La tragedia sulle Alpi Vallesane

La tragedia sulle Alpi Vallesane
di François Ruchti

È sabato 9 marzo 2024, alle 16.03 la Centrale d’allarme svizzera del 144 riceve una chiamata d’emergenza. Al telefono c’è Emilie, una giovane donna. Fa parte di un gruppo dei sei scialpinisti partiti da Zermatt e diretti ad Arolla. Il gruppo è bloccato nella tempesta, nei pressi della Tête Blanche, sulle montagne vallesane. Le condizioni meteorologiche peggiorano molto rapidamente, neve e vento imperversano. Si teme il peggio.

Dalla prima chiamata degli sciatori in pericolo, al drammatico ritrovamento di un’intera famiglia intrappolata sotto la neve (tre fratelli, un cugino, uno zio e un’amica), fino ai disperati tentativi dei soccorritori. Il racconto della tragedia della Tête Blanche che ha gettato nello sconforto gli abitanti della Val d’Hérens e scosso un intero paese, rilanciando il dibattito sulla sicurezza in montagna. Ospite in studio: Massimo Bognuda, rappresentante guide alpine Montagne sicure, Ticino.

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La tragedia sulle Alpi Vallesane ultima modifica: 2024-04-06T05:54:00+02:00 da GognaBlog

29 pensieri su “La tragedia sulle Alpi Vallesane”

  1. Due sono gli assiomi che insegniamo nella pluridecennale attività didattica subalpina, specie lato scialpinismo: 1) “La montagna è severa”; 2) “Montagna scuola di vita”. Il primo sta dentro al secondo: se ti forgi a ad approcciare la montagna, sapendo che la montagna può diventare all’improvviso “severa” (che in qualsiasi momento tira fuori gli artigli), prendi tutta una serie di accorgimenti “prudenziali”. Così acquisisci una mentalità che ti serve in tutto il resto dell’esistenza. Se fate mente locale agli incidenti che capitano in montagna, vi accorgete che è elevatissima  la percentuale di  eventi che denotano l’assoluta mancanza dei coinvolti di una mentalità in stile “montagna è severa”. E se consultate le cronache dei giornali, ben al di là della montagna, vedrete che le “cose” che capitano al mondo derivano spesso dall’assoluta superficialità del vivere, che è notevolmente cresciuta. Ci sono tanti cannibali in montagna, perché sono cresciuti a dismisura i cannibali all’interno della società nella sua complessità.

  2. Dimenticavo, un dettaglio di non poco conto, non è il white out in sè  ma la violenza dl vento a 100 kmh ,vi è poco da fare con la massa di neve sollevata, e il freddo percepito, abbatte di molto la resistenza e lucidità,quanto Sig.usai si domanda,doveva essere analizzato ben prima dello scatenarsi gli elementi, ma erano un gruppo, anche forte presumibilmente e la percezione di infinita debolezza,rispetto agli eventi, quando si è resa evidente li ha trovati impreparati,e già volti al peggio.Spiace.ma è così, non è lo stesso posto,ma molti di coloro che si mettono alla guida sulle strade con troppe sostanze, hanno un identica percezione di controllo degli eventi,poi si legge come va  a finire.No è solo la montagna ad essere severa .E’ la vita.

  3. Sig.Usai….Esatto,il problema è se usi un gps cellulare impreciso, spanometrico  e se non vi è campo, serve, come alla Pigne d’Arolla. Io uso un garmin, sufficientemente professionale, mi segna il percorso e mi avverte se sono fuori traccia, utilissimo in boschi fitti e privi di visione, e altresì in ripiani o superfici innevate prive di riferimenti .Puoi ripercorrere la traccia al contrario e hai le dovute segnalazioni se sei fuori traccia. Unico limite, il cemento armato, non serviva  ad Alcatraz. Utilizza un sistema di analisi su 20 puntamenti satellitari.
    Una nota alla redazione, va bene che il Sig. Cominetti è una guida, ma faccia da culo, va bene? non è censurabile?

