La giustizia del K2 – 2

Una vita d’alpinismo – 84 – La giustizia del K2 – 2 (AG 1979-005)

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A volte basta dire: non so
Jan K’ieou disse al Saggio: non è che io non apprezzi il vostro insegnamento; ma non ho la forza di metterlo in pratica. Il Saggio disse: Colui che non ha più forza cade in mezzo al sentiero. Dal momento che non sei caduto ciò significa che tu innalzi volutamente delle barriere sul tuo cammino (Confucio, I dialoghi, Capitolo 6 – Paragrafo 10)”.

24 maggio
Verso le nove di mattina sono ancora sdraiato a letto e ho già fatto colazione, quando Robert sente rumori d’aeroplano. Io sono abbastan­za imbronciato, scettico e pigro. Ma poco dopo Robert rientra in stanza con il pollice alzato, dice d’aver visto due C-130. Schizzo fuori dal letto, finiamo di vestirci e corriamo alla U.N. Station. Anche i due capitani stanno osservando i volteggi dei due aerei. La speranza è rinata, mi vedo già nel pomeriggio trafficare con i container sotto il sole, penso a dove li metteremo per poter lavorare meglio. Adesso però il primo problema è come raggiungere l’aeroporto: Larss ovviamente, siccome il suo collega è arrivato, non ci può offrire un passag­gio. Robert telefona alla Karakorum Travels. Gli viene risposto che la linea telefonica con l’aerodromo è rotta, che Haji Ahmad Khan è là e che i due Hercules sono in volo militare «and not chartered». «They are only dropping». Cioè paracaduteranno merce. Noi speriamo anco­ra.

In marcia per Askole, la famosa sorgente di acqua calda. Da sinistra e in senso orario, Mutschlechner, Schauer, Gogna, Hoeltzgen e Dacher.

Vediamo il paracadute e dopo un po’ un aereo atterra, Robert lo vede con esattezza. Allora scendiamo la strada polverosa, ormai tante volte percorsa, verso il grosso del paese. Vado a chiamare i giappone­si, così potremmo dividere le 120 rupie di spesa per la jeep. Anche loro avevano telefonato ed erano sul piede di partenza. A piedi traver­siamo tutto il bazar nuovo. Arriviamo al PIA office e qui ancora ci confermano che la linea per l’aeroporto è «kaputt», che i due C-130 sono dell’esercito e che «one Fokker coming». Con stizza ringhiamo che nessuno in questo paese sa mai niente di preciso e a volte basta dire: non so. Di gran carriera ci precipitiamo all’ufficio dell’Haji Ahmad. Almeno lì possiamo aspettare il suo ritorno, speriamo con sei o sette jeep cariche dei nostri amici e della nostra roba. Il fratello dell’Haji (è un titolo onorifico che spetta a chiunque sia andato in pellegrinaggio alla Mecca) cortesemente, ma senza che lo chiedessimo, telefona; poi ci conferma che: «no charter, only army flights». Al che gli domando se queste notizie le ha avute dal PIA office. Alla risposta affermativa non posso trattenermi dal fare un gestaccio d’in­sofferenza.

Ursula Greter e Renato Casarotto ad Askole

Ci offre del tè, io lo rifiuto perché so che ci offrirà quello con il latte. I giapponesi fumano di continuo, il tempo scorre lento. L’ufficio è nuovo, ma come tutti gli edifici appena costruiti da queste parti sembra già vecchio: un tavolo, una scrivania ed alcune panche addos­sate ai muri aumentano il generale squallore. Una fastidiosa corrente d’aria alza i fogli sulla scrivania, tenuti fermi da rotondi sassi dell’In­do. Stufi di sedere gli uni di fronte agli altri e ormai bevuto il tè, alla spicciolata usciamo ad aspettare fuori; quando il sole a picco sui nostri crani ci ha convinti che è meglio rientrare, ecco che arriva la jeep di Ahmad.

Uomini di Askole, 1979

E qui cadono le nostre esigue speranze. Ma è bello il dialogo con l’operatore dell’ATC, che candidamente ci spiega che i due aerei veni­vano da Chitral e che uno doveva fotografare l’altro mentre sganciava il paracadute, «for demonstration only». Questo per noi è il colmo. Noi siamo qui ad aspettare, spendendo un sacco di soldi e buttando via il tempo, per non parlare della coda di spedizioni che ci sarà a Pindi e loro fanno le dimostrazioni. Robert impreca che sono «al di fuori del senso del reale». Ed è infatti tutto incredibile. Dicono anche che il Fokker partito è tornato indietro. Gli deve costare parecchio tutto questo partire e tornare per niente! Io sibilo a bassa voce, ma non tanto da non essere sentito: «Try to start at five o’clock!», lo sanno tutti che al mattino il tempo è migliore, perché non approfittar­ne?

