La gabbia tecnologica
di Giuseppe Popi Miotti
Ricordo d’aver letto, su La Stampa, un articolo che magnificava la messa a punto di una sorta di “scatola nera” per le attrezzature alpinistiche, tramite la quale si avrebbe un costante monitoraggio dell’usura e quindi del grado di affidabilità dei materiali. Credo sia stata questa notizia a stimolare le considerazioni che leggerete di seguito circa il nostro rapporto con la tecnologia applicata alle attività sportive outdoor, alpinismo ed escursionismo in primo luogo.
GPS

Indiscutibilmente viviamo in una società in cui, pur di stimolare i consumi, tutto è lecito, compreso un certo sottile terrorismo che, se si guarda con attenzione, è percepibile ovunque e a volte raggiunge livelli notevole comicità. Basta accendere la TV per scoprire che non avere i denti bianchi è un problema: occorrerebbero una decina di spazzolini e altrettanti dentifrici. Lo stesso vale per il bucato o le piastrelle di casa che vanno “igienizzati” con inutili prodotti sterminanti e sterilizzanti, pena chissà quali malattie: ma noi stessi siamo cosparsi di miliardi di acari che lasciamo a destra e a sinistra, e che dire dei batteri? L’unica sarebbe una bella bomba atomica.
Sempre di più ci troviamo imprigionati nella gabbia dorata di una finta sicurezza che ci viene paternamente “consigliata” dall’alto, dallo Stato, dalle multinazionali, dalla pubblicità; e sempre più facilmente, per spirito di disciplina o pigrizia mentale, ci facciamo prendere da questa logica, dimenticando che uno degli ingredienti principali della vita è dato proprio dall’incertezza.
Il campo delle attività all’aria aperta non sfugge a queste dinamiche, anzi, proprio perché ha per teatro luoghi al di fuori della rassicurante cerchia della casa o della città, ancor più si presta al gioco. Così, oggi, chi si cimenta con l’ambiente naturale ha a disposizione una notevole scelta di apparati che, per come se ne parla, e per come sono presentati, sono in grado di azzerare o quasi tutti i rischi. Il GPS, l’ARTVA, il telefono cellulare, l’APP del Soccorso alpino che permette di rilevare la tua posizione, e adesso magari la Scatola nera…
Non voglio demonizzare a tutti i costi queste meraviglie tecnologiche di cui riconosco a volte l’utilità, ma avendo avuto la fortuna di fare alpinismo quando ancora non c’era neppure l’elicottero per il soccorso e le previsioni del tempo erano un optional, mi rendo conto che se da un lato abbiamo guadagnato qualcosa in termini di sicurezza, dall’altro abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura e il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili fino in fondo di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. Senza contare che la cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.
Purtroppo, la facile disponibilità dei mezzi tecnologici fa credere a molti che basta averli con sé per potere affrontare imprese anche di un certo impegno, magari superiori alle loro reali capacità. Si tralasciano, quindi, l’allenamento e la consultazione delle carte geografiche (che magari non si sanno neppure orientare), si perde l’abilità di agire in maniera flessibile ed elastica adattandosi all’imprevisto. L’idea diffusa, almeno fra i meno esperti, è che il GPS non può sbagliare, che l’ARTVA ti protegge sempre dal morire sotto una slavina, che col telefonino si è sempre in grado di chiedere aiuto. Ecco il lato oscuro di questi aggeggi: instillano un falso senso di sicurezza che spinge ad andare spesso oltre i propri limiti con conseguenze potenzialmente pericolose. Basta che la batteria si scarichi, che per qualsiasi motivo un urto danneggi l’apparecchio ed ecco che improvvisamente ci si trova soli con la Natura “ostile”, e privati di quei semplici strumenti che sono la saggezza ed il buon senso derivati dall’esperienza.
Gamma di ARTVA

La domanda non facile da farsi è: questi strumenti, come del resto i bivacchi sulle vette delle montagne, hanno migliorato il bilancio degli incidenti in montagna o l’hanno peggiorato? Avere la certezza che sulla vetta troverò un bivacco, credere che con una telefonata mi verranno a prendere o che con l’ARTVA in pochi minuti mi troveranno sotto la slavina, sono considerazioni che subdolamente portano ad osare di più, aumentando inevitabilmente l’esposizione diretta al fattore di rischio: alcuni tragici episodi accaduti negli ultimi anni sembrano avvalorare questa mia ipotesi.
