Patrick Cordier, scalatore libertario

Omaggio all’alpinista schivo e riservato, padre spirituale dell’arrampicata moderna, che è rimasto una figura isolata nella storia dell’alpinismo, come una breccia sovversiva lasciata aperta nel mondo consolidato dell’arrampicata verticale. Il titolo dell’articolo si rifa all’articolo di Gilles Modica dedicato a Patrick Cordier e pubblicato su MontagneMagazine n. 236, venti anni fa.

Patrick Cordier, scalatore libertario
di Alex Roth-Grisard
(pubblicato su montagnes-magazine.com il 17 agosto 2020)

K2, 1979
Cresta sud-ovest. Patrick sente la cartina Caporal della sua sigaretta tra le dita, come chi mastica pensieri, con lo sguardo “glaucomico”. Un colpo di tosse tra ogni boccata. Aspetta, legato alla sosta, che il suo secondo salga. “Daniel, hai pensato alla cartina?” ansima 30 metri più in alto. Trasgressivo come una boccata di fumo di fronte all’autorità. A 33 anni, non gliene potrebbe importare di meno della vetta o delle conseguenze per il pubblico. In fin dei conti, questi viaggi lontani sono solo viaggi verso la fine di se stessi, riflette in quel momento.

Una volta allestito il Campo 4, si addormentò nell’aria rarefatta della sua tenda. Teneva stretto a sé il pacchetto di tabacco e un libro di Henri Michaux, tra il saccopiuma e il piumino, sordo al cicalare degli altri. Lo spirito di conquista dei Beghin e dei Seigneur gli era estraneo. Questa divergenza, tuttavia, non ebbe conseguenze durature, poiché quegli alpinisti dei ghiacciai himalayani sarebbero poi diventati suoi amici inseparabili.

Patrick Cordier

In quella splendida notte di fine estate, tra le vette del Karakorum, la luna si abbeverava alla cerea chiarezza della neve. Ci si addormentava nell’ebbrezza dell’altitudine, associata ad hashish e alcol. Con Jean Afanasieff, Daniel Monaci e altri, era un pretesto per diluire la vita tra vapori e fumi, al rifugio o in bivacco, per vivere in una grande festa sfrenata. Quattro anni prima, in una splendida giornata di gennaio, lo stesso gruppo si trovava al Mount Ross (Isole Kerguelen, l’ultima vetta francese vergine), una sigaretta Gitanes tra i denti una volta arrivato in cima.

La spedizione sul K2, che riuniva l’élite dell’alpinismo francese, non avrebbe raggiunto la vetta e, durante la discesa, il cielo azzurro come l’etere sembrava un’alzata di spalle del tempo agli uomini. Patrick tornò rapidamente alla sua casa selvaggia a Presles, da Tina, la bellezza nordica che aveva sposato nell’autunno del 1978, e alla sua vecchia routine di guida, un lavoro che odiò fino agli ultimi giorni ma che provvedeva a rifornire il suo conto corrente in banca – la vita è così cara.

L’arrampicata era meglio prima, nel XIX secolo, o meglio ancora nel Medioevo, quando l’uomo non era ancora impazzito“. In mezzo alle correnti d’aria che si levavano ovunque andasse, Patrick Cordier non smise mai di essere questo agitatore di idee. Fu il padre spirituale dell’arrampicata libera moderna, in un’epoca in cui l’arrampicata stava guadagnando la sua indipendenza dall’alpinismo. Per lui, l’arrampicata era un viaggio, lassù in alto, dove si porta l’anima a spasso. In pace.

Dai suoi viaggi negli Stati Uniti, riportò la pietra filosofale che avrebbe trasformato l’arrampicata in Francia: tracciò una via alle Aiguilles de Chamonix con i quattro friend di Yvon Chouinard, portati dalla California. Il 14 luglio 1975, di prima mattina, l’alchimia dell’arrampicata libera, pulita e impegnata, era questa grande opera, tutto era pronto. “La nostra legge (etica, sembra una barzelletta) era scoprire belle linee e partire con tre friend in tasca (sto esagerando, ma di poco). Niente martello, niente chiodi, niente trapano, niente spit, niente traccia, niente mirino, niente appiglio, vivere felici, vivere nascosti, questo lo chiamavamo arrampicata libera“. La via sul Pilier Cordier all’Aiguille de Roc (13-14 luglio 1975), tracciata con Jacques Ramouillet, è come tutto il resto, immensa, impegnativa. Bisogna ripetere tutto questo mentalmente: quattro friend sull’imbrago e qualche sigaretta infilata nello zaino. Era un’epoca di incoerenza e audacia, ora sbiadita nel tessuto dei documenti delle polizze assicurative e degli opuscoli sulla sicurezza con tanto di hashtag. “Possiamo sperare che l’escalation di domani sia quella di ieri“.

