Una vita d’alpinismo – 63

Il mio grande viaggio in Asia – 7 – Il ritorno (AG 1975-005)

La trasferta a Darjeeling finì appena in tempo. Il 6 giugno 1975, il giorno dopo del nostro arrivo a Kathmandu, arrivò l’Hercules dall’Italia. Andammo tutti in pompa magna a riceverlo. Fu bello riabbracciarsi con Nella, che era ancora più magra di quando era partita dal Nepal. Salutai anche Emilio Orsini, vice-presidente generale del CAI e gli amici consiglieri centrali Lodovico Gaetani e Giorgio Tiraboschi. Quest’ultimo in particolare, i lettori più attenti ricorderanno che mi era venuto incontro al rifugio Gnifetti il 19 giugno 1969 quando io stanchissimo stavo scendendo dal Colle del Lys. Per questo con Giorgio i saluti furono particolarmente affettuosi.

Indo e Ladakh

Tutto era pronto per essere imbarcato, e così l’intera spedizione decollò per New Delhi già il giorno dopo, 7 giugno. Occorre dire che fu un viaggio bello tosto, perché l’Hercules arrivò a Pisa solo il 10 giugno!

Ci trattenemmo a Kathmandu qualche giorno, finalmente noi due soli: avevamo qualche lavoro per Beppe Tenti da sbrigare, ma anche tanto tempo libero per vivere la città di Kathmandu con la calma di chi sa che ha tutta l’estate davanti, e che la fretta è la nemica principale del viaggiatore.

Copricapo ladakho

Kathmandu era una strana città, dove quasi non esisteva differenza tra commercianti, contadini e artigiani. In quegli anni il traffico motorizzato era ben lontano dalle dimensioni odierne, il nucleo abitato non aveva ancora assunto le dimensioni dei decenni dopo. Certo era una città arcaica, un incanto al fondo di una grande vallata sovrastata da immense montagne. Se appena si abbandonavano i grandi viali, le auto, le motorette e gli incroci con i vigili che accettavano con grande naturalezza la loro totale inutilità, e si entrava nelle viuzze del centro ma anche periferiche, oppure si andava a zonzo per Bhadgaon o Patan, si scopriva l’atmosfera medievale. Ci si dimenticava delle terrazze verdissime perché coltivate a riso nei dintorni, ma anche delle montagne e delle nuvole nel cielo terso. Tra i mattoni che, assieme al legno iscurito, dominavano l’architettura di case e templi, si muovevano uomini, uccelli, scimmie, topi, cani, maiali che grufolavano infangati, vacche che pascolavano nella polvere tra mendicanti e i gradini delle soglie di templi ancora rossi per qualche recente sacrificio.

Leh nel giugno 1975

Veniva spontaneo pensare che quella gente, che non sapeva scegliere tra buddhismo e induismo, o meglio aveva scelto entrambi, lavorava, si muoveva, pregava e sorrideva con le divinità in testa. In chiunque vedevi la dignità degli uomini liberi, con annesse la serenità e l’assenza di tensioni. Anche le donne erano più libere che in India, le tibetane più libere di tutte, con divorzio, più  mariti, figli da chi volevano.

Thiksay

La sporcizia rilevabile ovunque subiva, nei nostri processi mentali, una trasformazione radicale: diventava una qualità nella quale anche l’assenza totale di fogne perdeva ai nostri occhi importanza. Come se fossimo stati anche noi convertiti al non badare alle manifestazioni materiali.

Thiksay

Ho stampati in mente i templi fitti di Durbar Square, alti sulle gradinate, con le file di tetti a pagoda su cui allignavano erba e muschi, porte, finestre, travi di legno finissimamente scolpite. Statue di elefanti e di leoni facevano la guardia e, ai loro piedi, le donne accoccolate vendevano le verdure. Poi c’erano i venditori di dahi (yogurth indiano) con le ciotole di terracotta portate a bilancia in canestri.

Monastero di Alchi

I tempietti più inquietanti erano quelli dedicati alla nera dea Khalì, ma per fortuna non era tempo di Durga, perciò i sacrifici di animali erano assai rari. Poi v’erano altri tempietti, spesso di ottone, con le offerte di fiori e di riso e la campanella che fan suonare i passanti. Nelle parti più vecchie di Kathmandu, Patan e Bhadgaon si susseguivano nella loro raffinata architettura cadente i botteghini di legno sopralzati con annessi venditori accoccolati in mezzo alle granaglie. Questi negozietti erano un regno dei balocchi con cascate di perline di tutti i colori, le trecce rosse e quelle nere coi ciuffi tutti d’oro, le cordine intrecciate con le mani e con i piedi. Scoperte meravigliose a ogni passo.

