Invasività umana e senso del limite

Invasività umana e senso del limite
(una necessaria riflessione a proposito della Montagna Sacra)
a cura di Luca Rota e del Comitato Promotore de “Monveso di Forzo – Montagna Sacra
(pubblicato nella sezione Sherpa La Montagna Sacra il 13 giugno 2024 e qui ripreso per l’estrema importanza che attribuiamo a questo articolo)

Lo scorso 2 giugno 2024 su “L’AltraMontagna” il professor Mauro Varotto, docente di Geografia culturale all’Università di Padova, ha pubblicato un articolo con alcune personali considerazioni intorno al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Con questo progetto il comitato promotore, composto da un nutrito e prestigioso gruppo di personalità variamente afferenti all’ambito della montagna, propone di considerare “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, posto tra Valle Soana e Valle di Cogne entro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, invitando all’astensione volontaria come proposta culturale forte e di valore altamente simbolico. E’ un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della natura, per il quale l’attributo “Sacra” va inteso nella sua forma di costrutto culturale sostanzialmente laico, nel senso di “inviolabile” (come per la proprietà privata).

Ovviamente non è istituito alcun divieto alla salita, com’è ampiamente ribadito nel documento progettuale e negli articoli di Farina e Mingozzi pubblicati nel volume “Sacre vette” di cui lo stesso Varotto, con Ines Millesimi, è autore. L’invito è proposto, non imposto, come un libero atto personale, emblematico e funzionale alla riflessione sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette.

Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi. L’accelerazione dell’impronta di certe pratiche antropiche sulle vette a qualsiasi latitudine e a qualsiasi quota impone inevitabilmente delle riflessioni, un ripensamento nell’incoraggiare un nuovo modo di vivere il contatto dell’uomo con la cima e le sue valli, in una relazione più rispettosa, nonché un ripensamento dei valori sottesi alla pratica dell’alpinismo in questi ultimi anni. Dunque almeno una vetta, almeno questa volta, da lasciare libera dalla presenza umana per rendere altrove l’uomo più consapevole della relazione culturale con la realtà naturale e di quei concetti citati, di importanza tanto fondamentale quanto oggi ineludibile.

Le considerazioni del professor Varotto sono interessanti, in forza della loro articolazione e per come diano seguito a quello che è il fine principale del progetto della “Montagna Sacra”, anche prima delle proprie finalità programmatiche: agevolare il confronto e il dibattito su temi di grande importanza riguardo la frequentazione umana contemporanea e futura delle terre alte, verso i quali Varotto dimostra attenzione e considerazione alimentando l’esercizio del libero pensiero e del confronto aperto in un’epoca nella quale, troppo spesso, tale esercizio viene ridotto a uno scambio di frasi fatte pressoché prive di cognizione specifica e approfondimento.

Inoltre, Varotto riflette su alcuni degli argomenti nodali alla base del progetto, riponendone in luce il valore e così permettendone la chiarificazione, a partire dal citato «divieto» di salire la “Montagna Sacra”: non esiste alcun divieto da nessuna parte nel progetto il quale, anzi, evidenzia da subito nel proprio “manifesto” l’assenza di qualsiasi simile prescrizione all’ascesa. Il termine semplifica in maniera fin troppo radicale ciò che il progetto propone: un invito all’astenersi dal salire il Monveso di Forzo come atto simbolico – per il quale dunque un “divieto” sarebbe inappropriato – e di assunzione di consapevolezza meditata riguardo i concetti alla base, citati poco fa. Poste queste osservazioni, la domanda posta da Varotto su dove si debba considerare l’inizio e la fine della “Montagna Sacra” risulta a sua volta inappropriata, ovvero espressamente legata a una lettura geografica della questione, a fronte di un invito di matrice immateriale dacché correlato non alla forma, ma ai concetti che danno contenuto al progetto. Il fatto che Varotto non abbia trovato una risposta soddisfacente a tale domanda (in verità indicata nel documento progettuale: «l’intera piramide») è dunque comprensibile dacché inevitabile: non può esserci risposta, in buona sostanza, se non se ne vuole trovare una. Di contro, la sineddoche spaziale che indica Varotto è già assai evidente in senso opposto, per come il turismo di massa abbia reso una “vetta” adeguatamente brandizzata in senso lato dal marketing l’intera montagna (esempio inevitabile: il Cervino/Matterhorn), così che la conquista in senso “classico” della prima possa diventare e “giustificare” la conquista del suo intero territorio. Ma poi: si possono ancora definire montagna certi “luoghi” (virgolette quanto mai necessarie, proprio perché le parole sono importanti) in quota pesantemente antropizzati e urbanizzati al punto da non presentare più differenze sostanziali con le città? Proprio la città che conquista la montagna, paradigma ormai obsoleto per come oggi risulti massimamente pericoloso, eppure ancora ampiamente utilizzato, per giustificare certa infrastrutturazione turistica a dir poco pesante che intende la “valorizzazione” delle montagne come una pratica consumistica, sia dal punto di vista ambientale che culturale, rappresenta uno degli aspetti che rende fondamentale la “transizione culturale” per la quale il progetto della “Montagna Sacra” si fa strumento di riflessione e di azione.

