Metadiario – 286 – Black Hole (AG 2014-001)
I primi mesi del 2014 fui molto preso dall’acquistare confidenza con la gestione di GognaBlog, visto che il programma WordPress che permette la pubblicazione mi era del tutto sconosciuto. Meditai molto sull’intestazione da riportare sulla homepage, che alla fine fu definita così: “GognaBlog. Dal dicembre 2013 è quotidiano d’informazione interattiva (storia, cultura e attualità) su tematiche quali: Montagna estiva e invernale, Alpinismo, Arrampicata, Outdoor, Avventura, Ambiente, Libertà d’azione, Libertà di pensiero. Leggere, intervenire, diffondere!”. Fu in quel periodo che presi la decisione che GognaBlog avrebbe pubblicato un articolo al giorno per i 365 dell’anno. Dedicai molto tempo (anche lì ero totalmente a digiuno) al mio profilo facebook con la costruzione delle amicizie. Raggiunsi in breve tempo i 5.000 nominativi che erano il massimo permesso. Passai poi alla pagina fb per GognaBlog e all’account su Twitter. Promossi la mia iniziativa anche presso il mio indirizzario completo.
La mia presidenza di Alpistan nel 2013 fu contrassegnata da continue problematiche: queste, all’inizio del 2014, si erano aggravate ulteriormente. L’inserimento nel gruppo di Carlo Tagliabue fu devastante, specie allorché Nando si dava daffare per gestire un consistente contributo annuale dell’ONU. Il direttore di Alpistan tanto era una brava persona creativa tanto era pasticcione nella gestione della relativa burocrazia con contabilità. A primavera apparve chiaro che prima o poi ci sarebbe stato un blocco da parte dei controllori dell’ONU. In Italia, frattanto, i collaboratori andavano e venivano, le iscrizioni ad Alpistan altalenavano nella totale scarsità. Una personalità che più collaborò fu quella di Flavia Cellerino, donna di grande cultura e iniziativa, che il 4 febbraio 2014 mi scrisse:
“[…] Non ti tedierò con i problemi afgani, che ci sono (e sono tanti), ma vorrei un tuo consiglio e/o aiuto professionale, se ti è possibile e ovviamente senza impegno. Da tantissimi anni, per pura passione (in parte legata alla mia formazione) ho incominciato a occuparmi di pittura di montagna, dalle prime manifestazioni agli sviluppi più recenti. Tre anni fa ho iniziato a tenere conferenze sull’argomento, suscitando interesse entusiasmo e richieste ulteriori… ho un data base di immagini e autori ricchissimo, e ci si potrebbero fare una marea di libri (che nessuno però comprerebbe, lo so….).
Vorrei almeno capitalizzare un po’ il lavoro, non tanto per guadagnarci chissà che (la cultura non è mai, purtroppo, grande fonte di reddito), ma soprattutto perchè il tema mi piace proprio tanto e quando il pubblico lo scopre un po’ se ne innamora…
Ti hai qualche suggerimento, idea dritta da darmi in merito?”.
Cui risposi (nella stessa data):
“Sono tanti gli autori che hanno i loro libri nei cassetti e ancora più tanti quelli che, se scrivessero libri, sarebbero costretti a tenerli nei cassetti. Fino all’inizio di questo secolo un autore, dopo aver messo la parola fine sul suo dattiloscritto o al suo file definitivo, si sbatteva in giro alla ricerca di un editore più o meno disposto a editargli l’opera, in genere senza riuscirci.
Verso la fine del XX secolo gli editori hanno incominciato a proporre all’autore di stampare il libro A Proprie Spese (il famoso APS di Umberto Eco nel Pendolo di Foucault), oppure a suggerire loro di darsi da fare per trovare uno sponsor o altre possibili pre-vendite.
L’evoluzione odierna è ancora più penosa, causa l’evidente crisi che sta distruggendo l’editoria in generale.
Per fortuna esiste una soluzione alternativa (almeno per chi non ha intenzione di diventare ricco con il proprio libro): quella di stampare la propria opera in un numero limitatissimo di esemplari, con spesa assolutamente affrontabile. Dare cioè a una delle varie agenzie che sono sorte come i funghi il file pronto per la stampa (impaginato con tanto di foto e in pdf). Il risultato è quello di avere magari pochissimi esemplari, che possono però essere distribuiti alle persone che sappiamo certamente interessate. E la possibilità di un’immediata ristampa (magari anche di una singola copia) dietro richiesta on line di qualcuno che viene a sapere ed è interessato.
