Giusto Gervasutti: due misteri insoluti

Il desiderio di ricordare Giusto Gervasutti nell’odierno anniversario della sua scomparsa (16 settembre 1946) giustifica la riproposizione di un articolo, pubblicato nel 2016 e incentrato su due misteri che avvolgono l’esistenza del Fortissimo. Occorre però precisare che, successivamente alla stesura di quel testo, Enrico Camanni ha pubblicato un libro su Gervasutti, intitolato Il desiderio di infinito, dove sono riportati alcuni particolari aggiuntivi, specie sul primo dei due misteri. L’occasione impone quindi di precisare meglio. Infatti Gervasutti non si iscrisse (come nell’ambiente torinese si è creduto per decenni) alla facoltà di Economia e Commercio, bensì al Corso di studi per Tecnici superiori (sezione Elettrotecnica), organizzato presso l’Istituto Tecnico Industriale Amedeo Avogadro, istituzione scolastica di prestigio (esistente ancora oggi) che si trova a pochi passi dalla Mole Antonelliana.

L’Istituto Tecnico Amedeo Avogadro in un’immagine d’epoca. Dal sito dell’Istituto Tecnico A. Avogadro.

Questo corso, come sottolinea Camanni, costituiva una specie di Politecnico in formato minore e successivamente sarà affossato proprio dal Politecnico per un conflitto di competenze. In ogni caso Gervasutti abbandonò il corso subito dopo il primo anno, nel quale ha sostenuto otto esami. Questa doverosa precisazione non cambia il succo del ragionamento: non furono le ambizioni di studi e di successivo sbocco professionale che “chiamarono” Giusto a Torino. Furono invece le Alpi Occidentali, che il Fortissimo conobbe durante il servizio militare (svolto in Piemonte nel 1929) e che lo indussero a spostarsi da Cervignano a Torino nell’inverno del 1931, chiamando a sé qualche tempo dopo anche i genitori. La casa di famiglia di Cervignano fu definitivamente alienata durante la II Guerra mondiale, quasi un suggello inappellabile del distacco. Il mistero apparirebbe risolto, ma in realtà non lo è completamente: quali corde intime del Fortissimo vennero davvero “toccate” dalle Alpi Occidentali?

Settimana alpinistica del GUF Torino al rifugio Gastaldi (Valli di Lanzo), primi anni ’30: discesa a corda doppia, presumibilmente dalla Punta Ciamarella. L’alpinista fotografato è Toni Ortelli. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Il vero cuore dell’articolo verte in verità sul secondo mistero, se lo si può chiamare così, ovvero sul complicato e contraddittorio rapporto fra Gervasutti e Gabriele Boccalatte. Qui non anticipo nulla, ma ricordo che dopo la scomparsa di Boccalatte (estate 1938), fu a lui dedicata la Scuola di alpinismo del CAI Torino (che in realtà non era del tutto indipendente dal GUF, vista l’impalcatura burocratica del regime). Gervasutti fu Direttore unico ininterrottamente dalla nascita della Scuola Boccalatte (1939) fino all’incidente personale al Tacul (1946): sembra la prosecuzione di un legame con radici in territori sconosciuti e inconsci che non si potranno mai chiarire del tutto (Carlo Crovella).

Punta Mattirolo dei Serous (Valle Stretta), prima ascensione del Camino Gervasutti, 4 settembre 1932: Gervasutti, con l’usuale “cappellaccio”, all’attacco del gran camino. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Giusto Gervasutti: due misteri insoluti
di Carlo Crovella
(pubblicato su Montagne360 del novembre 2016)

Il mio interesse per Giusto Gervasutti ha origini antiche. Quando avevo quattordici anni ho letto il suo libro Scalate nelle Alpi e quella lettura ha plasmato la mia visione dell’andar in montagna.

Non ho mai interrotto le ricerche su Gervasutti e nel corso del 2016, per la ricorrenza dei settant’anni della sua scomparsa (Mont Blanc du Tacul, 16 settembre 1946), ho raccolto i risultati delle mie ricerche in un e-book che si intitola L’unico, il vero, il solo fortissimo (per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo crovella.quadernidimontagna@gmail.com, specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione GOGNABLOG. L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti. NdR).

Copertina dell’e-book su Gervasutti

Nonostante l’analisi approfondita sul personaggio in questione restano ancora due misteri sulla sua vita.