Ad esempio, ho il forte sospetto che il gran numero di incidenti scialpinistici sia dovuto più alla leggerezza con cui, grazie alla predetta finta sicurezza, si affronta la montagna invernale piuttosto che all’aumento degli appassionati. Un tempo lo scialpinismo aveva la “sua” stagione che andava da marzo a maggio, periodo in cui i pendii sono percentualmente più stabili e assestati; oggi questa stagione si è estesa a tutto l’inverno e ormai, dopo un’abbondante nevicata, neppure si prende in considerazione l’antica sapienza di lasciare che per qualche giorno i pendii si consolidino almeno un poco.
Tutto ciò non aumenta la nostra sintonia con gli elementi naturali, ma ci allontana da essi, rendendoci passanti distratti, anziché elementi stessi del contesto in cui ci troviamo; soggetti che non dovrebbero mai perdere quel senso di rispetto e timore che, contrariamente a quanto vorrebbe insegnare una certa informazione, sono una parte non secondaria del piacere di affrontare una gita o un’ascensione.
Lungi dal propugnare teorie radicali e oscurantiste, quanto scritto in questo breve spazio, vorrebbe suggerire un modo diverso di rapportarsi con l’ambiente. Un modo certamente più lento, fatto di silenzio, di partecipazione vera, dove sensibilità, esperienza, intuizione, timore, diventano i nostri strumenti principali e quelli fornitici dalla modernità, tutt’al più degli optional.
Se poi vi sentite disposti a sperimentare fino in fondo questo modo “diverso” e antico di percorrere valli e montagne o altri spazi d’avventura, vi invito a fare una prova. Affrontate una gita che già ben conoscete, magari anche facile e breve, lasciando a casa la “tecnologia”; se d’inverno provate a fare lo stesso, seguendo con ancora maggiore attenzione i ritmi della stagione, gli eventi metereologici, la morfologia del terreno e siate disposti, già a casa, a rinunciare a un’uscita. Una volta in azione vi accorgerete immediatamente che il vostro atteggiamento sarà completamente diverso e un volta tornati, anche l’escursione più banale vi avrà lasciato impressioni fortissime; ricordatevi che raggiungere una cima o la fine di un percorso sono sicuramente elementi di soddisfazione, ma non sono essenziali, perché «il viaggio è la meta».
Invece di affidarci comodamente a falsi idoli, forse dovremmo puntare ad assumere maggiormente la responsabilità delle nostre azioni nella consapevolezza che ogni attività comprende un rischio che non si può azzerare. Conoscere il “dilettevole orrore del camminare sull’orlo dell’abisso”, aiuta invece a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno. Ma quel che più inquieta è che, dolcemente, e senza accorgercene, stiamo perdendo la capacità di essere liberi.
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Caro Alberto, è inutile continuare a discutere perchè non se ne viene fuori. C’è un problema di fondo che non è risolvibile: per te l’artva non è indispensabile, per me sì. Amen.
Mi permetto di consigliarti di leggere bene e per intero i miei interventi e di non estrapolare solo ciò che ti fa comodo.
Devo dire che mi trovo assolutamente a mio agio in queste tue considerazioni: “saper stare in un certo ambiente. E’ avere istinto animale e cultura umana. Saper leggere quello che la natura ti pone d’avanti. Saper intuire a anticipare i pericoli. Avere tanta passione e capacità di controllo e preparazione per superare le difficoltà e le paure ma anche senso della rinuncia.”
Tutto ciò, però, con l’artva ben allacciato.
In questa discussione mi hanno dato più fastidio certi commenti di quanto scritto dal buon Popi (al quale contesto l’aver inserito l’artva nell’elenco di una serie di poco utili gingilli tecnologici e non il succo del discorso). A volte un po’ di umiltà non guasta (sempre riferito ai commenti e non all’autore dell’articolo).
Detto questo, visto che da queste parti si parla di libertà, ognuno agirà come ritiene più opportuno (sempre nel rispetto… ecc ecc).
Concludo permettendomi di ringraziare quanti lavorano nel campo tecnologico per migliorare tutti quegli apparecchi che possono salvare la vita delle persone e non gli specchietti per le allodole che possono, invece, mettere in pericolo chi si fida ciecamente.
Invito infine tutti coloro che leggono, soprattutto i giovani, a fare molta attenzione nel distinguere gli uni dagli altri. Perché far di tutta l’erba un fascio può portare a esiti drammatici.
Buon pomeriggio!
E poi Cristina ci vuole anche una certa dose di FORTUNA. Perchè se ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato, non c’è artva che tenga.
cara Ciistina come scrive Giorgio penso proprio tu abbia frainteso alla grande quello che scrive Miotti.
Ci vuole “cultura alpinistica” e non “cultura tecnologica”…… “In montagna, sopratutto d’inverno, bisogna essere ben attrezzati…….” quanto ad andare in montagna d’inverno, vista la mia modesta…….esperienza, penso proprio che non mi suggerisci nulla di nuovo.
