Petites Jorasses

Petites Jorasses (RE 031)
di Ugo Manera
(pubblicato su Scandere 1972-1973)

«Caro Ugo, se non ci adeguiamo ai tempi è meglio smettere di fare salite difficili». È quanto mi dice Gian Piero Motti, uscendo dopo la prima ispezione all’interno della capanna Leschaux. «Se non diventiamo capelloni e mezzi hippies, se non smettiamo di lavarci tutte le mattine e non solo quando prendiamo un temporale, verrà il giorno che non oseremo più presentarci sotto qualche grande parete del Bianco», continua sconsolato.

Non mi sento di contraddirlo. Già salendo dal Montenvers sulla Mer de Giace avevo la sensazione di recarmi a un raduno hippy anziché alla tanto celebrata capanna Leschaux. Infatti la maggior parte degli alpinisti che salivano lungo il ghiacciaio erano così conciati: capelli lunghissimi, arruffati ed abbondantemente unti, baffi cadenti, barbe incolte, tali da far pensare che i loro proprietari potrebbero benissimo passare più giorni in parete senza viveri, poiché tra i meandri di quelle barbe debbono trovarsi più grassi e proteine di quanto ne aveva nel sacco Bonatti quando attaccò da solo il pilier del Dru.

La tribù della Leschaux è in buona parte composta da questi esemplari: da qui la conclusione di Gian Piero.

La parete ovest delle Petites Jorasses con il tracciato della via Contamine

Da lungo tempo ho imparato a non credere più alle lunghe descrizioni retoriche — proprie di molti articoli e libri di montagna — che creano un alone di leggenda attorno a luoghi e alpinisti celebri; per cui non mi stupisco più di nulla e sono ormai corazzato contro tutte le delusioni.

Può darsi che ai tempi di Gervasutti e Cassin si raggiungessero luoghi come la Leschaux con religioso rispetto per le pareti che la sovrastano e che le ore ivi trascorse, alla vigilia del tentativo, fossero così intense, fuori dalla dimensione normale delle cose, da autorizzare quelli che le vivevano a sentirsi diversi, almeno in quei momenti, dagli altri uomini formanti il brulichio della vita cittadina. Oggi non è certamente così. Perlomeno non è così sulle montagne celebri delle Alpi. Può darsi che lo sia ancora in Himalaya o nelle Ande.

La prima cosa che ci colpì quando mettemmo piede sul piccolo ripiano antistante la capanna, fu un formidabile odore di orina. Una puzza globale che copriva ogni altra forma di odore. Evidentemente gli eletti frequentatori di questi luoghi sono così presi dalla poesia delle vette da non pensare che basterebbero venti passi in più per evitare questo sgradevole inconveniente; preferiscono mingere sulla porta di casa. Non meno impressionati fummo poi quando cercammo di entrare nel rifugio: da una parte tutti i giacigli occupati da gente sdraiata e immobile che probabilmente era già in quella posizione da parecchie ore onde evitare di dividere il posto con gli ultimi arrivati; dall’altra parte un indescrivibile disordine di stoviglie sporche, pane sbriciolato e tante altre cose sparse disordinatamente.

Malgrado tutto alla Leschaux c’eravamo e dovevamo cercare di trascorrere la notte alla meno peggio. Sfruttando un attimo di distrazione del gruppo che occupava il tavolo, riuscimmo a infilarci verso il fondo della capanna ed a sederci su una panca. Consumammo una parte dei nostri viveri poi, mentre Gian Piero era indeciso sul come sistemarsi per riposare almeno un po’, io, ormai rassegnato a tutto, mi buttai disteso sul pavimento sotto a una panca, cercando almeno di conquistare una posizione orizzontale. Con uno scarpone per cuscino mi infilai nel sacco da bivacco leggero, non per ripararmi dal freddo ma per proteggermi dai rifiuti che ingombravano il pavimento.

Dopo un po’ anche Gian Piero trovò una sistemazione simile alla mia ed eccoci pronti per «la trepidante attesa durante l’insonne notte che precede la grande ascensione».

