Un pezzo di Dino Buzzati

Gentili montagnini “che non siete altro” (parafrasi di una inconfondibile frase abitualmente pronunciata da don Armando, ex-parroco di Torre Pellice, che a messa la domenica apostrofava i parrocchiani con un celebre “benedette e sante creature… che non siete altro”), sottopongo alla vostra pregiata attenzione una piccola “chicca” che ho scoperto in un librone intitolato Le Alpi, pubblicato dalla “Selezione Dal Reader’s Digest” nel lontano settembre 1971 (boja faus come passano gli anni… nel ‘71 avevo 11 anni e cominciavo a pormi le prime domande… sulle tecniche di procreazione del genere umano…).

Tra l’altro Selezione, come lo chiamavamo noi boomers, ha cessato la pubblicazione in Italia nel dicembre del 2007. Quindi è molto facile che molti dei lettori “giovanotti” che stanno leggendo queste righe non ne abbiano proprio mai sentito parlare. Ma noi (il sottoscritto e i suoi coetanei) altroché se ne abbiamo sentito parlare di Selezione, rivista a cui, per qualche anno, i miei genitori si abbonarono e che io leggevo con giovanile avidità.

Il librone di cui parlo l’ho trovato in una bancarella una sera che bighellonavo per il centro di Torino con il mio amico Dario (veterinario in pensione e famelico lettore seriale) in attesa di andare a prendere le rispettive consorti. Quella sera le mogli ci avevano entrambe “traditi” per andare a sentire il concerto di quel torinese che di nome fa Umberto e di cognome Tozzi (pura e autentica boomers music).

L’iniziativa mercantile in ambito librario si chiama “Portici di Carta” in quanto viene allestita (ogni anno) sotto i portici di via Roma a Torino, città che, oltre ad abbondare di portici, si è inventata, tra le (tante) altre cose, qualche decennio fa il primo Salone del Libro in Italia. Iniziativa che poi i milanesi hanno cercato di portarci via (come tante altre cose), ma questa volta senza riuscirci (tiè).

Dino Buzzati su una vetta

Il librone in carta patinata ha una prefazione del grandissimo Dino Buzzati ed è questa la “chicca” che vi propongo. Di cosa parla il brano in questione? Niente spoiler, s’il vous plaît. Vi dirò solo che l’incipit è da brividi, in particolare per i lettori della mia generazione (ed in “particolarissima parte” per lo scrivente e poi capirete il perché… ), mentre il finale può stimolare una bella discussione e spero che le argute tastiere che solitamente animano questo blog e, in generale, i lettori tutti di questo meraviglioso spazio di “democrazia montana”, sentano il desiderio di offrire una loro personale “Weltanschauung“ del tema affrontato dal grande scrittore bellunese.

Ci rivediamo alla fine del (per me) bellissimo pezzo. Buona lettura cari amici montagnini… che non siete altro (Giuliano Bosco).

Un pezzo di Dino Buzzati (prefazione a Le Alpi)
(lettura e commento di un brano poco noto)
di Dino Buzzati

Oggi che, a motivo dell’età, ho dovuto a poco a poco rinunciare alle arrampicate (avvenimento che un giorno mi sembrava assurdo, sinonimo di fine, e comunque estremamente lontano; e invece è toccato anche a me).

Oggi che, quando salgo dalla pianura, e vedo apparire in fondo alla valle le cime amate, e all’improvviso risplendono al sole le pareti con quel loro colore indicibile, che nessuno è mai riuscito a descrivere bene, e balenano sulle ultime creste le candide cornici di ghiaccio, come miraggio irraggiungibile.

Il volume Le Alpi

Oggi che non mi viene più quel lungo brivido, trepidazione, smania, irrompere di desiderio quasi carnale, vibrazione profonda di tutto me stesso (ma un piccolo rintocco, sussulto quasi impercettibile, tuttavia ogni volta sussiste, benché io sappia che lassù non potrò ritornare e che ormai sarò costretto a guardare le rupi, i muraglioni, i colonnati, i canaloni sinistri, così come li guardano i forestieri estranei alla nostra setta delle Alpi, che della montagna non hanno mai saputo patire).

Oggi che, quando salgo in macchina, le vecchie crode, le fortezze stregate, le torri, le fatate cittadelle, le solitarie regge coi pinnacoli di filigrana, i vitrei minareti non mi chiamano più, non hanno più bisogno di me, non rivolgono più neppure i più facili inviti perché sanno che io stesso non so desiderarle più, non salirò più le loro pareti ed è perciò escluso che io possa morire per loro, sanno insomma che io sono diventato un estraneo, una formica senza senso.

Oggi che per me si è chiuso uno dei più bei capitoli della vita (anche se arranco ancora con gli sci, ma è una cosa completamente diversa, anche se la investitura delle Alpi, eclissata e mortificata di giorno, continua però ad accompagnarmi durante il sonno con l’ostinazione e la intensità dei tempi lontani, cosicché tutte le notti dell’anno, dico tutte, tranne quando mi trovo appunto in montagna, io le montagne le sogno: sgangherate, deludenti scalate che tuttavia mi offrono ancora il gusto dell’abisso).

