Extradiario – 07 – via Eisenstecken al Gran Mugon

Extradiario – 07 (7-24) – via Eisenstecken al Gran Mugon (AG 1966-003)
(dal mio diario, 1966)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

16 luglio 1966. Con Lino Calcagno partiti da Genova al mattino siamo arrivati in Dolomiti, con tanto di Fiat 500. Alle 16.30 attacchiamo lo Spigolo Vinatzer del Piz Ciavazes (via Vinatzer-Bonatta, 30 agosto 1936), giusto appena a sinistra del ben più famoso Diedro Vinatzer (via Vinatzer-Riefesser, luglio 1934). E’ una salita libera molto dura, forse siamo stati un po’ imprudenti ad attaccare così tardi. Siamo fuori alle ore 18. Discesa attrezzata sul filo dello spigolo.

17 luglio 1966. Sempre con Lino vado a saldare un vecchio conto, la via Eisenstecken alla parete est della Torre Finestra (Croz di Santa Giuliana). Attacchiamo che sta per piovere e usciamo in vetta mentre piove dopo tre ore e un quarto. Sono 90 metri al limite delle possibilità, perché le fessure oggi sono completamente bagnate. Facciamo amicizia con il custode del rifugio Roda di Vael. Il tempo fetecchioso ci consiglia di scendere.

18 luglio 1966. E’ la volta, tanto per non stare fermi, dello Spigolo Steger alla Prima Torre di Sella (con variante d’attacco), il tutto mentre piove. Ore 2.

19 luglio 1966. Oggi è un po’ meglio, ma dobbiamo dare un po’ di tempo alla roccia per asciugare. Preferiamo perciò stare ancora in zona sicurezza: ancora la Prima Torre di Sella, per la via Rossi alla parete sud. Qui si verifica un piccolo incidente: Lino vola perché la corda si è incagliata (passava male in alcuni moschettoni). Ore 2.45.

20 luglio 1966. Decidiamo di farci una salita completamente artificiale e scegliamo la via Olympia alla parete est del Catinaccio (non era ancora il tempo dell’assassinio dell’impossibile, pertanto una salita del genere era molto ambita, nel suo genere assai bella, NdA). Ore 5.30.

Non ricordo se in quei giorni facessimo ritorno alla sera a Soraga (Zester) a casa dei miei o se invece dormissimo in tenda piuttosto bradi, visto che allora non esisteva alcun divieto di campeggio.

21 luglio 1966. Oggi saliamo una grande classica del cosiddetto “sesto grado”: lo Spigolo Abram al Piz Ciavazes, decisamente estetico e godibile. Ore 5.15.

22 luglio 1966. Ormai siamo sicuri che la roccia è perfettamente asciutta, così osiamo qualcosa di più impegnativo. Alle 8 siamo all’attacco della via Eisenstecken alla parete sud-est del Gran Mugon, una via di quasi 400 metri decisamente più grandiosa di tante altre. Tutto procede regolarmente fino all’ultima sosta, sulle staffe e su un accrocchio di quattro o cinque chiodi (da collegare con cordini), in un vuoto davvero stomachevole. Quando Lino mi raggiunge, svolte le manovre di autoassicurazione, posso ripartire: sento odore di vetta, anche se una parete strapiombante a tetto, in fuori di tre o quattro metri, me ne divide. Con fare deciso supero i tetti, qualche altro tratto estremo e verticale e mi ritrovo in zona molto abbattuta, di roccia rotta. Sono distante da Lino per tutta la lunghezza della corda. A stento riesco a piantare un chiodo che non mi dà molta fiducia: sono le 14.30 e il sole splende in cielo. Mi arrabatto ancora qualche minuto per cercare di rinforzare questa specie di sosta, senza riuscirci. Mi consola il pensare che il terreno non è così verticale, dunque posso assicurare Lino a spalla e non direttamente sul chiodo, cosa che avrei fatto se me ne fossi potuto fidare. Recupero ancora un metro di corda, poi questa mi si blocca. Urlo con tutta la voce che ho “Vieniii!”.

