guida alpina, maestro di sci e custode del rifugio Dodici Apostoli nelle DFolomiti di Brenta. Ha completato due nuove vie fino alla cima del Cerro Torre, una nuova via di 1350 metri che terminava a 100 metri sotto la cima (Infinito Sud) e la prima salita invernale.

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Parete nord del Cerro Torre ultima modifica: 2020-12-18T05:22:16+01:00 da GognaBlog

33 pensieri su “Parete nord del Cerro Torre”

  1. 33
    Luciano Regattin says:

    «Questa volta Cesare ha firmato il libro di vetta della scalata sulla sua vita”.
    Non serve aggiungere altro alle parole del figlio. 

  2. 32
    Alberto Benassi says:

    Concordo con Michele Guerrini. La storia non si cancella. 
    Non mi sembra che il Colosseo sia stato demolito anche se è stato un luogo di persecuzione e morte. Anzi è un monumento che richiama milioni di visitatori. 

  3. 31
    Guerrini Michele says:

    Se questa terra, le sue cime ed anche il paese del Chalten hanno avuto uno sviluppo alpinistico lo dobbiamo anche alla fama del Cerro Torre scalato ( o meno) da Maestri e da quel suo compressore diatriba ormai da anni di filosofie etiche…..
    Ma la storia non si deve cancellare,anche se non si condividono i mezzi utilizzati,così come le imprese di Chouinard, Casarotto,Bridwell,Silvo karo, Francek knez, Janez Jeglic, kurt Albert….

  4. 30
    Riva Guido says:

    Date a Cesare quel che è di Cesare e al Cerro Torre quel che è del Cerro Torre.

  5. 29

    Personalmente non ho mai avuto nessun accanimento verso Maestri che, ho spesso ripetuto, ha tutta la mia stima e comprensione per il suo essere umano e quindi, in certe situazioni, imperfetto. Fatto sta che questa storia resta poco chiara solo in Italia e per poche persone, mentre nel resto del mondo è chiarissima. Negli anni intercorsi tra le interviste che cita Pellizzari e oggi, si sono aggiunti nuovi ulteriori importanti tasselli che in gran parte (quasi totalmente) sono descritti dettagliatamente su pataclimb.com al link che ho indicato nel mio ultimo commento.
    Mi sono fatto un’idea, sulla base delle prove fino a oggi raccolte, di come sia andata questa storia, ma non mi va di parlarne qui, anche perché l’unica persona che potrebbe confermarla è appunto il povero Maestri che, dall’alto del suo essere profondamente anziano, non si merita di certo di essere ulteriormente molestato. 

  6. 28
    palms says:

    Pellizzari NON è accanimento contro una persona, ma molto più importante, è accertamento e difesa della VERITÀ. Valore molto più importante del singolo.
    “Sarebbe soltanto un cumulo di pietre, se non gli attribuissimo il grande valore che gli diamo”.
    Quello è il motto a cui attiene la verità come valore.

  7. 27
    Emanuele Pellizzari says:

    Personalmente ho fatto da interprete a Jeff Achey e Mark Synnot della rivista  Climbing durante le interviste a Cesarino Fava, Cesare Maestri, Ermanno Salvaterra e Maurizio Giarolli. Ho anche avuto parecchia corrispondenza con Rolando Garibotti. Sono passati molti anni (circa +15) ma ricordo che c’erano delle incongruenze nei racconti dei vari protagonisti (un poco tutti), ed è difficile, ma si potrebbe trovare le registrazioni che furono fatte. Detto tutto questo, nell’ordinamento italiano vige la presunzione dell’innocenza. Come ho provato più volte a far capire a Rolando Garibotti in particolare, non vedo il senso di accanirsi contro una persona anziana come Maestri. Se Maestri si è avvantaggiato per questa ascensione, ebbene, sono passati molti anni e non si può tornare indietro. Detto tutto questo, in un periodo dove ci fanno stare rinchiusi in casa per tutelare i più deboli ed in particolare i più anziani, trovo fuori luogo i commenti e l’articolo. Lo si poteva pubblicare prima, o dopo, ma nell’attuale contesto storico, è inopportuno.