  4. In questa terribile tragedia non ho capito come hanno fatto a perdersi e a non riuscire a raggiungere un riparo o a tornare indietro.
    Un tempo, quando per orientarsi in montagna si usavano le carte (di carta), la bussola e l’altimetro, se arrivava una bufera erano guai, ma oggi esistono i gps e non dovrebbe essere un problema tornare indietro o raggiungere un rifugio anche con  visibilità nulla.
    Ho l’impressione (sbagliata?) che oggi il “white out” non dovrebbe più essere un problema insuperabile.
     

  5. La montagna è severa e là non si scherza. Chi invece (anche in buona fede) preferisce sottolineare l’altro aspetto (quello emotivo dei parenti) o addirittura un terzo aspetto (“andar in montagna è una passione così travolgente che si deve accettare di pagare qualsiasi prezzo… anche quello estremo”) NON fa un servizio utile alla platea dei frequentatori della montagna. Nel senso che la comunità dei frequentatori della montagna, in particolare nel sottoinsieme dei cannibali, non viene istruita a “capire” gli errori con esito fatale, al fine di evitarli. Più si è “esperti” e più questo dovere morale dovrebbe prevalere sull’atteggiamento antitetico, quello “emotivo”. Io preferisco risultar antipatico, ma dire le cose “pane al pane e vino al vino”. Il fine giustifica i mezzi. Ciao!

  6. Come ho già fatto con riferimento a un caso passato e anche allora trattato sul Gogna Blog (incidente mortale di una ragazza così innamorata dell’alpinismo da oltrepassare i normali parametri delle “prudenza”), io sono dell’opinione che i veri appassionati dell’andar in montagna debbano saper scindere il caso emotivo (cioè il rispetto verso il dolore dei parenti/conoscenti delle vittime) dalle valutazioni oggettive sugli episodi. Non si deve arrivare a disprezzare/offendere né i protagonisti coinvolti né il dolore dei loro parenti, ma occorre esser lucidi fino all’estremo. Solo così possiamo focalizzare gli “errori” commessi e denunciarli pubblicamente, non per disprezzare le persone coinvolte, ma per far capire agli altri che quelli sono errori madornali e vanno evitati

  7. Le più sentite condoglianze alle famiglie di queste persone che sono morte tragicamente  facendo una cosa bella in uno splendido posto che si è trasformato in un incubo.

  8. Alberperth, a mio modo di vedere, l’unico sentimento possibile di fronte a una simile tragedia è il dolore. Punto.

    Dopodiché, ciò che si può fare per se stessi è trarre spunto per la propria esperienza che, in ogni caso, non ci metterà al riparo dal rischio di una errata valutazione.

    Direi che nessuno di noi possa sapere cosa ha spinto il gruppo ad avventurarsi nonostante le previsioni, e neppure cosa sia successo in seguito.

  9. Una ipotesi ( tutta da suffregare con degli argomenti che oggi purtroppo non servono a niente ) e’ che si trattasse di un gruppo di sportivi che era andato a “provare” il percorso breve della gara internazionale di scialpinismo Patruille de Glaciers , che effettivamente percorre quel tragitto.
    Dal mio punto di vista adesso , sapere se avessero una tutina o un equipaggiamento minimale non serve a nulla.
    Quel giorno c’erano 120 kmh di vento e forse white out , e’ difficile dire se qualcun’altro se la sarebbe cavata per il mero equipaggiamento.
    Forse se avessero girato i tacchi o scavato una truna prima sarebbe andata diversanente , ma nessuno puo’ saperlo.

  10. Il dato oggettivo è una disgrazia per i deceduti e le loro conoscenze.Questo sul piano etico e morale.Poi ci sono le cause e concause,se uno di loro fosse stata una Guida,la ricerca di responsabilità avrebbe preso diversa piega.Si conoscevano tra di loro…quindi solidale responsabilità che viene sovrastata dall evento principe.Il precipitare  delle condizioni favorevoli.Poi si può anche restare silenti,ma la domanda dell uomo,nel 2024  resta sempre la stessa,…come si è giunti a tale conclusione? Facile enunciare la montagna è severa.Ma lo sono anche le autostrade..quanti incidenti e vittime casuali e quanti circostanziabili?