Credo che questo non sostituisca una regolare pubblicazione di stampo “antico”, ma di certo è meglio della conservazione nel cassetto.
I due siti migliori per autopubblicarsi un libro sono Lulu.com e Narcissus.me. Puoi avere maggiori notizie e avvertenze su ilfattoquotidiano.it. Spero tutto questo possa servirti e ti auguro buona riflessione…”.
Il 19 febbraio ci fu la prima del Banff World Tour, a Milano. Fu un grande successo, e a quella serata seguirono parecchie altre in giro per l’Italia. La gioia per il decollo della nostra iniziativa fu però offuscata poco tempo dopo, quando, al momento di definire la società che avevamo in animo di fare, Alessandra Raggio e Stefano Romanengo si trovarono in aperto dissidio con Daniele De Negri e con Benedetto Sironi. Sostanzialmente questi ultimi non ebbero altra scelta che abbandonare il progetto, a dispetto dei miei tentativi di ricucire.

Riguardo alle arrampicate, ho qualche flash di memoria al riguardo della via Attraverso la friabilità alle Coste dell’Anglone, altro capolavoro della squadra di Grill, salita assieme a Matteo Pellegrini ed Erio Grillo l’8 marzo. Dolce ricordo invece fu la salita della via Chiappa all’Antimedale con mia figlia Elena (1 aprile).
Approfittai di una puntata a Roma per presentare il Banff per andare a scalare al Monte Circeo, via Stella marina, in piacevole compagnia di Gianni Battimelli, Francesca Chicca Colesanti e Massimo Frezzotti (6 aprile).
In seguito ci fu il viaggio a Kalymnos, dal 14 al 22 aprile.
E venne anche il momento di sottopormi alla gamma-knife per azzerare il piccolo nocciolino che avevo ancora nel cervelletto. Mi ricoverarono al San Raffaele due giorni prima del trattamento radiochirurgico, per esami vari. Proprio mentre me ne stavo tranquillo nella mia stanza squillò il cellulare.
Marco Anghileri
Era la voce rotta di Aldino Anghileri che mi comunicava la morte del figlio Marco sul Monte Bianco.
Marco aveva individuato nell’alpinismo l’ambiente migliore per collaudare severamente la sua personalità, alla ricerca di quel limite che tutti noi, come individui, cerchiamo a nostro modo.
Non si può reggere nelle situazioni estreme se non si è motivati da quella ricerca, se non si ha la certezza di poter placare quella sete solo con il sereno dominio di noi stessi, nel silenzio e nella solitudine.
Ma purtroppo chi vive profondamente in questa condizione, dai più invidiata, non è in grado, al raggiungimento di un traguardo, di ritenere proprio quello il definitivo: nella convinzione che ce ne sia ancora, che si possa andare oltre… e che quindi sia nostro dovere crearci un’ulteriore obiettivo. “Signore ci hai creato per te… inquieto e insoddisfatto è il nostro cuore finché non riposa in te (Sant’Agostino)”. Per questo motivo la sua modestia, come la sua umiltà, non erano per nulla finte: anche se ben consapevole del suo valore, Marco riteneva sempre di poter dare di più. Era convinto di non essere il migliore soprattutto perché sapeva che avrebbe potuto migliorare ancora!

Marco è ancora lassù, sulla piccola cengia del suo bivacco, la notte sta passando nel dormiveglia. Ogni tanto controlla l’orologio, poi si riappisola. Non sa che migliaia di amici tra pochi giorni lo penseranno lì, a contemplare “il posto più bello del mondo”. Non immagina che i due figli lo sogneranno di notte per anni e gli chiederanno “quando torni?”. Perché l’ultima a morire è la speranza dei bambini. C’è anche chi gli farà delle domande, nel segreto desiderio di una risposta dall’al di là. C’è chi gli chiederà semplicemente, come in Isaia, 21, 11, “Custos, quid noctis? (Sentinella, a che punto è la notte)?”. Quando appariranno i cavalieri che annunceranno la caduta di Babilonia e di tutti i suoi idoli? Quanto manca? Quanto manca alla caduta dei nostri feticci, delle nostre convinzioni, del nostro egoismo… quanto manca alla nostra rinascita? Marco, QUANTO manca?