  8. 26
    BEPPE says:

    “ma è certo che abbia mentito, o meglio, che sia stato costretto a mentire a causa di una situazione complessa e contingente.” 
    Affermazioni importanti, scusate la mia ignoranza storica, ma potresti circostanziare meglio queste tue parole.
    Perchè mentire ??
    Chi lo ha costretto??
    cordialita

  9. 25
    palms says:

    Infine va ricordato, e non è secondario, che Maestri non raggiunse la cima neanche nel 1970, quando ha sfregiato la montagna col compressore.

  10. 24

    Lorenzo, credi a chi vuoi,  ma la cima di una montagna è un oggetto, un luogo, che si è raggiunto oppure no. E Maestri nel ’59 non l’ha raggiunta. Fai un po’ tu
     

  11. 23
    Lorenzo says:

    I commenti sulla diatriba Maestri sì Maestri no sono di grandi alpinisti che conoscono il torre per averlo salito  per cui grande rispetto  per i legittimi dubbi sulla prima salita per le loro convinzioni dettate dalle ispezioni della parete.Conosco l onesta’ intellettuale di Salvaterra e di Maestri .Non posso che rispettare quanto affermano ma , ed è una affermazione basata dalla frequentazione dell uomo e non dell alpinista Maestri , ritengo difficile pensare a una menzogna di tale portata come sostiene Furlani che conosce Maestri profondamente e sicuramente meglio di me.d’altro canto ho un rapporto di rispetto  di stima e di amicizia con Ermanno e so che le sue affermazioni  sono sincere  basate su riscontri oggettivi ,se pur ad anni di distanza ,  e molto gli sono costate  sul piano umano .  In sintesi mi definisco fra “color che son sospesi” .Scusate se mi sono intromesso nella chat non da scarso alpinista qual sono od ero data l’età  ma da appassionato della storia dell alpinismo . Credo a Cesare e credo ad Ermanno perché credo alla loro onesta’  .

  12. 22

    https://www.pataclimb.com/climbingareas/chalten/torregroup/torre/elarca.html
    Basta leggere la lunga spiegazione dietro al link, inclusi i vari link contenuti nella stessa pagina. Cosi facendo, l’argomento può ritenersi esaurito. Ma bisogna leggere tutto!
    Se poi vogliamo parlare di condizioni eccezionali della montagna nel ’59, è perdere tempo. Il versante della presunta salita di Maestri sopra il colle della conquista sembra abbattuto (è un’illusione ottica) come Maestri l’ha descritto, ma è verticale in realtà.  Questo avvalora la tesi (poi ampiamente dimostrata) che Maestri e Egger hanno tentato (o hanno provato a tentare) la linea di Bonatti e Mauri e poi hanno tratto delle conclusioni esclusivamente dettate dall’illusione ottica di cui sopra.

  13. 21
    Davide says:

    Salvaterra e soci sono stati impressionanti. Infinita motivazione e grandissima tempra.
    “In attesa di condizioni migliori, abbiamo salito la via franco-argentina sul Fitz Roy e la via del Compressore sul Cerro Torre. A novembre abbiamo fatto un secondo tentativo”
    Su Maestri non saprei che dire. Il Cerro Torre è dei lecchesi

  14. 20
    palms says:

    Anche il dato delle tempistiche dichiarate da Maestri, prova l’impossibilità delle sue affermazioni.
    Senza la piolet traction e con le piccozze del suo tempo, sarebbe stato impossibile andare in vetta e tornare in così poco tempo – e questo ammettendo e non concedendo affatto che nel 59 si siano riscontrate sulla parete condizioni eccezionali, mai più riscontrate da allora, da nessuno.

  15. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    A questo punto una domanda è d’obbligo.
    Se è vero ciò che pare ormai assodato, perché Cesare Maestri mentí? Oppure, volendo essere piú moderati, perché non raccontò subito la verità? Fu per effetto di uno stato confusionale estremo e di prostrazione mentale, provocati dalla scomparsa dell’amico, dalla tensione di quei giorni e dall’aver sfiorato la morte pure lui?
    Tutta la sua vita precedente è in assoluta contraddizione con la condotta che si ritiene abbia tenuto al Cerro Torre. È un mistero.
    … … …
    È triste e perfino imbarazzante scrivere queste cose di una persona come Cesare Maestri, però non si tratta di una faccenda privata. Si tratta di un episodio importante nella storia dell’alpinismo.