D’altro canto il perseverare di questo paradigma assai deteriorato diventa manifesto in un recente fatto che coinvolge proprio il Parco Nazionale del Gran Paradiso: la decisione di ripristinare la libera circolazione del traffico motorizzato sulla strada del Nivolet, circostanza che sta generando un notevole dibattito, anche per come venga giustificata dai responsabili del Parco con motivazioni che lasciano molto perplessi. Una circostanza che sembra fatta apposta per rispondere alla seconda domanda posta da Varotto circa le finalità di un parco nazionale in quanto soggetto di tutela ambientale – sia del Gran Paradiso o qualsiasi altro – e che conferisce ancora più valore simbolico e forza concreta ai concetti della “Montagna Sacra”. Di contro, è evidente come la “Montagna Sacra” differisca ampiamente dall’idea alla base delle riserve naturali: se queste hanno il compito di tutelare materialmente i paesaggi, gli habitat e le specie nonché, più in generale, la diversità biologica che racchiudono, imponendovi regole e divieti di accesso e frequentazione libera, la “Montagna Sacra” si pone il compito immateriale, e per ciò ancor più emblematico, di agevolare la riflessione sulla necessità di saper riconoscere dei limiti all’invasività umana senza per questo imporre alcun divieto o prescrizione, appunto,  ma come approfondita presa di coscienza personale, dunque di valore morale e civico ben più compiuto e formalmente più efficace. Per tali motivi non sussiste alcun pericolo di “greenwashing” nel progetto, semmai è l’opposto, per come esso denunci la presenza di questa devianza in molti casi dei quali si dichiari la piena “sostenibilità ambientale” – anche riguardo certe iniziative delle stesse aree di tutela. Vedi sopra la questione delle auto al Nivolet: si direbbe ben più pratica di “greenwashing” questa! Invece, a poca distanza, un’altra valle facente parte del Parco del Gran Paradiso, la Valle Soana con la propria “Montagna Sacra”, indica che un’altra via alla frequentazione della montagna, ben più consapevole e sensibile, è possibile e da considerare. Per gli stessi motivi il progetto non agevola affatto – anzi ha già espresso i propri dubbi su alcune proposte al riguardo – l’eventuale istituzione di altre montagne “sacre”: non è la quantità di esse a dover aumentare, ma la qualità del pensiero diffuso intorno ai temi cardine del progetto, per i quali il Monveso è il simbolo primario che ne conserva in sé il valore pieno.

Infine, intorno alle considerazioni dalle quali Varotto formula la sua terza domanda sulla “Montagna Sacra”, al netto del rimarcare nuovamente l’assenza totale nel progetto di alcun divieto applicato a qualcosa o qualcuno, che invece Varotto ripete basando su tale forzatura lessicale i propri appunti, così come non viene espresso alcun «giudizio universale di condanna» contro chicchessia, pare evidente che ancora si scelga di insistere sulla forma data al progetto per non considerarne piuttosto la sostanza tematica, nella quale non manca affatto la considerazione della presenza e del portato antropico – e antropologico – dell’uomo nelle terre alte. A ben vedere «quegli uomini (e donne) che si sono adoperati per addomesticare, curare, favorire la biodiversità nel pianeta, vivere in faticosa armonia con la natura» lo hanno fatto proprio praticando in maniera virtuosa la necessità di un limite evitando l’invasività eccessiva nel territorio naturale: l’armonia con esso non scaturisce proprio dall’osservanza di questa necessità? Pare evidente che queste donne (perché messe nelle parentesi?) e questi uomini che sanno ben contenere e armonizzare la propria presenza in natura, vivendoci e lavorandoci, non sono proprio paragonabili alla presenza che invece manifestano altre attività – come certo turismo di massa, ad esempio – che invece la basano sul no-limits e sulla libertà di conquista (commerciale e consumistica) di qualsiasi spazio, anche se intatto e incontaminato, quando possa essere messo a valore e (s)venduto. La natura non ha bisogno che la si “valorizzi” – il valore lo ha in sé – tutt’al più necessita di essere fatta conoscere nel modo più compiuto possibile.

D’altronde, proprio se avesse voluto imporre «l’esclusione della frequenza e della presenza umana» su più vasta scala montana, il progetto della “Montagna Sacra” avrebbe scelto una vetta ben più famosa come il Gran Paradiso o il Monte Bianco: ma, come ribadito fin dalle prime uscite pubbliche del progetto – ormai due anni fa -innegabilmente questa eventualità sarebbe apparsa soprattutto come una provocazione, per nulla costruttiva, concettualmente troppo radicale, inevitabilmente divisiva e attaccabile in mille modi – giustamente, peraltro. Non avrebbe rappresentato adeguatamente le finalità del progetto, le avrebbe annacquate nell’inesorabile polemica che infine se le sarebbe rapidamente divorate annullando qualsiasi sua finalità virtuosa, materiale e immateriale. Invece, la “Montagna Sacra” non vuole provocare gli animi ma stimolare le menti, non vuole dividere i frequentatori delle montagne in fazioni contrapposte ma unirli in una riflessione il più possibile ampia e condivisa, radunarli in una palestra delle idee così da esercitarvi il libero pensiero. La “sacralizzazione laica” del Monveso è il simbolo e non il fine, è il vertice ultimo concettuale di una considerazione elaborata e strutturata sulla presenza umana nelle terre alte, di qualsiasi genere essa sia, che sappia nuovamente e consapevolmente comprendere il proprio portato sul territorio, sull’ambiente e sull’elaborazione del paesaggio, nonché la necessità di armonizzarsi al luogo al quale riconoscere una “sacralità”: peculiarità originaria insita nel territorio naturale montano, come rivela l’etimo primigenia del termine e dei suoi derivati, tanto quanto «elemento della struttura della coscienza», come sottolinea Mircea Eliade. Le cui parole citate da Varotto, più che una confutazione dell’idea della “Montagna Sacra” appaiono invece come un’importante approvazione: «La società occidentale attuale ha perso la confidenza con la concezione sacra dell’esistenza: man mano che la cultura scientifico-razionale ha preso piede, progressivamente è scomparsa la presenza della dimensione del sacro che un tempo, nella vita di tutti i giorni, era presente in ogni cosa. Il sacro serve a tenere insieme il Tutto, a dare ad esso un senso trascendente. Il sacro non divide, non separa, non compartimenta Uomo e Natura: li unisce. Il sacro sta nella relazione intima con l’alterità.» Quell’alterità che l’uomo, proprio in quanto creatura dominante, intelligente e senziente, dotato in coscienza del senso di “sacro”, ha innanzi tutto il dovere di salvaguardare e tutelare, nel caso pure facendosi “altro” rispetto ad essa, lasciandovi spazio e allontanandosene – inevitabilmente, vista l’impronta umana sovente devastante per qualsiasi altro elemento ecosistemico – così da poter salvaguardare pure la relazione intima con l’alterità. Il progetto della “Montagna Sacra” sostiene proprio questo: non in modalità divisive, proibitive, compensative e men che meno retoriche, semmai sollecitando la più totale libertà di opinione al riguardo proprio, perché elemento di relazione con l’alterità antropologica della quale il progetto si alimenta.

