Alle origini dello scialpinismo

Metadiario – 203 – Alle origini dello scialpinismo (AG 1996-003)
(scritto nel 1999)

«Lo confesserò? I miei sci hanno una tendenza spiccata a lasciare le tracce note; essi paiono calamitati: l’ignoto li attira ed essi si volgono volentieri verso nuovi luo­ghi». Questo pensiero di Marcel Kurz si potrebbe felicemente adattare al nostro vagabondaggio per le Alpi, alla ricerca insaziabile di cose e di luoghi semplici e selvaggi.

Cima d’Arbola

Non ero mai stato in Val Formazza, pur avendo letto della sua bellezza e del fascino primordiale. Volevo andare in primavera, quando la neve ti permette di andare lontano e veloce. Al Passo del Corno avevo abbandonato la lunga e profonda Val Bedretto per entrare nel mondo ghiacciato del Griesgletscher e del Griessee e, senza avere il tempo di assuefarmi ad alcuna monotonia, ecco che ero giunto in vetta al Blinnenhorn, la cima più alta della zona. «La vista immensa, d’una purezza ammirabile, ci dette un momento d’entusiasmo, seguito da una lunga estasi…». Da questa cima Kurz riuscì perfino a soffermare il suo di solito attento sguardo sull’Oberland Bernese, montagne che non amò mai molto, e a definire le sue vette come i «re del mondo».

Blinnenhorn. Foto: Erminio Ferrari.
In vetta al Pizzo del Costone. Foto: Marco Milani.
I due denti di dolomia saccaroide che si incontrano a occidente del Pizzo del Costone. Foto: Marco Milani.

Anch’io dalla vetta del Blinnenhorn, salita quindi anni fa dalla Val Bedretto e dalla Capanna Corno, avevo ammirato le immani distese di neve e le catene di montagne fino alla Punta d’Àrbola, fino al Monte Giovo o al Basòdino. Oltre lo spartiacque alpino, al di là del San Gottardo, nubi prepotenti non riuscivano a valicare un confine preciso: sopra di noi brillava la luce, e a sud s’indovinava la nebbia della pianura padana. «Questo fenomeno atmosferico, assai frequente nel Bedretto, è dovuto all’azione del foehn del nord, che accumula le nubi sul versante settentrionale delle Alpi e lascia il cielo del Ticino perfettamente azzurro….» aveva già osservato a suo tempo Marcel Kurz.

Discesa dalla Punta del Costone. Foto: Marco Milani.
Dalla diga, uno sguardo sulla superficie ghiacciata e innevata del Lago del Sabbione. Foto: Marco Milani.
In salita verso il rifugio Maria Luisa. Foto: Marco Milani.

Volevo quindi salire da Formazza e vedere i segreti di queste alte valli invase da bacini artificiali dalla superficie ghiacciata, le cui dighe sembravano a prima vista minacciose e tetre. Ma il numero di questi impianti è tale che il fastidio visivo non appare e v’è una strana comunione con l’uomo costruttore e famelico di energia. Le grandi dighe sono riuscite a far parte di questo luogo e il connubio uomo-natura, per solito gravido di brutture, qui ha dato esito positivo e curiosamente originale.

