La prudenza nel sacco

La prudenza nel sacco
di Andrea Andreotti
(pubblicato su Lo Scarpone del 16 settembre 1971)

Controrisposta di Andrea Andreotti ad Alberto Dorigatti

Ho sempre preferito il dibattito alla conferenza. Ho sempre preferito la discussione alla lezione ex cathedra. Per questo ho letto con interesse le critiche che Alberto Dorigatti fa al mio articolo Uomini e chiodi e ora mi accingo a rispondergli.

Innanzi tutto debbo dire che non ho mai inteso parlare male delle nuove leve alpinistiche; sarebbe oltretutto sciocco da parte mia, visto che di esse faccio parte anch’io. Ho solo cercato di presentare un certo tipo di alpinismo che, potrà essere più o meno valido, ma nel quale io credo. Nei miei articoli mi sono sempre schierato a favore del nuovo (vedi chiodo a pressione), sempre che questo rispetti certe regole, e perciò, Alberto, potrai continuare ad arrampicarti tranquillamente con i blue-jeans senza paura che io «mi scagli» anche contro di essi. Non ho nulla contro gli scalatori che arrampicano in blue-jeans, o con la tutta da ginnastica, o con quella da meccanico. Sempre che questa loro «divisa», chiamiamola così, sia una scelta ragionata e non una posa per dire agli altri: «Guarda come sono bravino e anticonformista io che arrampico con la tuta da meccanico invece che con i soliti ed ormai frusti pantaloni alla zuava».

Andrea Andreotti (a destra) con Ivo Rabanser

Ed ora passiamo all’argomento principale: il chiodo a pressione. Esso può essere considerato in rapporto a tre tipi di via:
– quelle aperte con chiodi a pressione;
– quelle aperte con chiodi normali;
– le vie nuove.

Consideriamo ciascuno di questi tre punti.
Riguardo al primo c’è poco da dire. Se una via è stata aperta con i chiodi a pressione è ovvio che io che la ripeto ne abbia nel sacco qualcuno, in modo da poter sostituire quelli che eventualmente escono.

Il secondo punto è invece più controverso. Se gli apritori sono passati senza l’uso degli esecrati chiodi a pressione, anch’io devo passare allo stesso modo per una questione di onestà e soprattutto di sincerità verso me stesso. Se però su queste vie mi porto «la prudenza nel sacco», non certo per salire, ma per ridiscendere nel caso che un infortunio mio o dell’amico ci impedissero di ridiscendere con i mezzi «normali », tu dici che non sono moralmente preparato per affrontare quella via e che farei meglio a stare a casa. Ma perché non dici la stessa cosa di quei fifoni che salgono con il casco che il più delle volte serve solo a far sudare abbondantemente la testa di chi lo porta? O di quelli che, su una via dalla quale si esce normalmente in giornata, si portano il telo da bivacco in alluminio? O di coloro che si portano dietro una giacca a vento o un maglione per paura che il tempo cambi? O di coloro che si portano i risalitori per rimontare lungo la corda in caso di volo o anche i semplici cordini di riserva per fare i Prusik? Quanti alpinisti «poco leali» e «moralmente impreparati» esistono!

Andrea Andreotti sul tetto finale di Luce del Primo Mattino al Piccolo Dain (1a ascensione). Archivio: Marco Furlani.

Passiamo ora al terzo punto: le vie nuove. Debbo subito dire che all’«incognita» che si lascia alla base partendo con il perforatore nel sacco non ho mai creduto molto. Sarà forse perché non sono solito attaccare una parete vergine così, alla garibaldina, col metodo «O la va, o la spacca». Prima di aprire una via nuova sono solito studiare bene la parete e poi partire con tutti i mezzi necessari per vincerla. Se non si può passare in libera mi porto i chiodi, se strapiomba le staffe, se vi sono placche lisce i chiodi a pressione, se prevedo di bivaccare il necessario per il bivacco. Ogni parete richiede i mezzi adatti per essere vinta ed è ovvio che dove i chiodi a pressione non servono, nemmeno per i ritorni perché si è in tre o più, non li porto. Sarebbero oltretutto un peso inutile. Al Piccolo Dain con il povero Angelo Ursella, Marcello Rossi e Pedrotti non avevo i chiodi o pressione. La parete presentava una fessura che ci avrebbe permesso di uscire in cima senza l’uso del perforatore. Sulla direttissima al Sassolungo con Heinz Steinkotter e Rossi non avevo i chiodi a pressione, anche qui perché avevamo visto che non servivano.