Domenica 2 giugno, come osservato anche da Varotto nel proprio articolo, si è svolta ai piedi del Monveso di Forzo “Insieme per la Montagna Sacra”, l’annuale giornata di sensibilizzazione sul progetto e sulle sue finalità. Se il professor Varotto, invece di pensare che «non sarei mai andato a vedere il Monveso di Forzo», decidesse di recarsi in Valle Soana almeno una volta, magari in un prossimo evento organizzato dal progetto, sarebbe ovviamente il benvenuto e forse, al netto della più totale libertà di pensiero e di opinione, nella contemplazione del Monveso potrebbe trovare più rapidamente che in altri modi le migliori risposte alle sue legittime domande. Sarebbe una cosa importante al pari del suo contributo qui dissertato al dibattito sulla “Montagna Sacra”.

[Cliccate sul logo per saperne di più sul progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra” e per aderirvi.]
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Invasività umana e senso del limite ultima modifica: 2024-06-14T05:47:00+02:00 da GognaBlog

102 pensieri su “Invasività umana e senso del limite”

  1. E aggiungo: sono stato varie volte dentro un carcere e ho conosciuto diversi ospiti. Non ho mai sentito nessuno dichiararsi innocente e incarcerato ingiustamente. 
     

  2. Benissimo! Mi considero tra quelli che non intendono personalmente rendere tangibile un’iniziativa intellettuale ed evanescente come questa. 
    Sono altresì conscio del mio ego consistente che, visto che faccio la guida, può essere utile a salvarci la pelle, prescindendo da ogni giudizio altrui, vista l’importanza della pelle. Appunto.

  3. “secondo me e il mio ego, ti sbagli. Credo di essere normodotato di ego
     
    Felice di sbagliarmi, Cominetti, ma questo è quello che dicono tutti. Mai sentito qualcuno ammettere il proprio narcisismo.
    E’ un pò come in galera: a sentire la popolazione locale sono tutti innocenti.
    Trovo comunque interessante il fatto che tu abbia sentito il bisogno di precisarlo.
     
    Quanto all'”evanescenza” dell’iniziativa “Montagna Sacra“, trattandosi di una proposta culturale (cfr. Govi) è normale che lo sia (evanescente).
    Il renderla tangibile spetterebbe a ciascuno di noi, ognuno con la propria sensibilità.

  4. Quanto al proprio ego, qua dentro se ci mettiamo sulla bilancia, non so chi pesa di più.

  5. Balsamo, secondo me e il mio ego, ti sbagli. Credo di essere normodotato di ego e di essere piuttosto equilibrato e dotato di senso pratico. Se gli inventori della montagna sacra (più ci penso e più mi sembra un’assurdità) avessero più equilibrio avrebbero diretto le loro energie verso qualcosa di meno evanescente.
    Fin da piccolo e poi da grande, ho sempre sentito parlare di egoismo come caratteristica negativa da persone piccole piccole. Essere egoisti serve a coltivare l’altruismo. Senza egoismo si pascola. E poi si crepa.

  6. Forse, per provare a comprendere il concetto di “Montagna Sacra” sarebbe utile imparare prima a dare un limite al proprio ego.
    Oh, ho detto forse eh 🙂

  7. Conclusione: su tutta questa faccenda, come in mille altri risvolti dell’esistenza, anche al di là della montagna, vale la famosa storia che “£la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.  fuor di metafora: se vogliamo arrivare ad avere le credenziali per chiedere che la società civile eradichi  ogni “attacco” alla tutela dell’ambiente (anche quelli indiretti come i 500.000 accessi umani di cui sopra) dobbiamo dimostrare di esser al di sopra di ogni sospetto, iniziando a fare veder che noi per primi siamo “virtuosissimi” e sappiamo perfino autolimitarci nella nostra spicciola invasività della montagna. E’ una questione di principio, un risvolto etico, non un vero provvedimento anti-inquinamento: l’efficacia di tale autocontenimento non conta un fico secco (è evidente che il danno individuale è minimo, tuttavia “esiste”), il tutto è una presa di posizione “politica”, propedeutica per poter chiedere alla società che estirpi i “veri” danni all’ambiente. Ma se non iniziamo neppure da noi stessi, non siamo credibili e nessuno ci darà attenzione

  8. Quei 500mila della skyway meno male che si riversano lì e non si sparpagliano in più posti. 
    Da FALSO amante della montagna mi preoccupo di istruire chi viene con me facendogli vedere sul campo certe aberrazioni così come anche le situazioni positive che ci sono nei posti che attraversiamo.
    Solo frequentando l’ambiente che si vuole difendere, in maniera illimitatamente intensa, se ne può avere la necessaria conoscenza. Le farneticazioni di Crovella si scontrano con una pratica impraticabile.
    Bisogna accontentare anche i cannibali, come succedeva durante il Covid in cui le masse venivano accontentate con tesserini e promesse che solo degli idioti potevano credere. 
    E tutto è alla luce del sole.