Dino Buzzati e le sue amate Dolomiti

Oggi che dunque è venuto il tempo di guardarsi indietro, ed è spontaneo fare il conto di quello che è stato, può sorgere un dubbio: che quella della montagna fosse soltanto una gratuita mania, una fissazione, un asservimento alla moda, una egoistica ambizione, fatua come tutte le ambizioni. E allora mi chiedo: perché mai la montagna esercita un così potente e singolare richiamo? Tanto che, quando la si lascia – è un sentimento condiviso da decine di migliaia di miei simili – ogni altro spettacolo della natura riesce al paragone scialbo, quasi meschino e mancante di qualche cosa.

Il quesito è tutt’altro che marginale, anzi mi sembra fondamentale all’inizio di questo bellissimo libro, che contempla le Alpi da ogni punto di vista, che parla sì di geologia, di botanica, di zoologia, di storia, di ecologia, di geografia, di etnografia, ma soprattutto si rivolge a coloro che amano la montagna come dico io. Nel problema è la ragione stessa di questa impresa editoriale.

Pensate che razza di sviluppi, di ripercussioni ha avuto appunto questo sentimento, questo amore della montagna, di cui le Alpi sono indiscutibilmente la patria: nel giro di poco più di un secolo ha trasformato, si può dire, il volto delle valli, ha dato ossigeno a organizzazioni gigantesche, ha creato meravigliose strade, sentieri, impianti di ogni genere, ha fruttuosamente dilagato nella letteratura e nell’arte; ha fatto infine venire al mondo questo volume.

Dino Buzzati con giacca di velluto da rocciatore.

Perché la montagna emana quel fascino tremendo? Il problema può essere attaccato da vari versanti e può dar luogo, me ne rendo conto, a soluzioni differenti, ciascuna delle quali con un suo costrutto. Per quanto io ho letto, una delle teorie più sistematiche e intelligenti è quella concepita da Samivel. Ma permettete, vi prego, che vi esponga la mia interpretazione.

Conviene prima di tutto sgomberare il campo da ogni pregiudizio, evitare i concetti confusi o evanescenti, tenersi alla larga da quel generico e dilettantesco misticismo, da quelle intemperanze nietzschiane e simili che infestano spesso la letteratura alpina.

Dopodiché, un primo passo consisterà nel determinare ciò che differenzia le Alpi dagli altri aspetti della vita selvaggia. E per fare questo il sistema migliore è di procedere per tentativi, eliminando via via le caratteristiche che non sono esclusive della montagna.

Quattro elementi si presentano subito all’esame: la solitudine, la immensità delle proporzioni, la selvatichezza e la lontananza. Ma se esse contribuiscono a formare quel fascino, né la solitudine, né le proporzioni, né la selvatichezza ne sono caratteristiche distintive perché altrimenti dovremmo provare identiche sensazioni davanti al mare, ai deserti, alle foreste vergini, i quali sono pure solitari, immensi e selvaggi.

Non si tratta neppure della lontananza, che di per se stessa promuove spesso in noi ineffabili desideri e speranze; e che in navigazione, per esempio, fa sembrare sommamente desiderabile, e diversa dalle acque che ci circondano, la striscia di mare all’ultimo orizzonte, sulla quale pare risplendere una luce speciale, promessa di sconosciute beatitudini.

Dino Buzzati e la corda di quei tempi

La «differenza specifica» non può essere neanche la straordinaria fantasia e varietà delle forme e dei paesaggi, il trionfo, per così dire, del pittoresco; si deve infatti riconoscere che anche il mare, le pianure, le selve, possono offrire visioni non meno spettacolose e ispirate.

Ugualmente, scartiamo l’oscuro rispetto che ci incutono le cose antichissime. Ugualmente, il mistero (non sapendo noi, dal basso, che cosa vi si nasconda). Ugualmente, l’estrema pulizia, per cui leccare le alte rupi non ci darebbe alcun disgusto, e da cui nasce la sensazione di purezza incontaminata. Di tali qualità anche i mari e i deserti sono partecipi, ricavandone larga parte della loro spirituale bellezza.

Quali eccezionali attributi distinguono allora la montagna? lo credo di riconoscerne principalmente due: la ripidezza e la immobilità.

La ripidezza moltiplica la sensazione di lontananza e quindi le meravigliose speranze che prima dicevo; essa ci fa risultare remotissime, addirittura irraggiungibili, creste in realtà lontane appena alcune centinaia di metri. E accresce pure il senso di mistero perché tanto più un enigma ci affascina quanto più ardue e pericolose sono le barriere che lo proteggono.

