Kajaqiao

“Guado tecnico” a una vetta inviolata nel Tibet orientale.

Kajaqiao
di Mick Fowler
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2006)

Chris Watts e io sbirciavamo fuori dalla finestra del nostro hotel nella città di Nagchu, in Tibet. La temperatura oscillava ostinatamente sotto lo zero e una spolverata di neve soffiava intorno al cortile. Era il 17 ottobre, mancavano ancora pochi mesi all’inverno. A 6447 metri, la vetta del Kajaqiao, la montagna che eravamo venuti a scalare, era di 2000 metri più alta di così. Come saranno le condizioni lassù, ci chiedevamo.

Il Kajaqiao si trova nella catena est di Nyainqentanglha, a circa due giorni di macchina a est di Lhasa. Questa è ufficialmente una parte chiusa del Tibet e sono necessari numerosi permessi per garantire l’accesso. I permessi tendono a non essere rilasciati fino all’ultimo minuto, con il risultato che le visite comportano un bel po’ di ansia prima del viaggio. Nel 2004, solo 17 ore prima della partenza del nostro volo da Londra avevamo potuto finalmente riconoscere di aver fallito nella lotta burocratica.

Chris Watts si ferma per riposare durante il terzo giorno sulla parete ovest del Kajaqiao: alle spalle delle vette mai scalate. Foto: Mick Fowler.

Ma abbiamo perseverato e ora, armati di nove permessi separati, incrociavamo le dita affinché nessun burocrate ci ostacolasse.

Una fotografia scattata dall’esploratore giapponese Tamotsu (Tom) Nakamura ha fornito a me e Chris l’irrefrenabile impulso di visitare questa parte del mondo. Non solo le montagne erano fantastiche, ma il Tibet era stato a lungo nella mia lista di posti da visitare. Adam Thomas e Phil Amos facevano parte del gruppo selezionato di occidentali che avevano viaggiato nel Tibet orientale e il loro entusiasmo per un’ulteriore visita era tale che abbiamo prontamente deciso di collaborare. E così, dopo un anno e mezzo di sfide burocratiche, noi quattro, insieme a Jimi, il nostro ufficiale di collegamento, e a Tenzing, della China Tibet Mountaineering Association (CTMA), eravamo in viaggio. Nel frattempo, Tom, in modo molto efficiente, aveva recuperato mappe dettagliate e fotografie di precedenti spedizioni giapponesi.

I 250 chilometri di strada sterrata da Nagchu al centro regionale di Lhari sono stati fantastici per i paesaggi selvaggi, gli yak e il rispetto per i veicoli a quattro ruote motrici. Avevamo motivo di credere che Lhari potesse essere il nodo burocratico cruciale, così abbiamo incrociavamo le dita mentre un poliziotto dall’aria severa scrutava attentamente le nostre scartoffie. Sembrava perplesso, ma con nostro sollievo sono uscito stringendo in mano una lettera in cui si chiedeva al capo di Tatse, l’ultimo villaggio, di organizzare il trasporto delle nostre attrezzature al nostro campo base.

Mick Fowler sul Kajaqiao.

A circa 35 chilometri da Lhari, il villaggio di Tatse si trova su prati sopra il bellissimo fiume Yigong Tsangpo. I giovani abitanti del villaggio erano cordiali e molto interessati a ciò che avevamo in programma di fare. Ci hanno detto che Kajaqiao si pronuncia Chachacho e che la montagna prende il nome dalla sua somiglianza con le mani riunite in preghiera. Una donna anziana esprimeva la preoccupazione che sarebbe nevicato per sempre se qualcuno fosse mai salito sulla vetta.

“Penso che 10 portatori siano sufficienti”, sentenziò Tenzing.

Osservavamo l’enorme quantità di attrezzatura che Tenzing e Jimi avevano portato. C’erano enormi bombole di gas, una tenda in stile tendone, diverse grandi bistecche di yak, casse di birra… e via di seguito. Dieci portatori sembravano ridicolmente insufficienti.