Il 17 marzo fui sottoposto, come recita la lettera di dimissione, “previa infiltrazione con anestetico locale e posizionamento di casco stereotassico di Leksell, al trattamento radiochirurgico stereotassico Gamma-Knife della nota lesione”.
Black Hole
Con Alberto Rampini andai alla Parete di Mandrea per salire la famosa via Black Hole, uno dei capolavori che Giuliano realizzò il 30-31 ottobre 1979 con Maurizio Giordani. Grande soddisfazione fu ripetere quella via, anche se sul tiro più duro fu Alberto ad andare avanti. Il 10 maggio, altro ingaggio da secondo su Parete nera a San Paolo, con Stefano Michelazzi e Marco Furlani: itinerario dove Heinz Grill, probabilmente piccato dalle insulse critiche di “facilitatore”, aveva deciso di rendere la vita un po’ più difficile a tutti…
Molto caratteristica fu la salita del Tetto Zambaldi ai Colodri, una breve via con un enorme tetto che richiedeva quella scalata artificiale alla quale avevo totalmente perso l’abitudine. Stesso impaccio lo provò anche Marco Furlani che, in quanto ad artificiale, era stato un maestro. Quel giorno (11 maggio) fu Giuliano Bressan a tirare tutta la via. E, da un estremo all’altro, tornai (era la seconda volta) al Pilastro Gabrielli alla Parete di Mandrea, il vione che Giuliano Stenghel aveva aperto il 10 maggio 1978 con Giorgio Vaccari. Ero assieme a Salvatore Bragantini e Stefano Michelazzi, 18 maggio.

In seguito ci fu il weekend a Loano, il Weekend degli Antichi. E, dal 6 al 15 giugno il bel soggiorno a Santa Maria Navarrese.
Giorgio Faletti
Nel pieno del furore degli ultimi ritocchi alla mostra del K2, il 4 luglio era mancato l’attore e scrittore Giorgio Faletti. L’indimenticabile protagonista di “Minchia Signor Tenente”, il personaggio del prof. Antonio Martinelli in Notte prima degli esami, l’autore dello stupendo Io uccido e altri bei romanzi era da tempo affetto da tumore ai polmoni. Guya era stata legata sentimentalmente a Giorgio, così l’8 luglio decidemmo di andare ad Asti all’oceanico funerale.
Ferdinando Rollando
Nando era tornato dall’Afghanistan ai primi di maggio, in pratica fuggito da quel paese perché ricercato per la sua disordinata gestione del contributo ONU e chissà per quali altre cose. Il suo sogno si era infranto, definitivamente.
Nessun potere ha l’uomo sopra il vento, quel vento che è il suo soffio vitale. Perciò nessun potere sul giorno della sua morte. È l’amara ma pacificante conclusione cui ogni lutto dovrebbe farci arrivare.
Il 17 agosto 2014, nella parrocchia del paesino di Ollomont, questa verità apparve chiara a tutti, tanto tragica quanto compositiva della sofferenza di chi è rimasto.
La guida Ferdinando Rollando e il suo giovane cliente e amico Jassim Mazouni erano scomparsi un mese e mezzo prima, il 9 luglio 2014, dopo aver intrapreso la salita al Monte Bianco dal rifugio Gonella. I loro corpi a tutt’oggi non sono stati trovati, né si sa con certezza cosa sia successo.
Alla cerimonia, piangenti come tutti, erano presenti anche il papà e la mamma di Jassim.
Il parroco paragonò Nando a Ulisse, l’uomo di multiforme ingegno dell’Odissea, io guardavo in prima fila Ernesto e Virginia, i figli di Nando, con la mamma Alice. E vedevo anche Nicola e Angela Rollando, fratello e sorella di lui. Non c’erano i genitori, troppo anziani per rimuoverli da Sestri Levante.
A officiare c’era un sacerdote anziano, zio di Nando. Prese la parola e subito ci trascinò in un mondo di fede che non è il nostro ma di cui abbiamo tanto bisogno. Ci disse che tutti abbiamo bisogno di una parola che faccia compagnia al cuore, anche uno sguardo, una stretta di mano, una parola che ci dica solidarietà, che ci dica che non siamo soli. Ci sono parole così forti che ci fanno diventare parole noi stessi. Ci sono persone che sono una parola e, per quello zio sacerdote, Nando lo era stato.
Dopo vari commossi interventi, vincendo una naturale ritrosia, anch’io mi avviai al leggìo, e sentii subito che le parole facevano fatica a uscire. Sentivo l’intera chiesa commossa come me.