Lino in qualche modo deve aver sentito il mio comando. Vedendo la corda tesa comincia a scollegare i chiodi recuperando i cordini. Rimane per un secondo sulla staffa attaccata all’ultimo chiodo, quando improvvisamente questo fuoriesce dalla fessura e Lino precipita nel vuoto.

Sento uno strappo violento, ma la mia sicurezza è buona. In realtà Lino è caduto solo quel tanto di allungamento elastico delle corde: ma il problema è che, anche se non sarà sceso di più di uno o due metri, si ritrova ad almeno quattro metri dalla parete.

Entrambi urliamo, senza capirci. Soprattutto non riusciamo a metterci d’accordo su quale delle due corde lui dovrà risalire a prusik. Io non oso muovermi e ho il suo peso sulla spalla, con la sola detrazione di un po’ di attrito). Mi guardo bene dallo sfruttare l’unico chiodo cui sono assicurato e nello stesso tempo cerco disperatamente di passare qualche cordino su queste rocce rotte. Anche nut e friend se fossero esistiti sarebbero stati inservibili.

Passano minuti che sembrano ore, comincio a sentire un dolore insopportabile alla spalla segata. Il peso è sempre uguale e non riesco a capire su quale corda sta salendo (se sta salendo, come spero, visto che non urla più). Probabilmente ha rinunciato a farsi capire e sta salendo a prusik su entrambe le corde. Ho quasi perso la nozione del tempo quando, d’improvviso sento lo sgravio della corda, che subito recupero come forsennato. Saranno almeno cinque o sei metri di corda, poi ancora si blocca. Evidentemente è arrivato al primo chiodo raggiungibile e ci si è attaccato.

Mentre recupero quei metri ne approfitto per girarmi e cambiare spalla! Poi, da quel momento, la corda viene su regolarmente, fino a che un Lino dalla faccia stravolta non riesce ad affacciarsi alla mia vista, fuori dalle difficoltà.

Ci abbracciamo e concitatamente ci raccontiamo quello che è successo: lui che è volato quando ha messo il peso sull’ultimo chiodo della sosta, io che non ero riuscito a fare una sosta decente. Ansanti guardiamo quell’unico chiodo, poi io proseguo per la vera cima. Lino mi racconterà poi di aver tolto quel chiodo con le mani. Guardiamo l’orologio, sono quasi le 16 (scritto nel novembre 2017, NdA).

Alessandro Gogna sulla prima lunghezza dello Spigolo del Velo (Cima della Madonna), 25 luglio 1966. Foto: Paolo Cutolo.

Il giorno dopo, 23 luglio, siamo abbastanza cotti e ci rifugiamo nella mia amata Palestra di San Nicolò, dove incontriamo Luigi Pieruccini, Salvatore e Renzo Bragantini e altri amici. La settimana di ferie di Lino è finita, deve tornare a Genova.

Nel frattempo arriva da Genova Giorgio Vassallo. Con lui e con l’amico romano Paolo Cutolo, il 25 luglio 1966 andiamo a fare una iper-classica, lo Spigolo del Velo alla Cima della Madonna. E’ di certo una delle più belle arrampicate libere delle Dolomiti. Peccato che ci becchiamo una grandinata e che un sasso mi colpisca una mano. Ore 4.45.

Alessandro Gogna sullo Spigolo del Velo (Cima della Madonna), 25 luglio 1966. Foto: Paolo Cutolo.

La mattina dopo tempo brutto, ed è solo il 29 luglio, giorno del mio compleanno, che Giorgio e io andiamo a salire lo Spigolo Demuth alla Cima Ovest di Lavaredo, una via non difficile ma pericolosa per i sassi. Ore 5.15.

Ma non siamo venuti in Lavaredo per la Demuth, siamo venuti per la via Comici-Dimai alla Nord della Cima Grande di Lavaredo. Con Giorgio per i primi tiri andiamo piuttosto bene, poi però lui ha un crollo fisico e nella seconda parte della salita, più facile ma non meno faticosa, rallenta parecchio. Arriviamo in vetta dopo 11 ore e mezza, ma con ancora riserva di luce.

Alessandro Gogna e Giorgio Vassallo sullo Spigolo del Velo (Cima della Madonna), 25 luglio 1966. Foto: Paolo Cutolo.

