Ci si riferisce a quanto da noi già pubblicato a suo tempo, vedi https://gognablog.sherpa-gate.com/dopo-la-tragedia-della-valle-di-rhemes/ e https://gognablog.sherpa-gate.com/distacco-provocato-da-una-vittima/.
Sì al processo per la Tsanteleina
di Cristina Porta
(pubblicato su La stampa del 26 maggio 2025)
Quando escono dall’aula del primo piano del tribunale di Aosta, i parenti delle tre aspiranti guide alpine che il 13 aprile 2022 morirono sotto una valanga hanno gli occhi gonfi di lacrime. Non hanno voglia di parlare, solo un laconico «questo per noi è stato un momento molto duro». Il 26 maggio 2025 si è svolta l’udienza preliminare al termine della quale Matteo Giglio, 51 anni, istruttore delle guide e unico superstite, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo plurimo. Il processo, davanti al giudice Marco Tornatore, inizierà il 24 ottobre 2025.

Dove era avvenuto l’incidente
La valanga si era staccata a Punta Goletta, a 3250 metri di quota vicino al Col de la Tsanteleina nella zona della val di Rhêmes, ma già in territorio francese. Giglio e i suoi tre allievi del 41° corso, organizzato dalle guide alpine valdostane, stavano scendendo lungo un canalone quando sono stati travolti dalla valanga. Giglio era riuscito a galleggiare sulla neve, poi aveva da subito iniziato a cercare i compagni. Per loro non c’era stato nulla da fare nonostante tutti i tentativi del loro istruttore per salvarli. Giglio, con uno sci solo, era riuscito a scendere più in basso e a chiamare i soccorsi. Ma a causa del maltempo, i corpi delle tre vittime erano stati recuperati solo il giorno dopo.
Chi erano le vittime
A perdere la vita furono Lorenzo Holzknecht, 38 anni, campione di scialpinismo nato a Sondalo e cresciuto a Bormio; Sandro Dublanc, 43 anni, maestro di sci di Champorcher ed Elia Meta, 36 anni, originario del forlivese, appuntato del Soccorso alpino della Guardia di finanza di Entrèves.
«Fare il processo – dice al termine l’avvocato Mauro Anetrini, uno dei legali di parte civile – è nell’interesse di tutti. Nostro, ma anche dello stesso imputato. Noi da sempre sosteniamo che quel giorno e in quel punto non ci doveva andare». Durante il processo saranno 12 le parti civili in aula.
Di cosa è accusato l’istruttore
In base ai rilievi formulati dal perito nominato del giudice durante l’incidente probatorio, la procura ipotizza due profili di colpa: il mancato utilizzo di zaini con sistema airbag da valanga (non obbligatori nello scialpinismo) e la modalità di discesa nel canalone che avrebbe potuto essere più prudente. Ovvero avrebbero dovute scendere uno alla volta e senza fermarsi durante il percorso. La contestazione del mancato utilizzo di zaini con airbag, che permettono in caso di valanga di galleggiare sulla neve, è da equiparare alla mancata fornitura da parte del datore di lavoro di tutti gli strumenti necessari per garantire la sicurezza in caso di incidente.
Considerazioni
di Giuseppe Penotti
La vicenda è veramente complessa e al di là delle considerazioni emotive, la sentenza del processo, qualunque sia l’esito, sarà un precedente giurisprudenziale che peserà certamente su eventuali e simili futuri procedimenti penali.
Alcuni aspetti possono però essere valutati e discussi.
In una prima fase, la Procura aveva formulato una richiesta di archiviazione senza imputare responsabilità penali. Solo successivamente, quanto l’archiviazione venne impugnata da alcuni parenti delle vittime, le indagini furono riaperte e portarono alla decisione del rinvio a giudizio per Matteo Giglio, anche in considerazione di una perizia disposta dal Gip nell’incidente probatorio. Non è possibile sapere, a meno di non voler presenziare al processo, chi sia il perito del Gip, anche se di norma le perizie su incidenti in montagna vengono affidate a una Guida Alpina.
Nella perizia, fra le cause per cui viene imputata una responsabilità penale a Matteo Giglio vi è la contestazione del mancato utilizzo dell’Air Bag che però al contrario del Kit Artva-pala-sonda, non è obbligatorio. Non si comprende pertanto come un dispositivo non obbligatorio sia discriminante in tal senso.
Altro punto di notevole incertezza e di difficile comprensione è come sia imputabile un profilo di responsabilità nel contesto specifico. Se per una Guida Alpina è effettivamente profilabile sempre una responsabilità civile e penale quando ha un rapporto contrattuale con uno o più clienti, qui siamo in un campo radicalmente diverso in quanto Matteo Giglio era istruttore in un discesa propedeutica all’abilitazione come Guida che ovviamente non vai a fare su un percorso turistico classificato MS.
Le tre vittime erano certamente consapevoli del livello tecnico richiesto e il loro desiderio di avviarsi alla professione di Guida, con una piena consapevolezza dei rischi impliciti in questa attività e risulta improbabile che non abbiamo coinvolto emotivamente in questa scelta i loro familiari.
Ho avuto modo di incrociare e conoscere Matteo Giglio, stimandolo per le sue qualità umane e professionali. A titolo puramente personale, per quel che può valere, mi auguro che questa vicenda si possa concludere positivamente e senza strascichi.
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Niente da fare:, arroccati nel loro fortino, i giuristi (magistrati, avvocati, professori accademici ecc) fanno quadrato e non li schioderai mai. Questo non solo per le vicende della montagna, ma in generale, sia chiaro. Uno degli avvocati con i quali lavoro da decenni, tra l’altro anche mio amico dai tempi dell’adolescenza, usa sempre una frase molto azzeccata “cane non morde cane”. Da tutto il mondo del diritto, e quindi non dalla sola magistratura (e anche all’interno della magistratura in modo molto diverso da individuo a individuo) c’è un uso distorto del principio di autonomia che elaborarono i Padri costituenti, ma allora in prefetta buona fede.Allora si voleva preservarie l’autonomia della magistratura da ogni condizionamento proveniente in particolare dagli altri poteri dello Stato, ma estremizzando possiamo dire proveniente da chiunque. Col tempo, tale principio è stato utilizzato come un principio del poter fare tutto quello che si vuole, senza controllo e senza dover render conto. ecco le sentenze incomprensibili e strampalate sia nel linguaggio “da iniziati” sia nei contenuti spesso contrarissimi al buon senso, quello cui fanno riferimento i cittadini comuni. Ecco perché noi non li “capiano”
L’uso distorto del principio di autonomia consiste in ciò: il mondo del diritto (e uso questa definizione per non limitarmi ai soli magistrati) si considera “uber alles”. Per cui costoro vivono, ragionano e decidono nel loro magnifico empireo e “ordinano” a tutto il resto della società come si deve vivere. E’ la dittatura dei diritto, che è un paradosso: per assicurare la (presunta) massima estensione dei diritti, si arriva a comportarsi in modo pressoché dittatoriale.
La cosa più curiosa è che tale propensione è tanto più accentuata negli individui di sinistra: molto raro (per non dire statisticamente impossibile) incappare in un giudice/avvocato/giurista che ragioni così’ e sia, a titolo personale, di destra. C’è quindi un paradosso nel paradosso. coloro che, ideologicamente, dovrebbero essere per l’estensione a tutti del “diritto”, sono allo stato attuale i più coercitivi dell’intera società.
@ 91
1) “La madre della vittima rifiutò di costituirsi parte civile.”
2) [La madre della vittima] “ci incoraggiò per tutta la durata del processo.”
3) [La madre della vittima] “mi affidò i diari del figlio.”
4) [La madre della vittima: “Con la sentenza] me lo hanno ammazzato un’altra volta, ma non le persone che erano in montagna con lui: quelli seduti in tribunale a giudicare…”
Queste informazioni sono estremamente significative. Se prima avessi avuto dubbi, ora non li ho piú.
Grazie.
PS io non sto affatto lottando ritenedo di essere dalla parte del giusto. conosco però il sistema e ho messo in luce una serie di … diciamo “bizzarrie” che ho letto a margine di questa vicenda, talune – quelle dei soliti saccenti/provocatori qui sopra – del tutto fuorvianti.
Credo che conoscere le cose sia il rpimo passo per cambiarle, poichè altrimenti si urla solo alla luna. Ma non ho nè soluzioni nè certezze.
Quanto alle lacune in letteratura alpinistica anche lì appare curiosa la tua tendenza a giudicare (eppure sono uno che ha letto parecchio sul punto, magari senza capire…)
Sula scienza, il ne bis in idim e la sperimentazione passo…
@Lega,” fra un giurista esperto ma disincantato fino al cinismo, e un uomo di media cultura,”
credo tu stia sbagliando, e trovo singolare dare patenti qui sopra senza conoscere le persone. La mia storia personale e professionale parla dell’esatto contrario di cinismo e disincanto, vieppù ora che mi avvicino all’ultima fase della vita e che intravvendo sfaccettaure che ventanni fa neanche immaginavo esisterssero. Non credo davvero di integrare cinismo ne disincanto, in nessun ambito della vita.
Rispetto la tua storia e per questa ragione non la commento nè intendo esprimere giudizi, ne sula vicenda ne sui provvedimenti, ho fatto in precedenza alcune riflessioni che sono rimaste a livello generale o che hanno riguardato aspetti procedimentali, percepisco un dolore e un’amarezza profonda, che credo siano ovvi e connaturati a simili esperienze , credo però che non si debba mescolare il privato con il pubblico: se ragiono come persona e come alpinista comprendo quello che dici, con riguardo alla dimensione umana del dramma e dei rapporti e posso anche convenire con Matteo.
Ma se mi pongo da un punto di vista istituzionale è ovvio che non possa considerare la via privata o la scelta individuale il modo per trattare la morte di un individuo.
Poi possiamo discutere all’infinito dei modi, dei metodi, delle norme di riferimento, della procedibilità o meno di certi tipi di reato, dei parametri di indagine che sarebbe auspicabile conoscessero una omogeneizzazione sul territorio e, per quanto possibile, una ogettivizzazione (anche se mi rendo conto della difficoltà in rapporto al tema specifico), senza che siano rimesse di volta in volta alla sensibilità (e talvolta alle paturnie) del singolo consulente tecnico.
Credo che tuttavia proprio questo dolore ti impedisca (come è ovvio) di essere lucido e ti porti ad eccedere sotto alcuni profili, conosco sulla mia pelle cosa significhi vivere tragedie gravi in montagna e non oso pensare cosa comporti poi trovarsi coinvolti nel meccanismo giustizia, che – comunque vada – è stritolante, talvolta suo malgrado.
E’ per questo che forse sei la persona meno adatta a valutare sotto il profilo tecnico e astratto il problema.
In ogni caso ammiro la sensibilità e intensità che, al netto del risentimento, traspare da tutti i tuoi scritti.
Capisci, MG, che la realtà dei fatti, e cioé pericolo 2, rigelo regolare, un rifugio che ci aspettava dandoci per fattibile l’itinerario, nessun segnale superficiale visibile (attività eolica recente, rumori di assestamento) che evidenziasse la situazione di pericolo, non è mai emersa nel processo, per disattenzione dei giudici e ignavia del nostro difensore, suggerito da Torti, da noi sostituito appena resici conto – troppo tardi ahimé – delle sciocchezze che stava commettendo.
Senza infierire sulla tue lacune in letteratura alpinistica, non inferiori a quelle della mia ignoranza giuridica, vorrei segnalarti che gli intellettuali che tu svaluti così alla leggera sono voci necessarie, a chi vuole valorizzare e comprendere la propria motivazione interiore all’alpinismo e il mistero che lo lega alle sensibilità artistiche, filosofiche e culturali coeve. E non paragonare, ti prego, diritto e scienza, perché “ne bis in idem” è proprio il contrario della scienza, visto che questa invece è la continua ripetizione dei medesimi esperimenti per vedere con altri occhi la medesima cosa, per contraddirsi, superarsi fino ad averne una percezione nuova e più aggiornata. La pronuncia di un giudice per definizione non può essere contraddetta e questo capirai, nel mondo della scienza e della secolarizzazione, è una cosa proprio fuori dal tempo… non a caso le revisioni dei processi e delle sentenze definitive sono sempre più frequenti e questo vorrà pure dire qualcosa. Saluti.
Capisci, MG, che la realtà dei fatti, e cioé pericolo 2, rigelo regolare, un rifugio che ci aspettava dandoci per fattibile l’itinerario, nessun segnale superficiale visibile (attività eolica recente o rumori di assestamento) che evidenziasse la situazione di pericolo, non è mai emersa nel processo, per disattenzione dei giudici da un lato e ignavia del nostro difensore, della cerchia di Torti, che abbiamo sostituito appena resici conto – troppo tardi come spesso capita – delle sciocchezze che stava commettendo.
