Manca la cultura della montagna

Fisici molto allenati, attrezzatura al top e tecnica da campioni. Ma non basta se, come dice Hervé Barmasse, «manca la radice, l’identità, la cultura della montagna».

Manca la cultura della montagna
di Carlo Crovella

Sono almeno dieci anni (contati per difetto) che metto in guardia da questo pericolo: la montagna diventata come il Circo Barnum. L’aspetto circense non è costituito soltanto dagli aperitivi con cubiste o dalle gite in motoslitta con cena notturna in baita.

Anche l’azione sul terreno è permeata da una gran confusione. Il nettissimo salto di qualità dell’attrezzatura, sotto il profilo tecnologico, è uno dei cavalli di Troia di questo fenomeno. Gli altri due sono l’elevato livello di allenamento atletico e la possibilità di provarsi, sul piano delle tecnica arrampicatoria/sciistica, in contesti addomesticati, se non addirittura completamente artificiali.

Insomma: è troppo facile accedere ai monti. Il Circo Barnum si è innescato proprio perché si sono abbassate le barriere di ingresso al mondo della montagna. Le barriere di accesso non sono di tipo economico, ma di facilità nella fruizione. La montagna è ormai troppo comoda, come un avvolgente divano in salotto. Però non si sta sdraiati nel salotto di casa, ma ci si muove in ambiente, dove il contesto non è quello del salotto: anzi, l’ambiente si è ulteriormente ”incattivito” per le conseguenze del generale cambiamento climatico (ghiacciai più tormentati, pareti che crollano, manto nevoso più instabile…).

L’abbattimento della barriere di ingresso, e conseguente Circo Barnum sui monti, è favorito da un fattore dominante: gli “sghei”. Più gente sui monti, cioè più turisti e più materiale venduto… Peccato: anche più incidenti e più morti.

Andare in montagna, anche in una semplice sciata fuoripista, non è come fare una corsettina nel parco cittadino. Ci vuole una corroborata cultura dell’alpinismo (alpinismo: frequentare le montagne in ogni contesto e disciplina, con sci, senza sci, su roccia, ghiaccio, sentieri e ghiaioni…). Finalmente si sta diffondendo la convinzione che, per acquisire tale cultura, sia necessaria un’adeguata “formazione”. L’importante non è insegnare ad arrampicare sull’8c o a saper sciare sui 50 gradi: l’importante è insegnare a camminare su una crestina facile ma esposta, a fare lo zaino come dio comanda, a sapersela cavare sempre e comunque. L’impostazione corretta parte fin dalla scelta a tavolino dell’itinerario adeguato con le condizioni nivo-meteorologiche del momento.

Da caiano convintissimo quale sono, nel mio ruolo storico di istruttore titolato, lo sto dicendo da tempo. Mi sto battendo e, dopo aver sollevato sfottò per anni, ora inizio a percepire che la mentalità sta cambiando. Era ora!

Non sono solo le Scuole del CAI l’unico contesto per una formazione adeguata. Ottimo che si impegnino anche le Guide Alpine, che sicuramente in montagna “ci sanno andare”, ma che negli ultimi tempi spesso corrono il rischio di essere risucchiate nel business delle salite a nastro, senza neppure guardare in faccia i clienti. Ovviamente la maggior parte delle Guide ha un approccio completamente diverso e numerose sono quelle attente a far crescere i clienti da un punto di vista spirituale e di conoscenza della montagna.

Che operino le guide o le Scuole CAI, il punto cardine è che la formazione alla montagna non è cosa che si esaurisce in tre “uscitelle”, piazzate lì fra una performance individuale e l’altra. Ci vuole pazienza, è arte che si incamera lentamente, gita dopo gita, nasata dopo nasata.

Nella Scuola di scialpinismo torinese di cui faccio parte (la celebre SUCAI), il ciclo didattico che porta a maturazione un allievo è di tre anni. A volte anche di quattro per i più testoni (oltre i cinque anni non accettiamo più istruzioni). Solo in casi eccezionalmente positivi riconosciamo il distintivo (che raffigura concretamente l’avvenuta maturità) in due anni.

