Sicurezza negli sport invernali

Il Club Alpino Italiano ha elaborato proposte di modifica al testo che sarà a breve esaminato dalla Conferenza Unificata e dal Parlamento.

Sicurezza negli sport invernali
a cura della Redazione de Lo Scarpone
(pubblicato su loscarpone.cai.it l’8 gennaio 2021)

«Auspichiamo una legislazione che guardi all’esigenza di sicurezza e tutela delle persone, senza per questo imporre ingiustificate limitazioni alla libertà individuale e oneri immotivati». Scrive così, senza giri di parole, il Presidente generale del Club Alpino Italiano Vincenzo Torti in una lettera indirizzata al Ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora e al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Stefano Bonaccini, nonché alle competenti Commissioni di Senato e Camera.

In montagna con le ciaspole ai piedi. Foto: Daniela Scerri.

Alla lettera del presidente Torti sono allegate le osservazioni e le proposte di modifica dello schema di decreto legislativo (attuativo della legge delega n. 86/2019 di riforma dello sport) Misure in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali. Lo schema, che sarà esaminato a breve sia in Conferenza Unificata sia in Parlamento, ha lo scopo di sostituire, ampliandone la portata, la normativa attualmente contenuta nella legge n. 363/2003. Le osservazioni riportate nel documento del CAI sono il frutto di un’attenta disamina ad opera della Presidenza con il coinvolgimento del Servizio Valanghe Italiano (SVI) e della Commissione nazionale scuole alpinismo, scialpinismo e arrampicata libera (CNSASA) del CAI. Vediamo ora quali sono i punti più importanti delle proposte di modifica.

Ciaspolata nel bosco incantato di Sylvenoire (Cogne). Foto: Daniela Scerri – duepertrefacinque.it

Osservazioni e precisazioni
Una prima osservazione riguarda la circostanza che nello schema di decreto, a fronte delle molteplici attività considerate, se ne definiscono solo alcune e, per di più, con modalità non del tutto aderenti alle loro peculiari caratteristiche. Per questo si sono meglio precisate le definizioni di sci di fondo, snowboard e telemark, e si sono proposte, da inserire nel testo, quelle di racchette da neve, scialpinismo, sci escursionismo, sci fuori pista (o free ride), nonché Artva.

Un punto particolarmente delicato riguarda la previsione di una rubrica che fa riferimento solo alle “attività dello sci fuoripista e dello sci alpinismo”, con una formulazione desueta e certamente riduttiva rispetto alle ben più numerose attività sportive praticate al di fuori delle aree attrezzate, che pure lo stesso schema di decreto prende in considerazione. Si è quindi proposto di rinominare tale rubrica come “sci fuoripista e attività in territorio aperto”, intendendosi quello non ricompreso nelle aree attrezzate e nel quale si svolgono le predette ulteriori attività.

Il tema degli strumenti di autosoccorso
Particolarmente delicata è, poi, la parte in cui, rispetto all’attuale normativa della 363,/2003 che obbliga il possesso degli strumenti di “autosoccorso” (Artva, pala e sonda) solo per coloro che praticano lo sci alpinismo e sempre che le condizioni climatiche e della neve comportino evidenti rischi di valanghe, si vorrebbe prevedere un analogo obbligo anche in caso di uso delle racchette da neve per le attività escursionistiche ”in ambiente innevato”. Un riferimento così generico, infatti, potrebbe riguardare qualsiasi superficie ricoperta di neve che, proprio per questo, potrebbe essere considerata “innevata”, con il conseguente obbligo di dotarsi del kit di autosoccorso anche per fare una passeggiata nei dintorni di casa. Si è quindi proposto di assoggettare tale obbligo solo all’ipotesi in cui le situazioni climatiche nivologiche comportassero elevati pericoli di valanghe, come del resto già previsto dalla legislazione della regione Lombardia.

Una bambina con le ciaspole ai piedi. Foto: Daniela Scerri – duepertrefacinque.it

La conseguenza di un “ipotetico patentino”
Per quanto più direttamente connesso alle attività su pista si è osservato che andava rimosso l’impedimento all’accesso da parte dei mezzi di soccorso durante il normale utilizzo delle piste. Ci si è anche soffermati sulla previsione che per accedere alle piste classificate nere lo sciatore debba essere in possesso “di elevate capacità fisiche e tecniche” evidenziando che, mentre non vi sarebbe nulla da eccepire se intesa come indicazione di assoluto buon senso, lo stesso non potrebbe dirsi nel momento in cui dovesse costituire il presupposto per una sanzione. Ciò in quanto si renderebbe necessaria una possibilità di una verifica istituzionale di tali capacità, con l’evidente conseguenza di dover ricorrere ad un “ipotetico” patentino, avviando una deriva che rischierebbe di doversi applicare a cascata a molte altre attività sportivo ricreative. Basti pensare a quelle di mare, nuoto compreso, come ad altra qualsiasi attività umana, con il risultato inevitabile di “comprimere in modo irragionevole libertà individuali che non sono suscettibili di essere messe in discussione”.

E ancora: si è chiesto di considerare come l’accertamento dell’idoneità di un’area alla pratica di sport invernali non possa basarsi solo sulle caratteristiche idrogeologiche della stessa, criterio che appare riduttivo rispetto a quello che, in montagna, costituisce il principale fattore in materia di prevenzione, che è quello delle valanghe.

