Un “quasi inedito” di Giusto Gervasutti

Un “quasi inedito” di Giusto Gervasutti
di Carlo Crovella

Nella ricorrenza annuale della scomparsa di Gervasutti (16 settembre 1946), con la Redazione abbiamo deciso di proporre un particolare articolo del Fortissimo: si tratta di un testo poco noto, anzi “quasi inedito”. Non è del tutto inedito, poiché fu quanto meno pubblicato su Monti e Valli (periodico del CAI Torino) nel 1956 su iniziativa di Andrea Filippi, ma si tratta di un testo quasi sconosciuto, relativo ad un episodio di cui lo stesso Giusto non lascia traccia nel suo libro Scalate nelle Alpi.

Come è noto, Andrea Filippi, giovane sucaino torinese, fu uno degli ultimi compagni di cordata del Fortissimo nell’estate del 1946 e visse successivamente nel ricordo del Maestro, adoperandosi per onorarlo in ogni frangente possibile. Fra le tante modalità, Filippi si prodigò anche per la pubblicazione di questo specifico testo, proprio dieci anni dopo la scomparsa di Giusto. La segnalazione dell’articolo mi è giunta qualche tempo fa da Antonella Filippi, figlia di Andrea, che ha conservato con precisione e amore l’archivio del padre, compresa anche la parte che riguarda Gervasutti.

La Schönbielhütte (cerchio rosso) vista bal basso in stagione scialpinistica. Foto: www.gulliver.it.

L’articolo descrive un infruttuoso tentativo alla Dent Blanche risalente all’inverno del 1932. Alpinisticamente parlando, l’episodio è pressoché irrilevante, se non per il quadro particolarmente avventuroso in cui si è sviluppato. Acquisisce una decisa importanza sotto un altro profilo, poiché dimostra quanto Giusto fosse già ben inserito nell’ambiente torinese a poca distanza dal suo trasferimento sotto la Mole (1931). Nell’inverno del 1932, infatti, il Fortissimo (che non era ancora tale, visto che si conquisterà il soprannome durante il Trofeo Mezzalama del 1933) realizzò diverse uscite in montagna con il “giro” dei torinesi. Alcune di queste uscite furono di particolare rilievo: la prima sciistica alla Nordend (con Paolo Ceresa ed Emanuele Andreis) e la salita invernale della Cresta del Furggen al Cervino (con Gabriele Boccalatte e Guido De Rege di Donato).

Trafiletto apparso su Monti e Valli 1956 (per iniziativa di Andrea Filippi): foto giovanile (forse inedita) di Giusto Gervasutti.

Quindi Gervasutti era tutt’altro che un emigrato solitario e triste. Si inserì rapidamente nel tessuto torinesi: fu aiutato da una combinazione favorevole, che egli però seppe cogliere opportunamente. Audaces fotuna iuvat, dicevano gli antichi.

Prima di giungere a Torino, Giusto aveva già registrato numerose esperienze di montagna: nelle Dolomiti aveva assimilato la mentalità del Sesto Grado e, nel capoluogo subalpino, si recò immediatamente alla sede del CAI, dove ebbe modo di conoscere i suoi coetanei (poco più che ventenni) che, poco dopo, costituiranno il gruppo degli Accademici Torinesi. Parliamo di Boccalatte, Michele Rivero, De Rege, Renato Chabod, Massimo Mila e, oltre a molti altri, aggiungiamo (anche attraverso lo Ski Club Torino) gli appassionati di sci, come Andreis e i fratelli Ceresa.

Arrivo con gli sci alla Schönbielhütte. A destra: Cresta di Zmutt e Parete Ovest del Cervino. Foto: www.sac-cas.ch.

Giusto entrò a vele spiegate in questo “giro”, ma la cosa lo favorì anche nella vita di tutti i giorni. Infatti, oltre a condividere giornate in montagna, tutti costoro si vedevano costantemente in città. Al CAI innanzi tutto, perché era il luogo privilegiato per gli incontri degli alpinisti, ma non solo.

Di conseguenza, attraverso la comune passione per la montagna, Gervasutti ha iniziato a frequentare i rampolli di famiglie rilevanti nella vita cittadina, alcune con cognomi altisonanti (in genere nobiliari) e altre che appartenevano indiscutibilmente alla borghesia intellettuale (professori universitari, magistrati, avvocati, ingegneri…).