Tenzing riconobbe subito lo sguardo preoccupato sui nostri volti. “Metteremo il campo base qui”, ci rassicurò, indicando i prati vicino al fiume. Era tutto molto curioso. Con in mente la sicurezza, avevamo con precisione chiarito che Tenzing e Jimi sarebbero rimasti al campo base. Qualcosa era stato chiaramente perso nella traduzione, ma non c’era molto che potessimo fare adesso. La politica del CTMA, a quanto pareva, era quella di stabilire un campo base sul ciglio della strada, ove possibile.

I portatori sono arrivati ​​in moto, una “prima” nella mia esperienza. Sono fuggiti in sella ai loro motori con noi a piedi molto indietro. Dopo sei ore circa, siamo arrivati ​​al sito del campo base utilizzato dai giapponesi. L’unica prova della loro spedizione erano le rudimentali piattaforme delle tende, che con gratitudine occupammo.

Ci svegliammo con forse 25 centimetri di neve. Faceva molto più freddo di quanto ci aspettassimo, al punto che le uova che i portatori avevano portato con cura si erano congelate e ce le siamo tenute così per tutto il tempo della spedizione.

Menamcho 6264 m

Le nostre ricognizioni di acclimatamento rivelarono che la parte superiore della valle era dominata da due montagne, Kajaqiao 6447 m e Menamcho 6264 m. Entrambe ispiravano molto ma erano seriamente ricoperte di neve. La quantità di neve era una vera preoccupazione. Quando fummo pronti per tentare una salita, era caduto un bel metro di neve fresca. Non sarebbe stato un grave problema con l’appropriato gelo e disgelo, ma con la temperatura continuamente sotto lo zero la neve si è semplicemente accumulata come polvere profonda. Senza le ciaspole, muoversi è stato assolutamente estenuante.

Il maltempo e la neve profonda ci hanno rallentato al punto che ci sono voluti due giorni di forte ansimare per arrivare dal campo base ai piedi della nostra linea prescelta a circa 5300 metri sul Kajaqiao. Le nuvole ci avevano impedito di avere una buona visuale quando ci stavamo acclimatando, ma ora potevamo vedere che la parete ovest mostrava una serie di canali poco profondi e tendenti a sinistra che portavano alla filo della cresta nord-ovest.

Appollaiati sulla cresta di una cospicua costola di lastre arrotondate, riuscimmo a scavare una comoda piattaforma delle dimensioni di una tenda per il nostro primo bivacco. La giornata era stata estenuante, soprattutto a causa della grande quantità di neve soffice. Il “guado tecnico”, il modo migliore per descriverlo, non è il mio stile di arrampicata preferito. Ma almeno stavamo facendo progressi. Mentre il sole della sera c’inondava, ci rilassammo e godemmo il panorama. Lo skyline a ovest si stava aprendo con una miriade di picchi non scalati, simili a denti.

Sopra, era tutto più ripido, e meno male perché lì la neve alta che ci aveva afflitti fino a quel momento non si attaccava. Il problema, però, era che le sezioni che sembravano facili erano in realtà lastre di granito ricoperte da una spessa spolverata di neve. Abbiamo proceduto con cautela. Niente era particolarmente difficile, ma sembrava tutto orribilmente precario e insicuro. Ad un certo punto chiesi al compagno di fare attenzione su un terreno dove, con neve assestata, avremmo potuto salire agevolmente di conserva. A forza di perdere tempo nell’attenta ricerca di una via il più possibile sicura, magari lenti, ma siamo saliti in sicurezza, terminando con un bivacco sulla costola di sinistra della linea del canale principale.

La parete ovest del Kajaqiao, con circa 1100 metri di rilievo. Foto: Chris Watts.

“Questa è una merda di cengia”, annunciò Chris con enfasi.
Il commento di Chris era inquietantemente azzeccato. Non c’era altro da fare che aggiustarla e lavorarla. Fortunatamente, le nuvole che avevano turbinato per gran parte della giornata si erano alzate e si era sviluppata una serata gloriosa.

La documentazione: per entrare in questa remota regione del Tibet sono stati richiesti nove diversi permessi. Foto: Mick Fowler.

