Piste da sci, chi paga se non si apre a Natale?

Piste da sci, chi paga se non si apre a Natale?
di Nicola Pech

Il primo Natale dell’era CoViD-19 è alle porte e, tra i temi aperti sul tavolo di Governo e Regioni, l’apertura degli impianti da sci è uno dei più caldi.
Gli interessi economici in ballo sono importanti: secondo il Sole 24 Ore “in Italia ci sono oltre 400 aziende funiviarie (oltre 1500 impianti di risalita) che generano un giro di affari intorno ad 1,2 miliardi di euro, occupando direttamente oltre 14mila persone cui si aggiungono altri 2.000 lavoratori attivi nelle attività connesse e interdipendenti (rifugi, noleggi, scuole di sci, etc.).
Se si considera l’indotto economico dovuto alle attività direttamente collegate agli impianti di sci (rifugi, noleggi, maestri, impianti) questo genera un fatturato di quasi 4 miliardi che sale a 7 miliardi includendo quello connesso alla presenza sul territorio (lavori edili, acquisto di beni e servizi alberghi, negozi, ristorazione, eventi, e
cc.)”. Secondo Valeria Ghezzi, Presidente dell’ANEF (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari), un’eventuale chiusura degli impianti da sci durante le vacanze natalizie, comporterebbe una perdita tra il 60% e il 70% del fatturato.
Cosa fare dunque? Aprire e rischiare che si ripetano gli assembramenti del marzo scorso, quando stazioni sciistiche come Ischgl in Austria sono diventate il focolaio di mezza Europa o tenere chiuso, con buona pace degli operatori del comparto?

Nicola Pech (qui con Gabriella Suzanne Vanzan)

Prima di rispondere proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva per capire meglio qual è il giro d’affari dell’industria dello sci e, soprattutto, da dove arrivano i soldi. I dati disponibili sono quelli della spending review di Cottarelli del 2014 che rendeva pubblico l’elenco delle partecipate pubbliche tra cui risultavano 60 aziende che gestiscono impianti di risalita. In base ai dati pubblicati sul sito revisionedellaspesa.gov.it, riferiti al 2012, le perdite complessive, sottratti gli utili delle poche società in attivo, superano i 16 milioni di euro. Quasi tutti soldi pubblici.
Partendo da questo dato, l’Associazione Dislivelli ha cercato di capire, Regione per Regione, quanti sono i soldi che i contribuenti devono sborsare per tenere in piedi l’industria dello sci.
La ricerca, alla faccia della trasparenza pubblica, è stata un’impresa titanica perché è stato necessario rincorrere i fondi nei mille rivoli in cui copiosamente scorrono. Si va dall’innevamento artificiale, alla sicurezza fino ad arrivare alla mobilità sostenibile. Sì, perché ora le funivie vengono spacciate per mobilità sostenibile e gli investimenti che ne derivano, incasellati in quella voce di spesa. In questo modo si supera il vincolo europeo sulla concorrenza che vieta il dumping commerciale sull’offerta turistica e ci si dà una bella pennellata di verde. E’ così ad esempio per i due nuovi collegamenti Cortina-Arabba e Cortina-Monte Civetta per cui la Regione Veneto ha previsto, con una delibera regionale, una spesa di 100 milioni di euro.

Sempre secondo il dossier di Dislivelli, risulta che la Valle d’Aosta, a partire dal 1995/1996, spende circa 25 milioni di euro all’anno di fondi pubblici per sostenere l’economia dello sci. Finaosta, il cui capitale sociale è interamente posseduto dalla Regione Autonoma della Valle d’Aosta, ha acquisito negli ultimi 20 anni tutte gli impianti da sci della Regione.
Ancora più eclatante, considerato il disastro lombardo nella gestione dell’emergenza sanitaria,  il bando da 2,3 milioni di Regione Lombardia: Innevamento 2020: contributo per il sostegno alla gestione degli impianti di risalita e delle piste da sci innevate artificialmente. Sono 7 i nuovi interventi, si legge su Lombardia Notizie, organo ufficiale del Pirellone, che verranno finanziati con il contributo regionale di 2 milioni 390 mila euro dall’assessorato allo Sport e Giovani di Regione Lombardia.
La misura è il bando ‘Neve Programmata H48‘ finalizzato al potenziamento della capacità di innevamento artificiale su tutte le montagne lombarde. Complessivamente si tratta di investimenti per oltre 10 milioni e 390 mila euro stanziati da Regione Lombardia nel biennio 2019-2020.
Innevare tutte le piste italiane costa 100 milioni di euro a stagione, dichiara oggi Valeria Ghezzi di Anef in un’intervista pubblicata su Montagna.tv.

Partendo da questa lunga premessa e considerando imprescindibile un ristoro del Governo per tutti coloro che lavorano nel comparto e che rischiano di vedere andare in fumo le prospettive di guadagno per la stagione in corso, si impongono necessarie riflessioni.

Può la pandemia accelerare un processo di transizione dell’economia alpina verso un modello di turismo economicamente e ambientalmente più sostenibile?
L’aumento delle temperature e le precipitazioni nevose sempre più scarse esigono investimenti sempre più mastodontici a fronte di una stagione sciistica sempre più breve e di danni ambientali sempre più inaccettabili: nuove funivie significano energia per farle funzionare, per battere le piste; significano sbancamenti, strade, bacini per l’innevamento artificiale.
Lo sci moderno è arrivato a un epilogo”, scrive Giorgio Daidola, docente di Economia e gestione delle imprese turistiche all’università degli Studi di Trento nonché maestro di sci. “Siamo di fronte a un prodotto che si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso, ha avuto la sua fase di maturità e oggi è in decadenza”.

Cosa succerebbe nelle valli alpine se utilizzassimo quei fondi pubblici per le scuole, per potenziare i trasporti pubblici (quelli veri, non le funivie!), per garantire una sanità che funziona, per la banda larga?
Non sarebbe un modo per evitare di avere villaggi fantasma che si animano 20 giorni all’anno? Non sarebbe un modo per creare nuovi posti di lavoro con professionalità più qualificate? Non sarebbe infine un modo per evitare lo spopolamento che affligge la montagna italiana?
E’ possibile fare di necessità virtù e intraprendere seriamente il cammino verso quel turismo dolce, sostenibile e flessibile di cui tanto si parla ma che rimane quasi sempre lettera morta?
E’ possibile immaginare una vita in montagna non subalterna ai lunapark dello sci e alla colonizzazione culturale della città?