Insomma, grazie alla passione per la montagna, Giusto è entrato in contatto diretto con la crème torinese: però, ad una situazione inizialmente dovuta al caso, egli contrappose il merito di saper consolidare velocemente la posizione all’interno del gruppo e di accrescere la credibilità della sua persona.

Salendo con gli sci alla Schönbielhütte. A destra: Cresta di Zmutt e Parete Ovest del Cervino. Foto: www.sac-cas.ch.

Ampliando la visione ben oltre l’anno di questo articolo (1932), e anzi abbracciando i 15 anni della sua permanenza a Torino, possiamo dire che Gervasutti non visse “solo” e “per” la montagna. Anzi dedicava molto tempo all’impegno professionale (in ultimo con la casa editrice Il Verdone, di cui era titolare) e alle relazioni sociali cittadine. Crescendo di esperienza e di fama, Giusto frequentò i salotti bene (che erano allora i luoghi mondani per eccellenza), andava come spettatore alle corse dei cavalli, d’estate si recava a nuotare nelle varie piscine, mentre in altre fasi dell’anno si teneva in forma con gli sport praticati in quel frangente storico: ginnastica, scherma, grandi camminate. Negli spostamenti cittadini alternava le camminate con l’uso dei tram: per non lasciar passare il tempo invano, durante le prime teneva le mani in tasca, dove stringeva speciali morse per allenare i muscoli delle dita; in tram si racconta che utilizzasse gli infissi di acciaio per effettuare esercizi a corpo libero. Gervasutti aveva il mito dell’efficienza fisica, ma a prescindere dagli obiettivi alpinistici. Inoltre, mescolando sangue friulano e mentalità piemontese, non sprecava tempo in nessun momento della giornata…

La Schönbielhütte si trova sulla morena di destra, laggiù in fondo (molto…”in fondo”). Foto: www.sac-cas.ch.

A tutto ciò si è sempre collegato un costante e intenso impegno nel CAI Torino: come Direttore della Scuola di alpinismo Gabriele Boccalatte (1939-46), Gervasutti ha elaborato un impianto ideologico che costituisce uno dei principali contributi per l’impostazione dell’intero modello didattico delle Scuola CAI ancora oggi seguito.

Inoltre era sempre a disposizione di tutti, in particolare dei giovani (come i ventenni della SUCAI torinese, nei mesi successivi alla Liberazione del ‘45), per dispensare consigli e suggerimenti tecnici e organizzativi. Partecipava a moltissime gite sociali, spesso in un clima rilassato e ricreativo, in particolare gite con gli sci, ma anche estive. Prestava la sua esperienza in ruoli di accompagnatore tecnico sia nelle uscite organizzate dai GUF (Gruppi Universitari Fascisti: 20-25 anni) sia in altre uscite organizzate dalla GIL (Gioventù Italiana del Littorio: età adolescenziale). Non spaventino queste sigle: allora l’attività istituzionale non poteva che svolgersi dentro i binari ufficiali. Gervasutti, come quasi tutti gli Accademici del periodo, offrì la sua disponibilità in molte di tali uscite, a dimostrazione che non viveva solo di grandi imprese, ma che gli piaceva anche introdurre alla montagna semplici cittadini, a volte addirittura ragazzi in giovanissima età. Insomma, per usare un termine moderno, Gervasutti è stato un “caiano” a tutti gli effetti.

Inizio della salita in sci verso la Schönbielhütte. Foto: www.sac-cas.ch.

Ho voluto descrivere, seppur sinteticamente, alcuni risvolti del personaggio Gervasutti per sfatare, ancora una volta, l’interpretazione che di lui si è fatto negli Anni Settanta del Novecento: un’interpretazione psicanalitica che esaspera i tratti sofferenti della personalità, dipingendo Gervasutti come un nevrotico infelice, un inquieto, un ribelle, insomma uno che non si era inserito nella vita di tutti i giorni e che quindi cercava nel grande alpinismo la compensazione delle sue frustrazioni esistenziali.