Il primo riguarda il trasferimento di Giusto a Torino: lo si è fatto risalire alla decisione di iscriversi alla facoltà di Economia e Commercio, ma ciò non soddisfa pienamente. Infatti, a Torino il blasone di Economia (che pure è un’ottima facoltà) non è paragonabile a quello del Politecnico, che ha sempre attirato studenti da tutta l’Italia, come (fine degli anni ’20) nel caso di alcuni importanti esponenti dell’alpinismo orientale (Domenico Rudatis e Pino Prati).

Una novità emerge dalle note biografiche su Gervasutti, redatte dal sucaino torinese Andrea Filippi nella prima metà degli anni ’50. Secondo Filippi, il trasferimento di Giusto a Torino era dovuto al desiderio di «stare vicino ai monti che tanto amava».

Tuttavia anche il paese natale di Gervasutti, Cervignano del Friuli, si trova vicino ai monti: Alpi Giulie e Carniche e, soprattutto, Dolomiti. Ma, forse, gli “amati monti” per Giusto erano proprio le Alpi Occidentali.

Le Dolomiti restano per lui il giardino d’infanzia, ma la sua “ossessione alpinistica” si incentrerà esclusivamente sui grandi massicci occidentali.

Con il trasferimento a Torino, Giusto concretizzò quindi il passo decisivo fra adolescenza ed età matura.

La Rocca Bissort dalla Punta Mattirolo dei Serous (Valle Stretta), dopo la prima ascensione del Camino Gervasutti, settembre ’32. Nella foto Vittorio Franzinetti. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

L’altro mistero riguarda il rapporto fra Gervasutti e Gabriele Boccalatte, le due principali star dell’ambiente alpinistico torinese degli anni Trenta.

Leggendo i loro scritti, se ne trae sostanzialmente l’impressione di una rapporto un po’ ambiguo, un mix fra diffidente rispetto e sotterranea competizione. Ovviamente, sempre inseriti in una cornice cavalleresca, secondo i canoni del periodo. Eppure qualcosa non torna.

Boccalatte era già un elemento di spicco ben prima dell’arrivo di Giusto: verso la fine degli anni ‘20, Gabriele capeggiava le cordate dei giovani che sarebbero divenuti, poi, brillanti accademici (Rivero, De Rege, Ghiglione, ecc.).

Ma il vero salto di qualità dell’intera generazione fu conseguente all’arrivo di Gervasutti, che portò a Torino la mentalità da sestogradista. Chissà, forse è proprio questo il “vizio d’origine” del loro incompleto rapporto: sta di fatto che i due hanno raramente arrampicato insieme, specie sulle grandi pareti in quota.

L’inizio è promettente. Nel febbraio del ’32, insieme a Guido De Rege, Boccalatte e Gervasutti compiono la salita invernale della Cresta del Furggen al Cervino (con ripiegamento finale sulla normale svizzera causa peggioramento del tempo).

Da sinistra: Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte e Guido De Rege di ritorno dall’ascensione invernale al Cervino, 1932. Archivio: Area Documentazione Museo Nazionale della Montagna.

In estate hanno programmi separati, ma il gioco del destino li unisce. Boccalatte si posiziona nel massiccio del Bianco con Renato Chabod, mentre Gervasutti ha combinato con Piero Zanetti, ma costui ritarda l’arrivo: così Giusto si aggancia agli altri due e insieme compiono la traversata dell’Aiguille Verte (salita dal canalone Mummery – sesta ascensione – e discesa dal canalone Whymper).

Poi, con vari “metti e togli” di altri compagni, il gruppo si sposta alla Capanna Leschaux, sotto la Nord delle Jorasses. Il meteo, però, non è favorevole e, in una mezza giornata di tregua, il gruppo decide di arrampicare sulle placche sopra al rifugio.

Mentre sale da primo, a Boccalatte si stacca un appiglio e cade, producendosi diverse escoriazioni e un taglio in testa. Dopo le primissime medicazioni, gli altri lo accompagnano al Montenvers (dove arriva il trenino da Chamonix), perché sanno che vi troveranno una signorina italiana, Ninì Pietrasanta, infermiera diplomata e appassionata alpinista.

