Agibilità democratica
di Sergio Soraci
Tra fine giugno e inizio luglio 2024 ho colto al volo un invito a recarmi nelle Pale di San Martino per fare alcune vie nelle vicinanze dei rifugi Pradidali e Pedrotti (Rosetta).
Sono di Messina e quando mi appresto ad andare sulle Dolomiti, o altrove nell’arco alpino, comincio a farmi i conti in tasca e decido se partire o meno secondo il momento economico che attraverso. Stabilisco, dunque, di partire spinto dalla voglia di scalare qualche via classica con amici di altre regioni ed approfitto di un passaggio in macchina per Bologna, dividendo le spese di viaggio. Mi fermo da amici in città e l’indomani prendo un treno per Trento, dove un’amica gentilmente si presta ad accompagnarmi agli impianti di risalita al Rosetta per poi proseguire verso il rifugio Pedrotti. II mio portafoglio si sgonfia velocemente, nonostante ii viaggio in economia.
Ho passato tre notti al Pradidali e una al Pedrotti, e dopo aver felicemente arrampicato con il mio compagno di cordata, inizio il mio viaggio di ritorno e mi accorgo di aver speso molto più di quanto immaginato, ed ancora devo affrontare i costi ferroviari per attraversare la penisola e, se non si prende almeno una freccia rossa, a casa non si torna.
Un’andata invernale per fare cascate ed una estiva per appagare le mie passioni e mi ritrovo con le tasche molto più vuote rispetto ad un recente passato: avevo fatto male i conti. Macchina condivisa, treni, mezze pensioni ai rifugi, qualche birra ed un paio di pizze e mi ritrovo a dover rimpinguare il mio conto andato sotto. E’ sempre più arduo decidere di ripartire e credo di non essere il solo, anzi sono sempre più numerosi coloro che si guardano meticolosamente le tasche prima di partire.

La montagna per i più abbienti è ormai una realtà. A meno di sacrifici economici elevati, non è più possibile per molti permettersi di sostenere le spese dei rifugi e degli spostamenti. Soprattutto chi deve affrontare lunghi viaggi, spesso rinuncia pur essendo appassionato, senza considerare i costi dell’attrezzatura, aumentati a dismisura.
Cosa ne pensa il CAI? Cosa ne pensano i gestori dei rifugi? E cosa ne pensano tutti coloro che vorrebbero recarsi in montagna o che si recano sostenendo costi elevati? Abbiamo a che fare con un nuovo ambito riservato ai pochi che possono permetterselo? Certo, ci si può accontentare di ciò che il verticale offre nelle vicinanze, ma sono convinto che la montagna sia e debba essere “democratica”. Per ridiventare quello che, a mio avviso, è sempre stata, bisognerebbe fare una profonda riflessione ed agire rapidamente per “riequilibrare” questo mondo sempre più sfuggente ai più.

Negli anni ’80 e nei primi ’90 lo sforzo economico era accettabile, soprattutto dividendo le spese di attrezzatura, trasferimenti, cibo ed altro. Oggi, pur adottando gli stessi accorgimenti, si affrontano costi lievitati e insostenibili di carburante, spostamenti aerei o ferroviari, per non parlare delle mezze pensioni ai rifugi (le birre sono un premio da acquistare esclusivamente solo dopo un’impresa meritevole, altrimenti si rinuncia). La tendenza è questa, e allora le conseguenze ricadranno su chi non potrà più permettersi certe spese e la montagna diverrà luogo per élite economiche. Gli ambiti di agibilità ” democratica” si restringono sempre di più e la montagna si aggiunge ai luoghi quasi inaccessibili ai percettori di normali stipendi e a coloro, sempre più numerosi, che vivono di lavoro precario.
Qualcuno si esalterà all’idea che ci siano meno persone che girovagano per monti, ma la riflessione è incentrata sul filtro dei privilegi, una selezione che allontana non solo le masse che pur hanno il diritto a recarsi in montagna, ma anche coloro che il verticale lo hanno sempre praticato con passione e che ci penseranno più di una volta prima di mettersi in viaggio, decidendo probabilmente di rinunciare. Trovo tutto questo inaccettabile.
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1) Avete presente gli effetti dell’introduzione dell’euro sulle retribuzioni e sui patrimoni degli italiani?
2) Avete presente le cause per le quali da tanti decenni aumenta il debito pubblico?
3) Avete presente le leggi che, negli ultimi decenni, hanno reso precario il lavoro e mortificato i lavoratori? Soprattutto i giovani lavoratori.
4) Avete presente la concorrenza sleale che, nei lavori agricoli, si accontenta di € 3,00 all’ora o poco piú? Sempre meglio che a casa loro, dove si muore di fame.
5) Avete presente la globalizzazione? Avete presente che in tante parti del mondo gli stipendi sono pari a 100 e senza diritti mentre da noi sono (giustamente, e almeno finora) pari a 500 o 1000 e con sacrosanti diritti sindacali? Avete presente il principio dei vasi comunicanti? Il livello dell’acqua nel piccolo recipiente superiore come si riduce se quest’ultimo viene messo in comunicazione con l’enorme vasca inferiore?
Ditemi: chi sono i responsabili dei punti da 1 a 5?
“l’unica via è la sensibile contrazione della spesa pubblica”
Senza andare a discettare sul debito, questa affermazione semplicemente non è vera.
Per esempio si potrebbero aumentare gli introiti fiscali con una tassazione progressiva sui capitali oppure si potrebbe seriamente contrastare l’evasione e evitare l’elusione fiscale.
Certo finché le concessioni (balneari, di cavazione, di sfruttamento idrico) rimangono ridicole, i tassisti possono dichiarare 15000 € lordi all’anno e si parla di flat-tax come panacea per tutti i mali…
@ 93
Il succo e’ che la domanda muove i prezzi , tacere non e’ obbligatorio , ma bisognerebbe prima sapere qualche cosa.
.
Ho amici che pensano che un elicottero viaggi a 30 euro al minuto….
@95 Quindi Crovella utilizzerebbe i soldi risparmiati (dallo Stato) sugli interessi per aumentare (a tutti?) gli stipendi? Geniale!
@ 92
il pernotto semplice ovviamente, perché se non fai la mezza pensione…) è rincarato del 280 – 430% cioé più dei treni svizzeri.
Il tuo :”Pernotto semplice da tariffario Cai” e’ rapportato al Pil dell’anno , vero ?
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Il mio distributore e’ proprio l’outlet al rondo’.
Estremizzando, semplificando e personalizzando sul caso di specie, immaginiamo che esistano solo due ipotesi alternative:
1-licenziare metà dipendenti pubblici, per abbattere gli interessi sul debito, quindi far ripartire la crescita degli stipendi individuali (di chi continua a lavorare ovviamente) e consentire all’amico di Messina di disporre di un reddito rivalutato per affrontare senza patemi d’animo le trasferte in Dolomiti;
2-evitare i licenziamenti pubblici, quindi NON ridurre la spesa né il debito né gli interessi, mantenendo gli stipendi individuali fermi, cosa che, in un mondo che rincara anno su anno, rende sempre più ardue le trasferte in Dolomiti dell’amico messinese.
Ebbene nessun governo di nessun colore politico opterà MAI per la soluzione 1, per cui tutti coloro che si trovano a dover tirare la cinghia rispetto ai costi dell’alpinismo non possono che… tirare la cinghia. O trovano soluzione logistiche alternative (prossimità ecc) o abbandonano l’alpinismo. Ma in tutto questo non c’entra nulla il CAI: è un problema generale di impoverimento della società occidentale e italiana in particolare.
Per ridurre gli interessi sul debito occorre ridurre il debito pubblico in assoluto: l’unica via è la sensibile contrazione della spesa pubblica. Peccato che quest’ultima sia in gran parte costituita da spesa del personale, cioè salari e stipendi di dipendenti pubblici. Quindi quella che gli economisti chiamano la “spending review”, se vuole essere davvero efficace sul caso italiano, deve prevedere un’enorme quantità di licenziamenti di dipendenti pubblici, altrimenti non incide. Per capirci: dimezzare la spesa pubblica significa sostanzialmente dimezzare la spesa pubblica per il personale, quindi dobbiamo licenziare un bidello ogni due. Il che significa avere torme di affamati per strada (a ogni licenziato corrisponde, in genere, una famiglia, con coniuge e mediamente due figli): tutti cittadini che non saprebbero come mettere insieme il pranzo con la cena. Non è un’ipotesi umanamente proponibile, per cui nessun governo la affronterà mai. Allora si prosegue come accade dagli anni Ottanta in qua: ogni anno di fa un po’ di deficit (di recente un po’ meno, ma tutto va a creare nuove debito che si somma al precedente e mangia ulteriori risorse per interessi) e tutto ciò impedisce di effettuare interventi di rilancio di stipendi e salari individuali. Il costo della vita cresce e gli stipendi restano al palo, per cui siamo proporzionalmente più poveri. Anno dopo anno.
Appunto.
La “profonda riflessione” riguarda il modello di “sviluppo” in cui ci troviamo a vivere.
Guadagni stratosferici per pochi (sempre meno) e tirare la cinghia per molti (sempre di più).
Però a leggere certi commenti sembra che vada tutto bene così com’è: produci-consuma-crepa e soprattutto TACI.