In ultimo, e poi mi taccio, senza infierire sulla tue lacune in letteratura alpinistica, non inferiori a quelle della mia ignoranza giuridica, vorrei segnalarti che gli intellettuali che tu svaluti così alla leggera sono voci necessarie per valorizzare e comprendere la motivazione interiore dell’alpinismo e il suo legame profondo con le sensibilità artistiche, filosofiche e culturali coeve. E non paragonare, ti prego, diritto e scienza, perché “ne bis in idem” è proprio il contrario della scienza, visto che questa invece è la continua ripetizione dei medesimi esperimenti per vedere con altri occhi la medesima cosa, per contraddirsi, superarsi fino ad averne una percezione nuova e più aggiornata. La pronuncia di un giudice per definizione non può essere contraddetta e questo capirai, nel mondo della scienza e della secolarizzazione, è una cosa proprio fuori dal tempo… non a caso le revisioni dei processi e delle sentenze definitiva sono sempre più frequenti e questo vorrà pure dire qualcosa. Saluti.
“Maledetto Eschilo”, mi verrebbe da dire a commento della mia vicenda; tutti abbiamo subito il lavaggio di capo dell’introduzione del processo come grande definitiva conquista di civiltà della grecità e dell’Occidente, ma io avrei davvero preferito risolvere le cose nel vecchio ambito famigliare/privato/assicurativo, dove il dramma è stato gestito in armonia, piuttosto che essere tenuto a sottostare a una corte capace di pronunciare queste parole (negare la condizionale a degli incensurati è misura da omicidio volontario, non colposo, concordi almeno su questo MG?): “Gli imputati non si sono resi minimamente conto della gravità della loro condotta e hanno anzi giustificato il loro operato asserendo di avere bene agito, pur avendo in realtà commesso gravissime leggerezze ed imprudenze […] non tenendo le medesime in alcuna considerazione […] circostanze che non consentono di ipotizzare che ciascun imputato, ove si trovasse in circostanze analoghe a quelle per le quali è sotto processo, non effettuerà le medesime scelte imprudenti […] Si impone pertanto un percorso rieducativo per tutti gli imputati, che dovrà necessariamente svolgersi in sede di esecuzione penale, allo scopo di far loro comprendere la natura e la portata degli errori commessi.” Sentenza Tornatore, p. 42. Se leggete bene, questa di Tornatore è una chiamata in reo di tutto l’alpinismo, dovrfebbe veramente farvi saltare sulla sedia mentre leggete…
MG, perché vuoi interrompere questo interessante confronto, fra un giurista esperto ma disincantato fino al cinismo, e un uomo di media cultura, incattivito dalle umiliazioni che ha subito in un’aula giudiziaria ma che vive poeticamente quanto gli capita? L’incontro raro e intenso di due persone che dibattono per convincersi di essere dalla parte del giusto? Io posso sicuramente erodere alcune tue sicurezze. La madre della vittima rifiutò di costituirsi parte civile e ci incoraggiò per tutta la durata del processo. Perché? Saputo che ero editore, mi affidò i diari del figlio da cui pubblicammo un elegante volumetto che andò a ruba, consentendoci di finanziare in beneficenza l’impianto fotovoltaico del rifugio Sora ‘l Sass in Val di Zoldo. Torti e i suoi guardaspalle ci negarono lo spazio per raccontare questa storia sulla Rivista mensile, preferivano dietro il loro silenzio assordante fomentare nel corpo istruttori il discredito nei nostri confronti, in riunioni semiclandestine – ho le prove di tutto questo che dico. La dignità era altrove. Non ti puoi immaginare cosa disse questa donna all’indomani della nostra condanna. Ti cito le fonti, perché non lo crederesti altrimenti. “[con la sentenza] me lo hanno ammazzato un’altra volta, ma non le persone che erano in montagna con lui: quelli seduti in tribunale a giudicare… Purtroppo oggi non siamo più in grado di accettare l’esistenza della morte.” Il Resto del Carlino, cronaca di Ravenna, 25 febbraio 2021. (continua)
“Io sono convinto che se quel morto fosse un tuo caro, vorresti che qualcuno valutasse se…”
Ecco, questo è l’unico passaggio di MG che non mi trova d’accordo.
Se succedesse a un mio caro (e spero tanto di no, ovviamente) non credo che vorrei qualcuno sotto giudizio e qualcun altro giudicante
E di certo non chiederei compensazioni.
un’ultima cosa, Lega, poi davvero termino qui.
Una cosa mi ha colpito in uno dei tuoi primi interventi:
“Se sapessimo declinarla nel presente, ci sarebbe tutta la linea culturale dell’alpinismo piemontese-ligure a testimoniare il senso dell’alpinismo come esperienza esistenziale decisiva del ‘900, come attività di rinuncia alla sicurezza e di confronto con un rischio non eliminabile”
quindi vogliamo affermare che siccome uno sceglie di andare a farsi un giro con le pelli sino al colle della seigne (e ci va con un paio di istrutotri perchè per imparare sta facendo un corso), se muore pazienza, diremo che era un emulo di Castiglioni CAmanni Gobetti e pace all’anima sua, un eroe che ha scelto una esperienza esistenziale decisiva del 900?.
Io sono convinto che se quel morto fosse un tuo caro, vorresti che qualcuno valutasse se era davvero l’esperienza esistenziale che si era scelto, o se qualcuno ha sbagliato o se invece fa parte di quell’impinderabile che effettivamente caratterizza determinate attività rischiose.
Anche Senna guidava bolidi a 300 all’ora, altra esperienza esistenziale del 900 emulo dei primi temerari come Fangio, che prevede un confronto con un rischio non eliminabile, ma quando si è spiaccicato contro un muro qualcuno ha (correttamente) voluto capire perchè.
L’unico ì parametro su cui possiamo discutere è qual’è il parametro di riferimento della diligenza in montagna, la cui violazione comporta una colpa, e su questo un movimento culturale di Cai, guide, forum, blog, convegni etc potrebbe avere un senso e portare ad una sensibilizzazione sul tema, posto che ogni volta che qualcuno perderà la vita in montagna ci sarà necessariamente (e per fortuna) un procuratore della repubblica che si farà delle domande.
Ohibò, e io che credevo che la lingua (italiana e no) e la logica avessero valenza universale!
Ridateci il dottor Azzeccagarbugli!
Lo vogliono gabbare con questa roba? no, semplicemente l’umanità ha elaborato un modo nei secoli, di gestire sia materie tecniche che – nel caso della giustizia – i conflitti interpersonali e pervenire ad un meccanismo che comporti la tenuta del contratto sociale
Metodo che ha certamente le sue storture, perchè i meno brillanti e quelli un pò così e così e qualche delinquente stanno ovunque, fra i giudici, gli avvocati i cardiochirurghi le guiide alpine gli ingegneri e pure fra gli istruttori caiani.
MA fare di tutt’erba un fascio e desumere da una sentenza di cassazione (che si mostra di non aver comrpeso) e da una condanna personale che l’intera classe forense sia una rumenta e abbia in odio gli alpinisti mi sembra tesi… diciamo un pò fortina.
Talvolta chi ci da torto non è nè un cretino ne un prevenuto, magari ce lo abbiamo davvero. Poi potremmo discutere di taluni parametri, la sicurezza ma analoghe considerazioni si potrebbero fare in tema di armi da fuoco e legittima difesa, che per ragioni socio temporali vedono modalità di gestione molto peculiari.
Perché aldilà dei casi noti sulla cronaca (che rappresentano una percentuale modesta), lontano dagli occhi della gente lavorano centinaia di persone in gamba che quotidianamente gestiscono con cura e con grandi responsabilità materiale incandescente.
Il sistema è migliorabile, sotto infiniti punti di vista, dei quali sono il primo ad essere consapevole, ad iniziare dalla quantità di personale e di risorse, che è l’unico vero modo per implementare il livello di resa dei tribunali sotto il profilo temporale, quantitativo e qualitativo.
Ma fra Palamara e Pila l’unica assonanza che vedo è la P iniziale
PS non ho liquidato Ruga come fazioso, ho semplicemente detto che è una lettura molto interessante, ben argomentata e con spunti a mio avviso fondati che, tuttavia, risente di un approccio indubbiamente a favore del praticante attività alpine, che talvolta lo porta a privilegiare aspetti che, con altrettanta facilità e dignità argomentativa, potrebbero essere smontati.
@ Lega “credo che quello che uno scrive , anche se giudice, possa essere letto e compreso da tutti per quello che significa “apertis verbis” e non per quello che è in uso in una cerchia ristretta”
e credi male.
Comprendo che l’essere parte in causa di impedisca di essere neutrale ed oggettivo (ma allora forse sarebbe più sano non lanciarsi in invettive pubbliche) ma il diritto è una scienza espressa con le parole e non con i numeri (e per quella ragione non da mai un risultato esatto – non lo dico io ma un noto professore di filosofia del diritto.
E come ogni scienza è maneggiata da scienziati. Non a caso chi opera nel processo, magistrati o avvocati che siano, devono passare una abilitazione professionale. Pretendere di entrare nei contenuti tecnici di una sentenza di Cassazione, che è una pronuncia in diritto e non in fatto, richiede necessariamente competenze specifiche lessicali, tecniche e culturali, esattamente come – mutatis mutandis- interpretare un progetto di una diga o un tracciato di un elettrocardiogramma il responso di una analsi del sangue o eseguire manovre di assicurazione e autosoccorso da parte di una guida alpina (unico professionista della montagna soggetto ad abilitazione per l’iscrizone all’albo).
C’è certamente una componente curiale nel linguaggio giuridico che in qualche misura è per iniziati e, almeno in tempi remoti, era utile ad escludere il popolo dalla comprensione, ma ci sono anche infiniti istituti che traggono da un linguaggio sepcifico una disciplina che, in via applicativa e interpretativa, può gestire solo un tecnico. prova ad andare dall’uomo della strada e chiedigli i significati di enfiteusi , anatoscismo, sussunzione, espromissione, accollo, usucapione, rapina propria e impropria, esimente e scriminante e vedi cosa ti risponde (La stessa cosa che ti risponderà se gli chiedi che valore deve avere la birilubina, qual’è il carico di rottura di una putrella o come si fa un marchand ) … segue
Davvero, cosa mai direbbero Marcel Kurz o Ettore Castiglioni a vederci agghindati come alberi di Natale…
il mio 83 è riferito all’80
Sì, sì, il profilo di rischio c’è per tutti, pacifico. Difatti è questo che crea, per tutti gli istruttori, il “prima” e il “dopo” della vs sentenza. Guardandomi in giro, e ben oltre i limiti della montagna, la mia SENSAZIONE è che il mondo del diritto si sia messo su un piedestallo e voglia dettare le regole del vivere. Viviamo nella dittatura del diritto, sempre un paradosso, mas è così. Probabilmente è sempre stato così, se ne parlava Montesquieu il tema affonda nella notte dei tempi, e poi c’è la frase da me citata di Pannella che risale alla metà anni Novanta, cioè 30 anni fa. Però adesso l’invasione è davvero esplicita e senza contegno. D’altra parte la reazione di tutti quelli che appartengono al mondo giuridico è in genere “rabbiosa”, della serie “cosa ne sapete voi…”. Non se ne esce. Vedrete che la più evidente conseguenza della sentenza Giglio (se negativa) sarà l’obbligo implicito dello zaino con airbag per tutti. Visto che, senza airbag ti condannano, nel dubbio prendi anche l’airbag e obblighi allievi, clienti (di GA) e amici (nelle uscite private) ad averlo, sennò sei assimilato al datore di lavoro che non procura il “meglio” in termini di sicurezza. Dopo l’airbag ce ne sarà un’altra e poi un’altra e poi un’altra ancora… Senza limiti finché andremo in montagna avviluppati da un insieme di attrezzi che costeranno 100.000 euro…
——— VA’ PENSIERO ———
A volte un pensiero mi assale: “Perché mai, in seguito all’orrendo putridume svelato da quel galantuomo di Palamara, nessun magistrato è stato indagato, processato, condannato, incarcerato?”.
Poi mi ricordo del vecchio adagio: “Cane non morde cane”.
N.B. Palamara fu beccato con le mani nella marmellata e perciò decise che non voleva essere il solo a subire. Poi, come sappiamo, per gli altri finí a tarallucci e vino. Il tutto con la solerte vigilanza del nostro beneamato presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Però Palamara non fu il primo ad alzare il velo sui tanti verminai. Esistono bravi giornalisti che hanno fatto inchieste e poi pubblicato libri. Non sono mai stati querelati né denunciati, il che la dice lunga.
Ma è sufficiente leggere i quotidiani. Basta la Repubblica.
