Bianca Di Beaco

Bianca Di Beaco, alpinista triestina
di Silvana Rovis
(pubblicato su Annuario del CAAI, 2019)
Foto archivio Bianca Di Beaco

Bianca: amata, stimata, ammirata. Bianca: alpinista, ecologista ante litteram, tenace e rispettosa difenditrice dei diritti civili, una triestina con nelle vene il sangue istriano dei suoi genitori, nativi di Verteneglio.

Bianca Di Beaco

Le è stato dedicato un libro: Non sono un’alpinista, presentato a Trieste lo scorso maggio 2018 (Non sono un’alpinista ha vinto il terzo premio nella sezione Narrativa di Leggimontagna 2019, NdR). Tutto ebbe origine al Rifugio Brentei, nel gruppo del Brenta, all’inizio degli anni ’60. Un incontro casuale tra alpinisti di varie provenienze, come sovente capita nei rifugi. Da una parte Gianbattista Magistris, della Sezione CAI di Valmadrera, e dall’altra un gruppetto di triestini: Spiro Dalla Porta Xydias, Bianca Di Beaco ed altri. Bianca già allora conosciuta nell’ambiente come la più forte e carismatica scalatrice in circolazione, che certo non passò inosservata. Un incontro fugace, mai dimenticato, riemerso nei ricordi dopo tanti anni, quando Terenzio Cuccuru passò a Magistris un pezzo da pubblicare su Vertice, l’annuario della Sezione del CAI di Valmadrera, in cui Cuccuru raccontava l’avventura vissuta nel 1963 durante la scalata della Cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey, dove c’era anche Bianca. Quasi un invito, dopo tanti anni, a risentire Bianca. Fu così che, lettera dopo lettera, si intrecciò un dialogo a distanza, cui seguirono scritti di Bianca per Vertice. Da qui l’idea di un libro, che si concretizzò in un incontro a San Lorenzo, sopra la Val Rosandra, nel 2012, presenti oltre a Magistris e all’amico Luciano Riva, due vecchi compagni di cordata della Noire: Terenzio Cuccuru e Mario Bramanti. Altri incontri seguirono, sempre a San Lorenzo. L’ultimo il 22 maggio 2017 per visionare le ultime bozze prima della stesura definitiva, e fu qui che Bianca confermò il titolo da dare alla raccolta dei suoi scritti (perché dei suoi scritti si trattava): Non sono un’alpinista. Quel libro era un omaggio a Bianca da parte di due alpinisti “occidentali”, da consegnare – una volta ristampato in bella veste – personalmente a lei, magari in una osmiza sul Carso o tornando a San Lorenzo dall’amica Olimpia. Non è stato così; il fato ha voluto diversamente, perché Bianca se n’è andata improvvisamente poco prima che il libro fosse impaginato.

Ed il libro, così, è diventato invece un modo per ricordarla assieme a tanti amici alpinisti, presenti all’Assemblea nazionale dei Delegati CAI svoltasi il 26 maggio 2018 a Trieste, in occasione dei 100 anni della Sezione triestina del CAI “XXX Ottobre” (nata il 24 novembre 1918, dopo che Trieste era finalmente italiana).

Ma è tempo di parlare di Bianca. Siamo a Trieste, la sua città. Trieste allungata sul suo Golfo con alle spalle l’altipiano del Carso.

Ecco il Molo Audace (costruito tra 1743 e 1751), 246 m di lunghezza, dove attraccavano navi mercantili e passeggeri, che deve il suo nome attuale al fatto che alla fine della prima guerra mondiale, il 3 novembre 1918, la Marina Italiana fece la sua prima entrata a Trieste con il cacciatorpediniere Audace. Da lì si possono vedere, verso nord-ovest, le montagne friulane fino alle Dolomiti, arrivando – nelle giornate limpide – anche fino alla Marmolada.

Bianca aveva frequentato il liceo scientifico insieme alla sorella Silvana e all’amica Fiora Crepaz (sorella del più noto Bruno Crepaz, morto nell’ottobre 1982 sul Langtang Lirung, un colosso di 7227 m della catena himalayana). I Crepaz vivevano in una bella villa a Grignano. Una famiglia ricca dove si parlava frequentemente di alpinismo, di montagne, montagne che lei aveva visto solo in lontananza dal Molo Audace o in qualche gita in Friuli.