L’Artva è utile a volte può anche fare la differenza. Ma non è indispensabile. Quello che è veramente indispensabile è saper stare in uncerto ambiente. E’ avere istinto animale e cultura umana. Saper leggere quello che la natura ti pone d’avanti. Saper intuire a anticipare i pericoli. Avere tanta passione e capacità di controllo e preparazione per superare le difficoltà e le paure ma anche senso della rinuncia.
Poi ben venga anche l’artva.
Quella persona la conoscevo anch’io. Purtroppo è morto a causa delle lesioni. Infinita tristezza…
È quello che si è salvato ci ha messo dei mesi per riprendersi. Che mazzata!
Sono andata a vedere il posto dove è accaduto. Ho perso anche le poche certezze che avevo. Eppure non posso proprio fare a meno di andare in montagna con gli sci…
Bella la foto! 😀
Difficile tenere in bocca quel coso sciando (lo dico per esperienza personale). Certo che se Michele, travolto l’anno scorso sulla stradina (sig!) del Col de Varda , l’avesse avuto forse sarebbe ancora vivo (è morto soffocato sotto 30 cm di neve).
Apprezzo molto tutti i tuoi interventi, Giorgio! Grazie!
Buonanotte!
A proposito del percorso sui Cadini di Misurina, capisco perfettamente cosa intendi, Cristina. Mi fai anche ricordare una persona a me cara, morta qualche anno fà sotto una valanghetta “assurda” a Casera Razzo, in una gita escursionistica “sopra casa”. Attraversò sotto un piccolo canale di qualche metro di lunghezza. La valanga gli tolse subito la vita malgrado i compagni lo avessero dissepolto immediatamente, in un raggio di qualche metro, l’artva non è servito… 🙁 Ma non è una provocazione per dire che l’aggeggio non serve ed il mio è solo un ricordo, che riporta alla complessità e all’assurdità del destino. Fai benissimo ad insistere sull’utilizzo del segnalatore, con l’attività sciistica è come dicevamo, la cintura di sicurezza. Non te la prendere troppo con l’immagine riportata nell’articolo, è solo indicativa! penso che L’editore volesse semplicemente indicare un artva senza citare una marca particolare, ha messo quella. Lo sò! Tu avresti preferito questa di immagine: http://mtnweekly.com/wp-content/uploads/2013/10/Avalung.jpg con sottotitolo “la gabbia dei fantozzi tecnologici”! lo proponiamo ad Alessandro! Scherzooo! Buonanotte!
Condivido quanto hai scritto, Giorgio e ti ringrazio.
Tuttavia è difficile recuperare un certo rapporto con la montagna, d’inverno, in un ambiente in cui non sia necessario l’artva. Al di fuori delle stradine battute in fondovalle (dove non credo che si possa recuperare granchè) è meglio stare in campana.
Sui Cadini di Misurina c’è un itinerario che viene definito sicuro. La domenica è frequentatissimo. Qualcuno lo fa anche con la slitta… Eppure, qualche hanno fa ci è morto il papà di una bambina che frequenta la scuola dove insegno (e so bene come sono andate le cose).
D’inverno, tecnologicamente parlando, si puo’ lasciare a casa tutto, anche il cellulare! Ma l’artva ci vuole e bisogna saperlo usare.
Anch’io condivido quanto scritto nell’articolo. Contesto il fatto che nell’elenco delle amenità tecnologiche sia stato inserito anche l’artva e rilevo che un’immagine con una serie di questi apparecchi con scritto sotto “La gabbia tecnologica” non è una idea molto brillante… Tutto qui.
Non vorrei che fosse stato confuso con altri sistemi, tipo Airbag o Avalung. Quelli sì, possono dare una falsa sicurezza. Ma l’artva no. Non basta spingere un bottone o tirare una leva per utilizzarlo. Ed è proprio la difficoltà di utilizzo, unita al pensiero che, in caso di necessità, sarà necessario gestire anche l’inevitabile panico, l’arma più convincente per far comprendere che sotto le valanghe si deve fare di tutto per non finirci!
Anche questa è cultura della montagna!
Probabilmente abbiamo approcci diversi. Io, da novembre a fine giugno, faccio solo scialpinismo (chiaramente se c’è neve). Nel 2014, complice anche un’estate non proprio secca, ho fatto più uscite con gli sci ai piedi che senza (quasi 80). Amo follemente sciare e amo infinitamente la neve fresca. Senza artva mi sento nuda. Forse sono io che sono fissata.
Buonanotte!