«Il Club Alpino Italiano – osserva ancora il Presidente Torti – confida che i Relatori dello schema di decreto e i parlamentari Amici della montagna possano condividere quanto segnalato, da intendersi quale contributo alla comune volontà di operare per una possibile sicurezza in montagna, senza però mai comprimere, men che meno, in assenza di oggettive e comprovate motivazioni, le libertà individuali».

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Sicurezza negli sport invernali ultima modifica: 2021-01-20T05:17:00+01:00 da GognaBlog

49 pensieri su “Sicurezza negli sport invernali”

  1. 49
    Roberto Pasini says:

    Cominetti. Era un piccolo paradosso. Dai. Dovresti essere più “donativo” come si diceva ai miei tempi : aprirlo con piacere e generositay (lo zaino) anche quando non sei obbligato😄😄

  2. 48

    Qualche anno fa un mio collega con clienti, mentre lasciava con sci e pelli di foca un parcheggio di fondovalle in Abruzzo, venne fermato da una pattuglia di Carabinieri appena sopraggiunta. Dove andate? fu la domanda. A fare una gita scialpinistica, fu la risposta. Ma lo sapete che è pericoloso, ribatterono quelli dell’Arma. Certo, fu la risposta. E avete i dispositivi di sicurezza con voi? Certo, fu la risposta. E poi finalmente partirono.
     
    Pasini, non vedo perché un esponente delle forze dell’ordine debba dubitare di me e perquisirmi. Lo zaino non è come l’utero di femminista memoria, ma non vedo perché mi debba essere esaminato quando nessuna legge lo prevede.

  3. 47
    Roberto Pasini says:

    Ho capito. Un po’ come lo slogan delle proto-femministe della mia generazione : “Lo Zaino è Mio e lo gestisco Io”. Interessante connessione 😇

  4. 46

    Capisco Codebò e farei lo stesso. A meno che la “guardia” non abbia con se un mandato di perquisizione del mio zaino firmato da un magistrato, cosa assai improbabile. Se dico che ce l’ho, ce l’ho, anche perché è nel mio interesse averlo (il kit di sicurezza) e non perché una legge lo stabilisce. Legge ch comunque non esiste.

  5. 45
    Roberto Pasini says:

    Codebo’. Solo per pura curiosità. Cosa vorrebbe essere questo tuo comportamento ( ce l’ho, ma non lo dico): rivendicazione di autonomia e libertà, ribellione alle imposizioni dello stato, rifiuto del controllo, allergia allo sbirro in versione alpina? Piacere di giocare a nascondino? Ritrosia alla esibizione delle proprie cose? 

  6. 44
    Pio Codebò says:

    Se mi chiedono di mostrare i documenti lo faccio, ma se mi chiedono di mostrare artva, pala, sonda o altre attrezzature dico che non le ho.
     

  7. 43
    Paolo Scoz says:

    I nostri legislatori avrebbero cose molto più importanti di cui occuparsi. Il rischio ce lo gestiamo da soli molto meglio!!

  8. 42
    Giorgio Daidoka says:

    Scusatemi se dico cose già dette o previste ma quando sento parlare di normative, controlli, ecc…non riesco a leggere con la dovuta attenzione e tranquillità articoli e interventi. Se lo faccio in genere mi si drizzano i pochi capelli che mi rimangono e quando penso alla banda di incompetenti che dovrebbero promulgare le nuove norme il mio timore di ulteriori insulsi divieti non ha più freni. Io spero solo che non mi obblighino a mettere il casco per praticare lo sci al di fuori delle autostrade di neve artificiale dura come il cemento armato, dove è senza dubbio utile insieme a corazze medioevali per le altre parti del corpo. Lo sci che pratico al di la delle piste esattamente da 74 anni, senza essermi mai spaccato la testa e neppure altre ossa, non ha bisogno di protezioni di questo tipo. Per i materiali di sicurezza sono invece d’accordo anche se dimostrano continuamente i loro limiti e incitano purtroppo alla “overconfidence”. 

  9. 41
    lorenzo merlo says:

    Ringraziamo gli esperti. Elargitori di consigli. 

  10. 40
    grazia says:

    Prima di tutto ringrazio tutti gli autori dei commenti, che ho letto con molto piacere.
    Per il resto, mi pare evidente che la politica sta invadendo qualunque settore e che non vi è alcun bisogno di competenze, poiché il diktat impone regole e azzeramento della libertà.
     
    Nei mesi scorsi sono stata impegnata nella percorrenza del Sentiero Italia in Sicilia per conto del CAI e di una casa editrice. Ho trovata chiusa da ben tre anni la Riserva di Monte Cofano, nel trapanese,  per motivi di sicurezza. Pare si siano verificate delle cadute di massi e si stia pensando a un progetto milionario che prevede la messa in sicurezza dell’intero massiccio.
     
    Se il popolo non si solleva in una disobbedienza civile – non solo limitata al mondo della montagna – non ne usciamo più. 

  11. 39
    Roberto Pasini says:

    Caro Codebo’, anch’io sono vecchietto e quindi mi permetto di consigliarti di non forzare i posti di blocco quando, più o meno gentilmente, ti chiedono di mostrare i documenti. Le pallottole non hanno alcun rispetto dell’eta’. Auguri. 

  12. 38
    Pio Codebò says:

    Pratico lo sci alpinismo dal 1968 e porto sempre con me artva, pala e sonda, ma se qualcuno mi chiede di mostraglieli non lo faccio. L’eventuale sanzione amministrativa non la pago (essendo piuttosto vecchio…)
     

  13. 37
    Simone Di Natale says:

    Non sono loro che ti tengono stretto…è che gli anni passano e sei tu che non entri più nelle taglie di qualche anno fa.