Ma di gran lunga più importante è il secondo dei due attributi: l’immobilità, la quale appartiene sì anche ad altre forme della natura, per esempio ai deserti; mai però congiunta con la ripidezza. Inoltre nei deserti l’immobilità, come dire? è sparsa su una larghissima area, è quindi rarefatta, e la stessa piattezza del terreno sembra eludere ogni nostra partecipazione. Nei deserti l’immobilità si estrinseca in sole due dimensioni, mentre in alta montagna si impone con masse grandiose, tridimensionale, insomma con la massima evidenza. In questo senso l’immobilità di un modesto picco riassume in breve spazio una porzione di immobilità pari a quella di una vastissima landa. Del resto è innegabile che spesso i deserti, appunto a motivo di tale proprietà, suscitano una emozione non molto dissimile da quella che si prova in alta montagna.

Ora resta da spiegare perché dalla staticità delle masse montane possa avere origine l’impareggiabile commozione che ci prende al loro cospetto. Il motivo, secondo me, sta nella fatale tendenza dell’uomo a uno stato di tranquillità totale.

A che si affanna la gente, giorno e notte, a quale scopo lavora, ammassa denari, persegue fama e potenza, se non per poter un giorno godere i frutti di tanto travaglio, per poter un giorno essere completamente libera da ogni impegno e soggezione, e quindi riposare? È questa una verità antichissima, illustrata da troppi filosofi perché ci sia il bisogno di nuove dimostrazioni.

E non importa se si tratta di una pura illusione, perché l’uomo, una volta raggiunta la possibilità di sostare, si guarda intorno smarrito, misurando come non mai la miseria della sua condizione, e rimpiange i tempi dell’esecrato lavoro (contraddizione amarissima che è la nostra antica condanna).

Dino Buzzati nel suo studio, a Milano

Sì, l’uomo tende inconsciamente a conquistare la quiete. E proprio perciò la vista della montagna, modello perfetto dello stato a cui tende, procura un senso di appagamento. Non solo: sorge nell’uomo il confuso desiderio di aderire, di adeguarsi, di identificarsi in qualche modo con tanta immobilità, di prenderne infine possesso. E di qui l’alpinismo (il fatto che le montagne terminano a punta sollecita e facilita la nostra aspirazione a possederle; ciò che nel caso di un deserto sarebbe invece impossibile, ogni suo punto equivalendo a qualsiasi altro e mancando quindi una «presa»).

Ma andiamo oltre: l’immobilità dell’alta montagna probabilmente ci appare quale massimo simbolo della suprema quiete a cui l’uomo è tratto per vocazione e tentazione invincibile, quiete che porta comunemente il nome di morte. E nello stesso tempo, per il contrasto con tutto ciò che si muove, eccita nel nostro inconscio il ricordo del comune destino, quasi dicesse: noi montagne non ci saremo spostate di un millimetro e voi da secoli sarete polvere e nulla.

Dovremmo dedurne che il sentimento della montagna è essenzialmente triste? Proprio così. Lo si constata ogni qual volta dal movimento, dall’eccitazione e dal travaglio di una salita passiamo a uno stato di inattività e di solitudine. L’animo allora è quanto mai sereno, ma pure nelle ore di sole, mentre sdraiati contempliamo rupi e ghiacciai poche ore prima conquistati, cala su di noi una incomprensibile mestizia.

A confermare la nostra interpretazione c’è del resto una circostanza: parecchie persone, anche di grande intelligenza e sensibilità, non sopportano la montagna. Non che restino indifferenti. Proprio la aborrono, provandone una specie di oppressione. Probabilmente si tratta di uomini in certo senso meno ingenui di noi, i quali afferrano più chiaramente, pur senza esserne consapevoli, la crudele verità che le eterne rupi sottintendono, e sono indotti a rifuggirne.

Va anche detto che la tentazione di morte racchiusa in quegli ermetici profili e il conseguente bisogno di trovare sostegno in qualche cosa di sovrumano, nobilitano senza dubbio l’alpinismo propriamente detto; il quale, se privo di tale sentimento, va considerato alla stregua di qualsiasi altro sport pericoloso come il motociclismo, l’equitazione e il salto mortale.

Dalla vaga coscienza di tutto ciò proviene infine il non retorico culto per la memoria degli scalatori morti in ascensione. Noi infatti intuiamo come, tra quanti amano la montagna, soltanto costoro hanno saputo veramente obbedirle.

Ecco dunque la mia piccola teoria, che mi sembra possa spiegare tante cose. E che non può contristare in alcun modo il lettore, all’inizio della festa, visiva e intellettuale, che questo libro promette. Anzi. Non è bellissimo che proprio a motivo di tali radici così profonde, che toccano le recondite leggi del fato, l’incantesimo delle Alpi ci abbia dato tante gioie, tanta giovinezza, salute, poesia, tante felici illusioni?