@79 Caro Giuseppe, che la magistratura ci sia nemica è un dato di fatto. Nessuna emotività, ma una semplice riflessione sul senso dell’alpinismo e dell’insegnamento/accompagnamento nell’alpinismo oggi, assolutamente incompatibile con il clima di ossessione securitaria di cui è permeato oggi il nostro costume civico, e di conseguenza la magistratura stessa. Nemica per questo, ma in senso schmittiano ovviamente, cioè col riconoscimento di pari dignità, massimo rispetto e assoluta nonviolenza, c’est sans dire. Anche tu infatti non sei nato ieri e sai meglio di me che il processo non è la algida pacifica applicazione in guanti bianchi di una analisi oggettiva di realtà secondo i principi della legge. È una recita, un gioco di ruolo dove ogni personaggio misura le proprie forze con gli altri, in una lotta dove la discrezionalità è assai più alta di quello che sembra e paga ciò con la realtà dei fatti diventa sempre più labile col procedere del rito. Ciascuno vi riflette infatti i propri interessi, le proprie miserie umane, le proprie ambizioni, debolezze e generosità. Ciascuno. Ma i personaggi o professionisti, dal pm al difensore e cioè da un estremo all’altro, colgono questo sottosuolo perturbante in modo attenuato, per una certa assuefazione al ruolo con la relativa desensibilizzazione che questo provoca. Per lo spettatore/imputato (che subisce fra l’altro una infantilizzazione, privato come è della possibilità di parlare) la dinamica è assai più chiara e la percepisce lucidamente, sentendosi davvero in trappola.
@78 Carlo, io a chi non vuole fare il direttore di corso direi semplicemente che il rischio condanna è identico, con la differenza di tre/6 mesi su 18/24. O gli istruttori sezionali si sentono al riparo? Sarebbe assai scorretto nascondere il fatto che a Pila 6 persone hanno ricevuto lo stesso trattamento penale.
Lega, con tutto il rispetto per chi ha vissuto una vicenda di cui faccio fatica persino a immaginare la portata, va detto che le sentenze sono documenti tecnici, scritte in linguaggio altrettanto tecnico.
E se non si è in possesso degli strumenti per comprenderlo, questo linguaggio, è quasi una certezza il dare interpretazioni errate.
Ciò non significa che le sentenze non possano essere criticate, anzi. Ma che per farlo con efficacia, occorrerebbe avere l’umiltà di riconoscere i propri limiti in materia e utilizzare un approccio un pò più misurato, per così dire, riconoscendo un pò più di competenza a chi ha studiato certi temi per una vita.
Ed è lo stesso rispetto che – spesso – noi stessi pretendiamo nei confronti delle nostre capacità quando qualcun altro parla degli ambiti che ci competono.
L’esempio della TAC fatto da MG è davvero calzante.
Capisco e comprendo il disappunto e l’amarezza di chi è stato coinvolto direttamente, ma non posso giustificare chi, da esterno, usa il caso per dar sfogo ai propri pregiudizi.
Quanto alla frase “magistratura tutta […] nemica“, spero sinceramente che sia frutto dell’emotività. I giudici applicano le leggi, e come ogni attività umana anche la loro è soggetta a errori.
Ma se davvero si ritiene che ci sia una deriva securitaria — e in buona parte concordo — allora il problema non è l’applicazione, ma le norme e il clima politico-culturale che le produce.
Da questo punto di vista, purtroppo, la direzione che il Paese ha preso appare fin troppo chiara, ma non è attaccando la magistratura, nella sua totalità e in modo generico, che si cambierà rotta. Mia opinione, naturalmente.
P.S. Non ho mai pensato che a me non possa capitare, né che chi si trova coinvolto “se la sia cercata”. Tutt’altro.
@76 Ma ci mancherebbe: le Scuole CAI sono VIVISSIME, non solo VIVE. E registrano sempre molto richieste di iscrizioni. A Torino le iscrizione ai corsi, in particolare di scialpinismo ma non solo, “vanno via” in due minuti al massimo rispetto all’ora zero dell’apertura on line. Tieni conto che le scuole torinesi, per varie ragioni, hanno numeri molto grandi: si parla da 50 a 100 e più posti (a seconda del tipo di corso e del tipo di scuola). Inoltre dei giovani, bravi e motivati, che vogliono fare gli istruttori ce ne sono a bizzeffe. Quindi grande salute.
La mia affermazione (sui direttori di corso) deriva da una recente chiacchierata con un amico, ancora coinvolto nell’organizzazione di una scuola, il quale mi ha detto, in modo del tutto colloquiale e informale, che la principale difficoltà organizzativa in cui lui si imbatte oggi, cioè dalla sentenza Pila in poi, è trovare istruttori disposti a fare i direttori di corso. Alla fine se ne sono sempre trovati, difatti non è stato perso un corso che sia uno. Ma mentre “prima” c’era la corsa a fare il direttore di corso (anche, perché no?, per prestigio personale…), oggi li devi “convincere”… Poi alla fine ti dicono di sì, ma li devi “convincere”. Nel ns specifico ambiente questa differenza è una novità assoluta. E, cito sempre l’amico, quando le persone interpellate esprimono le loro iniziali perplessità, in genere tirano fuori il tema “Pila”: anzi spesso è la prima voce dell’elenco. Ecco perché io affermo che, almeno nel ns ambiente specifico, esiste un “prima di Pila” e un “dopo Pila”.
@mg e balsamo. Io credo che quello che uno scrive , anche se giudice, possa essere letto e compreso da tutti per quello che significa “apertis verbis” e non per quello che è in uso in una cerchia ristretta. Questo non da oggi, ma dai tempi dell’Azzeccagarbugli. Quindi lì c’è scritto esattamente ciò che Bertoncelli ha inteso. È scritta altrove? È un gergo professionale? Beh, io da imputato non giurista ho letto quella frase discutibile nella motivazione che mi riguardava, e ho criticato il suo estensore. La sentenza si rispetta ma si può criticare, o no? Tanto più se l’estensore come voi dite è uomo di montagna, stupisce la sua sottovalutazione delle tesi della difesa, centrate appunto sulla dialettica ex-ante/ex-post. Ma certo la critica di Bertoncelli, che faccio mia in pieno, deve essere estesa a tutta la magistratura: chi usa un linguaggio così distante dalla realtà alla fine la realtà finisce per non vederla neppure più. Non c’è dubbio che la magistratura tutta, pesantemente influenzata dalla vigente ossessione securitaria, ci sia nemica, e se avessimo uno spirito corporativo appena strutturato dovremo tutti scendere in campo indignati. E questo, se non è successo in passato su altri casi, andrebbe fatto oggi per Giglio. Ruga Riva ha scritto ciò che ha scritto in una rivista giuridica, non di montagna. Liquidare le sue tesi come parziali perché praticante di montagna (ma non lo siamo tutti qui?), mi sembra come darsi la zappa sui piedi. Capisco però che, essendo gli incidenti che finiscono in tribunale piuttosto rari, sia più comodo pensare che a noi stessi non accada mai, che se accade ad altri qualcosa di sbagliato avranno combinato, e che in fondo se la sono cercata.
“Allora ho provato con una metafora, pensando di trovarmi di fronte un interlocutore di media cultura. Ho detto che se c’è una collegialità fra gli istruttori è come quella del papa con i vescovi, una collegialità dove alla fine uno e solo uno decide. Non l’avessi mai fatto. La cultura che presumevo nell’interlocutore, e che speravo gli facesse comprendere che solo io ero responsabile in quanto direttore, non c’era. Lui ha capito che io volevo paragonarmi al papa.”
Non si tratta di cultura.
@65 Crovella, da un lato io vedo che le scuole CAI continuano invece il lavoro e mi sembrano assai vive, per fortuna. Dall’altro la cosa grave emersa è un’altra, ben più insidiosa. Tu dici che è difficle trovare un direttore di corso? Ma ciò che abbiamo imparato dal processo Pila, anche se lo nascondiamo, non riguarda il direttore del corso, che, diciamo così, dovrebbe avere le spalle larghe quanto a cultura alpinistica e capacità di vivere un procedimento penale. Il problema è che il processo Pila ha coinvolto a pari livello – mese più mese meno di condanna che non incide in nulla – tutti i livelli degli istruttori fino al sezionale, che un tempo si diceva aiuto istruttore. E il CAI, su questo, è stato quasi del tutto in silenzio.
Quindi non sono i direttori a dovere temere, ma appunto gli istruttori sezionali. E sarebbe disonesto non farlo sapere a chi si avvicina a una scuola CAI.
Riguardo al punto ho provato a fare capire al pm e al giudice che ero io e solo io come direttore a decidere in base al mio superiore livello di formazione ed esperienza; loro hanno contestato su questioni nominalistiche tipo l’uso della prima persona singolare negli interrogatori (abbiamo fatto, siamo andati), e francamente questo l’ho trovato ridicolo (i giuristi diranno che usa così in aula… ma se bisogna usare in aula solo la prima persona singolare, diciamolo chiaramente nella formazione giuridica, al posto delle noiose considerazioni dei manuali di Torti!). Allora ho provato con una metafora, pensando di trovarmi di fronte un interlocutore di media cultura. Ho detto che se c’è una collegialità fra gli istruttori è come quella del papa con i vescovi, una collegialità dove alla fine uno e solo uno decide. Non l’avessi mai fatto. La cultura che presumevo nell’interlocutore, e che speravo gli facesse comprendere che solo io ero responsabile in quanto direttore, non c’era. Lui ha capito che io volevo paragonarmi al papa. E anche chi legge la motivazione alla sentenza di primo grado se non focalizza bene il punto, capisce questo, come il giudice Carlo Ancona, dirigente CAI, che e ha ulteriormente infierito in una serata SAT del 2021. È molto più facile creare il capro espiatorio, collettivo in questo caso, e sacrificarlo, che focalizzare i concetti nella maniera dovuta.
“ovvero che siamo noi (tu, nella fattispecie 🙂 ) a non aver capito il senso di quanto andiamo criticando”
mi sembra metodo diffuso nell’umanità in generale e tipico qui sopra, specie da parte di taluni.
Peraltro dare dell’incapace e dell’illogico ad un magistrato di cassazione giungendo a dire che tremiamo al pensiero che giudichi (di cui si può non condividere una pronuncia, ci mancherebbe altro, magari argomentando… ma su cui andrei invece cauto a sparare pubblicamente simili apprezzamenti) è come se io dicessi che chi ha eseguito una tac è un cretino perchè io non sono in grado di leggerla.
però sono io che mi nascondo dietro un acronimo e per quella ragione sono “focoso e offensivo”. 🙂
Caro Bertoncelli, liberissimo tu di ritenere qualsiasi cosa e farti venire “la pelle d’oca a pensare” in base a una frase estratta a caso da una sentenza di undici pagine, come liberissimi altri di far notare la fallacia di tale modo di ragionare.
Questo, almeno, finché il nostro ospite ci consentirà di farlo.
Frase che, peraltro, è utilizzata paro paro in tantissime altre sentenze. Ma tu, lungi dal farti venire anche un remoto sospetto che questo possa significare che il tuo ragionamento è fallato, lo prendi come conferma che TUTTI gli altri (giudici) debbano apprendere “i rudimenti della logica, del pensiero razionale“.
Ovvero: hanno tutti torto tranne me. Un classico.
Non c’è nessun “significato nascosto” sottinteso da parte mia. Con “altra spiegazione, molto, molto più semplice” intendo anche quella più difficile da accettare, ovvero che siamo noi (tu, nella fattispecie 🙂 ) a non aver capito il senso di quanto andiamo criticando.
Il che conferma una cosa: anche oggi capisci quello che c’è scritto domani.
Caro MG, ho notato che quando ti presentavi con nome e cognome eri – come dire? – piú pacato e professionale.
Ora invece ti vedo piú focoso, piú aggressivo, piú offensivo. Effetto dell’anonimato?
Balsamo, la spiegazione è la seguente: ritengo che chi si esprime in quel modo debba prima imparare il significato delle parole che vuole usare oppure bisogna che apprenda i rudimenti della logica, del pensiero razionale. Che si tratti di un magistrato, di cento magistrati, di cento contadini.
In ogni caso viene la pelle d’oca a pensare che queste persone hanno il potere di giudicarne altre.
P.S. I secondi fini – o significati nascosti – li lascio a te. Io non ci sono abituato: mi sforzo sempre di adoperare parole “diritte e chiare” (Primo Levi). Quindi, al solito, l’hai fatta fuori dal vaso.
Concentrati, Giuseppe: da te posso aspettarmi di meglio.
E stasera gustati una tazza di camomilla: ti farà bene. Oggi è una brutta giornata, eh?
PS trovo anche assai sciocco e inopportuno dare addosso al giudice estensore, poichè comunque è un provvedimento collegiale che è fatto proprio da 5 giudici dopo una discussione in camera di consiglio.
Caro Balsamo
non credo valga la pensa spiegare alcunché, perchè i commentatori seriali di questo blog sono impermeabili a qualunque genere di conoscenza, vanno per assiomi e teorie personali campate in aria e buone per qualunque materia
Ho letto l’interessante articolo di Ruga Riva, che tuttavia credo patisca una posizione marcatamente mountaineer oriented e quindi finisce per essere a mio avviso eccessivamente parziale in alcune conclusioni, patendo del problema opposto alla rigidità dei due giudici valdostani.
conosco Alessandro Ranaldi da trentanni, è ottimo giurista e un frequentatore della montagna; se chi qui sopra svanvera a caso sapesse un pelo di diritto, saprebbe che quella frase vuol semplicemente dire che la valutazione in fatto delle emergenze processuali è incensurabile in cassazione se congruamente motivata, ovvero il giudice di legittimità – se la motivazione della sentenza impugnata è adeguatamente svolta e non presenta vizi (evito di infilarmi in quel tema, anche se già immagino che il duo Crovvellobertoncesco su questo avra sicuramente da insegnarci) non può procedere ad una nuova valutazione del fatto e delle emergenze processuali (tanto è vero che anche laddove ciò avvenga e cassi, in talune ipotesi rimette ad altro giudice di merito per nuovo esame) .