“Nel mio giardino c’è della terra afghana. Un giorno Nando ci ha portato dell’uva racchiusa in una specie di doppia scodella di fango rappreso, un sistema tradizionale e ingegnoso di conservazione dei grappoli. Dopo qualche tempo ho rotto l’involucro di terra, curioso di assaggiare l’uva. E la terra? L’ho buttata in un punto preciso del giardino, che conosco solo io.
Nel nostro frigorifero c’è un’enorme arbanella (nome ligure per “grosso barattolo di vetro) piena di anciue sutta sâ. Non so per quanto occuperà ancora lo spazio. Ho tentato di ridurre la scorta, ho fatto esperimenti, cremine… ma alla fine le ho annegate nell’aglio, in definitiva l’intruglio lo mangiavo solo io…
In casa abbiamo una vetrata, sul metallo dell’intelaiatura con il freddo esterno si formano all’interno gocce d’acqua che colano sul muro sotto, creando una striscia nera. “Ah, qui è un attimo, te lo sistemo io”, diceva. Ma tra un viaggio e l’altro in Afghanistan non ce l’ha fatta… non ci è riuscito rapido ed efficiente come ha fatto con la mia bici, con una specie di soppalco e con un tombino davanti alla porta d’ingresso. C’erano cose facili che lui faceva “in un attimo”, appunto grazie alla sua disponibilità e abilità manuale, ma c’erano cose più difficili, da rimandare e che noi ovviamente non esigevamo.
Io non ho mai conosciuto nessuno che, in partenza solitaria per tentare di salvare vite umane in Afghanistan, parcheggiasse l’auto a 4-5 km di distanza dalla Malpensa, per risparmiare il posteggio: e che si “camallasse” sacche e zaino, di notte o di giorno sotto al sole, per un tutto ben oltre i 22 kg concessi dalla compagnia aerea, con dentro apparecchi ARTVA e sonde. Nessuno che avesse questa capacità di generosità e creatività, troppa a volte. Ma quello che stupisce oltre modo è osservare quanta capacità di sopportare solitudine avesse. Non solo perché si trovava tra gente straniera (qualcuno con cui parlare, in varie lingue, anche il dari, si trova sempre). Parlo della solitudine di chi ha ideato, magari creato e intorno a lui non c’è nessuno che lo capisca, né alcuno dei poveracci “salvati” né di quelli che sono là perché dovrebbero fare qualcosa, mi riferisco ai burocrati, sia quelli afghani che quelli delle ONG e dell’ONU. Lo scontro tra di loro era inevitabile, produceva faville, illusioni, rovina. I risultati a volte c’erano, a volte no, ma la solitudine c’era sempre. Perché nessuno era in grado di capire quello che lui stava facendo o tentando di fare.
In Italia qualcuno c’era. Ma anche qui non capivamo i metodi, le acrobazie, di questo saltimbanco che una ne faceva e cento ne pensava. Un uomo che non aveva un dove, l’unico dove che aveva era il tutto. Potrei continuare per ore. Però il saggio sa quello che dice, lo stupido dice quello che sa. E io vorrei stare in mezzo, perciò chiudiamola qua”.
Potatura – Sentimenti minimi
di Ferdinando Rollando (11 aprile 2025)
Kabul e buona parte dell’Afghanistan potrebbero essere un paradiso della frutta. Il freddo dell’inverno assicura un riposo vegetativo solenne che pulisce a fondo la pianta. Il sole, sempre potente, garantisce buone crescite. L’acqua è a sufficiente in molti luoghi. I giardini delle case contengono alberi da frutta, mandorli e meli in prevalenza. Quello che di certo manca è una logica nell’impostazione della pianta. Sui mandorli si nota meno, sui meli, si raggiungono forme parossistiche di caos. Il mandorlo è meno indipendente del ciliegio, ma sufficientemente autonomo per rifiutare una potatura fruttifera. Il portamento della pianta adulta non può essere corretto più di tanto e se ti trovi davanti una pianta che ha avuto cinque, dieci o venti anni d’abbandono, puoi lavorare sul secco e sull’intricato, liberando la pianta da quei rami che, vivendo all’ombra dentro la pianta, prendono tanta energia dalle radici per dare poco in termini di frutto.