  9. La percezione dell’invasività è del tutto personale. Il cittadino che va in montagna a Ferragosto troverà casino ovunque e da quello farà le sue deduzioni. E di solito chi sbraita di più è la massa priva di originalità e di discernimento. Basta leggere la media dei commenti del blog.
    Se non ti conformi vieni bacchettato dall’uomo di sistema Cai-crovellico e via discorrendo.
    Purtroppo di ambiente si occupa chi meno lo conosce e non succede solo lì. 
    Non ho ancora sentito cosa ne pensa chi vive ai piedi del Monveso di Forzo.

  10. Il principio della tutela dell’ambiente è stata espressamente inserito, in tempi recenti, nella Costituzione. Ed introduce una dicitura – “nell’interesse delle future generazioni” – inedita nel dettato costituzionale. L’ambiente è qui inteso nella sua accezione più estesa e sistemica: quale ambiente, ecosistema, biodiversità. Non male, dico io, ma è ancora un principio “solo” astratto, non condiviso dalla popolazione e anzi contrastato (come dimostra anche questo dibattito) perfino da chi dovrebbe essere in prima linea a battersi su questi temi. A livello costituzionale occorre entrare maggiormente in profondità e rendere “anticostituzionale” ogni manifestazione di “danno all’ambiente”, come i 500.000 accessi umani grazie alla Skyway. Lo stesso dicasi per un altro principio cardine anche se antagonista, quella dell’iniziativa economica: “l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente.”. Ebbene se l’obiettivo di incassare il controvalore di 500.000 biglietti della Skyway cozza contro la tutela dell’ambiente, occorre trovare delle modalità di legge attraverso le quali costringere la Skyway a contingentare gli accessi (si faranno degli studi per definire il numero “accettabile” di accessi) o, extrema ratio, a smantellarla del tutto, perché irrimediabilmente  “dannosa” per l’ambiente e, quindi, “anticostituzionale”.

  11. Inutile continuare a dialogare: chi NON vuol capire è sordo ideologicamente. Stupisce una così cospicua frequentazione di uno spazio web come questo da parte di così tanti “sordi” su questi temi.  Ma cosa pensate di trovare? Montagna Sacra è in qualche modo un’iniziativa in orbita MW Italia, che si batte da anni su questo risvolto, a suo tempo fu uno dei principali organizzatori delle vennero organizzate delle proteste famose e iconiche, proprio una fu sul Ghiacciaio del Gigante contro la funivia, che non era ancora l’attuale Skyway, ma ideologicamente la protesta oggi sarebbe la stessa contro la Skyway. Ripeto: ovvio che l’OBIETTIVO STRATEGICO è estirpare il flusso biennale dei 500.000 fruitori della Skyway (così come di tutti gli altri grandi comprensori, da Zermat-Cervinia a Bormio a Cortina…) e poi chiudere le strade in bassa valle, riconvertire i rifugi all’impostazione spartana/vintage, togliere segnaletiche varie ecc ecc… Ma se non diamo noi il primo esempio, dimostrando di saperci auto-controllare (nello spazio, nell’intensità di uscite, nella qualità delle stesse), non siamo credibili e non possiamo “chiedere” queste cose agli altri. Chi rifiuta aprioristicamente il principio di autolimitarsi non vuole davvero bene alla montagna: è piuttosto un appassionato di ciò che egli “fa in montagna”, che è concetto MOLTO diverso dal precedente. Prima di andare a educare i cannibali, dobbiamo puntare a educare la platea degli “falsi” appassionati di montagna.

  12. Balsamo, dove andremo a finire io non lo so. Di certo oggi ci si scandalizza per delle minchiate, ci si meraviglia che la gallina nasce da un uovo. E’ vietato concimare con il bottino perchè potrebbe danneggiare la salute pubblica. Per poi far finta di nulla, ed essere assuefatti, istituzioni comprese!! , alla morte di un lavoratore, che  finisce con un braccio  triturato in una macchina ed invece di portarlo al pronto soccorso, lo si abbandona con il braccio maciullato buttato in una scatola, facendolo di fatto morire.
    Di questo orrore ci scorderemo presto, perchè il PIL non ne deve soffrire, ma se calpesti la merda del cane su un marciapiede apriti cielo.

  13. Poi sono arrivati i fertilizzanti chimici…
     
    E pensa, Benassi, che una volta si annaffiava con l’acqua. Poi è arrivato il monossido di diidrogeno…
    Dove andremo a finire, signora mia!

  14. Ottimo esempio di economia circolare, Cominetti.
    All’ortica piace molto l’azoto contenuto nella tua urina, e con le sue proprietà diuretiche ti stimola a fargliela sopra.
    Ma se a pisciare sul cespuglio dietro a casa tua ci venissimo in qualche migliaio, forse vedresti la faccenda da un punto di vista diverso.
    Meno gustoso, diciamo 🙂
    E altrettanto per i vegetali intorno a quel cespuglio (che in breve tempo non sarebbe più un cespuglio).
     