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Piste da sci, chi paga se non si apre a Natale? ultima modifica: 2020-11-29T05:49:34+01:00 da GognaBlog

42 pensieri su “Piste da sci, chi paga se non si apre a Natale?”

  1. 42
    albert says:

     1 Marzo: non solo il periodo Natalizio, ma l’intera stagione legata allo sci ormai e’ andata. Posso essere empatico con tutti quelli che hanno perso lavoro ed introiti, legittimo che  chiedano ristori .Pero’ farei una eccezione: un albergatore di Montagna localita’ rinomata e ben frequentata, nel condominio di  bassa pianura in cui abito , ha ben 6 appartamenti dati in affitto e forse eventuali altri .Dobbiamo dargli tutto il ristoro al 100% o solo una parte in rapporto all’Isee e  Redditi denunciati nel 2019 ??Non ha mai accantonato fondi cui attingere per eventuali periodi di crisi?

  2. 41
    Alberto Benassi says:

    tuttavia imbavagliati come pecoroni al black friday evidentemente non si è pericolosi, su qualche ravaneto da soli si.

    questo è quello che vuole e promuove il nostro governo.

  3. 40
    Roberto Pasini says:

     
     
     
     
    Progressione pericolosa  in cresta. La Valle d’Aosta si è ribellata con una sua legge regionale al grido “Ch’a cousta lon ch’a cousta Viva l’Aosta” e spaccando la maggioranza del governo locale. Preferisce il suicidio ospedaliero (viste le condizioni dell’ospedale di Aosta) al suicidio natalizio. Sperano forse che milanesi, piemontesi e liguri spinti dalla passione sciistica e/o dall’attrazione alpina scavalchino nottetempo i muri trumpiani che si stanno costruendo tra le regioni, magari accampando la scusa del babbo o del nonno o che le grida di Speranza siano in realtà bucate come le tasche degli italiani ? Vedremo come finirà lo scontro istituzionale, tenendo anche conto delle Statuto Regionale.

  4. 39
    MG says:

    sarebbe anche curioso capire, dai fautori del controllo a tutti i costi per il bene di tutti, la ratio di proibire alle persone di andarsi a fare un giro da soli a piedi o con gli sci su qualche monte deserto ma che magari sta nella regione vicina.
    in Apuane e in Appennino  ho vagato giorni senza incontrare qualcuno e pure da un mese non ci si può andare e se continua questa pantomima, durerà per tutte le feste (al che mi darò al bracconaggio di sentieri e vie).
    tuttavia imbavagliati come pecoroni al black friday evidentemente non si è pericolosi, su qualche ravaneto da soli si.
    I danni collaterali e diretti di un simile modo folle di governare un fenomeno complesso saranno ben presto più visibile dei morti di Covid (definizione tutta da valutare)   

  5. 38
    Roberto Schenone says:

    Il post di Carlo Crovella è perfetto. Condivido totalmente.

  6. 37
    Matteo says:

    Giacomo, la mia non voleva essere “una accorata difesa della gente”, quanto una grave accusa al modo di trattare la gente.
    Se addestri la gente a non pensare ma a ubbidire, avrai pochi problemi a imporre qualcosa, ma nessun correttivo se sbagli “ricetta”.
    Se dopo aver terrorizzato e coltivato l’ignoranza tramite la disinformazione, apri i centri commerciali ma impedisci di uscire dal comune, cosa ti aspetti che faccia la gente?
    Se comprimi il gas a 200 bar in una bombola e poi fai saltare il tappo in una stanza, non sorprenderti se saltano vetri e porte (se va bene) o se la bombola ti sfonda il muro: sei tu l’imbecille!
     

  7. 36
    Roberto Pasini says:

     “Pedro, adelante con juicio”. Vediamo cosa decidono domani. Sembra scelgano la linea dura per la montagna: alberghi chiusi e solo seconde case nella stessa regione e solo se gialla. Per il mare d’inverno non ho ancora capito. Toti trema e cerca di alzare la voce. Chiaramente poi bisogna vedere quanto si riuscirà ad applicare questa linea con le leve classiche persuasione + controllo e quale sarà la distanza tra i proclami e l’applicazione quotidiana, ma per certi versi meglio. Se si decide un suicidio, allora suicidio sia. Netto, pulito e spietato, come quando si va a morire a Lugano per 10.000 €. Ci vorrebbe anche il coraggio di dire “bambole non c’è una lira”, ma forse sarebbe troppo, anche perché risulterebbe chiaro che il suicidio alternato al baccanale è frutto dell’incapacità di mettere in atto una strategia articolata di gestione del problema, come quella a cui si riferiva Diego. Purtroppo a livello di classe dirigente e di società civile certe competenze gestionali non si inventano sulla spinta di una crisi. Io speriamo che me la cavo dunque. 

  8. 35
    Diego says:

    È palese che gli impianti oggi esistenti non possono configurarsi un alternativa assoluta al trasporto privato, ovviamente nel caso dovessimo transitare per un passo alpino, non posso di certo fare il cambio con la propria auto. Però è altrettanto vero che diversi dei mezzi motorizzati che transitano in montagna sono diretti sul passo, in alto o in luoghi di interesse particolare. Ecco che come altri tipi di trasporto pubblico anche gli impianti diventano efficaci, nemmeno i bus di linea sono un alternativa assoluta, ma servono a chi deve andare in un certo posto. Il problema ad oggi è che gli impianti sono quasi tutti concepiti per un solo uso invernale, quindi volutamente non collegati, per permettere appunto il trasferimento sciando. È in corso un evoluzione anche nelle fasi di riprogettazione di strutture esistenti, per renderle fruibili per scopi di trasporto non sciistico. Purtroppo, a nostro malgrado, gli sforzi che si fanno nel piccolo vengono spesso resi vani dalle grandi notizie più politiche che funzionali, ad esempio sull’ progetto di mobilità alternativa tra Cortina e Arabba, che anche un non esperto del settore riesce tranquillamente a mettere in dubbio.