Cristina, penso tu abbia frainteso l’articolo di Giuseppe Miotti,
che fa un discorso pacato ed addirittura cauto (per come la vedo io).
Non dice di andare a fare le pareti nord dell’Antealo scalza,
non dice di non usare l’artva e
non parla di ritorno al passato.
Semplicemente propone pacatamente l’esercizio di fare una gita semplice, senza gingilli,
e dalle sue parole io intendo una roba dove non sia necessario artva, perchè mi sembra di capire che la sua proposta sia, in astratto, quella di provare a fare un cambio di atteggiamento di prospettiva generale sull’andare “in ambiente”.
In particolare dello scritto di Giuseppe mi piace questo passaggio:
“abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura e il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili fino in fondo di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. Senza contare che la cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.”
Emozionalmente, ancor pià che razionalmente mi trovo molto d’accordo su sta faccenda qui sopra riportata.
Aneddoto stupido: un mio (ex) amico è quel tipo di alpinista della domenica che vuole “sempre” andare a fare un “4000giornata” partendo da Genova di notte per essere dai figli a cena…?! Parte munito di smartphone con connessione 3G, GPS, altimetro digitale, cartine, e 10 relazioni che dimostrano che la traversata dei Breithorn la si fa in sole X ore, echheperò bisogna essere alla funivia alle 16, quindi pedalare a tutta birra! Ma questo approccio, che vedo diffusissimo tra le persone che conosco, anche le volte che ha “funzionato” per me non è “andare in montagna”, non è alpinismo, ma è fare una isterica corsa ad ostacoli cronometrata (e per me soffrire mal di montagna!).
Tutte le volte che sono con lui a fare na roba, torno a casa con un senso di frustrazione, raddoppiata dal fatto che lui invece ha goduto di aver concluso quel progetto. Sta roba qui, al di là della coglioneria, non mi da felicità perchè non lascia tempo per l’ “ignoto”…!
Poi alla “gente” ovvero anzitutto ai giovani, certo che gli dobbiamo insegnare a mettersi le cinture di sicurezza in automobile (per continuare la metafora), ma ancor prima a guidare a regola, a non andare di corsa, nè con l’acceleratore, nè in ambiente con i ramponi e scarpette, con cronometrismi pseudo-logici a batterie o a motore.
Ancor prima gli dobbiamo insegnare l’ABC del guardare attorno cielo e terra,
A leggere le regole “inanimate” di roccia e ghiaccio, come fanno le bestie addirittura.
Poi ad usare le regole umane (e le tecnologie, ma non quelle che la pubblicità definisce tali),
E solo dopo c’è una possibile libertà individuale, che è un passaggio intellettuale e fisico di consapevolezza un passo sopra.
Sta stramaledetta faccenduola della libertà è una incudine su cui l’Alessandro Gogna batte il chiodo da tempo, facendoci starparlare (parlo per me) ma sono sicuro che qui siamo tutti daccordo che la libertà (in montagna) ha come prerequisito una cultura (che forse sentiamo tutti assentarsi), e la cultura viene ancora prima della tecnologia (che è solo “mezzo attuativo”). O no ?
Nessuno è perfetto, caro Alberto e nessuno è immune dal dire fesserie.
Se pensi che io prenda per buono tutto quello che mi viene propinato ti sbagli di grosso!
In montagna, soprattutto in inverno, bisogna essere ben attrezzati (fa parte della preparazione e anche del rispetto per l’ambiente, per se stessi e per gli altri) e un apparecchio come l’artva è indispensabile per muoversi fuori dagli itinerari battuti.
Non è un oggetto “in”, non è un oggetto che “fa figo”, non è un oggetto non indispensabile come, per esempio, il GPS.
Bisogna saperlo usare e non è facile imparare.
Se c’è neve, deve far parte della dotazione personale, anche in primavera, come gli scarponi o la giacca a vento.
Chi vuole andare senza, faccia pure. Per quel che mi riguarda può anche andare scalzo e in canottiera. Ma certe scelte sarebbe meglio tenerle per sè, visto che c’è anche tanta gente giovane che legge qui.
Dopo aver ribadito (forse per la quarta volta) questo discorso, mi faccio da parte: sono certa che chi vuole comprenderà ciò che intendo dire.
Buona serata!
Vista l’esperienza alpinistica di Miotti e visto che è anche una guida alpina, non credo proprio che sia uno che dice “FESSERIE”.
E’ uno che ragiona con la sua testa e non prende per buono tutto quello che oggi viene propinato.
Ecco! Quello che intendevo dire io l’ha appena scritto Giorgio! Le cinture non salvano la vita. Non per questo bisogna dire alla gente di non usarle per essere piú prudenti!