Il mandorlo non tende a sfuggire in altezza, come fa il melo, il più domestico, il più artificiale dei nostri alberi da frutto. Sul melo, o si fa la potatura ogni anno, decidendo dove andranno a crescere i frutti dopo due anni, e funziona sempre, o si fa vivere male questo simpatico essere domestico che esplode in altezza, genera legno fresco su tutti i rami e dedica la sua energia alla formazione di un portamento illogico e contraddittorio. Il melo e il mandorlo sono un po’ come il cane e il gatto tra gli animali domestici. Voi che avete un cane, sapete quando tempo dovete dedicargli per dargli quel minimo di compagnia che lo tenga fuori da una vita triste e insalubre. Un mandorlo, come un gatto, sa meglio farsi gli affari suoi. Andate a guardarlo di tanto in tanto, ma quasi mai avrà bisogno della vostra presenza e del vostro aiuto.
Ho potato tre mandorli in casa di Warren. Ho potato tre giovani peri e un vecchio melo e ho pulito il cespuglio di un melograno a casa di Emma e David.
Non sono intervenuto sui ciliegi e sul mandorlo di casa di Leslie perché sono troppo vigorosi e ho paura della gommosi in questa stagione davvero un po’ troppo tarda.
Più che altro mi preparo il lavoro per l’autunno e per l’inverno. Sarà il mio modo, un po’ più ufficiale dell’attuale, di pagare i miei soggiorni a Kabul, finché non avrò un reddito sufficiente a pagare l’affitto di una stanza che costa più che a Roma e appena meno che nel centro di Londra.
La mia passione per la potatura viene da un amico molto più anziano di me che voleva potarmi psicologicamente. Il mestiere di Ottavio era il notaio e il mio era l’architetto (si riferisce a Ottavio Bastrenta, scomparso il 17 gennaio 2004, NdR). Quando ci trovavamo, di solito era davanti ai miei clienti per qualcosa di serio come una come la compravendita di un immobile che avrei ristrutturato per loro. Eppure Ottavio, dopo alcuni complimenti di rito, consentiti dalla sua figura carismatica, diceva che solo lui avrebbe potuto “potare” la mia personalità, in cui c’era materia per fare tre persone, ma in realtà per farne crescere bene solo una. Con una mimica da orco, mi si avvicinava e io sentivo in lui la passione, il sentimento vero del contadino che si appresta con una serie di operazioni chirurgiche a sottrarre per dare forma, a tagliare per far crescere. Ottavio finiva con la sua glossa secondo cui “potare” è il solo verbo della lingua italiana che riprende la radice di latina di “puto”, pensare. Il vero pensiero è una sottrazione: dà forma togliendo a una realtà sempre troppo complicata. Anche le città sono un po’ come gli alberi da frutto, vanno indirizzate e fatte crescere secondo un’idea. Se crescono in modo libero, spesso crescono così male che finiscono per ammalarsi.

Darul Aman è il ramo buono della città di Kabul, quello su cui si innestò il progetto di una città nuova, con un nuovo palazzo, reale, poi presidenziale, con una casa per la regina e per la caccia, con un lungo viale su cui ha viaggiato un tram per quasi vent’anni, con un progetto di città moderna che non è mai veramente partito, ma che era ben disegnato e ha protetto questa parte della città dai danni maggiori della crescita abnorme di Kabul, specie quella degli ultimi 10 anni.

A Darul Aman sono andato una prima volta per potare dei meli e per vedere la casa dei miei amici badakhshani, afghani ed internazionali che hanno costruito una casa di tre piani con terrazze, caotica come i meli che impazziscono in giardino. La casa di Musawer è spinta in alto dai valori immobiliari impazziti di Kabul. I meli sono spinti da un portainnesto troppo vigoroso, scelto per far sviluppare il melo in filare. Nel mondo in cui la manodopera costa troppo, non c’è più tempo per la potatura e delle macchine tranceranno i rami così un po’ dove capita. Una crudeltà e una menomazione per la pianta, su cui poi bisogna intervenire con tanta acqua e tanta chimica, per ristabilire un minimo di salute, che basta questo a spiegare la profonda modestia delle mele che compriamo nei supermercati.
Ci vogliono tempo e pazienza per guidare la vita di un melo. Quando poti, vedi poco la forma finale. Ti concentri sulle parti, partendo dalle estremità, per arrivare alla forma bella e giusta, solo alla fine, grazie all’ascolto della storia dell’albero.