  16. 18
    Vittorio Lega says:

    @16. “È certo che sia stato costretto a mentire”. Ecco, è questo che sarebbe bello per me approfondire.  Non quindi ha mentito/ non ha mentito, questione sterile, ma quello che vorrei chiedervi è: quali sono i fattori per cui un alpinista è portato a “costruire” una sua verità ad hoc, non suffragata da prove? Non credo succeda solo per motivi economici o perlomeno questi non sono i più interessanti.

  17. 17
    Fabrizio says:

    Spettacolare 

  18. 16

    Come ogni storia di eroica conquista anche questa ha i suoi aspetti romantici che sono quelli che più di altri  fanno presa nell’immaginario sentimentale, specie di chi il Cerro Torre l’ha visto sui libri o dai suoi piedi. Le supposizioni che qui appaiono in certi commenti, pur nella loro rispettabilità, hanno come fondamento il romanticismo, ma sul Torre si sono svolti fatti concreti ampiamente dimostrati. El Arca de los vientos è stata ripetuta varie volte e ne sono state aperte pure delle varianti. 
    È altresì curioso come da più di 10 anni abbondanti la comunità alpinistica mondiale riconosca come ovvia che la prima salita della montagna sia quella dei lecchesi nel ’74. 
    Personalmente ho la massima stima di Maestri e negli anni mi sono fatto una mia opinione sul perché abbia mentito. Ne ho anche parlato con Messner, Garibotti e Salvaterra, ma è certo che abbia mentito, o meglio, che sia stato costretto a mentire a causa di una situazione complessa e contingente. 
    Solo qualche italiano crede ancora alla salita del ’59, ma si tratta di pura fantasia perché i fatti (tutti i fatti!) dimostrano il contrario esatto.

  19. 15
    Enrico Defilippi says:

    ….”Toni Egger fu uno dei più forti ghiacciatori del suo tempo, non potrebbe essere che in quel lontano 1959 ci fossero condizioni eccezionali tali per cui una successione irripetibile di croste e placche ghiacciate permisero la salita …” Questa possibilita’ , già ipotizzata tempo fa sul blog ( dalla redazione stessa  mi sembra) è indubbiamente suggestiva  oltre che fondata ( sui cambiamenti climatici e le capacità di alcuni fuoriclasse dell’epoca  nella progressione su ghiaccio ripido  pre piolet traction). Mi chiedo anche se le particolari condizioni climatiche della zona sommate al  passare degli anni abbiano potuto in qualche modo  degradare le tracce materiali del 1959…

  20. 14
    steiner says:

    Non si tratta di un farmaco o di un invenzione che porterebbe danni o benefici ma di un exploit sportivo più o meno riuscito il cui valore lo conosce solo chi lo ha fatto..e lo presuppone  chi non lo ha fatto… poi vero o falso che sia,ci  si perde in .. ma è vero o no… è giusto o no.. in questi casi si tratta di Onan the Barbarian..giochi futili per giovani fanciulli…finche l’età lo permette…Buone Feste

  21. 13
    Fabio Bertoncelli says:

    Cesare Maestri scrisse di aver piantato decine di chiodi a pressione. Li piantò addirittura su due linee distinte, in quanto la discesa avvenne lungo un itinerario differente. In salita li usò sia alle soste sia come protezioni intermedie. In discesa li usò come ancoraggio per le corde doppie.
    Si tratta di decine di chiodi a pressione, come si evince dalla relazione; in piú bisogna considerare anche i chiodi normali. Dal nevaio triangolare in su non ne è stato trovato neppure uno, né a pressione né normale, su nessuna delle due linee.
    Inoltre, la relazione tecnica non corrisponde affatto, in diversi punti, a quanto riscontrato da coloro che passarono di lí negli anni seguenti.
    … … …
    Pure a me sembra incredibile (pazzesco!) che una persona come Cesare Maestri abbia potuto mentire. Purtroppo i fatti sono questi.