E la decisione fu presto presa, a 16 anni succede in fretta: intanto era necessaria una carta topografica. Bianca chiese al commesso della libreria di darle quella delle montagne più vicine: ed ecco le Dolomiti, raggiunte prendendo prima una corriera e poi il treno fino a Calalzo, in Cadore. La sua meta era l’Antelao, 3264 m, seconda montagna delle Dolomiti dopo la Marmolada, 3348 m. E poi a piedi fino alla Val d’Oten e poi su, su. Il tempo era proprio brutto, temporale e neve, anche se si era ad agosto. Ormai sera, Bianca si fermò per passare la notte in una vecchia capanna e la mattina l’unico incontro fu con una donna vestita di nero che, uscita dalla sua casa, le offrì una scodella di latte. E finalmente con gli ultimi turbinii di neve giunse al rifugio Pietro Galassi, accolta da un incredulo custode. Questa era la montagna, pensò Bianca, e però le piaceva, le piaceva molto, anche così, col brutto tempo. Mal vestita con scarpette da ginnastica, lo zaino in tela cucito dalla mamma cui il papà aveva aggiunto le cinghie utilizzando delle cinture di cuoio, la mattina dopo salì fin sulla cima; c’era tanta neve e ben sappiamo che camminare sui lastroni inclinati dell’Antelao, per giunta coperti da neve – pericolosissimi – non si consiglia a nessuno. Incoscienza, la sua, ma aveva l’agilità di un camoscio e non aveva paura di niente.

E fu proprio l’Antelao a darle il la per continuare su quella “strada” in verticale. Trieste città di mare, che ha dato vita a molti alpinisti, uno per tutti Emilio Comici, avendo a disposizione, vicinissima, la Val Rosandra, la “Valle” per i Triestini, dove tutti loro hanno cominciato. Considerata non alla stregua di una qualsiasi palestra di arrampicata, bensì montagna “vera”, dove c’era la possibilità di arrampicare proprio come in montagna. E in Val Rosandra cominciò anche Bianca. I suoi primi compagni Berto Pacifico, Piero Zaccaria ed altri ancora, vedendola arrampicare e vedendone le capacità, volevano farle da maestri e la incitavano dicendole: sarai la prima donna… ma a Bianca non interessava.

Le piaceva arrampicarsi così come faceva sugli alberi in Istria quando andava a trovare i parenti dei genitori.

Arrampicate sì, ma anche scialpinismo (che disdegnava perché sotto la neve ci sono i piccoli pini che con gli sci si possono tagliare); ma poi lo sci da fondo, grazie al quale ebbe la possibilità di andare in giro per gare e per allenamenti: a Corvara oppure al Predil, dove fece amicizia con i minatori, tra cui Ignazio Piussi, fortissimo alpinista e persona semplicissima, che – alle 5 di mattina – era solito offrirle una grappa… Più avanti i suoi compagni, sempre triestini, furono: Spiro Dalla Porta Xydias, Walter Mejak, e da ultimo Jose Baron, compagno di corda e di vita.

Ormai conosciuta, grandi alpinisti le chiedevano di arrampicare con loro, ed erano Walter Bonatti, Pierre Mazeaud, Toni Hiebeler e altri, ma lei preferì restare con gli amici di sempre.

Lothar Brandler le propose di fare una cordata femminile europea, alla stregua di quella maschile di cui avevano fatto parte, oltre a lui stesso, il bellunese Roberto Sorgalo, il francese Pierre Mazeaud e il sassone Winfried Ender. Ma non era cosa per Bianca. Oltretutto non aveva mai fatto una cordata femminile, ad eccezione di una volta che arrampicò con Silvia Metzeltin (ma c’era anche Jose).

Alpinista di primo piano, ai vertici dell’alpinismo femminile, Bianca fu tra le prime alpiniste, se non la prima, ad arrampicare sul VI da capocordata.