Un altro che capisce tutto…rapportalo al PIL dell’anno a cui si riferisce e poi potrai (circa) paragonare i prezzi. Viene 2.6 volte.
Piuttosto, il prezzo del gasolio mi pare un po’ altino: se ci passi prova il distributore poco a E della rotonda del s. Raffaele.
Per giudicare se i prezzi sono “ingiustamente” alti rispetto alla missione originale del CAI, si dovrebbe accesso ai conti: quanto incassa il gestore e quanto il CAI. Al netto delle spese (sicuramente anch’esse aumentate): gasolio, collaboratori a contratto ( o meglio in nero ). Spesso, in Italia, gli esercizi sono poco cari grazie al fatto che quest’ultimi prendono una miseria… E’ ancora accettabile/accettato che sia cosi’?
1996 , il gasolio costava 737 lire.
2024 Il gasolio costa 1.65 * 1936,27 lire = 3195 lire.
.
Di quanto e’ aumentato il prezzo del gasolio dal 1996 al 2024 ?
3195/737=4,33
Il gasolio con tutti i costi ad esso legati , e’ salito del 433%.
.
Possiamo noi rimettere il dentifricio nel tubetto e pagare i rifugi , i treni , le funivie , i friends e l’attrezzatura , la mezza pensione , il caffe’ e lo spritz come nel 1990 ?
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Secondo molti si.
E’ vero me lo ricordo anch’io: era il resto delle 100 £ del giornale che andavo a comprare per mio nonno.
E pensa che quando avevo 16 anni andavo in birreria e la media (da 0.5 l, non 0.5 l come ora) costava 500 £.
Ti spiegherei perché per fare un raffronto ho messo i prezzi in rapporto al PIL pro capite, ma temo che un consulente aziendale di alto livello possa trovare un po’ difficile la cosa.
Dall’odierno Corriere della Sera
Overtourism, illusione ottica: la verità è che i prezzi salgono e i soldi stanno finendo (e così gli italiani restano a casa)
Il calo di presenze italiane è netto e a luglio e agosto si è accentuato. I motivi sono tanti ma la causa primaria si può riassumere facilmente: non ci sono più soldi
Quando avevo 10 anni circa, il cono gelato “base” costava 10 lire, me lo ricordo benissimo perché mia madre mi dava la relativa monetina per comperarmi il gelato. Oggi il cono gelato “base” (a Torino città) costa 3 euro, ovvero 6000 lire. Quindi il fenomeno dei rincari non riguarda il solo andar in montagna, anzi. Infatti non è il solo rincaro dei costi dei rifugi che impatta, come peraltro citato dall’autore: treni, aerei, benzina, ecc. Credo che facendo dei conti precisi la natura “cara” delle sue puntate in Dolomiti dipenda molto di più da questi “altri” costi che dalle tariffe dei rifugi. Se sono questi ultimi che mandato in tilt i conti individuali, oltre al già citato alpinismo di prossimità, pur andando in Dolomiti si può dormire nei prati, in auto al parcheggio in basso ecc e farsi la pasta sul camping gaz. In generale, i rifugi CAI, per quanto numerosi e importanti, sono ormai una componente che sta diminuendo sul totale dei rifugi perché quasi tutti i rifugi di più recente costruzione sono “privati” e su questi il CAI proprio non ha alcun potere. Circa la politica di controllo dei costi, se fosse un’esigenza condivisa dalla stragrande maggioranza dei soci, essi si farebbero sentire, nei modi e nei luoghi opportuni (esempio assemblea dei delegati), dove invece non mi pare si sia mai sentito un lamento. Quindi le proteste arrivano da una risibile schiera di individui, di cui non è neppure chiaro, se allo stato attuale siano, soci o no. Talmente pochi che non possono pretendere di condizionare le scelte dell’associazione. Lo “sviluppo” dell’alpinismo passa attraverso altri canali, dalla scuole alle gite sociali, e non attraverso il rigido controllo di stampo sovietico dei prezzi nei rifugi. C’è un tariffario per i servizi base e quei prezzi lì vanno rispettati, il resto (es mezza pensione) è “libero” e varia da rifugio a rifugio. Ma non è un elemento che emerge oggi, è così da almeno 30-40 anni, forse anche di più.
Che cosa è successo in Italia a partire dagli anni Novanta? Soprattutto, che cosa è successo in Italia dagli anni Duemila in campo economico, monetario, civile, sociale, lavorativo?
Considerato che eravamo già tutti al mondo e quindi abbiamo conosciuto la storia sulla nostra viva pelle e non sui libri, ciascuno si dia la risposta.
Senza stare stare ad esaminare l’analisi economica di Crovella (terribilmente main stream e quindi abbondantemente questionabile) anche fosse tutto vero rimarrebbe che il tariffario dei rifugi (e sempre che lo trovi il pernotto semplice ovviamente, perché se non fai la mezza pensione…) è rincarato del 280 – 430% cioé più dei treni svizzeri.
Il che pone prepotentemente il problema della politica del CAI e della filosofia che sottende le scelte dell’associazione, che dovrebbe avere “per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, e l difesa del loro ambiente naturale”
Il rincaro è evidente e prescinde dalle tasse di soggiorno (al max 1 €) e delle inutili provocazioni Non tutto può essere gratis – La montagna non si regala e
Ci sono alcune voci del “vivere” che saranno rincarate un po’ di più, ce ne sono altre che sono rincarate un po’ di meno. Ma il problema non è quanto sia rincarato il pernottamento in rifugio, cioè se di più o di meno di una suite a Capri. E’ tutto più caro, ma soprattutto tutti siamo più poveri. Da 40-50 anni la popolazione italiana si è impoverita, ci sono alcune piccole nicchie di gente molto facoltosa, ma il cosiddetto ceto medio è andato a pallino. Non è fenomeno degli ultimi due anni, tanto per sgomberare il terreno da insinuazioni sul Governo in carica. E’ fenomeno partito da anni Novanta, prime avvisaglie, e poi marcatamente accentuatosi dopo il 2000. Non ho tempo né voglia di spiegare il fenomeno, dipende dall’enorme debito pubblico (cresciuto con governi di ogni colore: l’Italia è un sistema assistenzialista) che assorbe una quantità di risorse finanziarie per pagare gli interessi sul debito, togliendo le medesime risorse per profondi interventi di rilancio dell’occupazione. Il problema non è quanto sia rincarato il vivere, ma il fatto che stipendi e salari sono rimasti al palo e quindi “vivere” è più caro. La montagna non c’entra nulla, nel senso che i rincari non sono un problema specifico dell’andar in montagna. Quindi c’è poco da aprire riflessioni. Piuttosto c’è da tirare la cinghia e organizzarsi diversamente: uscite di prossimità, in giornata da casa, con pane e toma e birretta del supermercato.
Per pura combinazione, mi sono appena imbattuto nel commento della Uncem Piemonte (Unione Comuni Montani, sezione Piemonte) circa il rincaro delle tassi di soggiorno nelle nostre valli. ricordo che i Comuni incassano dette tasse per finanziare l’erogazione di servizi pubblici, anche ai villeggianti, ma soprattutto ai residenti. senza tali voci in entrata (sono fra le più importanti entrate di tali comuni, accompagnati forse dalla parte IMU di loro competenza sulle seconde case), i bilanci dei comuni montani non potrebbero garantire i servizi. Quindi è un cane che si morde la cosa.
Uncem Piemonte
Non tutto può essere gratis
La montagna non si regala
La montagna per i più abbienti è ormai una realtà…bisognerebbe fare una profonda riflessione”
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Quabdo hai finito di “riflettere profondamente” , tira una “bottom line” e tira ( come ti avevo chiesto inutilmente ( …) pocanzi ) le conseguenze.
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Ogni tanto vai al mercato e parla anche con qualche massaia , non sia mai che accada un miracolo e capisci qualcosa…
Espo, solo per stavolta: senza nessuna ricerca, gasolio, benzina e frutta sicuramente di meno.
“https://www.pensieriparole.it/aforismi/abilita/frase-6509”
Balsamo (#69): lucida sintesi. Ho qualche dubbio sulla “mercificazione della montagna”; se l’esempio in questione lo e’, mi sfuggono esempi di servizi offerte che non lo siano. Mi pare semmai che le aspettative di guadagno crescano un po’ in tutti gli ambiti, e questo vale per anche per i gestori e (non dimentichiamoceli) i loro collaboratori. Si tratta di lavori stagionali che un tempo avevano rendite quasi di sussistenza, scelti essenzialmente per vocazione.
Poi difficile dire se i prezzi siano particolarmente aumentati nelle Dolomiti – del resto nel post mancano del tutto i numeri in questione.
Il tema mi pare quindi quello dell’impoverimento di alcune fasce di reddito, che si ritrovano a non avere accesso a viaggi e vacanze. Un post simile potrebbe venire da quelle famiglie che, conti alla mano, devono rinunciare a 7 giorni di ferie al mare, con ombrellone e mezza pensione. Chissa’ se riceverebbero la stessa empatia dei lettori del Gogna blog….
@ 75
E ‘sti cazzi della Signora Marchesa !
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La benzina e il gasolio , gli affitti , la frutta , il pane , la carne , quanto incidevano sullo stipendio nel 1990 e quanto incidono oggi ?