Questa interpretazione non corrisponde alla verità o quanto meno non è la cifra esclusiva del personaggio Gervasutti. E’ innegabile che Giusto sia stato un alpinista di punta e che possa aver vissuto dei momenti di ricerca della libertà “sfrenata” attraverso la montagna. La famosa frase del 1934 (quando disprezza la folla che si affanna per gli ultimi acquisti natalizi mentre lui, dall’alto del Monte dei Cappuccini, già pensa al domani quando sarà, da solo, sul Cervino) è stata scritta e stampata nel suo libro, quindi non la si può contestare. Altrettanto vale per la descrizione dell’amarezza e della disillusione che lo colse in vetta alle Jorasses dopo la salita della Est. Altrettanto ancora possiamo rintracciare in un passaggio del sottostante articolo (verso la fine), quando contrappone l’atmosfera di allegria che, in pianura, coinvolge tutti nell’ultima notte del Carnevale, mentre i due protagonisti dell’episodio sono asserragliati nel rifugio in mezzo alla tormenta più sfrenata.

La terrazza innevata della Schönbielhütte: un balcone privilegiato sul Cervino. Foto: www.sac-cas.ch.

Quindi esiste anche quel particolare Gervasutti. Però la personalità di Gervasutti non si limita a questi momenti, che sono numericamente trascurabili se confrontate con l’estensione della sua vita quotidiana, dove egli era ben inserito e in equilibrio con se stesso e con gli altri.

L’equivoco sulla sua personalità deriva anche dal fatto che Giusto ha lasciato poche tracce di sé. La più famosa di queste tracce è il suo celebre libro Scalate nelle Alpi, dove giganteggia, in modo pressoché totalitario, il risvolto dell’alpinista di punta. Chi legge solo quel libro e non si avventura oltre nel misterioso mondo del Fortissimo, rischia di elaborarne un’idea fuorviante.

La Schönbielhütte affollata nel pieno stagione scialpinistica. Foto: www.sac-cas.ch.

Infatti Gervasutti non era un infelice né tanto meno un ribelle. Non era un misogino né un inquieto che cercava di fuggire dal cosiddetto sistema. Era invece apprezzato da tutti per la sua cordialità, per la sua pacatezza, per la sua gradevolezza, qualità che emergevano tanto in una “elevata” riunione degli Accademici quanto nelle conversazioni salottiere con le dame torinesi.

Così lo dipinge Chabod, suo compagno di cordata e amico fidato, nel libro La Cima di Entrelor: «Giusto era anche e prima di tutto un uomo di eccezione, un uomo d’onore… La sua dote più bella, quella che lo farà sempre rimpiangere, era la generosità d’animo… Un vero amico, sincero e nobile: grande e modesto, amico di giovani e giovanissimi, per i quali si prodigò sempre, come nessun altro, insuperabile maestro e trascinatore».

È con riferimento a queste sue doti umane (e non necessariamente alle sue eccelse vie in montagna) che io provo un profondo rimpianto per non aver avuto l’occasione storica di conoscerlo di persona.

La cabane Rossier, oggi cabane de la Dent Blanche. Foto: www.wikipedia.it.

Tentativo alla Dent Blanche
di Giusto Gervasutti
(pubblicato a cura di Andrea Filippi su Monti e Valli, gennaio-marzo 1956)

Il 16 settembre di quest’anno (1956, NdR) si compirà il primo decennio dalla scomparsa di Giusto Gervasutti. Siamo certi dell’approvazione di tutti i lettori se celebriamo in anticipo la triste ricorrenza pubblicando questa poco nota relazione di un tentativo invernale alla Dent Blanche, di cui nemmeno si accenna in Scalate nelle Alpi.

L’impresa ebbe luogo in quell’inverno del 1932 in cui Giusto, che era venuto a Torino da appena un anno, effettuò con alcuni amici torinesi le salite alla Nordend e al Cervino.

È forse il caso di notare che l’ascensione ebbe inizio da Valtournenche, poiché non c’erano ancora la strada del Breuil e tanto meno le attuali funivie, e che «le ragioni tutte nostre» adottate a motivazione della traversata per il Colle del Furggen, erano semplicemente rappresentate dalla mancanza di passaporto o permesso di espatrio (Andrea Filippi).

Ho un ricordo nella mia carriera alpinistica che mi pare valga la pena di raccontare. Ora che la neve torna e che le montagne si ripopolano di sciatori la rievocazione di quella mia avventura può interessare quanti sentono il fascino di questa vita aspra, ma che nulla può eguagliare, almeno per noi. Si era ancora in pieno inverno. Da due mesi stavamo discutendo di una grande ascensione che avevamo in animo di compiere. Si era avuto un inverno burrascoso, ma ora il tempo sembrava voler favorire la nostra impresa. La grande ascensione era varata.