Monastero di Alchi

Accanto al grande stupa di Bhadgaon e agli innumerevoli mulini della preghiera, venditori di cianfrusaglie tibetane e tutto un incessante andirivieni di gente, di vacche, di biciclette per tutto il giorno.

Ricordo tanti cortili in cui, tra case mezze diroccate e ciuffi di cipolle secche appesi a ghirlanda sotto i tetti, troneggiavano baniani (Ficus benghalensis) giganteschi e le donne lavavano e stendevano i panni, in mezzo a piscine sacre di shivalingam mezze affossate, piene d’acqua sporca, con bambini che si affacciavano da dovunque.

E poi naturalmente la Kathmandu degli hippies con i ristoranti, Himalaya’s, Snowman, Mandarin, l’Eden Hashish Center.

Monastero di Hemis

In alto su una collina, spesso infestata da turisti, era Swayambhunath, appunto “il tempio delle scimmie sulla collina”: qui stazionavano gruppetti di sadhu, incerti se predicare in silenzio la saggezza o esercitare il mestiere degli indovini sotto ai loro splendidi turbanti.

A volte pioveva all’improvviso, giù uno o due rovesci, poi un arcobaleno, due arcobaleni in una luce strana, gialla, viola, grigia: e come per incanto in quel glorioso e lucente paesaggio si diffondeva una musica dolcissima con la chitarra e col flauto.

Ladakh

Lasciammo Kathmandu il 13 giugno. Per entrare in India non passammo, come avevamo fatto all’andata, per Raxaul. Scegliemmo invece il passaggio di Bhairawa/Nautarwa. Questa volta non avevamo con noi le rice-trasmittenti, le avevo affidate a Riccardo Cassin, perciò non ci fu alcun problema a passare in territorio indiano. Anche il mio carnet de passage falsificato fece il suo dovere. Eravamo abituati al caldo di Kathmandu, ma lì le cose stavano ben peggio. A finestrini abbassati soffocavamo, quasi implorando che piovesse. Ma non c’era nulla da fare, tutti pregavano per l’arrivo del monsone, ma questo appunto si faceva pregare… Passammo la notte a Nautarwa. Il mattino dopo comprammo due manghi che un venditore ci offriva e li mangiammo con avidità. Viaggiammo con calma verso Gorakhpur e ci fermammo la sera sulle rive di un grande corso d’acqua affluente del Gange.

Ladakh

Purtroppo la mattina dopo Nella stava molto male, accusava gli stessi sintomi dell’epatite che aveva avuto due anni prima. Diagnosticammo un’infezione alimentare. Era incapace di stare in piedi, ma non aveva febbre. A quel punto occorreva prendere una decisione: o andare all’ospedale di Gorakhpur, con tutti i rischi del caso, oppure affrontare una traversata di 900 km per raggiungere New Delhi. Scegliemmo assieme la seconda ipotesi, restando inteso che in caso di bisogno l’avrei portata in uno degli altri possibili ospedali, a Faizabad, o Lucknow oppure ancora Kanpur.

Ladakh

Quella traversata fu una delle cose più tremende da me affrontate in tutta la mia vita: le condizioni di Nella rimasero stabili, ma ciò non era per nulla rassicurante. Fece tutti i 900 km sdraiata sul nostro letto. L’assistevo come potevo, fornendole il tè caldo di cui aveva bisogno almeno ogni due ore. Quel caldo atroce avrebbe disidratato anche un cammello. Non sapevo ancora che, comprando finalmente a Delhi un giornale in lingua inglese, avrei letto di punte di temperatura fino a 48°. Guidavo giorno e notte come in trance, ero preso da una specie di smarrimento, sottolineato dal deserto che avevo intorno, una campagna gialla e avvizzita, con fango rinsecchito, nel tipo di strade che ho già descritto e nel terrore che Nella si aggravasse. Di notte abbagliato dai fari dei camion giganteschi, di giorno nella desolazione, anche di traffico, più totale. I camion circolanti erano davvero pochi, nessuno lavorava nei campi. Erano tutti a pregare per il monsone. Di notte c’era più vita, anche sulla strada, ma era un inferno, la tensione era spasmodica.

Nella e monaca in Ladakh

Passammo Faizabad e Lucknow, ogni due ore mi fermavo per pompare acqua dalle fontane ai lati della strada, oppure per gratificarmi con una pepsi-cola, oppure ancora per accasciarmi un’oretta sul letto accanto a mia moglie. Spiavo ogni sua risposta, valutavo l’intensità dei suoi lamenti, ero terrorizzato, tentato di portarla all’ospedale. Ma lei invariabilmente rifiutava, dicendo che voleva arrivare a Delhi. Ad un certo punto, chissà dove e a che ora, comunque in pieno giorno, notai che un gruppetto di marabù si stava affollando proprio in mezzo alla sede stradale. Rallentai, gli uccellacci svolazzarono via disordinatamente, ma solo quando fui vicino potei capire. In mezzo alla strada, nel nulla, giaceva un ammasso informe. Si distingueva un vago tessuto a colori, ma sotto c’erano certamente i resti di una povera donna. Che non solo era stata investita da un camion, ma anche ripetutamente sormontata da altri bestioni della strada. Tacqui con Nella e proseguii in una disperazione ancora più tremenda.