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Una considerazione veramente geniale , degna di te.
E bravo Matteo !
Oggi ti sei superato.
@ 69 Balsamo
Come spesso accade condivido il tuo pensiero.
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A volte mi capita di andare ad arrampicare in Svizzera , dove autostrada- multe-eventuale funivia-rifugi hanno costi insostenibili per una seie di questioni che riguardano piu’ il costo della vita in Svizzera che la montagna..
.
Se non scrivo al Papa di eliminare le guardie svizzere e non cerco come benigni e troisi di evitare la scoperta dell’ america perche’ un soldato americano ha sedotto e abbandonato mia sorella, e’ perche’ capisco che i costi degli alloggi sono una variabile dipendente del costo della vita e della domanda di mercato.
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Se gli italiani andassero tutti al mare , state pure tranquilli che anche alla gnifetti e alla margherita si moderano o chiudono.
.
E invece ?
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E invece il “disagio mentale” di molti ipotizza un mondo in cui i treni per alpinisti costano meno , i bus sono gratis perche’ li paga qualcun altro , e il cibo e’ gratis ed arriva in quota da solo…
#68 [continuazione]
Quanto ai trasporti valgano questi due articoli frutto di una rapida una rapida ricerca:
https://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/treni-in-20-anni-piu-110-di-aumentoquando-un-biglietto-costava-5100-lire_1219489_11/
https://www.swissinfo.ch/ita/prezzo-biglietti-treno-dal-1990-aumentato-molto-pi%C3%B9-dell-inflazione/48465588
Credo proprio che questo richieda una profonda riflessione anche sulla filosofia che muove e ha mosso le scelte del CAI, sopratutto da chi il CAI ama.
Per cui Crovella, trattieni il tuo istinto di difesa senza se e senza ma e i relativi giudizi gratuiti parti dai numeri e inizia a chiederti per esempio se ti va bene che, guidati dalla logica del profitto, i rifugi diventino sempre più rifugi gourmet per merenderos ad accesso facilitato
#68 “Non penso proprio che l’andar in montagna, nei decenni, sia rincarato più di qualsiasi altra attività umana, sia sportiva che di altri settori. “
Meno male che tu sei sicuro, perché i numeri dicono che non è proprio così.
Nel 1990 il pernotto in un rifugio di cat.E costava per i soci da 4000 a 10000 £ a seconda della sistemazione, che rapportati al PIL pro-capite (425121745 £) erano 0.094-0.235 millesimi.
Nel 2024 il medesimo pernotto 9.2-34.8 € che rapportati al PIL pro-capite (34776 €) sono 0.265-1.001 millesimi.
Quindi l’aumento c’è stato eccome ed è stimabile tra il 2.8% e il 4.3%
Peraltro segnalo che nel 1990 il Tariffario prevedeva che fosse disponibile un piatto caldo (minestrone con pasta/pastasciutta) a 5000 £ di cui si è proprio persa traccia
[dati tecadigitaleCAI e ministero]
[continua]
#67: “cosa vuole fare l’alpibista siciliano balbettano e si nascondono.”
Lo dice lui stesso:
“La montagna per i più abbienti è ormai una realtà…bisognerebbe fare una profonda riflessione”
Impara a leggere
@ 72
😉
“cosa vuole fare l’alpibista siciliano balbettano e si nascondono.”
Lo dice lui stesso:
“La montagna per i più abbienti è ormai una realtà…bisognerebbe fare una profonda riflessione”
“Non penso proprio che l’andar in montagna, nei decenni, sia rincarato più di qualsiasi altra attività umana, sia sportiva che di altri settori. “
Meno male che tu sei sicuro, perché i numeri dicono che non è proprio così.
Nel 1990 il pernotto in un rifugio di cat.E costava per i soci da 4000 a 10000 £ a seconda della sistemazione, che rapportati al PIL pro-capite (425121745 £) erano 0.094-0.235 millesimi.
Nel 2024 il medesimo pernotto 9.2-34.8 € che rapportati al PIL pro-capite (34776 €) sono 0.265-1.001 millesimi.
Quindi l’aumento c’è stato eccome ed è stimabile tra il 2.8% e il 4.3%
Peraltro segnalo che nel 1990 il Tariffario prevedeva che fosse disponibile un piatto caldo (minestrone con pasta/pastasciutta) a 5000 £ di cui si è proprio persa traccia
[dati tecadigitaleCAI e ministero]
Quanto ai trasporti valgano questi due articoli frutto di una rapida una rapida ricerca:
https://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/treni-in-20-anni-piu-110-di-aumentoquando-un-biglietto-costava-5100-lire_1219489_11/
https://www.swissinfo.ch/ita/prezzo-biglietti-treno-dal-1990-aumentato-molto-pi%C3%B9-dell-inflazione/48465588
Credo proprio che questo richieda una profonda riflessione anche sulla filosofia che muove e ha mosso le scelte del CAI, sopratutto da chi il CAI ama.
Per cui Crovella, trattieni il tuo istinto di difesa senza se e senza ma e i relativi giudizi gratuiti parti dai numeri e inizia a chiederti per esempio se ti va bene che, guidati dalla logica del profitto, i rifugi diventino sempre più rifugi gourmet per merenderos ad accesso facilitato
Di certo è più bella la ragazza della via che le hanno dedicato.
Allora quella al K2 è stata una gita sociale…
Adesso ho capito!
Arianna, la gestrice del rif. Forte dei Marmi, e tutte le ragazze che ci lavorano, sono sempre molto gentili. La via “Filo di Arianna” è dedicata a lei.
“il punto sollevato dall’autore […] è la pretesa di arrampicare in Dolomiti partendo da Messina”
Crovella, l’autore parte dalla propria (logisticamente complessa) esperienza per proporre un problema più generale di caro-vita, che si estende anche alla fruizione della montagna e alla sua mercificazione.
Lungi da me attribuirgli parole non sue, quindi mi limito al copia-incolla:
“Negli anni ’80 e nei primi ’90 lo sforzo economico era accettabile […]. Oggi […] si affrontano costi lievitati e insostenibili”
“La tendenza è questa […] e la montagna diverrà luogo per élite economiche”
“la montagna si aggiunge ai luoghi quasi inaccessibili ai percettori di normali stipendi e a coloro […] che vivono di lavoro precario”
Personalmente non condivido l’uso di termini come “diritto” e “agibilità democratica” in questo contesto.
Condivido invece l’invito a una riflessione sulla mercificazione della montagna e sul pericolo della selezione economica di chi la frequenta (anche se, guardando le presenze agostane in certi luoghi delle Dolomiti, mi vien da dire che la montagna sia “agibile” per una “massa” ancora assai consistente).
Non penso proprio che l’andar in montagna, nei decenni, sia rincarato più di qualsiasi altra attività umana, sia sportiva che di altri settori. Quindi quale “riflessione” dovremmo fare? Semplicemente una: vivere costa. La collettività, non solo non può farci niente ma non dovrebbe neppure metter naso nelle attività individuali e relative problematiche. Ognuno deve organizzarsi in funzione del proprio stile di vita, comprese anche le condizioni economiche: alpinismo di prossimità. Infatti, ripeto, il punto sollevato dall’autore non è il generico “diritto di arrampicare” (che cmq NON è costituzionalmente garantito…), ma la pretesa di arrampicare in Dolomiti partendo da Messina. Su questo specifico problema, chi potrebbe fare e che cosa? Il CAI? ma che c’entra il CAI? Il CAI organizza gite sociali e non “finanziamenti a uscite individuali”. Ho dato una scorsa rapidissima al sito del CAI Messina, per curiosità. Hanno un bel video che sintetizza la loro attività, sia di prossimità che anche sulle Alpi. Può darsi che nelle loro gite sociali, mettendo insieme un gruppo, riescano ad ottenere degli sconti e ad abbattere un po’ i costi. Può darsi, non lo so, perché più di tanto non è realistico fare. Ma la domanda è: l’autore si è informato presso il CAI Messina? ha mai messo piede in sede? partecipa alle uscite sociali, vive la realtà associativa? Anche solo per sfruttare le eventuali riduzioni dei costi, delle serie “mi turo il naso, sopporto il clima CAI, ma almeno limo le spese dal mio portafoglio”. A giudicare dal testo, direi proprio di no. L’autore vagheggia di farsi i fatti propri ma con contributi finanziari altrui (lo Stato, il CAI, la comunità alpinistica…). E’ un’ipotesi irrealistica e senza costrutto. cmq, il CAI non c’entra nulla e non potrebbe farci niente. sparate a vanvera perché vi sta sulle balle il sistema istituzionalizzato e avete bisogno di un capro espiatorio, ma ve la prendete col CAI senza nessuna ragione (come dimostrato da fatto che addossate al CAI la colpa degli ecomostri privati…)
@ 64
Argomenti ad personam e ideologia a bizzeffe , bla bla bla bla…
Ma quando gli chiedi di spiegare che cosa vuole fare l’alpibista siciliano balbettano e si nascondono.
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Bah…
63- Proprio quella Alberto, ero lì giovedi.
beh…insomma, quello del film “Ovosodo” era un bel Signor rutto “wyoming”
C’è qualcuno per cui un rutto è una profonda riflessione…sono quelli per cui una balla è una verità alternativa.