  14. 36

    Fabio, non ho la televisione, non sono su nessun social (il gogna blog mi riempie già tutto il tempo che posso dedicare a queste cose teoriche) e considero la pubblicità un veleno.
    Sono testimonial di una nota casa produttrice di abbigliamento sportivo da decenni e l’anno scorso ho detto al responsabile del mercato europeo che non dovevano più tenermi tra i loro “ambassador” perché ormai ho una certa età e sono molto critico verso quello che non funziona bene, sono anticonsumista e mi vesto anche con capi rattoppati lasciando quelli nuovi nell’armadio finché non mi servono davvero . Mi continuano a tenere con loro e, anzi, mi tengono ancora più “stretto”.

  15. 35
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, quando arriva la pubblicità, ignorala. Cambia canale, spegni la radio, gira la pagina del giornale, distogli gli occhi dai cartelloni pubblicitari, non ascoltare, non guardare. Non servirà granché, ma si sta un po’ meglio.

  16. 34

    Caro Pasini, io sono una guida alpina e devo dotarmi di ogni dispositivo in commercio per prevenire incidenti. Ti assicuro che con certi clienti servirebbe anche un’armatura (a me e a loro) perché non hai idea di cosa riescano a fare certe persone. Nella malaugurata ipotesi che finisca davanti a un giudice devo rispondere totalmente della mia responsabilità e quindi mi porto artva pala e sonda anche se vado dietro casa. Questo non significa che lo faccia quando vado per conto mio, se non lo ritengo necessario, ma andare in montagna come guida alpina non ha nulla a che vedere con il farlo per diletto, anche se si hanno titoli vari (oggi a quanto pare sempre più numerosi), patacche e distintivi… 
    Io il distintivo lo metto solo ai funerali, per rispetto.

  17. 33
    Roberto Pasini says:

    ” Personalmente se faccio una gita con le ciaspole accompagnando qualcuno anche su terreno ritenuto facile, mi doto di artva, pala e sonda. Indossando l’artva E NON METTENDOLO NELLO ZAINO. Incontro spesso ciaspolatori lungo itinerari scialpinistici (che seguono le tracce degli sci rendendole impraticabili) notando che associano un basso rischio alluso delle racchette facendo un grosso ed evidente errore di valutazione. Infatti con le ciaspole si corrono addirittura più rischi che con gli sci. “
    Marcello, Marcello! Come diceva languida Anita Ekberg dalla fontana. Fammi capire meglio. Se con le ciaspole si corrono più rischi che con gli sci……

  18. 32

    Preciso che i vari kit di sicurezza vanno utilizzati laddove servono e non solo imposti per legge. Avere degli attrezzi nello zaino e non saperli usare fa aumentare il rischio perché tocca pure trasportarli. E per quanto oggi tutto pesi poco, è quando lo metti nello zaino assieme ad altre cose leggere, che pesa e rende meno mobili, lenti e pesanti.

  19. 31

    Come giustamente faceva notare Giorgio Daidola, commentando un articolo di qualche tempo fa ma non troppo, nel nostro governo non c’è un solo ministro che provenga da zone alpine e l’unico contatto con la montagna che hanno avuto sarà stata qualche vacanza a Cortina tra aperitivi e cene gourmet. 
    Gli attrezzi obbligatori (kit ferrata, kit neve, kit carson…) se li portino quelli che si sentono sicuri perché hanno speso dei soldi, che consumano appagando momentaneamente la loro infelicità.
    Cito un concetto di Frédéric Beigbeder da un suo libro autobiografico che, anche se potrebbe sembrare fuori tema, per me non lo è affatto:
    “Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.”

  20. 30
    Francesco says:

    Condivido il pensiero di tristezza, ma anche quello di estrema delusione. A me pare che il CAI cerchi un bastone a cui appoggiarsi per sostenere la sua, a mio giudizio, inutile esistenza.
    Purtroppo gli interessi di pochi modificheranno gli interessi di molti, una vicenda già vista la storia insegna …

  21. 29
    Simone Di Natale says:

    Zero. L’80% dei figli dei miei amici, e relative famiglie non sa come camminare in discesa su di un sentiero lievemente scosceso, figuriamoci il resto.

  22. 28
    Alberto Benassi says:

    .Però se compri il kit puoi andare sul Bianco altrimenti no.

    dicono che abbiamo il paese più bello del mondo, ricchissimo  di bellezze naturali.
    Tutta la politica se ne fa vanto.
    Ma in realtà quale cultura ambientale, di rispetto del territorio, di conoscenza del bosco (di cui siamo ricchi basta vedere l’Appennino),  della natura in genere, si fa in questo paese?

  23. 27
    Simone Di Natale says:

    Roberto la regola dovrebbe essere un buon insegnamento a monte. Mio figlio alle medie ha due ore di ginnastica( io ancora la chiamo cosí), di cui una di teoria….cinque giorni la settimana sei ore al giorno di teoria…e delle uniche due ore dedicate alla salute e conoscenza del proprio corpo una è diventata di teoria. Pochi genitori portano i figli piccoli in ambiente…uasi nessuna scuola….Però se compri il kit puoi andare sul Bianco altrimenti no.  Ci prendono in giro…è questo il punto.. Non si parla mai di qualitá della vita ma solo di soldi.