L’artificiale non le piaceva. Già mettere un chiodo, fosse solo per sicurezza, era per lei un artificio. Preferiva andare in libera fin dove si poteva, e dove oltre tutto, per lei, era più semplice andare.

Lunga e intensa la sua frequentazione delle montagne italiane. Dalla metà degli anni Cinquanta fino a tutti gli anni Settanta innumerevoli sono le vie da lei salite. Molte le prime femminili, di cui alcune sono anche prime salite: sulle Alpi Carniche, così neglette ma da lei tanto amate, compresa la gente che vi abita. E sulle Alpi Giulie (Montasio), Pale di San Martino (Cimerlo per versante sud-est); Torre di Babele per la Via Soldà (in alternata).

E poi nel gruppo della più nota Civetta come capo cordata: Cima Su Alto, parete nord, via Ratti-Vitali (VI); Torre Su Alto, parete ovest, Via Merk-Schneider; Torre di Pelsa, parete sud-ovest, Via Bortoli-Zorzi-Tissi; Torre Venezia, spigolo sud-ovest, Via Andrich-Faè. Ed ancora il Sass Maor, spigolo sud-est, Via Detassis-Castiglioni. In Catinaccio, la parete est, via Steger. Ancora una prima femminile sullo Spigolo nord dell’Agner, via Gilberti-Soravito (1620 metri, reputata la via più lunga delle Dolomiti, fino al VI), aperta nel 1932. Una prima invernale alla Torre di Valgrande per la via Carlesso-Menti. E poi, e poi… l’elenco è ancora lungo, specie di prime femminili ma – colpa sua – non le ha mai segnate perché non dava loro importanza e anche per non sembrare presuntuosa… E fu anche per questo, come mi raccontò una volta Spiro, che Bianca ha perso tante opportunità, le ha proprio lasciate. Questa era lei. Memorabile la salita alla Cresta sud della Aiguille Noire de Peutérey, nell’agosto ’63, con Walter Mejak, Mario Bramanti, Terenzio Cuccuru, Kurt Diemberger e Tona Sironi. Colti sulla “gran vela” da uno dei più terribili e tristemente famosi voltafaccia metereologici estivi, vedevano giorno dopo giorno trasformarsi in tragedia la gioia di una salita a lungo sognata e cominciata nel più allegro dei modi. Male attrezzati (ma non fu solo per questo), prevedendo di fare tutto in giornata, riuscirono a venirne fuori dopo quattro giorni, con tre bivacchi.

Ad aspettarli Walter Bonatti, Gigi Panei, Cosimo Zappelli e Giorgio Bertone, oltre che Spiro ed altri venuti da Trieste (avvertiti da Silvia e Gino Buscaini), dove, nel frattempo, si era sparsa la voce di alpinisti triestini dispersi sul Bianco…