In montagna fanno poco, poco ma hanno un’opinione su tutto e sono sicuri che sia verità indiscussa e indiscutibile.
Forzano qualunque confronto alla polarizzazione estrema usando parole (false), esempi (inventati) ed omissioni (tante) per riportare tutto a bianco-o-nero, giusto-o-sbagliato, buoni-e-cattivi, io-contro-tutti, perché è una delle poche cose che il loro intelletto arriva a capire.
Sono pieni di complessi irrisolti, livore, inconfessate invidie e rancore ma non lo ammettono ma anzi ne fanno bandiera.
Nel complesso tristi e patetici.
E comunque un rutto rimane un rutto!
59 Roberto B. sei andato a fare “Filo d’Ariannna” l’ultima nata sul Matanna?
@ 61
“Italiano” , “soci di ideologia” , e quando tu gli chiedi quale e’ la “profonda riflessione” da fare , rimane muto….
Bah !
@55 Sui miei commenti ad personam te ne farai una ragione. E detto da uno che nemmeno si firma fa un po’ ridere.
Quanto al resto, credo che oltre a “profonda riflessione” tu e i tuoi soci di ideologia non credo che riusciate ad andare, imparare l’italiano è un ostacolo troppo ardito, e soprattutto evitare di storpiare quanto scritto nel testo, ma tu proprio ‘gna fai.
Questa estate ho pernottato alla capanna Gnifetti; ho pagato 120 euro; ho avuto in cambio una cena a base di pasta cotta solo a metà, l’ acqua l’ ho dovuta pagare altri 5 euro; naturalmente comprarsi almeno un litro d’ acqua in rifugio è una cosa essenziale; poi ho potuto dormire in un letto a castello sicuro come un nido d’ aquila, ma non avevo neanche un deltaplano o un parapendio con me e ho potuto usufruire di “servizi igienici” dove era necessario entrare con maschera antigas.
Al signor Sergio consiglierei di lasciar perdere le Dolomiti ei commenti del belino che ha dovuto sorbirsi.
Perché non andare nelle Alpi Apuane per esempio, ci sono vie di scalata, ferrate e sentieri di ogni difficoltà.
E rifugi.
Qualche giorno fa’ ero al rif. Forte dei Marmi per fare una nuova via, ottima accoglienza, pulizia e cibo ineccepibili.
@ 57
E’ una cosa che dice anche Messner da diversi decenni ; intendiamoci , io adoro le dolomiti , ma pretendere treni , impianti e rifugi a prezzi calmierati rispetto a quelli correnti , per accontentare gli appassionati di montagna , mi sembra un filino utopistico…
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E se poi uno di Trapani vuole andare a fare la Chamonix-Zermatt e scopre che quando ha preso una birra e un caffe’ alla cabane de vignettes ha speso come a fare un pranzo di lavoro a Marsala , fra l’altro mangiando incommensurabilmente meglio ?
Caro Expo, io me la cavo a buon mercato perché ora la mia passione va all’Appennino Modenese, a 60-80 km da casa.
Ti dirò che, conoscendo come le mie tasche quelle montagne (oltre a quelle dell’Appennino Bolognese, Reggiano, Parmense, Pistoiese e Lucchese), sono in grado di scegliere posti in cui non si vede anima viva, o quasi, neppure a Ferragosto.
Soprattutto non si incontrano fighetti. Quelli sono tutti a Cortina e Courmayeur, mentre le orde pascolano in Val di Fassa e Val Gardena.
E se poi l’appassionato vuole andare in Patagonia o in Himalaya , chi glielo spiega che ci vogliono 40.000 euro ?
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E se e’ un appassionato di surf e il treno per Nazare’ costa troppo ?
@ 48
A’ Regatti’ !
Tu che diversamente da me non hai fantasia e conosci le cose , spiegaci che cosa aveva in mente il nostro alpinista messinese con :”affrontare una profonda riflessione per fare scendere i prezzi di viaggi , pernottamenti e mezze pensioni nei rifugi dolomitici ?
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Cosi’ magari una volta ogni tanto metti il naso fuori dal buco e dici qualcosa che non sia ad personam !
@ 49
bisognerebbe fare una profonda riflessione ed agire rapidamente per “riequilibrare” questo mondo sempre più sfuggente ai più.”
Come volevasi dimostrare , reddito di alpinismo e prezzi scontati per chi viene da messina e provincia.
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Illuminami su quale e’ la tua proposta per una “mezza pensione” in dolomiti a 30 euro ?
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Poi ne parliamo , magari qualche rifugista accoglie la proposta…. ( ammesso che una proposta esista e non siano le solite pippe ideologiche trinariciute ).
Grazie, Matteo, per l’intervento!
Capita spesso che qualcuno voglia portare avanti i soliti temi e li proponga qui, anche se deviano sensibilmente dagli articoli pibblicati.
Di solito io li salto senza neppure leggerli.
Come tutti sanno, i prezzi sono in rialzo dappertutto e stanno già segnando svolte in tanti settori. Qualcuno, come diversi rifugi menzionati sul blog o promossi altrove, hanno scelto di fare un passo indietro.
Gente come l’autore, che conosco personalmente, continuerà a vivere la montagna seguendo le le proprie passioni, altri si auto-confineranno a casa come abbiamo già avuto modo di osservare.
Per quanto mi riguarda seguiterò a preferire chi lascia porte aperte nella semplicità
Nell’immediato dopoguerra fu fondato a Monza il gruppo i PELL E OSS di cui facevano parte anche : Oggioni, Bonatti, Casati, Ajazzi tra i più celebri. Non è difficile capire da cosa derivasse il significato del nome che si erano dati, tutti figli della guerra appena finita e del mondo operaio, con pochi soldi in tasca, tanta fame, ma anche tantissimo entusiasmo e voglia di scalare.
Purtroppo non trovo altro commento all’articolo che uno scontato “è il mercato, baby”.
Crovella #44
La riflessione posta dall’articolo è un attimino più ampia, basta leggere:
Ovviamente si può sempre dire “chissenefrega”.
l’avvocato del CAI ha parlato.
Da una parte propaganza una montagna spartana, dall’altra giustifica solo per il fatto che non è rifugio cai.
Un bel trucchetto da azzeccarbugli
“Questi commenti sono in relazione all’articolo di un messinese che si lamenta dei costi di una trasferta in dolomiti e chiede un intervento normativo, magari statale , per ridurre i costi di viaggio sulla tratta Messina-Cortina , e una speciale card “
Alcuni commenti (tu e Crovella) sono partiti da un embolo che vi coglie quando qualcuno dice che c’è qualcosa che non va…a prescindere.
Cito dal testo, che evidentemente non riuscite a leggere e/o capire:
“La montagna per i più abbienti è ormai una realtà…
Cosa ne pensa il CAI? Cosa ne pensano i gestori dei rifugi?…
Abbiamo a che fare con un nuovo ambito riservato ai pochi che possono permetterselo? Certo, ci si può accontentare di ciò che il verticale offre nelle vicinanze, ma sono convinto che la montagna sia e debba essere “democratica”. Per ridiventare quello che, a mio avviso, è sempre stata, bisognerebbe fare una profonda riflessione ed agire rapidamente per “riequilibrare” questo mondo sempre più sfuggente ai più.”
Bonus montagne, collettivizzazione, intervento statale, special card (con l’aggiunta di CAI per Crovella) sono frutto degli incubi ideologici da cui non riuscite a svegliarvi, del vostro complesso di persecuzione e della vostra miopissima e fallace visione della realtà come bianco-o-nero l’un contro l’altro armati.
@46. Fammi capire, tu hai tradotto nella tua testa “cosa ne pensa il Cai?” con “chiede un intervento normativo, magari statale , per ridurre i costi di viaggio sulla tratta Messina-Cortina , e una speciale card per pagare la mezza pensione 30 euro , come nel 1980.
Certo che ne hai di fantasia per “accomodare” i pensieri altrui nella direzione a te preferita.
“ma tutto ciò non è “colpa” del CAI. Quindi l’esempio è completamente sbagliato.”
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L’esempio non è affatto sbagliato. Sei tu che da anni non fai che “frignare” su questo argomento, e questo è l’esempio lampante che la realtà va in direzione opposta alle tue lagne (purtroppo, sia chiaro, ma le tue lagne continue senza nulla di concreto sono esasperanti).
@ 40 Regattin
Questi commenti sono in relazione all’articolo di un messinese che si lamenta dei costi di una trasferta in dolomiti e chiede un intervento normativo, magari statale , per ridurre i costi di viaggio sulla tratta Messina-Cortina , e una speciale card per pagare la mezza pensione 30 euro , come nel 1980.
Se Crovella non puo’ dirgli :”Cerca altrove”…allora disattiviamo i commenti.
La zona del Passo Santner e’ una delle zone della terra piu’ popolate di rifugi.
Io , anziche’ frignare contro il Cai , mi chiederei perche’ al Comune di Vigo o di Ega abbiano consentito un tale ampiamento del baitello che c’era prima.
Se, per vostra stessa ammissione, il Rifugio di Passo Satner NON è del CAI, sono le amministrazioni locali che hanno dato le autorizzazioni di competenza, ma tutto ciò non è “colpa” del CAI. Quindi l’esempio è completamente sbagliato.