Salite quotidiane, sempre ripetute, nel suo gioiello delle Prealpi Meridionali, a Presles, dove ha vissuto per venticinque anni.

1972
La macchina fotografica scattò con un clic netto e ovattato. A 1/125 di secondo,
la gelatina Kodak si congelò per sempre con la luce nell’obiettivo di Joël Coquegniot; questo scatto per i posteri, di quello che fu semplicemente un momento di relax tra due amici al bivacco, rimarrà l’immagine indelebile di Patrick: un ritratto che galoppa nel tempo. Nella foto in bianco e nero, i suoi occhi d’ossidiana fanno vibrare in modo sorprendente il suo emaciato volto Sioux.

La vacanza era stata piena come possono esserlo le pagine di uno scrittore. Prima, in Canada, sui Monti Logan, dove riuscirono, con Bernard Amy, nella seconda scalata della Lotus Flower Tower, ancora oggi temuta. Poi, all’improvviso, arrivò la prima della Rooster Comb, sul Denali, come un secondo sorso di un bicchierino ghiacciato. Tutto era stato favorevole, un meteo senza ostacoli. Ben poco di questo sarà scritto: le vette non si possono raccontare, si vivono solo per se stesse, dentro di noi. E siccome avevano il lusso di avere ancora tempo, si lasciarono dirottare verso i meridiani meridionali, alla ricerca dello Yosemite. A settembre, i due compagni si stabilirono al Campo 4.

Patrick, che non ha mai avuto l’anima del pioniere, era lì, in prima fila… In quell’ondata, una corrente mistica lo trascinò fino a El Capitan. I due avventurosi firmarono segretamente la prima scalata francese della via Salathé, in un tempo quasi record, festeggiando il suo 26° compleanno all’ultimo bivacco.

Maggio 1984: Patrick Cordier insieme a Erik Decamp da qualche parte nel Karakorum, durante l’apertura di una via alle Torri di Trango.

Era tempo di leggere Castaneda, Kerouac, tempo di visioni, una nebulosa beatnik che risucchia come uno scarico. E le ambizioni di Cordier gli gonfiavano il petto. L’oro grigio californiano lo ammaliava, un seduttore febbrile di pieghe verticali. Prima di tutto il Nose, trovò l’ispirazione per salire da solo. Metà in artificiale, metà in libera. 7 giorni per maturare il vuoto dentro di sé e conquistare il Mahtah, il limite massimo della libertà. Teneva la sua energia nelle mascelle, poiché era ancora limitato da una ferita al braccio destro, che fasciava come meglio poteva con barrette d’acciaio e una benda per tenere insieme il tutto. Certo, terza scalata in solitaria del Nose nel 1972, ma forse la prima e unica con una sola mano ancora oggi. Lontano, sospeso tra un’eco e l’intimo, questo viaggio solitario sarebbe stata la sostanza, il peyote che conduce alle visioni, la visione ampliata di se stessi, flusso originario alle fonti dell’alpinismo.

Vita libertaria

Ho cercato la sua traccia vertiginosa nel corso dei secoli, ovunque nelle pieghe verticali. Per me, questa generazione di libertari inconciliabili ha il sapore delle Gauloises brune e delle gelate estive, che ti bruciano la faccia. Patrick e tutti gli altri erano questi induttori di una vita lontana dall’illusione della sicurezza: “associare arrampicata e libertà non è innocente, ed è piuttosto difficile da mantenere nei tempi in cui viviamo, tempi che peraltro si susseguono molto rapidamente, dato che tutto si è consumato in circa quindici anni. Non rimane che la dimensione commerciale“. Ma c’è una certa contraddizione, sì, in questi sessantottini che rifiutano da un lato il riconoscimento dei loro pari, mentre lo cercano dall’altro.

Una bella mattina di agosto sono partito alla volta delle Aiguilles per dare un’occhiata a quella linea chiamata Sécurité et Liberté, aperta in poche ore con Erik Decamp, cinque o sei friend in cintura, un po’ per fare scena, ma soprattutto per divertirmi. Anch’io avevo solo mezzo set di friend; la semplicità si avvicina al gusto delle azioni ingenue e pure. In questo paesaggio verticale ho trovato questo confronto, il punto d’impatto tra la mia mente e la realtà. Viviamo liberi e nascosti.

© Guy Martin-Ravel

Alcuni punti di riferimento cronologici
Nato il 29 dicembre 1946 a Besançon, i suoi genitori erano insegnanti a Parigi. Grazie all’influenza familiare, iniziò a praticare l’alpinismo fin da giovanissimo, completando numerose salite classiche sulle Alpi. I suoi genitori possedevano uno chalet a Chamonix. Seguendo le orme del fratello maggiore, scomparso quando Patrick aveva solo 6 anni, iniziò a visitare Fontainebleau e Saussois due o tre volte a settimana; lì incontrò in particolare Catherine Destivelle.