Per tre anni, dal 1964, andò in Grecia con la Scuola d’alpinismo diretta da Spiro su invito del Club Ellenico: entusiasmante, perché, finito il corso, si faceva una campagna alpinistica, con nuove salite in quasi tutti i gruppi del Paese. Gli allievi erano greci, del Club Alpino Ellenico di Atene, con cui Spiro (che parlava benissimo il greco) era in contatto. Oltre a lei e a Spiro, negli anni parteciparono: Franco D’Urso, Sergio Glavina, Virgilio Zecchini, Walter Mejak, Fioretta Tarlao, Fabio Benedetti. Per andare all’Olimpo non c’era ancora una strada e si facevano nove ore con i muli: proprio dei pionieri. Oltre la Grecia, molte le sue spedizioni fuori dall’Italia, mini come le chiamava lei, in pochi, sempre i “soliti” quattro o cinque: in Turchia con una salita sull’Ararat e su altre cime; in Iran. In Afghanistan nel 1971, lungo il corridoio del Wakhan; in Pakistan. Si muovevano, lei e i suoi compagni, con un pullmino e Bianca si preoccupava sempre di imparare qualche parola nella lingua del posto, studiando sui vocabolarietti, allora difficili da reperire, ma era un bel modo per entrare in empatia con la gente che incontravano, fossero pastori, operai o pescatori (quelli del Mar Caspio). Da aggiungere Nord Europa ed anche Africa (Algeria, Etiopia). E poi oltre Oceano: con Jose e Fabio Benedetti in Argentina (montagne a nord dell’Aconcagua ancora da esplorare), dove andarono con l’ultimo viaggio del transatlantico Guglielmo Marconi. In Messico, salendo tutti i vulcani oltre i 4 mila metri. Assieme a Silvia Metzeltin, entrambe con un curriculum alpinistico notevolissimo, che non lasciava certo dubbi sulla loro attività, si batté per l’ammissione delle alpiniste al Club Alpino Accademico. Ma si sa, lo statuto del CAAI non contemplava allora l’ammissione delle donne. Certo, di alpiniste brave ce n’erano poche, colpa anche di una cultura che le sacrificava e le relegava in casa. Fu una battaglia che durò a lungo. Ma finalmente le loro domande furono accolte. A quel punto Bianca, coerente con i suoi principi, ritirò la propria domanda di ammissione. Non le interessava, essendo il tutto nato per un fatto di giustizia nei riguardi delle donne. Perché CAAI significa amicizia, lealtà, il nobile ideale della montagna oltre alla capacità di arrampicare. A lei era bastato far cadere il muro della disparità.

Ha fatto parte, assieme ad un gruppetto di arrampicatori, della Stazione di Soccorso Alpino di Trieste, fondata da Spiro. Il loro primo mezzo di pronto intervento fu la piccola Cinquecento bianca di Spiro. Un gruppetto di amici invasati sì (non Spiro!) ma preparatissimi; poveri, ma ricchi di ardore, che vantavano attività di tutto rilievo. Tra essi: Bianca Di Beaco, Bruno Crepaz, Nino Corsi, Walter Mejak, Pino Cetin, che furono i primi volontari. A questo nucleo iniziale si aggiunsero Fabio Benedetti, Bruno Baldi, Sergio Lusa, Umberto Pacifico, Jose Baron, solo per citarne alcuni.

Quando fu necessario si ricorse anche alla base americana di Aviano per avere un elicottero di soccorso. La prima volta fu nel settembre del ’61 per il recupero di un alpinista caduto sul Monte Duranno, che si trovava molto in alto e le cui condizioni erano apparse subito molto gravi. Fino ad allora nessuna operazione del genere era stata compiuta nella regione friulana.

Un’altra passione di Bianca era correre, le veniva naturale e vinse alcuni campionati sociali di atletica. Era in squadra con la Società Ginnastica Triestina, della quale era una grande promessa; ma aveva il lavoro (dapprima assistente turistica a Trieste, sul Carso, a Redipuglia, poi segretaria nel magazzino/bottega di merci varie del papà di Spiro Dalla Porta Xydias e infine rappresentante di prodotti para-farmaceutici a Trieste, nel Bellunese, in Friuli). Così gli allenamenti per la corsa avrebbero sottratto tempo prezioso alla sua passione più grande: la montagna.

Partecipò a varie edizioni della “Barcolana” (storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di ottobre), con Jose, iniziando con una imbarcazione costruita dallo stesso Jose, così come tutte le successive. Jose, nato a Quarrata (Pistoia), mamma toscana e papà triestino, oltre che grande alpinista e primo direttore della Scuola di alpinismo “Enzo Cozzolino”, era anche un uomo di mare, maestro d’ascia (uno degli ultimi), costruttore di barche. Aveva lavorato ai Cantieri Alto Adriatico ex Felszegi di Muggia come tracciatore. Fu poi insegnante di disegno tecnico all’Istituto Nautico di Trieste e quindi modellista. Accademico del CAI, è mancato nel 2002.

Molti altri gli interessi di Bianca al di fuori del lavoro: dalla scuola di recitazione in teatro con Spiro alla difesa dell’ambiente, degli animali, a cominciare dai gatti del cortile di casa. È stata una delle firmatarie della tesi di Biella nel 1987, documento sottoscritto da molti alpinisti che ha portato alla nascita di Mountain Wilderness, per la salvaguardia – appunto – dei nostri territori, della nostra montagna, che – ben sappiamo – è fragile e senza difese.