  9. 34
    Giacomo Govi says:

    Pasini ( e Matteo) Verissimo che la gestione e’ incoerente e contradditoria. D’altra parte mi chiedo se l’accorata presa di posizione a difesa “della gente” sia opportuna. Suvvia, in periodo pre-natalizio non c’e’ bel tempo e liberta’ di spostamento che tenga, l’istinto ad assembrarsi nei centri commerciali e’ primario e genuino.  Semmai verrebbe da concludere che, vista la scarsa o nulla sensibilita’ individuale al problema, lo stile ‘paternalistico’ di vietare senza tante spiegazioni ha in generale un chiaro fondamento.  
    Ma la contraddizione resta, e per me e’ un segno che nuovamente, il governo ha un atteggiamento reattivo e per nulla pro-attivo. Assumendo che la seconda ondata sia in fase discendente, e che si possa e debba rilasciare la briglia in forme contenute, trovo incomprensibile che si accettino supinamente gli assembramenti ai centri commerciali, e invece si chiudano ciecamente le stazioni sciistiche, senza nemmeno un tentativo di regolamentazione di entrambe. E’ evidente che un tentativo di convivenza con l’epidemia DEVE essere ricercato, invece di optare per l’assurda schizofrenia chiudi-apri-richiudi.
    Ma qui pare che il coro a favore della chiusura delle stazioni sia unanime, probabilmente per antipatia dei cannibali. L’articolo arriva addirittura ad ipotizzare di scambiare gli aiuti all’industria turistica, che essenzialmente consente a gran parte degli abitanti di vivere, con i “trasporti pubblici” e la “banda larga”! Una proposta con molti slogan ma decisamente poco elaborata…
     

  10. 33
    Matteo says:

    “Mi dispiace che si pensi che gli impianti non possono essere dei veri mezzi di trasporto pubblico.”
    Jacopo, non mi vengono in mente ben pochi  impianti a fune attualmente esistenti che possa ridurre il traffico sui passi dolomitici…giusto il passo Gardena (forse)
     
    Per Pasini: quando si prendono le decisioni senza basarsi sulla logica, sull’analisi di dati e fatti, allora ci si fonda su interessi diversi (e nascosti) e succede proprio questo e si scade nell’assurdo.
    Ma se hai addestrato i sudditi a fidarsi a priori e senza domande in chi comanda e a ritenere immorale chi invece le pone, allora “andrà tutto bene”!!

  11. 32
    Roberto Pasini says:

    Sono settimane che si martellano le persone sugli sconti, sul black friday e sulla necessita’ di consumare per salvare il paese. I più politicamente corretti dicono anche che bisogna comprare nei negozi per sostenere le economie locali e non fare acquisti attraverso l’e-commerce,  gestito dalle malvage multinazionali che evadono il fisco. Fai diventare le regioni del nord arancioni, quindi apri i negozi ma impedisci di uscire dal comune. Le persone alla domenica si affollano nei negozi e i media, dopo aver incassato le inserzioni pubblicitarie sulle vendite straordinarie, strombazzano a tutto spiano: cattivi, irresponsabili …..ma per favore,! stai prendendo per i fondelli i cittadini che sono fin troppo pazienti. Avrebbero ogni diritto di mandarti a fare…..In montagna, chiudi gli impianti, poi deroghi dalle regole e permetti gli spostamenti tra tutte le regioni a prescindere dal colore fino al 20 dicembre, perché così tutti quelli che possono permetterselo possano andare in albergo e nelle seconde case e possibilmente spendere anche loro le tredicesime nelle ridenti stazioni ex sciistiche, consolandosi con tanta grappa e polenta e ciaspole dorate del non poter sfrecciare sulle piste. Ma dopo basta mi raccomando e gli altri che non si possono spostare prima o non hanno i soldi per farsi una settimana di vacanza, a casa, da soli o con pochi parenti e mi raccomando comprare, comprare ma senza fare assembramento. A volte mi chiedo se sia la realtà o se siamo dentro un film tragico e comico al tempo stesso. Ma cosa è successo agli italiani? Si sono bevuti il cervello ? Come fanno a sopportare senza fiatare ? In realtà hanno capito tutto e come al solito si fanno i fatti loro dicendosi : “io speriamo che me la cavo”. 

  12. 31
    Jacopo says:

    Mi dispiace che si pensi che gli impianti non possono essere dei veri mezzi di trasporto pubblico. In quanto, parlo almeno per le Dolomiti, d’estate si potrebbe limitare il transito delle auto sui passi e fare in modo che le persone prendano l’impianto per raggiungere il luogo di partenza della gita. Per quanto riguarda gli investimenti certamente si potrebbero destinare quei fondi della Regione per opere pubbliche e sociali, ma secondo voi senza tutto questo giro di affari che il turismo genera quei soldi ci sarebbero lo stesso? Non penso visto che nelle zone montane dove non ce un forte turismo praticamente sono lasciate all’abbandono.

  13. 30
    Luca says:

    Sarebbe ora di smetterla di dare la responsabilità ai comportamenti dei cittadini, laddove questi sono la logica conseguenza di scelte politiche.
    Piemonte e Lombardia tornano arancioni (e in Emilia ritirano l’ordinanza sulla chiusura nei prefestivi e festivi dei negozi): è appena trascorsa una settimana piena di campagne pubblicitarie (black friday, lotterie per rimborsi sugli scontrini, discorsi sul rilancio dei consumi…), i negozi riaprono dopo che sono stati chiusi un mese e poi… oh, ma guarda! Pienone di gente in città a fare shopping. Dove avrebbero dovuto andare, a fare una gita fuori porta rischiando di prendere 400 euro di multa perché sono fuori dal loro comune di residenza?
    Quando tra due settimane ci saranno i treni stracolmi di persone che vanno al sud a passare le vacanze siccome hanno là i parenti, si darà a loro degli irresponsabili? Eppure si parla di consentire gli spostamenti tra regioni solo per il ricongiungimento famigliare… 
    Curioso anche che su un blog come questo, dove si presume che tutti i lettori vadano in montagna, sia più importante sparare a zero sugli impianti da sci, fantasticando un modello diverso per le terre alte, quando di fatto ora in montagna (a parte in qualche regione più fortunata) non ci si può proprio andare, e tanti nel governo e comitato scientifico vorrebbero continuare a limitare gli spostamenti al di fuori del proprio comune (COMUNE, non REGIONE) anche durante le feste. D’altronde è la stessa linea del CAI. Le montagne possono aspettare, lo shopping e i parenti no.