Dino Buzzati

Il commento
di Giuliano Bosco

Allora, egregi. Piaciuto il pezzo “buzzatiano”? A me parecchio anche se, a parer mio, è molto “figlio” del momento particolare in cui (forse) è stato scritto. Più avanti mi spiegherò meglio. Di seguito alcune considerazioni.

Partiamo dall’incipit il quale, come vi dicevo, mi ha procurato una intensa emozione. “Non so quanti anni avesse” (frase “gucciniana” di “locomotiviana” memoria…) il Dino quando scrisse questo brano. Ma possiamo tentare una stima. Buzzati era nato il 16 ottobre del 1906 a Belluno e, come detto prima, il volume Le Alpi, in cui è stato pubblicato questo bel brano, è del settembre 1971. Quindi se facciamo due conti e immaginiamo che il pezzo sia stato scritto nello stesso anno di pubblicazione del libro, otteniamo un’età stimata di 64 anni. Giusto la stessa dello scrivente. Tra l’altro Buzzati morì prematuramente (consentitemi questo avverbio, vi prego…) il 28 gennaio del 1972, quindi pochi mesi dopo la pubblicazione del volume. I brividi aumentano, quindi, se vogliamo considerare questo brano una sorta di “testamento spirituale” del grande Scrittore veneto. Per il sottoscritto i brividi diventano “da pelle d’oca” considerando che nel presente anno mi sono ritrovato a dover affrontare una neoplasia (che, per il momento, sembra sotto controllo); quindi lo stesso “male del secolo” che si è portato via il Buzzati. Il piccolo “outlet” (come direbbe quel genio della risata di Checco Zalone) che mi sono concesso, per spiegare “la pelle d’oca” provata dallo scrivente… 

Voglio tornare, invece, a quel sentimento di “vorrei ma (più) non posso” che è il filo conduttore della prima parte dello scritto di Buzzati. Devo dire onestamente che in questa fase un po’ “crepuscolare” dell’esistenza mia, le “primavere” sul groppone iniziano a pesarmi più in termini di continuità dello sforzo fisico che non di intensità. Infatti, come tutti i montagnini sanno molto bene, la “prestazione fisica” (a vari livelli di intensità) è una componente imprescindibile di qualsiasi attività che venga svolta “nelle terre alte”. Alcuni “giochi alpini” mettono più alla prova la continuità dello sforzo fisico (ad esempio l’escursionismo) in quanto l’azione si prolunga per diverse ore. Per altre l’accento si sposta sull’intensità dello sforzo, come ad esempio l’arrampicata in falesia in cui serve “forza esplosiva” ma per un tempo limitato (per non parlare del bouldering). Per altre ancora (come l’alpinismo, in particolare quello in quota) servono… entrambe le componenti.

Cominciamo dalla continuità. Fino a qualche anno fa, (diciamo… una decina) durante la settimana, per tenermi in allenamento andavo a correre praticamente tutti i giorni e con qualsiasi meteo (escludendo… la grandine, vah…). Adesso corro se va bene 2 – 3 volte la settimana (e solo quando fa bello…) e sono arrivato a questa frequenza sulla base di microincidenti (che i runner ben conoscono) che mi hanno “consigliato” di ridurre progressivamente il numero di “uscite” al fine di concedere al fisico quel tempo di recupero che sentivo necessario. “Idem con patate” per le gite tra i monti, dove i tempi di recupero devono essere di mano in mano più lunghi quanto maggiore è l’impegno richiesto dalla gita. Ma siccome mi capita ancora di soffrire di una certa “bulimia alpina”, succede di fare qualche cazzata. Del tipo di andare un venerdì ai Laghi di Unghiasse nella Val Grande di Lanzo (1.400 metrozzi di desnivel) e il martedì seguente al lago di Vasuero nella Val d’Ala sempre di Lanzo (poco meno di 1.000 metri come dislivello), solo 4 giorni dopo la gita precedente. Entrambi gli itinerari con l’amico Cesare, amante dei laghi alpini, che, a dispetto delle sue 72 “primavere”, va come un treno diretto, senza fermate intermedie. Aggiungo che nella prima gita c’era pure sua figlia Sara, trentenne laureata in “Scienze Motorie” che va in montagna più veloce ancora del padre in virtù dei cromosomi “montagnini” paterni e della “verde età”.

L’autore del commento al Gran Lago di Unghiasse…
… e con l’amico Cesare al lago di Vasuero. Entrambi i laghi sono nelle Valli di Lanzo.

E il sottoscritto dietro in entrambe le gite… con la lingua de fora. Risultato di questo surplus di gite “ad alta intensità”, concentrato in pochi giorni, è stato il riacutizzarsi di un antico male al ginocchio sinistro (penso un’infiammazione) che spero passi presto ma che al momento mi ha costretto a “mettere in pausa” le attività aerobiche. Quindi in termini di “continuità”, mentre sto scrivendo, mi sento perfettamente sintonizzato con il sentimento un po’ malinconico espresso da Buzzati.