Tutto preso dalla descrizione delle meraviglie trovate alla capanna Leschaux non ho ancora detto qual è la nostra meta. Si tratta della parete ovest delle Petites Jorasses per la via di André Contamine, Marcel Bron e Pierre Labrunie, una delle più difficili arrampicate di roccia della catena del Monte Bianco, ma forse la più bella, a giudizio di molti arrampicatori.

Sul trenino del Montenvers abbiamo incontrato due amici genovesi: Franco Piana e Lorenzo Pomodoro. Erano diretti allo spigolo della Walker ma giunti alla Leschaux e visto il numero di concorrenti in partenza per quella via, decisero di venire con noi sulla Ovest delle Petites Jorasses.

Ora, accovacciati come noi sul pavimento della capanna, attendono l’ora di partire.

Poco dopo la mezzanotte mi sento piombare addosso uno dei giapponesi che dormivano al piano superiore del castello. Con cenni accompagnati da parole incomprensibili per me, m’invita ad occupare il suo posto.

Tutto il folto gruppo di giapponesi si alza e, verso l’una, parte per la Walker. Evidentemente non vogliono correre il rischio di avere altre cordate davanti a loro. Più tardi, a brevi intervalli partono tutti i «walkeriani».

Per noi è inutile partire molto presto perché l’approccio alla parete non è molto lungo e non si può attaccare al buio.

Sul ghiacciaio di Leschaux si scorge una lunga fila di puntini luminosi in direzione della Nord delle Grandes Jorasses. Lasciamo la capanna e lentamente scendiamo sul ghiacciaio. Il cielo è sereno, cosparso di stelle. Verso occidente qualche velo potrebbe impensierire un po’ ma in complesso siamo tranquilli e non ci poniamo il problema del tempo.

Per un po’ ci dirigiamo verso la massa scura delle Grandes Jorasses, poi pieghiamo a sinistra in direzione delle Petites Jorasses. La Ovest è ora davanti a noi: nell’oscurità ne scorgiamo solo i contorni ma ne indoviniamo la vastità. Si ha un bel minimizzare le cose, dire che non vi è nulla di impossibile, che il sesto grado non esiste e così via, ma ora che la parete è lì, davanti a noi, con le sue centinaia di metri di placche, ci sentiamo stranamente intimoriti e sorgono in noi dei dubbi che prima non ci avevano neanche sfiorato.

Tante volte con gli amici avevo parlato di questa ormai celebre parete e tutte le volte dicevo che certamente un giorno o l’altro l’avrei salita. Ma in quei momenti ero sempre molto lontano dalle Petites Jorasses e quell’affermazione non mi costava proprio nulla. Ora però la Ovest è sopra la mia testa e mi accorgo che il dire che l’avrei salita un giorno non determinato era molto più facile che l’attaccarla ora.

Mentre saliamo e si attenua l’oscurità per il sopraggiungere della prima luce del giorno, a tratti alzo la testa in su e scruto la parete cercando di capire cosa ci riserverà. Ma tutte le volte non vedo altro che un enorme diedro alto circa duecento metri che muore sotto ad alcuni strapiombi; poi, sopra, null’altro che grandi placche grigie arrotondate ed indecifrabili.

I versanti occidentali dell’Aiguille de Leschaux e delle Petites Jorasses (a destra)

La parete ovest delle Petites Jorasses cade con 700 metri di placconi enormi sul ghiacciaio di Leschaux. Vista da lontano sembra un unico lastrone grigio e non si riesce a capire come lo si possa superare. I piccoli rilievi, le scabrosità tra una placca monolitica e l’altra, dal basso non si scorgono e l’occhio non riesce ad individuare l’ipotetico tracciato di una via possibile. Fanno eccezione i primi duecento metri ove l’uniformità della parete è rotta da un grande diedro che indica la logica via di salita, ma poi, sopra alla fascia di strapiombi non vi sono che placche su placche. Non vi è dubbio che su una struttura simile le traversate corte o lunghe debbano essere numerose e che molti chiodi non li si possa certo piantare.

Siamo giunti all’attacco; ci precedono due francesi, che erano partiti prima di noi, e alle nostre spalle sopraggiunge ad andatura pazzesca un alpinista di lingua tedesca che, nel tentativo di arrivare all’attacco prima di noi, ha seminato il compagno che sta arrancando in fondo al pendio. Visto che si è dato tanto da fare per superarci, gli cediamo senz’altro il passo e senza fretta ci prepariamo per iniziare l’arrampicata.