L’incognita di una salita per me sta in cose ben più serie e importanti di un semplice chiodo. Altrimenti perché metterla proprio nel chiodo a pressione e non ad esempio nelle staffe? Perché, Alberto, non affronti una parete a strapiombo lasciando a casa le staffe, dicendo. “O passo senza staffe o non passo. Anche questa sarebbe una bella “incognita” con l’unico risultato però che perderesti solo del tempo a tentare di passare dove non hai i mezzi per passare.

Ed ora due parole sull’arrampicata a squadre. Tu dici che in queste salite c’è sempre l’uomo di punta e il suo secondo. Non è vero. Ci sono GLI uomini di punta e i LORO secondi! Nel secondo punto hai invece ragione. E’ senz’altro più bello vedere quattro volti sorridenti in cima a una parete invece di due soli e sarebbe ancora più bello vederne quattrocento. Però forse la salita perderebbe di valore, o non credi?

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La prudenza nel sacco ultima modifica: 2017-07-24T05:28:09+02:00 da GognaBlog

11 pensieri su “La prudenza nel sacco”

  1. 11
    Alberto Benassi says:

    “Ma son troppo antico per capire.”

    Paolo intanto COMPLIMENTI a te per non aver mai forato. Io sono più disponibile…in questo senso. Anche se le filate di spit non mi piacciono. Tanto meno andare in montagna armati di trapano e tubi di resina.
    Non si tratta di essere antichi. Ma di avere, nei confronti della roccia e della scalata una sensibilità diversa, un rapporto diverso.

  2. 10
    Paolo panzeri says:

    Alberto, io non ho mai forato la roccia e non saprei come organizzarmi, però il Bepi mi ha fatto vedere come faceva a piantare lontanissimi i pressione.
    Non riesco a capire tutta questa cantieristica moderna più o meno blasonata, ci sono alcuni che fanno roba molto, molto difficile in parete, anche un po’ forando, ma senza aprire cantieri che magari durano anni.
    Mi chiedo sempre che va bene la sicurezza, ma come possono gioire a trapanare? Dubito molto sia possibile.
    Ma son troppo antico per capire.

  3. 9
    Alberto Benassi says:

    “Comunque qualcuno fora lungo, lungo e difficile, difficile, quindi la testa ogni tanto si trova ancora.”

    Paolo su questo non ci sono dubbi. Io non sarei capace anche con il migliore dei trapani.
    Per me comunque il trapano resta un attrezzo da cantiere edile. Te lo dice uno che nel 1984 ha aperto una via sul monte Forato in Apuane, con tanto di trapano alimentato da generatore a benzina. Cesare insegna… Certo lo stile e la tecnica di oggi non è quella nostra di allora. Ma un trapano resta un trapano. Mentre sono su una parete a scalare preferisco altri rumori.

  4. 8
    paolo panzeri says:

    Così per scherzare, ma solo per poco.
    Per fortuna che i trapani sono pesanti e le batterie si scaricano, altrimenti le pareti luccicherebbero come le falesie, … e portare quelli a benzina…..
    Però devo ammettere che il progresso tecnologico sia stato enorme: Maestri &c. si erano portati un compressore sul Torre.
    Ma Maestri non forava soltanto, era capace di salire e scendere anche slegato, non in falesia, ma sulle grandi pareti e il suo grado era alto in quei tempi.
    Ora però qualcuno fa i forellini per cliffettare e poi in discesa sistema tutto in maniera ecologica e obbligata: che strano essere l’uomo.
    Ogni tanto mi domando quale sia la differenza fra le direttissime antiche e le forature moderne, forse solo il fatto che poi si tenta di salirle senza tirare i chiodi vicini, ma si va molto più in sicurezza.
    Comunque qualcuno fora lungo, lungo e difficile, difficile, quindi la testa ogni tanto si trova ancora.