Alcune ore dopo mi sono svegliato di soprassalto. Ero avvolto comodamente nel tessuto della tenda, ma ora si gonfiava intorno a me come un’enorme vela e gli spindrift turbinavano nel mio saccopiuma. Muovendomi troppo frettolosamente nel riavvolgermi, il mio lato di piattaforma crollò e io trascorsi il resto della notte appollaiato sui resti con gran disagio. Chris si svegliò brevemente per imprecare contro gli spindrift che scorrevano sulla sua testa prima di calmarsi e russare ancora rumorosamente. All’alba gli avevo dato parecchi calci, ma senza alcuna risposta positiva.

L’esperienza e la determinazione sono probabilmente i fattori chiave che determinano alla lunga il successo o il fallimento. All’alba, cupa e ventosa, entrambi fummo messi alla prova al massimo ed eravamo abbastanza esitanti e stanchi mentre raspavamo e tentavamo di trovare la linea migliore. Questo tipo di arrampicata è così difficile da valutare e descrivere. Sopra abbiamo potuto vedere che la pendenza era leggermente aumentata, il che poteva rendere le cose molto più difficili. Ma le montagne non sarebbero tali se non fossero piene di sorprese: perché il terreno più ripido era più vicino alla cresta battuta dal vento e le condizioni effettivamente miglioravano. In grado di muoverci più velocemente, nel pomeriggio sulla cresta eravamo sottoposti a un vento laterale da “costruzione del carattere”. Sul lato sopravvento il vento era forte e il terreno tecnico, mentre sul lato sottovento la neve fresca e ripida presentavo altro genere di problemi. Ci siamo alternati a disagio,

“È l’ora di fare un buco nella neve”, gridò Chris al di sopra del rumore del vento ruggente.

I buchi di neve mi hanno sempre angosciato. Forse è perché non ho mai avuto modo di tirarne fuori uno bello e spazioso. O forse ho tendenze claustrofobiche latenti che affiorano solo quando sono circondato dalla neve. Chris, però, aveva un tale entusiasmo che mi ritrovai a scavare con riluttanza nel pendio. Inevitabilmente, la neve è finita all’interno dei miei vestiti e mi sono bagnato. Però, la calma atmosfera nel buco era incoraggiante. Dopo un’ora di lavoro Chris lo ritenne abbastanza grande, tirò fuori la roba per dormire e si sistemò. Diedi un occhio dentro. Lunghezza e larghezza sembravano a posto, ma l’altezza della nostra piccola stanza era solo di circa 40 centimetri. Esitavo, sapevo che sarebbe stato orribile. Appena dentro vidi che, appena mi rigiravo, pur essendo di spalla abbastanza stretta, tiravo giù dei bei pezzi di neve che mi cadevano in faccia e per il collo. Cominciavo a sentire davvero freddo.

“Non c’è modo. Scusa, Chris. Non ci riesco”.

Per me l’ultima ora era stata un completo spreco di energie. Adesso sentivo il bisogno immediato di organizzare qualcosa di sicuro, altrimenti le cose si sarebbero messe davvero male. Chris, che sembrava molto a suo agio con la buca di neve, era comprensivo. Nel buio abbiamo lottato contro il vento per montare la tenda. Dopo 15 minuti ci siamo seduti insieme nel tessuto che sbatteva al vento. Il terrazzino di neve che avevamo frettolosamente ricavato era ridicolmente irregolare e il bordo esterno sporgeva sul pendio.

“Scusa, Mick. Non posso dormire qui”.

E così è finita che lui ha continuato la notte nella sua buca di neve mentre io ero fuori in tenda. Fortunatamente il vento sembrava essere leggermente calato e le mie preoccupazioni iniziali di essere spazzato via senza il peso di Chris diminuirono.