Io non dico ai messinesi COSA devono fare, sottolineo che ognuno deve fare le attività in modo coerente con la propria situazione senza rompere gli zebedie agli altri. Se uno ha un budget limitato, è ridicolo che pretenda cocciutamente di andare due volte l’anno in Dolomiti da Messina, frignando poi per i costi. Per esempio si organizzi con un alpinismo di prossimità e ottiene lo stesso “divertimento” senza spendere le cifre citate.
Eppoi in Francia hanno fatto di peggio, quindi è un trend globale…
Beh, ma il rifugio al passo Satner è un’impresa privata, per definizione deve poter fare tutto quello che vuole oppure volete vivere in una società comunista!
quello che hanno fatto al passo Santner, che ho frequentato spesso in passato per le vie salite sulla parete della Croda, non è un rifugio, è un’astronave.
Una cosa vergognosa.
Possiamo discutere all’infinito delle esigenze personali e di quello che dovrebbero essere i rifugi (poi che Crovella dica ad un messinese cosa deve o non deve fare è semplicemente ridicolo). Ma la realtà è questa:
https://www.santnerpass.com/vitto-e-alloggio/#prezzi
La gente ci va per vedere il rifugio, non certo per ammirare il tramonto sulle Torri del Vaiolet.
In assoluto sono anche io per l’abbattimento/chiusura dei rifugi, specie quelli molto trafficati che sono ormai alberghi a tutti gli effetti. Il problema non è solo italiano ma coinvolge tutte le Alpi e forse non solo il massiccio alpino. “Aberrante” non è solo la mia posizione, ma quella di molti, in particolari di tutti coloro che nei rifugi ci lavorano, sia come imprenditori che come collaboratori. Non ci sono più, salvo rare eccezioni, i rifugisti che erano delle “guide di montagna” o cmq degli appassionati di montagna che si rpendevano a cuore la sorte e il divertimento alpinistico dei fruitori. Ormai chi fa il rifugista lo fa quasi esclusivamente con l’ottica imprenditoriale, è un albergatore a tutti gli effetti, come se avesse un hotel sul mare di Rimini. Non sono certo io, con la mia filosofia “piùmontagnaperpochi”, che mi oppongo alla demolizione/chiusura dei rifugi né al loro ritorno a una modello spartano e “vintage”, ma sono gli stessi valligiani che vogliono i rifugi come sono adesso, cioè “commerciali”.
Se corriamo dietro ai sogni dei singoli individui, non ne usciamo più. il problema sollevato dall’autore non è, in assoluto, il diritto a praticare alpinismo/arrampicata, ma lo specifico diritto ad andare due volte l’anno (cascate+vie di roccia) in Dolomiti partendo da Messina. E’ solo un capriccio: si può riorganizzare con un alpinismo di prossimità. Anche a me piacerebbe andare due volte l’anno alle isole Eolie, che il signore ha dietro l’angolo, ma non ci vado, per una serie infinita di cause, organizzative, familiari, e infine anche economiche. Se chiedessi alla collettività di finanziare le mie due puntate annue alle Eolie, la collettività mi darebbe i soldi per tale fine? Non credo proprio.
Facciamo la prova del nove: lanciate qui sul blog una colletta per finanziare le due puntate dolomitiche dell’amico di Messina. Vediamo quanta gente partecipa e quanto dinero tirate su… io penso ZERO. Dimostrazione, all’atto pratico, che la visione “aberrante” non è limitata alla mia persona, ma anzi è molto diffusa e DOMINANTE. La collettività ha ben altre grane cui pensare che le puntate in Dolomiti partendo da Messina
Sono assolutamente d’accordo con te Giuseppe e nemmeno a me piace l’espressione “agibilità democratica”, ma trovo almeno altrettanto aberrante una società in cui tutto sia basato sull’economia e in cui sia normale che esistano differenze di censo e condizioni per cui alcuni possono tutto e altri poco e nulla.
Quanto ai rifugi io non li abbatterei, ma li vorrei solo meno legati alla logica economica del soddisfare la clientela pagante (e magari ben poco alpinistica) e attirarne il più possibile.
Capisco la questione del caro-rifugi (problema che, personalmente, risolverei radendoli al suolo e riportando i detriti a valle), del caro-trasporti e del caro-tuttecose (signora mia), ma trovo alquanto pericoloso applicare alla montagna, in modo generalizzato, il concetto di “accessibilità democratica“, in nome di un (presunto) diritto a svolgere attività che si possono definire come essenzialmente ludiche.
Se la montagna dev’essere democraticamente agibile, perché fermarsi al solo aspetto economico come fattore limitante ?
Perché allora non renderla agibile anche a chi ha handicap fisici o a chi non ha adeguata preparazione tecnica o psico-fisica, eliminando qualsiasi barriera naturale ?
E la tanto bramata sicurezza ?
Anche i pericoli oggettivi sono d’ostacolo all’esercizio di questo diritto. In nome di questo, vanno eliminati ?
“è da tempo che io sostengo che il CAI dovrebbe venderli tutti, così incassa cash e si toglie dall’equivoco ideologico”
Ecco, appunto sei per “più montagna per pochi” e per il libero mercato, cioé sei per i diritti a chi può pagare e gli altri cazzi loro.
Non è per rompere i coglioni, è solo per rendere chiari i termini del problema e per esplicitare la tua ributtante posizione.
Sei tu che vai alla costante ricerca di presunte incongruenze solo per rompere i coglioni. Se la mia attenzione a non rischiare di esser duro verso l’autore ha reso fumoso (ma non credo proprio) il mio pensiero, lo riduco ai minimi termini: non deve preoccuparsi la collettività se costui non ha i soldi per andare in Dolomiti da Messina. Si riorganizza scegliendo mete e attività più vicine e quindi meno dispendiose.
Circa il caro rifugi, è da tempo che io sostengo che il CAI dovrebbe venderli tutti, così incassa cash e si toglie dall’equivoco ideologico. I rifugi diventerebbero tutti delle location private, senza più quel minimo di calibrazione che assicura ancora il CAI, e il risultato sara’ che i costi per i fruitori schizzeranno ancor più alle stelle. In ogni caso il caro rifugi è uno dei punti ma non l’unico tasto dolente e gli altri punti m, citati anche dall’autore (biglietti treni aerei, benzina ecc), col CAI non c’entrano nulla.
Mi sono fermato anche io quest’ estate al Pradidali passando dal Velo, due paste due birre due caffè 35€….
Sinceramente non mi sembra poi così caro visto dove ti offre il servizio e visto che non sei obbligato a fermarti.
Costano più due pizze in città!
La montagna per sua natura è gratuita, poi se ti vuoi esibire con un look da 1000€ e un attrezzatura da 2000€ ( sulla normale al Grampa un mesa fa c erano più friend appesi all’ imbrago dei ( treker )di quante ne vedi agli imbraghi in val di Mello!
Quelli son cavoli tuoi,
Chissà perché nessuno dice nulla dei pedaggi stile trecime di lav arredo, ma ci si lamenta dei 6€ della birra a 3000m.
L anno scorso con mio figlio ho salito la grande di la arredo partendo a piedi dal parcheggio gratuito prima del casello, e la birra me la son portata in lattina e l ho bevuta in vetta!
Nessuno ti vieta di farlo, dipende da te.
In quanto al viaggio…. Caro il mio signore se a me passa per la mente di venire a sciare sull Etna il costo e lo stesso anche per me, ma le garantisco che io sull Etna a sciare non ci verrò mai perché ne ho già abbastanza anche qui di sciate e a gratis, quindi impariamo a smetterla di lamentarci e se non riusciamo a permetterci un lusso … Be! Rinunciamo ci e basta!
Ohibò se gestiscono un rifugio CAI sono invece obbligati a permetterlo (il rifugio non è loro, è solo in gestione), è tale facoltà è permessa nero su bianco su ogni convenzione e sul tariffario stesso…
@ Alessandro
E pare che costi 1.65 anche il gasolio per fare andare i gruppi elettrogeni dei rifugi.
Nel loro “Dirigismo del cazzo” , molti non capiscono che se costa di piu’ la benzina , costabo di piu anche altre cose , tipo il minuto dell’elicottero e tutyo il resto.
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Il rifugista , che si vorrebbe asceta e mago , e’ uno che si sbatte nelle difficolta’ di tutti , e non paga un esoso canone al Cai per gestire un ostello d’alta quota dove si presentano persone che vogliono cagare senza consumare , fruire del letto e venire su’ con le borse termiche , lasciarti a 2500 mt i loro rifiuti da portare giu’ ed altre amenita’…
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Adesso peggio , perche’ anche le richieste sanitarie delle Asl equiparano il vecchio “capanno” ad un piccolo albergo.
P.S.: e chi se ne frega dei rifugi del CAF e del CAS, in ogni caso!
Crovella, tu invece hai scritto testualmente “le esigenze di ciascuno sono questioni individuali ed è sbagliato pensare di collettivizzarle” confondendo esigenze e interessi e introducendo artatamente un termine politicamente divisivo (collettivizzazione) da nessuna altro richiesta.
Il che è tendere come tuo solito a una sterile polarizzazione, per buttarla in caciara.
“è legittimo che ciascuno persegua i suoi interessi, ma non ci deve pensare la società a garantirglieli.”