  11. Alberperth, non ho ascoltato come si siano espresse le personalità che hai citato, ma in qualunque caso, se qualcun altro si permette di entrare con violenza nella vita di famiglie decimate – senza soffermarsi a pensare alla portata del dolore e dell’impotenza provati- allora possono farlo tutti?
    Davvero non capisco com’è che gli umani possano sentirsi superiori ad altri esseri viventi e com’è che nel 2024 ci si possa permettere di mostrare arroganza rispetto a fatti in cui non si è coinvolti in prima persona.

  12. Anjan Truffer parla espressamente di vestiario inadeguato..di ..non si doveva partire con le informazioni meteo espresse..Bruno Jelk.. sostiene che ogni informazione utile..oramai viene molte volte disattesa..etc etc  meditare..fa sempre bene

  13. Cè poco da stare a ragionare le tragedie in montagna ci sono sempre state ,la montagna non fà sconti ,vedi Freney 1961 e questi non erano certo dei pivelli .

  14. Non so a chi si riferisce Sig Cominetti ,ma vada a sentire,ovviamente sono un po in schweizer dutch..ma che i suoi…definiamoli colleghi Elvetici che ho citato hanno espresso nelle 48 ore successive

  15. È curioso come in questi casi si scateni una processione di giudizi di “esperti” che mentre commentano dal divano riescono, beati loro, a conoscere dati estranei anche agli sventurati protagonisti. 
    Ci vuole proprio una gran faccia da culo, ma evidentemente è caratteristica che non scarseggia. Bravi, bravi.

  16. Un aspetto non citato dal servizio Falò TSI..l’ SRF 1 ha prodotto interviste al Resp. Soccorsi di Zermatt e del mitico Bruno Jelk. Già 48 ore dopo. Ascoltarle e si capisce tutto come  e perchè è successo. Vi sono analogie con la tragedia della Pigne d’Arolla. Pur con presupposti diversi.

  17. Tragedie ce ne sono sempre state, in montagna, perché in parte c’è una componente di fatalità (per cui sono coinvolti anche alpinisti prudenti ed esperti), in parte perché i cannibali, come sostengo da tempo, sono sempre esistiti. La profonda differenza fra il prima e il dopo del grane spartiacque (all’incirca a cavallo del 2000) è che nell’esplosione umana post 2000 è cresciuta a dismisura la percentuale di quelli che io chiamo i “cannibali di oggi”. Forti, anche fortissimi sia fisicamente che atleticamente, ma superficiali, approssimativi, “sportivi” 8inel senso che concepiscono l’andar in montagna come un qualsiasi sport…). troppa cieca fiducia nella tecnologia, nella società sicuritaria, nell’assioma “è sempre andato tutto bene”. Finché non ridurremo fino quasi all’estinzione questo stile di andar in montagna, tragedia come queste saranno all’ordine del giorno. Non voglio mancar di rispetto per chi ha perso la vita, ma in montagna non si scherza. Se pensi di “scherzare” in montagna, prima o poi i nodi vengono al pettine. chi ama veramente l’andar in montagna, dovrebbe segnalare queste tragedie come esempi di un modo “sbagliato” di andar in montagna.

  18. Anni Settanta. Eravamo un gruppetto di adolescenti scatenati sui sentieri e le ferrate delle Dolomiti.
    Al muro dei rifugi era appeso un cartello: “La montagna è severa”. Ricordo ancora la fotografia in bianco e nero che lo illustrava: un alpinista si muoveva su terreno scosceso, in piena tempesta. Stava avanzando piegato di lato, a causa della violenza del vento; tutto imbacuccato, compreso il passamontagna, e legato alla corda.
     
    Noi commentammo: “E chi sgarra è perduto!”.
    Il tono era scherzoso, da diciassettenni allegri e spensierati; però avevamo già compreso che si trattava di una faccenda seria.
     
    Il mese dopo, sulla ferrata della Marmolada, vidi precipitare una cordata pochi metri sotto di me. Stava procedendo di conserva sul pendio di neve ghiacciata, senza ramponi.