Con le medicazioni, fra i due scocca la prima scintilla di una delle più belle e profonde storie d’amore collegate alla montagna. La Pietrasanta si aggrega subito al gruppo di giovani torinesi che, tornati alla Leschaux (però senza Gervasutti), compiono la prima ascensione della Pointe Ninì, una delle guglie delle Périades, dedicandola appunto alla dama presente.

La vita di Boccalatte sta per cambiare. Alla fine dell’estate (1932), Gabriele si sposta con Ninì in Dolomiti, dove hanno appuntamento con Gervasutti. Ninì si occupa del bivacco in baita e della preparazione dei pasti oppure va a recuperare gli scarponi all’attacco delle vie, mentre i due uomini salgono lo Spigolo del Velo alla Cima della Madonna e, soprattutto, realizzano la quarta ascensione assoluta della Via Solleder alla Est del Sass Maor.

Proprio questa impresa, su una delle vie dell’epopea del VI grado, sottolinea la forza della cordata e sembrerebbe l’inizio di una collaborazione che, invece, non partirà mai.

Scuola di roccia ai Denti di Cumiana (nel Pinerolese), primi anni ’30: il celebre passaggio della gran placca. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Nell’inverno-primavera del 1933 i due, con altri compagni, realizzano alcune traversate scialpinistiche fra Rosa e Vallese: Gervasutti si sta allenando per il Trofeo Mezzalama.

Poi, ad inizio estate, Boccalatte (con la Pietrasanta) e Gervasutti (con Zanetti) si incontrano al rifugio Torino e realizzano la salita di alcune guglie dell’Arête du Diable, con traversata finale al Tacul.

Ancora una volta potrebbe iniziare una collaborazione, anche se condivisa con altri. Ma qualcosa si inceppa. Dai diari di Boccalatte si apprende che Gervasutti, Boccalatte e Zanetti avevano un pour-parler relativo alla cresta sud della Noire (non ancora ripetuta), ma quando Boccalatte passa all’alberghetto degli altri due, essi sono già partiti.

Gabriele scrive: «… Ritengo opportuno non seguirli. Mi riprometto d’andare in avvenire alla cresta sud, per conto mio». (Piccole e grandi ore alpine, pag. 62).

Uno “sgarbo” di Gervasutti? Non sembra in linea con il personaggio, cui è sempre stata riconosciuta una sconfinata generosità d’animo. Più probabilmente si è trattato di un equivoco, in un’epoca in cui non esistevano i telefoni cellulari.

Però qualcosa si è definitivamente incrinato: Boccalatte andrà l’anno successivo alla Sud della Noire (terza ascensione) e, in quella stessa estate, compirà, con Ninì, il “suo” tentativo alla Nord delle Jorasses, seguendo le tracce del tentativo di Gervasutti e Zanetti (effettuato nel ’33 dopo la Noire).

Vista l’importanza delle Jorasses, stupisce che Gervasutti e Boccalatte non abbiano fatto convergere le loro forze, anzi sembra che fossero addirittura in competizione.

Per le Jorasses, Gervasutti sceglie infatti un altro compagno, Chabod, con il quale effettua un convinto (ma incompleto) tentativo nel 1934 e la prima ripetizione dello Sperone Croz l’anno successivo. Ma è bene sottolineare che questa ricostruzione è frutto di una lettura odierna, cioè ottant’anni dopo gli eventi narrati.

Punta Mattirolo dei Serous (Valle Stretta), prima ascensione del Camino Gervasutti (con Vittorio Franzinetti e Paolo Ceresa), 4 settembre 1932. Secondo logica, Gervasutti è quello più in alto, Ceresa a metà e Franzinetti sta scattando la foto. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

I due non danno l’impressione di “cercarsi”, neppure negli anni successivi. Vi è, però, una spiegazione oggettiva: la crescita alpinistica di Ninì, che, oltre ad essere compagna (e poi moglie) di Boccalatte, inizia a fare cordata fissa con lui, specie nelle uscite estive.

Nel 1934-36 la cordata Boccalatte-Pietrasanta inanella una serie impressionante di imprese: Ovest della Noire, Ovest della Blanche, le due vie (’34 e ’35) sulla Est dell’Aiguille de la Brenva e il Pilastro di destra del versante nord-est del Mont Blanc du Tacul.

Si rintracciano qua e là delle giornate di montagna condivise con altri alpinisti e fra questi talvolta vi è anche Gervasutti.

