Turismo bianco, futuro nero – 9

La mancanza di innevamento in Francia sta imponendo scelte drastiche: alcuni comprensori chiudono. Altri s’inventano “ponti aerei” dalle cime dei monti. Qualcuno cerca di adattarsi.

Francia, niente sci dai Pirenei al Grand Est
Turismo bianco, futuro nero – 9 (9-17)
di Andrea Barolini
(pubblicato su valori.it il 24 febbraio 2020)

«Non c’è più neve, dobbiamo chiudere». Le Mourtis è una stazione sciistica dei Pirenei francesi, nel dipartimento della Haute-Garonne. Diciannove piste da sci, situate tra 1350 e 1860 metri d’altitudine. Quella “media montagna” destinata a dire addio agli sport invernali tradizionali per via dei cambiamenti climatici.

All’inizio di febbraio ha deciso di arrendersi all’evidenza: «Le temperature registrate negli ultimi giorni hanno fatto sciogliere anche l’ultimo strato di neve», ha spiegato all’agenzia AFP Hervé Pouneau, direttore della società che gestisce la stazioni, assieme a quelle di Luchon Superbagnères e Bourg d’Oueil.

Numerose stazioni sciistiche francesi si sono viste costrette a chiudere gli impianti di risalita a causa della mancanza di neve e delle temperature troppo elevate © almavanta/Pixabay

I Pirenei: una frontiera dei cambiamenti climatici
Il problema è sentito in numerosi comprensori dei Pirenei. E anche a livello nazionale, se si tiene conto del fatto che il massiccio rappresenta il 10% del mercato sciistico francese. Nell’area, secondo i ricercatori spagnoli e francesi dell’Osservatorio pirenaico dei cambiamenti climatici, la neve potrebbe risultare dimezzata di qui al 2050.

A pochi giorni di distanza dall’annuncio del Mourtis, anche dal massiccio dei Vosgi – non lontano da Strasburgo – sono arrivate notizie di chiusure. L’intero Grand Est ha registrato soltanto due brevi episodi nevosi durante l’inverno: uno alla metà di novembre e un altro un mese più tardi.

«Dal 1988 ad oggi, soltanto otto inverni sono stati così poco nevosi», ha confermato al quotidiano 20Minutes Bruno Vermot-Desroches, direttore del centro Météo France di Besançon. «In media, alla stazione meteorologica di Markstein, a 1.265 metri sul livello del mare, la durata invernale dell’innevamento è in media di 80-90 giorni. Finora non ha superato i 10 giorni».

Anche in questo caso, la colpa è delle temperature troppo elevate. «Il vento mite ha sciolto la neve. E se ci sono precipitazioni, sono piovose. O, al più, neve che non attacca al suolo», ha confermato un meteorologo alla stampa francese.

A Montclar Les 2 Vallées la neve trasportata in elicottero
Che fare di fronte a tale situazione? Le alternative sono sostanzialmente tre. La prima: aspettare senza fare nulla, finché ci si troverà costretti a chiudere. La seconda: anticipare i cambiamenti climatici ed effettuare una profonda transizione in tutte le stazioni sciistiche ad altitudine media. La terza: lanciarsi in palliativi del tutto incompatibili con lo sforzo di lotta ai cambiamenti climatici.

Partiamo dall’ultima ipotesi. Che nel comprensorio di Montclar Les 2 Vallées, nelle Alpi meridionali francesi, così come a Luchon, nei Pirenei, ha assunto connotati incredibili. Il 28 dicembre scorso, i dirigenti della stazione, di fronte alla mancanza di precipitazioni hanno deciso di raccogliere la neve sulle cime e portarla a valle. Come? Tramite giganteschi secchi legati a un elicottero, come riportato dal quotidiano Le Dauphiné Libéré di Grenoble.

«Un’eresia ecologica»
«Il costo dell’operazione è stimato a 8mila euro al giorno. La dirigenza lo ha approvato all’unanimità, dopo aver preso in considerazione i pro e i contro, stimato l’impatto sull’immagine. Ma anche la soddisfazione dei clienti e i fattori economici e ambientali». L’elicottero ha percorso per 80 volte il tragitto, scaricando ogni volta tre metri cubi di neve.

«Una scelta che somiglia ad un’eresia ecologica», ha commentato il quotidiano Slate.fr. E che di certo non può rappresentare una soluzione. Soprattutto sulle Alpi, che dal punto di vista dei cambiamenti climatici risultano particolarmente vulnerabili. Dalla fine dell‘800 ad oggi, infatti, la catena montuosa ha visto la temperatura media crescere già di 2 gradi. «E il riscaldamento è più evidente proprio d’inverno, con 2,8 gradi in più rispetto ai livelli pre-industriali, mentre d’estate l’aumento è stato di 1,5 gradi», specifica la rivista scientifica Arctic, Antarctic and Alpine Research.

I dati sono incontrovertibili anche per quanto riguarda i giorni di copertura nevosa: in Svizzera, tra il 1970 e il 2015, sono scesi di 8,9 ogni decennio, tra i 1139 e i 2540 metri di altitudine. Pierre-Alexandre Métral, ricercatore dell’università di Grenoble, ha calcolato che dal 1951 ad oggi sono già 169 le stazioni sciistiche francesi che hanno chiuso: «Nel 45% dei casi – precisa – a causa della mancanza di neve».