  5. 7
    Alberto Benassi says:

    “Tutto si è risolto in pochi anni, oggi per fortuna nessuno è più disposto
    a fare il carpentiere in parete.”

    non è proprio del tutto vero.
    Trapani e resina sono di uso piuttosto comune.

  6. 6
    alberto dorigatti says:

    A Sandro piace spesso riprendere vecchi articoli anni 70. Oggi il mondo alpinistico è altra cosa. Allora intendevo criticare sopratutto la moda delle
    vie direttissime con il contributo esagerato di chiodi ad espansione.
    Tutto si è risolto in pochi anni, oggi per fortuna nessuno è più disposto
    a fare il carpentiere in parete.
    Con Andrea ho poi avuto la possibilità di arrampicare, e nonostante le
    divergenze il suo ricordo non mi ha abbandonato.
    Eravamo giovani e anche queste cotrapposizioni ci hanno aiutato a maturare nella nostra evoluzione alpinistica.
    Alberto Dorigatti

  7. 5
    Alberto Benassi says:

    Paolo, facciano loro. Ai monti ci andrò anche senza la tessera. Vorrà dire che risparmierò di pagare la quota sociale….e con quei soldi ci farò un’uscita in più.

  8. 4
    paolo panzeri says:

    Alberto, attento, al club ti censurano! 🙂 🙂 🙂

    L’alpinismo è una attività sociale fruibile da tutti, è un diritto che va reso accessibile a chiunque!

    Hanno superato i 300.000 soci, adesso bisognerà vedere come andrà se si alzerà la percentuale di chi morirà; le soluzioni attuali sono: maggiore sicurezza, abbassamento di tutti i livelli, aumento vertiginoso dei certificati di esperto, opzioni diversificate (bici, pattini, fiori, emo, cardio, bastoncini, cucina…..), ma sopratutto continueranno a puntare sull’ignoranza della montagna per massificare e recuperare le possibili perdite.

  9. 3
    Alberto Benassi says:

    L’alpinismo non è “UNO” ce ne sono tanti. Io ho il mio modo di intenderlo e praticarlo. Altri hanno il loro.
    Come giustamente dice Giandomenico l’importante è il rispetto della storia, della parete e dell’ambiente dove pratichiamo questa nostra attività.
    Per quanto mi riguarda non condivido l’alpinismo per tutti. Quindi non condivido di attrezzare la montagna e le vie per renderle fruibili a tutti nel principio della sicurezza e del divertimento generalizzato. Ognuno di noi fa quello che è capace di fare nel rispetto del “limite” .
    L’alpinismo non è un’attività sociale.

  10. 2
    Giandomenico Foresti says:

    Mah.. L’alpinismo non sarà mai una scienza esatta e, quindi, si incontreranno e si scontreranno sempre visioni differenti. Alle fine di tutto credo che conti solo una cosa, il rispetto. Rispetto della parete, dell’ambiente che la circonda, dei primi salitori, per dirla all’Alessandro Gogna rispetto dello stile che caratterizza un determinato contesto.
    Ovviamente lo stile va condiviso, non lo si può imporre dall’alto.

  11. 1
    paolo panzeri says:

    Bel risveglio!
    Se i “problemi” di cui si discute nel 1971 sono identici a quelli nel 2017, anche se i nomi delle cose sono un po’ cambiati, vedo una conferma che la parola alpinismo ha sempre lo stesso significato, qualsiasi parola in più se ne dica.

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