Bianca Di Beaco nel 2014

Molti riconoscimenti, tra cui:
– nel 2006, la 5a edizione di “Una vetta per la vita”, da parte del Gruppo naturalistico “Le Tracce” di Castelfranco Veneto (Vittorino Mason);
– nel 2000 il Premio Marcolin, istituito dal CAI Padova per ricordare Francesco Marcolin, suo valido presidente per nove anni e improvvisamente mancato durante una salita in montagna.

Amava scrivere. Per il quotidiano di Trieste Il Piccolo, ma soprattutto per le riviste di sezioni del Club Alpino Italiano: Liburnia (CAI Fiume), 864 (CAI Auronzo), Alpinismo Triestino (CAI XXX Ottobre Trieste), Vertice (CAI Valmadrera). Ed ancora Le Alpi Venete, rivista edita dalle Sezioni CAI del Triveneto. Articoli dove parlava di montagna, del suo alpinismo, non dicendo delle salite estreme, bensì del sentimento profondo che la frequentazione della montagna ispirava al suo animo sensibile e appassionato, sempre.

Era socia accademica del GISM ed era iscritta alla XXX Ottobre – Sezione di Trieste del CAI e aggregata alla Sezione di Fiume del CAI.

Bianca ci ha lasciati venerdì 2 febbraio 2018 a Trieste, la sua città, dov’era nata nel 1934.

Nota
L’autrice si è avvalsa dei dati forniti da Bianca stessa durante l’intervista fatta per Le Alpi Venete, primavera-estate 2004 e, inoltre, nei tanti incontri con Bianca a Trieste nel corso degli anni.

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Bianca Di Beaco ultima modifica: 2020-01-29T05:40:30+01:00 da GognaBlog

23 pensieri su “Bianca Di Beaco”

  1. 23

    dai sono generoso oggi…continua a darmi del tu TE LO CONCEDO! 😀

  2. 22
    Matteo says:

    OellaPeppa! Allora la prossima volta ti do del voi, che io arrivo a quattro generazioni, ma solo se non sto a sottilizzare!

  3. 21

    AndreaD analisi corretta seppure sintetica. D’altra parte è argomento diverso da quelli trattati in questo spazio e quindi la sintesi è d’obbligo.Matteo 27 generazioni e circa 600 anni di storia della città e dei suoi dintorni (che oggi sono diventati quasi centro città) con tutte le “evoluzioni” del caso, intrecci etnici vari e via dicendo, partendo da un ceppo zingaro (di quale tribù non ne ho idea e penso sia impossibile da rilevare) che si insediò in zona allevando cavalli sui terreni che oggi ospitano l’ospedale ed il rione di Altura.Una delle famiglie che fondò il paese di Servola ma che nelle cronache non risulta, malgrado le innumerevoli testimonianze e parentele varie a causa di una diatriba di un mio avo col parroco dell’epoca che bruciò tutti i documenti per dispetto. Gli archivi austro-ungarici dopo il 1918 praticamente scomparvero e per trovare documentazione sulla famiglia ad un mio pro-zio toccò rivolgersi agli archivi vaticani dove venivano depositate le copie delle anagrafi.
    Quindi da quel dì, che la mia famiglia e le sue “varianti” si stabilirono in loco, salvo poi molti dei miei parenti emigrare verso America e soprattutto Australia “grazie” alla bella politica italica di smembramento di una realtà scomoda per diversi motivi.