  24. 26
    Roberto Pasini says:

    Di Natale. Salvatore , Dovremmo  però tener conto che certe norme valgono erga omnes, non si riferiscono ad un pubblico esperto e competente. Anch’io mi incazzo e mi ribello quando certe regole mi sembrano irragionevoli per una persona esperta poi penso alle follie degli umani e ci ripenso. Ti faccio un esempio. Chi andrebbe a fare una corsa in montagna con probabile rientro di notte senza una frontale, non solo, ma senza pile di ricambio o senza ramponcini e guanti con previsioni di neve o dovendo attraversare pendii non battuti? Ho fatto varie volte il volontario al TOR e se non gli controlli lo zaino c’è gente che non lo fa e ti parlo di persone che fanno il TOR e non di escursionisti della domenica. È successo nell’ultima edizione nella quale è nevicato durante la prima notte della prima tappa. Quest’anno avevano deciso di non mettere il kit obbligatorio. Poi la gara non si è fatta. Io, come altri volontari ero preoccupatissimo di questa decisione così “liberale” e ti assicuro che non sono certo un amante dell’autorità. Educazione certo ed esperienza, come dicono giustamente altri, ma anche qualche regoletta ben comunicata non pensi che sarebbe utile, anche se magari personalmente infastidisce? 

  25. 25
    Simone Di Natale says:

    Il kit obbligatorio lo vedo solo come una ulteriore tassa. Obbligatorio in quali condizioni, per quale grado di rischio? Chi lo decide? E chi applica le sanzioni è in grado di discernere? NO. Quindi dovrò armarmi di kit anche per andare a fare legna intorno a casa perchè se trovo il forestale zelante di turno poi mi multa. Dovrò comprarlo a tutta la famiglia anche se vado a fare un giro in posti a me stranoti e in condizioni di non pericolo….Si parte dalla scusa della sicurezza e si impone un ulteriore balzello, oltre al fastidio di doversi portare un inutile giocattolo nello zaino….che per girate di tre ore nenache mi porto dietro….Siamo sempre più ridicoli e disposti ad abbassare il capo di fronte all’imperante idiozia..Per quello che mi riguarda sono daccordo con Cominetti e mi comporto di conseguenza.

  26. 24
    Alberto Benassi says:

    Geri
    le tenere norme di rispetto della Svezia fanno parte, un pò dello spirito di un popolo, un pò di un bagaglio culturale.
    Se lo spirito non fa parte del nostra DNA, potremmo avere quello culturale. Ma si preferisce imporre, vietare, ect., piuttosto che educare, insegnare, fare cultura.
    Eppure l’Italia è un paese decisamente montuaso, tutte le Alpi da un lato e tutti gli Appennini, poi ci sono i vulcani. Ma cultura della montagna non si fa.

  27. 23
    Roberto Pasini says:

    Geri, scusa, mi qui si parlava di una cosa più triviale e specifica come l’ipotesi del kit per ciaspolatori, auspicati in aumento da molti come alternativa alla pista. Per lo scialpinismo già ci sono regole. PS. (Scongiuri di ogni tipo)  Il racconto di un amico sopravvissuto non era di una morte dolce sotto la valanga. Infatti ci avevo pensato in caso di necessità, ma poi dopo la sua testimonianza ho optato per Lugano, accantonando in banca i necessari 10.000 franchi. Allegria! Allegria! Come diceva Mike.

  28. 22
    Geri Steve says:

     
    SICUREZZA IN MONTAGNA. PREVENZIONE E RESPONSABILITA’.
     
    Sulla sicurezza in montagna, d’inverno e no, e sulle norme relative esistono tanti fattori molto diversi che entrano in gioco.  
    Certamente la normale inadeguatezza dei legislatori che capiscono poco di montagna, di sicurezza, di prevenzione e di libertà.
    Poi la loro presunzione di legiferare come dovrebbero andare le cose pur non avendo capacità di valutare l’applicabilità e gli effetti delle loro leggi.
    Poi la mancanza di una generale cultura di prevenzione associata alla mania di cercare sempre il colpevole per ogni singolo incidente.
    Poi la potenza delle lobbies che sostengono interessi privati.
    Poi il gran piacere del potere nel creare leggi liberticide in nome della sicurezza dei sudditi .
     
    Quando io arrampicavo esisteva ancora l’Unione Sovietica e quindi sapevo che non sarei mai andato ad arrampicare nel Caucaso sovietico perchè lì serviva un permesso, un patentino e una guida. Facile capire che quei funzionari dello stato erano certamente preoccupati per la troppa libertà degli alpinisti e non per la loro sicurezza.
     
    D’altra parte il potere istituzionale è sempre più solerte nel reprimere i cittadini che a tutelarli con la prevenzione.
    E’ così che a Rigopiano (contro le leggi esistenti) si è costruito un albergo in fondo ad un canalone, si costruiscono edifici nel greto di pericolosi torrenti, si costruiscono case intorno e sul più pericoloso vulcano del mondo (infatti vesuviano è la parola scientifica che caratterizza quei vulcani) da cui ci si aspetta un’esplosione, probabilmente in questo secolo. Dopo il gran terremoto del 1908 la ricostruita Messina fu la prima città antisismica del mondo, sta ancora in tutti i manuali di ingegneria antisismica; poi quelle case antismiche furono abusivamente sopraelevate e legalmente (!) condonate. Quel gran terremoto ha una periodicità di circa un secolo e nessun politico o legislatore lavora per sgombrare e abbattere urgentemente quelle case o quelle di Reggio Calabria o sul Vesuvio (lì ci sarebbe un incentivo di 30.000€ che però pochi accettano).
     