Una sezione del terrazzino della tenda era un po’ incavato, una specie di piccolo cratere. Mi ci raggomitolai nel modo più confortevole possibile. Per qualche ora tutto andò bene. Poi, quando dovevo essere mezzo addormentato, ho avuto la terribile sensazione di essere eruttato fuori dal mio piccolo vulcano. Si è scatenato l’inferno, poi mi son trovato con la faccia premuta con forza su qualcosa di duro e freddo. Per fortuna avevo una piccola torcia al collo, la cui luce rivelava che la tenda adesso era capovolta e le cose fredde e dure contro la mia faccia erano i pali incrociati che normalmente sono in alto. Mi venne da scappare, ma alcune cose avevano la priorità. Saltare fuori solo per guardare l’intero spettacolo esplodere non sarebbe stato intelligente. Mentre indossavo gli scarponi mi sono imbattuto nelle calzature interne di Chris. Questo era preoccupante. Doveva aver indossato solo gli scafi esterni per tornare alla buca di neve. Ma dov’era adesso? Chiaramente la tenda era stata colpita da una slavina, ma cosa era successo alla buca di neve? Se questa fosse stata danneggiata, lui ora avrebbe sicuramente bisogno delle sue calzature interne. Dopo aver individuato la cerniera di ingresso, mi sono affacciato dal tessuto della tenda, maledicendo la situazione che ci aveva portato a dormire separati: con lo sguardo setacciavo il pendio alla ricerca di segni del buco. Lo stretto raggio della mia torcia non coglieva altro che neve spazzata dal vento. Mettendo al sicuro le cose come potevo, ho iniziato a cercare l’ingresso. Avevo fatto solo pochi passi quando un grido sorprendentemente forte e urgente mi fermò di colpo.

“Fowler! Fowler! Sono bloccato! Cazzo, fammi uscire di qui!”.

Una sezione della buca era crollata, lasciando Chris disorientato e parzialmente soffocato. Era facile afferrare la sua mano tesa e tirarlo in salvo, ma mi si rivoltò lo stomaco solo a guardare il tetto basso parzialmente crollato. Nella confusione Chris non era riuscito a trovare la sua lampada frontale. Potevo solo immaginare quanto doveva essere stato terrificante trovarsi al buio in quelle condizioni, consapevole che erano possibili ulteriori crolli.

Mick Fowler

Insieme abbiamo recuperato gli oggetti dai resti della grotta, abbiamo scavato la tenda, l’abbiamo rimessa al modo giusto e ci siamo infilati dentro. Era bello essere di nuovo insieme. Sorprendentemente, nulla sembrava essere perso o danneggiato. Ormai c’era luce e mi rendevo conto che le ore erano volate via velocemente. Il vento sembrava più forte che mai, eravamo in una nuvola, ed era una di quelle situazioni in cui una decisione sbagliata poteva essere presa  troppo facilmente. Abbiamo deciso di contemplare il nostro destino davanti a una bevanda calda e mezza barretta di cioccolato. Alla fine ci siamo resi conto che non c’era niente che non andasse, a parte i nervi logori e il tempo. E allora si va avanti!

Il lato nord (sottovento) della cresta era ricoperto da polvere appoggiata e senza fondo, spaventosamente ripida tanto da sfidare la gravità. Ciò significava che eravamo costretti a stare sulla cresta rocciosa, tecnicamente impegnativa e scandalosamente ventosa. Tuttavia, gli schiarimenti nella copertura nuvolosa  mostravano che stavamo facendo progressi. A metà pomeriggio il Menamcho era sotto di noi e sapevamo di essere molto vicini alla vetta. A circa 6300 metri vidi che avevo esaurito la pellicola della macchina fotografica. Il vento e la neve sferzata erano tali che cambiare il rullino era fuori questione. Fortunatamente, per la prima volta in assoluto, avevo messo nello zaino una fotocamera di riserva leggera ed economica.

È stato con un certo sollievo che ho completato la sezione finale di arrampicata tecnica tra le raffiche di vento e mi sono ancorato a una piccola ma sicura sosta. Sopra di me, la neve a strapiombo proteggeva il pendio di neve e ghiaccio sommitale. Eravamo quasi arrivati.

Il nostro altimetro segnava 6.500 metri mentre la pendenza iniziava a mollare. Il punto più alto era ancora a circa sei metri sopra di noi, ma dall’altra parte erano visibili enormi cornici e avevamo quella spiacevole sensazione di essere vicini al punto di rottura. Erano le sei di sera passate. Il cielo si era alla fine un po’ schiarito e un po’ ci speravo di poter finalmente vedere qualcosa di lontano.