Ladakh

Ma eravamo determinati. Dopo Kanpur, le ultime centinaia di km per Delhi furono un vero supplizio, anche perché ero stanco.
Arrivammo alla Boarding House di New Delhi alle ore 13 del 17 giugno, dopo 52 ore filate da Gorakhpur. Il luogo era di uno squallore disarmante. Non appena Nella poté sdraiarsi su un letto vero e sotto l’aria smossa dalle gigantesche pale di un ventilatore, le sembrò di stare un po’ meglio. Anche la visitina in bagno, sia pur terrificante, contribuì a farle vedere un futuro migliore. Continuava a non avere febbre, era debolissima ma se non altro certi dolori di pancia si erano affievoliti.

Albicocchi in una valletta secondaria dell’Indo

Visto che insisteva per non essere portata da un medico, buttai là l’idea di farla ristabilire in un locale ad aria condizionata. Poi però, non ricordo più perché decidemmo di stare lì alla Boarding House anche per la notte, con l’idea di ripartire la mattina dopo per Amritsar. La notte fu un incubo, in mezzo a gente che andava e veniva, nel caldo soffocante di un monsone che ancora non c’era.

Partimmo il mattino dopo, decisi a evitare visite mediche e puntare direttamente ad Amritsar, dove ci saremmo concessi un albergo con l’aria condizionata. Dopo un giorno e una notte avevamo coperto anche i quasi 600 km che dividono la capitale da Amritsar, però secondo me Nella era di nuovo ricaduta nelle condizioni di prima. A fine mattina del 19 giugno scelsi un hotel di Amritsar e c’infilammo entrambi in una meravigliosa stanza dove ci sembrò di rinascere in poche ore. Finalmente potemmo dormire, alla sera lei riuscì anche a ingurgitare qualcosa di solido.

Albicocchi in una valletta secondaria dell’Indo

La rinascita di mia moglie fu rapida stupefacente, il sollievo che provavo era certamente pari alla sua gioia per averla scampata bella. Potevamo di nuovo viaggiare, soddisfare le nostre curiosità, svolgere i nostri programmi. Era già previsto che avremmo lasciato il pulmino in custodia all’albergo e saremmo andati a Srinagar in aereo, alla volta poi del Ladakh. Impiegammo la mattina per fare gli zaini, oltre alla mia visita all’aeroporto per comprare i biglietti.

Nella in Ladakh tra due autisti sikh

Nel pomeriggio del 20 giugno decollammo e in breve tempo vedemmo tra i suoi bellissimi specchi d’acqua del Dal Lake la città di Srinagar sotto di noi.

La regione del Ladakh era stata solo da qualche settimana riaperta agli stranieri. Non potevamo lasciarci sfuggire quell’occasione.

Casa kafira

L’ultimo regno buddhista nascosto tra le montagne, il Ladakh (detto anche Piccolo Tibet), era difficile da localizzare anche sulle mappe ed era un sogno che solo alcuni mormoravano a bassa voce.

Con una corriera di linea c’inerpicammo in una ripidissima valle su una strada che dopo parecchi tornanti ci fece superare lo Zoji La a 3528 m. La quantità di carcasse di autocarri o precipitati o investiti da valanghe era ingente. Il valico è lo storico collegamento tra la valle del Kashmir e la valle dell’Indo, ed è responsabilità di questo passo se per tutto l’inverno il Ladakh rimaneva isolato per via dell’enorme quantità di neve. L’aeroporto di Leh era ancora un’ipotesi.

Mamma e figlio kafiri

A poche centinaia di metri dal passo fummo vittime di una rappresentazione teatrale tutta indiana. La strada a una corsia era invasa da una modesta frana di fango. Il traffico era fermo in quel paesaggio surreale e rarefatto perché un camion militare con il cassone strapieno di bidoni metallici mal fissati e dal contenuto sospetto tentava di procedere in discesa slittando a pochi centimetri da una gigantesca autocisterna piena di carburante. Ferme le due colonne, in salita e discesa, di circa sette od otto veicoli ciascuna, tra cui la nostra corriera. A un occhio occidentale non esisteva la minima possibilità di risolvere la situazione. Ma il genio di questa gente non è mai da sottovalutare. In una babele di lingue, hindi, ladakho, inglese e hinglish si svolgevano conciliaboli di autisti, i cui aiutanti li confortavano con tazze fumanti di gur-gur-chai (tè salato) versato da thermos magicamente apparsi. L’idea di gettare teli di juta sotto le ruote funzionò e d’improvviso, quando ormai il chai servito era sempre più tiepido, la situazione si sbloccò.