Un sentimento fuori controllo come la periferia di Kabul, presuntuoso come la casa di Darul Aman dei miei amici, scomposto i meli di un filare: cosa mai poteva uscire di buono dal mio “…” per Eli?
Se incontrassi Eli domani, parlerei meno e non le direi più che lei è tutto per me. Farei, una per una, le tante cose che mi sembravano le parti di quel tutto, senza nominarlo, senza pretenderlo. Non ho più bisogno di un nome che metta insieme la voglia di spogliarla, di aiutarla, di accompagnarla al supermercato, di coccolarla quando s’incazzerà per un nonnulla.
Dopo che avrà goduto dei baci, dopo che avrà mangiato i piatti cucinati per lei, dopo che avremo fatto i viaggi inventati per lei, dopo che mi avrà trovato accanto al momento del bisogno, se vorrà, sarà lei a dare un nome a tutte queste cose messe insieme. Se vorrà, lo chiamerà amore.

I Denti di Cumiana
Dal 3 al 10 agosto ci fu il consueto soggiorno a Briançon, senza alcuna salita di rilievo. Salvatore Bragantini si era presa una camera in un bed&breakfast, Marco Furlani e famiglia erano in camper. Anche Alberto Calamai e Claudio Sant’Unione si aggiunsero talvolta. Facemmo una bellissima passeggiata a Chantemerle con Franco Ribetti che procedeva sempre più a fatica.
Il 24 agosto con Guya feci una bella gita dai Piani di Artavaggio al Monte Sodadura: ogni tanto avevamo bisogno di stare un po’ da soli. Purtroppo faceva un gran caldo.

Il 22 novembre partimmo in forze da Milano per andare al gneiss dei Denti di Cumiana, a fare Far West Experience,una via aperta da Gianpaolo Daghero e compagni (6 lunghezze, fino al 6b). Assieme a me erano Stefano Michelazzi, Matteo Pellegrini e Marco Lanzavecchia, vale a dire la crema della wilderness umana. Il più civile era senza dubbio il cane di Marco, simpatico e di media taglia. Sulla tangenziale di Torino recuperammo Valentina Villa: Ugo non poteva essere con noi in quanto impegnato con la Scuola Gervasutti. Ci avviammo dunque verso i Denti di Cumiana, chiacchierando piacevolmente.
Una bella via, che facemmo ridendo e scherzando ma con alcuni passi che ci hanno pensare un po’. Tornati all’auto, che era la mia, facemmo una merendina da qualche parte, veloce perché Valentina voleva tornare presto. Noi, ancora pieni di sete e di voglia di festa, non ci davamo pace. Decisi di chiamare l’amica Patrizia Romagnolo, avvocato e istruttrice alla Gervasutti, per vedere se ci poteva consigliare, in centro a Torino, qualche buona piola. Con grande spontaneità Patrizia ci disse che quella sera c’era la festa di compleanno del suo fidanzato e che, se volevamo, potevamo partecipare. Inutile dire che non ci passò neppure per la testa di rifiutare…

Ci recammo all’indirizzo fornito da lei, in pieno centro, un palazzo che trasudava gloria sabauda ed esclusività. Arrivammo che la festa era appena incominciata, facemmo amicizia col barman e intanto intrattenevamo gli altri ospiti che ci guardavano come bestie rare. Erano sì abituati ad andare in montagna e quindi sapevano quanto rozzi si possa essere, ma almeno loro erano vestiti da città e non da scioperati parassiti sociali come noi. Qualcuno, per mascherare il suo interesse nei nostri confronti, carezzava il cane di Marco, che certo non avevamo potuto lasciare in macchina…. Dopo una ventina di minuti ci davamo del tu con tutti, l’alcol scorreva a fiumi. Matteo e Stefano, con la crescita del tasso alcolico, non si risparmiavano nell’emettere fragorose battute da “Lotta continua”, ma anche Marco ed io non eravamo da meno, ben consci della follia di quella situazione. Non sono in grado di ricordare quanti drink io abbia personalmente bevuto, ci salvò l’annuncio del catering che la cena era pronta. Lavorare di mascelle su piatti succulenti rallentava l’assunzione di bevande alcoliche. Verso le 22 avemmo la lucidità di salutare tutti, ringraziare in primis Patrizia e il fidanzato, e avviarci nella notte fonda verso Milano.
