Una vita d’alpinismo – 66

Il punto sulla scalata (AG 1975-008)
«Guardiano, a che punto è la notte? (Isaia XX, 11)».

Il problema è di fissare sulla carta certe rapide immagini, lampi che non lasciano molta traccia nella notte. Eppure ad ogni immagine nuova sento che qualcosa si è rivelato in me, che sono di più ciò che debbo essere, anche se so che dimenticherò presto. E se faccio uno sforzo per ricordare è come se un computer rispondesse continuamente « negativo, negativo, negativo »…

Trisuli Bazar
Betrawati, Langtang Valley

Sento che devo andare avanti nella direzione del destino, ogni debolezza, ogni indugio è un continuo dolore. Tacere è un’arte, perché non tace veramente chi sta sempre zitto! L’amicizia è un’arma a doppio taglio: se ti credi amico di A, sei pronto anche a odiarlo. Nel momento in cui cominci ad odiarlo o amarlo troppo non crederai mai che sia per colpa tua. D’altra parte A non ti odia né ti ama, non gli va che tu sia così estremo, perché egli sente di essere odiato o amato troppo e quindi incompreso. Qualcosa deve succedere, forse che tu realizzi quanto profondamente odi e ami A, fino (a sprazzi) a deside­rarne la morte perché lui ti fa ombra. Avrai orrore di te stesso in quel momento, perché non c’è nulla di peggio che desiderare la morte di qualcuno che stimi, come per esempio sorprendersi a pensare a cosa farai coll’eredità di tuo padre. Se non ti spaventerai dei tuoi sentimen­ti, meglio per te: sarà la tua difesa, quella dello struzzo. Del resto questo uccello non digerisce anche i sassi?

Ramche, Langtang Valley
Barku, Langtang Valley

Ma se invece sentirai disagio in queste ricorrenti immagini di morte o di gravi disgrazie, le soluzioni sono due e al limite possono essere buone anche prese assieme. Si può evitare ogni contatto con A, fino a farlo morire di morte lenta dentro di noi (più difficile). Oppure, in un momento di tensione con l’interessato, sparargli in faccia tutto quanto vorremmo gli capitasse, ma proprio tutto. A volte ciò che ci irrita è un macigno che sopportiamo sulle spalle. Basta liberarsene, ma è difficile perché sembra ci sia strappata la pelle. Meglio far venire sotto il masso anche gli altri. Questi si rifiutano, per ovvie ragioni, ma anche perché loro stessi hanno il loro macigno e se si avvicinano, i massi si scontrano e ci fanno perdere l’equilibrio e la fatica aumenta. Appunto per questo è salutare lanciare il proprio macigno addosso a quello dell’altro: ci si libera e nello stesso tempo si fa un favore agli altri, anche se talvolta questi non lo sanno o non lo vogliono sapere.

Thare, Langtang Valley

Ascoltare musica mi piace, ma preferirei non essere da solo. Quando vedo che un altro sente la musica come la sento io, il mio piacere aumenta, raddoppia. Questo è normale, penso, eppure no, è troppo forte la differenza. Ivana una volta ha detto che è veramente strano che io giunga al punto di imporre il silenzio quando si conversa e il nastro di musica sta svolgendosi al momento giusto. Lì bisogna tacere perché lo dico io e sono io il padrone di casa.

Barku, Langtang Valley
Dumche, Langtang Valley

Il problema è come vivere le cariche di emozione in maniera individuale e non costretta. Finché sarò nella condizione di ricorda­re come sole occasioni quella e quell’altra e poi basta, significa che ancora non va bene. Quella volta che ho ballato senza vergogna di fronte a Nella, Mario, Mila e Walter, quella volta che ho saputo rispondere a Reinhold, quella volta che sono sceso dalla macchina ed ho fermato l’auto che non voleva farci rientrare in coda semplicemente mettendomi davanti al cofano. Ma come batteva il cuore! E com’è invincibile il disagio di quando i ragazzini sono sboccati in autobus di fronte a qualche persona «per bene». Deve scoppiare, lo sento, ma non scoppia nulla! Sono sempre solo quelle tre, le volte. Come si può fare per vivere? E l’ansia di quando trasportavo i bidoni vuoti? Dovevo scaricare 23 container e li avevo già disposti in fila nel portone. Occupavo l’ascensore ed ho fatto quattro viaggi. Molta ansia e tensione di pancia. Non c’era nessuno che voleva usare l’ascensore. Perché allora? Era come se contassi i secondi che ancora mi mancava­no alla conclusione del lavoro, quando tutti i bidoni sarebbero stati al chiuso, dietro la porta di casa mia.

La scalata è ferma nei pantani della ragione. La palude mi inghiot­te ed io mi divincolo urlando. Dentro di me si agitano le forze più oscure e non riesco a salire neppure un metro da solo. Chi mi portava si è stancato e l’amore necessario per salire si nasconde per paura di rappresaglie.