Famiglia sul tetto di una casa di Askole, 1979

Sulla strada del ritorno siamo proprio immusoniti e incazzati, non voglio neppure pensare a ciò che succede a Pindi ogni mattina: fare su i propri bagagli, lasciare la stanza, pagare il conto, prendere il taxi fino all’aeroporto, aspettare e sentirsi dire, ormai alle undici di matti­na, che il volo è «cancelled».

Passando davanti all’ufficio telegrafico mi viene l’idea di mandare un messaggio: «Today two C-130 landed stop do not care what they say about weather stop keep them under pressure stop sandro ro­bert». Dopo questo ci sentiamo più liberati ed è con crescente interes­se al lunch che ci avviamo sull’assolata strada per il nostro albergo che, tra le altre cose, da due giorni non ha elettricità. Perciò, se può anche essere bello cenare al lume di candela, non altrettanto piacevole è l’inoperanza del boiler e della cucina elettrica, sostituita da un rudimentale e puzzolente fornello a kerosene.

Askole

Primo incontro con l’infinito
Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve.
La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente (Franz Kafka, Il Castello, Cap. 1)”.

24 maggio, sera
Dopo cena Robert propone di fare una passeggiata. O.K., ein roman­tischer Spaziergang, dico io. Sta ormai diventando buio, il cielo è sereno e limpido, come tutte le altre sere: domani è venerdì e gli Hercules non volano. Non sono ancora molte le stelle in cielo; in lontananza verso ovest si staglia alto il profilo dell’Haramosh. È ben ­visibile la stella polare e per un momento cattura tutta la mia atten­zione. È bello camminare, ogni tanto dire qualche stupida battuta, mentre dietro di noi occhieggiano i lumi di Skardu ed il vento ci soffia contro benevolo. Ein romantischer Spaziergang, ohne Fräulein und ohne Mond, dico ancora io, sillabando le parole impacciato. In breve raggiungiamo la nostra meta, un grosso albero alla base del quale la strada è intersecata da un corso artificiale d’acqua. Sappiamo che lì ci si può sedere e il grande tronco ci riparerà dal vento. Mentre ci avviciniamo alla pianta e mentre il corso d’acqua rumoreggia vicino a noi, ecco che un cane ci abbaia contro senza insistenza ed il vento si alza più violento: le fronde dell’albero diventano onde di un mare agitato. Ma è questione di un attimo, quell’attimo in cui ho sentito gli elementi precipitarsi dentro di me. Quando mi siedo al riparo ogni cosa non è più la stessa. Con il mondo intero racchiuso nel mio cappuccio imbottito cerco di parlamentare con esso. Robert canticchia alla mia sinistra.

Bambini di Askole, 1979

La grande opera
In a sacred manner I live
to the heavens I gazed
in a sacred manner I live
my horses are many
(Canzone pellerossa)”.
(Vivo nelle regole sacre
Al cielo lo sguardo ho volto
Vivo nelle regole sacre
molti sono i miei cavalli)

25 maggio
Questa è la mattina ancora avvolta di sogno nella quale realizzo che il tanto desiderato aeroplano arriverà quando sarà il momento. A quel tempo la Grande Attesa sarà finita e con essa finirà la Piccola Attesa. Mai ho aspettato qualcosa così a lungo, assieme alla mia ombra tedesca, nata al confine con la Jugoslavia, con la quale mi esprimo in un comune dialetto inglese, appena masticato, che inizia però a invadere la mia mente che sorprendo a volte non pensare più in italiano. Il grande Uccello potente contiene le Uova del Perfetto, uova nere con coperchio bianco. Ne posseggo già le chiavi, ma il bene è ancora lontano, nella pianura tormentata. Il volo è soggetto alle weather conditions ma soprattutto al volere posticcio di menti pakistane che non hanno il nostro concetto di tempo. Dentro alla pancia del grande Uccello entreranno le altre parti del grande Meccanismo e così forse le riceveremo tutte insieme, sulla soglia di una pista asfaltata al centro di una conca piana e sabbiosa nel cuore del Baltistan crocicchio di corpi e di menti asiatiche. Qui sono state giocate grosse partite e altre ancora si giocheranno. È stato difficile assimilare che gli altri sono parte di me, ma proprio ora è stato dato un numero preciso al frazionamento di me stesso, il Grande Mosaico dev’essere ricomposto, attorno alla figura nucleo centrale.