Ingresso della cabane Rossier, oggi cabane de la Dent Blanche. Foto: www.albertodegiuli.it

Partimmo in quattro, una nebbiosa mattina di fine febbraio. Alla sera eravamo a dormire al Breuil, nell’albergo di Bich. Il mattino dopo all’alba ci mettemmo in cammino. I sacchi enormi, con i viveri per diversi giorni e l’attrezzamento necessario, ci fanno curvare sugli sci. I ramponi attaccati penzoloni fuori del sacco ci accompagnano nello andare tintinnando in cadenze. La prima tappa è molto lunga, con forti dislivelli. Dal Breuil, per ragioni tutte nostre, dobbiamo salire direttamente al Colle di Furggen, scendere sotto il Cervino fino a quota 2400, poi risalire fino alla capanna. Dodici ore di marcia.

A sera, dopo la parca cena, un tè bollente ristabilisce la temperatura interna. La esterna, dentro alla capanna, si aggira su zero gradi. Un timido accenno di coro, fra una boccata di fumo e l’altra, viene subito smorzato dal freddo che incomincia a serpeggiare per le membra stanche; allora ci buttiamo sui giacigli con tutte le coperte disponibili sopra di noi.

Vista dalla terrazza della cabane Rossier: immensità gliaciali. Foto: www.refuges-montagnes.info.

Alle sei del mattino, sveglia. L’incaricato di turno esce dalla capanna a consultare il tempo. Gli altri, con il naso gelato fuori dalle coperte, ne seguono attentamente le evoluzioni. La porta si apre, ed una ventata gelida si mescola ad una imprecazione mal trattenuta.

Nevica.
Nevica?
Sì.

I fortunati che non si sono mossi si tirano nuovamente le coperte sopra il naso; l’incaricato di turno ritorna anche lui, biascicando moccoli.

Vista dalla terrazza della cabane Rossier verso la Nord della Dent d’Herens. Foto: www.refuges-montagnes.info.

A mezzogiorno ci alziamo per mangiare. Qualche corvo disperato e affamato – sempre presenti, questi strani animali, a qualunque altezza e con qualsiasi tempo – viene a mendicare davanti alla finestra una crosta di formaggio.

Ora ha smesso di nevicare, ma il cielo resta chiuso e grigio. Solo verso il tramonto le nubi si alzano fin sopra i quattromila e ci lasciano intravvedere il Cervino e la Dent d’Hérens; enormi e lividi nel grigiore della foschia, impiastricciati di neve fresca sulle rocce.

La Dent Blanche, dove siamo diretti, è dietro a noi e non si vede. A destra la schiarita aumenta e qualche stella sbuca dalle nubi ammassate. Ma la perdita di questa giornata obbliga due della comitiva a rinunciare al tentativo. Hanno i giorni contati e devono ritornare. Così io e Paolo Ceresa decidiamo di tentare l’impresa da soli.

La cabane Rossier e, dietro, la Dent Blanche. Foto: www.refuges-montagnes.info.

L’indomani mattina il cielo completamente sereno ci invita a continuare. Salutiamo gli amici che vanno a fare un’escursione nei dintorni e proseguiamo. Si sale leggeri, ma lentamente, verso la capanna Rossier, méta della seconda tappa.

Ogni tanto ci fermiamo ad osservare le poderose pareti che ci circondano. Domina la parete ovest del Cervino, dove Hermann passò da solo, per la prima ed unica volta, salendo senza ramponi, dimenticati in basso, al rifugio, come un qualunque ombrello.

Poi i nostri sguardi si concentrano sulla Dent Blanche, dove domani si dovrebbe salire. È diventata più bella, così ammantata di neve fresca, ed ha assunto un aspetto quasi himalayano, ma la neve, che la rende così suggestiva ora, ci darà non poco fastidio domani, quando ci troveremo sulle placche vetrate.

Alle 13 passiamo tra le enormi crepacce del Col d’Hérens, alle 15 raggiungiamo la capanna, situata a quota 3600 sotto la cresta. Un breve spuntino, e dopo, mentre io mi accingo a segare e a spaccare la poca legna trovata sotto la neve, Paolo va in ricognizione.