Come nel caso del comprensorio sciistico di Saint-Honoré 1.500, nel dipartimento dell’Isère: «Nel 2003 – riporta un sito web dedicato alle “stazioni fantasma” – gli impianti sono stati messi all’asta. Ma nessuno li ha comprati. Così, dal 2004 sono abbandonati». Una «catastrofe economica» per chi, negli anni Novanta, aveva investito sull’estensione di piste e infrastrutture.

Il Vercors, modello di diversificazione nell’Isère
Al contrario, c’è chi ha preso atto dei cambiamenti climatici e scelto una strada diversa. Pur non rinunciando allo sci, quando la neve lo consente. È il caso dell’altopiano del Vercors, tra Grenoble e Valence, considerato un modello di diversificazione. Un approfondimento pubblicato sul sito del Senato francese spiega che «in 50 anni si sono registrati un calo dell’altezza media del manto nevoso del 25% e una diminuzione del numero di giorni nei quali è possibile sciare d’inverno. Il che ha colpito le attività turistiche locali, concentrate nei comprensori tra i 1.200 e i 2.000 metri di altitudine».

La situazione presso l’altopiano del Vercors, in Francia, il 16 febbraio 2020. L’intera area è completamente priva di neve attorno a 1000 metri di altitudine. Soltanto le piste più alte, verso i 2mila, sono ancora utilizzabili. Foto: Andrea Barolini

I comuni presenti sul Vercors – principalmente Lans-en-Vercors, Villard-de-Lans e Autrans – hanno così deciso di definire un “progetto condiviso di territorio”. Che ha permesso di stabilire tutti gli impatti che i cambiamenti climatici provocheranno sulla foresta, sull’agricoltura, sul turismo estivo e invernale, sull’acqua, sull’accessibilità dei siti e sui rischi naturali. Al lavoro hanno partecipato sindaci, consiglieri comunali, scienziati, esperti e tecnici del parco naturale. Il tutto con l’obiettivo di far emergere «una visione integrata e condivisa dei problemi e delle opportunità per il territorio».

Un’offerta turistica pensata sulle quattro stagioni
Il progetto si è quindi tradotto in una serie di azioni concrete. La prima è stata la creazione di un marchio per pubblicizzare il “nuovo corso”: “Inspiration Vercors”. È stata quindi creata una rete di piste ciclabili, battezzata Via Vercors, utilizzabili anche in inverno per passeggiate con scarponi o racchette da neve. Ai turisti viene proposto il noleggio di bici, anche elettriche.

«È stata così sviluppata un’offerta turistica pensata sulle quattro stagioni», che comprende anche percorsi-avventura, o per la scoperta di siti naturali, gastronomici e folcloristici. Ciò «al fine di sviluppare attività, servizi e promuovere i prodotti locali», precisa il Senato francese. Inoltre, in un’epoca in cui in molti chiedono di investire su nuovi impianti, si è scelto di smantellare 5 skilift, ormai inutili.

Il piano è costato complessivamente circa 9 milioni di euro. E i primi risultati sono arrivati: la Via Vercors è percorsa da più di20mila persone all’anno. E il numero di notti negli hotel e nelle altre strutture ricettive, in giornate senza neve, è ormai paragonabile a quelle legate agli sport invernali.

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Turismo bianco, futuro nero – 9 ultima modifica: 2020-09-03T05:08:25+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Turismo bianco, futuro nero – 9”

  1. 3
    Matteo says:

    Certo che i francesi sono sempre più avanti di tutti: 80 viaggi in elicottero per innevare l’equivalente di una pista baby (ma corta però, visto che con uno spessore di 10 cm e una larghezza di 10 m vengono 240 m di pista)…
    Anche economicamente mi pare geniale!!

  2. 2
    Carlo Crovella says:

    Concordo con Gallese (in Italia un piccolo esempio di modello Vercors c’è già in Val Maira, nel cuneese) e non mi ripeto oltre, se non per ribadire che occorre cambiare la mentalità dominante nell’opinione pubblica. Se i turisti di domani chiederanno solo più il modello Vercors, inevitabilmente l’offerta di adeguerà, abbandonando i mega caroselli sciistici. Certo, i tempi sono lunghi (parecchi decenni per l’iter completo), mentre la Terra e la Natura sono allo stremo e avrebbero bisogno di tempi rapidissimi per l’evoluzione della mentalità umana. E’ questa discrasia temporale il vero punto nevralgico dove si gioca la sopravvivenza della specie umana: più velocemente “capiremo” tutti insieme e ci adegueremo al nuovo modo di pensare (evidentemente non solo per gli impianti sciistici, ma a tutto tondo) e più facilmente rientreremo armonicamente nell’abbraccio della Natura. Più lunghi saranno invece questi tempi e più probabilmente la Natura ci vedrà come “nemici” da combattere e/o eliminare (inondazioni, tornado, terremoti, epidemie…). Per questo bisogna che ciascuno nel suo piccolo si impegni per diffondere la “nuova” mentalità il più in fretta possibile. Buona giornata a tutti!

  3. 1
    Paolo Gallese says:

    Il futuro è rappresentato da soluzioni simili a quelle di Inspiration Vercors, che puntano sulle 4 stagioni.
    Non credo ci sia altro da dire. 

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