  19. ——— DIALOGO TRA UNA PERSONA 
    PRUDENTE (P.P.) E UNA IMPRUDENTE (P.I.) ———
     
    P.I.: “Domani è prevista una forte perturbazione”.
    P.P.: “Bisognerà rinunciare alla nostra salita”.
    P.I.: “No!”.
    P.P.: “Perché?”.
    P.I.: “La bufera scoppierà alle ore X. Domattina partiremo presto, andremo piú veloci – senza perdere tempo! – e cosí arriveremo al rifugio alle ore X-2. Due ore prima. Ce n’è d’avanzo”.
    P.P: “E se la bufera fosse in anticipo?”.
    P.I.: “Le previsioni al giorno d’oggi sono sempre precise; non è piú come una volta. Ho calcolato tutto. E poi non voglio rinunciare alla salita!”.
     
    Novantanove volte su cento va bene.

  20. “Scorgo, mutatis mutandis, un comun denominatore con un’altra tragedia in zona. “
     
    Da ignorante di scialpinismo avevo pensato la stessa cosa, ma più che all’andare a ogni costo mi pare che ci sia anche una sottovalutazione generale dei pericoli di quella zona, che all’apparenza pare facile, ma dalle foto e dai racconti sembra veramente esposto ai venti e di difficile orientamento con scarsa o nulla visibilità

  21.  Molto spesso, quelli che io chiamo i cannibali di oggi (“forti” tecnicamente e atleticamente), partono per la montagna, e in particolare per l’alta montagna, come se andassero a fare una corsetta nel parco cittadino. La differenza è che, se scoppia un temporale quando sei al parco cittadino, prendi il tram e torni agevolmente a casa tua. Invece, se le cose girano male in alta montagna, devi sapertela cavare. E, oggi, non si insiste a sufficienza su questo tema, anzi la caratteristica più profonda dei cannibali di oggi è proprio il rifiuto aprioristico di questo tema, quello della montagna che, da placida e goduriosa, diventa “severa”.

  22. Scorgo, mutatis mutandis, un comun denominatore con un’altra tragedia in zona. Quella nei pressi della Pigne d’Arolla (vedi: https://gognablog.sherpa-gate.com/pigne-darolla-29-aprile-2018-1a-parte/ e poi https://gognablog.sherpa-gate.com/pigne-darolla-29-aprile-2018-2a-parte/). Le dinamiche tecniche differiscono in più punti, ma il comun denominatore è la fretta, la voglia di “consumare montagna” come se fosse andare al cinema in città, l’approssimazione e, non ultima, la cieca fiducia nella tecnologia, nei suoi “aggeggi”, nella facilità di comunicazione che essa sembra garantire (per cui “basta telefonare col cellulare e ti vengono a prendere, ovunque). Non ci si rende conto che “la montagna è severa“, come recita un vecchio adagio alpinistico. Questo non solo su impervie pareti, strapiombanti e repulsive, ma anche sui ghiacciai di stampo sciistico. Anzi sono più infidi questi ultimi perché, con condizioni ottimale niveo-meteo, sono placidi e solo fonte di goduria, ma quando le cose cambiano diventano belve assatanate

  23. “Io penso che per commentare bisognerebbe saperne qualcosa di piu’”
     
    Questo si chiama predicare bene e razzolare male.
     
    E razzolare è peraltro proprio un verbo che ti definisce bene!

  24. Io penso che per commentare bisognerebbe saperne qualcosa di piu’ , e’ ingeneroso  fare supposizioni che forse non sono verificate.
    La cosa che mi sento di dire e’ che siano diventati insofferenti alla frustrazione di restare / tornare a casa , e questo a volte produce i presupposti per rischi superiori a quanto preventiviamo.
    In quei giorni ero sul vernante N delle alpi e il fohn era molto forte e anche previsto dai bollettini.

  25. Erano diretti ad Arolla quindi dovevano passare dalla cabane de Bertol. Da dove si trovavano alla Cabane de Bertol sono circa 4 km in leggera discesa. Erano quindi quasi arrivati ma il whiteout li ha bloccati. Punto.

  26. Purtroppo Chi si appresta da neofita,si fida spesso di persone poco esperte, è successo anche a me,grande entusiasmo a tutti i costi…mi è andata bene,ma rivedo in queste tragedie la cocciutaggine di non voler “sprecare”un fine settimana.
     

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