La cabane Rossier, oggi cabane de la Dent Blanche. Foto: www.refuges-montagnes.info.

Ma il tempo non vuole lasciarci tranquilli. Una imponente cavalcata di nubi comincia a salire dal Colle di Valpelline e fila a velocità vertiginosa verso Zermatt. A poco a poco si estende ed al tramonto siamo nuovamente avvolti nel nevischio.

Ci ritiriamo nella capanna e ci accingiamo ad accendere la stufa. Dopo innumerevoli ed inutili sforzi, che servono soltanto a riempire di fumo la stanzetta, siamo costretti a concludere che il camino non ha tiraggio. Certamente la neve trasportata dal vento l’ha ostruito.

Munito di un uncino esco nella tormenta e salgo sul tetto deciso a fare lo spazzacamino. Mezz’ora di lavoro al fresco e riesco a far precipitare il blocco di neve nella cucina. Così finalmente possiamo accendere il fuoco. In questa capanna, costruita modernamente, si sta molto meglio che non alla Schönbiel. Mangiamo e ci buttiamo sui materassi che, per restare più caldi, abbiamo portato dal piano superiore e sistemati in cucina.

La maestosa piramide della Dent Blanche. In centro la cresta sud, dove si sviluppa la via normale. La cabane Rossier si trova sul versante Ferpècle (a sinistra guardando). Foto: www.camptocamp.com.

Per due intere giornate non usciamo più dalla capanna, bloccati dal maltempo che infierisce senza tregua. Si mangia poco, si parla poco, si dorme molto. Ma in queste ore di ozio forzato l’unica occupazione piacevole è quella di sognare ad occhi aperti.

Generalmente l’immaginazione preferisce alimentare tutti i desideri che non si possono soddisfare. Passano per la mente visioni di verdi prati soleggiati dove si potrebbe ruzzolare a piacere, stanze ben riscaldate da potenti caloriferi, letti morbidi con bianche lenzuola, tenere bistecche grandi come tovaglioli.

Fuori intanto la tormenta modula su tutti i toni il lungo lamentevole ululato. Sono cinque giorni che abbiamo lasciato il Breuil, ultimo posto abitato, ed è la penultima notte di carnevale. Il tempo, a quanto pare, vuol farci ballare per forza: ormai ci siamo e balleremo fino in fondo.

Al lume della candela vuotiamo i sacchi per vedere che cosa ci resta di commestibile. Il bilancio è più magro di quello che temevamo. Qualche crosta di formaggio, un po’ di lardo affumicato attaccato alla cotenna, un pizzico di cioccolato in polvere. Né pane né galletta.

Il versante Ferpècle della Dent Blanche. La cabane Rossier si trova alla base della cresta sud, all’estrema destra dell’immagine. Foto: camptocamp.com.

Abbiamo però due pagnottelle scovate su una plancia, dimenticate lì quest’estate. Sono ammuffite, ma possono sempre servire. Decidiamo di non toccare niente e di riservare tutti i nostri avanzi per il giorno seguente. Così andremo a dormire a pancia vuota. Domani cercheremo di scendere, per cercare di portar rimedio alla nostra situazione che, senza viveri come siamo, verrebbe a peggiorare di ora in ora.

Al mattino facciamo i sacchi, prepariamo una zuppa di acqua calda colorata al cioccolato dove inzuppiamo il pane ammuffito; mettiamo a posto il rifugio e usciamo nella bufera.

L’intenzione nostra era di ripassare il Col d’Hérens, raggiungere il Col di Valpelline e scendere in Italia. Cosa facilissima quando ci si può vedere. Ma voler trovare i passaggi nel turbinio che accieca e toglie il respiro, muovendo a tentoni su vasti pianori cosparsi di crepacci, è pretendere una cosa impossibile.

Dopo appena un’ora comprendiamo la inutilità dei nostri sforzi e decidiamo di ritornare. Fu già cosa ardua ritrovare il rifugio. Effettivamente le cose cominciavano a mettersi male per davvero: la tempesta di neve non accennava a diminuire, i viveri ormai erano finiti.

Ci trovavamo chiusi in una trappola. Paolo propose di tentare la discesa su Evolène passando, invece che sul ghiacciaio che non conoscevamo e che sapevamo accidentatissimo, in alto, a metà del vertiginoso costone che scende sotto la Dent Blanche.