Ora il punto è che nell’attuale società (liquida, interconnessa e volubile) una formazione di due-tre anni è considerata una perdita di tempo o peggio una gabbia che imprigiona: molti degli alpinisti “mordi e fuggi” fra tre anni saranno già passati ad altri interessi sportivi. Per loro quindi la salsa non vale il pesce, se devono investire così tanto tempo nella formazione. E sbandierano il diritto alla libertà individuale di andare in montagna come e quando si vuole.

Non è questione giuridica, ma di natura. La Montagna (come tutta la Natura) ha le sue leggi implicite, che valgono dalla notte dei tempi. La formazione all’alpinismo deve quindi vertere sull’apprendimento di tali leggi della Natura.

Fra queste, al primo posto, gli orari: spesso, durante le gite di scialpinismo, mi capita di incontrare persone che iniziano a salire proprio quando noi stiamo tornando all’auto. Poveretti, non hanno capito niente. Se inizi a salire nel primo pomeriggio ti troverai a percorrere gli eventuali pendii critici con la neve “molle”. Gli stessi tratti se affrontati nel pieno pomeriggio hanno un grado di rischio di molto diverso rispetto a quando li affronti di primo mattino.

E’ solo un esempio, se ne possono confezionare milioni. Il concetto di base è che conoscere la montagna non ha nulla a che fare con il talento individuale nel superare difficoltà tecniche. Sono due trend che devono crescere in parallelo. Se una delle due gambe non è lunga quanto l’altra, l’approccio alla montagna è “zoppo”. E’ lì che si annida il pericolo.

Purtroppo fare appello agli italiani sul senso di responsabilità è cosa vana. Non mi dilungo sulle cause storiche e sociologiche, discorso interessantissimo ma che ci porterebbe fuori via. E’ così. L’italiano si crede furbo, fa del destreggiarsi il suo principale motivo di autoesaltazione. Non possiamo quindi ipotizzare di limitarci a sensibilizzare gli alpinisti sull’opportunità della formazione. Per il meccanismo che ho descritto sopra, quasi nessuno (fra quelli che più ne avrebbero bisogno) si adeguerà di sua iniziativa. Occorre renderla obbligatoria, con tanto di attestato finale che comprovi la frequenza con profitto della formazione. Ecco perché sono convinto che, prima o poi, si arriverà alla famosa “patente”. Non è un elemento che mi fa gioire, ma non vedo altra possibile evoluzione: sarà la stessa società securitaria che la introdurrà.

Come la pensano le guide
a cura della Redazione

Guido Azzalea: «Cosa sarebbe utile per chi fa fuoripista e fargli comprendere le difficoltà? Affrontare la discesa con l’attrezzatura di vent’anni fa».

Hervé Barmasse: «Mancano le conoscenze, la cultura della montagna. Non c’è più il radicamento fin da bambini. Le guide si sono impoverite, per loro è diventato soltanto un lavoro arrampicare o sciare. Siamo diventati molto bravi dal punto di vista tecnico, ma la sensibilità del territorio è sfuggita a molti. Da istruttore delle guide posso metterle in difficoltà proprio su questo terreno».

Un esempio? «Quando ci sono le condizioni la Nord del Cervino, parete di grande difficoltà, è quasi una palestra per alpinisti. Voglio dire che molti possono affrontarla e raggiungere la vetta, ma poi diventa quasi un incubo la discesa sulla via normale svizzera, la cresta dell’Hörnli che Whymper affrontò nel 1865. Molti sono presi dal panico perché ha tratti aerei e bisogna saper camminare con la corda in mano. Ci vuole l’esperienza di un montanaro».