  4. 20
    AndreaD says:

    Ciao Stefano, il senso del mio intervento era proprio dire che un consistente numero di triestini non desideravano diventare italiani. Il tuo intervento non mi sembra che mi smentisca in pieno ma rafforza la mia convinzione che frasi come “liberare Trieste dal giogo austriaco” e “Trieste finalmente italiana” siano frasi  coniate dai vincitori e che non rispecchiano la realtà di allora. Non conoscendo a fondo il problema ho scelto la linea della moderazione. Le mie fonti sono alcuni libri di Paolo Rumiz e alcuni articoli di storia pubblicati sui principali quotidiani.A loro attingo per riportare alcune frasi a titolo di esempio.- “Scusi buon uomo dov’è il nemico?” chiese un capitano varcato il confine. “Veramente, signor ufficiale, il nemico siete voi”.- Dopo il 1918 per Roma l’Italia finiva a Mestre (tra parentesi non era solo per paura degli extracomunitari che tanti votavano Lega Nord).-Dopo la guerra Trieste da porto dell’Impero divenne uno dei tanti porti italiani. Questo causò una crisi economica che spinse molti alla emigrazione.- Quando gli italiani entrarono in Gorizia, la prima città strappata all’Impero austro-ungarico, trovarono una città popolata da sloveni.

  5. 19
    Matteo says:

    P.S.: la medesima dinamica è rilevabile per esempio in Polonia, con la particolarità di una identità fortemente connotata anche dalla religione, in funzione soprattutto anti prussiana e anti russa.

  6. 18
    Matteo says:

    L’argomento meriterebbe lunghe riflessioni e un trattato che io non sono in grado di svolgere, ma due parole occorre farle, anche perché, mutatis mutandis, ci riguarda anche ora.
    La Nazione e l’appartenenza nazionale è un’invenzione della borghesia, nata dalla rivoluzione industriale, per (cercare) di liberarsi del potere dell’aristocrazia, fondata sull’ordine economico precedente. Questo è uno schema comune a partire dalla rivoluzione industriale.
    Gli strati popolari, a Trieste per lo più slavi, sono stati sempre per lo status quo che per loro era naturale (e anche perché, forse, non avevano tempo ed energie per pensare ad altro).
    La borghesia industriale e commerciale, perlopiù italiana e particolarmente forte a Trieste, che è nata e sempre stata una città di commerci, invece era fortemente caratterizzata dal sentimento nazionale in funzione antiaustriaca.
    Si sentivano “italianissimi” anche colore per i quali era evidente un’origine non proprio italica, come naturale in una zona di confine, che potevano essere sloveni che miglioravano la loro condizione economico- sociale -vedi i vari Cosulich, Covacich, Stuparich o Slataper- ma anche austriaci che partivano dalle classi più basse -da Wilhelm Oberdank a Aron Hector Schmitz (aka Italo Svevo) a mio nonno materno, nato Tautscher, dipendente dello stato austriaco, messo in galera dal ’15 al ’18.
    La stessa divisione in classi nello schieramento si ritrovava pari-pari in Trentino, in cui però anche i contadini, di sentimenti largamente lealisti, avevano cognomi italiani come i borghesi, di sentimenti fortemente italiani.
    Oggi, credo che il sovranismo, almeno in Italia, stia facendo fulcro (e fomentando) una situazione analoga, in cui però la demarcazione non è tanto economica quanto culturale.
    E’ abbastanza evidente che in Italia vota Lega chi ha meno strumenti culturali e pensa (o viene convinto) di essere minacciato dall’invasione di extracomunitari.
    Anche se magari è un piccolo imprenditore del nord-est con un mucchio di “schei”, che non rischia di certo perdere il lavoro per colpa dell’immigrato africano, ma anzi magari lo sfrutta pure.
    P.S.: Michelazzo, 27 generazioni mi paiono un po’ troppe però per un càn de porto come tì…nel conteggio normale corrisponderebbero circa a 900 anni e non c’è casa reale al mondo che vanti tale genealogia!  🙂