In montagna ci sono nata e ci vado fin da piccola. Non usavo certe tecnologie ma ora che ci sono le ho messe al MIO SERVIZIO. E non ne ho mai abusato. Dire alla gente, come è scritto nell’articolo, di provare ad andare in montagna come ci si andava nel passato, secondo me, è SBAGLIATO!
Certe fesserie sono proprio inaccettabili, soprattutto pensando a tutto quello che si sta facendo (a livello scolastico, almeno nella mia zona) per far capire ai ragazzi i pericoli della montagna e l’importanza dell’uso dell’artva!
Chi vuol fare il super uomo che non deve chiedere mai faccia pure, sono affari suoi. Ma sarebbe meglio evitare di dare certi consigli in un blog letto da migliaia di persone!
Saluti!
p.s. come scritto fin da subito, non sono contro l’artva. semmai.
per usare una metafora automobilistica, è come indossare le cinture di sicurezza alla guida di una auto, ma l’utilizzo delle cinture purtroppo non impedisce nè i pericoli “oggettivi”, nè i pericoli “soggettivi”…
ed i numeri delle persone che ogni anno sono investite sulle striscie pedonali in Italia è da brivido…
Cristina io vado im montagna da 30 anni. Un volta d’inverno andavo in montagna con i pantaloni di velluto e la calzamaglia sotto, camicia Carlo Mauri e maglionaccio di lana. Oggi certamente non mi vesto più così . Quindi non propongo di tornare indietro. Non dico di tornare alla corda di mannilla, ai ramponi a 10 punte oppure ai cunei di legno invece dei frends.
Dico che bisogna avere la mente elastica e non essere dipendenti in assoluto di questa tecnologia. Su un pendio ci posso salire/scendere/traversare anche senza i ramponi. Basta avere la piccozza. Ma bisogna saperlo fare.
Quindi la tecnologia ti aiuta ma quello che conta sei te. Quello che fa la differenza sei te. Quello che fa le scelte sei te e non le fai se hai l’artva o il cellulare.
@ Alberto Benassi
Il problema della dipendenza non si risolve proponendo alla gente di andare in giro, soprattutto d’inverno, come si girava 50 anni fa, ma con l’educazione che, come dice Giorgio Robino, deve cominciare il piú presto possibile.
Buona giornata!
Rifiutare in assoluto la tecnologia è assurdo. Nessuno mette in dubbio l’utlità del cellulare e dell’artva. Il problema però è la dipendenza.
Se durante una gita ti ri rompe un rampone, che fai, visto che hai il cellulare, chiami il soccorso alpino? Oppure , vista la tua preparazione e visto che hai la piccozza puoi sempre progredire gradinando. Chi sa oggi salire o scendere un pendio gradinando?
Ok sul discorso che l’artva nel Canalone Oppel non è indispensabile (anzi…). Ok, come ha già detto qualcuno, di non renderlo obbligatorio.
Ma non confondiamo un dispositivo di autosoccorso (è in questo ambito che funziona meglio e si ha il maggior numero di sopravvissuti), con app per smartphone e cazzate varie! È proprio chi sa usare bene questo tipo di dispositivo che dimostra consapevolezza di ciò che fa in montagna! E rispetto, per sé e per gli altri! In questo articolo, in cui si parla di gabbie tecnologiche, ci sono tre immagini: una di queste raffigura apparecchi artva: a mio parere non è stata una buona scelta. La montagna è bella tutto l’anno e fare scialpinismo fin da novembre è bellissimo! I morti sotto le valanghe ci sono sempre stati, anche da marzo in poi. Pochi giorni fa, ai piedi dell’Averau, è morto un ragazzo olandese di 24 anni. Non aveva l’artva e l’hanno trovato dopo un’ora: era ancora vivo ma poi non c’è l’ha fatta. Se avesse avuto quel maledetto trasmettitore, sono sicura che se la sarebbe cavata! Avrebbe avuto (come è capitato a tanti di noi) una seconda possibilità e sicuramente avrebbe fatto tesoro dell’esperienza fatta.
Ripeto: non confondiamo ciò che è superfluo con ciò che non lo è!
Buonanotte!
Estremizziamo il discorso: togliamo l’elicottero dal soccorso alpino.
@Michele
se tutte le guide alpine ragionassero come te, il pianeta Terra sarebbe probabilmente un mondo migliore 🙂
@Cristina
grazie. certo è appunto la tecnologia “superflua” qualla cui mi riferivo… alla roba che ci viene propagandata come utile ed invece serve a ciuciar soldi. Al solito, ma ce lo siamo già detto altre volte, manca una cultura fatta ai ragazzi a scuola 🙂
@Luca
Nessuna nostalgia, io sono addirittura “primitivista” 😉 e voglio esagerare dicendoti che l’ “oggetto inanimato” (ovvero la pietra o la terra che dir si voglia) può “possedere e professare” una norma di comportamento.