Cesare Cesa Bianchi: «Non sappiamo più camminare. Qui sta il punto. Si passa dalla palestra alla montagna. Occorre fare una riflessione di grande profondità anche nell’ambito dell’Unione internazionale delle guide. È un passo urgente da fare. Capita che la guida si faccia condizionare dai clienti, che non sappia rinunciare. Dobbiamo quindi pensare a una formazione che riavvicini alla conoscenza ambientale e indichi la strada per diventare leader autorevole di un gruppo che arrampica o che fa fuoripista». E ancora: «In Francia ci sono stati parecchi incidenti in cui erano coinvolte anche guide alpine. Hanno cambiato la formazione. Adesso dobbiamo inserire a livello mondiale uno spazio di praticantato nei corsi guida, per poter affiancare i più esperti ai giovani. Vorrei anche cambiare la legge sulle guide, fare due livelli, uno per le escursioni, per chi cammina, l’altro per chi arrampica. E trovare il modo di avviare una formazione insieme con il CAI per raggiungere più appassionati possibili».

31
Manca la cultura della montagna ultima modifica: 2023-05-18T05:08:00+02:00 da GognaBlog

178 pensieri su “Manca la cultura della montagna”

  1. Alberto! Gli amici sabaudi del Crovella! Si, alla faccia del Crovella stesso…

  2. A me le vecchie e doloranti tavole del vecchio Gervasutti  hanno fatto respirare storie d’altri tempi che avevo letto sui libri. Ma i libri ormai si bruciano…
    Nostalgia?  Può darsi.  Ma, nostalgia a parte, quelle vecchie tavole e lamiere, erano un tutt’uno con quello che c’è intorno. Adesso c’è  una specie di asettico tubo per la tac, di sicuro il top della tecnologia e di certo  a NORMA… ma è anche un bel cazzotto nello stomaco.
    Mi domando dovè ce l’hanno il senso del bello chi l’ha voluto, pensato e realizzato.

  3. Io da buon genovese ho fatto il Telepass perché’ fa consumare molto molto meno carburante che stare in coda. La tradizionale  parsimonia genovese non si chiude a nuovi metodi di risparmio.
    Quanto al Gervasutti, non sarei così certo che i giovani d’oggi non vi si rechino…. In ogni caso rispetto al passato ora hanno il vantaggio del nuovo sentiero che parte oltrepassato il parcheggio del Bonatti. Anni fa, quando si scendeva magari tardi al buio dal Gervasutti, attraversare il torrente per tornare verso Freboudze si che era un divertimento….come del resto accadeva lo stesso al ritorno dal Boccalatte e anche dal Monzino fino a quando non hanno messo le passerelle…

  4. In quanto alla cultura della montagna, che ciascuno pensi e faccia ciò che vuole, in nome di una presunta libertà.
     
    Io vado per la mia strada, in compagnia dei miei pensieri o con cari amici: “We few, we happy few, we band of brothers”.

  5. Cominetti. Il telepass non serve per evitare la morte, ma per arrivare prima al giudizio finale. Si sa che Minosse è più severo con gli ultimi perché ha fretta di andare a fare la famosa merenda sinoira. Meglio arrivare tra i primi, magari finisci solo nel secondo cerchio dei lussuriosi, dove in fondo c’è una bella compagnia, soprattutto femminile. Questa si che è cultura della montagna o meglio del ritorno dalla montagna. Me la insegnarono alla Parravicini il primo giorno e non me lo sono dimenticato in tutta la vita. Meglio diventar rossi dalla vergogna che patire, dicevano i longobardi. Buona settimana e viva il telepass codino e contro-rivoluzionario. 

  6. Roberto, nel mio precedente intervento (162) non alludevo alla società umana nel suo complesso né a giudizi sulle nuove generazioni.
     
    Mi riferivo invece al singolo individuo. Ebbene, un essere umano – non importa che sia faraone della XVI dinastia o alpinista del XXI secolo – quando il cammino della sua vita è ormai avanzato può provare nostalgia: nostalgia di quando era giovane e forte.
    Perché nostalgia? Perché la vita ha una fine.
     
    Ecco a che cosa mi riferivo.
     

  7. Pasini, da milanese, pur vivendo in Liguria,  non ti è sparita la cultura-spauracchio della coda. Pensi, forse, che il Telepass serva per evitarla o per alleviare una morte che comunque arriverà. 
    Le code si possono evitare, quasi sempre. Se uno ci si ritrova, quasi sempre, è per colpa sua.