1967: prima ascensione della French route alla parete di Trollryggen (Norvegia), aveva solo 18 anni.

1968: apertura della prima via in Verdon, la Paroi du DucDuc, voie des Enragés.

1970 (6 luglio): prima ascensione del Pilier Cordier ai Grands Charmoz, grandiosa salita su un pilastro di 650 m, per circa 18 tiri con difficoltà estreme per quel tempo, ancor oggi di grande impegno e difficilmente percorsa fino in cima alla montagna. Gli erano compagni Gary Addison, Thierry Fagard e Sylvain Jouty.

1972: in viaggio…
Prima salita del Rooster Comb (Crête du Coq) nel massiccio del McKinley (Denali) con Joël Coqueugniot e Bernard Amy.
Seconda scalata della Lotus Flower Tower nelle Logan Mountains con lo stesso team.
Prima francese della via Salathé al Capitan con Joël Coqueugniot, poi 7 giorni in solitaria sulla via del Nose sempre al Capitan.

1973: Viaggia dalla California a bordo di una Volkswagen Tipo 1 fino al Fitz-Roy con i suoi amici, stringendo amicizia con Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia. Viaggia per un anno. Scopre la quena e viene introdotto alla droga.

1974: diploma di guida di alta montagna.

1975: spedizione nazionale alle isole Kerguelen e ascensione dell’ultima vetta francese vergine, il Mount Ross, assieme a Jean Afanassieff.

Fonda l’Associazione Indipendente delle Guide del Monte Bianco (oggi AIGMB), insieme a Jean Afanassieff e ai fratelli Patrice e Gilles Bodin.

Prima salita del pilastro sud dell’Aiguille de Roc (massiccio del Monte Bianco, Aiguilles de Chamonix) con Jacques Ramouillet, il 13 e 14 luglio (senza l’uso di chiodi). Prima via aperta in Francia con i dadi.

1976: Prima ascensione solitaria della parete sud del Fou, nel massiccio del Monte Bianco. Viene girato e trasmesso su TF1 un film, prodotto in collaborazione con Jacques Ramouillet: Voyage en face sud.

1978: diventa professore ordinario all’ENSA.

1979: spedizione nazionale al K2 8611 m: tentativo alla cresta sud-sud-ovest (Magic Line).

1981 (16 agosto): prima salita della Pointe de Lépiney con Erik Decamp, via Security and Freedom. Un’arrampicata in libera sostenuta e molto esposta nella parte superiore.

1982 (22 maggio): prima ascensione della Bubuli-Mo-Tin Spire nel Karakorum (Pakistan) con Jacques Maurin.

1983: viaggio di 3 mesi in Pakistan e apertura di una nuova via sulla Seconda Torre dil Trango (il Castello) con Erik Decamp e Robert Wainer.

1993: difende la sua tesi in neuroscienze: “Analisi delle traiettorie nell’arrampicata”, sotto la supervisione di Jean Pailhous.

1996 (5 giugno): muore sull’autostrada Aix-Marsiglia alla guida della sua Kawasaki GT.

Patrick Cordier, scalatore libertario ultima modifica: 2025-06-23T05:15:00+02:00 da GognaBlog

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10 pensieri su “Patrick Cordier, scalatore libertario”

  1. Tantissimi anni fa, dopo un rocambolesco viaggio nella neve su una R4 e un bivacco di fortuna (sempre nella neve) scendendo dal Monginevro, ho avuto l’esperienza di dormire nella famosa casa di Cordier, con due amici torinesi che lo conoscevano (uno se legge ricorderà e sogghignerà, l’altro è scomparso, aveva abbondantemente sogghignato sul momento delle nostre vicissitudini, essendosi astenuto dalle devastanti sostanze che il padrone di casa aveva generosamente condiviso). 
    Per me Cordier era un mito e, dopo la notte delirante ed esilarante, lo divenne ancora di più. 
    Il giorno dopo sulle vertiginose pareti del Vercors lui danzava col suo cliente (che aveva partecipato imperturbabile alla nottata) mentre noi ci trascinavamo goffamente e pericolosamente, mortificati dall’abissale differenza tra un fuoriclasse e i normali scalatori, che credevano di saper scalare.
    Questo articolo ha fatto aggallare un ricordo remoto e particolare, illuminato dallo sfioramento di un personaggio da leggenda che era anche molto simpatico ealla mano.

  2. Si può giocare a calcio senza sapere chi è Garrincha, o Alfredo di Stefano?
    Certo che sì.
    Ed è anche certo che saperlo è meglio.