Questa è la questione centrale ultima di tutta l’ETICA (non solo della montagna).
Concetto estremo anche per me. Ma tant’è! 🙂
Mi fa piacere che il mio citare i ramponi abbia provocato la solita tassonimia del questo si, questo no. L’ho fatto apposta,nè 😉
l’ARTVA l’ho usato solo quelle poche volte che mi è stato “imposto”, per esempio una volta da una guida alpina sul Canalone Oppel. Dentro di me ho pensato: ma qui se voliamo … l’ARTVA serve a poco, ma comuqnue l’ho indossato volentieri, ma più per rispetto di una regola della guida, che per una mia convinzione di necessità e “sicurezza”… ma ci stava … giorgio muto!
Più la percezione e comprensione di un sistema complesso come la montagna è parziale, più il rifugio nella protesi tecnologica diventa irresistibile e irrinunciabile. Sollevare il dubbio di un utilizzo sbilanciato rispetto allo sviluppo di consapevolezze non significa negarne l’utilità, al contrario ne esalta prestazioni e corretto impiego.
Ho sempre creduto (e non cambierò mai idea) che la tecnologia debba essere al servizio delle persone e non il contrario. E che la tecnologia al servizio delle persone sia cosa buona, ovunque.
A parte il telefonino e l’artva, non utilizzo nessuno degli strumenti elencati sopra (non ho il GPS neanche in auto).
Sicuramente in giro c’è gente convinta che l’artva ti metta al sicuro da ogni pericolo, che con il GPS non ti perderai mai, che se hai l’app del soccorso ti ritrovano subito anche se sei dentro un crepaccio profondo 40 m… Salvo poi scoprire, in caso di incidente, che la faccenda non è così semplice come la pubblicità voleva far credere. Niente di nuovo, dunque: da sempre chi deve vendere un prodotto fa di tutto (e, sopratutto, di più) per convincere la clientela. E, a quanto pare, la montagna non fa eccezione. La differenza la fanno le persone con la loro intelligenza: c’è chi crede ciecamente a tutto e chi no. Io sono portata a pensare che la maggioranza delle persone che frequentano la montagna con passione non si beva tutto quello che gli viene proposto.
Tuttavia, pur essendo tra quelli che non credono a tutto, secondo me un apparecchio come l’artva non può essere posto sullo stesso piano di un GPS o dell’app del soccorso. Se parto per andare a fare un canale e, all’attacco, mi accorgo di avere lasciato a casa i ramponi, torno indietro. Per l’artva dovrebbe essere la stessa cosa. Dal momento che la valutazione di un pendio è una delle cose più difficili da fare, del GPS e di altre diavolerie si può fare a meno ma non dell’artva! E non è neanche tanto semplice da usare. Bisogna esercitarsi, tanto. Non sostituisce il documentarsi, la capacità di valutare, aspettare, saper tornare indietro, ecc. Ma è una chance in più e io non riesco a vederlo come qualcosa che limita la sintonia con la natura. Me lo porto dietro anche quelle due o tre volte al mese che vado via da sola: so benissimo che difficilmente potrà salvarmi la vita, ma almeno i miei non dovranno aspettare il disgelo per farmi il funerale.
Si può essere in perfetta armonia con l’ambiente anche con l’artva addosso e il cellulare nello zaino. Basta non dipendere da essa. Se poi c’è chi crede che siano strumenti che rendono immortali, peggio per lui. Ma anche quelli che fanno i duri e puri, mi fanno un po’ sorridere.
Quando l’artva non c’era si andava senza: è chiaro. Ma adesso c’è, ha salvato la vita di tanta gente ed è meglio portarlo sempre con sé!
Non credo che l’utilizzo della tecnologia, se fatto con intelligenza, tolga la libertà. E comunque andrebbe fatta un minimo di distinzione tra ciò che è superfluo e ciò che non lo è.
Buona serata!
Secondo me sono tutte riflessioni più nostalgiche che razionali.
L’essere umano è in continua evoluzione, questa evoluzione è data in grossa parte dallo sviluppo tecnologico che parte dall’invenzione dei lacci, delle suole, delle colle prima ancora che della plastica e dell’elettronica.
“Una volta” si orientavano con la “bussola” per farsi da Modena a Mantova e non è questo il caso degli ultimi 500 anni.. eppure..? per godermi la semplicità del viaggio tra Modena e Mantova non ha senso che io provi ad emulare quella condizione ormai passata perchè sarebbe solo un vizio nostalgico e un voler riportare all’oggi un mondo che non esiste più.