  22. 12
    Lusa says:

    Nel 1959 Maestri ed Egger usarono chiodi a pressione? ok

    I tentativi di Toni Ponholzer e la nostra salita coprivano i tre quarti del terreno coinvolto nelle tre diverse linee descritte da Maestri come la sua presunta linea di salita. Né Toni né noi abbiamo trovato traccia del passaggio di Maestri.

    Dove sono finiti i chiodi a pressione? Anche se fossero stati tolti i buchi sarebbero rimasti e si sarebbero trovate tracce.
    Se non vi sono tracce si può essere assaliti dal dubbio che da lì non è passato nessuno?
     

     

  23. 11
    Marco Furlani says:

    Io non metterò mai in dubbio la parola di Cesare Maestri lo conosco bene non avrebbe retto una una balla simile per 60 anni. La ricostruzione di Garibotti proverebbe il contrario ma io credo al Cesare

  24. 10
    Andrea Parmeggiani says:

    Nella mia semplicità faccio fatica a concepire che qualcuno come Maestri possa avere organizzato una bufala di tali dimensioni… 

  25. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Nel 1959 Maestri ed Egger usarono chiodi a pressione.
    Se verrete ad arrampicare alla Pietra di Bismantova (Appennino Reggiano) su qualche via fuori moda ne troverete ancora numerosi. Risalgono agli anni Sessanta e primi Settanta, sopravvissuti alla spittatura moderna. 

  26. 8
    BEPPE says:

    Vorriei azzardate un ipotesi balzana.
    Toni Egger fu uno dei più forti ghiacciatori del suo tempo, non potrebbe essere che in quel lontano 1959 ci fossero condizioni eccezionali tali per cui una successione irripetibile di croste e placche ghiacciate permisero la salita .
    Del resto io frequento la montagna da 40 anni e se guardo le prime mie foto scattate al ghiacciaio dei forni, alta Valtellina, è irriconoscibile oggi per cui in 61 anni immagino quanto possa essere cambiato l’ambiente patagonico.
    Perchè non credere sulla parola? Non facciati tutti i San Tommaso.
    cordialita

  27. 7
    BEPPE says:

    Nel 1959 si usavano “spit”. Mi sbaglierò ma a me non risulta.

  28. 6
    Lusa says:

    In questa sezione di 450 metri al di sopra del Colle della Conquista, Maestri dice di aver piazzato 60 spit, eppure non abbiamo trovato nulla.

    Dove sono finiti i 60 spit?
    Gli spit non sono chiacchere al vento, se non sono stati trovati vuol dire che non sono stati piazzati.
    Improbabile che qualcuno se li sia mangiati.

  29. 5

    3 e 4: commenti fuori luogo. Abbiate pazienza.

  30. 4
    Giovanni Filippi says:

    Il problema, secondo me, è che con le bugie di maestri non hanno ottenuto la giusta gloria ultimi veri salitori del 1974

  31. 3

     Da  geografo e da conoscitore della Patagonia che ho girato tutta a cinque riprese nei miei vari viaggi in Argentina ritengo che è un grave errore utilizzare un’espressione nordamericana  (continental ice cap) nata in Alaska per il Campo de Hielo Patagónico Sur. Fa parte della pigrizia linguistica italiota di considerare sempre l’inglese lingua di riferimento “scientifico” anche fuori del suo dominio di competenza. A El Chalten ci sono stato nell’ottobre 2006 e ho diverse foto del Torre col suo funghetto. Sono convinto che da allora il fungo, come da prima,  ha continuato acambiare forma, altezza e consistenza.

  32. 2
    BEPPE says:

    LA BUONA FEDE DELL’ALPINISTA NON DEVE  ESSERE MESSA IN DISCUSSIONE.
    ALTRIMENTI IO VI DICO CHE NON SIAMO ANDATI SULLA LUNA E ELVIS NON E’ MAI MORTO.
    EVITIAMO COMPLOTTISMI E FAKE.
    CORDIALMENTE

  33. 1

    Già noto, ma questo resoconto, assieme a quello di Rolando Garibotti, si può considerare il documento ufficiale di come sono andate le cose sul Torre e che quindi la sua prima salita sia stata quella dei Ragni del 1974.

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