Caratteristico cimitero kafiro con le bare non inumate


Anche la discesa nella valle dell’Indo fino a Kargil fu emozionante per le medesime ragioni valide sull’altro versante: ripidezza, strada precaria, guida irresponsabile. Il giorno dopo, da Kargil in poi il paesaggio muta radicalmente: di mano in mano che si sale diventa desertico con le piccole oasi di dove scorre l’acqua. E’ lì che incomincia il Ladakh, più precisamente quando, dietro una curva, appare il monastero di Lamayuru. Scendemmo dalla corriera per raggiungerlo a piedi in discesa. Avremmo continuato il viaggio il giorno dopo.

Kafiristan

Nella discesa a Lamayuru Nella disse: “Questo viaggio non l’abbiamo scelto, è lui che ha scelto noi!”.
Per un appassionato di fotografia, il paesaggio ladakho è unico: altitudine media 4000 metri, in genere il cielo è blu cobalto, ancora di più se ci sono nuvole bianche. Il fiume Indo, qui già imponente, a causa soprattutto dell’attuale scioglimento delle nevi, scorreva in fondo alla valle, spesso invisibile. La gente era meravigliosa, nessun abbigliamento occidentale: credemmo di vedere finalmente il Tibet più autentico, considerato che il vero Tibet era stato cancellato dall’invasione cinese. Il Ladakh era rimasto l’unico depositario del buddhismo tibetano, quello dove sono ancora riscontrabili anche se ben nascosti i misteri dell’antica religione Bon, precedente al buddismo e da questo “assorbita”. Stagliati sull’ocra del deserto, con le mura in genere dipinte di bianco, i gompa (monasteri) sono il cuore di questa antichissima cultura, non solo luogo di culto per le decine di monaci che li abitavano. Presso il gompa di Phyang apprendemmo con dispiacere che era ancora troppo presto per la festa annuale del Phyang Tsedup, che in genere si celebra tra luglio e agosto.

Kafiristan

Le forze della Natura sono le divinità che determinano la vita degli uomini. Sono, queste forze, demoni buoni e cattivi: e gli antichi rituali celebrati nei monasteri hanno la funzione di navigare a vista tra quelle forze che lottano tra di loro. Le danze inscenate dai monaci simulano il combattimento eterno tra spiriti benigni e maligni. Già a Thami un mese prima avevo visto quelle danze, ma qui la ricchezza dei costumi prometteva uno spettacolo ancora più entusiasmante. I riti Cham, con i costumi sgargianti e le maschere terrifiche, ricordano le geometrie dei mandala, i disegni architettati per indurre alla meditazione tantrica.

Donna kafira

La prima notte passata in quota e ospiti di qualche famiglia si rivelò rigida. Non andammo sotto zero, però eravamo ben felici del nostro saccopiuma: dalle fessure s’insinuava il venticello gelido della notte. Pensammo a quanto dovesse essere duro l’inverno da quelle parti, se consideriamo che la legna lì è sempre  merce rara. D’estate i soli disagi erano sempre i soliti, quelli relativi a “bagni” che constavano di quattro pareti e un buco per terra. Ma ciò che esprimeva la gente con cui scambiavamo quattro parole era impareggiabile. In più nelle piccole locande si mangiava molto bene. Di produzione locale possiamo parlare di patate, insalatine amare, tuberi di vario genere, carote, albicocche, latte di capra e yogurth. Il resto proveniva via strada dal Kashmir, strade permettendo. Ricordo molto buono il succo di mela dal Kashmir, il piatto forte erano i momo (ottimi ravioli ripieni, fritti o al vapore), la zuppa di verdure, il riso fritto o al vapore, con carne di pollo o di montone.

Donna kafira

Ma la dimensione che più ci ha colpiti è stata quella del grande, incommensurabile silenzio. L’assenza di rumori prodotti dall’uomo diventava stato mentale, perfino nell’affollata via del capoluogo Leh. Una dimensione che permetteva l’ascolto dei mille fruscii naturali, dallo scorrere delle potenti acque dell’Indo all’agitarsi al vento delle bandiere multicolori di preghiera, dallo stormire dei filari di pioppi in prossimità delle oasi, al debole vocio del lavoro nei campi. Per noi era un silenzio ritrovato, per la gente di qui da millenni è il creato stesso. Di certo anche lì la condizione monacale, a quel tempo decisamente florida, spesso è stata ed è tuttora una soluzione di vita per un giovane non sempre limpidamente determinata da un individuale afflato religioso. Come da noi le vocazioni spesso dipendono dai piani familiari e dal numero di figli. Ma certamente le vocazioni in Ladakh basano la propria ragione di esistere in un misticismo connaturato, come se lì fosse più naturale meditare che agire.