Per quanto attiene, invece, al concetto di intensità dello sforzo, devo dire che, al momento, gli anni che passano (inesorabili) non mi hanno ancora prodotto un degrado significativo delle prestazioni. Sarà, forse, che neanche da giovane “spaccavo le pietre con le chiappe del c…” (espressione tipica della mia sabauda regione di nascita), ma al momento forti degradi non li avverto. Arriveranno. Basta “dare tempo al tempo”, come si usa dire sempre qui al Nord-ovest.

Veniamo alla parte successiva del brano, quella in cui Buzzati si domanda “Perché la montagna emana quel fascino tremendo?” (per usare le sue parole).

L’impressione che ho avuto è che la seconda parte sia intimamente connessa… con la prima. Ovvero mentre nella parte iniziale della prefazione, Buzzati denuncia la sua condizione di “formica senza senso” (parole sue, ovviamente…) causata dall’età che avanza, nella seconda sembra quasi prendersela con la montagna che lo rifiuta in quanto inabile a frequentarla come un tempo. 

Nella ricerca di queste “motivazioni di fascino”, lo Scrittore inizia in modo molto rigoroso, elencando vari elementi (la solitudine, l’immensità delle proporzioni, la selvatichezza e la lontananza) e mettendoli poi in relazione con altri ambienti selvaggi come il mare o i deserti. Un approccio, quindi, molto razionale. Quasi scientifico.

Dichiara inoltre, sempre Buzzati, di “volersi tenere alla larga da quel generico e dilettantesco misticismo (…) che spesso infesta la letteratura alpina”. Poi però ho come l’impressione che anche lui cada in una sorta di “intemperanza nietzschiana”(sempre per usare i suoi termini) evocando “… l’immobilità dell’alta montagna” come “simbolo della suprema quiete” che altro non è se non… la morte. Da ciò arriva a domandarsi “… il sentimento della montagna è essenzialmente triste?” E la risposta che dà a questa domanda è affermativa (“proprio così” afferma lo Scrittore bellunese).

Ecco allora che mi sembra di vedere l’autore cadere in una sorta di misticismo romantico “alla Lammer” in cui chi perde la vita in montagna viene celebrato arrivando ad affermare che “… tra quanti amano la montagna, soltanto costoro (i morti in montagna) hanno saputo veramente obbedirle”.

Mamma mia… devo dire onestamente che io mi sento di amare la montagna e di rispettare chi ha perso la vita tra i monti ma più in là non mi spingo. 

Ma torniamo alla domanda posta inizialmente da Buzzati. Per quali motivi la montagna emana questo “fascino tremendo”?

Provo anch’io, come Buzzati (ma molto, molto più modestamente), a individuare qualche elemento distintivo che possa arrivare a fornire una risposta alla domanda in questione. Ecco i miei “fattori chiave” la cui combinazione produce il fascino evocato dallo Scrittore bellunese: l’accessibilità, la “scoperta”, il cimento fisico, la ripidezza, l’essere “per molti ma non per tutti”.

La montagna è accessibile nel senso che è un territorio a portata di mano da parte di milioni di persone che possono “penetrarla” fin nelle sue pieghe più nascoste con la sola condizione… di volerlo fare. Nessuno vieta a nessuno di inoltrarsi in valli laterali selvagge e inabitate e di percorrerle a proprio piacimento. Se confrontiamo l’ambiente alpino con altri ecosistemi ci accorgiamo che, ad esempio, il mare è molto meno accessibile della montagna. Ovviamente non mi sto riferendo all’arenile marino per il quale basta pagare uno stabilimento balneare oppure scegliersi un tratto di “spiaggia libero”. Parlo del mare aperto o anche solo del “bordeggiar la costa”, quindi di “navigare”, attività che possiamo concettualmente confrontare con il trekking montano o con l’alpinismo anche “estremo” (dipende se costeggiamo la Liguria o se decidiamo di cimentarci… con la Coppa America…) . Con la differenza che l’attività della “navigazione” è soggetta a impegnativi “filtri di accesso” di natura economica (navigare… costa), normativa (patenti nautiche “o simili) e soprattutto richiede abilità specifiche molto meno diffuse rispetto all’attività escursionistica che può essere affrontata da molte persone con una preparazione molto più semplice rispetto a quella richiesta dalla navigazione marina. Per non parlare di altri ambienti come i deserti o le foreste vergini che sono accessibili solo a chi è disposto a affrontare un lungo e dispendioso viaggio.