  8. Ma certo… Patente per andare in montagna, per sciare, skivelox, militarizzazione delle piste con carabinieri, poliziotti, boyscout e giovani marmotte pronte a dare le multe. Come durante il covid con i forestali che scorazzavano per le valle deserta di Cheneil per poi rompere gli zebedei all”unico vecchietto di 90 anni, dico 90, che era in giro per le piste Fra un po’ vorranno la patente anche per andare in bagno. Il Signor. Istruttore del CAI dell`Avvenir noi delle montagne gradiremmo stesse nella sua città, e scorazzasse sempre se munito di ulteriore permesso, nelle sue adorate ZTL. 

  9. Il vero rivoluzionario si riconosce al casello, soprattutto il rivoluzionario ligure che affronta la coda con tenacia e spirito di sacrificio e soprattutto parsimonia ? 

  10. Questa cosa delle generazioni anziane che criticano usi e costumi di quelle più giovani è una novità assoluta: bisognerebbe darle un nome…
     
    E invece, magari, te li ritrovi (i giovani), e tanti, con una pala in mano nel momento del bisogno.
    E persino in giro per le montagne.
    Anche se, signora mia, purtroppo per loro non potranno mai gustare quel sapore dell’avventura vera (TM) che ti poteva dare il tetto gocciolante del (vecchio) Gervasutti. Un pò spiace.
     
    Comunque sul telepass sono d’accordo: maledetto simbolo del turboglobalismo, non mi avrai mai!
    Che Guevara spostate! 🙂

  11. Quincinetto, dove piove quando in Valle c’è il sole! Però ho trovato un posto dove si mangia bene (e una palestra di roccia carina a Settimo Vittuone)…

  12. Vegetti. Chissà….magari ce li portano sottraendoli ai loro divertenti e gratificanti giochi sulla plastica. Non trascurare l’influenza nefasta di nonni e genitori, caiani e No CAI, convinti del valore educativo dell’andare per monti ? e al ritorno code mostruose per rifiuto rivoluzionario del telepass, come ai bei tempi del casello di Quincinetto, per temprare il carattere e la capacità di resistenza ? buon quel resta della domenica. Okkio alle code di rientro.

  13. Fabio e Roberto. Mi sa che, a prescindere, siano proprio pochini i “giovani” che vanno fino (!!!) al Gervasutti…  3.30 h su un itinerario semi-alpinistico e che ti devi trovare, sperando di non avere nessuno sopra la testa nel canale e di ricordarsi che i segni gialli sono vaghe indicazioni su dove andare , non i punti dove passare necessariamente… 

  14. Bertoncelli. Appunto. Nostalgia. Un sentimento comune ad ogni generazione. Pensa le mummie che nostalgia devono provare per le loro piramidi. Le hanno viste costruire dai loro schiavetti e oggi le vedono invase da orde di cannibali, molti eredi di quegli schiavi,  con pantaloncini corti e smartphone. 

  15. Sí, Roberto, me ne rendo conto. Mi sforzo di capire i tempi moderni e dico sempre a me stesso che, rispetto ai miei vent’anni, ci sono sí cose brutte ma anche cose belle, e queste ultime sono forse la maggioranza. Forse.
    Ma una parte non piccola del mio cuore è fatta di nostalgia di quando ero giovane e forte. E sognatore.
     
    P.S. Però non devi credere di star parlando con una mummia! ???

  16. Bertoncelli. Quanto contano le costruzioni umane e quanto contano i cicli di vita degli uomini? Cosa provera’ tra 60 anni, verso la fine del secolo, un ragazzo che andra’ quest’estate al nuovo Gervasutti? Ah saperlo…..io scommetto sulla carta sempre buona della nostalgia, a prescindere.

