Introduzione alla “Storia dell’Alpinismo” di Gian Piero Motti

Introduzione alla Storia dell’Alpinismo di Gian Piero Motti (GPM-SdA-01)
di Enrico Camanni
(testo in edizione 2013 I Licheni di Priuli&Verlucca)

Come qualunque altra indagine storica, il divenire alpinistico regge infiniti punti di vista, con sviluppi ed esiti non necessariamente unitari, ma dialetticamente confrontabili. Se si sviluppasse, per esempio, la negletta storia sociale dell’alpinismo e la si correlasse all’evoluzione delle prestazioni sportive, ci si potrebbe accorgere di come le grandi imprese non sempre corrispondano al retroterra socialmente più favorevole. E occorrerebbe domandarsi il perché. Oppure, se indagando nei rapporti tra politica e montagna si scoprisse, guarda caso, che i regimi totali-tari stimolano (e incanalano) la corsa alla vetta, bisognerebbe fare i conti con l’antica tradizione libertaria dell’alpinismo. È stato probabilmente il timore della mancata uniformità, in una materia da sempre assolutizzata e da sempre idealizzata, a frenare l’approccio multidisciplinare; tale preoccupazione ha rinviato la soluzione di alcuni problemi cruciali, tuttora insondati, mantenendo viva l’illusione della « casa comune » degli alpinisti: «È una galleria meravigliosa di tipi fuori serie che ci viene incontro… Gente che, sotto qualunque latitudine e in qualunque paese del mondo, si riconosce istintivamente, da qualche segno misterioso, sia il colore della pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di camminare, sia l’espressione dell’occhio abituato a scrutare i segreti della roccia e del ghiaccio (Massimo Mila, Cento anni di alpinismo italiano, in Storia dell’alpinismo di Claire-Éliane Engel, Einaudi, 1965)». Il tradizionale approccio individualistico alla sua storia, ha curiosamente difeso e salvaguardato l’idea collettiva e universale dell’alpinismo.

Di solito sono anzitutto gli studi minori e quei prodotti della mentalità associazionistica che – in analogia con le dinamiche delle chiese – potremmo definire «confessionali», a mostrare i limiti del particolarismo. In questo senso – come sostiene lo storico triestino Giampaolo Valdevit – anche in alpinismo «esistono due storie, una interna e una esterna; ad esempio il dibattito sul chiodo a espansione è un dibattito «teologico» interno non recepito dalla massa e che non può avere una spiegazione solo sul piano del sociale, mentre figure come Messner o Bonatti hanno avuto un impatto forte sulla società interpretandone determinate pulsioni e aspettative (Alp n. 94, pag. 120)». Quando la ricerca stessa supera i confini stretti ed esclusivi dei club, si respira subito un’altra aria, anche se – paradossalmente -è difficile prevedere che un editore privato o un istituto universitario possa assumersi l’onere di un lavoro così problematico e così peculiare come la storia dell’alpinismo. È un gatto che si morde la coda: dove c’è specializzazione non c’è professionalità, ma dove c’è professionalità manca l’interesse specialistico. Se si interrompe il circolo vizioso, ecco i risultati: vedi l’illuminante esperienza dell’Università di Grenoble, pur limitata a studi alpinistici con forti valenze filosofiche e sociologiche, o quella dell’Università di Ginevra, più orientata verso le dinamiche dell’economia alpina.

Dopo le basilari ricognizioni di William Auguste Brevoort Coolidge sulle origini dell’alpinismo e dopo le brillanti sintesi storiche di Robert Lock Graham Irving, che si spingono poco oltre il 1930, due autori soltanto si sono addentrati con convinzione nel rebus immenso della storia: Claire-Éliane Engel e Gian Piero Motti. Le loro opere restano i due fondamentali punti di riferimento per un esame e un dibattito sistematico. Con metodologie molto differenti e uno scarto temporale di circa tre decenni, entrambi hanno studiato e descritto l’evoluzione alpinistica della Vecchia Europa, analizzando il problema delle origini e accompagnando il lettore fino ai propri giorni. Un terzo autore, il francese Roger Frison-Roche, completò nel 1964 una storia di discreta fattura, a tratti ingenua e francocentrica, che ebbe la pretesa di allargare lo sguardo dalle Alpi alle grandi montagne del mondo senza riuscire del tutto nell’intento. Più convincente risulta l’aggiornamento a cura di Sylvain Jouty, redatto nel 1996 con la competenza del giornalista-alpinista ben documentato sui fatti.