C’è una sottile ma importante differenza tra “dover pensare a garantire” e “adoprarsi perché sia quanto più possibile perseguirli”
Poi vuoi difendere il CAI che non opera alcun tentativo di arginare la deriva commerciale in corso né poco né tanto e anzi sembra proprio adeguarvisi.
Però a ogni piè sospinto cianci a proposito e a sproposito di “più montagna per pochi”
“Non vedo dove sia la contraddizione fra alcune mie tesi”
Forse perché non sai leggere?
Ho un ricordo di quando feci l’ultima vacanza da scapolo prima di sposarmi…..partii in auto per un lungo giro tra Francia e Spagna con tenda a bordo di un veicolo diesel e il gasolio costava circa 1 euro al litro. Lo stipendio di allora , nello stesso posto in cui lavoro adesso, e praticamente lo stesso di adesso. Ma il gasolio?
Il problema dei rifugi-albergo è purtroppo diffuso all’intero arco alpino, dalla Francia alla Svizzera all’Austria. Quindi non è un problema esclusivamente italiano, anzi confrontando i costi delle mezze pensioni, quelle dei rifugi italiani sono in media più basse. Avete idea di quanto costa una bottiglia di acqua in un rifugio svizzero??? In genere 9,5 CHF, che corrispondono a circa 10 euro: tutto il resto del tariffario è in proporzione! I gestori hanno mani libere in tutto l’arco alpino, perché tutti i Club Alpini stanno seguendo lo stesso andazzo, quindi è inutile prendersela con il CAI, perché non è una pecca del solo CAI. Il motivo è lo stesso ovunque: troppi interessi economici in gioco, compresi quelli che “arrivano” al CAI (un rifugio che fattura molto paga un più elevato canone annuo di gestione al CAI…)
Non vedo dove sia la contraddizione fra alcune mie tesi. Confermo che i desideri individuali sono tali (“individuali”) e non collettivi né collettivizzabili: cioè è legittimo che ciascuno persegua i suoi interessi (hobby, sport, cultura, musica, politica, ecc), ma non ci deve pensare la società a garantirglieli. Ognuno deve sapersi organizzare: nel caso di specie, pretendere cocciutamente di “arrampicare in Dolomiti”, partendo da Messina, è solo un capriccio. Si può coltivare la passione per l’arrampicata, pur muovendosi a stretto giro, basta procurarsi il libro Mezzogiorno di Pietra (chissà quanti altri ne esistono di più recenti e aggiornati!). Oppure appassionarsi a discipline marine che in quelle zone hanno a portata di mano e invece per noi nordisti sono una chimera.
Chi ritiene che sia “dovere” collettivo garantire il soddisfacimento degli interessi individuali, può provare a lanciare una colletta, qui sul blog, per finanziare la prossima capatina in Dolomiti dell’autore. Vediamo che feedback viene fuori…
quando un rifugio cai presenta un menù da fare concorrenza ad un ristorante, non è più un rifugio. Il cai non lo dovrebbe permettere.
Nei rifugi Cai dalle mie parti se ti provi a tirar fuori una barretta dallo zaino per mangiartela, vieni messo alla porta!
Provare per credere.
Ovviamente non lo dico perché lo approvo, tutt’altro ma così è.
Crovella, come al solito confondi le cose e forzi i concetti al di là del lecito per sostenere le tue concezioni.
Il terreno primario dove una società deve concentrarsi è sicuramente quello della sanità, dell’istruzione, della giustizia, ecc. ma questo non è in alcun modo in contrapposizione il pensare e volere una società giusta che permetta di soddisfare anche i desideri, le esigenze e le necessità secondarie, come fare sport, accesso a possibilità di svago e eventi culturali, spazi gratuiti di socialità e condivisione. O anche andare in montagna.
L’aveva capito bene il tuo Duce che aveva fatto il dopolavoro per gli operai, le colonie (marine e alpine) per gli scolari, impianti sportivi e auditorium, almeno un po’ e in certe parti d’Italia.
La tua frase al #7 “le esigenze di ciascuno sono questioni individuali ed è sbagliato pensare di collettivizzarle” comunque contraddice anche le tue affermazioni del #20.
Quanto poi la mancanza di possibilità del CAI di correggere l’andazzo di “mercato” dei rifugi mi sembra un po’ risibile affermarlo, perché imporre la possibilità di solo pernotto o la disponibilità comunque di un pasto base mi sembra già esista. Per il controllo non sono necessari altri ispettori, oltre quelli già esistenti, ma basterebbero le segnalazioni dei soci.
Infine non sarebbe male ammettere che il CAI è semplicemente vittima della mentalità dominante, per cui se hai 300 mila soci ne vuoi 350 mila, se la concessione di un rifugio rende 150 mila euro deve renderne 200 mila e la montagna deve essere facile per tutti, perché più gente ci va meglio è.
E non è impossibile che alcuni dirigenti locali/guide/rifugisti pensino che in fondo anche l’eliski…
nel mio 22, leggasi @19
@20 col contratto di gestione, il CAI affida la gestione dei suoi rifugi. Ne perde il controllo ordinario, ma mantiene voce in certi capitoli, es il tariffario base che è valido a livello nazionale e prevede diverse categorie di prezzi in funzione della tipologia del rifugio. Ma il CAI non può, anche volendo, entrare in merito di certe cose, come la composizione del menù della cena e il relativo costo. Anche facendo una politica si sensibilizzazione sui soci a favore della scelta del “solo” pernottamento (portandosi i viveri da casa), poi dovresti ipotizzare degli ispettori in ogni rifugio da giungo a settembre per controllare che tale scelta non venga “sabotata” dai gestori a favore, per esempio, della mezza pensione. Anche a me piacerebbe un ritorno ai rifugi allo stile vintage, credo di averlo scritto mille volte almeno. Ma va osservato che i rifugi più trafficati sono ormai diventati degli alberghi in tutte le Alpi, cioè anche in Francia, Svizzera e Austria. Non è un problema solo italiano, cioè non è una pecca del solo CAI. Credo che se il CAI si irrigidisse sul punto, non troverebbe più gestori dei suoi rifugi. Con la facilità che c’è oggi a costruire nuove strutture turistiche anche in quota, ne farebbero una privata a dieci minuti dal “vecchio” rifugio CAI il quale resterebbe deserto, Con i costi a totale carico del CAI e nient’altro. credo sia questo il meccanismo per cui il CAI va dietro al trend generale.
Quoto Crovella al 20.
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Uno stato dovrebbe fornire una base solida con soddisfacenti : sanità, istruzione, sicurezza, stabilità del lavoro, serenità del vivere.
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Molto dello scontento attuale non e’ perche non si possiede un’auto , ma perche’ il vicino ce l’ha piu’ bella.
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E questa e’ una strada senza uscita.
@17 concordo, ma il tema, specie di alcuni interventi, è che una società “giusta” debba permette (o facilitare) il soddisfacimento dei desideri individuali. Non è quello il terreno dove una società deve concentrarsi per puntare a una maggior livello di equità, ma altre cose più importanti come sanità, istruzione, sicurezza, stabilità del lavoro, serenità del vivere. Per q1uanto riguarda i “desideri” individuali, ognuno deve essere maturo a saperli adeguare alla propria realtà, compiendo, se del caso, dei sacrifici o di totale annullamento delle attività (dedicandosi ad altre più armoniche da svolgere nei luoghi in cui risiede) o accettando approcci più spartani. Azzeccato l’esempio della bicicletta per raggiungere le montagne: Hermann Buhl ha fatto la Nord Est del Badile partendo in bici da casa. Nel ritorno per il sonno è finito nel fiume, ha abbrancato bici e zaino e si è tirato fuori. Ha continuato tutta la notte e il lunedì mattina è andato direttamente sul luogo di lavoro. L’avete mai sentito lamentarsi perché viveva in una società “ingiusta”?
Giusto dei rifugio possiamo benissimo farne a meno, quindi dipende molto anche da noi. Però credi sia giusto fare una considerazione, il termine rifugio ha qualcosa di spartano, di frugale, di emergenziale. Mi riferisco soprattutto ai rifugi del cai che sono di PROPRIETÀ del cai e non del rifugista che li ha in gestione. Partendo da questa verità perché il cai permette che i suoi rifugi non siano piu rifugi ma siano diventati alberghi e ristoranti?!?!? dove stà l’insegnamento del cai?