  7. 17

    E ti risulta male AndreaD… qui ci sarebbe da scrivere un saggio sul senso di appartenenza dei triestini (Viva l’A . e po’ bon!), i quali per tradizione si sono sempre sentiti uomini liberi, malgrado l’appartenenza all’impero che non fu risultato di conquista o oppressione ma di opportunismo (Trieste chiese l’annessione a Leopoldo III), dettato dai continui attacchi della Serenissima, i quali indebolivano i commerci.
    E’ difficilissimo comprendere ciò che l’innato cosmopolitismo ed allo stesso tempo l’opportunistico stato di annessione e quindi di collaborazione attiva, crearono nei triestini ( e lo dico da triestino da oltre 27 generazioni con tutti ciò che comporta,,,) e poi di varianti e variabili in questo senso di appartenenza sono infiniti, meno quello di appartenere a Trieste… realtà oltre le realtà… Cito sintetizzando, ciò che Julius Kugy, carinziano naturalizzato triestino, rispose ad un’intervista giornalistica dopo il 1918…: Suddito dell’impero o del regno non cambia nulla, così ero prima così sarò da oggi…!Aggiungo una piccola provocazione da parte mia…: Kugy non aveva idea delle quintalate di letame che avrebbe portato il regno… morì fortunatamente prima di dover soffrire alla vista del declino che questo portò!  

  8. 16
    AndreaD says:

    Unico appunto che rivolgo quel “Trieste finalmente italiana”: mi risulta che i triestini fossero divisi in parti circa uguali tra filo-italiani e filo-austriaci. Poi c’erano quelli come lo Zeno Cosini de “La coscienza di Zeno” per cui Italia o Austria era lo stesso basta che lo lasciassero in pace con le sue sigarette e la sua amante.
    Per il resto, un articolo che fa luce su un personaggio non sufficientemente conosciuto nella storia dell’alpinismo.

  9. 15
    DinoM says:

    Lomasti, Piussi

  10. 14
    paolo says:

    Per me i friulani/triestini sono stati dei grandissimi innovatori (cito e spero di non sbagliarmi solo Comici, Cassin, Gervasutti, Cozzolino come ormai antichi, e i più giovani Benet, Mazzillis) e l’alpinismo italiano deve quasi tutto a loro, forse sono uomini cresciuti in un ambiente con una cultura meno provinciale di tutti.
    Bianca per me è stata un alpinista di punta ed è stata capace di fare un suo alpinismo quasi senza mai “seguire” nessuno: è quasi irraggiungibile ancora oggi.
    Mi ricordo come non abbia mai ricercato riconoscimenti e patacche.

  11. 13
    Adriano says:

    Si , per aria , atmosfera particolare è evidente che si parla di incontri , di persone di nazionalità e costumi diversi che qui si incontrano e lo fanno da sempre.
     

  12. 12
    Sebastiano Motta says:

    Personaggio affascinante e interessante.
     
    DinoM a Adriano (commenti 4 e 7): da non triestino devo dire che arrampicando “in Valle” ho percepito un’atmosfera per niente diversa da quella che si respira in altri luoghi storici.
    E’ invece parlando con le persone, arrampicatori/alpinisti o no, che si capisce come ci siano tante questioni ancora irrisolte, come si legge nell’intervento di Michelazzi.

  13. 11
    Roberto Pasini says:

    Il commento 10 mi conferma una sensazione che avevo avuto. Io personalmente, come lettore, non sono pienamente soddisfatto da questo articolo, peraltro interessante e meritorio. Sia ben chiaro non il soggetto ma l’articolo. Mi è sembrato troppo un tradizionale “coccodrillo”, tutto virtu’ personali e civiche e salite. Il personaggio è molto ricco e pieno di spunti: una donna del 1934, una generazione di mezzo tra chi ha fatto la guerra e i baby boomers, alpinista di punta, cresciuta e poi vissuta nell’ambiente triestino, attraversato da intense vicende storiche, una delle poche donne capocordata di quegli anni, che però non ha mai voluto fare cordate femminili,  in lotta dentro il CAI e così via. Tutti questi aspetti sono solo elencati e accennati e ne viene fuori un ritratto sicuramente lusinghiero ma troppo superficiale, che a mio parere non rende pienamente merito agli elementi di modernità e alla sfaccettature del soggetto. Anche se le vicende personali sono totalmente diverse , il ricordo che è stato pubblicato su questo blog di Guido Rossa è molto più articolato, profondo e meno “santino”. Ho la sensazione che la diversità non stia tanto nella profondità dei soggetti, quanto nello stile dei narratori.

  14. 10
    paolo says:

    Per parlare di alpinisti e non di divi.
    Bianca e Silvia sono alpiniste e donne molto diverse, da non confondere.
     