Anche Giorgio deve tornare a Genova, dunque mi faccio riaccompagnare in Val di Fassa a casa mia. Ricontatto subito Paolo Cutolo e, dopo una giornata ancora ai massi di San Nicolò (c’era anche Maurizio Cappellari), ci ritroviamo il 2 agosto alla base del nostro vecchio conto in sospeso, la via nuova sul pilastro sud-est della Cima delle Pope, già tentato l’anno precedente.

La via Fabrizio Romanini al pilastro sud-est della Cima delle Pope

Questa volta siamo soli e assai più decisi. Dalla sosta 2 ci affanniamo a salire sul filo del pilastro ma una paretina giallastra ci respinge per mancanza di chiodi adatti. Abbandonati i propositi velleitari, risolviamo facendo una lunga traversata a sinistra (quasi 35 m di V grado), fino alla base di un diedro. Saliamo per una costola a sinistra (V+), poi logicamente per muretti successivi, sempre su difficoltà abbastanza omogenee di V, e cercando di riavvicinarci al filo dello spigolo, fino a che la parete si abbatte un poco e cala di difficoltà. In tutto sono nove lunghezze, e i punti di roccia friabile sono limitatissimi. Una bella via, che dedichiamo a Fabrizio Romanini. Verrà salita in seguito da Georges Livanos e compagni: scrissi poi al grande le grec lodandolo per la sua impresa e chiedendogli come avesse fatto a passare da quella parete. La sua risposta fu, grosso modo, “perché io mi chiamo Livanos”… Più esattamente, come da sua lettera del 17 gennaio 1967, “… Questa salita non vale la pena di essere ripetuta. La roccia non è molto buona e, sopra il passaggio che avete tentato (ho visto i segni della vostra chiodatura), è un po’ pericolosa: i chiodi sono poco sicuri. Ho trovato il vostro cuneo (rotto): sotto c’era un vecchio chiodo di di discesa, lasciato da Trottner che era venuto a dare un’occhiata a questo pilastro. Sopra dunque, come voi, sono salito in diagonale a destra, poi ho fatto sullo spigolo di destra 4-5 metri di artificiale, ritornando a sinistra e innalzandomi direttamente su placche un po’ friabili. Più in su ho traversato a sinistra per raggiungere lo spigolo di sinistra dell’ultima paretina lunbgo il quale ho terminato (era troppo tardi per scalare direttamente la paretina ed ero con un allievo del corso FFM). Ecco tutto! Quando lei mi domanda come ho fatto per passare la risposta può essere (senza ironia od orgoglio): sonno passato perché già da 26 anni… ho l’abitudine di passare! E questo è cosa normale per uno che conosce bene il “mestiere”. Posso aggiungere che questo passaggio, certo, è difficile (un misto di A2 e VI è mai roba facile) ma è ancora molto lontano da quei passaggi che meritano di essere chiamati “duri”…“.
Ricordo che la lettura di quella lettera impietosa da una parte mi rabbuiò, ma dall’altra mi stimolò a non pensare così facilmente di aver già raggiunto la bravura dei maestri (scritto nel novembre 2017).

Alessandro Gogna, 1a ascensione via Fabrizio Romanini al pilastro sud-est della Cima delle Pope (Dirupi di Larsec), 2 agosto 1966
 
   

 

Extradiario – 07 – via Eisenstecken al Gran Mugon ultima modifica: 2018-05-28T05:55:50+02:00 da GognaBlog

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3 pensieri su “Extradiario – 07 – via Eisenstecken al Gran Mugon”

  1. Qualche hanno fa sono stato alla cima delle Pope per ripetere la via Gogna (o Livanos?) . Eravamo 2 cordate. Una ha finito la via. L’altra invece no,  causa di un bel sasso che ha colpito uno di noi. Nulla di grave ma siamo scesi. Sulla qualità della roccia mi sento di condividere quello che afferma Livanos. Ricordo una  roccia un pò sbriciolona e anche con parecchio detrito.

  2. La linea tratteggiata sulla foto della parete del Gran Mugone della via Aste-Stenico lungo il pilastro centrale, non credo sia giusta. La via, se non ricordo male, ha una sua uscita e non finisce, come tratteggiato, a sinistra  sulla via De Francesch.

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