Così come in montagna.. che senso ha spegnere il GPS se poi in cima alla mia “cima conosciuta” arrivo in 2 ore quando i primi salitori ci impiegarono un giorno solo per vivere l’ipocrisia del dire “sono salito come una volta…”
Non è solo l’elettronica che ha portato innovazione nelle attività all’aria aperta, pensate ai tessuti impermeabili.. hanno aperto le porte anche alle brutte giornate e allora che senso ha oggi lasciare a casa la giacca a vento per sforzarsi di usare la cotta di lana.. così come chi usava la cotta di lana aveva abbandonato da secoli la pelle d’orso senza mai rimpiangerla. Noi invece che siamo figli del benessere ci deliziamo col nostalgico e ci sentiamo più importanti se (sbagliando) ci sentiamo più simili all’uomo che noi riteniamo VERO antagonismo con il “finto uomo moderno” e che saliva in cima con la pelle d’orso e senza bussola.
Gli incidenti su neve non avvengono solo perchè esistono gli ARTVA e i GPS ma avvengono anche perchè lo SCI BACKCOUNTRY prima era dominio di pochi bravi sciatori.. oggi chiunque anche senza particolari doti sciistiche prende un paio di SCI e si diverte come un matto in neve fresca e allora ben vengano ARTVA e GPS.. ma cosa riscopri a non usarli..?
Perchè mai dovrei riscoprire la bellezza del non usare il GPS e non scoprire la bellezza del NON USARE i RAMPONI ad esempio e metterci 2 giorni in più per arrivare in cima… e vi rispondo… perchè l’alpinista non si accontenta MAI e sarà sempre a rompere i coglioni per una questioni di stile… di rispetto… di sicurezza… di principio e sopratutto di ETICA DELLA MONTAGNA, come se un “oggetto inanimato” potesse “possedere e professare” una norma di comportamento.
Il progresso tecnologico migliora la vita delle persone solamente se l’utilizzo delle nuove scoperte avviene in maniera consapevole.
E’ fuori discussione che uno strumento come l’ARTVA abbia una sua innegabile utilità. Che poi lo stesso possa contribuire ad instillare una falsa sensazione di sicurezza può essere altrettanto vero (dciamo pure che lo è).
La cosa che mi fa andare in bestia, e questo purtroppo si verifica ormai in tutti i campi, è che quando si verifica un problema (nella fattispecie un incidente più o meno grave), ci si limita ad esaminare gli aspetti che maggiormente saltano all’occhio. La prima conseguenza di una visione superficiale delle cose è che si preferisce sanzionare piuttosto che educare.
Io sono sicuramente preoccupato relativamente ad ogni forma di dipendenza, perché diseducativa e spesso fonte di molti mali, ma sono ancora più preoccupato dagli obblighi, come se imporre per legge l’utilizzo di sofisticate strumentazioni potesse risolvere tutti i problemi. La cosa che poi maggiormente mi preoccupa è l’applicazione delle leggi e dei regolamenti senza un minimo di buon senso, tenuto conto che difficilmente le norme vengono scritte in maniera chiara (alcune persone, come è noto, sono state multate perché non in possesso dell’ARTVA in situazioni a dir poco ridicole).
D’altronde, in un’epoca in cui ogni cosa viene monetizzata, risulta evidente come la sanzione (parliamo nella fattispecie di quella pecuniaria), che costituisce un’entrata, giochi un ruolo prioritario rispetto all’educazione, che costituisce una spesa.
la frase migliore è del Benassi:
Un OBBLIGO e una DIPENDENZA…
io NON compro l’ARTVA, piuttosto compro libri e manuali sulle valanghe per capire, sulla meteo e guardo i pendii…e invece non basta. Se ho voglia di andare sulle Alpi a fare scialpinismo DEVO comprare l’ARTVA.
Come anni fa quando DOVEVI comprare il telefonino, o quando pochi anni fa DOVEVI avere lo smarthphone per l’e APP meteo e soccorso…ora sono schiavo prima dell’uno, e poi dell’altro.
Il gran numero di incidenti in valanga dipende che non si ha più la pazienza di aspettare il momento giusto, la stagione giusta… e si vanno a percorrere pendii carichi di neve instabile, come dice Miotti. Tanto c’è l’ARTVA, tanto c’è l’elicottero, tanto c’è il telefonino.
Anche perché dobbiamo mettere subito le nostre foto su faccialibro per farci ganzi.