  14. 29
    Michele Dalla Palma says:

    NUMERI SENZA SENSO
    Come sempre, si sparano numeri senza senso, ma se lo fa anche una testata che dovrebbe avere un minimo di autorità e verifica dei dati come il Sole24 (basterebbe una telefonata, invece di inventarli di sana pianta) siamo messi veramente col culo per terra. Secondo il giornale questo settore “occupa direttamente oltre 14mila persone cui si aggiungono altri 2.000 lavoratori attivi nelle attività connesse e interdipendenti (rifugi, noleggi, scuole di sci, etc.).”
    Potrebbe essere accettabile qualche punto di tolleranza, ma uno scostamento del 90% mi pare eccessivo… il comparto invernale occupa 120.000 persone. Solo nella provincia di Trento, i Maestri di Sci in attività continua sono 2800, 2000 associati a scuole e 800 liberi professionisti. Ci sono 51 Scuole di Sci che, oltre ai maestri, impiegano oltre 200 persone (impiegati, etc). 
    Come già scritto in altre sedi, mi sta benissimo la “riconversione” della montagna in salsa green, nel frattempo, noi andremo a mangiare e dormire a casa delle tante anime belle che gridano “basta sci”… 
    E per quanto riguarda il rispetto delle regole, basta guardare le “code” non pressi le maledette funivie, ma a casa vostra, ieri! 
    https://www.huffingtonpost.it/entry/quello-che-e-successo-ieri-a-torino-e-inaccettabile-la-rabbia-di-cirio-per-gli-assembramenti-alla-riapertura_it_5fc4bb55c5b6e4b1ea4ccbbf 

  15. 28
    Daniele says:

    Mi è capitato una volta, d’inverno, di accompagnare un amico al pronto soccorso di Trento. Beh, era pieno di sciatori feriti più o meno gravemente. Inoltre, un altro amico che di lavoro fa il medico a Tesero mi dice che la situazione è piuttosto grave già di per sé.Mettiamo pure che si riaprano le piste, e lasciando stare il problema “contagio”: chi dovrebbe occuparsi dei feriti in pista, e in che modo? Gli ambulatori locali che già hanno il loro bel da fare durante le stagioni normali? Come si pensa di risolvere un problema di questo genere?Non mi sembra di aver letto nessuno che ne parlasse, né da una parte né dall’altra, eppure mi sembra proprio un problema che davvero adesso non possiamo permetterci.A questo punto, direi anche che aprire le piste da sci sia persino peggio che aprire le discoteche.

  16. 27
    Prof. Aristogitone says:

    Sig. Robi, riprovi gentilmente nella lingua di Dante, così capiamo tutti. Grazie.

  17. 26
    Il robi says:

    Scusate  chi deve pagare nessuno come noi ristoratori e baristi non siete più belli voi

  18. 25
    Carlo Crovella says:

    In prima battuta hai ragione, ma all’atto pratico purtroppo il tuo è un inutile grido nel deserto. L’evasione fiscale deve essere perseguita (io aggiungo  “a sangue”) in quanto tale, non solo per compensare gli impianti chiusi e gli altri esercenti. Se non viene perseguito con efficacia o non c’è la capacità tecnica dell’Amm.ne pubblica o c’è connivenza del mondo politico. L’evasione si è accumulata nei decenni, con governi di destra e di sinistra, perché è anch’essa fisiologica nelle caratteristiche del popolo italico. Se dipendesse da me, appenderei gli evasori ai lampioni dal Brennero fino a Marina di Ragusa. Per estirparla occorre sconfinare in tali metodi, con prassi normali è peggio della gramigna. Inutile quindi pensare realisticamente di recuperarla.

  19. 24
    Riva Guido says:

    “Piste da sci, chi paga se non si apre a Natale?” Penso che sia giunto il momento in cui moltissimi italiani debbano mettere mano al tesoretto di 100 e passa miliardi di euro di evasione fiscale del 2019. Se non bastassero ci sono anche quelli di tutti gli anni precedenti. Già ci rubate i soldi, non rubateci anche la vita.

  20. 23
    Carlo Crovella says:

    @20. Bertoncelli. Sarà che io scrivo molto, ma tu sei un lettore distratto! Anche su queste pagine ho più volte criticato il governo e le autorità locali per aver perso i mesi estivi e non essersi preparati alla seconda ondata. Tra le tante cose che non si sono fatte (fra più posti ospedalieri e una organizzazione di accesso alla scuola al di sopra di ogni rischio di chiusura, ecc) ho più volte esplicitamente citato il tema trasporti, dove le autorità hanno proprio preso farfalle alla grandissima. Se vogliamo esser pistini (nomen omen) va precisato che la gente si accalca su treni/metro/bus ecc per motivi oggettivi (deve andare al lavoro, a scuola, ad una visita medica…), mentre shopping e piste da sci e attività voluttuarie sono un “di più”. Su questo versante la superficialità dei cittadini, che non sanno “rinunciare”, si sposa con l’incapacità delle autorità, ma  (sui risvolti voluttuari) trovo più grave la superficialità dei cittadini: e mai possibile che non si sappia rinunciare a niente per il senso del dovere civico???
     
    A Diego dico: apprezzo la tua pacatezza, che si distingue rispetto al i toni che per esempio vedo in TV di chi ho frigna come un bambino o protesta incazzatissimo contro le autorità. Tuttavia va sottolineato che la tua considerazione negativa sulle autorità italiane (sia nazionale che locali) è fondatissima, ma la domanda è: finora dove sei vissuto? Gli italiani sono fatti così per propensione etnica e soprattutto per consuetudini consolidate da secoli. Io (come ho già detto mille volte) appartengo al campo politico avverso rispetto all’attuale maggioranza di governo e quindi dovrei gongolare a sentir criticare la vacuità dell’esecutivo. Ma cosa vi aspettavate? Pensate forse che un governo Salvini avrebbe gestito meglio il tutto, fino ad arrivare “capace” anche di gestire la questione impianti sciistici??? Ma dai! Un governo Salvini sarebbe stato un pessimo governo! Accendiamo un cero alla Provvidenza cge ci ha dato il mellifluo Conte al posto del cazzaro Salvini nei tempi di una crisi del genere. Al di là dei due personaggi, vale una considerazione di fondo: i politici italiani fanno schifo, ma essi sono l’espressione della popolazione italiana. Un eventuale governo Draghi, in teoria capacissimo e severissimo, NON sarebbe apprezzato dai cittadini proprio perché farebbe le cose giuste in questo frangente (es: tutto chiuso a tempo indeterminato, ristori se possibile, sacrifici finanziari e fiscali dove necessario – patrimoniale, pensioni, tetto massimo a stipendi d’oro…). Per cui è ingenuo da parte tua (lo dico senza alcuna volontà offensiva) aspettarsi da un governo pulcinella come questo che fosse capace di “programmare” nei mesi scorsi la soluzione del problema impianti sciistici. Basta guardare al suo comportamento di queste ultimissime ore: ieri sera (domenica) c’è stato un Consiglio dei Ministri, convocato da Conte per le 22,30 (ma non avrebbero preferito guardare la Domenica Sportiva???), per valutare, fra i tanti provvedimenti da adottare, il rinvio delle scadenze fiscali di oggi lunedì 30 novembre… Il relativo decreto sarà stato licenziato a cavallo della mezzanotte, se non dopo, quindi già nel giorno 30… E’ un episodio stupidissimo, ma la dice lunga sulla capacità di programmazione del governo…altro che pensare, da maggio-giugno in poi, ad attrezzarsi per la seconda ondata autunnale!!! In Italia si naviga a vista, a maggior ragione in uno scenario critico come l’attuale. Buona giornata!