Claire-Éliane Engel, specialista di storia e di letteratura alpina, dedicò gran parte della sua ricerca alla montagna e nel 1925 presentò una tesi di laurea all’Università della Sorbona di Parigi sul tema della «Letteratura alpestre in Francia e in Inghilterra dal XVIII al XIX secolo». Soltanto venticinque anni più tardi, nel 1950, diede alle stampe The history of mountaineering in the Alps. Di formazione accademica ma di stile elegante e piacevole, supportato da un’intelligente ironia e da un’avvincente base aneddotica, ha scritto una Storia apprezzabile anche dal vasto pubblico e questo resta uno dei suoi meriti maggiori. Inoltre le affascinanti speculazioni sulle origini e sui primi sviluppi (anche spirituali e simbolici) dell’alpinismo, sempre acutamente correlate ai modelli culturali del tempo, rappresentano un punto di partenza tuttora fondamentale per uno studio dell’esplorazione alpina. È nell’esame comparato delle diverse scuole che si rivelano invece i limiti della Engel, evidentemente parziale sul piano del confronto internazionale. Se da un lato, infatti, si apprezza il rifiuto tipicamente anglosassone della retorica dell’Alpe – «sarebbe sacrilego credere che il messaggio delle montagne sia una lezione di morale, perché questo significherebbe attribuir loro una spiegazione indegna. Meglio insistere sulla loro bellezza, sul loro mistero… (op. cit.)» -, dall’altro si sorride di fronte allo smaccato pregiudizio nazionalistico. È ridicolo argomentare che soltanto l’Inghilterra potesse vantare una cultura alpinistica sul finire dell’Ottocento, non si può liquidare l’austriaco Lammer con «un’impressione penosa; il suo libro è il delirio metodico di un pazzo» e non si può neppure ridurre quasi tutta l’attività italiana e tedesca tra le due guerre a una corsa suicida in nome dei regimi. La Engel, inoltre, scivola spesso in un’approssimazione delle imprese, con errori anche grossolani: Guido Rey avrebbe scalato la parete nord della Bessanese, «un orribile muro di roccia marcia». Si ha l’impressione che la raffinata analisi intellettuale degli uomini e del loro pensiero non sia affiancata da una sufficiente conoscenza delle montagne, cioè dell’altro elemento fondamentale per una corretta interpretazione dell’alpinismo.

Gian Piero Motti ha concluso la sua Storia nel 1977, in anni completamente diversi dalla Engel e con un approccio squisitamente autodidatta. Cercatore solitario, cresciuto alpinisticamente sotto le austere direttive della Scuola «Gervasutti» di Torino (l’alpinista friulano morì sul Mont Blanc du Tacul proprio nell’anno in cui Motti nasceva), il trentenne Motti ha trasfuso nel suo lavoro i dubbi e le intuizioni di una generazione inquieta. Con una rischiosa e discutibile scelta di campo, ha decisamente optato per una lettura psicanalitica dei fatti, dei personaggi e delle «montagne» (hanno una vita simbolica anche le creste e le pareti che si alzano come una sfida in faccia agli uomini). Animato dalla cultura problematica e utopistica del dopo-Sessantotto, si è impegnato con un’esposizione assai elaborata a smantellare pietra per pietra le tradizionali certezze dell’alpinismo, dimostrando come non possa esistere un modo «giusto» e universale di andare in montagna. Ha scritto la più originale storia «a tesi» dell’agire sui monti, ammiccando a Pavese, a Freud e a Marcuse.