Non si può che concordare con Miotti. Tuttavia non è soltanto un falso senso di sicurezza quello che questi aggeggi determinano. Il loro contributo al salvataggio di tante vite umane dovrebbe risultare statisticamente innegabile e determinante. Mi riferisco a quanto asserisce autorevolmente il dottor Hermann Brugger, tra i maggiori specialisti in rianimazione e medicina di montagna (“ARTVA”, Manuali del Club Alpino Italiano, 2009): mentre il numero di sciatori fuoripista si è quintuplicato negli ultimi trent’anni nei paesi europei e nord americani, la mortalità media causata da valanghe si aggira intorno alle 150 persone all’anno e questa cifra è rimasta più o meno invariata. E il motivo, spiega Brugger, dipende sicuramente anche o soprattutto dall’impiego di questi apparecchi portatili per la ricerca in valanga, un tempo analogici e oggi in gran parte digitali.
un obbligo e una dipendenza……
Aldilà di tutto c’è un problema serio, che si manifesta quando lo strumento tecnologico cessa di essere un optional e diventa un obbligo.
D’accordo con voi, accompagno le persone in montagna e mi accorgo che molti appena partiti vorrebbero già essere tornati, anche gli escursionisti hanno perso la capacità di interessarsi, stupirsi ed osservare, per molti il tutto è ridotto a puro esercizio fisico. Non nascondo che spesso sono preso da un senso di frustrazione perché riesco a trasmettere molto poco. Forse è anche colpa mia, non so più.
La capacità di essere liberi la abbiamo pressoché già persa. E non è stato dolce per niente.
Pur essendo un ingegnere elettronico/informatico, chissà perché… la parola “tecnologia” mi infastidisce, quando prevalentemente associata a dispositivi che contengono un chip, e/o associata all’uso di internet (nelle accezioni spesso le più idiote ma profittevoli per pochi). E’ uno dei tanti furbi paradossi (perché dietro ci sono interessi economici e di condizionamento delle teste) associare la tecnologia a oggetti (orologi, gps, artva, radio, telefoni, auto).
La tecnologia che più apprezzo, nell’alpinismo, piuttosto, è legata agli strumenti per la progressione, quindi è tecnologia un rampone, ma anche il modo di procedere in cordata e muovere il corpo, no? E’ tecnologia qualsiasi strumento, frutto di una conoscenza che migliora una certa azione.
Per me avere un GPS in montagna o un orologio in pianura correndo semplicemente mi rende “infelice”, mi distoglie dal godermi l’ambiente e un momento di vita: appunto mi toglie libertà.
Con questo non dico che non siano da usare ARTVA, ecc. che ha sicuramente salvato vite! Ma in generale penso che il mezzo tecnologico sia solo l’ultimo anello di una società umana. E quando una società perde la cultura, o la “dimentica” o non la “vuole” ricordare, allora ecco che il risultato sono lampade di aladino, in uno spazio-tempo che è una gabbia per criceti.
Il prossimo passo verso la… “sicurezza”… sarà quello di mettere ai neonati un micro-cip sotto la pelle. Che bello, tutti “controllati” e “sicuri”…
Stiamo perdendo il contatto con la natura, ci stiamo sempre più allontanando da essa. Tutto quello che è naturale è sempre più lontano da noi. E’ febbraio e sta nevicando. Mi sembra più che normale. Invece?? Titoloni su tutti i giornali, allarmismo, catastrofe, freddo siberiano, polare. Ma scusate, è inverno e d’inverno è normale che faccia freddo e nevichi. Lo strano sarebbe il contrario. Fa 20 cm di neve e tutto si blocca. Ma come… nell’epoca della tecnologia più sofisticata basta un po’ di neve a bloccare tutto?
Evidentemente sì! Basta un po’ di neve, un po’ di freddo, perché stiamo perdendo la capacità di stare nella natura. Perdendo la capacità di saperci adattare ad essa.
Oggi la maggior parte dei ragazzi che vive in città non ha mai visto dal vero una gallina.
E poi vogliamo tutto e subito. Non possiamo rinunciare. Chi rinuncia non è intelligente, è un debole! Anche perché dobbiamo subito raccontare al mondo quello che abbiamo fatto, anche le più ridicole bischerate: come mi sono vestito, quello che ho mangiato a colazione, cosa mangerò a pranzo, ecc. Di cazzata, in cazzata.
Tutto e subito! non si può aspettare la stagione giusta. Una volta avevamo tempo. Adesso non più. Bisogna correre. Ce lo ricorda sempre più spesso anche il nostro primo ministro: bisogna tornare a correre. Ci avevavo detto che questa tecnologia ci avrebbe semplificato la vita. Grazie a lei avremmo avuto più tempo per noi. Siamo proprio sicuri che sia così?