    Comunque, io l’ortica la metto nell’impasto delle tagliatelle e delle lasagne. Oltre a dargli un ottimo sapore, le rende di un bellissimo colore verde. Consigliabile, a meno di essere allergici.
    Quindi piace anche a me.
    Però, dovesse capitare che mi inviti a cena, Cominetti, ti chiederei di non prepararmi il risotto 🙂

  15. A casa piscio spesso fuori in un cespuglio di ortiche, d’estate.  Con le stesse ci facciamo ottimi risotti. Devono bollire. Mai ammalati di pisciate, ospiti compresi.

    un tempo i contadini, miei nonni compresi, concimavano (governavano)  da sempre ortaggi e verdure nei campi con il perugino o bottino, come lo si vuol chiamare, creato dalla merda e dal piscio quotidiano della famiglia. Mai stati problemi. Poi sono arrivati i fertilizzanti chimici…

  16. Un OT per il Capo: la grafica del blog è cambiata, ed è cambiato anche qualche particolare (per me in peggio), e volevo capire se è voluto:
    – Non si vedono più i numeri dei commenti: questo secondo me risultava utile quando si voleva rispondere nel merito di un singolo commento
    – Nella lista dei commenti a dx, non si vedono più eventuali commenti recenti successivi all’ultimo del thread che si sta guardando
    – Non c’è più il check che ti permette di iscriverti al post e quindi di essere avvisati in caso di risposte (anche se forse, avendone seguiti troppi, non mi arrivavano già più le notifiche)
    Grazie anticipatamente per la risposta 🙂

  17. Marcello ha la sana capacità di farci rimettere con i piedi per terra…

  18. Scusate ma secondo voi i camosci, le marmotte, le volpi, i lupi, gli orsi e le vacche, vanno a farla in bagno?
    Se il problema dell’affollamento fosse qualche merda, staremo allegri. 
    Esempio: Plaza de Mulas, campo base dell’Aconcagua. Centinaia di aspiranti alla cima ogni giorno, più decine e decine di muli che portano carichi su e giù. Merda OVUNQUE! O-V-U-N-Q-U-E!
    Punta Helbronner, arrivo della skyway. Centinaia di crovennibali al giorno che cagano nei… cessi della stazione che riversa lammerda in apposite vasche Himoff che vengono periodicamente svuotate.
    Come la mettiamo?
    Comunque l’ho sempre fatta dove mi trovavo. Le piogge lavano e dissolvono. Siamo animali.
    La merda fa parte di noi, non è scoria nucleare. 
    A casa piscio spesso fuori in un cespuglio di ortiche, d’estate.  Con le stesse ci facciamo ottimi risotti. Devono bollire. Mai ammalati di pisciate, ospiti compresi.

  19. Regattin, lungi da me il proporre verità, tanto più se assolute.
    Lo lascio volentieri fare a chi ha la fortuna di essere illuminato.

  20. Scusa Balsamo, ma insistere nel voler svuotare l’oceano con un bicchiere, o pulire la polvere dai ripiani quando in casa hai 10 mucche, 20 capre e un po’ di galline che cagano dappertutto, e non accorgersi che l’acqua poi ritorna nell’oceano e la polvere nemmeno c’era, non mi sembra una linea molto intelligente da proporre come verità assoluta.

  21. Matteo, sono in buona parte d’accordo con te.
    Ma, allo stesso modo per cui “decisamente basso” non significa dire “possiamo cagare dovunque“, “decisamente basso” non significa dire che non esiste. Soprattutto quando è moltiplicato per il numero di praticanti (ovvero tenendo conto che non ci siamo solo noi stessi).
     
    A parte che a “cagare dovunque” mi sa che sono in diversi a farlo davvero, specie nei dintorni dei bivacchi. E magari per costoro non è affatto un problema.
     
    E qui veniamo al punto che volevo sottolineare: se non si ha consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, è difficile darsi un motivo per limitarle.
    Se anche “cago dovunque” in ambiente, che problema c’è: da qualche parte dovrò pur farla e, in fondo, è solo una piccola merda in un grande spazio. O no ?

  22. Balsamo, non ti ci mettere anche tu.
     
    Dire che l’impatto di un escursionista/alpinista/arrampicatore/sci-alpinista è, normalmente parlando, decisamente basso non significa dire possiamo cagare dovunque.
    Dire che limitare il numero di uscite di uno di questi (o tutti) è praticamente ininfluente sul degrado della montagna, non significa as-so-lu-ta-men-te dire liberi tutti, facciamo quel cazzo che ci pare, cosa vuoi che conti, ecc.
    Dire che se anche tutti gli escursionisti/alpinisti/arrampicatori/sci-alpinisti si limitassero, questo avrebbe influenza nulla su tutti i pistaioli/discotecari/fuoristradisti/ecc. (e sul modello di sviluppo estrattivo che li prevede e incentiva) è solo evidenziare una verità lapalissiana.

  23. Se non si prende atto del proprio impatto, piccolo quanto si vuole ma significativo se moltiplicato per il numero degli altri coinvolti oltre a noi stessi, non si va da nessuna parte.
     
    E’ un pò come dire che è inutile tenere comportamenti virtuosi, tanto c’è chi consuma spreca e inquina come se non ci fosse un domani.
    O che le politiche europee di riduzione delle emissioni sono inutili tanto la Cina brucia carbone a volontà, quanto vuoi che contino le nostre emissioni ?
     
    In estrema sintesi equivale ad affermare che il proprio comportamento non conta nulla, e lo trovo triste.

  24. “e allora significa semplicemente che non capisci un razzo!”
     
    Quando Matteo si inalbera, si inalbera.

  25. “io non fraintendo nulla, leggo con attenzione”
    e allora significa semplicemente che non capisci un razzo!