  21. 22
    Paola Cesco-- Frare says:

    Concordo pienamente con Crovella 18! La responsabilità dei nostri comportamenti dobbiamo prenderla noi cittadini, in buona parte.
    Capisco i problemi di chi lavora nell’ indotto sciistico, e sono altressi convinta che il cambiamento di rotta richieda tempi medio lunghi. Ma se non incominciamo a pensarci quando siamo obbligati a farlo, non ci attiveremo mai. 

  22. 21
    Roberto Pasini says:

    Diego. Il tuo approccio realistico e di buon senso richiederebbe interlocutori diversi: più decisi ad assumersi responsabilità nette e a parlare chiaro agli italiani, in un senso o in un altro. A me pare che questo governo debole, come peraltro fanno anche altri in Europa, navighi a vista, cercando di cavarsela, un colpo al cerchio e uno alla botte, senza troppo scontentare chi grida di più e senza farsi travolgere dalle carenze del sistema sanitario, sperando di  avere soldi a sufficienza ancora per un po’ per tener buone le diverse categorie. Evidentemente siete un settore che non ha le stesse capacità di pressione di altri e per di più avete cattiva fama: sbancatori, distruttori, inquinatori, allevatori di cannibali crovelliani, “politicamente scorretti”. Il ruolo del capro gira e cambia soggetti periodicamente. In questa fase tocca a voi. Dovreste fare un serio lavoro sulla vostra immagine. In ogni caso prevedo che il flusso verso la montagna natalizia ci sarà. Non avranno il coraggio di far saltare completamente l’operazione “Vacanze di Natale”.  Si parla di bloccare i movimenti solo dal 18/19. Quindi gli assembramenti ci saranno ugualmente, ma si dirà che è colpa dei turisti e che il governo ha fatto tutto quello che poteva, ha chiuso le stalle in tempo (in realtà i buoi erano già usciti) e ha persino chiuso gli impianti, i “cattivi” del villaggio. Funziona così. A chi tocca tocca, bisogna cercare di resistere e non avere troppe speranze in chi guida l’autobus, a meno che a un certo punto qualcuno si stufi della manfrina e prima di andare a sbattere faccia saltare il banco. Qualche piccolo segnale c’è, ma forse è ancora presto.

  23. 20
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, ogni giorno milioni e milioni di italiani sono costretti ad accalcarsi in autobus, tram, corriere, treni, metropolitane. Tu non hai commenti in proposito?
    Credi forse che l’attuale ripresa della pandemia (mese di ottobre) sia dovuta alle discoteche di Ferragosto?

  24. 19
    Diego says:

    @ 18. Buona sera Calo, la mia riflessione non voleva di certo mancare di rispetto all’emergenza epidemiologica, anzi. Voleva essere un integrazione alla informazioni contenute nell’articolo, che nella sostanza conclude dicendo che sarebbe meglio spendere diversamente i soldi, invece di investirli senza alcun funzionalità collettiva, nel settore sci.
    Il vero tema, che ha scaldato gli animi nel mio settore, è che da maggio stiamo lavorando per cercare di trovare, se esiste, un equilibrio tra una corretta gestione dei contagi e la sostenibilità economica dell’indotto sci. Senza la necessità di aprire a tutti i costi. Consapevoli che tra i settori imprenditoriali che hanno a che fare con potenziali assembramenti, siamo uno dei pochi che è in grado di gestire i flussi a priori, potendo contingentare gli accessi. Nessun centro città, centro commerciale o altra attività all’aperto riesce a farlo.
    Ci siamo invece scontrati con la triste realtà, che nel nostro paese ci si ricorda della montagna solo a dicembre e a Ferragosto, con un governo che nonostante mesi di discussioni con savariati interlocutori dice no a priori, senza voler valutare o smentire la sostenibilità delle proposte fatte, sguinzagliando tutta una serie di fantomatici esperti di montagna, si perché fanno il capodanno a cortina da anni..
    Ebbene rattrista vedere, come gia da te menzionato, che riempire i centri città non pare destare preoccupazioni, mentre solo l’idea che ci si possa spostare verso la montagna fa scattare l’allarme rosso, senza termine di discussione

  25. 18
    Carlo Crovella says:

    @14. Ciao Diego. Innanzi tutto dico con piacere che apprezzo moltissimo il tono pacato del tuo intervento. Nel contenuto: le tue considerazioni sono fondatissime, ma le riflessioni sulla riconversione della montagna invernale riguardano temi strutturali di medio-lungo termine, cioè indipendenti dall’emergenza covid. Invece la riflessione sull’opportunità specifica di non aprire gli impianti nelle vacanze di questo fine anno riguardano la valutazione prudenziale di non appesantire l’eventuale (attesa) terza ondata del virus da metà gennaio in poi. Le immagini TV degli odierni assembramenti nelle città del nord (compresa Torino) la dicono lunga. La gente si è riversata in centro (obiettivo shopping) solo perché le regioni sono passate da zona rossa a zona arancione. Quest’ultima è lievemente più lasca di quella rossa, ma non implica un “libero tutti”. Morale: gli italiani non sanno autogestirsi, questo ci dicono (ancora una volta) gli assembramenti odierni. Di conseguenza, le regole ufficiali devono essere rigide, altrimenti si scivola presto nel Far West. Ecco perché è impensabile aprire, anche solo parzialmente, gli impianti nelle feste. La chiusura rigida ce la siamo voluta noi (come popolo) con il nostro comportamento. Purtroppo ci sono imprenditori come te che ne porteranno le conseguenze. Non prendetevela con le autorità che impongono le restrizioni, ma con i cittadini indisciplinati. Sul discorso ristori immediati ho già scritto. Tanti auguri!