Questo articolo mi ha fatto sorgere alcune considerazioni che provo dì seguito a descrivere. Tralasciando il caso proposto, che dì per se stesso pone spese aggiuntive rilevanti solo per il fatto dì dover attraversare la penisola, restiamo ai rifugi. Si, costano cari generalmente, come hotel e da hotel si comportano. Perché questo? Perché c’è’ gente che continua ad andarci e non solo e’ disposta a pagare certe cifre ma anzi pretende un certo tipo dì servizio. Se le cose stanno così c’è poco da fare, perché un gestore dì rifugio che trae da tale attività il suo guadagno dovrebbe abbassare i suoi prodotti ed i relativi prezzi rinunciando ad una parte del suo guadagno quando vede che molta gente e’ disposta a pagare? Abbiamo mai visto un negoziante abbassare i prezzi perché la frutta e verdura devono essere democratiche ( molto più dì andare a scalare in Dolomiti)? Domanda, offerta, funziona così. Come fare per far abbassare i prezzi? Semplice, non andare in rifugio. E da qui passo ad una seconda considerazione molto più profonda che interroga davvero il nostro modo dì andare in montagna. Qualsiasi salita può essere fatta senza utilizzare il rifugio. Se partiamo da questo presupposto, e’ probabile che su 10 salite che sono in grado dì fare utilizzando il rifugio, ve ne sarà’ una sola che forse sono in grado dì fare senza rifugio, perché questo implica probabilmente aggiungere molto altro dislivello, portarsi dietro più roba ecc ecc.. Ma e’ proprio qui che scatta la domanda: come voglio andare in montagna? Sono interessato da porre regole del gioco più sfidanti, che magari mi richiedono dì rimandare dì un anno una salita perché ho bisogno dì migliorarmi? Voglio andare sul Castore partendo da staffal? Mi interessa questo modo dì approcciare la montagna? Non sono in grado dì farlo, bene, mi accontento dì una vetta minore e rimando il Castore a quando sarò in grado dì farlo, magari ci vorranno anni, magari mai. Se però continuo a decidere dì salire il Castore prendendo la seggiovia e poi dormendo al Quintino Sella, accetto dì pagare profumatamente seggiovia, rifugio, birra. Ma ripeto, questo interroga in primo luogo il nostro modo dì andare in montagna. E non condanno chi sceglie dì prendere funivie, rifugi ecc ma basta poi non lamentarsi. La montagna e’ democratica non per i prezzi bassi ma perché chiunque può mettersi un paio dì scarpe da trekking e mettersi in moto, scegliendo il suo personale punto dì partenza che è’ l’unico luogo a fare la vera differenza. Troppo spesso diamo la colpa a fattori e dinamiche esterne quando la soluzione è’ dentro dì noi.
@ 16
Carlo, per qualche anima sensibile l’alpinismo può costituire questione esistenziale.
Se, per motivi di costi, salute, età, lavoro o famiglia, non si riesce a praticarlo, almeno con una certa frequenza, può diventare un problema non da poco.
È in ballo una delle ragioni (ho detto una ragione, e non la ragione!) per le quali tu capisci che sei venuto al mondo.
… … …
In ogni caso, sono contrario al bonus alpinismo.
Male che vada, si monta in bicicletta e si parte, come facevano una volta. L’avventura incomincia sulla soglia di casa.
E con la tenda ogni scalata ed escursione diventa piú avventurosa e gratificante. Alla faccia dei rifugi col menú alla carta.
Società “giusta” se arriva a consentire l’arrampicata in Dolomiti? Ammesso che possa esistere una società “giusta” in qualche parte del mondo e della Storia, i temi su cui si concretizza tale caratterizzazione dovrebbero essere ben altri che gli hobby e gli interessi personali. Il tema cardine, qui, non è neppure il diritto ad arrampicare in generale, ma il “diritto ad arrampicare in Dolomiti partendo da Messina”. E ci deve pensare la collettività? Non è un problema nè del CAI (?!?) né dello Stato e neppure della cittadinanza. Anzi il problema oggettivo non esiste, lo crea dal nulla l’autore che “vuole” per forza andare in Dolomiti: come ho già spiegato, cerchi delle alternative più consone alla sua situazione, esistenziale prima ancora che economica. Si possono trovare mille altre possibilità, sia sulle rocce del sud, sia andando a camminare e con la MTB sulle pendici dell’Etna, sia sfruttando il bellissimo mare di quelle parti. Certo il tipo deve cambiare discipline sportive, passando magari a surf, snorkeling, vela, immersioni, pesca… ma non esiste esclusivamente l’arrampicata (né tanto meno la sola “arrampicata in Dolomiti”) come elemento per rilassarsi, rinfrescarsi, divertirsi.
Un nuovo personaggio del blog delle meraviglie: il teorico dell’alpinismo di stato.
Che il costo dei rifugi siano lievitati esageratamente (specialmente in Svizzera) è risaputo e mi auguro venga aperta una discussione per capirne le cause fino in fondo. Sapevo di un baitello di servizio poco sotto il Rif.Boval al Morteratsch e ne ho approffitato dormendo anche nel silenzio totale gratuitamente. Trenta anni fa un gruppo di polacchi bivaccò tra i massi in prossimità del Rif.Sciora evitando il salasso del pernottamento – lo stesso copione in altri titolati rifugi, nomino i polacchi perchè visti in azione il giorno seguente mi impressionarono, malgrado la frugale cena a base di….cetrioli portati da casa..!!!
Tutto il mondo è paese, il carburante è raddoppiato dovunque e il ceto medio-basso è quello che maggiormente ne paga le spese – adattarsi ad un sacco o tendina preparandosi la cena col fornello e dormendo sotto le stelle spesso ha un fascino indimenticabile nel tempo.
E a Soraci rammento che le stesse difficoltà le incontra chi dal Nord vuole visitare la Sicilia e ben sa gli esagerati costi che deve affrontare anche per i semplici servizi da spiaggia.
“le esigenze di ciascuno sono questioni individuali ed è sbagliato pensare di collettivizzarle”
Trovo questa frase raccapricciante, frutto di una visione della società oscurantista, elitaria, reazionaria e retriva, per fortuna destinata discarica dalla storia degli ultimi 200 anni (anche se c’è sempre qualcuno che la ripropone in forme e modi differenti)
Qui comunque non si sta parlando affatto di esigenze, ma di desideri e possibilità di soddisfarli.
In ogni caso a me spiace che qualcuno non sia nelle condizioni di permettersi quattro notti in rifugio e il viaggio relativo e penso che una società che permette (e anzi incentiva) una cosa come questa sia fondamentalmente ingiusta, sbagliata e deprecabile.
Ma non ho soluzioni.
P.S.: alla nipotina di Ezio Bonsignore consiglio di provare qualche altro posto per il suo trekking. Ne esistono parecchi molto meno affollati e costosi dell’alta via n°1 delle Dolomiti, dal Marguareis alle Dolomiti d’oltrepiave
Il collegamento della tesi n. 6 alla mia definizione “esigenze umane” del n. 5 è cmq improprio. Qui non c’entra tutto quel tema (quello della montagna NON come sport), quanto l’esigenza dei singoli individui umani di vivere giornate di montagna (=ricerca di relax, meditazione, staccare con la vita in pianura, coltivare amicizie, am anche autogratificazione per la via fatta ecc ecc ecc): queste esigenze umane nulla hanno a che vedere con il mio auspicio di maggior tutela dell’ambiente. Le esigenze umane di cui sopra sono legittime e comprensibili, ma (come ho già detto) ognuno deve organizzarsi e/o sapersi accontentare, limitando il raggio d’azione. L’autore è residente a Messina e ha un “mondo” dietro casa o quasi, a cominciare dall’Etna. C’è gente che attraversa l’Italia per un’escursione sull’Etna e lui ci può andare con un breve spostamento. All’estremità opposta della Sicilia, non vicinissima a Messina ma sicuramente più vicina che a Torino, si trova l’isola di Marettimo, che (grazie a vari articoli sulla Rivista della Montagna del passato) è nota meta per trekking un po’ fuori dal comune. Mi ha sempre incuriosito, ma in gioventù avevo altre mete, oltra ho altre priorità che determinano vincoli di budget familiare, per cui penso che finirà che non ci andrò mai, a Marettino. Ma: 1) non mi lamento e 2) i miei momenti di relax e di stacco dalla routine settimanale me li vado a cercare a 30-50 km da casa. Mi sposto su una Panda 30, ma volendo potrei andarci anche in bicicletta. Lo può fare anche questo signore, senza che se ne faccia un dramma.
Il problema sollevato dall’articolo e’ solo un aspetto particolare di un processo ben piu’ vasto, e cioe’ l’impoverimento generalizzato della maggior parte delle popolazioni occidentali con la conseguente erosione dei livelli di vita. Questo riguarda, tre le altre cose, limitazioni sempre piu’ severe alla mobilita’ individuale, che e’ inoltre sotto attacco in base a pretesti ecologici (demonizzazione delle auto, ecc.). Siccome andare in montagna e’ sostanzialmente un lusso rispetto ad esigenze piu’ basilari, non c’e’ da stupirsi che sia trattata come tale.
Nel 1968 percorremmo l’allora nuovissima Alta Via N.o 1 con un budget ristrettissimo da studenti, pagando solo il pernottamento e qualche saltuaria frittata con la marmellata come alternativa alle scatolette che riempivano i nostri pesantissimi zaini. Roba da fame, letteralmente – ma era possibile. Quest’anno una nipotina liceale voleva percorrerla con degli amici con il nostro stesso spirito, ma la cosa si e’ rivelata non fattibile: la maggior parte dei rifugi richiedono la prenotazione elettronica obbligatoria (e vabbe’, diciamo che e’ per l’affollamento), e la mezza pensione altrettanto obbligatoria a 75 euro. Decisamente fuori portata per le tasche di studenti. Naturalmente noi nonni o i genitori avremmo potuto finanziarla senza problemi, ma il punto non era quello, e hanno preferito rinunciare.