  17. Nell’agosto 1979 passai tre notti con due amici alla Capanna Gervasutti.
     
    Il primo giorno fu dedicato alla salita alla capanna, il secondo al riposo, nel terzo tentammo la via normale dell’Aiguille de Leschaux, e nell’ultimo scendemmo a valle. La capanna era rivestita di lamiera e dal tetto gocciolava la pioggia sui letti a castello, per cui ci sistemammo nelle cuccette inferiori. Non vedemmo anima viva, se non il secondo giorno in cui arrivò una cordata dal fondovalle e che poi scese dopo breve sosta.
    Il posto era eccezionalmente selvaggio, fuori dal mondo. Per procurarsi l’acqua bisognava risalire l’isolotto roccioso fino a un rivolo sovrastante. Ricordo ancora la battuta scherzosa di uno dei miei due amici: “Passaggio di quarto grado con secchio d’acqua in mano…”.
    In alto svettava a incredibile altezza la parete est delle Grandes Jorasses. Sognando a occhi aperti, mi figuravo quasi che, presto o tardi, sarebbe sopraggiunta la cordata del Fortissimo, di ritorno da un tentativo alla est.
    A quei tempi esisteva ancora in loco il vecchio Bivacco di Fréboudze, costruito negli anni Venti (https://it.wikipedia.org/wiki/Bivacco_di_Fr%C3%A9boudze), che oltrepassammo nel corso della salita il primo giorno. Trasudava storia!
    Il tentativo all’Aguille de Leschaux non andò a buon fine. Dopo aver rimontato interamente il ghiacciaio, ci imbattemmo in una cordata di due giovani francesi in discesa, reduci da qualche difficile via sul versante opposto (Petites Jorasses?). Ci avvisarono che la prosecuzione era impegnativa, ma noi tentammo ugualmente; ci bloccò la crepaccia terminale con un muro altissimo e cosí, forse anche intimoriti dall’ambiente severo, decidemmo di rinunciare.
    Poi in due ce ne partimmo per la traversata del Monte Bianco, dal Col du Midi al Refuge de Goûter, e lí tutto andò a meraviglia. Dal Tacul in poi e anche in vetta fummo in splendida solitudine. Che giorni!
     
    Come confessò con tanta nostalgia il filosofo Gianni Vattimo (l’ho già riportato in un altro commento): “Potessi ritornare a quei tempi – poche storie! – darei via tutto il Pensiero debole”. 
     
    … … …
    Mi domando: nel nuovo avveniristico Bivacco Gervasutti, avrei provato le stesse emozioni che seppe regalarmi la vecchia e sgangherata capanna di lamiera?
     
     

  18. Ovviamente il Cai nazionale. Il Cai sabaudo, no, quello fa il bivacco Gervasutti, che l’alpinista friulano si rivolta ancora nella bara, ma il vero caiano sabaudo pensa (crede) diversamente.  
    Bontà sua.

  19. Dal Messaggero Veneto di oggi: ” Il sentiero sul Pleros sarà messo in sicurezza
    “…diversi tratti esposti rappresentano un pericolo per l’escursionista.
    I comuni di Rigolato e Prato Carnico con il contributo parziale della Regione hanno deciso dunque di mettere in sicurezza l’intero tracciato, tra l’altro con la fornitura e posa di cavi ed elementi per la progressione.”
    Eccola la “vera” cultura della montagna: rendere accessibile a tutti qualsiasi itinerario di salita; il Cai è sotto osservazione per il bidecalogo? No problem, si delega ai comuni. Sono curioso di vedere se ci sarà una qualche minima reazione da parte delle sezioni Cai, che dovrebbero aver nel loro Dna, tra le altre peculiarità, la conservazione dell’ambiente naturale e l’insegnamento di come ci si muove al di fuori dei sentieri turistici, ma nutro molti dubbi in proposito, l’inportante è che sull’itinerario ci vada più gente possibile, che il ferrro sia bello, robusto e luccicante e che poi il ferratista si fermi a mangiare, dell’ambiente addomesticato non importa nulla, soprattutto ai montanari. La cultura che manca in montagna è quella del limite, averne la consapevolezza porterebbe già un miglioramento a tutti i livelli.

  20. Crovella: ” . La montagna, attraverso la sua severità, ci può educare ad essere cittadini consapevoli, lavoratori indefessi, coniugi attenti e genitori premurosi.”
    Lavoratori indefessi? Coniugi attenti? Genitori premurosi?
    Questa mi mancava!