    E’ così che anche gli alpinisti spesso sottovalutano l’effetto del ritiro dei ghiacciai e dell’abbassamento del permafrost che rendono tutte le montagne più fragili e pericolose di quanto lo fossero fino a pochi anni fa. Io ho salito una via (credo di Steger) sulla Nord della Cima Una (val Fiscalina) che nessuno oggi può più salire, perchè è crollata tutta la parete. Sempre in Dolomiti, se contate le Cinque Torri scoprite che oggi sono quattro.
    Quel che si sottovaluta o che deliberamente si vuole rimuovere si chiama: Cambio Climatico.
     
    Anche l’inquinamento demografico sta cambiando il mondo e dobbiamo riconoscere che il diritto di vivere la montagna in libertà come la abbiamo vissuta noi non è un diritto estendibile a miliardi di umani. Già quando quegli umani erano soltanto pochi miliardi, se tutti avessero voluto praticare l’alpinismo si sarebbero dovute imporre regole con turni rigidissimi.
     
    Una quarantina di anni fa in Svezia mi hanno regalato un manualetto su una (allora) nuova legislazione sul diritto di tutti alla natura. Me lo sono letto e studiato con gran piacere e mi sono convinto che quelle stupende leggi non sarebbero state tutte applicabili nell’affollata Italia. In Svezia era stato istituito il diritto di tutti ad attraversare e campeggiare in terreni e acque private senza chiedere alcun permesso e con soltanto alcune minime limitazioni di “buona educazione”; ad esempio, in un terreno altrui potevo tagliare legna per accendermi un fuoco ma questo non doveva stare su una pietra perchè altrimenti il calore avrebbe potuto irrimediabilmente spaccarla.
    Norme che facevano tenerezza, ma inapplicabili su grandi masse di escursionisti nella sempre più piccola “natura”.
     
    La conclusione è che la contraddizione di fondo fra libera esplorazione della natura, cambio climatico e inquinamento demografico è drammaticamente irresolubile, ma il buon senso ci può guidare nell’affrontare di volta in volta i problemi pratici.
     
    Perchè il CAI si pone il problema della sicurezza negli sport invernali?
     
    Perchè gli “sport invernali”, più che l’alpinismo, pongono davvero problemi di sicurezza: valanghe pericolose per grandi masse di sciatori in pista e anche per pochi escursionisti.
     
    Il problema vero è che sullo sci di pista girano molti soldi e che quello nessuno lo vuole limitare.
    E allora che per lo meno il problema sicurezza ricada su quell’industria. Se le piste sono a rischio di valanga le si chiuda, e se una valanga incombente non cade la si faccia cadere, senza criminalizzare e proibire il “non redditivo” sci fuori pista.
     
    Incentivare l’utilizzo di kit antivalanga? perchè no, ma ricordandoci che se io ero in pista è compito dei gestori tirarmi fuori, mentre se io ero in giro per conto mio la responsabilità resta mia.
    Il soccorso anche degli irresponsabili è un atto di generosità, normale fra alpinisti, ma non deve diventare un dovere e un diritto dell’irresponsabile.
     
    Questo non tanto per punire gli irresponsabili, quanto per salvare quel prezioso principio di responsabilità, connaturato all’utilizzo di quel bene che è l’ambiente naturale.
    Per salvare quel bene così prezioso val anche la pena di morire assiderato sotto una valanga. Che poi, ci si addormenta ed è un modo molto più dolce di altri per morire.
     
     
     
     
     

  29. 21
    Carlo Crovella says:

    Come sempre l’amico Pasini porta un contributo di saggezza: anche a me basterebbe, oggi, veder vivere e veder andare in montagna in modo “decente”… ma non è una cosa che purtroppo si può imporre per decreto (meno che mai con un DPCM…!), bisogna faticare per diffondere il pensiero. Speriamo che i semi di riflessione che, pur azzuffandoci a volte, gettiamo in “luoghi di pensiero” come questo, facciano germogliare qualcosa nella teste delle generazioni più giovani. Buona giornata a tutti!

  30. 20
    andrea dolci says:

    Ha senso imporre Pala, Artva e Sonda quando il 99% degli attuali possessori non ha la più pallida idea di cosa farne ? Se sono un obbligo, allora che siano accompagnati da obblighi di formazione periodica, altrimenti sono solo un modo per permettere al legislatore di gonfiare il petto.

  31. 19
    Roberto Pasini says:

    Per Benassi and Crovella. Ragazzi sono con voi sull’importanza dell’educazione, non solo all’inizio ma durante tutta la “carriera”. È come nella vita, professionale e non.  Non si finisce mai di imparare e quando si finisce vuol dire che lo spettacolo sta finendo. Tuttavia, nel tempo, sono diventato minimalista. Mi battevo per un mondo migliore, adesso mi accontenterei di un mondo decente. Non butterei via l’utilità di un kit obbligatorio, magari incluso un buon programmino di autoapprendimento, accompagnato da una efficace campagna di comunicazione. Come sempre bisogna “vendere” soprattutto i vantaggi e non usare la minaccia delle punizioni, che non sono quasi mai realistiche. Per le cinture e il fumo ha funzionato. E anche un po’ per le mascherine. 