Il luogo ove ci troviamo, scarsamente illuminato dalla prima luce del giorno, è selvaggio e alquanto tetro. La roccia è grigio scura, uno sbrindellato ponte di neve, cosparso di detriti, va ad appoggiarsi ad essa. Alcune decine di metri alla nostra destra, lungo un diedro, pendono dei lunghi spezzoni di corda. Forse sono la testimonianza della tragedia che l’anno scorso coinvolse quattro alpinisti polacchi i quali, ripiegando a causa del maltempo morirono di sfinimento a pochi metri dalla base.

Non possiamo fare a meno di pensare alla drammaticità della situazione che il maltempo creerebbe su queste placche, ove a volte basta un tratto bagnato o ghiacciato per non poter proseguire.

Ma è meglio non soffermarsi troppo su questi pensieri e attaccare.

Comincio io la prima lunghezza di corda, volentieri perché alla seconda c’è già una buona dose di V e V+ e non mi spiace affatto che sia Gian Piero a fare la conoscenza del «quinto» della Ovest delle Petites Jorasses. Quando arrivo alla sosta il nostro inseguitore di poco prima sta arrabattandosi, anche con uso di staffe, sul passaggio di V+. Gian Piero mi raggiunge, riparte in testa e supera brillantemente la prima grossa difficoltà della via. Da questo punto le difficoltà si mantengono sempre molto elevate: quasi continuamente, a ogni lunghezza di corda, si è alle prese con il quinto grado. Questa è la parete del quinto grado e ne avremo conferma durante la salita.

In arrampicata sulla via Contamine alla parete ovest delle Petites Jorasses (foto moderna).

Non credo ci siano passaggi veramente al limite, cioè sesto grado, benché la relazione tecnica ne citi due o tre, ma il quinto da inferiore a superiore vi è servito in tutte le salse. Centinaia di metri di V e V+: in fessura, in salita diretta, in traversata, ma soprattutto su placca. Tanto che al termine della via se ne ha proprio abbastanza.

Continuiamo a salire sul fondo del gran diedro alternandoci al comando della cordata. Altrettanto fanno, dietro di noi, i due amici genovesi. Questo tratto del gran diedro è faticoso e si svolge costantemente sul fondo, lungo una fessura che si supera per incastro di braccio e di gamba. È però l’unico tratto con queste caratteristiche; più in su, oltre gli strapiombi, l’arrampicata diventa costantemente esterna, ad eccezione dei venticinque metri della fessura centrale, e assume un’eleganza unica.

Siamo sotto agli strapiombi; Gian Piero sale lungo un diedro a lame staccate molto bello ma difficile. Si ferma in pieno strapiombo su di un esiguo e scomodo ripiano. Lo raggiungo e proseguo verso l’alto. Sono al famoso passaggio del premier verrou, con il quale si superano gli strapiombi ove Contamine, durante la prima ascensione della parete, per passare dovette scalfire con il martello un piccolo gratton su una placca liscia e pur tuttavia passò solo al terzo tentativo, dopo due piccoli voli.

Raggiungo, con un passaggio atletico su lame strapiombanti, un chiodo all’inizio della traversata: il tratto più difficile di tutta la lunghezza di corda. Aiutandomi con la corda in trazione orizzontale mi sposto verso destra fino a raggiungere con il piede destro il gratton; ora bisogna cambiare piede su quest’unica scabrosità della placca per potermi poi allungare verso destra e raggiungere una fessurine al di là di uno spigoletto appena accennato. Per un attimo ho la sensazione di tornare al punto di partenza con un piccolo volo, ma poi le dita riescono ad artigliare la fessurina e il più è fatto. Aggancio un chiodo vecchio, forse ancora uno di quelli piantati da Contamine, mi innalzo ed esco sbuffando ma euforico, come sempre accade dopo aver risolto un passaggio che ti ha impegnato al limite.