Scuola di roccia ai Denti di Cumiana (nel Pinerolese), primi anni ’30. Da confronti iconografici, sembra plausibile che l’alpinista in piedi a sinistra sia Massimo Mila, mentre quello a destra (in piedi) dovrebbe essere Giusto Gervasutti. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Durante la spedizione nelle Ande del 1934, però, Gervasutti e Boccalatte agiscono in gruppi separati, avendo in comune solo un affollato tentativo (frustrato dalle nevicate) al Cerro Marmolejo.

Un altro momento di coesistenza fra i due personaggi risale invece all’estate seguente. In quel frangente Gervasutti fa cordata con Chabod: dopo la “Corsa alle Jorasses”, al rifugio Torino incontrano Gabriele e Ninì. Forse grazie alla presenza di Chabod (in confidenza sia con Boccalatte che con Gervasutti), i quattro agiscono in comune e vincono in prima assoluta il Pic Adolphe, un satellite del Tacul.

Ma è un fuoco di paglia: infatti i destini dei due personaggi si dividono nuovamente. Significativo che neppure nell’estate del 1937 (quando Ninì è bloccata dalla gravidanza), i due uomini effettuino ascensioni comuni: Boccalatte realizza l’impresa chiave di quell’anno (la Nord del Mont Gruetta in Val Ferret) con Titta Gilberti e Nino Castiglioni.

Più o meno negli stessi giorni Gervasutti compie un tentativo alla direttissima sulla Ovest della Noire con il capitano Inaudi degli Alpini (si tratta di una perlustrazione sul tracciato della futura Ratti-Vitali del 1939? Chissà…). Curioso che si apprenda di questo tentativo dagli scritti di Boccalatte, mentre in quelli di Gervasutti non vi è traccia.

Settimana alpinistica del GUF Torino al rifugio Gastaldi (Valli di Lanzo), primi anni ’30: ascensione del gendarme detto “La Bottiglia” lungo la cresta Rey all’Uja di Bessanese. L’alpinista fotografato è Toni Ortelli. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Nel marzo 1938, i due si incontrano con gli sci al Theodulo, sopra al Breuil. È un evento del tutto casuale: Boccalatte è lì per un sopralluogo alla Cresta del Furggen (che salirà circa una settimana dopo con Ettore Castiglioni) e, nei suoi diari, si limita a registrare asetticamente l’incontro con Gervasutti, in gita scialpinistica con Toni Ortelli e Paolo Ceresa. Si ha quasi l’impressione di un leggero imbarazzo, perché veniva svelato un progetto forse non espresso in città.

Però gli eventi dei mesi successivi li riavvicineranno. Infatti Ninì trascorre l’estate del 1938 dedicandosi al figlio appena nato e Gabriele cerca di volta in volta i compagni di cordata.

Neppure Gervasutti ha un compagno fisso. In primavera aveva elaborato programmi estivi con il francese Lucien Devies (già suo coéquipier nelle prime in Delfinato): volevano sferrare un attacco alla Nord dell’Eiger, ancora non salita.

Ma Devies dà forfait per problemi di appendicite e Gervasutti allora combina con Boccalatte, il quale si impegna a telegrafargli da Courmayeur a Torino (dove Giusto è bloccato per impegni di lavoro) quando le condizioni meteo e della montagna fossero tali da partire per Grindelwald: però quel telegramma non arriverà mai, a causa del mancato miglioramento delle condizioni.

A fine luglio arriva invece la notizia che la Nord dell’Eiger è stata vinta. Giusto segnala immediatamente a Gabriele di concentrarsi sullo Sperone Walker alle Jorasses. Ma gli impegni tengono Gervasutti a Torino fin verso il 10 agosto. Giunto a Courmayeur, non vi trova Boccalatte, nel frattempo partito per la Cresta dell’Innominata (con Ugo di Vallepiana e Laurent Grivel). Sembra una ripetizione, a ruoli invertiti, dell’episodio del 1933: anche in questo caso è presumibile che si tratti di oggettive difficoltà di comunicazioni.

In compenso Gervasutti apprende che, qualche giorno prima, è transitato Cassin con due compagni, diretti al rifugio Torino: non ci vuole molto a capire che stanno andando alla Walker! Gervasutti parte in fretta e furia con il giovane valdostano Arturo Ottoz e rincorre Cassin, ma il vantaggio del lecchese è incolmabile. Quando Giusto arriva alla base della Walker, la cordata di Cassin è molto alta in parete.