Kafiristan

I monasteri del Ladakh sono di forme tra le più disparate. A picco su un baratro, in cima a una collinetta, ben visibili oppure nascostissimi in vallette laterali. Intere comunità di monaci si dedicano agli studi, alla preghiera, alla meditazione, alla medicina ayurvedica-tibetana, alla ricerca buddista del Nirvana e anche a problemi più terreni come la gestione di orfanotrofi, la cura dell’educazione tramite seminari e scuole per i bambini locali, la stampa e diffusione di scritti. Per noi visitatori significarono esperienze indimenticabili, ancora oggi ricordo distintamente i nomi: oltre al già nominato Phyang, ecco Diskit, che beneficia di una vista stupenda sulla valle di Nubra e sulle sue caratteristiche dune di sabbia solcate dal fiume Shyok; Thiksay, arroccato su una collina a una ventina di chilometri da Leh, che nella sua struttura ricorda il Potala di Lhasa e per questo è ben riconoscibile anche a grande distanza; Lamayuru, edificato a picco su una gola dove si incontrano spettacolari conformazioni geologiche di diverso colore; Alchi, che al suo interno svela stupende decorazioni lignee e pregevoli affreschi colorati di scuola kashmira.

Bamiyan

In tutto quello splendore, per una decina di giorni non dormimmo mai in alcuna delle rarissime locande: sempre approfittammo dell’ospitalità della gente. Ma da qualche parte, per fortuna verso la fine del soggiorno in Ladakh, fummo infestati dalle pulci. Tormentati da fastidiosi pruriti tornammo in corriera a Srinagar. Ad Amritsar volammo il 30 giugno e ci rifugiammo nella nostra stanza con aria condizionata. Due o tre docce nella giornata, il cambio e il lavaggio dei vestiti più l’uso di un prodotto comprato a Srinagar riuscirono a debellare la Siphonaptera.

Bamiyan, 1975

Anche l’ingresso in Pakistan, l’ultimo a essere temibile per via del carnet de passage falsificato, fu senza storia. A Islamabad trovammo in giro per ambasciate Reinhold Messner che, con l’amico Peter Habeler stava ultimando gli ultimi preparativi per la salita in stile alpino dell’Hidden Peak (Gasherbrum I). Fu un incontro assai piacevole, anche se devo registrare di aver avuto una certa qual invidia per il loro grandioso progetto.

Nel viaggio per Peshawar demmo un passaggio a due autostoppisti australiani. Troppo tardi ci accorgemmo delle loro condizioni immonde: la sera, dopo essercene liberati, cospargemmo di antipulci tutte le zone dove loro avevano appoggiato il sedere.

Laghi di Band-i-Amir

La mattina del 6 luglio, dopo aver sistemato il pulmino nel giardino di un albergo, prendemmo la corriera per Chitral, il capoluogo dell’Hindukush. Non avevamo alcuna intenzione di avere incidenti sulla sinistrata strada che da Peshawar conduce a Chitral, l’esperienza in Ladakh ci era servita da esempio. Però partimmo con due zaini monumentali, più grossi e pesanti di quelli che avevamo in Ladakh, dove ci erano mancate parecchie cose.

Quanto al rischio incidenti, l’unico a salvarsi in quella soluzione era il pullmino, perché noi eravamo esposti in egual misura.

Afghanistan

Come ovunque in Oriente, gli autisti vivono in simbiosi con il proprio veicolo, che è fonte di lavoro, dormitorio, ristorante e motivo di orgoglio con i colleghi, che sono i veri destinatari di ogni addobbo alla struttura portante del camion. Nella loro enorme esperienza dei percorsi, che conoscono a menadito, hanno una confidenza esagerata sia con il mezzo che con le strade. Ciò decisamente non è compatibile con il nostro sistema di condurre. Dovevamo imporci di non guardare mai quanti pochi millimetri c’erano tra la ruota e l’orlo dell’abisso, quanto la velocità fosse eccessiva e sproporzionata rispetto al fondo scivoloso di molti tratti. Le curve cieche erano imboccate a tavoletta con la totale incuria dello stare a sinistra. Per non parlare del “rullano i tamburi” dovuto ai sorpassi con il clacson spianato nei confronti di più o meno lunghe fila di giganteschi altri camion. E, nei momenti di “calma”, l’agitarsi sul sedile del guidatore al ritmo di musica etnica.