  21. Crovella, non è che vivete in una “separate reality” (citazione colta…)? 4000 soci il CAI Torino, più o meno 25oo UGET: diciamo 7000 su 300.000 del CAI nazionale. Di cosa stai parlando? Di una minimissima parte della Associazione. La sola Sezione di Milano ne ha circa 8000… Quindi, suvvia, mettete via corona e scettro. Per altro, ti avevo già scritto che nemmeno nella tua zona di “pertinenza” ti ascoltano, visto ampliamenti e ristrutturazioni dei rifugi che hanno fatto invece di dismetterli, alla faccia dei tuoi proclami… 

  22. @153 Probabilmente la spiegazione sta nel fatto che, in area torinese, il CAI è MOLTO diverso da come agisce e si propone nel resto d’Italia. Tu conosci questo “altro” CAI (quello “nazionale”), io agisco da sempre solo nel CAI di area torinese: non mi trovo a disagio né il CAI torinese è minimamente spiazzato rispetto a me, anzi. La spiegazione sta nella comune natura “sabauda”, di cui siamo immersi – fin dalla nascita – sia il CAI torinese (nei suoi mille meandri, a cominciare dall’UGET ) sia, ovviamente, il sottoscritto. Io sono un caiano di ferro, ma sono un caiano del CAI torinese… Il marchio di fabbrica della natura sabauda te lo senti dire fin dalla culla: “Prima il dovere e poi il piacere”.  Il CAI di area torinese (non solo il CAI Sezione di Torino, ma tutti i meandri), essendo stato creato e plasmato da sabuadi è… “sabaudo”. per cui essere caiano a Torino è molto diverso dall’esser caiano nel resto d’Italia. Questa è la mia spiegazione, ritengo che sia fondata, ma è irrilevante. ciò che rileva è che io mi trovo benissimo nel CAI torinese (dal 1969!) e i vari meandri torinesi del CAI si trovano benissimo con me. forse molte incomprensioni fra me e te (e altri) sul tema CAI dipendono proprio da questa differenza fra il CAI di area torinese e quello nazionale.

  23. Carlo, io sono assolutamente d’accordo con te sui seguenti punti:
    1) Riduzione naturale e consapevole della popolazione mondiale, ma in modo estremamente prudenziale, cioè nell’arco di diverse generazioni.
    2) Non è necessario che gli oceani siano pieni di decine di migliaia di navi cargo che trasportano incessantemente susine, biciclette e cianfrusaglie varie dalla Cina all’Italia, et similia. È demenziale. Possiamo coltivare susine e produrre biciclette pure in Italia. In altre parole, la globalizzazione ha molti effetti perversi, che bisogna eliminare.
    3) Non è necessario andare sempre a scalare dall’altra parte del mondo. Ogni tanto ci si può fermare sulle Alpi. Ogni tanto posso andare sul mio Appennino: ti assicuro che lí esistono magnifiche valli in cui non si incontra anima viva e che raggiungo in un’ora o poco piú.
    4) Meno rifugi, meno strade in alta quota, meno impianti di risalita, e meno fighetti.
     
    Tutto ciò lo penso non tanto per salvare il pianeta Terra (quello si salva da solo), ma perché cosí facendo l’umanità vivrebbe meglio (punti 1 e 2) e io vivo meglio (punti 3 e 4).
     
    Il problema però è il seguente: che si fa con chi non è d’accordo, cioè il 95٪ della popolazione? Per esempio, dovrei forse piazzare una bomba sulla Skyway Monte Bianco per salvare il Monte Bianco? No, eh? E allora che si fa? 
     
    … … …
    In ogni caso, dice il saggio: “Prima di pretendere di cambiare il mondo, incominciamo a cambiare noi stessi”.
     

  24. Bene!
    Ma il tuo cazzo di Cai, Crovella, fa proseliti come se non ci fosse un domani. Non trovi che le tue teorie scontrino una contro l’altra?
    Io lo trovo e credo di non essere il solo ma TU caiano estremo che pontifichi su tutto, non credi di contraddirti?