Garatabela, Langtang Valley

Una donna sherpa scherza con me e vuole caricarmi sulle spalle, ma non per farmi vedere quanto è forte. Mi sorride, i denti sono bianchissimi e gli occhi solo delle fessure. Accetto e sto al gioco, ma non le riesce di sollevarmi subito, solo con un particolare movimento la cosa le è possi­bile e così mi ritrovo sulle sue spalle, a contatto con il suo bambino che le è aggrappato al collo. Il bimbo volge verso di me il pene nudo, proprio vicino al mio volto. Cerco di evitare che mi tocchi e non mi sento a mio agio, poi la donna cammina ed esce dalla stanza buia. Faccio fatica a non toccare la terra con i piedi e penso che ottanta chili per lei sono ben poco se riesce ad andare così veloce. Ma giunti nel cortile il gioco finisce. Nella più indefinibile sporcizia mi scarica nella melma fetida. Vorrei non spor­carmi, evitare il contatto con quella porcheria, ma qualcosa mi cade là dentro, in una materia verde-nerastra. Me ne riapproprio con gesti irreali, quasi senza usare le mani. La donna sherpa non accenna a voler rifare il gioco.

Il rientro nelle attività italiane fu abbastanza violento. Riprendemmo tutti i nostri contatti, ma soprattutto ci re-impadronimmo della casa e del cane. Dai miei contatti torinesi emerse la figura del giovanissimo Andrea Gobetti, nipote del grande Piero, un geniaccio che ti colpisce per una forma d’intelligenza tanto a te estranea quanto potente. Con lui, già allora bravissimo speleologo ma solo medio arrampicatore, andai il 3 dicembre 1975 a ripetere la via Cassin alla Corna di Medale, una via a lui adatta che gli diede grande soddisfazione. Del resto anch’io, con il mio stato di inesistente allenamento, non potevo aspirare a molto di più. Il piacere fu dunque per entrambi e continuò all’Osteria del Medale, assodato che ad Andrea piaceva molto bere e ciarlare in compagnia, come a me del resto.

Capodanno 1976 nella Langtang Valley

Per l’Immacolata andai alla Pietra di Bismantova. Il 7 dicembre con Gobetti, Andrea Fulgione e Nella salimmo la via Pincelli-Brianti e, subito dopo, con gli stessi ma senza Nella e con l’aggiunta di Alberto Soncini, salimmo la via Zuffa-Ruggero. Il giorno dopo mi ritrovai con il solo Fulgione a salire il Diedro dei Bolognesi. Furono due giorni di epiche baldorie, assieme agli amici del GAB.

Al cospetto del Langtang Lirung 7227 m

A fine dicembre partii qualche giorno prima di Natale con un altro gruppo di Beppe Tenti, questa volta diretti alla valle nepalese del Langtang. Lasciammo Kathmandu il giorno di Natale e alla sera eravamo a Betrawati 540 m, dopo essere passati per Trisuli Bazar. Il 27 eravamo a Dumche 1870 m, il 29 a Ghomna 2655 m. Il 30, dopo essere passati per il villaggio di Langtang 3310 m, ci accampammo al Kiantshe Gompa 3730 m.

Kathmandu

Il tempo era bellissimo, tepore durante il giorno e freddo di notte. Dal Gompa il 31 dicembre 1975 salii due cime erbose per poter ammirare il mitico Langtang Lirung, la montagna dove nel 1963 morirono Giorgio Rossi e Cesare Volante (a quella spedizione del CAI UGET partecipò anche Guido Rossa). La prima cimetta Quota 4160 m con Annelotte Weiss e Giovanna Rogante, la seconda (Quota 4430 m) con Giovanni Miserocchi, Giacomo Minetti, Antonio Ghielmetti e Carlo Deldot.

Il settore centrale del tappeto del mio studio

Ritornati a Kathmandu, e in attesa di prendere il volo di ritorno, passammo tre belle giornate in città senza la confusione del turismo post-monsonico. Ne approfittai per fare un altro acquisto da un amico tibetano immigrato da bambino a Kathmandu, in fuga da Lhasa e dall’invasione cinese: questa volta si tratta di un magnifico tappeto cinese che misura 2,70 x 3,60 metri e che ancora oggi mi tiene compagnia nel mio studio.

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Una vita d’alpinismo – 66 ultima modifica: 2021-02-23T05:51:00+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Una vita d’alpinismo – 66”

  1. 1

    Mi è piaciuto tantissimo questo racconto che solo stamattina ho avuto il tempo di leggere. Fa un punto che in passato ho fatto più d’una volta anch’io. Non in maniera identica, ma molto simile. È successo anche a me di partire, proprio per il Nepal, lasciando la testa a casa per poi ritrovarla al suo posto durante il viaggio, tra gli stessi villaggi e situazioni che qui si vedono in bellissime foto. 
    Diapositive tutte molto belle che riempiono spazi in casa, facendoti chiedere cosa potresti farne perché il tempo non le sbiadisca.
    E sull’amicizia e le merende post scalata? 
    Solo ora mi pento di non essere venuto l’estate scorsa in Val di Fassa all’appuntamento che mi hai dato, perché avevo già un impegno che forse avrei potuto spostare…
    Ora gli impegni scarseggiano e tempo ne avrei, ma mancano gli appuntamenti. Ciao.

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