Ora, di gente che andava in montagna contando i centesimi ce n’e’ sempre stata, e i libri di alpinisti degli anni ’30-’60 sono pieni di gente che si sposta in bicicletta o al massimo in moto, che dorme nelle aiuole, ecc. Questo oggi non sembra essere piu’ possibile – e mi domando se dipenda dal fatto che non lo troviamo piu’ accettabile, o piuttosto da deliberate scelte.
Alberto, sono d’accordo con te: il continuo prolungamento dei tentacoli urbani verso dimensioni naturali mi preoccupa molto. Proprio qualche giorno fa discutevo con amministratori di Linguaglossa (Etna Nord) che hanno voluto dei cestini a 1800 m (senza, per di più, servizio quotidiano di raccolta).
Alberto: “Non riesco a capire perchè si voglia trasportare in un ambiente naturale, che può essere la montagna, ma anche altri come mare, deserto, ect. le comodità e le sicurezze della città , della vita quotidiana, o di un parco giochi”.
Carlo: “Tra l’altro mi esprimo sempre contro la concezione dell’andar in montagna come semplice sport, ovvero come pura realizzazione di prestazioni, per cui attribuirmi, anche indirettamente, quel concetto significa avere, fra gli altri limiti, anche la memoria cortissima.”
Carlo, NON ti è stata affatto attribuita la concezione dell’andare in montagna come semplice sport. E ci mancherebbe, dopo centinaia di commenti esplicativi!
Su questo punto Alberto la pensa in sostanza come te. E come me.
Crovella , sei te che non hai capito nulla, ho preso a prestito una tua frase, come citazione per esprimere un mio pensiero sulla base di quello che vedo in giro. La tendenza a facilitare il più possibile gli approcci con infrastrutture, attrezzature, scritte, segnaletica sempre più invasiva.
Come al solito non hai capito una mazza e ancora una volta hai preso roma per toma. Tra l’altro mi esprimo sempre contro la concezione dell’andar in montagna come semplice sport, ovvero come pura realizzazione di prestazioni, per cui attribuirmi, anche indirettamente, quel concetto significa avere, fra gli altri limiti, anche la memoria cortissima. Quello che, invece, rileva sul tema è che le esigenze di ciascuno sono questioni individuali ed è sbagliato pensare di collettivizzarle, facendole diventare un “problema oggettivo e sociale” su cui dovrebbe intervenire lo Stato o altre istituzioni come il CAI. Ognuno deve sapersi organizzare per fare la montagna che gli piace. Fra queste problematiche organizzative ci sono anche quelle di natura economica. Ognuno deve attivarsi a trovare le soluzioni adeguate, es fare un secondo lavoro che consenta, mettendo da parte piano piano un tesoretto, di permettersi le puntate nelle Dolomiti. Oppure rinunciare ad altre voci personali di spesa (non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca). Oppure rinunciare alla Dolomiti e limitare il proprio raggio d’azione in modo tale da contenere i costi. Io ho rinunciato alle Dolomiti (sia estive che in stagione scialpinistica) da talmente tanti anni che non ricordo neppure più quando ci sono stato l’ultima volta. Come ho già scritto, ciò dipende sia dalla mia idiosincrasia verso l’affollamento che dalle mie scelte di budget familiare. Probabilmente non andrò mai più in Dolomiti: un po’ mi spiace, ma non mi avete mai sentito frignare al riguardo. Il problema non riguarda solo le Dolomiti, le cito perché riportate nell’articolo. Per esempio frequentare le montagne svizzere (nonché i loro rifugi) è ormai roba da nababbi e purtroppo ci vado sempre meno, nonostante siano a 2,5-3 ore di auto da casa mia. Per le montagne svizzere la questione costi su di me incide moltissimo. Non andare in Vallese o in Oberland mi pesa perfino di più delle mancate puntate in Dolomiti, eppure nessuno mi sente lamentarmi al riguardo. La vita è fatta così.
invece le esigenze umane sono importanti, se non primarie. Non riesco a capire perchè si voglia trasportare in un ambiente naturale, che può essere la montagna, ma anche altri come mare, deserto, ect. le comodità e le sicurezze della città , della vita quotidiana, o di un parco giochi. Cosa si va cercare in montagna , solo gesto e prestazione? O anche l’incontro con un luogo il più naturale possibile, che ci possa far provare sensazioni primordiali? Invece tutto questo tendiamo ad appiattirlo per stendere la strada alla sola prestazione.
Tutti sanno che detesto ogni manifestazione di consumismo, compreso l’andar in montagna con tale impostazione. Tutti sanno che auspico una montagna scabra, spartana e severa, ma ciò NON per andare incontro alle esigenze umane, comprese quelle di chi fa i salti mortali con il budget, bensì per tutelare le esigenze dell’ambiente, che non ne possono più degli umani. Fra i consumisti attrezzati di tutto punto e l’autore dell’articolo (assumendoli come i due stremi delle casistiche), auspico un meccanismo che faccia fuori i primi, che sono dei “falsi” alpinisti, piuttosto che il secondo.
Tuttavia voglio essere chiaro: andare in montagna NON è un diritto costituzionalmente garantito. Spiace esser duro con l’autore, ma fare le due puntate annuali in Dolomiti (o cmq nelle Alpi) non è un problema di cui si debba occupare lo Stato, redistribuendo risorse attraverso (per esempio) un ipotetico “bonus montagne”. Vale in assoluto anche per le vette dietro casa, ma vale soprattutto per esigenze che, nella loro apparente natura spartana, sono in realtà consumistiche, spostarsi per arrampicare “proprio” in Dolomiti. Se l’autore consulta il libro Mezzogiorno di pietra, le ipotesi dietro casa sua sono infinite. Il Gran Sasso dimezza cmq gli spostamenti e i costi. Mi infastidisce questo lamentarsi continuo, in nome dei “diritti”. Anche io non voglio spendere e, pur risiedendo a Torino, faccio uscite alpinistiche a 30-50 km da casa, scoprendo valloni semiselvaggi, dove incontro, se va bene, tre persone in un giorno. Ciò sia per contenere il budget, sia per la mia idiosincrasia verso l’affollamento. Storicamente ci sono state intere generazioni che tiravano la cinghia, magari partendo in bici da casa per raggiungere le vallate. Eppure non ho mai sentito un lamento né la pretesa di una “redistribuzione” in nome del diritto di andare in montagna. Infine pensare di coinvolgere il CAI in questo “non problema” significa non capire un fico secco di cosa sia il CAI, che NON è una specie di vigile che dirige l’andar in montagna.
Infatti la democrazia è in crisi dovunque e comunque: in montagna al mare e in campagna. Ma non è solo questione di soldi: sono in aumento i divieti alla libera circolazione delle persone con i pretesti più vari, compresa la tutela della natura. Alla fine senza libertà non ci sarà più democrazia.
Andare in montagna è diventato piú costoso? Fosse soltanto quello! È soprattutto vivere – in pianura o in montagna – a essere diventato piú costoso.
Negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta molto spesso bastava una sola persona per mantenere una famiglia. Ora ne servono quasi sempre due, sottopagate.
Domandatevi che cosa è cambiato da allora.
Tema spesso sottaciuto ma evidentissimo (per coloro che non sono benestanti e vivono di uno stipendio “normale”). Io, ad esempio, è da anni che non usufruisco di mezza pensione nei rifugi preferendo bivacchi, tenda e – se non ci sono alternative – del solo pernottamento in rifugio (c’è da dire che nei rifugi nostrani è pratica generalmente molto mal vista seppur lecita, diversamente dall’estero). Per quanto mi riguarda sono arrivato a spendere fino alla soglia dei 50-55 euro (con birra), ma ora i prezzi sono ben superiori ovunque. Non volendo spendere di più mi adeguo e faccio di necessità virtù. Paradossalmente frequento la montagna molto di più (!) e inoltre, seguendo la scia del cambiamento climatico, ho spostato le frequentazioni dell’alta quota dopo la metà di settembre, quando le strutture sono chiuse e si possono utilizzare i locali invernali. Non si tratta di beni di prima necessità quindi non mi scandalizza pensare che chi non può accedere a tali beni né faccia a meno. Piuttosto, anziché parlare di diminuzione del turismo di montagna, quello che mi preoccupa è la composizione dello stesso.
Caro Sergio, pur essendo io un dispensatore di servizi costosi (faccio la guida alpina ma per fortuna non è obbligatoria) mi chiedo sempre come possa fare la gente normale a permettersi le vacanze in montagna. Vedo sempre più alpinisti attrezzati con tutto nuovo e da ultimo grido, anche su itinerari dove non servirebbe tutta quella roba. Insomma anche l’alpinismo è diventato consumistico e chi offre servizi di base, come trasporti, mangiare e dormire, ovviamente ne approfitta. Visto l’affollamento delle località più costose, sembrerebbe che più i prezzi salgono e più gente viene in montagna.
Tutti pagano (ad esempio i parcheggi) felici di farlo e nessuno si lamenta dei prezzi alti, come se fosse un elemento rassicurante. Allo stesso modo del possedere una brillante e abbondante attrezzatura appesa all’imbrago.
I Mali della società si riversano in ogni aspetto dell’esistenza senza fare distinzioni e coinvolgono così anche un’attività per sua natura semplice, parca e leggera, come l’alpinismo.
Di certo non ho la soluzione ma chiederla al Cai è forse l’azione più bizzarra e ingenua che potevi fare. Auguri.