  25. Giusto per non tirare per le lunghe questa cosa (che oltretutto è quasi tutta fuori tema rispetto all’articolo principale). Sintetizzo al massimo. Mi prometti però di non iniziare con la solita sfilza di domande e obiezioni, di richieste e di spiegazioni, approfondimenti, e varie altre scocciature del genere. La teoria è così: o si prende in blocco o, se non piace, è inutile farci dei ghirigori intorno.  Questa è la mia idea e molto probabilmente non piace né a te né a moltissimi dei lettori. Non piace perché richiede immensi sacrifici, sia di vita operativa che sul piano ideologico, ma potrebbe essere risolutiva proprio perché cambierebbe completamente il paradigma generale. Pertanto lo scopo di questa mia esposizione NON è convincerti/vi, ma informare, chi è interessato, circa l’esistenza di idee alternative a quelle complessivamente dominanti. Chiaro che, fra i tanti ostacoli, occorrerà anche fare i conti con i Paesi emergenti, ma intanto iniziamo a cambiare noi, poi tratteremo anche con gli altri: un passo per volta.
     
    L’estratto della filosofia è: cambiare radicalmente il PARADIGMA esistenziale. Non si può obbligare nessuno a farlo, ma occorre agire affinché tutti maturino la convinzione della necessità di virare nella direzione indicata. Abbiamo pochissimo tempo per invertire il trend. Al massimo una ventina di anni, forse meno, poi tutto è davvero perduto e non resta che il destino del Titanic.
     
    La formula è semplicissima: MENO, PIU’, PIU’.
     
    Ovvero:
     
     – MENO INDIVIDUI (A livello di intero pianeta: tramite la denatalizzaizone quindi in modo incruento. Sulle morti lasciamo fare alla natura, noi concentriamoci nel limitare le nascite (un figlio per coppia): il saldo negativo nati-morti piegherà la dinamica demografica. In montagna: farla tornare “scomoda, scabra, spartana”, togliendo le strutture che ci sono ora. I cannibali e i consumisti alla Briatore, che amano le comodità, la jacuzzi e lo chef stellano, si defileranno in automatico. Li vedremo in alti contesti e produrranno cmq danni, ma nell’immediato accontentiamoci di alleggerire le montagne).
     
     – PIU’ POVERI rispetto a come siamo adesso: abiura della ricerca del profitto come principale parametro dello sviluppo esistenziale ed economico. Lo sviluppo tradizionale, incentrato su crescita industriale e del turismo – che sono fra i principali motori della crescita tradizionale – “consumano” l’ambiente. La produzione sbanca letteralmente il  suolo – alla ricerca vuoi di metalli vuoi di aumento delle produzioni agricole o degli allevamenti intensivi – il turismo consumistico cementifica l’ambiente. Non possiamo più permettercelo: dobbiamo smettere di farlo. Quindi meno consumi – per cui meno produzione – e soprattutto meno turismo. Per arrampicare si può farlo dietro casa senza andare all’latro capo del mondo, per rilassarsi basta leggere un bel libro sul divano…. ovvio che spariranno un sacco di opportunità di lavoro e/o si contrarranno tutti i redditi. ma è un prezzo che dobbiamo capire che è inevitabile…
     
    – PIU’ FELICI rispetto a come siamo adesso: esistenza più semplice, meno laboriosa, torniamo a mangiare “pan e siula” (piemontesismo per “pane e cipolla”), rinunciamo a tutto il superfluo, dal SUV ultraprestazionale alle vacanze alla Briatore a chissà quanti altri status symbol…
     
    In pratica: DECRESCITA FELICE. Complicata da governare, complicatissima da far accettare. Certo. Ma occorre che tutti capiscano che, ora come ora, siamo come un malato terminale: o asportiamo le negatività del nostro attuale modo di vivere o esse ci uccideranno.

  26. @ 149
    Carlo, io ho tentato ma, se digito “Crovella” nella casella di ricerca, escono diciassettemilacentoquarantatré tuoi commenti.
    Ti fa tanta fatica spiegarmelo di nuovo – magari sintetizzando – e arrivare cosí a diciassettemilacentoquarantaquattro?
     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.