Gervasutti torna a Courmayeur e incontra finalmente Boccalatte. Nei giorni successivi, saranno capaci di realizzare (unica prima ascensione che li veda in cordata loro due da soli) la celebre via sulla parete sud-ovest del Picco Gugliermina.

Questa formidabile ascensione (già tentata da Boccalatte nel ’37 insieme a Castiglioni e da lui giudicata una scalata «più sportiva che alpinistica»), sarà a lungo considerata la più difficile scalata in libera del massiccio e, forse, di tutte le Alpi Occidentali. Ciò dimostra quali e quante imprese di primissimo piano questi due personaggi avrebbero potuto realizzare in caso di sistematica collaborazione.

Però questa salita è il canto del cigno della loro cordata: pochi giorni dopo, insieme a Mario Piolti, Boccalatte sarà vittima di un incidente mortale sulla Sud dell’Aiguille de Triolet (Val Ferret).

Settimana alpinistica del GUF Torino al rifugio Gastaldi (Valli di Lanzo), primi anni ’30: discesa a corda doppia dal gendarme detto “La Bottiglia” lungo la cresta Rey alla Bessanese. L’alpinista fotografato è Toni Ortelli. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Vi è una linea interpretativa che collega il mancato connubio fra i due campionissimi a una possibile invidia di Gervasutti per la completezza che il destino aveva regalato a Boccalatte, consentendo a quest’ultimo di arrampicare con la compagnia di vita, cosa che invece è stata preclusa a Giusto.

Ma questa interpretazione si inserisce nell’analisi psicologica di Gervasutti tipica degli anni Settanta, ovvero quella che tende a marcare le nevrosi del personaggio, come l’ossessione per l’azione e per la morte, il tutto conseguente alle “mancanze” esistenziali. E va sottolineato che negli scritti di entrambi gli alpinisti non vi è accenno a questo ipotetica invidia.

La Punta Questa dei Serous dalla Punta Mattirolo (Valle Stretta), dopo la prima ascensione del Camino Gervasutti, settembre ’32. Nella foto Vittorio Franzinetti. Foto Archivio: Giulio Franzinetti.

Con i se e con i ma non si fa la storia, è risaputo. Però resta il rammarico di un immenso potenziale non sfruttato dalla cordata Gervasutti-Boccalatte. In linea teorica, i due si completavano perfettamente: secondo le cronache del tempo, Boccalatte era talmente dotato che dava l’impressione di arrampicare “accarezzando la roccia”, mentre Gervasutti è sempre stato l’emblema della potenza, della volontà e della completezza alpinistica.

La sensazione è che fra i due personaggi esistesse un qualcosa di simile a quello che Ettore Castiglioni ha esplicitamente raccontato con riferimento alla prima salita della parete sud della Marmolada di Rocca. In quella occasione, Giovan Battista Vinatzer, da padrone di casa, pretese di tirare tutta la salta da primo di cordata. Castiglioni morse il freno lungo la via, ma dopo l’ascensione scrisse qualcosa che suonava così: «Per sempre amici in fondo valle, ma mai più in cordata insieme!».

Chi arrampica sa che l’equilibrio fra i soci di cordata è fragile come le ali di una farfalla. Tuttavia si ha l’impressione che l’eventuale cordata Gervasutti-Boccalatte avrebbe potuto innescare un ulteriore effetto volano sull’intero ambiente subalpino.

Sul personaggio Gervasutti restano almeno due misteri insoluti, che, a questo punto, non saranno mai più svelati: ma, in fondo, il mito non si nutre proprio di misteri?

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Giusto Gervasutti: due misteri insoluti ultima modifica: 2020-09-16T05:43:34+02:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Giusto Gervasutti: due misteri insoluti”

  1. 13
    Carlo Crovella says:

    In appunti privati dell’archivio da cui è tratta la foto è riportato quanto scritto in didascalia

  2. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Quart’ultima foto: il primo in piedi a sinistra mi pare Boccalatte; il primo in piedi a destra non mi sembra affatto Gervasutti!
    Attendo lumi dal noto gervasuttologo Carlo Crovella.
     
    Carlo, lascia perdere le palestre e risolvi il busillis!