Afghanistan

Passammo la notte a Dir, un popoloso paese davvero dimenticato da Dio, più o meno a metà strada. Il soggiorno nella locanda fu indimenticabile. Avevamo già dormito sui charpoi nei locali fumosi della Kaghan Valley. Ma qui le dimensioni del disagio erano gigantesche. Tutti i passeggeri sia della nostra corriera che di quella che faceva il giornaliero percorso inverso dormivano lì, più decine d’altri. Fu un concerto di tosse, sputi e qualche lamento, nel russare generalizzato di fumatori incalliti. Se ti alzavi un momento dovevi fare attenzione a non inciampare, al buio, in qualche arma. E se aggiungete la morbosa curiosità che Nella, pur coperta e bendata, provocava con il suo vestire occidentale, forse avete una vaga idea di cosa significasse pernottare nell’ostilità di Dir.

Afghanistan

Dopo aver superato il Lowari Pass 3118 m, il valico che mette in comunicazione con il bacino dell’Hindukush le cui acque confluiscono nel Kunar River e quindi nel Nuristan Afghano (quello che avevamo tentato di raggiungere l’inverno precedente), raggiungemmo Chitral. Non ricordo più bene perché ci trattenemmo così poco in quella cittadina, forse avevamo qualche progetto che verificammo come non praticabile.

Peccato, in sé meritava. Sita a 1494 m sulla sponda occidentale del fiume Kunar, Chitral con i suoi 20.000 abitanti era il capoluogo della regione dell’Hindukush. Tre belle cupole rosse e due alti minareti sovrastavano la grande moschea di Shahi Masjid. Sulla riva del Kunar, il palazzo-fortezza di Shahi Qila dominava la città con rude prepotenza. Accanto al palazzo era il vivace bazar. Da lì ci era stato detto si potesse ammirare il Tirich Mir 7708 m, la montagna più alta dell’Hindukush. Ma quel giorno le nuvole invadevano il fondo della valle. E non sapevo che proprio in quel momento gli amici Gianni Calcagno e Guido Machetto stavano per scrivere su quella montagna una grande pagina della storia dell’alpinismo.

Arte Kafira, museo di Kabul

Sotto a quelle nuvole vedevo campi terrazzati, con le colture di grano, orzo e migliaia di albicocchi: nulla nella visuale ricordava che Chitral era un po’ la Courmayeur dell’Hindkush. A quel tempo era proprio il traffico di piccole spedizioni alpinistiche ad attrarre giro d’affari. Non era più come un tempo, quando Chitral doveva la sua importanza al commercio che vi transitava: dall’Afghanistan, per Chitral si raggiungeva lo Shardur Pass 3700 m e quindi uno dei rami della Via della Seta, che collegava l’Asia centrale (Cina) con l’India attraverso il Khunjerab Pass 4693 m, oggi percorso dalla Karakorum Highway.

Arte Gandhara

Ma il nostro obiettivo era di visitare la valle di Bumburet, perciò nel tornare indietro il 9 luglio ci fermammo a Drosh, una trentina di km a sud di Chitral e ben prima del Lowari Pass.

Lì iniziava la Kalash Bumburet Valley, un insieme di tre valli minori (Bumburet, Rambur e Birir), nel cuore dell’Hindukush. Questo territorio è il Kalasha Desh, più noto come Kafiristan. Lì convivevano varie etnie, con villaggi kalash (Anish, Krakal e Brun) e nuristani (Shaidkondai).

Afghanistan

La valle, piuttosto arida e secca, in leggera discesa conduce ad Arnawai, posto di frontiera con l’Afghanistan, ovviamente insuperabile. Lì vive la popolazione dei kafir (infedeli, dispregiativo) kalash, qualche migliaio di persone non di fede islamica.

I pochi kalash conservano credenze sciamaniche e politeiste, un pantheon affollato di dèi e spiriti minori subordinati a Khozai, il dio creatore, con un atteggiamento verso la vita del tutto differente da quello islamico. Notammo subito le famose e caratteristiche casse di legno esposte nei cimiteri, non inumate.

Afghanistan

Gli uomini non vestono in modo diverso, a parte il fiore o nastrino che appongono sul pacol, il tipico berretto di panno. Le donne invece portano un abito nero stretto in vita da una fascia colorata, con ampie file di collane soprattutto di corallo attorno al collo e, sul capo, un cerchio di tessuto con conchiglie e monete. Una versione più severa dei costumi femminili ladakhi. Inoltre non vivono in segregazione, potevamo vederle e fotografarle in tranquillità.

Avevamo anche letto dell’usanza per la quale le donne durante il ciclo mestruale si isolavano nella bashelini, una specie di gineceo, fino alla fine del loro periodo. Solo riacquistata la “purezza” potevano fare ritorno alle famiglie.