  3. Kugy scriveva che per conoscere una montagna devi dormirci sopra.
    Per me non puoi dire di conoscere un alpinista se non hai ripetuto le sue vie.
    Così come  il motto di Kugy si scontra con la quota, così il mio si scontra con la difficoltà della via

  4. Credo alle 3 fasi dell alpinista:
    Inizi ed esplori fuori e dentro te , impari con rischi altissimi.
    Poi prosegui la fase media dove puoi veramente (se vuoi) dare un contributo grazie al fisico ,l ambizione ed esperienze.
    Ed infine la terza (Eta?😅)dove si raccoglie il seminato e maturato il tutto che ci ha preceduto.
    Purtroppo un po per scelte di vita ma più per motivi di salute la terza l ho cancellata non vissuta che rammarico,  magari a Cordier è andata peggio certo.
    Quando leggo di Marcello e Alberto al o il bel racconto di Giorgio provo gioia e fiducia in questa scelta di passione che ci accomuna e anche sana invidia.
     

  5. Qundo vado a ripetere una via, non mi limito solo a leggere la relazione tecnica. Importante ma non è tutto. Cerco di andare oltre, di sapere la storia di quella via, chi l’ha aperta, chi erano, quale ere/è il loro stile, motivazioni. Tante volte sono andato a fare vie che non erano nulla si speciale come arrampicata, ma era importante la sua storia,  interessante chi l’aveva aperta oppure la parete su cui era stata tracciata. Sapere questo secondo me fa una bella differenza . È importante! Perchè l’alpinismo non è solo sport, è anche cultura, storie di uomini.

  6. Non intendevo criticare l’arrampicata odierna dal punto di vista tecnico. Oggi si fanno cose stratosferiche, ma perché qualcuno prima ha avuto la visione che le ha rese possibili.
    E saperlo arricchisce lo spirito. Nulla di più. 

  7. Ma in moltissimi ci riescono, segno che mi sbaglio, ma non per questo.ol mio pensiero cambia.

    Vero Cominetti, ci riescono. Ma dipende da come arrampicano, solo chiappa e tira. Molto triste e limitante la cosa.

  8. Be’, un personaggio che può essere compreso da quelli di una certa generazione in su. Purtroppo.
    Perché, secondo me, non si può arrampicare senza sapere chi era Cordier, come non si può sciare senza sapere qualcosa su Zwingelstein.
    Ma in moltissimi ci riescono, segno che mi sbaglio, ma non per questo.ol mio pensiero cambia.
     
    Bellissimo il racconto di Daidola!

  9. Ho sempre ammirato Cordier.
    I francesi sono stati illuministi anche sulle montagne.

  10. Grazie al comune amico Bernard Amy ho avuto la grande fortuna di conoscere Patrick Cordier nella sua fantastica casa di Presles sull’altipiano del Vercors. Una casa costruita con le sue mani. Erano i tempi bellissimi della Rivista della Montagna alla quale devo tanti incontri importanti che hanno arricchito la mia vita. Una casa unica quella di Patrick, una specie di teatro isolato costruito nella foresta sull’altopiano in cui i palchi erano camere da letto aperte verso il basso e la platea fungeva da immenso soggiorno. Viveva lassù con Tina, la sua Dea bionda che aveva conosciuto e amato in un lungo viaggio in treno da Parigi a Chamonix. Si lasciarono alla fine di quel viaggio senza lasciarsi alcun indirizzo, il loro incontro era stato troppo profondo e qualsiasi replica ne avrebbe rovinato l’intensità. Tina era sposata, con figli.  Rimasto solo Patrick si rese conto dell’enorme errore che aveva fatto: quella era la donna della sua vita! Sapeva solo il nome di lei e la regione dove abitava. Sacco in spalla andò a cercarla gridando ovunque c’era una casa il suo nome e dopo un lungo viaggio  la trovò!  Andarono ad abitare sotto una tenda in inverno, in quel luogo magico dove costruirono la loro pazza casa. Patrick realizzò per lei anche un piccolo studio d’arte di fianco alla casa-teatro. Durante quel soggiorno a Presles andai anche ad arrampicare, malgrado le mie modeste capacità, con Patrick e con Bernard. Per raggiungere l’attacco delle vie bastava calarsi con lunghe doppie, a pochi metri dalla casa! Ricordo che Patrick utilizzava solo una cintura e non un vero imbrago. Le difficoltà di quella via non le ricordo, salvo che per me furono parecchie, malgrado la corda dall’alto! Patrick mi regaló un suo stupendo libro di foto in bianco e nero da lui scattate, sviluppate e corrette, sulle “Cathedrales de Trango” (Arthaud, 1985).  Lo custodisco gelosamente nella mia biblioteca. Come incipit una frase che dice tutto sul senso della vita: Carl Gustave Jung racconta che all’età di sei anni gli apparve in sogno, al fondo di una caverna, un fallo gigantesco e parlante che gli disse: “Io sono colui che dirige il mondo” .   
     

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