  3. 11
    Carlo Crovella says:

    So per esperienza che, in ambito alpinistico, la ricerca storiografica (di cui mi diletto da decenni, a volte per hobby, ma sempre più spesso per “mestiere”) e la pratica sul terreno sono due cose “diverse”. Ci sono anche i grandi alpinisti che hanno saputo analizzare altri grandi alpinisti (un esempio recentissimo: l’amico Gogna con Bonatti), ma sono piuttosto rari. Bisogna avere talenti diversi, per impegnarsi nei due terreni, ed è raro che tali caratteristiche siano dominio di un solo individuo. Non impossibile, ma raro. Capita invece che molti arrampicatori pensino che, semplicemente ripetendo le vie, si conosca direttamente la personalità dell’apritore: io sono convinto che capita quasi mai (per non dire mai in assoluto: si resta ad un livello molto superficiale di co0noscenza). A Torino ci sono alcuni alpinisti che hanno ripetuto molte delle vie famose di Gervasutti, ma che non sanno quasi nulla di Giusto e soprattutto non hanno nessun interesse a saperne di più, quindi non fanno ricerca “a secco” e restano a un livello molto superficiale di conoscenza della personalità del Fortissimo. A loro interessa fare le “vie”: approccio assolutamente legittimo, per carità, ma l’analisi del personaggio è ben altra cosa. Certo, per parlare di alpinisti, una certa praticaccia di montagna ci vuole, sennò si parla di aria fritta. Ma io mi sento a posto: con i miei 55 anni ininterrotti di montagna, la praticaccia ormai me la trovo sulle spalle senza neppure farci mente locale. Per la cronaca, non mi sono mai sognato neppure per un secondo di affrontare le grandi vie di Gervasutti, ma le cosiddette vie minori di Gervasutti sono da tempo del mio carniere. Non solo perché di Giusto, ma proprio perché si tratta di vie molto belle in quanto tali. Suggerisco a tutti di ripeterle, meritano. Per aspera ad astra!

  4. 10
    Roberto Pasini says:

    Per Crovella. Grazie Carlo, Lo scarico, lo leggo e poi provo magari a socializzare cosa vedo. Cominetti ha parlato di analisi delle partite di calcio viste dall’esterno. Giusto. Io direi anche la  lettura di uno scrittore. Un alpinista è un po’ come uno scrittore, parla con le sue opere e con la sua vita. A distanza di tempo si può vedere il filo rosso che le attraversa. Certamente un altro scrittore professionista ha una profonda capacità di lettura ma può essere condizionato dal mestiere. Un critico, magari solo scrittore dilettante, riesce a vedere altre cose. Nel caso dell’alpinismo non credo che un osservatore completamente inesperto possa comprendere, però tutto è possibile. Sarebbe come interpretare un libro senza aver mai scritto una riga. In fondo tutti almeno a scuola abbiamo sperimentato le difficoltà della scrittura. A dopo. 

  5. 9
    Carlo Crovella says:

    Ciao, le risposte ai quesiti avanzati, in particolare da Pasini (commento 7) si trovano, almeno spero!, nell’ebook che distribuisco gratuitamente via mail. Tale documento, piuttosto corposo e molto ampio nei temi, risale al 2016 per i 70 anni tondi dalla scomparsa di Gervasutti. Nell’ebook mi dedico (oltre che alle “cose note”, come la sua attività alpinistica ecc) ai risvolti meno conosciuti, in particolare anche agli aspetti psicologici ed esistenziali, nonché a quelli di spicciola vita quotidiana. Molte altre cose sono riporatte: la sua attività scialpinistica e la sua poco conosciuta, almeno fino al 2016, “missione” didattica quale direttore della Scuola del CAI Torino, nonchè i suoi rapporti con i giovani dello stesso CAI Torino (in particolare della sottosezione SUCAI). Molte fotografie e i reperti storici, in alcuni casi inediti (per il 2016), perché provenienti da archivi privati rimasti sigillati per 70 anni circa. Nell’articolo qui sopra pubblicato è indicata la procedura per richiedere tale ebook che – ricordo – è distribuito gratuitamente (l’ho scritto per puro “piacere”, in un contesto di passione molto gervasuttiana). Buona giornata a tutti!