  32. 18
    Giuseppe Penotti says:

    Il CAI semmai dovrebbe affermare e sostenere che l’obbligo di Artva, pala e sonda è un pannicello caldo del tutto inutile. 
    Puoi avere un Artva a 107 antenne collegato a otto satelliti e una pala auto scavante con sonda radar, ma se non sai usarli sono orpelli inutili.
    Già fare semplici esercitazioni  e trovarsi poi nella realtà di dover cercare un tuo amico finto sotto, sono due realtà ed esperienze drammaticamente diverse, figuriamoci avere il kit nello zaino e non aver mai nemmeno montato la sonda che significato può avere.
    Un obbligo in tal senso è perfettamente inutile. Che lo adombri la contessa Servelloni Mazzanti Viendalmare senza aver mai pestato un po’ di neve in vita sua lo posso anche capire, che lo faccia il CAI stupisce un po’.

  33. 17
    Alberto Benassi says:

    i primi ad essere infastiditi sono alcuni allievi… I primi a “aspettarsi” una normativa (finalizzata – attraverso il suo puntuale rispetto – ad annullare il rischio) sono proprio le nuove generazioni… Sono talmente abituate ad avere l’esistenza “normata” in tutto che se l’aspettano anche per quanto riguarda la montagna…

    perchè si ragiona per compartimenti stagni. Si pretende che il manuale ci risolva tutto, che l’attrezzatura ci risolva tutto

  34. 16
    Carlo Crovella says:

    Sono apertamente contrario alla mania di voler normare tutto (specie in montatgna) e sono invece a favore di un’intesa attività educatrice. L’ho già detto più volte: e-ducere, tirar fuori da (dall’ignoranza, intesa come “non conoscenza”). Il punto è che, paradossalmente, è più semplice e veloce normale che educare: si scrive che è obbligatorio portarsi dietro il kit sicurezza e l’eventuale verifica (fatta da chi? dai Carabinieri forestali? boh) verterà sulla presenza o meno di tale kit nello zaino degli escursionisti. Se c’è, Ok, se non c’è allora multa (o penitenza, o squalifica di un week end a casa?, boh). Altro discorso è saper usare il kit sicurezza a fronte di situazioni di emergenza. Non è una questione di essere medici oppure no: è praticaccia di vita, ci va “mestiere”. Quello appunto che un tempo si insegnava nelle Scuole di montagna (sia di alpinismo che di scialpinismo) e oggi invece molto raramente per non dire mai. Io non mi riconosco nell’attuale impostazione didattica dominante nel CAI: non insegna a “sopravvivere”, ma insegna schemi “rigidi”, procedure, fantasmagoriche slide renziane, tanto per restare in tema con l’attualità politica di questi giorni. Fra la didattica oggi imperante in seno al CAI e la propensione a normare spasmodicamente ogni risvolto della vita non c’è una grande differenza. Sono entrambe sbagliate. E-ducare è un’altra cosa, completamente diversa: come si fa lo zaino, come mi vesto, quando e come mangio e bevo, come usare la pala per costruire una truna, come riconoscere dove ha tirato vento, come interpretare i pendii (in un’ottica preventiva del rischio valanghe), come prevedere eventuali bivacchi imprevisti, come saper fronteggiare ogni situazione di emergenza, come programmare le uscite, come scegliere a tavolino il percorso adatto alle condizioni generali del momento e alle proprie condizioni psico-fisiche di quel momento… (mi focalizzo su variabili “invernali”, dato l’articolo, ma il discorso è analogo anche per l’alpinismo/escursionismo estivo). L’elenco sarebbe infinito, ma mi fermo per non tediare. Sono tutte cose che servono per ridurre il rischio. Anche questo è un punto chiave. Utilizzo la locuzione “ridurre il rischio”, perché il rischio zero non esiste. Il bias di fondo di chi vuol normare a tutti i costi, ma anche di chi – oggigiorno – riduce la didattica a puri schemi rigidi (che in fondo sono delle “norme”), è che si possa azzerare il rischio: basta applicare animalescamente le norme o gli schemi. Quanto di più errato, specie in montagna. Purtroppo la società generale è impostata in questo modo e spesso mi sono accorto che, se fai un discorso fuori dalle righe dominanti, i primi ad essere infastiditi sono alcuni allievi… I primi a “aspettarsi” una normativa (finalizzata – attraverso il suo puntuale rispetto – ad annullare il rischio) sono proprio le nuove generazioni… Sono talmente abituate ad avere l’esistenza “normata” in tutto che se l’aspettano anche per quanto riguarda la montagna…

  35. 15
    Alberto Benassi says:

    mi piacerebbe sapere chi sono quelli che suggeriscono al legislatore queste normative, chi gliele scrive.
    Qualcuno che lavora dietro, nell’oscuro c’è.

  36. 14
    Alberto Benassi says:

    il CAI deve fare sentirer FORTE la sua protesta a queste iniziative liberticide.
    Basta con le proteste gentili a bassa voce.
    Il CAI  si regge su i suoi iscritti e per questo li deve rappresentare e difendere con  la loro libertà, anche con forti azioni di protesta.
    Altrimenti è solo fumo negli occhi e giochi di palazzo.