Castel Presina
Ultimi appunti su questioni lavorative. Con il CAI si era parlato della rinascita della Collana Monti d’Italia, ma in tono assai minore, perché a me era stato proposto di curare la redazione di volumi che prendevano in considerazione i rifugi alpini, qualcosa del genere della vecchia collana Da rifugio a rifugio, le “guide verdi”.

Il 25 novembre scrissi questa mail ad Andreina Maggiore, direttore della Sede CAI Centrale:
“E’ tempo che io vi comunichi che ho deciso di rinunciare all’incarico. Troppo tempo è passato da quando se ne parlò la prima volta (4 anni fa?): nel frattempo i miei impegni hanno preso una svolta difficilmente compatibile con questo.
Inoltre sono al corrente di alcuni progetti editoriali (in cui il Club Alpino Italiano avrebbe la sua parte) che in qualche modo ricalcherebbero o farebbero riferimento alla vecchia collana dei Monti d’Italia.
Mi riferisco ai recenti accordi con Andrea Gaddi di Alpine Studio. Come ben sai, non ho mai nascosto la mia simpatia per l’idea di rinnovare e riprendere la collana. E vedermi comunque costretto ad occuparmi di un progetto indubbiamente “minore” non m’invoglia di sicuro a proseguire su una strada che sempre più sento distante da me.
Il CAI non me ne voglia, ma ritengo possano esserci tante altre persone che mi possono sostituire. Le mie motivazioni sono attualmente abbastanza in ribasso e non consone a ciò che il TCI e il CAI giustamente devono esigere. Considera questa mail una comunicazione ufficiosa. Se c’è bisogno di qualcosa di più ufficiale, ti prego di avvertirmi”.
Nel frattempo ferveva la collaborazione con Paolo Ascenzi sia per Guide e clienti che per Brenva.
Per dare uno sguardo a quelli che ritengo i convegni più importanti cui partecipai nel 2014, ecco la lista:
Il 23 gennaio con Altri Spazi organizzammo una serata a ricordo di Walter Bonatti e Rossana Podestà (scomparsa da poco, 10 dicembre 2013); il 22 febbraio partecipai a un seminario a Lecco, organizzato dalla Commissione Regionale lombarda alpinismo giovanile; il 27 aprile ero a Trento, al convegno di Mountain Wilderness e CAAI sul trad climbing; il 3 settembre eccomi a Mantova, al Festival della Letteratura, a duettare con Ermanno Salvaterra; il 13 settembre al convegno “Parole in cammino-Cammina con i gufi”, a Cesio Maggiore (BL), organizzato da Teddy Soppelsa; l’11 ottobre, Convegno Nazionale CAAI a Caprino Veronese, dove tenni una relazione su “Libertà fuori e dentro di noi”; il 25 ottobre a Tenno, ancora una volta nella stupenda casa di Heinz Grill, sul tema della cordata; e infine, 25 novembre, a Lecco un ricordo di Riccardo Cassin, assieme a Rossano Libera e Daniele Redaelli.
Il 21 dicembre, sotto Natale e prima di partire per la Sicilia, andammo a dare un occhio a una falesia per noi del tutto nuova, Castel Presina: con Andrea Bavestrelli, Filippo Gallizia e Matteo Pellegrini salimmo Instabilità emotive. Ci piacque molto.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.




















Uno dei complimenti più gratificanti e che mi riempiono di giustificato orgoglio, quello di essere definito dal Capo “la crema della wilderness umana” .
Dignus non sum, Domine!
black hole.. ottima scelta che mi fa molto pensare, che mi ferma a pensare. ho rivisto tanti amici in questo articolo e ho rivisto me stesso, me stesso che resta in uno spazio che forse non c’è, come il black hole, me stesso che, dopo aver conosciuto gli spazi estremi del nostro pianeta, è stato attirato dal black hole.
tempo fa qualcuno mi ha detto che quando un padre perde un figlio entra in un buco nero per sempre…
Credo! E molto di più che in un fiore giallo!
“Quando appariranno i cavalieri che annunceranno la caduta di Babilonia e di tutti i suoi idoli? Quanto manca? Quanto manca alla caduta dei nostri feticci, delle nostre convinzioni, del nostro egoismo… quanto manca alla nostra rinascita?”
Tu che leggi, hai fede? Credi nella resurrezione? credi nell’anima? o pensi che non resterà nulla?
Forse un fiore giallo, scrisse Neruda.