  26. 17
    Roberto Pasini says:

    Credo sia meglio separare due argomenti che nella discussione si accavallano : 1. La valutazione sul ruolo egemone dello sci nel turismo montano invernale 2. Il blocco degli impianti a Natale. Uno è un problema di medio e lungo periodo di cui abbiamo già parlato e richiede una riflessione più approfondita, sul piano valoriale ed economico. L’altro è un provvedimento contingente per far fronte ad una situazione particolare. Io penso che il combinato composto del blocco della mobilità tra le regioni durante le festività e della chiusura degli impianti che una parte della maggioranza di governo propone abbia come obiettivo cercare di ridurre l’effetto “spiaggia con annessi e connessi”. Limitare insomma l’affollamento, che mi pare l’unica fonte sicura di contagio. Sugli aspetti dell’affollamento che hanno più responsabilità nei fatti di marzo e dell’estate mi sembra che una graduatoria certa sia ancora da stabilire : discoteche, stadi, impianti sciistici, luoghi di lavoro non protetti, trasporti, scuole….L’idea è quella che riducendo la mobilità e bloccando l’attività invernale più popolare meno gente si recherà nelle più abitualmente affollate località di montagna. Se improvvisamente ci fosse una riconversione sia dei fornitori che del pubblico verso altre attività si creerebbero gli stessi problemi: le masse di sciatori convertiti alla ciaspola si riverserebbe comunque a magnare e bere al paese dopo l’inusitata fatica e saremmo daccapo. Quindi il vero tema è: possono le località montane reggere sulla base solo di un turismo a) locale b) privo del prodotto sicuramente “maturo” ma comunque oggi più attrattivo ? Non conosco la situazione dei megacomprendori dell’est ma conosco la Valle d’Aosta. Col blocco degli accessi, sci o non sci, il fatturato di Natale e la relativa occupazione verranno quasi cancellati. Ristori per tutti ? Non lo so. Ogni giorno mi pongo la domanda: ma la macchina del debito quanto può girare senza sbattere? Certo a questuare siamo bravissimi, meglio dei ROM, ho presente l’articolo di Saviano che dice ai crucchi “dateci i soldi perché altrimenti la mafia diventa più forte e poi arriva da voi in forze, ancora di più di quanto non ci sia già” . Ma possiamo pensare di cancellare poi il debito come qualcuno comincia a dire? In questo caso saremmo i più bravi del mondo e meriteremmo il Nobel del famoso Piangi & Fotti e potremmo andarne orgogliosi per molti anni a venire, noi, i nostri figli e pure i nostri nipoti.

  27. 16
    Vittorio Lega says:

    Per quanto mi riguarda, aldilà di covid e impianti aperti o chiusi, il lavoro sarà merce sempre più rara. Hannah Arendt in Vita Activa sosteneva che in caso di disoccupazione massiccia il vero problema sarebbe stato non tanto quello economico, ma quello sociale-culturale di gestione del tempo libero dei lavoratori esonerati. 
    Questa potrebbe essere l’occasione di trasformare una crisi in opportunità ma, per farlo, occorrono cifre che l’articolo per quanto meritorio non riesce a darci a causa dell’opacità degli interlocutori istituzionali: quali sono i fondi pubblici impiegati nel settore? Quanti i lavoratori impiegati, indotto compreso (non solo dipendenti, ma autonomi, precari e irregolari)? Quanto costerebbe mantenerli, a parità di reddito, con un reddito di cittadinanza in attesa di un reinserimento? A quel punto, ci vorrebbe solo la volontà di provare, per vedere che succede, in un anno che sarà comunque assai travagliato… 

  28. 15
    andrea dolci says:

    @matteo: parlare di neoliberismo in un paese con 300.000 leggi e lo Stato che controlla direttamente o indirettamente oltre il 60% del PIL suona molto stonato. Quanto alle sovvenzioni pubbliche io parlo per la società  che conosco e non credo che 300.000€ su oltre 5 milioni di bilancio siano tai da poter parlare di società pubblica con i dipendenti a carico dello Stato.
    Il turismo invernale deve progressivamente riconvertirsi ma chiudere oggi gli impianti serve solo a generare 100-150.000 disoccupati.

  29. 14
    Diego says:

    Buongiorno a tutti, mi chiamo Diego e sono un giovane imprenditore del settore impianti a fune ad Arabba. Da tempo seguo con curiosità e spirito critico questo blog, perché mi da interessanti spunti di ragionamento. Volevo solo fare un appunto rispetto ai dati citati nell’articolo. Lo studio menziona i bilanci delle aziende partecipate dal pubblico. Considerate che queste partecipazioni, come in altri settori, si riferiscono generalmente a realtà che per vari motivi vivono situazioni difficli. Infatti come possiamo leggere, di tiene conto dei dati di 60 aziende delle 400 menzionate all’inizio dell’articolo.
    Ne risulta quindi che non vengono prese in considerazione le altre 340, si presume di natura privatistica, che alcune più alcune meno, sono in attivo di bilancio. Purtroppo non ho dati alla mano, ma dalle mie personali esperienze sono certo che le contribuzioni fiscali di queste aziende, e di tutto l’indoto legato allo sci da diciesa, anche delle zone relative alle 60 attività in perdita citate sopra, vada a coprire più che abbondantemente la contribuzione pubblica nel settore. Questo significa che a livello nazionale, l’ intero affare dello sci genera comunque un bilancio positivo
    Detto ciò condivido pienamente l’idea che dovremmo guardare tutti in maniera più lungimirante ma non catastrofista, senza generalizzare troppo, al futuro dei nostri monti. Consapevole del fatto che tutte le imprese del turismo dovranno operare sempre più nell’ottica di sostenibilità sociale, ambientale e economica del territorio

  30. 13
    Massimo Silvestri says:

    Saluti.
    Riporto una nota che ho girato qualche giorno fa al coordinamento Orobievive.
    ISTAT a metà aprile ha pubblicato dati statistici sulla mortalità di marzo e aprile in provincia di Bergamo rapportata alla mortalità storica. Sono i dati della mortalità in percentuale rispetto alla popolazione residente. Vi copio alcuni dati, relativi alla fine di marzo, in cui nell’elenco c’erano quasi tutti i comuni della provincia.
    Se qualcuno vuole avere il documento completo scriva a Gogna che glielo mando.
    La mortalità % in rapporto alla popolazione in quali paesi è stata più alta?
    Con la sola eccezione di Villa di Serio, in bassa Val Seriana, i valori sono i seguenti: Piazzatorre 1,809; Lenna 1,505; Costa Valle Imagna 1,56; Schilpario 1,296; Selvino 0,934 (ma a conti fatti a Selvino sembra si sia contagiato il 50% della popolazione, record MONDIALE!); Valtorta 1,498; Valbondione 1,260; Foppolo 0,538 (impianti chiusi per fallimento); Carona 0,658 (impianti chiusi per fallimento).
    E Nembro ed Alzano, tristemente note? Nembro 1,31; Alzano 0,798, entrambe più basse dei paesi sopra richiamati!
    Ma anche: San Pellegrino 0,999; San Giovanni Bianco 0,986; Santa Brigida 1,292; Zogno 0,991 ….
    Quanto accaduto è avvenuto a inizio marzo senza neppure le precauzioni minime anticontagio, ma …. siamo proprio sicuri che la situazione ora sia molto diversa? Certo, in proporzione a marzo i decessi ora sono irrilevanti o quasi, i contagi idem …. ma non dimentichiamo che il virus sta ancora circolando.
    Quale l’origine? I fine settimana dell’1 e dell’8 marzo tra Bergamo e Brescia c’è stato l’assalto alle piste di sci: fate una ricerca in rete e troverete per Brescia l’1 marzo 14000 persone in Val Camonica, diventate 20000 il weekend successivo, numeri poco diversi per Bergamo.
    Vorrei notaste che i contagi si sono verificati anche in località senza grossi impianti, anche solo per la classica passeggiata invernale di un utilizzo della montagna suggerito da Cognetti (fruizione del resto assolutamente condivisibile) … e non sono dovuti sicuramente ai fantomatici PM10 in pianura padana … e neppure – salvo verifiche che dalla Procura di Bergamo a tutt’oggi non sono ancora arrivate – dai tifosi alla partita Atalanta Valencia del 19 febbraio … .
    Più che chiedersi ‘chi paga se non si apre a Natale’ non dovrebbe porsi il quesito di quanti soldi la sanità pubblica dovrebbe spendere per curare chi si contagia? Vogliamo ancora giocare con i morti?
    Saluti,
    Massimo Silvestri

  31. 12

    Crovella 10, sante parole.

  32. 11
    Luca says:

    Letto con vera attenzione l’articolo. 
    Io faccio parte di quanti fanno “piagnistei” perché privati del.loro luna park e,letto l’articolo, me ne vergogno un po’. 
    Detto qs,non dobbiamo solo pensare alle grandi stazoni sciistiche alla.moda(Cervinia, Cortina, corvara ecc), ma ai piccoli paesini,tre impianti di 30 anni, che vedono sfumare.il già magro bottino …sono destinati a nn sopravvivere. 

  33. 10
    Carlo Crovella says:

    Per quel che ne so, in Piemonte esistono rigidi contratti stagionali fra società impianti e omini degli skilift. La controprova è che – in epoca pre Covid – gli impianti non potevano essere aperti PRIMA di una certa data (neppure con innevamento pazzesco) e non potevano continuare ad essere aperti DOPO una certa data (in genere Pasqua o giù di lì). In soldoni: non potevano le società aprire in funzione dell’innevamento  esistente, ma solo in funzione delle date stabilite dai contratti e riferite al rapporto società-maestranze. Spesso noi piemontesi abbiamo riso di gusto quando gli impianti italiani dell’alta Val Susa erano ancora o erano già chiusi, mentre Monginevro (in territorio francese) girava alla perfezione. Quindi contratti di lavoro molto rigidi (che immagino si estenderanno anche a risvolti collaterali, quali quelli assicurativi del personale ecc), con pagamento di corrispettivi dalle società ai singoli lavoratori. A monte però si sa che ci sono ingenti contributi pubblici, il principale dei quali è regionale (o cmq transita attraverso la Regione), quindi coinvolge non solo la Val Susa. A questi magari si affiancano, qua e là, dei contributi locali (comunità montane ecc), specie per le stazioncine piccole e piccolissime. Il tutto è finalizzato ad assicurare occupazione.
     
    Si crea quindi un patto faustiano a tre: società impianti-amministratori locali-residenti che lavorano come stagionali ripetuti anno dopo anno. I residenti possono votare nelle elezioni e tengono per le palle gli amm.ir, i quali, a fronte della garanzia di assicurare lavoro ai cittadini, si attivano per trovare contributi a favore delle società, le quali, a fronte di garanzia di dare lavoro ai cittadini, cercano di ottenere sempre qualcosa in più, anno dopo anno. Con quest’ultimo concetto (qualcosa in più) intendo non solo un contributo finanziario in più, ma anche altre cose collaterali come un’autorizzazione amministrativa per un nuovo impianto o per l’estensione delle piste o la copertura – quanto meno in termini di accondiscendenza – di iniziative che sono in violazione di legge o, più probabilmente, molto borderline su tale fronte (penso alle barriere antivento lungo le piste: a volte è saltato fuori a posteriori che non avevano i requisiti tecnici richiesti dalla legge….).
     
    Tutto questo per dire che ci sono tre sciemmiette che non solo “non vedono-non sentono-non parlano”, ma che agiscono “manlevandosi” in regime di aumma-aumma. Poi, in tuto ‘sto giro, chissà quante “stecche”… E ci si chiede chi paga? Paghiamo tutti, compresi i non sciatori, anche in condizioni normali. Figuriamoci ora. Siccome ho letto, da previsori meteo molto attendibili, che dovrebbero arrivare nevicate abbondanti (anche a bassa quota) a cavallo dell’Immacolata, mi aspetto che nelle settimane fra l’Immacolata e Natale, con abbondanza di neve naturale (mentre ad oggi ci sono sostanzialmente i prati secchi – parlo soprattutto delle Occidentali), si solleverà un intenso piagnisteo corporativistico (cui si accoderanno i “poveri” pistaioli, privati del diritto di fare vacanza!) e il governo in carica sarà sottoposto a pressioni inimmaginali per far aprire gli impianti. Sarebbe davvero paradossale se il governo cadesse NON per le divisioni ideologiche sulla riforma del Fondo Salva Stati (in Parlamento dall’Immacolata in poi), ma per il tema aprire o meno gli impianti sciistici.
     
    Volendo riassumere la questione sulla semplicistica domanda: “chi paga in caso di impianti chiusi”, direi: se fossimo ricchi come la Germania potremmo permetterci di chiudere e di ristorare in modo adeguato e con tempistiche immediate. Questo vale non solo per le società impiantistiche in senso stretto, ma per tutto l’indotto (hotel, maestri di sci, skimen ecc ecc ecc). Il punto è che la Germania è ricca e ha un meraviglioso welfare non per generosità divina, ma per merito loro nei decenni dalla guerra a oggi: sono delle formichine e non delle cicale. Noi abbiamo gonfiato il debito pubblico per dare mance e mancette e ora siamo con le pezze sulle chiappe. Al momento non ci sono soldi in cassa né per gli impianti sciistici nè per una qualsiasi trattoria di provincia. ecco qual è il vero problema. Il governo riuscirà a trovare altri soldi? E la domanda divenmta: siamo così spudorati che faremo pagare alle future generazioni il costo del debito marginale che stiamo facendo oggi come oggi???