Quando siamo riuniti al di sopra degli strapiombi abbiamo qualche incertezza sul percorso da seguire; e qui probabilmente abbiamo eseguito una variante. La relazione, che in quel momento non abbiamo letto, dà una traversata verso destra non molto difficile, poi uno strapiombo bagnato, quindi si ritorna verso sinistra. Invece noi abbiamo scorto un chiodo nella placca, direttamente al di sopra. Gian Piero lo raggiunge e prosegue in direzione di un diedro-canalino che raggiunge superando notevoli difficoltà. Tocca poi a me risalire il diedro, trovo due chiodi al di sotto di un piccolo strapiombo, lo supero e mi trovo in spaccata su microscopiche rugosità senza più né chiodi né fessure per piantarli. Esito un po’, cercando la concentrazione necessaria per superare quei pochi metri, poi lentamente salgo e, quando riesco a incastrare il pugno in una fessura verticale, tiro veramente un sospiro di sollievo. È stato questo il passaggio che mi ha maggiormente impegnato lungo tutta la salita. Gli amici, salendo, confermeranno la difficoltà di questo tratto completamente in arrampicata libera.

Siamo giunti alla base di una stretta fessura-camino dai bordi estremamente lisci. Abbiamo raggiunto i tedeschi che, all’uscita del gran diedro, avevamo perso di vista: stanno sbuffando lungo la fessura.

Gian Piero comincia a salire nella spaccatura, troppo larga per arrampicarla con incastro di braccio e gamba e troppo stretta per ogni forma di tecnica di camino. Ma quando bisogna ricorrere a tutte le finezze tecniche per progredire, il mio compagno è maestro; facendo opposizione con mano e gomito all’interno della fessura, aiutandosi con i piedi e le ginocchia sempre in opposizione, sale lentamente ma senza interruzione, tanto che, al vederlo, questo tratto non sembra neppure tanto difficile. Dopo una ventina di metri esce dalla fessura su di una placca liscia e, in posizione oltremodo precaria, ricupera i sacchi che incastrandosi nella fessura mettono a dura prova la sua resistenza. Finalmente dopo molto penare i sacchi passano e Gian Piero può proseguire fino alla sosta, se così si può chiamare un ripiano fortemente inclinato dove a malapena ci sta un piede.

Il mio procedere dentro la fessura è molto meno elegante, comunque, sbuffando abbondantemente, raggiungo il mio compagno e riparto in testa. Il tratto è straordinario per bellezza e difficoltà, ma voglio riportare le parole di Joël Coqueugniot, tratte dallo stupendo racconto della sua eccezionale prima ascensione solitaria di questa via:

«Questa lunghezza è straordinariamente bella, io sono nello stesso tempo disteso e in piena euforia. I movimenti si susseguono difficili ed evidenti.
Ma 15 metri al di sopra della sosta bruscamente mi fermo: non si passa più. Nello stesso tempo delle nubi, alle quali non avevo prestato attenzione, mi raggiungono e l’atmosfera diventa opaca.
Sono immobile, non certo a mio agio, il mio cuore martella e l’angoscia comincia a invadermi. Non è questo però il momento di lasciarmi prendere dal panico. Non ci sono alternative: bisogna che mi stacchi da me stesso, che la mia lucidità riprenda il sopravvento. È una questione di decisione e di volontà. È allora che la bestia calda lotta senza problemi, perfettamente coerente, perfettamente “dentro la sua pelle”. Penso ai 15 metri che ho fatto senza chiodi, senza fessure, ai 15 che seguono ove non potrò né riposarmi né assicurarmi. Bisogna che mi liberi completamente dalla mia immaginazione che stava per imballarsi. Bisogna che mi concentri su ogni presa, su ogni movimento, sulla previsione di ogni gesto. Debbo dunque battermi, non c’è più posto per la poesia: la tecnica solamente deve contare in questo momento…».

Ancora Gian Piero alle prese con la seconda fascia di strapiombi. Prima una placca liscia, poi è sotto il tetto. Una sola staffa agganciata a un vecchio chiodo; su di essa il mio compagno si protende verso sinistra, riesce ad afferrare con una mano una buona presa, volteggia ed è al di sopra del tetto.

Ormai le lunghezze di corda si susseguono sempre belle, entusiasmanti, sempre in arrampicata esteriore, bilanciandosi da una rugosità all’altra; alternando tratti diritti, piccole traversate a destra poi ritorni verso sinistra, quindi nuovamente diritto, che, se mi lasciassi vincere dalla tentazione di rivivere quei momenti, riempirei pagine e pagine nel descrivere ‘lunghezza per lunghezza di corda i vari passaggi.