Posso capire Lega che esprime una visione che in buona parte non condivido ma che patisce sulla sua pelle le conseguenze di una pronuncia e di una vicenda.
Non comprendo invece chi in un bar virtuale, non sapendo di cosa parla, si permette di entrare in un ambito strettamente tecnico, facendo l’autopsia a pronunce di legittimità (che dunque hanno ad oggetto profili assolutamente diversi dai due gradi di merito e sono scritte da giudici di grande esperienza) e addirittura di giudicare il quoziente logico della persona che le ha estese.
Peraltro ritengo che la vicenda Pila possa avere solo in parte attinenza con la vicenda tsanteleina, poichè il rapporto istruttore allievo è affatto diverso da quello istruttore guida/guida in formazione professionale
P.S: Magari, se ne avrà voglia e tempo, MG potrà spiegarti il significato tecnico di quella formula nel suo contesto.
Bertoncelli, la frase che hai sottolineato nel tuo intervento è presente, parola per parola, in moltissime sentenze della Corte di Cassazione ed è ormai una formula giurisprudenziale consolidata.
Non serve essere “grandi smanettatori di internet” per verificarlo: basta una semplice ricerca su Google o in una qualsiasi banca dati giuridica.
Una cosa quindi è certa: o usare questa frase per giudicare l’operato di un singolo magistrato è fuorviante, oppure tale critica va estesa alle decine di altri giudici che hanno adottato la medesima formula.
Oppure, il senso del tuo intervento ha un’altra spiegazione, molto, molto più semplice. Sai tu per caso dirmi quale? 🙂
Ecco ciò che scrive Ranaldi: “[…] è del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per sé, l’omesso esame critico di ogni più minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiché la valutazione delle emergenze processuali è affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma è sufficiente che enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento”.
Una perizia deve servire al giudice per valutare i fatti, considerando pro e contro.
Invece qui si scrive – se le parole della lingua italiana hanno ancora il loro significato – che il giudice non ha utilizzato tutte le argomentazioni critiche, ma soltanto quelle che gli sono parse determinanti per la formazione del suo convincimento. Tutte le altre sono state scartate.
Per questo sono pessimista anche sul caso Giglio. Tira aria di giustizialismo di montagna del tutto privo do conoscenze di montagna. La sensazione è che si vogliano emettere sentenze di “condanna esemplare” per marcare il potere del mondo giuridico (in particolare dei magistrati, e’ ovvio, ma non solo) nel determinare cosa si deve e cosa non si deve fare in montagna. Per es nel mondo delle scuole di scialpinismo del CAI esiste ormai un “prima della sentenza di Pila” e un “dopo la sentenza di Pila”. Infatti dalla prima condanna in poi è più difficile trovare persone disposte a fare i direttori di corso. Ecco perché, per puro istinto e non in base a tecnicismi giuridici, io temo che questa impostazione emergerà anche nel processo Giglio. Cioè, a colpi di sentenze, vogliono insegnare a tutti come dobbiamo andare in montagna. Facendolo.pagare sulla pelle degli imputati, la cui vita viene stravolta.
@ 62
Alessandro Ranaldi, relatore di Cassazione, all’esame di Logica avrebbe meritato questo voto: ZERO.
Anzi, SOTTOZERO.
60/63 grazie, molto interessante
Se può essere utile, ho sintetizzato una breve “rassegna” sul processo Pila, con documenti linkati, in questo file pubblico (così per comodità metto solo un link e sono sicuro che i link funzionano): https://docs.google.com/document/d/1_LqJ-0vRBlap6aZqVtULPbDpzEf6RvXld___Ii5xFrk/edit?usp=sharing
Niente ragazzi, non riesco a inserire i link mi dispiace. Erano tre documenti pubblici,
1 un articolo di rivista disponibile in rete: https://boa.unimib.it/retrieve/5ed3872e-2dd7-4d19-bc0d-8d0d491a9dae/Ruga%20Riva-2023-Legislaz%20Penale-VoR.pdf
2 un video di youtube atti di convegno: https://www.youtube.com/watch?v=s7wi16MiRYE&t=5063s
3 la sentenza di Cassazione del processo Pila: https://drive.google.com/file/d/1zBzsuRVO4yvDtyZGxMoMalR9mTqyE6m4/view?usp=drivesdk
Per completezza di quanto emeerso nel dibattito.
Scusate, ho sistemato i link. La sentenza di Pila è già definitiva in Cassazione; nel merito, non è giusto che ne parli io, per farsi un’idea di quanto successo in primo grado c’è questo articolo di un docente di diritto penale di Milano Bicocca. La Corte d’Appello conferma la condanna con l’unico bonus del riconoscimento della sospensione condizionale della pena. Il relatore di Cassazione invece, tale Alessandro Ranaldi, è conosciuto anche per le sue comparsate a convegni giuridici sulla responsabilità in montagna, dove si mostra accondiscendente e garantista (lo potete ascoltare qui, a circa 1h e 10 min del video). Quando ha indossato la toga contro di noi, invece, confermando le sentenze, ha scritto cose che dovrebbero lasciare sconcertati che qui trovate alla fonte: “è del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per sé, l’omesso esame critico di ogni più minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiché la valutazione delle emergenze processuali è affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma è sufficiente che enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento” cioè in pratica il giudice non deve leggere tutto attentamente, ma può selezionare fra le argomentazioni delle perizie e delle consulenze quelle e solo quelle concordanti con la sua convinzione. Giustizialismo puro, di quello peggiore. Alla faccia dell'”oltre ogni ragionevole dubbio”. E più oltre, rispondendo ai rilievi della difesa, secondo cui la condanna era illegittima perché basata su evidenze emerse solo ex-post, lui replica che il giudizio è invece correttamente formulato, perché la valanga era tanto grande e distruttiva. Che c’entra questo con la sua prevedibilità ex-ante?
La sentenza di Pila è già definitiva in Cassazione; nel merito, non è giusto che ne parli io, per farsi un’idea di quanto successo in primo grado c’è questo articolo di un docente di diritto penale di Milano Bicocca: https://boa.unimib.it/retrieve/5ed3872e-2dd7-4d19-bc0d-8d0d491a9dae/Ruga%20Riva-2023-Legislaz%20Penale-VoR.pdf
La Corte d’Appello conferma la condanna con l’unico bonus del riconoscimento della sospensione condizionale della pena: la seconda sentenza risulta un copia incolla di quella di primo grado, ma la cosa grottesca è che poi la Cassazione abbia ritenuto ciò non tanto il frutto dell’inerzia dei giudici di Appello, non disposti a recepire le istanze della difesa, ma una “doppia conforme” (sic) che rafforza la condanna. Il relatore di Cassazione invece, tale Alessandro Ranaldi, è conosciuto anche per le sue comparsate a convegni giuridici sulla responsabilità in montagna, dove si mostra accondiscendente e garantista (lo potete ascoltare qui, a circa 1h e 10 min del video https://www.youtube.com/watch?v=s7wi16MiRYE&t=5063s). Quando ha indossato la toga contro di noi, invece, confermando le sentenze, ha scritto cose che dovrebbero lasciare sconcertati: “è del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per sé, l’omesso esame critico di ogni più minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiché la valutazione delle emergenze processuali è affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma è sufficiente che enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento” cioè in pratica il giudice non deve leggere tutto attentamente, ma può selezionare fra le argomentazioni delle perizie e delle consulenze quelle e solo quelle concordanti con la sua convinzione. E più oltre, rispondendo ai rilievi della difesa, secondo cui la condanna era illegittima perché basata su evidenze emerse solo ex-post, lui replica che il giudizio è invece correttamente formulato, perché la valanga era tanto grande e distruttiva. Che c’entra questo con la sua prevedibilità ex-ante? Spiegatemi, giuristi. Ecco qui la fonte di Cassazione: https://drive.google.com/file/d/1zBzsuRVO4yvDtyZGxMoMalR9mTqyE6m4/view?usp=drivesdk
https://aostasera.it/notizie/cronaca/valanga-al-col-chamole-lappello-conferma-la-colpevolezza-dei-sei-istruttori/
la sentenza riuslta confermata in appello. Sarebbe interessante comprendere le ragioni della decisione e se sia stato proposto ricorso per cassazione.
@57 il mio ottimismo è legato al processo Giglio, ma se leggi fra le righe il pessimismo lo sento anche io. Pensare che Montesquieu in persona, spaventato dalla smisurato potere che aveva attribuito ai giudici, smisurato specialmente se paragonato agli altri due poteri, scrisse che il magistrato nell’esercizio delle sue funzioni avrebbe dovuto restare “invisibile e nullo”. Non mi sembra che stiamo andando in quella direzione, e Nordio stesso oggi non riesce a incidere sul protagonismo delle toghe.
@53 Sì, anche io ho questa sensazione, che ovviamente è solo una sensazione e lo preciso chiaramente per non far ripartire la solita tiritera. Staremo a vedere lo sviluppo del processo e la sentenza finale. Sono curioso non tanto per il destino di Giglio, a cui esprimo la mia solidarietà emotiva, ma per i riflessi che tale sentenza potrebbe avere per l’intero mondo di chi va in montagna. Ammiro e invidio l’ottimismo che tu esprimi sul punto. Io di natura sono un pessimista e quindi avanzo molto dubbi in merito. Non tanto per la persona di Giglio o per il suo operato nel caso di specie, quanto per un fenomeno molto più generale che va ben oltre i fatti del “solo” andar in montagna. Stiamo assistendo, ormai da decenni, ad un progressivo stringersi della morsa giudiziaria. Mi ricordo benissimo che, a metà degli anni Novanta (quindi ormai trenta anni fa) Marco Pannella diceva: “Stiamo andando verso la Repubblica dei Procuratori della Repubblica”. intendeva uno stato “governato” dalla magistratura, a colpi di sentenze e ordinanze. Devo dire, guardando a 360 gradi, che questa profezia è sempre più vera. Probabilmente è colpa della politica che è sempre più debole e asfittica e quindi avvalora l’atteggiamento invadente e invasivo di molti magistrati, sia inquirenti che giudicanti. Purtroppo è così. Ma in questo mondo ci tocca vivere e non nel paese delle meraviglie di Alice e quindi occorre fare buon viso a cattiva sorte, indossando ogni giorno le mutande di ferro, come diciamo a Torino.
” Se la difesa non ci ha pensato, mi pare una difesa non particolarmente sul pezzo” e così abbiamo detto acnhe i difensori di Giglio che son delle capre.
complimenti.
o magari sei semplicemente tu che non conosci gli articoli 7 e 9 del codice penale.
52 Crovella- continui a scrivere scempiaggini e a pretendere di dare lezioni su argomenti (invero assai complessi) che con ogni evidenza non conosci .
in realtà è vero l’esatto contrario: l’accertamento dell’elemento soggettivo colposo è specificamente calibrato su soggetti coinvolti, loro competenza, attività svolta, contesto, etc. perchè negligenza, imperizia inosservanza di leggi regolamenti ed usi vengono valutati in concreto e con riguardo alla specifica attività svolta al particolare contesta e alle norme di condotta e/o giuridiche che vi si applicano.
Quindi la valutazione avrà caratteri diversi per un incidente fra guide sul pilone centrale piuttosto che fra due caiani in gita sociale alla sbarua.
Semmai il vero problema dell’accertamento della colpa in un incidente alpinisitco è quali parametri di diligenza e condotta il giudice ritenga di applicare e da dove li desuma. E su questo se ne potrebbe parlare in maniera interessante anche su queso blog se non ci fosse qualcuno che pretende di dire sempre l’ultima, e di pontificare a vanvera dai profili più complessi del diritto penale ai trapianti di valvole mitraliche.
buon proseguimento
quindi “Ne consegue che un incidente con vittime in centro a Milano viene indagato con lo stesso approccio e seguendo le stesse leggi come un incidente alpinistico in quota e in mezzo alla tormenta ” è l’ennesima scemenza sequipedale che scrivi. certtamente ora che te lo fanno rilevare diventerà una tua personale opinione.
vedi, non è livore. E’ che proprio non ce la fai a non fare quello che ne sa una poiù di tutti.
Che Crovella metta in difficoltà degli avvocati (o altri professionisti, dipendenti, artigiani, disoccupati, non importa) non c’è dubbio.
A Crovella ormai non interessa più l’argomento del discorso ma solo l’avere l’ultima parola. Come un bambino viziato.
Penitenziagite.