Come la Engel, Motti va più in là di un’interpreta-zione puramente sportiva degli avvenimenti; a differenza della Engel, egli si lascia coinvolgere in prima persona e, oltre che testimone, diventa compagno di cordata, giudice, filosofo, educatore, profeta. È un aspetto che può infastidire, ma è il presupposto che rende vibrante la lettura, anche per i non specialisti. Legato all’analisi inferiore dei personaggi, a scapito della lettura sociale dei fenomeni peraltro in voga negli anni Settanta, Motti ha una visione esistenzialista della storia: « La più grande difficoltà da vincere è posta in noi stessi e non al di fuori di noi». Convinto esploratore delle «diversità» e spietato rivelatore di contraddizioni («Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere: una vera e propria ossessione»), scava instancabilmente nelle motivazioni filosofiche dell’alpinismo e non si accontenta dell’alibi o dell’immaginetta da parata. Pessimista e apocalittico in alcune conclusioni, dolce e umanissimo in altre, non è mai un osservatore passivo. È uno storico appassionato che procede con andamento ondulatorio, severo e affettuoso, razionale e romantico, acuto e distratto, sempre generoso di parentesi e digressioni: «Arduo il compito dello storico. Egli vive in un’epoca che tecnicamente ed intellettivamente supera tutte quelle precedenti. È un uomo, quindi, sottoposto al tempo e alla storia e il suo giudizio è condizionato da millenni di cultura che si porta sulle spalle. La sua ottica di giudizio è quella evidentemente del tempo in cui egli vive; sarà perciò portato ad esaltare le imprese e le gesta del suo tempo, per le quali non può avere un equo parametro di giudizio. Parlando delle imprese passate, sarà portato a sminuirle o a ingrandirle per paura di sminuirle, senza darne un’esatta interpretazione».

Ogni ricerca è datata. Nell’esaltazione di Motti rientra per esempio il mito californiano, con tutti i corollari di cultura zen, tecniche yoga, allucinogeni e «realtà separate» alla Castaneda in voga ai tempi del Nuovo Mattino. Ma non mancano gli strumenti per un’autocritica: «Oggi molti arrampicano con la fascia nei capelli e per questo credono di riconoscersi in un filone culturale che ricerca un rapporto diverso con la montagna. Invece soventissimo l’alpinismo che essi realizzano è di una violenza inaudita, più che giustificata dai tempi di oggi che costringono l’individuo a sopportare pressioni quasi intollerabili. Ma non è questa la via». Mila, nella lusinghiera e puntigliosa recensione della Storia apparsa su La Stampa del 29 settembre 1978, mette in luce alcune lacune come la sottovalutazione dell’alpinismo svizzero e la «totale dimenticanza del Caucaso e del Pamir». Sono appunti giustificati ma parziali, perché le barriere geografiche dell’indagine non si fermano certo al Caucaso o al Pamir. Se infatti la Engel si è in pratica limitata a una storia delle Alpi Occidentali («Una storia dell’alpinismo mondiale è da escludere» scrive l’autrice nell’introduzione dell’opera), Motti ha forzatamente ridotto il suo campo di ricerca all’alpinismo europeo, o meglio all’alpinismo dell’Europa occidentale. Anche le relative aperture di orizzonte verso l’Himalaya, le Ande o la Yosemite Valley si rivelano funzionali a tale premessa, là dove l’Himalaya, le Ande o la California sono territori di attività e di riferimento per il «nostro» e non per gli altri alpinismi. Prevale comunque una visione alpinocentrica.