  26. io non fraintendo nulla, leggo con attenzione e mi pare che il messaggio della 2montagna sacra” lo rifiutate pervicacemente voi. Liberissimi, è legittimo. Ma non venite a sostenere che “volete bene” alla montagna: anche alla maggior parte dei cosiddetti appassionati di montagna interessa non la tutela della montagna (magari a costo di qualche sacrificio individuale), ma ciò che essi possono fare in montagna (ecco il risvolto egoistico o quanto meno egocentrico di quelle posizioni). Il resto poi cosa c’entra? Da tempo sono convinto che la Costituzione vada riscritta perché elaborata 80 anni fa e non più adatta alla realtà odierna, compreso il risvolto della tutela ferrea dell’ambiente, facendo prevalere questo principio – laddove necessario – anche alle libertà individuali.

  27. Siete la negazione di questi auspici.  Allora, lasciamo tutto così com’è: la società consumista è predatrice e fagocita altri spazi per nuovi impianti, nuove strade, nuovi rifugi, ecc, scaricando vagonate di altri umani là dove, già oggi, l’ambiente è in sofferenza…

    Crovella ma te di che tipo di società fai parte?  Che lavoro fai? 
    Sei sempre a dire che i tuoi collaboratori te li mangi se non corrono come te, che bisogna cambiare l’attuale Costituzione perchè vecchia, lenta e obsoleta non più al passo con i tempi, che bisogna correre.
    Da come ti descrivi sembri te il predatore numero UNO!
    Ma che racconti!!!

  28. Crovella, tu fraintendi pervicacemente quello che dicono gli altri per trovar conferma a quello che pensi tu, non so se per incapacità o per cattiva volontà.
     
    Comunque non capisci nulla.
     
     

  29. Crovella sei proprio duro di comprendonio, ma mi arrendo, non è possibile comunicare con te. Buona autolimitazione.

  30. Certo che, di fronte a così tanti commenti egoistici e cinici, c’è da chiedersi che senso abbia pubblicare articoli come questo, di cui chi (come il sottoscritto) percepisce la profonda positività fa ancora parte di una sparuta minoranza, anche all’interno di quelli che si spacciano, in teoria, come “gran appassionati di montagna”. Copio dall’articolo: “Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi.” Siete la negazione di questi auspici.  Allora, lasciamo tutto così com’è: la società consumista è predatrice e fagocita altri spazi per nuovi impianti, nuove strade, nuovi rifugi, ecc, scaricando vagonate di altri umani là dove, già oggi, l’ambiente è in sofferenza… Andando avanti così non potremo che assistere a due evoluzione: 1) rovineremo le montagne fin al punto che sarà fisicamente impossibile andarci (es temperature eccessive, eccessivi pericoli oggettivi-crolli, frane, inondazioni); 2) per enticipare questo, la società stessa che, se da un lato è predatrice dall’altro è sicuritaria, interverrà, in tutto o in parte, con divieti, imposizioni, controlli, numeri chiusi, ecc ecc ecc.  

  31. Essendo quasi 8 miliardi servono posto di lavoro.
    È anche quello che propone ogni politico in campagna elettorale.
    Ben vengano tutti i buoni propositi che sappiamo ormai alla nausea ma smantellare la Skyway è dar fiato alla bocca. Se essere al passo coi tempi, in alternativa all’essere bamboccioni anni “70 o anche prima, significa dire simili utopie, stiamo freschi. Se invece è istigazione al terrorismo sono pienamente d’accordo con Crovella. Si, infatti parla di minare tralicci alla Feltrinelli. Sarà mica lui il bamboccione?

  32. Regattin, tu ti intestardisci a non voler capire.
    Lo sai o non lo sai che la realtà è una matrice a piú entrate con infinite variabili? No che non lo sai, ecchecazzo!
    😀 😀 😀

  33. A me invece che siate voi dei grandi bambinoni e che viviate ancora nei decenni scorsi (almeno anni Settanta o forse anche prima) quando gli accessi antropici erano in assoluto “pochi” o cmq gestibili, per cui questi discorsi nessuno se li poneva. Dal 2000 in poi e soprattutto negli ultimi 15 anni assistiamo all’esplosione degli accessi antropici e, parallelamente, al loro netto peggioramento qualitativo (cioè all’interno di grandi numeri umani in montagna sono aumentati in modo esponenziale i “cannibali”: questo è il mix devastante). Se, noi che ci definiamo appassionanti di montagna, non abbiamo l’umiltà di fare dei sacrifici, anche nel piccolo mondo personale del numero di uscite annue, il quadro non potrà che peggiorare drasticamente. Io interpreto così il senso di darsi un limite, che poi è in concetto base dell’articolo (non calpestare i 5 mq della vetta del Monveso: è solo un principio simbolico). Invece la società consumistica da un lato è fagocitatrice, cioè tende a costruire sempre più nuove strade, nuovi impianti, nuovi rifugi ecc (e quindi “vuole” sempre più umani per esigenze di profitto economico), e dall’altra, quando una specifica situazione diventa ingestibile, cala inesorabile la mannaia dei divieti erga omnes. guardatevi introno, è così: non fosse altro che per presa di coscienza del quadro circostante, qualche cambiamento lo dobbiamo concretizzare, se davvero “vogliamo bene alla montagna”.