  34. 9

    Non mi piace la montagna lunapark e la neve artificiale ciò detto vorrei solo ricordare che, ad esempio, la Cervino spa (Cervinia, Valtournenche, Torgnon, Chamois) occupava lo scorso anno 96 dipendenti fissi e 176 stagionali (bilancio 2019). Dove andrebbero a finire? Aggiungo anche: chi pensate che andrebbe a vivere in un posto cementificato come Cervinia (o Tignes, Val Thorens, ecc. ecc.) se  gli impianti fossero chiusi?

  35. 8
    Paolo Gallese says:

    Hmmm… Matteo, ripeto,  non conosco il genere di contratti che regola l’impiantistica del comparto sciistico. Ma nutro dubbi.
    Se le cose stanno come dici, allora sì,  lo stato per volontà sua eroga aiuti.
    Noi, per quanto ci riguarda, da quel punto di vista siamo abbandonati. È  chiaro che il settore della didattica museale ha un valore economico inferiore, rispetto al numero di occupati nel settore sci e alle sue ricadute secondarie. 
    Pur impugnando, se lo stato fa una scelta posso capirla. Però… va be’. Capite anche noi poveracci  fanale di coda della “grande” cultura, dove gira il vero grano.

  36. 7
    Matteo says:

    paolo ed enrico, quello che Alby dice è che se è vero che gli impianti sopravvivono solo perché finanziati dagli aiuti dello Stato, l’uomo dello skilift è pagato dallo stato per interposta società impiantista (che peraltro genererà sicuramente una caduta di efficienza nel finanziamento dell’uomo dello skilift).
    Quindi se lo Stato decide di farlo, potrebbe benissimo finanziare l’uomo dello skilift tramite il sostegno alla costruzione di scuole, alla mobilità sostenibile, all’agricoltura, trasformandolo in bidello, autista di furgone o contadino.
    Certo sarebbe una torsione di 180° rispetto agli ultimi 30-40 anni di neoliberismo e demonizzazione dell’intervento dello Stato.
    Più che un cambiamento della politica mi pare necessario un cambiamento della società e dell’ideologia e della mentalità dominante…per non parlare delle resistenze di chi ci ha guadagnato e ci guadagna, in primis la finanza.
    La vedo dura.

  37. 6
    Roberto Scala says:

    “E’ possibile immaginare una vita in montagna non subalterna ai lunapark dello sci e alla colonizzazione culturale della città?” Sì, ma richiede un grosso sforzo e lungimiranza che politicamente/populisticamente non ripaga. In tempi non sospetti, se ricordo bene anni ’70, Cervières ai piedi del Pic de Rochebrune, rifiutò la valorizzazione impiantistica a favore di uno sviluppo ecosostenibile, tipo centro fondo, con grande successo. Se non ho capito male, mi chiede: perché i soldi provenienti dalle tasse dei cittadini, anche quelli che non sciano (non sono uno di questi), devono contribuire ai costi dell’innevamento artificiale e degli impianti? Non sarebbe più corretto che contribuissero albergatori, ristoratori e quanti guadagnano proprio grazie all’esistenza di queste strutture?

  38. 5
    Enrico Defilippi says:

    Temo che Gallese abbia ragione. L’industria dello svago, dell’intrattenimento e della fruizione del voluttuario , piaccia o meno, ha  creato  occupazione. Dico ha creato perché lo scenario del mondo del lavoro che la pandemia sta ridisegnando non mi sembra  dei più rosei. E non credo che lo stato potrà farsi carico di tutti i disoccupati. 

  39. 4
    Paolo Gallese says:

    Scusate sono ignorante in materia.  Volete dire che il personale di supporto è composto da dipendenti pubblici? Guardate, non credo proprio.  È più probabile che si tratti di cooperative esterne di gestione. Che restano all’asciutto e senza sovvenzioni. Anzi, il sistema attuale degli appalti, forse, obbliga le stesse al pagamento delle royalties previste, anche con i servizi chiusi.
    Nei musei pubblici per esempio, chiusi, le cooperative che gestiscono i servizi hanno entrate zero, nessun aiuto, ma tutti gli oneri attivi. Ve lo garantisco. Ci lavoro.

  40. 3
    palms says:

    @Albi: mi pare che l’articolo dica piuttosto chiaramente che l’uomo dello skilift che ci butti sotto gli occhi con mossa astuta, lo paga lo stato. Se gli chiudono l’impianto, cioè il posto di lavoro, lo stato continuerà a pagarlo. Non cambia niente.
    Dunque come argomento d’inciampo può essere serenamente cestinato.

  41. 2
    Albi says:

    Trovo interessante e giusta l evoluzione verso un turismo rispettoso della natura, ma trovo altrettanto disdicevole che nell analisi dell attuale non si parli mai dell alto numero di operatori nel sistema attuale dello sci, il mio pensiero non va all albergatore al quale dedico il mio sostegno per le difficolta , ma inanzitutto va all uomo presente alla risalita dell impianto che senza impianto con tutto chiuso  sia di servizi sia commerciale non ha alternativa di guadagno, se si frammenta tutto il settore sci compreso l abbigliamento di posizioni come l uomo della seggiovia in pericolo sono molte. Vogliamo essere meno egoisti? Meno convinti del proprio angolo di visione del problema?

  42. 1
    Paola Cesco - Frare says:

    Ovviamente la domanda è retorica, e la risposta è : certamente si!  Ma si continua testardamente a perseguire la strada di sempre, sconsieratamente. Come i topi che seguono il Pifferaio magico e vanno tutti a precipitarsi nel  burrone. Quando si capirà che saremo tutti obbligati a un cambiamento radicale? Se non lo faremo un poco per volta, ritirando la nostra enorme impronta sulla terra, e sulla montagna in particolare, saremo costretti a soccombere ignominosamente. Purtroppo il Presidente Zaia, che si è mosso con abilità per il COVID, ha commesso l’ enorme sbaglio di sostenere il progetto di ampliare gli impianti e i collegamenti, avvallando l’ idea idiota che questi potranno limitare il traffico automobilistico sulle strade del bellunese. Anche il più sprovveduto potrebbe capire quanto questo sia assurdo. L’ l’inverno in montagna non può più essere solo sci da discesa! Credo che molti lo stanno capendo., alla faccia degli impiantisti! 

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