  37. 13
    Roberto Pasini says:

    Convido completamente il grido di dolore sulla difesa della libertà di andare in montagna per i fatti propri. Nel caso specifico,tuttavia, la posizione del presidente del CAI non mi pare liberticida, se ho letto bene. Anzi, cerca di introdurre un po’ di buon senso nel provvedimento di legge in discussione su tre punti: definizione delle attività, kit autosoccorso, patentino per piste nere. Preciso che non ho conflitti di interesse perché non sono più iscritto al CAI dalla fine degli anni 70, a causa dell’odore di muffa, polenta e piedi in vecchi scarponi che già allora mi produceva reazioni cutanee. Sul secondo tema, l’obbligo del kit di autosoccorso, non sarei così negativo. Se auspichiamo che si allarghi l’offerta di attività diverse dallo sci da discesa, dobbiamo pensare che si espanda l’uso delle racchette da neve in aree aperte anche da parte di un pubblico con scarsa esperienza alpinistica. L’obbligatorieta’ in aree aperte potrebbe avere un senso, sia psicologicamente, segnalando che non si tratta di uscite senza rischio, sia dal punto di vista pratico. Anche senza pensare alle valanghe, consideriamo ad esempio l’utilità della pala per togliersi da situazioni imbarazzanti che possono capitare. Chi ha esperienza dell’andare da solo sa a cosa mi riferisco. In fondo  è un po’ come il kit da ferrata. Certamente ci sono due problemi. Il costo prima di tutto. Ci sono oggi in commercio kit di base da 200/ 250 €. Per una famiglia il totale non sarebbe poco, anche se poi tra sci, scarponi e giornaliero i costi sono ben superiori. Il secondo problema riguarda la generalizzazione dell’obbligo, sicuramente un po’ eccessivo nel boschetto a due passi dalla strada o su percorsi tracciati e sorvegliati. C’è comunque da rifletterci, senza per questo promuovere la sindrome del patentito. Come sapete, ad esempio, l’uso professionale della motosega richiede il patentino, ci mancherebbe che rendessero obbligatorio il patentino anche per chi si taglia la legna per il camino, anche se gli incidenti sono frequenti, pure ai grandi alpinisti, vedi Caldwell che ci rimesso due dita. 

  38. 12
    lorenzo merlo says:

    Ovvero, l’essere annientato dall’avere.

  39. 11
    Michele Comi says:

    Una sola parola: disubbidienza.
    Vien da chiedersi quanto lo sventato legislatore sia condizionato dal martellante messaggio unidirezionale (inclusi club alpini e professionisti) che inquadra il sistema complesso della montagna invernale unicamente o quasi nella sua dimensione tecnologica (attrezzature) nelle regole, raccomandazioni, decaloghi, moniti e avvertimenti…
    Forse quello che sfugge alla corrente principale di pensiero e comunicazione, è ricordare ad ogni frequentatore della montagna bianca che imparare a prendere decisioni richiede assai più formazione che imparare a tenersi in forma, analizzare la stratigrafia della neve, interpretare le previsioni nivometeorologiche e gestire attrezzi e strumenti salvavita.
     

  40. 10
    Paola Cesco Frare says:

    Non so che età abbiano quelli che sono intervenuti, ma io sono quasi vecchia e la mia formazione si è realizzata sempre con il buon senso e l’ esempio di chi era più avanti di me. Quindi posso concordare pienamente con questo moto di ribellione verso normative, patacche ecc. Purtroppo è una delle ragioni per cui ho preferito, già da molti anni, praticare la montagna al di fuori del CAI, pur essendovi iscritta dal 1964
    Forse, però, non teniamo conto abbastanza che ora l’ andare in montagna coinvolge un numero molto più elevato di persone, con tutto ciò che ne consegue. E lo abbiamo visto questa estate! Quando l’ alpinismo o l’ escursionismo sono diventati di massa tutto è cambiato
    Ricordo che, quando negli anni70 giravo per la Francia alla scoperta del Gotico e del Romanico d’Oltralpe, potevamo tranquillamente salire su torri, cammini di ronda, tetti e cupole, anzi, ci davano perfino le chiavi per accedervi. Alcuni anni dopo a Notre Dame di Parigi si faceva una coda in doppia fila e nessuno poteva salire sul tetto.
    Forse le norme servono, per non distruggere quello che di bello abbiamo e che vogliamo preservare per le future generazioni. 
    Alla ” massa” manca il ” buon senso” e l’ umiltà di capire che servono esperienza e conoscenza. Purtroppo la Società in cui viviamo è tutta impostata in questo modo.
    Cerchiamo di salvarci almeno un poco frequentando con saggezza luoghi diversi e appartati, usando le nostre capacità acquisite, e le forze propri dell’ età. E soprattutto  non facciamoci abbagliare dalle patacche che servono soprattutto a chi le porta. 

  41. 9
    Alberto Benassi says:

    qui si sta spaventando la gente per ingabbiarla.
    Ma quale sicurezza?? E’ tutta una scusa per limitare le libertà individuali. Vogliono creare una società di imbecilli e di sudditi, questo  è quello che sta facendo la  politica.
    L’esempio dei tedeschi dal 39 al 45 è OTTIMO purtroppo!
    Se si continua di questo passo strapperò la tessera del CAI e spero che lo faranno in tanti.
    Poi in montagna continuerò ad andarci, come ci sono sempre andato nei limiti delle MIE  possibilità (e nessuna legge me l’ha insegnato!!!), come, quanto e quando mi pare a me!!
     