@52, non penso a un regime giuridico speciale per l’alpinismo, ma a una più rigorosa applicazione del brocardo “in dubio pro reo” e del principio della presunzione di innocenza che deve essere mantenuta ferma fino a prova contraria “oltre ogni ragionevole dubbio”; invece lo stigma mediatico parte subito, e influenza i magistrati già prima che la difesa possa organizzarsi; su questo si può lavorare molto, a livello delle associazioni di rappresentanza degli alpinisti. Purtroppo al CAI al tempo di Pila c’era un presidente generale interessato più a scaricare i coinvolti e a fare scattare la congiura del silenzio. A Giglio dovrebbe andare meglio, la stampa per ora non gli è stata nemica, e la procura che sia giusto o no mi sembra molto sensibile alle pressioni del territorio; ma ripeto, la giurisprudenza di questo processo si applicherà agli altri, meno noti e meno inseriti in Vallée? Non vorrei scattasse una sorta di innocenza per “notorietà”, come una soglia, al di sopra della quale se ti succede qualcosa sei un eroe di cui celebrare il sacrificio e l’abnegazione, e al di sotto della quale, a parità di circostanze, sei trattato come un incompetente impreparato e irresponsabile. Ecco allora che andrebbe a farsi benedire il principio della legge uguale per tutti. Trovo interessante la tua ipotesi finale, che rafforza questo mio pensiero sul vantaggio di “giocare in casa”.
@49 Alla tua domanda principale ripropongo la risposta che ho già fatto mille volte: è impossibile pensare a un regime speciale per l’alpinismo/scialpinismo (così come per qualsiasi altra attività), perché il nostro modello giuridico è unico e si applica dal bagnasciuga marino alla vetta del Bianco e dal Brennero fino a Ragusa. Ne consegue che un incidente con vittime in centro a Milano viene indagato con lo stesso approccio e seguendo le stesse leggi come un incidente alpinistico in quota e in mezzo alla tormenta. Questa mia risposta NON significa che io sia un sostenitore di questa impostazione, anzi la aborro. Sottolineo soltanto che ogni ipotesi di regime speciale per chi va in montagna è negata dalla struttura stessa del ns sistema.
Per quanto riguarda l’ipotesi che l’incidente sia avvenuto fuori dai confini italiani, quindi fuori dalla competenza della Procura di Aosta, ci doveva o ci deve pensare la difesa di Giglio a porre questa opposizione. Se la difesa non ci ha pensato, mi pare una difesa non particolarmente sul pezzo. Se ci ha pensato e le hanno risposto picche, sarebbe in effetti interessante capire i motivi per cui le “picche” della Procura hanno avuto la meglio sulla richiesta della difesa. Ma c’è un terza possibilità, cioè che è interesse della difesa stessa che il processo si tenga ad Aosta. Non sei tu stesso che ti sei dichiarato “ottimista” sull’esito finale perché ritieni che il contesto ambientale sia favorevole ad una GA della VdA? Può darsi, sottolineo può darsi, che la difesa abbia fatto il tuo stesso ragionamento…
il duello tra toro e torero non e leale è falsato a favore del torero. Il toro prima viene ben ferito e sfiancato da altri ad esempio dai picadores a cavallo che il loro lance feriscono il toro e lo costringono a tenere la testa bassa.
E avrei un’ultima domanda, per gli esperti: se il fatto è avvenuto aldilà del confine, qual è la giurisdizione della Procura di Aosta? E in Francia è tutto un altro mondo, come mostra il bellissimo libro, che vi consiglio, “Le guide et le procureur”, di Jacques Dallest ed Eric Decamp, edito dalla meritoria Editions du Mont Blanc di Catherine Destivelle, Mai tradotto in Italia, ovvio, non sia mai che si turbino le nostre procure.
Ho perso il filo, scusate. È urgente fare massa critica, tutti insieme, per incidere sulla deriva giustizialista e securitaria del costume e della pratica giudiziaria; altrimenti occorre sperare che il credito e la stima di cui gode Giglio possa evitargli la condanna con i suoi corollari di umiliazioni; ma gli altri? Vi rendete conto di cosa significa subire da un giudice, aldilà del suo ruolo e delle sue decisioni, l’intrusione nella sfera della tua intimità e del tuo dolore? Vi devo mostrare cosa ha scritto Tornatore nella mia sentenza? Come alpinisti, siamo davvero i reprobi della società securitaria. Come si può reagire? Una piccola proposta. Smettiamo di proclamare ai quattro venti il mantra “montagna in sicurezza”, che è davvero un ossimoro. Ogni volta che, ahimé troppo spesso ancora, accostiamo questi due termini in una attività promozionale, stiamo diseducando il nostro pubblico e la società tutta, magistratura compresa. Che fare per vedere tutelata almeno la nostra dignità? Se sapessimo declinarla nel presente, ci sarebbe tutta la linea culturale dell’alpinismo piemontese-ligure a testimoniare il senso dell’alpinismo come esperienza esistenziale decisiva del ‘900, come attività di rinuncia alla sicurezza e di confronto con un rischio non eliminabile: da Gervasutti a Camanni, passando attraverso le pagine storiche di Mila, Motti, Gobetti, Gogna (o si è troppo imborghesito?) e Annibale Salsa, ultimo presidente generale CAI di alto profilo culturale.
Prova a leggere qualche articolo di Massimo Giannini (MG come te) o, meglio ancora, ascoltarlo nei suoi pipponi in TV e vedrai che ciò che vi accomuna è un profondo livore aprioristico, certo il suo contro Meloni & C, il tuo contro quell’apparato istituzionale che ti sta sulle palle e di cui io sono un esponente esplicito. Perdete la lucidità come il toro di fronte alla muleta rossa che sventola. Il toro se carica può essere pericoloso, ma il torero ha la spada affilata che tiene dietro la muleta.
Scusate la mia ignoranza, che cos’è il “diritto per osmosi”?
Mi pare di rammentare vagamente qualcosa, tempo fa nel forum, ma non vorrei confondere l’otto per il diciotto. Fa forse parte del “diritto crovelliano”?
P.S. Carlo, perdonami la battuta. Tu sai che non resisto.
Quando non sai più cosa dire calci la pala in tribuna e la butti sul voi/noi, destra/sinistra Israele /palestinesi.
Giannini non c’entra nulla, ne la politica.
Ora fai la verginella con ” sono le semplici opinioni di un osservatore terzo “, perchè qualche post fa, quando poi sono inetrvenuto, leggevo un Crovella – sicuramente un tuo omonimo saccente e maleducato oltre che ignorante – che spiegava agli altri che hanno il minestrone in testa e dava ragguagli giuridici per dissipare la zuppa cerebrale.
Non ho nessun livore, mi sei del tutto indifferente come persona, visto che non ti consoco. Mi sta semplicemente sulle palle chi, si chiami Crovella o VAttelapesca, deve sempre avere l’ultima parola e sboronare su tutto, mandando in malora qualunque confronto, specie quando è palese che non consosca quello di cui parla
Ah già, scusa… dimenticavo il diritto per osmosi :o)))))))))))))))
“MG è, per strano gioco del destino, anche l’acronimo del giornalista Massimo Giannini […]”.
Carlo, non si tratta di Massimo Giannini.
Si tratta di [CENSURA], che una volta era moderato e oggi è scatenato.
MG è, per strano gioco del destino, anche l’acronimo del giornalista Massimo Giannini, il quale è letteralmente roso da un rancore profondo nei confronti della Destra “immorale e amorale” (ipse dixit) e non perde occasione per sputare fiele verso i rappresentanti della Destra, iniziando ovviamente da Giorgia Meloni, a prescindere da quello che viene effettivamente detto da costoro. Parimenti tu sei devastato da un rancore profondo verso di me perché io esprimo la mentalità di quegli ambiti istituzionali che ti hanno “fatto fuori” o marginalizzato fino a che ti sei allontanato (il che alla fin fine è la stessa cosa). Giannini pur di dare addosso alla Meloni arriverebbe a criticarla pubblicamente anche su affermazioni che nel merito Giannini in quanto persona condivide, così (mutatis mutandis) tu sei talmente accecato dal suddetto rancore che, contro di me, parti lancia in resta a prescindere dalla fondatezza o meno di quello che scrivo. Sul punto ho argomentato più volte le mie tesi, che sono le semplici opinioni di un osservatore terzo quale mi sono sempre definito (cmq non del tutto ignorante sui temi giuridici, anzi, visto che la gestione di aziende porta inevitabilmente a confrontarti quasi quotidianamente con tali temi e il relativo mondo: a parte gli esami di diritto superati a suo tempo, dopo oltre 40 anni di lavoro una certa praticaccia me la sono fatta e gli avvocati, con i quali lavoro costantemente, mi dicono sempre che sono un cliente tosto perché li metto spesso in difficoltà). Ma tutto ciò è irrilevante. Premesso che in genere sono del tutto indifferente all’opinione degli altri, meno che mai mi preoccupo della tua. Prenditi una tisana e trascorri una domenica rilassante e rilassata
“Dirò di più, la realtà processuale riflette solo in minima parte la realtà dei fatti, esposta come è prioritariamente a pressioni mediatiche, politiche, culturali, diciamo genericamente territoriali.”
Conoscendo le telenovele della magistratura italiana, con sequele interminabili di sentenze ribaltate, sono convinto che la cosiddetta “realtà” processuale dipenda anche da un altro importante fattore: il tiro col bussolotto.
Ma non era possibile fare eseguire le perizie ad istruttori del CAI ( commissione tecnica scuole ) , mi pare che in ambito stradale se la Polizia viene coinvolta in un incidente , la perizia venga fatta NON dalla polizia stessa . Almeno si sgombra il campo dal dubbio di valutazioni partigiane .
Ma non era possibile fare eseguire le perizie ad istruttori del CAI ( commissione tecnica scuole ) , mi pare che in ambito stradale se la Polizia viene coinvolta in un incidente , la perizia venga fatta NON dalla polizia stessa . Almeno si sgombra il campo dal dubbio di valutazioni partigiane .
Beh tu che parli di sbrodolate ha un che di comico…
Ho semplicemente cercato di dare un. quadro tecnico a fronte di chi continua a sparare sconcezze senza conoscere i fatti.
Dai per acquisiti elementi che non conosci (non mi risulta che tu sia uno dei difensori, abbia fatto il consulente del giudice nè abbia partecipato alle indagini o abbia studiatio gli atti) e li frulli in un mescolone di “tue” teorie, che nulla hanno a che vedere nè con la realtà nè con il diritto.
Sei ovviamente libero di farlo, come altri di fartelo rilevare e di sottolineare che parli di “fantadiritto crovelliano”.
Vieppiù di fronte ad una vicenda che mi tocca sul piano umano e professionale, nella quale la prima forma di rispetto vero chi ne è coinvolto ritengo sia non tranciare giudizi (sono intervenuto solo per quello, altrimenti partecipo assai di rado al bar gogna, ché dei tuoi sconfinamenti mi importa il giusto).
MA sei talmente così poco umile e saccente da non rendertene conto e continuarla. Vai pure con le tue teorie, divertiti.
Il discorso airbag come elemento oggettivo del principio che si “deve” pretendere e/o fornire ai propri compagni di giornata il “meglio esistente sul mercato (in termini si sicurezza) così come grava sul datore di lavoro verso i suoi dipendenti è un principio che se venisse introdotto da questa sentenza nell’andar in montagna sarebbe dirompente per tutti noi, in qualsiasi risvolto dell’andar in montagna. Non sono io che ho tirato di mezzo l’airbag nella faccenda giglio, ma (da quello che si legge nell’articolo) la procura. Sembra infatti che i punti cardini per dimostrare la responsabilità di giglio siano due: l’airbag (inteso come mancata applicazione del principio del fattore di lavoro ai suoi dipendenti) e il fatto che non sono scesi uno per volta. quindi, nell’attesa di leggere la sentenza quando ci sarà, allo stato attuale il timore è che questi due punti verranno utilizzati in aula. Se uno entra nell’ordine di idee che Giglio sarà condannato, allo stato attuale i motivi “tecnici” per la condanna sono i due citati. magari in corso di dibattimento verranno fuori mille altri risvolti, alcuni a sfavore altri invece a favore. Certo che il processo è una partita tutta da giocare. Ora siamo prima del fischio di inizio, è vero, però i PM hanno già delineato l’impostazione inziale della loro tesi. Se tale loro tesi dovesse diventare sentenza, io temo che questa sentenza lascerà un segno molto profondo nell’andar in montagna di tutti. Ci sarà un “prima sentenza Giglio” e un “dopo sentenza Giglio”. e temo che rimpiangeremo tutti il “prima”.
La mia teoria che ciò che muove questa vicenda, allo stato in cui è arrivata, sia la ricerca del risarcimento è una teoria “mia”: l’ho sempre anteposto a ogni commento e non è necessario né comprovarla né esser ferrati in materia per potersi esprimere. Altrimenti nessuno più potrebbe scrivere un commento che sia uno.