Con il termine “scoperta” intendo, invece, quella curiosità che pervade il “montagnino” per vedere cosa c’è “al di là”. Ad esempio, al di là di un colle, oppure quale sarà il panorama dalla punta della montagna che stiamo salendo. E siccome moltissime volte accade che queste visioni siano molto appaganti, il fatto di “scoprire” la vista dalla nostra meta costituisce un elemento di grande richiamo. Almeno per me lo è. Ma credo non solo per me. Leggendo le descrizioni delle gite su Gulliver, non è affatto raro imbattersi in termini quali “vista spaziale”, “panorama siderale”, “colpo d’occhio fantastico”. Anche per questo elemento vorrei provare a fare il confronto con altri ecosistemi ma temo di conoscerli poco. Il mare può donare anche lui magnifici panorami, specie quando si naviga lungo la costa. Ma il mare aperto, per quanto ho potuto constatare nelle poche volte che ci sono stato, mi sembra abbastanza… per così dire “monotono” nel senso di sempre piuttosto uguale a se stesso. Su deserti e foreste mi limito ad un accenno in quanto le mie esperienze dirette si contano veramente sulle dita di una mano. Ci vorrebbe l’esperienza del grande Walter Bonatti che li ha percorsi entrambi “in lungo e in largo” nel corso della sua “seconda vita”. Ma ho come l’impressione che la montagna mantenga comunque un certo vantaggio. Ma di più non dico e mi nascondo dietro la mia poca esperienza in materia.

Parliamo invece di “cimento fisico” inteso come prova atletica, come sforzo delle membra, elemento necessario per tutte le attività svolte tra i monti. Ovviamente attività diverse richiedono “cimenti fisici” diversi (ne ho già parlato in precedenza).

Qui vorrei solo aggiungere il piacere che produce l’attività fisica in particolare quando si è nella magica condizione di essere allenati. Ricordo una volta, mentre scendevo dal Rocciamelone dopo esserci salito in 2 ore e 15 minuti da La Riposa, mio miglior tempo di sempre: non mi sembrava nemmeno di camminare ma solo di sfiorare il terreno, leggero, etereo. Quasi volante.

L’autore del commento durante una salita al Rocciamelone (sullo sfondo).

Anche la stanchezza serale, quella che ti porta ad addormentarti davanti alla tv, non appena ti siedi sul divano, o quella del giorno dopo, in cui le gambe doloranti stimolano il ricordo dell’attività svolta il giorno prima. Anche in questo caso il confronto con altri ambienti non mi riesce particolarmente agevole a causa della mia poca esperienza. Rispetto al mare mi sembra che, mediamente, la fatica sia maggiore. Sicuramente ci saranno velisti distrutti la sera quando rientrano in porto, magari con mare grosso. Ma non trascurate il termine “mediamente”… 

Deserti e foreste penso che richiedano sforzi fisici analoghi alla montagna se non superiori. Ma questa non è una gara tra ambienti selvaggi. Quindi… passiamo al prossimo “fattore chiave” e cioè la “ripidezza”, lo stesso elemento individuato già da Buzzati. Le montagne sono ripide, alcune molto ripide… la ripidezza attrae da sempre il genere umano fin dalla più tenera età. Ricordo che da bambino salivo sui pietroni e poi… non riuscivo più a scendere. Allora arrivava mio papà che prima mi aiutava a scendere e poi… mi “arrossava” le orecchie (diciamo così…). È un “fattore chiave”. È terra, terra ferma solo che anziché essere disposta orizzontalmente è messa per dritto. Come si fa a non avere voglia di salirci… inutile dire che questo elemento non lo si può confrontare con i deserti anche se ci sono montagne anche lì che però rientrano nella categoria dei rilievi. Per le foreste… ci si può sempre arrampicare sugli alberi come fa Tarzan o come faccio io salendo sul melo dietro casa per andare ad artigliare i frutti che crescono birboni sui rami più alti.

E veniamo all’ultimo elemento. L’essere “per molti ma non per tutti”. Un esempio per chiarire cosa intendo. Dopo la salita alla parete nord del Ciarforon (quando… esisteva ancora), con l’amico Ivo ci mettiamo nello spiazzo antistante il rifugio Vittorio Emanuele a dividerci il materiale. Questo rinvio è mio, questo chiodo tubolare anche, il “corpo morto” è tuo, ecc. È un’attività che alpinisti e arrampicatori ben conoscono e che ogni tanto “frutta” qualche bottino insperato e qualche altra volta una deminutio del materiale disponibile (mica si può sempre vincere…).

Ricordo che avevamo tutta la nostra ferraglia spatarata (sparpagliata, NdR) per terra per operare la divisione. In quel mentre vedo alcuni signori seduti sulle panche davanti al rifugio che commentano tra loro quello che facevamo con fare ammirato. Fino a che uno si alza e ci chiede dove siamo andati con tutta quella ferraglia. Io gli ho indicato la Nord appena salita che si erge in bella evidenza di fronte al rifugio e… quanto mi sono sentito orgoglioso in quel momento? Tanto. Tantissimo. C’è poco da fare, si prova orgoglio per essere riusciti a salire in un posto in cui non tutti vanno.

In punta al Ciarforon dopo la salita alla parete nord.