  34. Crovella, la tua ingenuità (falsa o genuina?) fa quasi tenerezza, non fosse che non sei un bambino.

  35. A me pare invece che alcuni di voi si intestardiscano a “non voler capire”. La realtà è una matrice a più entrate, con infinite variabili. Questa matrice a più entrate va presa per le corna, iniziando da qualche parte. L’obiettivo finale è far andare meno esseri umani in montagna, compresi noi stessi. Anche per dare l’esempio. Ovvio che un alpinista maturo e controllato produce un minimo danno all’ambiente, ma intanto lo produce anche lui. ovvio che non c’è confronto con il danno complessivo prodotto dai 500.000 saliti con la skyway. Questo è l’obiettivo strategico da estirpare. un esempio concreto, visto che alcuni non ci arrivano a capirlo? 1) Interruzione totale del traffico privato ad Aosta, da lì solo treno fino a Pre S.Didier e poi navette fino a La Palud. 2) Smantellamento totale della Skyway. 3) Riconversione del rifugio Torino a “vero” rifugio per alpinisti (NON hotel in quota). in tal modo sono convinto che gli attuali 250.000 accessi annui (500.000 in due anni) si ridurrebbero a circa 10.000 annui: la scomodità fa scappare la gente. Questo è l’obiettivo strategico prioritario. Ma per avere le credenziali per chiedere alla collettività che recepisca questi ragionamenti, prima dobbiamo dare il buon esempio in prima persona. altrimenti predichiamo bene, ma razzoliamo male e la collettività non ci segue…

  36. Govi, forse ti è sfuggito che io mi autolimito da tutta la vita. Sono certo che davvero in pochi resisterebbero nelle mie condizioni di privazione quotidiane, figuriamoci in montagna. L’iniziativa della montagna sacra la capisco perfettamente ed è per questo che mi dichiaro contrario.
    Autolomitatevi voi! 
    Di ambientalismo intellettuale e cittadino da salotto col bassotto, ne ho pieni i coglioni.

  37. io ne ho 64 e mezzo di anni e ancora devo fare un sacco di cose in montagna. Il limite me lo do nel modo in cui ci vado. Crovella vedi la pagliazza ma non il palo che hai nell’occhio. Cioè la sfruttamento economico indiscriminato dell’ambiente naturale.
    Se volessero veramente  limitare gli accesi al Monte Bianco, potrebbero benissimo smontare le funivie e i rifugi in quota. Stai tranquillo che tutto tornerebbe a numeri molto più bassi. Invece di funivie e di rifugi ne vogliono costruire di nuovi. Sempre più strutture, impianti, strade,  per facilitare ed aumentare gli accessi in quota, per un maggiore sfruttamento economico dell’ambiente montano. Quindi dove sta la limitazione? E’ solo fumo negli occhi.

  38. “Citate a sproposito limnk che sono contrari alla bontà del numero di accessi umani nella alpi. Quel link sula Skyway è la dimostrazione dell’uso distorto che si sta facendo della montagna. Come potete pensare che faccia bene alla montagna un peso Antropico del genere”  ecc.
     
    Ossignùr Crovella, ma non ci arrivi proprio o giochi a non voler capire?
     
    Nessuno qui, ma proprio nessuno, pensa che il modello Skyway sia buono e da diffondere.
    Regattin ha postato per cercare di farti capire cosa sguazzo vuoi che contino le tue/nostre rinunce volontarie di fronte a questa realtà?
     
    Hai  miei tempi si diceva ma sei scemo, strappi l’erba o mangi i sassi?

  39. Cominetti, per me ( ma immagino anche per chi ha proposto questa cosa ) fai pure serenamente quello che vuoi. Come ho gia’ detto, difficile che questo concetto faccia presa, e nessuno si immaginava che a Cominetti sarebbe piaciuto – figuriamoci.   
    Io peraltro qui sto solo cercando di interpretare la proposta, che convengo e’ tutt’altro che ovvia. Ma trovo interessante il pensare di definire un luogo, dove l’uomo sceglie di non andare. Per lo meno pensarci…

  40. I numeri della Alpi? Sono allucinanti! Citate a sproposito limnk che sono contrari alla bontà del numero di accessi umani nella alpi. Quel link sula Skyway è la dimostrazione dell’uso distorto che si sta facendo della montagna. Come potete pensare che faccia bene alla montagna un peso Antropico del genere (oltre 500.000 accessi in due anni e oltre 200 eventi!). Tra l’altro, poi, in gran parte cannibali che in ciabatte mettono piede sul terrazzo di punta Helbronner. Occorrerebbe minare i piloni con la dinamite e buttar giù la Skyway (e lo stesso in mote altre parti delle alpi, occidentali e orientali). I veri arrampicatori saliranno il giorno prima (in 3-4 h) a piedi al rifugio Torino e poi andranno a fare le vie sui Satelliti, cosa che oggi si fa in giornata grazie alla Skyway, la quale, OGNI GIORNO vomita fiumane di gente sul ghiacciaio. Senza Skyway ci sarebbero 10 cordate al massimo sui Satelliti, quando oggi (nelle belle giornate estive) ce ne sono centinaia.

  41. “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”: come costruire una casa partendo dal tetto. Chi è pirla e delinquente giù in città è pirla e delinquente ovunque.

  42. Bene, se ritenete che le mie siano solo cazzate, perché vi inalberate così tanto? Continuate a vivere come se non ci fosse un domani e sbattetevene dei vecchi rincitrulliti come me. Cmq, il discorso è inutile, tanto chi “capisce”, capisce senza che glielo debba spiegare mille volte e chi non vuole capire, non capirà mai. E, come ho già detto, a regolarizzare la situazione ci penserà la società con divieti e imposizioni a carico di tutti (senza distinzioni fra alpinisti consapevoli e cannibali consumisti). Guardatevi intorno, è già così: da Venezia alla Via dell’Amore (Cinque Terre), dalle Canarie alla via normale francese del Bianco, ormai è un proliferare di divieti, blocchi, numeri chiusi. Il problema dell’impatto antropico sull’ambiente si chiama “overtourism” e riguarda anche gli accessi antropici alle montagne. O alleggeriamo, per scelta, l’accesso antropico (iniziando dal nostro piccolo) o scatteranno sempre più divieti e impedimenti.