A esser sincero leggendo le tue pappardelle mi dai l’impressione di esser lontano dall’effettiva realtà della vicenda molto di più tu di me, perché spiattelli la dottrina, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, specie in Italia. Inoltre io non sto polemizzando con nessuno e soprattutto non insulto né mi rivolgo in modo sgradevole nei confronti di nessuno, mentre è del tutto fuori luogo il tono e le modalità con le quali ti rivolgi a me. L’impressione è che ti incazzi principalmente perché (ai tuoi occhi) mi permetto di invadere il terreno che consideri di “tua” pertinenza. Se in ogni campo potessero esprimersi solo i relativi “laureati” (o equipollenti) avremmo tre commenti al massimo. Quindi il pluralismo comporta anche la facoltà di esprimersi di chi non è esplicitamente specializzato in ciascun settore.
Altrettanto “mia” (e l’ho sempre detto che la definisco “mia”) è la preoccupazione che questa sentenza possa costituire un momento chiave nella giurisprudenza dell’andar in montagna. Questo per l’importanza dell’imputato, per il clamore dell’incidente, perché ci sono stati 3 morti e perché erano tutti e 4 delle GA. Che le sentenze (in generale) possano fare giurisprudenza non è cosa “nuova”. Se poi a questa, se ne dovessero aggiungere altre future (tocchiamo ferro) che si richiamano a questa… la giurisprudenza è bella che fatta. CONT
ulteriore solenne cazzata detta in un modo che sembra fare figo (e invece fa pena): Se passa (come temo) il principio per cui il più pataccato deve ragionare in montagna, nei confronti dei suoi compagni fi giornata, come se fosse un datore di lavoro”
Non passa nessun prinicio, ci sono parametri ben precisi di valutazione del grado della colpa (sempre in base al 43 c.p. e dintorni) che non possono prescindere dal livello di esperienza delle parti coinvolte, ma la situazione fra pataccati caiani e allievi non è affatto assimilabile a quella di un istruttore che conduce altre guide in un percorso di formazione e valutazione professionale.
Se si applichino tout court anche profili giulsvoristici è da vedere, ma fare il solito minestrone perché non si sa di cosa sta parlando manda come al solito tutto in malora, su un tema e una vicenda che sotto il profilò tecnico professionale e umano meriterebbero assoluto riguardo (concetto a te ignoto).
buon we
“Dirò di più, la realtà processuale riflette solo in minima parte la realtà dei fatti”
purtroppo è verissimo ed è un dato noto a qualunque operatore del diritto, su cui si sono versati fiumi di inchiostro in pubbliocazioni scientifiche, ma è in qualche misura un dato ineliminabile, che chi ha vissuto l’una è l’altra sente in amniera particolare.
Purtroppo qualunque processo è un sistema imperfetto, fatto di regole, che si fonda (più che sui condizionamenti esterni) su un sistema di acquisizione della prova che talvolta crea una realtà processuale assai diversa e lontana da quella sostanziale (per ragioni varie, procedurali, casuaali, errori delle parti, per la soggettività che è innata in qualunque valutazione, etc) e la sentenza non può che tener conto solo della prima.
i profili della colpa derivano dall’art. 43 c.p. e dalle sue mille sfacettature interpretative “il delitto…. è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.”
Il fatto che Giglio fosse l’istruttore in ambito di formazione professionale potrebbe inoltre rendere applicabile diversi risvolti giuslavoristici nell’apprezzamento della sua condotta
LA valutazione dell’elemento soggettivo è sostanzialmente analoga nell’accertamento della causalità in sede di illecito penale e di quello civile, così che i parenti avrebbero avuto esattamente le stesse chance se avessero intentato solo causa civile.
Certo è che è un processo delicato e convengo con Michelazzi che l’esito possa essere dirompente nell’ambiente montano professionale, molto possono fare le difese e i loro consulenti, così come è auspicabile che il giudice abbia una sensibilità e una conoscenza specifica, poichè le dinamiche sono così peculiari che potrebbe aiutare se colui che è chiamato a giudicare avesse anche strumenti propri di valutazione e non solo quelli forniti dalle parti e dagli ausiliari.
Resta tuttavia valido il mio pensiero, i processi si fanno nelle aule, leggendo gli atti e avendo una preparazione professionale specifica, sui forum potrebbe essere utile ragionare in astratto, ciascuno con le proprie professionalità e a fini costruttivi, per individuare prassi di garanzia nello svolgimento di simili attività.
Sparare cazzate a raffica per sentirsi il più figo del bigoncio fa invece solo pena. Vieppiù quando ci sono tre morti (a loro volta profesionisti di alto livello) e diversi parenti coinvolti.
Crovella, continui in una maniera becera e volgare verso le parti coinvolte, a dire solenni cazzate prive di alcun fondamento giuridico, offensive per le persone e per il diritto.
Il reato è procedibile d’ufficio, la procura si attiva, le cose non funzinano come tu credi e farnetichi, qualcuno ha fatto richiesta di archiviazione, per ragioni che non consociamo, e il gip ha ritenuto di vederci più chiaro.
E’ del tutto normale, le parti offese possono fare opposione alla richiesta di archivzione ma non hanno il potere, che tu ti inventi, di condioznare la vicenda.
E’ assolutamente plausibile, per quel che consoc iamo, che la procura fondi la responsabilità di Giglio su una valutazione di colpa, sia generica che specifica (sono concetti giuridici specifici, che non consopci, quindi evita di da rfiato alle trombe emettendo ulteriori cazzate, e si fondano sull’assunto che vi possa essere stata erronea valutazione del luogo, del momento, della tecnica di discesa adottata e della scelta dell’equipaggiamento che a fronte di tali condizioni, potrebbe aver garantito un fattore di sicurezza aggiuntivo).
Non consociamo gli atti, non sappiamo quali elementi siano stati acquisiti quindi il ragionamento è del tutto teorico. LA tesi che si cerchi la condanna in funzione del risarcimento rimane una tua teoria strampalata. (segue)
Condannato nel processo Pila, dalla stessa Procura e dallo stesso giudice a cui è affidato il processo Giglio, voglio a lui esprimere la mia personale solidarietà, augurandomi che tutto vada per il meglio. A mio parere, la questione risarcimnenti è secondaria; a noi la condanna arrivò anche se nessuno si era costituito parte civile e nonostante il risarcimento fosse già avvenuto con un accordo precedente. Avevamo profili più gravi di quelli di Giglio? Non so, se ne è parlato tanto e avete sicuramente una vostra idea. Mi limito a sottolineare i dati di realtà: il pericolo era 2, in diminuzione, tempo bello, rigelo regolare, assenza di vento; in più, la questione del bollettino che, dopo il nostro incidente e solo per l’evidenza empirica di questo, mutò la previsione del pericolo – che era dato in diminuzione – prima a 3 e poi a 4. Segno evidente, stante la professionalità dei previsori, di una situazione nivologica di assai difficile lettura.
È vero però che il processo è influenzato da fattori esterni. Dirò di più, la realtà processuale riflette solo in minima parte la realtà dei fatti, esposta come è prioritariamente a pressioni mediatiche, politiche, culturali, diciamo genericamente territoriali. Se leggete la perizia del nostro incidente, opera di un CTU valdostano, troverete ben poco del semplice esame di realtà che ho tratteggiato sopra, e molti giudizi soggettivi, descrizioni imprecise, suggerimenti bizzarri di alternative che avremmo dovuto seguire. Sotto questo profilo, le pressioni che gravano sul processo Giglio sono ovviamente assai più favorevoli di quelle che gravavano sul nostro, e sono ottimista sull’esito.
Nessuno mi toglie dalla testa che la presunta richiesta di verità dei parenti delle vittima sia in realtà la ricerca del risarcimento, che (giunti al livello giuridico in cui si è arrivati) NON può che presupporre la condanna penale di Matteo Giglio. Ho già detto che sul piano umano è comprensibile l’esigenza del risarcimento dei familiari, ma il perverso meccanismo tecnico rischia di far sì che questa sentenza condizionerà il modo di andar in montagna di tutti.
Ovviamente si cercherà un “appiglio” giuridico per la motivazione della condanna (la sentenza non dirà “lo condanniamo così scatta il risarcimento”…), ma è proprio questo il risvolto diabolico della vicenda. I due elementi al momento sul tavolo sono ridicoli in termini di soli elementi per una condanna penale per omicidio colposo. In particolare la mancata imposizione di Giglio ai tre dell’airbag in nome del principio che il datore di lavoro deve provvedere a utilizzare il “meglio” esistente (in termini di sicurezza) è una “cagata pazzesca” (per dirla alla Fantozzi) sia applicata in generale all’andar in montagna sia all’evento specifico, dove i tre non erano collegati da nessun rapporto di lavoro o similare. Se passa (come temo) il principio per cui il più pataccato deve ragionare in montagna, nei confronti dei suoi compagni fi giornata, come se fosse un datore di lavoro verso i suoi dipendenti, potremmo trovarci a dover applicare tale principio in modo generalizzato, dalle uscite delle GA con propria clientela alle uscite delle scuole CAI e, chissà, forse addirittura nelle uscite private fra amici. Cioè il più pataccato dovrà sempre pretendere non l’airbag in quanto tale, ma il “meglio della sicurezza esistente in quel momento”, concetto dinamico che evolve di giorno in giorno. Praticamente non ci muoveremmo più di casa oppure andremo esclusivamente da soli.
Credo sia molto difficile per chiunque entrare nel merito di eventuali responsabilità o negligenze perché nessuno era presente al momento del fatto. Quello che però fa riflettere è che mi sembra si stia cercando di trasferire le tipiche responsabilità dettate dal D.Lgs. 81/08 anche in ambiti non lavorativi o strettamente tali, nel tipico binomio datore di lavoro-lavoratore. Dove il ruolo dell’istruttore sembra assimilabile a quello tipico del preposto (colui che sovraintende) e dove si ritiene necessario un dispositivo non obbligatorio (l’ airbag) secondo il concetto della migliore tecnologia disponibile sul mercato (in linea con l’ art. 2087 del codice civile). Che dire, a prescindere dalla tragedia, e alle lecite e comprensibili richieste di verità da parte dei parenti, i parallelismi sono tanti. La conseguenza, forse, è che o diventeremo tutti più responsabili oppure nessuno vorrà essere più responsabile. In entrambi i casi l’alpinismo morirà.
Come al solito quando un fatto tragico arriva in mano agli avvocati questi trovano il modo di specularci sopra.
Erano tutti esperti, adulti consenzienti?
Si!
Sono stati obbligati a scendere quel canalone?
No!
E allora? Cosa cerchiamo?
Andrà a finire che qualche politico prenderà in mano il fatto e, come avvenuto per pala e sonda, obbligherà tutti ad acquistare uno zaino con airbag,
Tanto per rompere i c…. !
Perché a tutt’ ora se rimani sepolto da una valanga ma sei in possesso di artva pala e sonda sei nel giusto, se ne sei sprovvisto ti condanno!
Quanta ipocrisia!
Capire quali siano le oggettive responsabilità rinfacciate a Matteo Giglio dai PM è MOLTO interessante per chi va in montagna. Siamo di fronte ad un incidente dai risvolti molto confusi, dove l’unico testimone è anche l’unico sopravvissuto (per cui non ci sono altri sopravvissuti che lo “accusano” di specifici errori individuali). Di conseguenza, allo stato attuale non si riesce a comprendere quale sia l’errore imputato a Giglio, errore in funzione del quale sono decedute tre persone. Stante il fatto che erano (nella sostanza) quattro GA, se vale solo il differenziale di “grado” per finire alla sbarra…, siamo belli che panati, come si dice a Torino. Data la particolarità dell’avvenimento, cui vanno aggiunto la notorietà dell’imputato, in numero delle vittime, il ruolo professionale dei quattro, ecc ecc ecc, penso che questa sentenza farà giurisprudenza e condizionerà profondamente il comportamento futuro in montagna, temo non solo fra i professionisti ma anche fra gli amatoriali, specie nel settore didattico, ma non escludo anche in uscite private. Cioè temo che con questa sentenza il “delta patacca” sarà definitivamente elevato a indiscusso criterio per individuare la responsabilità in qualsiasi fattispecie di incidente. E qui si attacca il discorso del risarcimento.
25. MG.
Grazie. Francamente (e spudoratamente) contavo su un tuo intervento per avere, almeno in parte, una risposta alle mie riflessioni. Ora mi è più chiara anche la contestazione in merito all’Air bag che oggettivamente mi pareva un po’ astrusa.