Mi torna alla mente una considerazione di Pomodoro che — all’uscita del gran diedro iniziale, nei brevi istanti durante i quali le nostre cordate si trovarono riunite — esclamò: «In fondo arrampicare sul granito è una monotona sequenza di movimenti tutti uguali». Ora però, nella zona delle placche, la sua opinione è cambiata e ogni volta che veniamo a trovarci vicini elogia con entusiasmo questa stupenda arrampicata.

La nebbia ci ha circondati e nasconde la Nord delle Grandes Jorasses. Cade un po’ di nevischio ma non è cosa da preoccupare. Le lunghezze di corda si susseguono e cominciano a pesare. Alla diciassettesima, Gian Piero esclama: «A quest’ora la Scotoni sarebbe finita». Ma a noi ne restano ancora altre diciassette…

La placca di neve sul fianco Nord è raggiunta e superata. Poi ancora traversate e placche. Desideriamo la vetta, siamo stanchi ma non stufi di arrampicare; un’arrampicata così non può stufare.

Al termine di una lunghezza di corda non molto difficile, eccomi in cresta, sulla vetta; l’ho raggiunta quasi senza accorgermene. La parete è finita, siamo sulla cima rocciosa delle Petites Jorasses.

Gian Piero mi raggiunge velocemente. Siamo stanchi e felici; la salita ci ha impegnati a fondo ma ci ha soprattutto divertiti. È stata una scalata che ha soddisfatto appieno le nostre aspirazioni. Aspirazioni che coincidono e che sono probabilmente il denominatore comune che ci spinge ad arrampicare assieme nonostante i nostri caratteri profondamente diversi. Gian Piero è più sognatore, portato agli aspetti poetici della vita, che riesce a comprendere, a penetrare e a fare suoi. Ogni forma artistica è per lui accessibile in modo naturale, lo sono più pratico, volto alle cose concrete e tangibili, direi anche abbastanza materialista.

Tuttavia siamo giunti alla conclusione che andare in montagna è soprattutto un modo di divertirsi, di raggiungere un equilibrio interiore; così arrampichiamo insieme e insieme abbiamo compiuto un gran numero di salite.

Anche Piana e Pomodoro sono ora con noi; abbiamo impiegato undici ore a superare la parete: potevamo forse andare più veloci, ma non abbiamo voluto sacrificare nulla alle assicurazioni e alla prudenza.

Iniziamo la discesa lentamente, senza preoccupazioni, perché essa non pone problemi di sorta. Per noi la bella avventura della Ovest delle Petites Jorasses è proprio conclusa.

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Petites Jorasses ultima modifica: 2020-09-02T05:45:19+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Petites Jorasses”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    Manera ci credo, come tanti bivacchi ancora oggi. Ma io nel 1972 ero un bimbetto che, anche se attratto,  non sapeva cosa era la montagna. Figuriamoci se sapevo  della capanna Leschaux. Quello che sapevo del monte Bianco era quel poco che avevo imparato a scuola.

  2. 3
    Ugo Manera says:

    Nel 1972 la capanna Leschaux non era gestita, per contro lo sperone della Walker era di gran moda. L’incuria di tanti scalatori l’aveva ridotta nelle deprecabili condizioni descritte.

  3. 2
    Claudio Foresti says:

    Non sono uno scalatore. Sono solo un escursionista esperto.Ho letto però con partecipazione e grande piacere questa descrizione della scalata che non è semplicemente un salire con le corde; ma è “…scalare insieme per raggiungere un equilibrio interiore” Personalmente lo prendo come un insegnamento per le mie prossime “Scalate” della vita magari percorrendo la corrente al contrario. Magari non per arrivare ma per fare un percorso interessante e ricco. Importante è che ne valga la pena.
     

  4. 1
    Alberto Benassi says:

    bella salita classica la Contamine, ripetuta qualche  anno fa.
    La permanenza alla Capanna Leschaux non mi è sembrata così brutta anzi direi ottimamente gestita da una bionda e gentile ragazza francese e dal suo gatto.

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