  43. Ho anni 63 e continuo a pensare che il meglio la montagna me lo deve ancora far provare. E vuoi che mi auto limiti? Devo allenarmi molto di più di quando ero giovane e mi diverto pure a farlo.
    Mi sono limitato per tutta la vita (grazie all’educazione ricevuta dalla mia famiglia) verso inutili consumi e continuo a farlo. Se ognuno nel suo piccolo lo facesse…
     
    E se una mattina mi svegliassi con la voglia di salire sul Monveso di Forzo, lo farei come su qualsiasi altra cima alpina.
     

  44. Ma la riflessione che propone la “Montagna Sacra” non e’ (tanto) legata all’impatto, presunto o reale, grande o minimo, del camminatore. Mi pare che l’idea sia auto-limitarsi e non considerare tutte le cime (o tutti i luoghi) come a nostra disposizione.  Che ci vada Balsamo consapevole dell’impatto, Regattin in punta di piedi, Enri partendo da Genova non cambia. Si vuole introdurre l’esercizio del NON andare. E’ un risultato astratto, che non cambia da domani forse neppure il Monveso in modo misurabile.  
    Progetto culturale, ricordarsi… Luca ci puo’ aiutare?

  45. Crovella, quando si tenta (nel caso specifico tu tenti) di dare soluzioni a problematiche di cui si conosce meno di zero e si insiste su un concetto che dopo infinite richieste non ha ancora avuto una risposta CONCRETA, diventa frustrante tentare un confronto con te. 
    Detto ciò, sono più che convinto che la tua attuale battaglia sull’autolimitazione sia più figlia dell’età che avanza (in fondo a 60 e passa anni pui anche calare le uscite) che una vera e propria convinzione. Ma da individuo che crede solo a se stesso ormai non puoi più fare un passo indietro, anche nonostante ci sia chi ti dimostra che stai scrivendo solo cazzate.

  46. Ho già scritto nei gg scorsi che l’ideale per le montagne sarebbe l’interruzione totale degli accesi umani per 20 o 30 anni, al fine di compensare i danni dei decenni passati. Occorre raggiungere un compromesso fra le diverse esigenze. Se pretendiamo che gli altri, a cominciare dai politici voraci, contengano le loro bramosie sulla montagna, dobbiamo saper dimostrare che iniziamo da noi stessi, autocontenendoci nei ns desideri.  Ho già scritto quale deve essere il cambio di paradigma e non fatemelo riscrivere. Sennò non si capisce quale sia il messaggio dell’articolo in questione e, più in generale, dell’iniziativa “montagna sacra”. Vi piace divorare la montagne finché non ne resta neppure un pezzettino? Posizione legittima, ma abbiate almeno il coraggio di definirvi “consumisti” e non (falsi) attenti all’ambiente, perché all’atto pratico l’ambiente non vi interessa. Essere davvero ambientalisti “costa”, in termini di scelte individuali. Scelte che oggi sono soprattutto delle “rinunce” (ecco il senso del limite, del contenimento dell’invasività umana). Segnalo che nel portale Sherpa, lo stesso del Gogna Blog, esiste anche una partizione esplicitamente dedicata all’iniziativa Montagna Sacra, con articoli come quello qui ripreso. Lungi da me disincentivarvi dal leggere il Gogna Blog, ma se la pensate all’opposto, cosa vi aspettate di trovarci su questi temi? La legittimazione del “tutto e subito”??? E’ ovvio che si esprimono auspici stile “montagna sacra”…

  47. Anche dando per buono il ragionamento, perché in una qualche misura lo è, prima di lanciarsi in affermazioni, previsioni e crociate basate sulla propria convinzione ideologica occorre come minimo stabilire una maniera per misurare in modo attendibile l’impatto delle varie attività (e del modo con cui si praticano), altrimenti sarà la solita grida manzoniana che limita per legge lo sci-alpinismo, l’escursionismo o l’arrampicata montagna (che è in sofferenza), ma ovviamente non toccherà le SPA, i rifugi gourmet, le installazioni mozzafiato (perché la ggente ci vivono, i montanari devono essere padroni a casa loro, il mercato chiede così)
    Sono d’accordo con la tua frase “problema ideologico è nell’impianto profondo” ma della nostra società, però
     
    Rimane comunque la mia domanda: che influenza potrà mai avere la volontaria rinuncia di un alpinista per i selfidioti, i pistaioli o gli auto-turisti da passo
     
    I tuoi giudizi
    “vi riempiate la bocca con concetti nobilissimi”
    “In realtà siete portatori di una visione diametralmente opposta, quella di una montagna che è solo il palcoscenico del vs egoistico desiderio di performance atletico-sportive oppure, peggio, concepite la montagna come una gallina da spennare”
     
    sono invece un chiaro segno della tua mentalità, diciamo così, piccola e miope.

  48. Quindi – se ho ben capito – il rimedio per i gravi danni provocati da chi scala e cammina è ridurre drasticamente il numero delle gite.
    E perché non azzerarlo? Per l’ambiente naturale sarebbe il massimo.
     
    Invece per gli immondi esseri umani che si fa? L’internamento nella propria casa? Il certificato verde di memoria draghiana (green pass in versione montanara)? La deportazione di massa nel deserto del Taklamakan? Il suicidio per sette miliardi e cinquecento milioni di esseri umani su una popolazione terrestre di otto miliardi?
     
    Non sarebbe piú semplice costruire meno impianti di risalita e meno rifugi? Insomma, piú fatica e meno comodità. L’orda sparirebbe da sé.
    È però vero che con gli impianti e gli alberghi di lusso si guadagnano tanti soldini. Val di Fassa docet.

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