Afghanistan

Nella società kalash, a sottolineare quanto fosse legata ai costumi tibetani, la fuga d’amore era consentita, anche alle donne sposate. In compenso, come per i mussulmani, era lecita la poligamia.

In quelle case di legno finemente lavorato vedemmo anche parecchi tipi anomali. C’erano sia dei capelli biondi che degli occhi azzurri, a conferma di quanto multietnica sia l’origine di questa gente. La leggenda dice che alcuni soldati di Alessandro Magno si fermarono a Chitral e, mescolandosi con la gente del luogo, diventarono progenitori degli attuali kalash.

Il 17 luglio riprendemmo la corriera per Dir. Il viaggio fu come al solito una lotta per poter respirare in mezzo a corpi umani e di animali, dalle capre alle galline. Forse eravamo un po’ stanchi, dopo tanti giorni cominciavamo a sentire insofferenza per l’impossibilità delle più elementari norme igieniche. L’arrivo a Dir fu solo parzialmente liberatorio: vi ho già descritto cosa ci aspettava per la sera e soprattutto per la notte, a parte le gioie della cucina della locanda, semplice, sozza ma efficace. Il “corso” principale di Dir si svolge in leggera discesa tra cento baracchini di vendita di ogni genere. Erano circa le 17 e passeggiavamo, finalmente senza i nostri zaini, curiosando tra un mercatino e l’altro, nel brusio continuo di quelle situazioni, nel vociare improvviso di qualche banditore, ma soprattutto nella polvere della strada che si propagava ovunque, cospargendo di bianco sporco qualunque oggetto o essere vivente. E con la perenne sensazione di essere osservati, da appena sopportati a odiati, da quella folla composta di soli individui maschi e barbuti che vedevano in Nella un diavolo che camminava.

Afghanistan

Ce ne accorgemmo assieme: di fronte a noi, una coppia stava facendo esattamente lo stesso, percorreva in senso contrario il “corso” e commentava tutto ciò che vedeva. Lui era vestito di bianco, con un gilet beige pieno di tasche e qualche macchina fotografica; lei era vestita con un sari ma era europea e vistosa.

Afghanistan

Era Antoinette. A parte il suo compagno, che in tutta evidenza si chiedeva chi diavolo fossimo, nessuno di noi tre voleva crederci. Se vi siete persi il racconto, andate a leggerlo su https://gognablog.sherpa-gate.com/una-vita-dalpinismo-56/. Altrimenti sappiate solo che Antoinette era la responsabile, ovviamente assieme a me, non solo del nostro viaggio in Oriente ma anche di un intero anno di grandi problemi con Nella, di tante cose non dette per non vivere in stato di assedio, di tentativi disperati da parte di lei di non annegare in quel mare di rancore. Era lì con colui che divenne poi il suo secondo marito, quel Pierre Jaunet, francese, che aveva fondato l’agenzia di viaggi speciali Catalina Safari qualche anno prima e che era uno dei maggiori esperti di viaggi africani assieme a Piero Ravà. Queste informazioni le avemmo nelle poche parole che scambiammo assieme. L’imbarazzo era evidente, dovevamo sorridere e salutarci al più presto, una situazione totalmente insostenibile.

Antoinette rimase tutta la vita con Pierre. Lei mancò nel 2011 e lui continua ancora oggi a traghettare turisti in viaggi d’avventura costosi e d’élite.

Il “corso” di Dir

Da Peshawar, raggiunta la sera del 18 luglio, sinceramente ancora sconvolti dall’incontro di Dir, il giorno dopo rivolgemmo il muso del pullmino verso il Beluchistan. Ma non fu un’esperienza piacevole perché per tutto il tempo la tensione tra noi si tagliava con il coltello e ogni tanto c’erano anche delle vere e proprie sfuriate. Superato il Kohat Pass ci ritrovammo in uno splendido territorio desertico. L’idea era quella di fermarci nei vari paesi che ci dividevano da Quetta per acquistare qualche tappeto del Beluchistan, una manifattura che ci piaceva molto. A dispetto dei tantissimi chilometri, arrivammo più o meno solo a metà strada con Quetta, non visitammo alcun laboratorio, persi nel nostro mondo. Era un incubo così pressante, così crudo, che le impediva qualunque rapporto con me, come se il destino le avesse fatto precipitare addosso, e in colpo solo, mesi di rabbia repressa, riducendo la sua volontà razionale al lumicino, come non esistessero neppure né un progetto da terminare assieme né l’evidente necessità di stare al gioco per la totale assenza di vie di fuga.