Dal Passo del Corno verso il Blinnenhorn, 6 marzo 1977

È alla fine del secolo scorso che due lunghi attrezzi di legno ricurvi in punta e accompagnati da due bastoni rudimentali da neve apparvero timidamente nell’equipaggiamento di quei pochi alpinisti che sfidavano rigori e fatiche dell’inverno in alta montagna. Gli sci erano originari del Nord Europa e solo da pochi anni erano stati introdotti nelle nostre regioni. Per quanto riguarda l’Italia poi, si dovette aspettare l’inizio del nostro secolo. Poche sono le valli italiane che possono a buon titolo vantarsi d’aver tenuto a battesimo lo scialpinismo: e una di queste è la Val Formazza. Al pari di Bardonecchia, Clavières, Madésimo, Val Gardena o Cortina d’Ampezzo, questa valle, pur essendo lontana dalle grandi linee di comunicazione, è stata, per la propria struttura orografica e per il fatto di annoverare alcuni centri abitati tutto l’anno, una regione adatta alla diffusione dello sci. Al contrario di una frequente tradizione, per la quale i valligiani si sarebbero serviti degli sci solo a scopi di contrabbando e di bracconaggio, un parroco della valle, lo sciatore e sportivo don Rocco Beltrami, nel 1911 saliva con undici compaesani la Punta d’Àrbola, cioè quell’Ofenhorn sul quale Marcel Kurz, due anni più tardi, credette di essere il primo uomo a salire d’inverno. A questi però va riservato il merito di essere il primo cantore di queste montagne, ancor oggi un po’ dimenticate: «Dal Sempione si iniziano le Alpi Lepontine, regione per me un poco misteriosa e che eccitava la mia curiosità. Assai poco conosciuta dagli alpinisti svizzeri, essa era a quel tempo (1911) ignorata dagli sciatori». Quest’affermazione non corrisponde del tutto a verità, per lo meno al riguardo della Val Formazza: a prescindere dall’impresa di Beltrami di cui, anche per questioni linguistiche, Kurz non poteva essere a conoscenza, i valligiani, dato l’innevamento sempre abbondante, si servivano con insolita frequenza degli sci per i loro spostamenti. Molti anni dopo, con la costruzione dei bacini artificiali, questa tendenza si rafforzò ancora: gli addetti alle dighe, prima dell’avvento dei gatti delle nevi, raggiungevano e talvolta raggiungono anche oggi gli impianti idroelettrici con gli sci: e per molto tempo, a rifugi alpini chiusi nella stagione invernale, gli scialpinisti si servirono per i loro pernottamenti della compiacente ospitalità dei guardiani, nonostante le ordinanze della Società Edison fossero già allora repressive. Anche ciò favorì una particolare diffusione dello scialpinismo proprio in questa valle.

Franco Strada sale verso il Passo del Corno, 6 marzo 1977

Kurz, nel racconto della sua prima traversata Sempione-Gottardo e di altre gite e ricognizioni, racconta quanto si trovasse a proprio agio nella locanda di Ossasco in Val Bedretto oppure della gentilezza dei montanari della Binntal. Alla Val Formazza riserva un trattamento più severo, e racconta impietosamente della curiosità e dell’ignoranza dei doganieri italiani, accusandoli anche, senza mezzi termini, di una perquisizione del loro bagaglio e della sparizione di un paio di occhiali da ghiacciaio.

Marco Milani e Maura Salvatori si affacciano dal rifugio Maria Luisa.
In salita verso l’Helgenhorn. Foto: Marco Milani.
Maura Salvatori e Alessandro Gogna in salita verso l’Helgenhorn. Foto: Marco Milani.

Da allora molto è cambiato. I rifugi, nella stagione scialpinistica, sono aperti tutti i giorni e accolgono appassionati da tutta Europa. Il 9 aprile 1996 salgo al rifugio Mores con Marco Milani e Maura Salvatori: cerchiamo di essere sempre almeno in tre, in modo che i fotografati siano almeno due. I custodi, Egidio Valci e sua moglie, ci coccolano, mentre fuori il vento corre all’impazzata sul ghiaccio del Lago dei Sabbioni e fischia in qualche fessura cigolante. Al mattino, il cielo è splendido fino al nostro arrivo in vetta alla Punta del Costone, più fosco e pieno di riverbero quando saliamo la Punta d’Àrbola.

Maura Salvatori scende dall’Helgenhorn. Foto: Marco Milani.
Fine gita e riposo alle case rustiche di Riale. Foto: Marco Milani.

L’11 aprile, altra gita meravigliosa: Quota 3165 m del BlinnenhornPasso Gries – rifugio Mores – Lago di Morasco. In serata saliamo ancora al rifugio Maria Luisa, dove l’ospitalità si ripete: il custode ci prende in simpatia e ci tratta da veri signori, assieme ai custodi della diga lì convenuti per una prolungata degustazione di genepì. E questa grande umanità convive egregiamente con l’atmosfera del luogo, pervaso di solitudine e di una sua poetica modestia. Oltre al lago ghiacciato si apre il largo Passo San Giacomo: poco sotto, una solitaria chiesuola testimonia l’incanto e la grandiosità di questi luoghi. Racconta Kurz: «Cotesta piccola Cappella di San Giacomo, sperduta tra le nevi col suo piccolo vesti­bolo di ombra azzurra, circondato da bianche cornici apparve ai nostri occhi come un gingillo, simbolo di modestia e di rinunzia la cui poesia mi penetrò l’anima».