    Silvia è stata acca per un po’, seguendo il marito, mentre Bianca mai.

  15. 9
    Giancarlo Venturini says:

    Articolo ben fatto , per una donna fantastica , non conoscendo la storia , è stato molto interessante….!   Grazie Un C. Saluto……

  16. 8
    Matteo says:

    Bianca di Beaco, personaggio eccezionale  e affascinante. Uno di quelli che ti dispiace veramente di non aver conosciuto
    Non capisco bene cosa c’entrino l’irredentismo e tantomeno quel bel tomo di Furaso, ma tant’è: me ne farò una ragione!

  17. 7
    Adriano says:

    Confermo quello che dice Dino. Quando sei lì a Trieste ad arrampicare e non solo ,senti un aria diversa, la respiri, lo vedi.

  18. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Grazie a Silvana Rovis. Le sue interviste sono sempre impeccabili.

  19. 5
    Luciano Riva says:

    Grazie, Silvana Rovis, per questo magnifico articolo su Bianca, che mette in luce – se mai ce ne fosse ancora bisogno – la vera essenza di una fortissima alpinista innamorata della natura tutta, che ha speso la sua vita nella difesa di chi non ha voce, sia esso animale o vegetale. Ecologista a 360° ante litteram, ha precorso tutti i temi scottanti che al giorno d’oggi stiamo tentando di affrontare per la salvaguardia del Pianeta. Silvana e Bianca, amiche mie!!!
     

  20. 4
    DinoM says:

    Posso dire, da non Triestino, che quando arrampichi lì respiri aria magica e percepisci lo spirito cui si riferisce Michelazzi.

  21. 3
    lorenzo merlo says:

    Mi chiedo questo fervore di Stefano per la Sua Identità e Sua Terra a cosa mai potrà essere dedicato dalle prossime generazioni, quando quella Storia di Cuori e Anime sarà, non dimenticata, ma sostituita dai valori liquidi dell’individualismo.
    Il significato Turboliberismo di Furaso, sui quali oggi si radunano platee di ridanciani, a un certo punto verrà chiaro a tutti.
    Sarà tardi e saranno incubi.

  22. 2
    Carlo Crovella says:

    Bellissimo articolo, mi è piaciuto molto

  23. 1

    Ho  avuto occasione di arrampicare diverse volte con Bianca e Walter e anche con Jose e  malgrado le loro imprese passate sono stati “personaggi” sempre semplici e modesti e… avrebbero potuto tirarsela alla grande ma così,non era perché essere triestini, seppure sia difficile comprenderli al di fuori è anche questo.
    Ciò  che mi da il vomito… e parecchio…, è il revisionismo che si vuole fare sull’identità triestina, la quale è sempre stata cosmopolita, legata all’austro- ungheria o se vogliamo leggerla in termini filosofico-economici alla Mittel-Europa e non certo all’Italia che è stata salutata come invasore e non liberatore a parte quelli arrivati coi treni per creare, come oggi, l’immagine di popolo acclamante (berlusca pagava 50 euro…  all’epoca non so quanto avessero dato ma i conti son quelli…)
    Da triestin, vecchio di 27 generazioni, dico che articoli scritti da revisionisti di tale fatta andrebbero cancellati e dico pure: vergogna; a chi dopo aver avuto asilo nei lidi triestini (ed averne approfittato) si arroga il diritto di stravolgere la storia… BASTA! Trieste non è mai stata di identità italiana e basta leggere la vera storia per capirlo, come non è mai stata veramente austro- ungarica, anche se “Viva l’A. e po’ bon!” … Trieste è da sempre città cosmopolita con migliaia di identità a darle connotato.. finiamola di stravolgere la realtà… specie chi, pur lamentandosi ancora oggi di avere perso qualcosa (in realtà soltanto debiti o povere cose da poveretti), millanta credito pretendendo di riscrivere la storia in barba a coloro che (tra i pochi, ricordando i moti di Genova e di Roma…) li hanno accolti.Tanto per la cronaca da parte di un “patoco” !

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