La cabane Rossier è immersa in un sontuoso contesto glaciale, qui in versione innevata. Foto: www.sac-cas.com-Marco Volken.

Io scartai in quel momento la proposta perché ritenevo quasi certa, su quel percorso, la fine sotto una valanga. Per conto mio preferivo lasciare la pelle combattendo sotto la tormenta. Decidemmo di attendere ancora un giorno. Sbarrammo la porta del rifugio, andammo a riprendere materassi e coperte e ci stendemmo uno accanto all’altro. Si passò il pomeriggio tremanti per il freddo e tormentati dalla fame.

Provammo a intavolare qualche discussione, si cambiarono due o tre argomenti, ma ogni spunto dialettico si esaurì ben presto. Solo la voce del vento fuori, urlante sulle creste e nei canaloni ghiacciati, sembrava non dovesse spegnersi mai più.

Calò la sera, venne la notte, l’ultima di carnevale. Noi continuammo a restare distesi supini sui materassi. Ma ciononostante mi sentivo l’animo leggero, se non tranquillo. A me piacciono i contrasti, e la nostra situazione, che andava acuendosi proprio nelle ore in cui buona parte del mondo si apprestava a passare la festa più allegra dell’anno, mi procurava uno strano piacere, misto di orgoglio e di baldanza.

Il Ghiacciaio di Ferpècle: in primo piano il rifugio privato in località Bricola. Foto: www.sac-cas.com-Marco Volken.

Dormimmo poco e male, per il freddo specialmente, ma al mattino ci alzammo tutti e due decisi a rompere di forza la prigionia. Vista l’impossibilità di dirigersi attraverso i ghiacciai dovetti convincermi anch’io che l’unico modo per scendere era quello di affrontare il pendio. Uscimmo dal rifugio con le mascelle serrate, decisi a rischiare tutto per tutto.

Cinque ore durò la traversata. Cinque ore sotto l’incubo continuo della valanga che poteva staccarsi ad ogni passo. La fortuna non volle abbandonarci e finalmente potemmo raggiungere incolumi le morene inferiori del ghiacciaio. Il resto della discesa è senza storia, ed a notte, sfiniti ed affamati, potemmo sederci sulle solide panche di una osteria svizzera.

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Un “quasi inedito” di Giusto Gervasutti ultima modifica: 2022-09-16T05:12:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Un “quasi inedito” di Giusto Gervasutti”

  1. 8
    alessandro gentilini says:

    Molto interessante.Mi fa tornare indietro ai tempi in cui in Valle d’aosta pochi erano i punti d’appoggio e le funivie sporadici tralicci per “avventurosi “sciatori.
    Grazie Crovella

  2. 7
    Ugo Manera says:

    L’analisi del “personaggio” Gervasutti fatta da Crovella coincide perfettamente con le risposte che mi diedero due suoi grandi amici: Renato Chabod e Guido De Rege, alle tante domande che posi loro tanti anni fa su uomo ed alpinista Gervasutti, che io ho sempre ammirato. 

  3. 6
    Enri says:

    Invernale alla Dent Blanche partendo dal Breuil: ecco cosa si intende quando si parla di montagna meno accessibile!!!!!

  4. 5
    Alberto Benassi says:

    ...prepariamo una zuppa di acqua calda colorata al cioccolato dove inzuppiamo il pane ammuffito; mettiamo a posto il rifugio e usciamo nella bufera.Alpinismo è questa roba qui. Cosa credevate?

    diciamolo a Simone Moro che vuole fare formazione e cultura alpinistica.

  5. 4

    Levate il rifugio per avere un’idea dell’alpinismo patagonico anni ’80/’90.

  6. 3

    ...prepariamo una zuppa di acqua calda colorata al cioccolato dove inzuppiamo il pane ammuffito; mettiamo a posto il rifugio e usciamo nella bufera.
    Alpinismo è questa roba qui. Cosa credevate?

  7. 2
    Riva Guido says:

    Il Carlo predilige la cantina.

  8. 1
    antoniomereu says:

    Avercene di irrilevanze alpinistiche così tra le proprie esperienze !!!
    Grazie Carlo per queste grandi pagine di purezza che hai preso e proposto dalla tua immensa (credo)soffitta.

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