L’ultima salita della nostra lunga escursione la facciamo il 12 aprile all’Helgenhorn 2837 m, altro “glorious day” avrebbero detto gli inglesi dell’Ottocento.

Lago e Ghiacciaio del Sabbione con la Punta d’Arbola, Val Formazza. Foto: Gianni Pasinetti.

Quando Marcel Kurz, al termine di otto giorni di traversata e all’ora dell’Ave Maria, scivolava lentamente verso Bedretto sapeva della sua prossima partenza definitiva dall’Europa: «era, può darsi, l’ultima volta che io vedeva questa bella vallata, e volevo portare in me un po’ della sua poesia, e di che riscaldare il mio cuore nella vecchiaia. E mentre sognavo, continuavo a scendere». Noi invece torniamo al punto di partenza, Riale, abbastanza presto, in tempo per prendere ancora un po’ di sole seduti sotto a belle case in legno.

Marcel Kurz

Marcel Kurz
Nacque a Neuchâtel nel 1887. Giovanissimo accompagnò il padre Louis sulle montagne e nel 1907 iniziò sul Grand Combin e sull’Aiguille du Chardonnet una serie di campagne invernali che lo consacrarono il vero esperto del nuovo modo di percor­rere le Alpi: lo scialpinismo. Altri erano stati i precursori. L’inglese sir Arnold Lunn, per esempio, pur rivolto alla codifica delle varie discipline e ai regolamenti delle competizioni di sci, era un attento conoscitore della montagna invernale. Il geologo tedesco Wilhelm Paulcke già nel 1897 aveva realizzato la prima traversata sciistica dell’Oberland Bernese. Marcel Kurz fu però un protagonista e poté definire come «seconda conquista delle Alpi» la poderosa quantità di prime ascensioni con gli sci effettuate nei primi vent’anni del XX secolo sulle Alpi. Fu l’ideatore della più classica delle traversate, l’Haute Route Chamonix-Zermatt, e ne realizzò per primo la parte più significativa. Poi continuò fino al Passo del Sempione. E nel 1913 traversò le Alpi Lepontine Occidentali dal Sempione al Passo di San Gottardo. Dopo il 1920 il lavoro lo portò lontano dalle Alpi: Kurz, assieme a Günther Oscar Dyhrenfurth, fu uno dei più grandi esploratori della montagna extraeuropea. Ingegnere, cartografo e scrittore, compilò molte guide monografiche, diresse molte annate della prestigiosa rivista Berge der Welt e scrisse il suo capolavoro Alpinisme hivernale, vero caposaldo di storia, tecnica e poesia dell’alpinismo invernale e dello scialpinismo.


Vincenzo Bruzzone in vetta alla Punta Figari. Sullo sfondo sono il Monte Contrario e il Monte Cavallo. 20 aprile 1996.
Alpi Apuane: il Monte Pisanino e l’Orto di Donna dalla vetta del Monte Grondilice. Lontano a sinistra, il Pizzo d’Uccello, 20 aprile 1996

Non so più bene per quale ragione, ma il 20 aprile 1996 mi ritrovai, dopo tanti anni, con Vincenzo Bruzzone, che era stato mio istruttore ai tempi del mio corso di alpinismo nel 1964. Sempre facendo base a Levanto, partimmo alla mattina presto per andare a visitare uno dei luoghi meno frequentati delle Alpi Apuane. Ero carico delle mie macchine fotografiche, compresa la mitica ma assai pesante Noblex che tanto stavamo usando per le nostre foto panoramiche. Salimmo la parete ovest di Punta Questa per la via Gross-Colli; subito dopo affrontammo la paretina sud della Punta Figari e la successiva cresta sud della Forbice per concludere poi per la via normale del Monte Grondilice.

Fu una giornata speciale con una persona speciale, scomparsa troppo presto.

Alle origini dello scialpinismo ultima modifica: 2019-06-02T05:20:50+02:00 da GognaBlog

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