Forse possono interessare questi tre vecchi interventi nel GognaBlog:
https://gognablog.sherpa-gate.com/la-colpa-il-diritto-e-lalpe-parte-1/
https://gognablog.sherpa-gate.com/la-colpa-il-diritto-e-lalpe-parte-2/
https://gognablog.sherpa-gate.com/il-codice-penale-e-le-valanghe/
Bravo MG, adesso sei sceso dalle nuvole dell’Olimpo (rileggiti e probabilmente ti rendi conto che il saccente sei stato tu,,,). Detto questo, rileggi anche il mio primo intervento dove (nel secondo lo ribadisco) faccio presente: “…o almeno da ciò che si evince da questo articolo…”; Anche il paragonare ciò che è un corso formativo professionale di questo tipo con ciò che riguarda la sicurezza sul lavoro, a mio avviso, è un bestialità completa. Cosa facciamo? Mettiamo la corda di sicurezza sulle scalate? Ovviamente non è relativo al tuo intervento ma a ciò che si ravvisa dall’articolo.In ogni caso tanto per scrivere corretto e non lasciare margini di errore ai lettori, il CTU è consulente per la parte civile mntre per la parete penale è il Perito, due ruoli due carriere (e sono carriere in quanto si paga la tassa di abilitazione professionale . Vero che i ruoli siscambiano spesso in assenza di due figure distinte ma tant’è…In quest’ambito comunque al di là della possibile nomina da parte del tribunale, accusa e difesa possono a loro volta eleggere un parito di parte.Non volendo uscire però dal nocciolo della questione o meglio chiudendo qui questa discussione off topic, ripeto che spero la situazione si concluda con un’archiviazione, altrimenti diventerebbe un precedente assolutamente pericoloso per chi va in ambiente.
“Ora io vorrei capire quali sono gli elementi oggettivi (cioè non collegati la discorso che ho espresso) per cui il povero Giglio, solo lui, si è macchiato di omicidio colposo a tal punto che la procura ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Dov’è che ha commesso un atto da cui discende la morte degli altri tre. ”
forse dovresti banalmente leggere gli atti del rpocesso (e probabilmente non lo capiresti comunque), così sei solo quello che guardando la partita dei mondiali ha lo schema perfetto epr fare gol e urla davanti al televisore.
Serve alla causa di Giglio o ad approfondire utilmente le responsabilità di chi va in montagna a titolo professionale?
Cari Crovella e Michelazzi, mi sono limitato a fare una riflessione.
Direi che il tono delle vostre repliche abbassa ulteriormente il livello .
A michelazzi non vado a spiegare come costruire un paranco e a Crovella un bilancio (anche se al primo riconosco la legittimità del pathos di fronte a una vicenda che epr una guida è davvero significativa e di procedimenti che su materie così tecniche non è raro che prendano cantonate, mentre Crovella rimane il solito produttore di banalità un tanto al quintale del tutto inutili).
Sarebbe auspicabile o che ciascuno si attenesse al proprio ambito, evitando di scrivere fregnacce.
Fare il CTU significa essere un tecnico ma non capire di diritto.
Io non ho affermato che la valutazione tecnica della procura sia fondata nè che la magistratura la imbrocchi sempre, ho semplicemente detto che ci sono taluni elementi sulla bilancia, la loro valenza va giudicata in un processo, valutando le carte e soppesando i principi giuridici sottesi.
Cosa che sarebbe sano non fare su un blog ,non conoscendo gli atti e dimostrando, palesemente, di non conoscere neanche i principi giuridici applicabili.
Se vi diverte l’ingiuria, fate pure. a quel giochino non partecipo.
Il mio nome rileva poco così come la mia professione, confutate nel merito quello che dico.
Quanto alla faccenda airbag, visto che la vicenda non attiene a un rapporto hobbistico ma ad uno professionale, mi pare di aver letto nel’articolo che la tesi sia nel senso di ravvisare l’obbligo in capo al datore di lavoro di fornire il miglior presidio di sicurezza disponibile, principio che potrebbe essere applicabile anche al caso di specie, Quanto al ruolo di Giglio, quale istruttore, rimane investito di una responsabilità diversa da quella dei discenti, per quanto bravi e di alto livello.
Se poi questo abbia senso, possa fondare una sua responsabilità penale o siano solo seghe mentali non lo so e, a differenza vostra che avete sempre la soluzione pronta per tutto, pur non avendo gli strumenti culturali e tecnici per valutare, dico semplicemente lo stabilirà il processo.
Che non credo sia infallibile, anzi, tanto è vero che ci sono due gradi di merito e uno di legittimità e talvolta rimane comunque una pronuncia ingiusta.
ma, per quello infallibile, va atteso il giudizio divino.
Statemi bene.
1) Certo che l’omicidio colposo è procedibile d’ufficio, ma se durante l’indagine della procura NON emergono elementi, la procura archivia. Ora io vorrei capire quali sono gli elementi oggettivi (cioè non collegati la discorso che ho espresso) per cui il povero Giglio, solo lui, si è macchiato di omicidio colposo a tal punto che la procura ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Dov’è che ha commesso un atto da cui discende la morte degli altri tre. In generale hanno sbagliato tutti e quattro, nel senso che non dovevano andare lì e una volta lì avevano tutto il tempo di tornare indietro senza incaponirsi di andare proprio in vetta al Pic du Goletta ecc. Se hanno sbagliato, hanno sbagliato tutti e quattro. L’appiglio del fatto che Giglio fosse istruttore e quindi il maggiore di grado, a mio modesto parere, è solo un pretesto per il discorso economico che ho illustrato.
2) Non ho detto che, in assoluto, ci vuole la condanna penale per ottenere risarcimento. Il risarcimento a carico del responsabile (che, se è assicurato, viene poi sostituito dalla compagnia nell’effettivo esborso) scatta se l’individuo ha compiuto un qualsiasi atto illecito (ovvero in violazione di legge) da cui deriva il danno a carico di soggetti terzi. Tale atto può essere il più svariato in una casistica praticamente infinita e può benissimo essere un atto anche non penalmente rilevante. Ma qui il discorso si intreccia con il penale, stante che ci sono tre morti, per cui o lo condanni sul fronte penale (e allora scatta il risarcimento, naturalmente se i familiari si sono costituiti parte civile) oppure se lo assolvi/archivi il caso, non c’è nessun atto illecito da cui far discendere il danno e quindi l’obbligo del risarcimento.
MG, siccome mi hai tirato in ballo esimia testina da tastiera o forse espèerto da tribunale? Melgio il primo fidati..: il sottoscritto in quest’ambito ci opera oltre ad essere CTU. Il mio intervento che tu da ” giurista” (virgolette per definire pseudo) avresti dovuto comprendere (forse ti senti più ma magari va un po’ in montagna, vedrai che sei meno. GARANTITO!).Il Mantovai puoi mettertelo… qui si tratta di realtà non di chiacchiere su codici vari, di realtà, di morti, di responsqabilità. E se hai letto solo quello povera magistatura!Se sei assicurato, pagano. Certo pagano a tabellare per ciò che riguarda la nostra professione (la più pericolosa del mondo) ma pagano, perciò Crovella hai detto come sempre ‘na fregnaccia, malgrado il tuo intervento questa volta, devo ammetterlo, fosse migliore alla lunga la miglikore di molissime altre… Onore al merito.Airbag: definito come aggravante e come detto, da ciò che si desume su questo scritto, è una minchiata. La magisatratura sui casi di incidenti in montagna di minchiate ne ha decretate tantissime… oltre ogni limite, credo.Mettici nome e cognome MG, sennò sei il solito tastierista (caxxo mi tocca dare ragione a Marcello… che palle!).Inoltre siccome la questione è serissima, magari rimanere nell’ambito sarebbe opportuno. Vuoi dire la trua, bene, ma non smarronare facendo il saputello che anche se sei un avvocato… vogliamo vederere quanti avvopcati hanno avuto ragione negli utlimi annoi su cause che sembravano già vinte… fa il piacere va…
all’insigne giursita del commento 18 rammento che l’omicidio colposo è procedibile d’ufficio, quindi la procura è obbligata a svolgere attività d’indagine. affermare che così si faccia e si rinvii a giudizio per coinvolgere la copertura assicurativa è un messaggio sbagliato sotto il profilo e e aberrante sotto quello giuridico.
MA del resto che parla di reato penale dimostra già di essere un analfabeta giuridico
Premesso che sono ignorante in materia, quindi non mi addentro in disquisizioni giuridiche. Ma se così dovesse succedere, cioè i giudici condannanno un innocente, sapendolo innocente, sarebbe un fatto gravissimo.
Mi spingo a dire che, da parte dei giudici non sarebbe un errore giudiziario, ma un reato.
forse sarebbe opportuno che chi non si occupa di diritto la smettesse di scrivere boutade sui forum, in una vicenda seria, che è in corso e che vede tre morti e un soggetto imputato di quell’evento, quindi a sua volta vittima di un dramma umano.
I processi si fanno (in tribunale, non sui blog) per accertare responsabilità, il rinvio a giudizio significa semplicemente che la procura ritiene di aver raggiunto sufficienti elementi per riuscire a dimostrare la propria tesi, non che esista già una colpevolezza.
Con l’auspicio di non leggere più la solenne fila di cazzate espresse da pseudo giuristi, fra le quali la migliore è che senza condanna penale non si da luogo a risarcimento. A chi poi pontifica su airbag e pari responsabilità dei soggetti coinvolti, consiglio di partire dal Mantovani (testo base di penale I all’università…)
Se nella vita ci si occupa di fave sarebbe opportuno non commentare con saccenza la vendita delle ciliege, perchè si fa solo danno e si introduce inutile confusione.
Con l’augurio all’istruttore coinvolto che tutto si risolva per il meglio.
Crovè, hai ragione.
Forse la smette di dire minchiate.
Mi sa invece che un bel minestrone in testa ce l’avete proprio voi. Nel discorso che ho illustrato le polizze assicurative in capo agli aspiranti non c’entrano nulla, nel senso che, al limite, viaggiano per conto oro. C’entra invece la polizza intestata a Giglio, polizza di cui non conosco ovviamente i dettagli. Ma qui stiamo parlando del caso generico: è da quella polizza che si preleverà il (presumibilmente consistente) risarcimento ai familiari di tre vittime. Stiamo parlando di diverse centinaia di migliaia di euro, a livello aggregato per le tre vittime. Come ho illustrato, il principio cardine è che la compagnia subentra nel pagamento del risarcimento dovuto al danneggiato, ma solo se scatta il requisito, ovvero che l’assicurato abbia commesso un fatto in violazione di legge, da cui deriva il danno agli altri. Perché ci sia un risarcimento ai danneggiati (o ai loro familiari) occorre quindi l’accertamento del fatto illecito, in questo caso si tratta di omicidio colposo, che è un reato penale. Se Giglio non viene condannato, sul piano penale, per tale reato, non dovrà dare nulla ai familiari delle vittime né di tasca propria né con il subentro dell’assicurazione. Ecco perché io temo che sarà condannato, a prescindere dalla correttezza o meno del suo comportamento sul terreno. Se si ragiona sul piano delle logica dell’evento, a me pare che non ci sarebbe neppure da rinviarlo a giudizio. Se lo hanno rinviato è per aprire il processo, che presumibilmente si chiuderà con una condanna, da cui scatterà il diritto dei familiari delle vittime a ottenere un risarcimento. Il meccanismo a tavolino non è poi così complicato da capire.
“Ma Crovella cosa dici?”
Le solite badanate fondate sul nulla della sua presunzione di sapere tutto, sempre e più degli altri.
Ma Crovella cosa dici?
Tutto dipende dal tipo di contratto assicurativo delle vittime.
La guida istruttore ha per legge una polizza RC ma i poveri aspiranti avranno avuto una polizza infortuni e morte che risponde in ogni caso.
Comunque non mi va di farmi i fatti degli altri in una vicenda che è umanamente molto triste.
Però la tuttologia assicurativa lasciala perdere.
Superfluo, ma forse non per tutti, sottolineare che senza neppure il rinvio a giudizio (cioè evitando il processo con l’archiviazione) tutto il discorso risarcitorio sarebbe tarpato alla radice, perché non ci sarebbero reati accertati, ergo non ci sarebbero “fatti illeciti” (con violazione di legge) da cui possa scaturire il diritto dei danneggiati (e/o dei loro familiari) ad esser risarciti.
A mio modestissimo parere, in una situazione così confusa come quella dell’episodio incriminato (dove paradossalmente l’unico testimone è l’imputato stesso… come se avesse testimoniato “contro” se stesso…), l’unico motivo per cui c’è stato il rinvio a giudizio e, conseguenzialmente, l’unico motivo per cui ci sarà la probabile condanna è solo la risposta “tecnica” per garantire un risarcimento finanziario alle famiglie delle vittime.
Sul piano umano ci può anche stare (se non ricordo male ci sono figli anche giovani…), ma la condanna macchierà per sempre la figura alpinistica ed anche emotiva di Giglio, che paradossalmente ha l’unica “colpa” di esser sopravvissuto all’evento… infatti se fosse morto anche lui, nessuno farebbe (per definizione) un processo giuridico ad un ipotetico responsabile che, nell’evento, è perito anche egli…
Sintetizzo e quindi banalizzo, mi perdonino i principi del foro. Si tratta di un tecnicismo di procedura giudiziaria (che vale SEMPRE, non solo per gli incidenti di montagna). I familiari dei “danneggiati” (=vittime) si costituiscono come parte civile nel processo penale. Se il processo penale si conclude SENZA condanna penale dell’imputato, la parte civile non ha diritto a un quattrino. Se il processo penale si conclude con una condanna, la sentenza in genere stabilisce il risarcimento del danno. A quel punto l’obbligo economico si ribalta sulla compagnia assicurativa, perché scattano le condizioni di polizza. Però senza la condanna, non c’è reato, cioè non c’è “fatto illecito che genera danno (ai danneggiati)”, per cui nessuno è obbligato a dare neppure un euro ai familiari delle vittime.