In effetti, i panorami erano nascosti dalle cornici e dalle nuvole. E il vento ululava ancora incessantemente. Le mie speranze di abbandonarmi alla frenesia fotografica sono state deluse mentre lottavo per tenere ferma la fotocamera mentre scattavo scatti che istintivamente sapevo erano destinati a essere sfocati e insignificanti. Dopo non molto tempo siamo tornati al nostro ultimo chiodo da ghiaccio e ci siamo calati nell’oscurità che si addensava.

Un altro “emozionante” bivacco è stato seguito da tre giorni di discesa in corda doppia, schivando valanghe, e poi da un bestiale “guado” nella neve per raggiungere Adam e Phil al campo base. Erano arrivati a circa 5800 metri sul Menamcho, ma erano stati fermati dal tempo pessimo e dalle basse temperature. Ma erano sorridenti. Le montagne, quando sono formidabili, hanno questo effetto sulle persone.

Sesta notte: “Un bivacco “emozionante” seguito da tre giorni di discesa in corda doppia, schivando valanghe, e poi da un bestiale “guado” nella neve. Foto: Mick Fowler.

Anche Chris e io ci sentivamo benissimo. Il grasso in eccesso era stato esaurito e il Kajaqiao, il nostro obiettivo da due anni, era stato scalato. E con la punta del cornicione intatta dormimmo felicemente, sapendo che la vecchia signora di Tatse sarebbe stata felice di sapere che non avrebbe nevicato per sempre.

Sommario
Area: Nyainqentanglha East Range, Tibet orientale.
Ascensione: Prima salita del Kajaqiao (o Chachacho) 6447 m, per la parete ovest e la cresta nord-ovest (1110 m, TD), Mick Fowler e Chris Watts, ottobre 2005.

Note sull’Autore
Il grande impulso che Mick Fowler ha sempre avuto per le prime ascensioni lo ha portato dalle fatiscenti scogliere del Devon fino alle vette non scalate di 6000 e 7000 metri in Asia. Vive nel South Derbyshire, in Inghilterra.

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Kajaqiao ultima modifica: 2020-09-25T05:45:29+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Kajaqiao”

  1. 6
    Piero Sobrà says:

    Questo Paolo Martini parla a vanvera. Prima di definirsi ‘Giornalista’ con la maiuscola dovrebbe imparare a scrivere. Lo sa che, sia in italiano sia in francese, l’aggettivo e l’articolo si accordano al sostantivo? Scrive: per due volte ‘il Gran Jou(!)rasses’ e poi ‘dalle GranD Jourasses’; cambia il genere, e non solo, dello stesso nome proprio nel corso dell’articolo! Uno così può scrivere delle cose serie? 

  2. 5
    Francesco Siorpaes says:

    Salve Alessandro Gogna, come richiesto da Crovella ti posto il link dell’articolo apparso sul “Fatto” ad opera del famigerato Paolo Martini.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/24/cambiamenti-climatici-un-applauso-alla-svolta-green-del-campione-di-corse-in-montagna/5940454/
    La frase in cui fa riferimento a Gogna l’ho già incollata sotto. Arrivederci. 

  3. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Paolo Martini: “Imputato Gogna, si dichiari colpevole!”.

  4. 3
    Carlo Crovella says:

    Gentilmente puoi copiare qui il link dell’articolo e magari segnalarlo a Gogna? Grazie mille! Ciao!

  5. 2
    fancesco siorpaes says:

    Salve ragazzi, scusate se sono fuori tema. Volevo solo segnalare che l’ineffabile Paolo Martini (che avete già distrutto per un precedente articolo sul “Fatto”) forse per vendicarsi torna sul tema con queste parole: “Ma si sa che l’ambiente della montagna e degli sport di competizione si fonda su un tale egocentrismo che non ammette critiche e mal tollera le regole. Persino protagonisti con un curriculum di prim’ordine anche nell’ambientalismo alpino, come Alessandro Gogna, reagiscono con fastidio e insofferenza all’eventuale chiamata a correi degli alpinisti nell’inquinamento mondiale”. Direi che merita una adeguata risposta. Io ho già scritto un commento al vetriolo in coda all’articolo.

  6. 1

    It is no place for brass monkeys

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