Antoinette in Kenya, anni dopo

Il 23 luglio ripartimmo da Peshawar verso il Khyber Pass. Al mattino ricordo molto bene che mi dissetai con un succo di mango acquistato su un marciapiede. Il venditore vi aveva messo del ghiaccio dentro, pensando di farmi piacere, in realtà condannandomi alla diarrea più violenta avuta in vita mia. Mi durò quattro o cinque giorni e fu una calamità rovinosa. Colpito da attacchi devastanti, giunti a Kabul non riuscivo neppure a muovermi dal campeggio dove ci eravamo imbucati. Per fortuna mi salvarono i “fiori dell’Hindukush”, una miscela di erbe secche che mi diede la moglie di Hassan promettendomi di guarire nel giro di poche ore. E così fu, mi sembrò di rinascere. Dall’odore distinsi la presenza del timo in quel sacchetto che lei mi aveva regalato. In seguito, a Milano, lessi delle proprietà del timo: da allora non ho più fatto viaggi in Oriente o in Africa senza la mia preziosa boccetta di essenza di timo.

Antoinette e Pierre Jaunet

Non ho tante cose da raccontare di quel lungo periodo passato a Kabul e in Afghanistan, per qualche strana ragione non prendevo più appunti sul diario, le varie tappe di giornata sono assai imprecise, purtroppo. Di certo comprammo altri tappeti, magari passavamo un’intera giornata in qualche negozio solo per acquistarne uno. O non farlo.

Risalimmo tutta l’Ajar Valley fino ad arrivare a Bamiyan: Nella c’era già stata nel 1972, ma per l’emozione anche a lei sembrava la prima volta. Vedere quei giganteschi Buddha, nella calura di un pomeriggio estivo, fu un’impressione ciclopica che ci rimase immutata nel tempo fino a quando 26 anni dopo la furia talebana li distrusse con la dinamite. Quando lo seppi fu come se mi avessero messo una mina nel cuore.

Afghanistan

Prima di partire definitivamente per l’Europa, tentammo con il pullmino la cosiddetta “via centrale”, quell’insieme di percorsi di guerra che uniscono Kabul a Herat passando per Chaghcharān. Hassan ci aveva sconsigliato di tentare quella traversata, per fortuna ci fermammo in tempo prima di danneggiare il nostro mezzo in modo grave. Ancora oggi quel percorso è un’avventura per palati forti, anche con mezzi fuoristrada, soprattutto per le condizioni di totale insicurezza di quei territori, tra banditi e polizia corrotta.

Mazar-i-Sharif

Il 30 agosto attraversammo il confine turco. Eravamo ormai lanciati verso la dimensione europea. Arrivammo a Istanbul la sera del 2 settembre, e il 3 eravamo in Grecia nei pressi di Tessaloniki per farci un bagno in mare. Anche qui un ricordo poco piacevole, probabilmente l’ultimo yogurth turco mi fece male. Nella stava sempre molto attenta a quello che mangiava, io invece non avevo alcuna cura, mi ero anche dimenticato della pazzesca dissenteria di Kabul. Fatto sta che ebbi un attacco la notte sulla spiaggia e ricordo che andai a liberarmi in mare.

Mazar-i-Sharif

In seguito, l’unica preoccupazione fu quella di passare il confine jugoslavo-italiano con la massa di tappeti e altri oggetti di valore che ci stavamo portando dietro. Passammo al valico di Gorizia (che pensavamo meno fiscale di quello di Trieste) nel tardo pomeriggio, ore 19.25, del 4 settembre. Il piano era quello di passare incoraggiati da quel tipico gesto che i doganieri fanno con la mano quando non hanno voglia di rompere e di rompersi i coglioni. Non c’era miglior momento per sperare in quel gesto: quello era il tempo in cui allora la RAI mostrava in differita una partita di calcio della domenica prima. Passammo alla grande, e dopo qualche ora eravamo a cena dall’amico Francesco Santon, a Dolo, lo stesso che ci aveva salutati per ultimo dall’Italia alla nostra partenza nove mesi prima.

21
Una vita d’alpinismo – 63 ultima modifica: 2021-01-15T05:29:00+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 63”

  1. 3

    Il pullmino VW verde (un T2 mi sembra) venne acquistato da Andrea Gallo che lo usò diversi anni ancora. Poco tempo dopo averlo ceduto in cambio di una Volvo bianca, disse che per il passato che aveva avuto, avrebbe dovuto tenerselo come reliquia. Chissà dove sarà ora?

  2. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bellissimo racconto.
    Incredibile, quasi da non credere (ma ci credo) la coincidenza dell’incontro con Antoinette.
     

  3. 1
    Paolo Gallese says:

    Una domanda diretta Alessandro. Ma come sono cambiati quei luoghi, oggi? Cosa pensi? Sarebbe bello un tuo racconto che narri il presente. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.