Allora, concludendo, la mia risposta alla domanda del grande Dino è che la montagna emana un fascino tremendo perché nulla mi impedisce di andarci (anche a piedi), perché voglio scoprire cosa si vede dalla punta, perché sto bene con il mio fisico stanco che mi ricorda il bel posto in cui sono stato, perché quando vedo un pietrone mi viene voglia di salirci (anche se adesso molte volte non ci riesco più…) e poi perché mi piace credere di essere andato in un posto dove non tutti possono arrivare.

Questa è la mia risposta alla domanda che poneva Buzzati nel suo scritto. E adesso… fatevi sotto “amici montagnini… che non siete altro”.

Un pezzo di Dino Buzzati ultima modifica: 2024-11-21T05:23:00+01:00 da GognaBlog

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13 pensieri su “Un pezzo di Dino Buzzati”

  1. Grazie per aver tolto dallo scaffale e ridato luce a questa perla Buzzatiana dove traspare la sua interiorità e stile .
    Concordo anch’io che ognuno ha il suo modo e motivazione ma credo anche che formichine lo siamo  tutti, sia che ci approcciamo ai monti  con umiltà dal punto piu’ basso di partenza con lAbeccedario in mano, con rispetto per chi ci ha preceduto,  sia che ci si calmi gia’ dall’ alto della cima con trapano e chiave fissa  aggredendo e cibandosi cannibalmente di ogni sensazione che l alpinismo sa regalarci…le crespe rughe della terra che chiamiamo montagne sanno farci piccoli piccoli accettarlo è già  buono.
    Essendo nato nei monti bellunesi vi ho girovagato e comprendo gli stati d animo di D.B.
    i monti del sole a parte il nome di solare possiedono poco e si capisce da dove ha tratto inquietudini ed ispirazione per i suoi Infiniti racconti.
    Per quanto mi riguarda invece il  motivo/molla principale  era principalmente gustare il ritorno nelle comodità e sicurezze del quotidiano vivere e risognarmi  nuovamente tra i crep a conoscere me stesso e i compagni di cordata messi a nudo tra miserie e nobilta’ d’animo, in un continuo sali scendi conflittuale.
     
     
     

  2. Veramente grazie per il pezzo di Buzzati e le riflessioni di Giuliano, nelle quali trovo varie assonanze (che c’entri qualcosa il fatto di essere un quasi coetaneo?)
    Credo anche io, come già scritto da Carlo Crovella, che esistano più modi di essere alpinista e in generale dell’ andare in montagna. Mi ritrovo parecchio in quello che detto in un’intervista la forte alpinista francese Lise Billon: “la montagna, l’alpinismo, lo sport non sono veramente fini a se stessi, sono attratta da ciò che alimenta il mio pensiero“.
    Tornando a Buzzati, e per restare in tema, mi permetto di suggerire anche l’antologia “I fuorilegge della montagna”
     

  3. Ciao Tore, grazie per il consiglio!

    Ho da poco letto “Il segreto del bosco vecchio” che mi è piaciuto molto.

    Cercando in rete ho visto che “Il macigno” è contenuto nella raccolta “60 racconti”.

  4. ho un foglietto attaccato con lo scotch sopra il mio pc in ufficio…mi piace rileggerlo senza pensare ad altro…come un modo di rilassarsi dal continuo correre…
    probabilmente perchè il mio lavoro è proprio questo descritto da Buzzati e ci ritrovo tutto quello che è ora 
    grande
    IL MACIGNO (Buzzati) 
    “sopra la bella villa dove dove si conduce una vita spensierata un macigno pencola. come mai non sene cura nessuno? se non è caduto finora-dicono-che motivo c’è che cadda in avvenire? in realtà non è rimasto immobile. L’anno scorso, forse a motivo del disgelo, ha fatto un piccolo salto, una scivolatina, e una scarica di ghiaia e sassi è piombata sul tetto della villa……………………………
    Ridono, giocano, mangiano, si ubriacano. ogni tanto, nel pieno della notte , da altre parti della valle, giungono tetri tonfi, i vetri tremano………….ll.                                                 

  5. Carissimo, e si ti dicessi che sono anch’io del ’61 e che, nel lontano 1984, mi laureai in Lettere con una tesi su Buzzati, intitolata “Figure e immagini della morte nell’opera narrativa di Dino Buzzati”? Se aggiungessi che ho casa piena dei sui quadri (stampe, ovviamente), tratti da “I miracoli di Val Morel”, e che ho rimbambito tutte le mie schiere di liceali (ho insegnato lettere dal 1987 e sono “tristemente ” in pensione dal 1 settembre scorso) con i racconti,  i romanzi e i quadri di Dino, come “non ci fosse un domani”? E se, per finire, ti dicessi che un po’ Buzzati “mi ha splendidamente rovinato la vita”, con le sue struggenti malinconie?
    Baci

  6. Les Alpes edizione 1969,gran belle foto, ho l’edizione francese, con bella presentazione di Maurice Herzog , gran volumone  un immersione nei bei tempi ,climatici,che furono,e di approccio al tema.