  42. 8
    Paolo Gallese says:

    Però Marcello ha ragione. Anche io sono per la disubbidienza civile. Ma dobbiamo essere in tanti e ci vogliono anche voci autorevoli che avvallino questa scelta.
    Legislatori e amministratori non possono comprendere un modo libero e auto responsabile di vivere la montagna e la Natura. Sono formati in un contesto in cui l’autodeterminazione non può e non deve esistere e si comportano di conseguenza. 
    E i talebani delle regole li avvallano e li incoraggiano, senza riflettere sulle conseguenze di una norma, sul suo senso.
    Un modo di agire e di pensare senza spirito critico, senza intelligenza politica.
    I tedeschi (un esempio esagerato per rendere l’idea) seguirono le regole comportandosi da buoni cittadini… dal 39 al 45…

  43. 7
    Escursionista says:

    Non si é liberi neppure più in un bosco o in montagna. La società moderna sta diventando soffocante. L’esempio citato nell’articolo, ma anche le limitazioni di spostamento imposte con i Dpcm, ne sono la dimostrazione. Si vuole normale tutto per garantire una falsa sicurezza che da un lato deresponsabilizza il singolo individuo e dall’altra cerca sempre un colpevole.  Nel mezzo ci sono i costi che ogni persona deve sostenere. Ci vorrebbe il buon senso, dote rara, da sempre in diminuzione ed ora più che mai scarsa. Probabilmente c’é un perverso piacere a porre dei limiti, non lo si fa solo per garantire la “sicurezza”. Inoltre ad ogni azione ne corrisponde una contraria. Maggiore è il dettaglio normativo in tema sicurezza e maggiore il disinteresse del singolo ad autotutelarsi, con il risultato di una popolazione deresponsabilizza che chiamerà sempre in causa una terza figura per le sue mancanze e disattenzioni. 

  44. 6
    Matteo says:

    “Che ognuno sia libero di muoversi come vuole e risponda personalmente di quello che fa. “
    Ineccepibile
    “vedo la soluzione solo nella disobbedienza civile, nella ribellione e nella rivoluzione”
    In prima battuta però, battersi per denunciare e possibilmente evitare ogni e qualsivoglia impostazione di regole, leggi e sanzioni…se non altro perché siamo un po’ vecchi per la rivoluzione!

  45. 5
    Alberto Benassi says:

    si Simone, una vera TRISTEZZA.
    Mi sento fortunato ad avere una età avanzata e ad avere vissuto un periodo, soprattutto quello della giovinezza, in piena libertà, senza costrizioni e regole per fare quello che ci divertiva fare.
    Si andava in montagna a nostro rischio e pericolo, con la nostra fantasia, con la nostra capacità o incapacità di decidere, assumendoci le nostre responsabilità.
    Ora volete  normare, limitare, autorizzare, pataccare. E molti sono anche contenti perchè si sentono più sicuri, senza rendersi conto che gli stanno togliendo la libertà.
    State distruggendo l’individuo.
    Ma andate a CAGARE e ve lo dico da istruttore CAI.

  46. 4

    Considero come la più formativa delle scuole, in questo caso, tutto il percorso personale che si fa per guadagnarsi la libertà di andare in montagna. È un percorso che non finisce mai e non comporta riconoscimenti burocratici o codificati, ma da quel senso di pienezza di vita che non può di certo essere compreso dal legislatore in quanto tale.
    Personalmemte trovo inutili gli sforzi verso la politica che oggi è al solo servizio dell’economia e quindi vedo la soluzione solo nella disobbedienza civile, nella ribellione e nella rivoluzione. 

  47. 3
    Simone Di Natale says:

    Continuare a produrre documenti e proposte  che parlino di quali siano le restrizioni ed i limiti o di quale sia la  loro giusta accezione vuol dire di fatto avvallare l’ esistenza di una vita all’ aperto catalogata e normata in modo restrittivo. Quando io ero ragazzo andare per monti e per boschi voleva dire sentirsi libero. Voleva dire poter accendere un fuoco o scegliere un percorso a proprio piacimento operando con coscienza ed in base ai propri limiti.  Che ognuno sia libero di muoversi come vuole e risponda personalmente di quello che fa. Se il problema è il costo dei soccorsi si pretenda, al limite, una copertura assicurativa come si fa per chi circola in auto. Ma ormai il lavaggio del cervello è stato fatto e la maggior parte delle persone ritengono che ciò, nella sicura civiltà moderna, non sia più attuabile. Che tristezza.!!

  48. 2
    Paolo Gallese says:

    Io spero che molte voci autorevoli si mettano d’accordo sia per una concreta presa di posizione rispetto alla possibilità che, di questo passo, sia necessario l’ausilio di un avvocato e di un commercialista per andare in montagna,  sia per una reale campagna di informazione al buon senso e a cosa sia nella realtà un ambiente naturale.
    Attendo interventi dei frequentatori del blog che prevedo numerosi.

  49. 1
    albert says:

    Volendo, il web e’pieno di manuali, schemi , lezioni su valanghe, lezioni di tecnica arrampicatoria su roccia e ghiaccio e in palestra, consigli..poi arrivano offerte di sconti su materiali ed attrezzature per la pratica e per la sicurezza.  Chi vuole informarsi ha di tutto e di piu’, addirittura mentre si informa,si puo’anche formare applicando sul campo collegandosi con lo smartphone. Sempre meglio, oltre alla conoscenza, avere maestri ed istruttori anche severi che correggono o approvano.Purtroppo non tutti quelli che spendono una bella somma in materiali, sono disposti ad aggiungere qualcosa per remunerare gli istruttori. Dcono che la “guida”non e’ un obbligo.Osservo che le piste di discesa e fondo e ciaspole per cui si paga un (sempre modesto rispetto a quanto offrono)hanno segnaletica , manutenzione, soccorso  e servizio finale di ricognizione per scoprire eventuali incidenti dell’ultimo minuto prima della chiusura. Secondo me prima delle escursioni fuoripista, occorre mettere a punto allenamento e tecnica in pista.(Idem per arrampicata varia  )

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