Uno dei maggiori problemi che preoccupano lo storico è: privilegiare i personaggi o le imprese? Come si è visto, la Engel ha optato per la prima soluzione, riducendo la descrizione dei nuovi itinerari a dei toponimi o a delle cifre che non rendono giustizia alle montagne. Qui interviene la novità di Motti che, da alpinista raffinato e sensibile, ha saputo «raccontare» le pareti insieme agli uomini. È una differenza importante, perché un alpinista sa quanto siano decisive nella scelta le linee di una parete, le sue luci, i colori della roccia, senza dimenticare i fattori pratici come la marcia di avvicinamento e il percorso di discesa. Una storia attendibile deve tener conto di queste variabili di ordine estetico e strategico, altrimenti rutti gli itinerari si assomigliano tra loro. L’altro punto cruciale riguarda la valutazione delle difficoltà: ogni nuova realizzazione va rapportata al limite precedente, se no non ha senso parlare di evoluzione. Bisogna saper distinguere tra un sesto grado autentico (senza chiodi) e un sesto grado «artificiale», un bluff assai diffuso nel corso della storia. Anche qui l’esperienza di Motti è stata determinante, perché maturata in gran parte sul campo ripetendo gli itinerari più significativi o confrontando le opinioni dei «ripetitori» attendibili.

Infine la valutazione degli uomini. È il terreno più complesso e insidioso, il meno oggettivizzabile e il più soggetto alle simpatie degli autori. In molti casi Motti si rivela critico equilibrato e coraggioso (quanti si sarebbero permessi di giudicare il grande Walter Bonatti «un arrampicatore freddo, calmo, forse un po’ lento»?), altre volte si lascia trasportare in affascinanti ma opinabili voli pindarici che disturbano il solito Mila: «Stranissima, per chiunque abbia conosciuto quell’uomo straordinariamente sereno ed equilibrato che fu Gervasutti, l’immagine che qui se ne fornisce, come di un nevrotico, incline alla malinconia, “lacerato dalle contraddizioni” e tormentato da un “desiderio di infinito” che lo rendeva incapace “di vivere la normalità”, insomma: un “Dio caduto dal cielo e insoddisfatto di trovarsi uomo”! (art. cit.)». In parte ha ragione il critico sostenendo che « Motti trasferisce su Gervasutti le proprie generose inquietudini », ma proprio per questo il capitolo consacrato a Giusto Gervasutti è uno dei più coinvolgenti dell’opera, come le pagine dense e problematiche dedicate a Paul Preuss e ai significati simbolici dell’arrampicata libera e artificiale.

Mentre la competenza dell’autore è fuori discussione (ma la sua Storia resta il risultato di un lavoro individuale ed è destinata a significative rettifiche e integrazioni), si può discutere la metodologia adottata. Motti non è altro che un brillante autodidatta dal punto di vista psicanalitico, è un sommario conoscitore della storia geologica delle montagne e non ha mai approfondito l’opera di Croce. Eppure, istintivamente, riesce a rispondere a uno dei primi dettami crociani, svelando le ragioni del divenire alpinistico: «La storicità si può definire un atto di comprensione e di intelligenza, stimolato da un bisogno della vita pratica, il quale non può soddisfarsi trapassando in azione se prima i fantasmi e i dubbi e le oscurità contro cui si dibatte, non siano fugati mercé della posizione e risoluzione di un problema teorico, che è quell’atto di pensiero… (Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, 1965)». Talvolta Motti va oltre, cercando di interpretare e risolvere con l’intuito anche i punti che ancora attendono una soluzione «scientifica»; spesso omette le testimonianze, i documenti e le fonti, ponendosi come esegeta e non come storico. Sono i limiti e i pregi di quella che continuerei a definire una storia «a tesi», cioè una lettura personale dell’avventura alpinistica.

L’ultima parte della Storia è la più affrettata, come se mancasse il tempo, o mancasse lo spazio: «Quando si arriva al presente, quasi a suo dispetto, e contro le sue migliori intenzioni, il criterio atletico-sportivo gli prende la mano, e di ciò risente la stessa esposizione; che mentre prima riusciva felicemente a delineare personaggi, scuole, ambienti, caratteristiche di spazio e di tempo, ora si appiattisce in una monotona elencazione di difficoltà sempre maggiori, al cui crescendo si rivela insufficiente la scorta di aggettivi posseduti dalla lingua italiana (Massimo Mila, art. cit.)». Lo stesso Motti rileva nel corso della ricerca: «Andando oltre, fino ai giorni nostri, riesce sempre più difficile isolare fatti e personaggi e cercare tra le mille imprese di valore quelle più significative». Eppure, per un curioso disegno del destino, Motti conclude il lavoro nel 1977, nel preciso momento in cui sta per manifestarsi l’alpinismo sportivo. Lui annota le prime indicative avvisaglie, ma soltanto dopo verrà la vera rivoluzione, a stravolgere i ritmi, a ridicolizzare le scale di misura e a mettere in crisi i parametri dell’indagine storica.