Crovella la fa troppo semplice.
Luca, mi spiace se vedi marcio. O se marcio c’è.
É nostra natura cercare sempre la causa, abbiamo necessità di metterci l’anima in pace. Pensate che per lo stesso motivo sono nate le religioni…
@Carlo Crovella: Non ho capito perchè la condanna (penale) sarebbe necessaria ai fini di un indennizzo assicurativo.
#7 non ci siamo.. Non credo di aver bisogno di schiarirmi le idee, perlomeno in questo campo. Sono stato giudice onorario per 6 anni, ufficiale di polizia giudiziaria fino a un anno fa. Ho bazzicato le aule di tribunale e indossato la toga. Mi hanno triturato gli zebedei con la procedura, quindi so di cosa parlo. Non ho mai fatto il CTU ma ho letto centinaia di consulenze tecniche (su altri temi, però). Certo è il giudice che decide, ma quasi sempre la consulenza è dirimente. Io ricordo a memoria le 2 occasioni in cui il collegio di cui facevo parte ha ribaltato la CTU, su mia insistenza. Ma sono eccezioni. Quindi so come funziona il sistema, e in questo caso – non ho letto gli atti – presumo sia accaduto quello che accade in decine di migliaia di procedimenti nelle aule. Quindi di che parliamo? Per il resto ribadisci quanto da me detto: il peso politico delle guide in Vda (lobby) che in nessun altro luogo è così preminente, l’abuso di professione che deve essere accertato in sede giudiziale (e la negligenza, imprudenza e imperizia di un istruttore guide no???). Quindi scusami ma questo per chiarire è non essere bacchettato come il “tuttologo da bar” come hai ben pensato di sottolineare. Poi certo le mie credenziali non le hai, come io non ho le tue. Ci si fida (oppure no) come ogni cosa in questo mondo virtuale. Io di sicuro non commento la parte tecnica: sono un alpinista, ma amo la roccia più che la neve e non mi permetterei mai di commentare le scelte di quella giornata, non ne sarei lontanamente in grado e non mi interessa. Con questo la finisco qui, non ho voglia di stare dietro a interessi corporativi: poteva essere un’occasione per ripensare questa mentalità securitaria ma, come anche Crovella ha ben capito, ci sono troppi interessi in gioco.
in sintesi la mia opinione è questa: per far scattare l’indennizzo assicurativo a favore dei parenti delle vittime è necessaria la condanna di Giglio, sennò le assicurazioni non sono obbligate a pagare. quindi il procedimento giudiziario è unicamente finalizzato a tale obiettivo, a “compensare” i parenti per la disgrazia intervenuta e, presumibilmente, per il venir meno del reddito che procurato dai loro cari scomparsi. Sul piano umano è comprensibile che famiglie, magari con figli piccoli, siano “aiutate” sul piano finanziario dal sistema (come se la collettività si accollasse una “manifestazione di solidarietà pratica a chi ha avuto un danno così grave”), ma occorrerebbe rivoluzionare completamente il metodo. Cioè ci dovrebbe essere una specie di “Fondo compensazioni alle vittime” a cui attingere, senza dover transitare per la condanna giuridica di un soggetto. così invece per concretizzare la solidarietà pratica alle famiglie degli scomparsi, si rovina la vita (professionale e anche sul piano umano) di un soggetto e probabilmente si creano delle difficoltà alla sua famiglia (se Giglio non lavorerà più come GA – chi si affida a una GA condannata in Tribunale? – chi porta a casa sua la pagnotta?).
come ho ripetuto a iosa, il modello giuridico che domnuibna la ns vita è “questo” e non vi sono eccezioni. Il modello giuridico vale dal bagnasciuga marino fino alle più alte vette, senza eccezioni territoriali. inoltre si applica indistintamente ad ogni episodio della vita, dal lavoro, alle relazioni, allo sport. Nello specifico, umanamente sono anche io a fianco di Matteo Giglio, ma “dura lex, sed lex”. Non possiamo accettare delle eccezioni alle leggi, sennò svuotiamo interamente le leggi e allora viviamo nell’anarchia della jungla, al livello del mare come in vetta al Bianco. Evidentemente ci devono essere i presupposti di legge sia per incriminare che, a maggior ragione, per giudicare colpevoli i personaggi coinvolti. Sono anche io curioso, da esterno, nel capire quali siano le motivazioni tecniche del rinvio a giudizio. al di là della generica responsabilità in quanto “istruttore” con tre candidati, vorrei sapere quali sono i punti tecnici che il giudice rinfaccia a Giglio. Il mancato airbag? ma non è obbligatorio per legge, per cui giuridicamente è una bufala. Non aver “letto” la situazione del manto nevoso? Come fa il perito a dimostrare che, nel preciso istante in cu è avvenuto l’incidente, c’erano le condizioni OGGETTIVE per capirlo e prevenirlo? (LAPERIZIA è STATA FATTA INEVITABILMENTE IN UN SECONDO MOMENTO, NON IL GIORNO STESSO). La scarsa/nulla attenzione ai bollettini niveo-meteo della sera prima? Questo è vero, l’ho scritto anche io nei giorni immediatamente successivi all’incidente: il pianoro di Goletta è posizionato in modo tale per cui i grandi venti freddi da nord ovest lo spazzano in modo terrificante. era in corso da un po’ e evidentemente ha 2rimaneggiato” il manto nevoso, creando un lastrone da vento. Ma la mancata attenzione ai bollettini è un’aggravante dell’incidente, non la causa scatenante dell’incidente. Certo NON bisognava andare proprio lì e proprio in quel giorno, con quelle previsioni. E, soprattutto, mentre stai salendo verso il pianoro glaciale di Goletta, devi capire che sul pianoro ci sarà un vento porco e devi tornare indietro prima di arrivare al pianoro. questo è l’errore chiave, il non esser tornati indietro. Perché non sono tornati indietro? errore di valutazione. Ebbene: per tale errore è imputabile al solo Giglio in quanto istruttore? Se gli altri erano sotto esame per diventare GA, cioè per trovarsi in un domani in analoghe condizioni con dei clienti e dover decidere, perché NON hanno preteso di tornare indietro? CONT
Luca, al tuo posto mi schiarirei le idee.
I Collegi delle guide alpine sono organi di vigilanza anche sugli abusi di professione e rispetto a quanti abusi ci sono, le relative denunce sino persino poche. Spetta poi all’autorità stabilire eventuali colpe e/o responsabilità.
Che i CTU (lo sono anch’io) siano guide alpine mi sembra normale. Cosi come i medici lo sono per i processi di carattere medico, gli ingegneri per quelli di carattere edilizio, e via discorrendo.
In una regione montuosa è logico che vi siano molte guide alpine e che quindi possano avere inevitabilmente un peso politico.
Così come i naviganti e i pescatori lungo le coste, per anche solo una questione numerica.
Il perito comunque chiarisce ai magistrati le questioni tecniche che questi ultimi non possono conoscere come un professionista della montagna, anche se fossero scialpinisti esperti, ma il giudizio finale spetta comunque al giudice.
Questo accade anche negli altri paesi europei, solo che in Italia ci sono dilettanti che pensano, molto erroneamente, di saperne di più dei professionisti in ogni campo. Vedi il calcio, ma anche i lavori pubblici, la medicina, ecc…
Questo complica inutilmente ogni cosa.
Cercare un colpevole a ogni costo è l’opposto del mio modo di vivere e vedere il mondo. Purtroppo non funziona come voglio io, mi aspetto – almeno! – che però questo sistema, ripeto a mio avviso profondamente sbagliato, valga per tutti. Certo che riconosco le guide come – prima di tutto – persone, e infatti molte le apprezzo e ne sono amico, molte altre non le sopporto, come per ogni altra categoria umana. Però sono proprio le guide a fare pressioni politiche come lobby (non è una parolaccia, è fare pressioni politiche è lecito.. in vda si vive di questo! ed è per questo che non mi firmo… visto che ho sempre cercato di combattere questo “ambiente” ). Poi, per dirne una, sento che pochi mesi fa alcune guide hanno presentato un esposto per esercizio abusivo contro una gae che andava con un gruppo a fare una gita con le ciaspole. E che, come sottolinea tacitamente l’articolo, sono sempre le GA che fanno i CTU in caso di incidenti, e sono le prime che con le loro consulenze condannano chi guida non è (vedi istruttori CAI dell’incidente di Pila, ad esempio). Tutto qui. Basta che le regole (che, ripeto, non amo) valgano per tutti.
Già solo il fatto che un’aggravante sia il mancato uso dell’airbag definisce la questione. Non è un obbligo, il suo utilizzo non garantisce nulla, anzi vi sono casi di incidente mortale dovuto proprio all’utilizzo dell’airbag. Un’attrezzatura quindi che potrebbe essere utile ma anche no.Un perito che definisca questo come una mancanza da parte della Guida Alpina nemmeno lo definisco, perché sarei volgare.Ciò che comuqnue non viene tenuto presente, o almeno da ciò che si evince da questo articolo, è il fatto che Aspirante Guida Alpina non è un semplice allievo ai corsi formativi ma un professionista già esercitante che dimostra le sue capacità per avere il riconoscimento internazionale.L’istruttore in questo caso è un collega che valuta ed eventualemnte aggiorna, quindi la valutazione del terreno e delle tecniche da utilizzare è in discussione nel gruppo e non viene decisa e disposta ma proposta. Su questo punto la mia personale esperienza durante il mio corso di passaggio dove discussi con l’istruttore e decisi io cosa fare, in quanto l’opinione dello stesso a mio avviso, ovvero da professionista esercitante, non era condivisibile.Errori di valutazione sono possibili anche da parte di un istruttore ma un professionista non accetta e non deve accettare indicazioni che non condivide, quindi se tutti decisero di seguire l’itinerario in questione la responsabilità era individuale. La ricerca a tutti i costi di un colpevole, è purtroppo ormai un dato di fatto.Solo che la montagna non lo sa…Quinid o si accetta che la fatalità esiste ed è sempre incombemnte oppure si sxceglie di passeggiare sul viale pedonale.Esprimo solidarietà al collega Matteo Giglio, augurandogli che questa bruttissima storia che potrebbe oltretutto segnare un precedente gravissimo per la professione ma anche per il dilettantismo, finisca nel milgiore dei modi.
Luca, il tuo commento è strabiliante. Le guide alpine, anche quelle valdostane, sono prima di tutto delle persone e parlare di lobby e impunità è accusa di complotto mafioso. Forse per questo non tu firmi per esteso.
Sei contrario alla società sicuritaria ma si deve trovare un colpevole. Non trovi di contraddirti molto?
Ripeto che nessuna guida alpina al mondo si metterebbe in pericolo a priori. Anche perché nella valanga ci finisce pure lei!
Pur partecipando al dolore dei familiari, che meritano il più assoluto rispetto, penso che in questo caso, e in quelli simili accaduti, si tratti di fatalità e non di volontà suicida.
La nostra società È sicuritaria e necessita di un colpevole sempre e comunque. Purtroppo.
Ma non mi sembra giusto.
Altro che impunità.
Vorrei esprimere la mia vicinanza a M. Giglio che del incidente è la quarta vittima anche se sopravvissuto, e adesso è sotto processo con tutto ciò che ne consegue, credo che chi frequenta la montagna in questi casi debba restare unito.
Premetto di essere contrario alla imperante società sicuritaria, sia in Alpinismo che in tutte le aree della vita moderna. Auspicherei che ognuno fosse responsabile delle proprie azioni, cosa ancor più vera in questo caso dove i coinvolti sono tutti alpinisti esperti. Però questa è un utopia, e pertanto – ragionando nel campo del reale – non si capisce perché la convulsa ricerca di un colpevole (da parte della magistratura ma non solo) non debba valere anche per le guide alpine. Sarò prevenuto, sarà che vivendo in Vda so quale sia la potenza di fuoco della lobby delle guide, pertanto non riesco a essere soddisfatto per questa sorta di impunità ad essi (e ad essi soli) riservata o auspicata. Sinceramente viste le premesse l’iniziale archiviazione mi aveva lasciato sbalordito.
Nonostante insigni studiosi della neve si sforzino a dare informazioni e spiegazioni di cosa succeda nel manto nevoso, nessuno sa ancora prevedere se le valanghe cadranno oppure no.
Anali dettagliatissime vengono fatte a valanghe cadute ma su cosa accada prima se ne sa sempre di più ma sempre abbastanza poco.
Bollettini e stratigrafie sono meglio che niente ma ci vuole anche fortuna.
Infine, penso che nessuna guida alpina si vada a mettere nei guai volutamente e purtroppo oggigiorno la fatalità non esiste più. Ma invece c’è.