Agibilità democratica
di Sergio Soraci
Tra fine giugno e inizio luglio 2024 ho colto al volo un invito a recarmi nelle Pale di San Martino per fare alcune vie nelle vicinanze dei rifugi Pradidali e Pedrotti (Rosetta).
Sono di Messina e quando mi appresto ad andare sulle Dolomiti, o altrove nell’arco alpino, comincio a farmi i conti in tasca e decido se partire o meno secondo il momento economico che attraverso. Stabilisco, dunque, di partire spinto dalla voglia di scalare qualche via classica con amici di altre regioni ed approfitto di un passaggio in macchina per Bologna, dividendo le spese di viaggio. Mi fermo da amici in città e l’indomani prendo un treno per Trento, dove un’amica gentilmente si presta ad accompagnarmi agli impianti di risalita al Rosetta per poi proseguire verso il rifugio Pedrotti. II mio portafoglio si sgonfia velocemente, nonostante ii viaggio in economia.
Ho passato tre notti al Pradidali e una al Pedrotti, e dopo aver felicemente arrampicato con il mio compagno di cordata, inizio il mio viaggio di ritorno e mi accorgo di aver speso molto più di quanto immaginato, ed ancora devo affrontare i costi ferroviari per attraversare la penisola e, se non si prende almeno una freccia rossa, a casa non si torna.
Un’andata invernale per fare cascate ed una estiva per appagare le mie passioni e mi ritrovo con le tasche molto più vuote rispetto ad un recente passato: avevo fatto male i conti. Macchina condivisa, treni, mezze pensioni ai rifugi, qualche birra ed un paio di pizze e mi ritrovo a dover rimpinguare il mio conto andato sotto. E’ sempre più arduo decidere di ripartire e credo di non essere il solo, anzi sono sempre più numerosi coloro che si guardano meticolosamente le tasche prima di partire.

La montagna per i più abbienti è ormai una realtà. A meno di sacrifici economici elevati, non è più possibile per molti permettersi di sostenere le spese dei rifugi e degli spostamenti. Soprattutto chi deve affrontare lunghi viaggi, spesso rinuncia pur essendo appassionato, senza considerare i costi dell’attrezzatura, aumentati a dismisura.
Cosa ne pensa il CAI? Cosa ne pensano i gestori dei rifugi? E cosa ne pensano tutti coloro che vorrebbero recarsi in montagna o che si recano sostenendo costi elevati? Abbiamo a che fare con un nuovo ambito riservato ai pochi che possono permetterselo? Certo, ci si può accontentare di ciò che il verticale offre nelle vicinanze, ma sono convinto che la montagna sia e debba essere “democratica”. Per ridiventare quello che, a mio avviso, è sempre stata, bisognerebbe fare una profonda riflessione ed agire rapidamente per “riequilibrare” questo mondo sempre più sfuggente ai più.

Negli anni ’80 e nei primi ’90 lo sforzo economico era accettabile, soprattutto dividendo le spese di attrezzatura, trasferimenti, cibo ed altro. Oggi, pur adottando gli stessi accorgimenti, si affrontano costi lievitati e insostenibili di carburante, spostamenti aerei o ferroviari, per non parlare delle mezze pensioni ai rifugi (le birre sono un premio da acquistare esclusivamente solo dopo un’impresa meritevole, altrimenti si rinuncia). La tendenza è questa, e allora le conseguenze ricadranno su chi non potrà più permettersi certe spese e la montagna diverrà luogo per élite economiche. Gli ambiti di agibilità ” democratica” si restringono sempre di più e la montagna si aggiunge ai luoghi quasi inaccessibili ai percettori di normali stipendi e a coloro, sempre più numerosi, che vivono di lavoro precario.
Qualcuno si esalterà all’idea che ci siano meno persone che girovagano per monti, ma la riflessione è incentrata sul filtro dei privilegi, una selezione che allontana non solo le masse che pur hanno il diritto a recarsi in montagna, ma anche coloro che il verticale lo hanno sempre praticato con passione e che ci penseranno più di una volta prima di mettersi in viaggio, decidendo probabilmente di rinunciare. Trovo tutto questo inaccettabile.
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L’andar in montagna non è che una delle tante facce del turismo, anche se a noi appassionati di montagna non piace certo ragionare così. Quindi non si comprende per quale motivo i “costi” dell’andar in montagne dovrebbero essersi mossi diversamente da quelle generali del turismo, il quale a sua volta si muove all’interno del trend generale economico. Se, come ho già raccontato, il cono genato base nei primi anni ’70 costava 10 lire o oggi costa 3 euro (=6.000 lire), tutto si è mosso in quella direzione. Ci sono degli scostamenti (millimetrici!) in più? PuòCerto, non lo escludo, è la risultanza di un mercato (quello dell’outdoor) che è esploso negli ultimi 30 anni circa. Ma il problema sollevato dall’autore non è dato da questi eventuali scostamenti millimetrici rispetto alla media generale. Il tema è che l’Occidente tutto si sta impoverendo e questo problema non è altro che l’applicazione sul caso “montagna” del fenomeno generale. In particolare si è impoverita assai l’Italia, visto che i nostri stipendi sono fermi la palo da circa 25 anni (con governi di tutti i colori politici). Per cui un semplice panino costa nominalmente di più, anno dopo anno, e noi abbiamo lo stesso stipendio nominale di 25 anni fa, ergo il panino ci costa in modo più che proporzionale. E’ un problema del solo andar in montagna? NO. Può intervenire il CAI? NO. Cosa può fare la politica sul tema generale? Non certo la ricetta marxista-leninista proposta anche qui nei giorni scorsi: la popolazione richiede MENO tasse, non PIU’ tasse. Conclusione? Tirare la cinghia. Al massimo scervellarsi per divertirsi dietro casa. Sono anni (ho perso il conto) che io non vado in Dolomiti, pur più vicine a me che all’autore: mi spiace un po’, ma non mi sentite lamentarmi.