  7. Grazie per il pezzo di Dino Buzzati che non conoscevo. Splendide anche le foto. Le parole di Giuliano, che ringrazio per la condivisione, sono spesso molto personali (oltre che ricche di innumerevoli puntini di sospensione e virgolette!) e, a mio parere, poco adatte per un blog letto da molti sconosciuti.

  8. I Portici di carta sono una delle più malefiche e subdole invenzioni torinesi. Infatti a ogni edizione ci lascio uno stipendio. Mi riprometto di smettere, ma ci casco sempre.
    Ho provato anche a chiedere al SERT di risolvermi questo problema, ma mi hanno riferito che non trattano questo tipo di dipendenze!

  9. @1 Matteo, forse mi sono spiegato male … il librone “Le Alpi” l’ho comprato da poco. Le risposte sulle tecniche di propreazione, nel ‘71, le cercavo anch’io … nella sezione “intimo” del catalogo Postal Market ;-).

  10. La verità di fondo è che esistono tanti “alpinismi” quanti sono gli alpinisti (alpinisti intesi come sinonimo del “montagnini” utilizzato nello scritto).  Interessante l’analisi sia di Buzzati che del suo simpatico epigono, ma su questi temi nessuna tesi può assurgere a validità oggettiva e universale. Ognuno ha le sue “fisse”, che possono essere incomprensibili, se non addirittura detestabili, per altri montagnini Per esempio la molla principale del mio andare in montagna è una spinta che definisco “manageriale”: anche in una semplice escursione dietro casa, mi interessa “dimostrare a me stesso – e di converso a tutti gli altri – che io faccio tutte le cose per bene, con serietà, precisione, quasi con maniacalità nell’impostazione e poi nella conduzione sul terreno, faccio tutte le scelte “giuste” (dalla singola manovra all’itinerario percorso), nessun errore e, dove registro i rari errori, mi attivo immediatamente per acculturarmi sul punto al fine di evitare nuovamente detti errori in futuro”. Insomma la mia è la ricerca della gita “perfetta” sul piano organizzativo sia a tavolino che poi sul terreno, appunto è una visione “manageriale”. Gli altri punti citati nell’articolo (montagna p non per tutti, la curiosità, la ripidezza, il sentirsi in forma)  collaborano alla molla principale, forse ne sono dei prerequisiti, ma NON sono la “mia” molla principale. Peraltro questa mia molla verso la montagna non è un’eccezione nel mio stile di vita, ma si inserisce in un generale stile di vita che risponde a quella filosofia. cioè vivo, lavoro, curo i miei interessi, leggo, scrivo, ecc ecc ecc con lo stesso approccio.
     
    La mia è quindi una montagna all’opposto di chi si rapporta con lei “di pancia” e immagino che siano molti questi ultimi, anche forti sul piano sia tecnico che atletico, e sono convito che per costoro il “mio” approccio alla montagna sia quanto di più detestabile essi possano immaginare, perché sicuramente lo vedono come una gabbia autoimposta e castrante dell’improvvisazione e della creatività. Per cui: ognuno ha dentro di sé le proprie personali e soggettive “molle” che gli rendono eccitante questa o quella attività. E’ piacevole, oltre che legittimo, leggere la descrizione delle “molle” altrui, ma tutto finisce lì, non ci sarà mai una tesi che assurge a valore universale sul “perché” dell’andar in montagna. Buone gite a tutti!

  11. Veramente piacevole ed arguto il pezzo di Giuliano Bosco.
    Le considerazioni, purtroppo in maggioranza tristi ed amare di Buzzati, restano comunque affascinanti e dense di significato.
    In montagna si va per svariate ragioni, ma, a parer mio, quella predominante è il “viver l’ambiente” con tutti i sensi, compreso quello intellettuale: la maggiore soddisfazione la trovo spesso nello studio e ricerca dell’itinerario e nella lettura della storia dell’alpinismo che riserva sempre sorprese interessanti e curiose.
     

  12. Bellissimo scritto Giuliano, quello di Buzzati (che non conoscevo, anche se credo di avere ancora il libro a casa…sono bestia e tendo a saltare le prefazioni!) ma anche il tuo.
    Grazie.
    Mi ha colpito l’analisi del motivo del fascino della montagna che fa Buzzati anche se a come te a ripidezza e immobilità io ho aggiunto subito l’effetto schermo, cioé il chiedersi “cosa c’è dall’altra parte (o lassù)” che spontaneo quando non vedi.  E quindi il volerlo scoprire.
     
    P.S.: però va che sei ben strano: tu cercavi risposta alle domande sulle tecniche di procreazione in un librone intitolato Le Alpi?
    Io, tuo coscritto, al massimo “sognavo” sulla sezione Intimo del catalogo Postal-Market…magari difetto di fantasia, ma la tua di certo è come minimo peculiare! 🙂

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