Il completamento dei quindici anni mancanti, dal 1978 al 1993 (edizione CDA-Vivalda del 1994, NdR), ha dunque posto problemi ben più complessi di un classico aggiornamento. Se la fedeltà all’impostazione originale avrebbe comunque presentato molti rischi in linea teorica, perché nessun autore può ripercorrere il pensiero di un altro, da un punto di vista tecnico l’operazione si è rivelata impraticabile, per l’impossibilità di coniugare due storie così differenti, talvolta addirittura inconfrontabili.

Con la specializzazione alpinistica, gli anni Ottanta hanno registrato una tale «esplosione» di attività che la difficoltà di «isolare fatti e personaggi» – enucleando «tra le mille imprese di valore quelle più significative» – è diventato il problema dei problemi, in un marasma di notizie, iperboli e approssimazioni che lascia sgomenti. A ogni riga si rischia di scivolare in uno sterile elenco del telefono.

Improvvisamente c’è stata sovrapproduzione di tutto: dagli exploit, talvolta autentici ma più spesso gonfiati, all’informazione, qua e là corretta ma più frequentemente stravolta a beneficio degli sponsor. In un’analisi che dalla storia sconfinava inevitabilmente nella cronaca, c’era spesso sovrabbondanza di fonti, ma perlopiù si trattava di fonti inattendibili. E così una scuola come quella anglosassone, che aveva sempre fornito le informazioni più accurate (dalla defunta rivista Mountain alla nuova Mountain Review ai prestigiosi Alpine Journal e American Alpine Journal), passava paradossalmente in secondo piano a causa di un’impostazione alpinistica «conservatrice» di stampo esplorativo, mentre la nouvelle vague francese legata alla spettacolarizzazione delle imprese tendeva a recitare dovunque e comunque la parte del leone. Ormai le azioni e le immagini si confondevano.

Ora, e distanza di altri vent’anni (2013) e nell’era convulsa del web, un ulteriore aggiornamento della storia dell’alpinismo richiederebbe senz’altro un complesso lavoro d’equipe, a patto che la cronaca sempre più battente, ormai in tempo reale, permetta ancora una prospettiva storica. Di fatto non è più così, e dunque si è deciso con l’editore di concentrarsi sull’aggiornamento degli elenchi già impostati nella seconda edizione (alpinismo invernale, solitario e di velocità), nonché di questa introduzione e della bibliografia in appendice.

Ciò non ci esime da uno sguardo sull’evoluzione dell’alpinismo contemporaneo, che si sta esprimendo soprattutto in tre direzioni: l’arrampicata libera, il ghiaccio effimero e la velocità. Se le Alpi possono ancora parzialmente rappresentare il laboratorio dell’alpinismo planetario, osserviamo la tendenza verso la ripetizione in libera dei grandi itinerari artificiali del passato (o anche del presente, come nel caso della via Bellavista sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo: Alexander Huber, 2000-2001), la scalata di goulotte e cascate che gelano per pochi giorni nei colatoi più selvaggi (per esempio l’aleatoria Birthright ai Grands Charmoz, aperta da Marc Twight e Scott Backes nel 1993 e ripetuta in libera da Matt Helliker e Jon Bracey nel 2013, oppure la via della Legrima sulla Nord del Sassolungo, salita da Adam Holzknecht e Hubert Moroder nel 2013) e infine, ma non certo ultima, la corsa con il cronometro sulle grandi pareti (in particolare Ueli Steck e Dani Arnold sull’Eigerwand, 2008 e 2011).