  6. 8

    Bella e interessante ricerca, complimenti! Però si legge tra le righe una mancanza di obiettività dovuta, oltre che a dichiarate limitate capacità tecniche, a un non mettere in discussione nulla del proprio eroe. Gli alpinisti oggi come allora si muovono secondo mille diverse motivazioni personali, che si possono notare nell’analisi di chi osserva dall’esterno, oppure non capire né vedere in assoluto.
    Le analisi delle partite di calcio funzionano allo stesso modo. Forse hanno meno romanticismo ma ricalcano questo tipo di osservazioni. Perché Bonatti non fece mai cordata con Desmaison? Per esempio. Chissà quali capolavori avrebbero potuto realizzare, ma non accadde, punto. Inoltre ricordiamoci che due galli in un pollaio non hanno mai dato buoni frutti.
    Comunque complimenti per il lavoro e la passione.

  7. 7
    Roberto Pasini says:

    Interessante questa riflessione di “Mitologia alpina comparata” che si sta sviluppando in questi giorni sul blog. Secondo voi che conoscete bene la figura di Gervasutti, quali sono gli elementi chiave del suo mito e come è stato raccontato nel suo caso il “ciclo dell’eroe” ? 

  8. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, sappi che ciò che per te furono le Scalate nelle Alpi gervasuttiane per me fu il diembergeriano (si dice cosí?) Tra 0 e 8000. Stessa poesia, stessi toni romantici, stesso pathos. Avevo diciassette anni: colpito e affondato.
    E cosí accadde con i libri del grande Gastone (Rébuffat). Il primo a stregarmi, sempre a quella magica età, fu Ghiaccio neve roccia. È solo un manuale di alpinismo, ma scritto à la Gaston. 
    Se mi fossero capitati sotto gli occhi i suoi Orizzonti conquistati, sarei forse partito subito per la parete nord del Cervino, finendo per ammazzarmi già alla crepaccia terminale. Meno male che allora il libro era esaurito… 😁😁😁
    … … …
    Insomma, ragazzi, possiamo battibeccare quanto vogliamo nel GognaBlog. Però per tutti noi i monti restano sempre una luce nella notte: ci illuminano un po’ durante il nostro breve passaggio in questa valle oscura. Qui ci siamo ritrovati a vivere senza volerlo e senza saperne niente e senza capirci mai niente.
    Oh, Dio, dacci infine l’aurora… (Samivel).

  9. 5
    Carlo Crovella says:

    Si’, ho gia’ raccontato, anche pochi gg fa nell’articolo su Bonatti, che, intorno ai miei 15 anni circa, mio padre mi lascio’ due libri sulla scrivania: era un silenzioso “invito” a leggerli. Si trattava de “I giorni grandi” di Bonatti e “Scalate nelle Alpi” di Gervasutti. Avrei potuto scegliere l’uno o l’altro: il mio istinto mi spinse verso il Fortissimo e mi ha “segnato” nel profondo (più o meno in quegli anni scrissi anchd una poesia su Gervasutti a conferma di quanto mi ha segnato denteo). Bonatti l’ho poi abbondantemente recuperato in seguito. A scanso di equivoci, preciso che vere uno spirito gervasuttiano non ha necessariamente a che fare con le capacità tecniche sul terreno, in particolare sulla roccia: è una questione di approccio alla vita, di determinazione, di grinta… Lui sì che fu gervasuttiano sia nell’animo che nelle performance e in più fu anche molto generoso sul piano umano. Ma di Fortissimo ce n’è stato solo uno. Non ce ne sarà un altro.

  10. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, Alberto, cerca di capirmi: è vero che di Gervasutti ce n’è uno, però la passione pura di Carlo ha un che di gervasuttiano… come il Fortissimo sul Cervino la vigilia di Natale, solo e immacolato sulla vetta.
    Dico bene, Carlo? (N.B. Non farmi fare brutta figura: rispondi di sí, senza arzigogolare).

  11. 3
    Alberto Benassi says:

    sarà  Fabio , che lo ammiri non ci son dubbi, ma a me non sembra che il pragmatico Crovella abbia proprio un cuore eroico alla Gervasutti.

  12. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Nel petto di Crovella batte un cuore gervasuttiano.
     
    P.S. Carlo, non ti ho mica fatto un complimento da poco!

  13. 1
    Umberto Vilfredo says:

    bello, suggerisco anche di leggere l’ebook

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