Sintesi estrema di tutto ciò, almeno per quanto riguarda la roccia, è la ripetizione «free-solo», cioè senza corda, di itinerari mitici come la via Attraverso il Pesce sulla Marmolada (Hans-Jörg Auer, 2007).

Ma l’alpinismo è sempre stato e sempre sarà un movimento di ricerca, almeno finché la fantasia e la geografia lo permetteranno. La scalata ha bisogno di idee e terreni inesplorati per sopravvivere. Per questo, a ragion di logica, il nuovo alpinismo si manifesta su pareti lontane dall’epicentro storico europeo (Patagonia, America del Nord, Groenlandia, Scandinavia, Himalaya, Karakorum, grandi muri a strapiombo in aree tropicali), ma anche nei settori alpini più scomodi o dimenticati (trilogia di Hervé Barmasse, 2011). Cambiano il clima e le stagioni, tanto che al tempo del riscaldamento globale è diventato più sicuro scalare in inverno che in estate per evitare i crolli e le scariche di pietre. L’allargamento della «stagione di caccia» ai dodici mesi dell’anno apre ai giovani inediti margini di creatività, con la complicità del gelo.

Dietro gli exploit alpinistici di oggi pulsano le tensioni muscolari dell’arrampicata sportiva, che perfezionando la preparazione atletica ed elevando il grado delle prestazioni condiziona anche l’approccio alla montagna. Una delle conseguenze più visibili del nuovo che avanza è il quasi allineamento delle donne al livello degli uomini, un traguardo impensabile secondo i canoni dell’alpinismo tradizionale. La storia della verticale è cambiata per sempre quando la statunitense Lynn Hill, nel 1994, ha scalato in libera le trentatré lunghezze del Nose al Capitan. Più o meno contemporaneamente la francese Catherine Destivelle saliva da sola e in inverno le pareti nord di Eiger, Grandes Jorasses e Cervino (via Bonatti), e sempre nel 1994 l’italiana Nives Meroi tentava il suo primo Ottomila affacciandosi sulla scena internazionale.

La partecipazione delle signore alla corsa alla vetta è una delle buone pratiche che il moderno alpinismo porta con sé, nell’epoca «democratica», caotica e ansiogena di internet. Il resto è una bulimia di informazioni in diretta che paradossalmente, bruciando i tempi di assimilazione, rendono sempre più arduo il lavoro dei giornalisti e degli storici.

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Introduzione alla “Storia dell’Alpinismo” di Gian Piero Motti ultima modifica: 2021-10-17T05:56:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Introduzione alla “Storia dell’Alpinismo” di Gian Piero Motti”

  1. Cito anche i due volumi dei Manuali del Club Alpino Italiano: “Alpinismo: 250 anni di storia e cronache” di Armando Scandellari.
    Motti sceglie meno personaggi e li tratta più diffusamente, Scandellari cita un maggior numero di alpinisti in modo più succinto. 
    Motti infarcisce la sua storia di osservazioni personali derivate dalla sua esperienza di alpinista nonché di considerazioni psicologiche e filosofiche, Scandellari è distaccato e didascalico.
    Beninteso queste sono solo le mie opinioni di lettore, senza pretesa di giudicare quale stile sia migliore dell’altro ma soltanto di sottolineare che sono differenti. 

  2. La storia dell’alpinismo di Motti l’ho letta sui i fascicoli dell’enciclopedia, poi presi i due volumi de I Licheni .
    Ancora oggi resta una fonte impareggiabile e quanta (ma tanta) cultura trasuda dall’introduzione di Camanni

  3. Essi Dario non so’se è più pilastro o basamento di una personale libreria alpina…
    Comunque da leggere e rileggere.

  4. Per me un libro fondamentale, lo acquistai e lo lessi 25 o più anni fa, ogni Alpinista che si ritiene tale dovrebbe leggerlo. Le riflessioni di G.P. Motti sono ancora molto attuali.

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