Una tomba sul sentiero di approccio al Baltoro
Il fiume Braldo

Spero di avere sufficienti forze per resistere alla fatica di questa Grande Opera, di non soccombere per troppa inimicizia esterna o interna. Fino in fondo deve compiersi il destino. La paura mia maggiore è quella di morire di stenti, a quote irrespirabili. Segue il terrore di non farcela su entrambi i fronti, forse per me è troppo. A volte invidio chi ha da combattere solo da una parte. Invece la paura di diventare pazzo è minima. Spio con feroce attenzione ogni moto maldestro del mio corpo, ogni ferita che m’in­fliggo con le parole o con i fatti. Seguo come un cane mastino le indicazioni notturne che parlano di lavaggio, purificazione, risveglio. La lotta è dura, spesso durante le ore di luce preferisco distrarmi, leggendo Newsweek e indugiando sulle foto che mostrano la donna. Trarre le conclusioni provvisorie di giornate come queste è ridicolo perché la trasformazione è lenta, deve passare attraverso dissenteria, carbone, mal di testa, nausea, naso tappato, bidè sporchi con acqua infetta, lenzuola puzzolenti, capelli polverosi in prurito, rutti, scoreg­ge, masturbazione coatta e freddo ai piedi. Quando rutto sento un sapore di kerosene che sale in gola, forse è l’essenza del cibo che introduciamo in questi giorni di assenza di elettricità. Anche il black­out localizzato al nostro albergo è sincronico con la Situazione, forse. Ho appena terminato di scrivere le righe di sopra: ho provato ad accendere la luce ed essa è apparsa, dopo non so quanti giorni di inoperanza. Anche il boiler ora funziona, sia pure con potenza ridotta. Sono le 18.15 del 25 maggio, giorno festivo dell’Islam, venerdì. Fuori il cielo è nuvoloso coperto, il vento soffia sempre da sud, Robert mi legge in italiano alcuni versi del Faust:
Udite questi dolcissimi accordi,
lasciatele presto, le favole.
L’antica folla dei vostri dèi
sparisca, ormai passò.
Più nessuno vi comprende.
più alta meta è ormai la nostra.
Perché dal cuore deve venire
quel che sui cuori vuole agire (Goethe, Faust, 9679 – 9686)”.

Portatori in sosta

Forse è questo il momento di gioia che mi carica per la lotta di là da venire, nel trambusto di luce che va e che viene, in pancia c’è un rimescolio che suona diverso dalla passata marcescenza. Così lontano è il K2, ma nel va e vieni di stati d’animo ora non è importante: m’importano di più le emorroidi di Robert, quest’ombra così potente, giovane, volitiva e surriscaldata, che sogna di pedalare in bicicletta sull’autostrada Roma-Monaco, nella corsia sbagliata. Ieri, o l’altro ieri, non ricordo, mentre eravamo a cena dai capitani, Joan Baez cantava «It’s all over now, baby blue».

Ursula Greter in attesa di essere portata ad Askole

Lettera a mio padre
Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me (Vangelo di S. Matteo 10, 37-38)”.

25 maggio
Sogno del 20 maggio: «… ci sono delle grandi acque intorno, una piscina si sta riempiendo con acque tumultuose. Poi Wilhelm ed io ci troviamo in mezzo e lui vuol fare delle prove, tipo il nuotare da solo in questa forte corrente. La mia paura sale gradualmente, assieme all’acqua che diventa sempre più forte; non so come, ma dobbiamo salvare mio padre. È una lotta dura ma riusciamo ad afferrarlo, lo capovolgiamo per svuotarlo dell’acqua, lo facciamo vomitare. Mio padre è svenuto, coricato in un angolo della stanza; con spruzzi d’acqua gli pulisco la bocca dal vomito, non avrei potuto praticargli la respirazione artificiale con la bocca sporca di vomito. Arriva lo zio Ubaldo e chiede: “c’è qualcuno in posizione orizzontale?”, poi vede papà. Nel frattempo questo è stato messo in ascensore e comincia a rinvenire»…

L’elicottero che ha evacuato Ursula

Lettera a mio padre del 25 maggio: «… l’importante, credo, è che tu non stia in pensiero. Cerca di non farti assalire da quella paura strisciante che ti spinge ogni momento alla ricerca di notizie alla radio o alla televisione o sui giornali. Il tempo deve passare e passerà, non c’è dubbio. Sappi che ti ho nei miei pensieri più di quanto tu creda, in questa luce anche i nodi alla gala ed il pianto possono essere piacevo­li. È una luce molto bella quella che avvicina un figlio ad un padre che ha perso da tanto tempo, occupato com’era nella sua crescita. È come uscire da un brutto sogno e vedere che la realtà è migliore, che due persone possono essere vicine anche se sono lontane tanto da non potersi quasi scrivere oltre che parlare. Spero di scriverti dal campo base, pensa a me il meno possibile. Ciao, tanti cari saluti, A.».

Paju Peak

I santi non stanno arrivando
È bello, allorché i venti sconvolgono la superficie immensa del mare, guardare da terra il grande affanno degli altri; non perché sia piacevole vedere l’altrui tormento, ma perché è bello riconoscere di quali mali noi stessi si sia privi. È bello pure contemplare le grandi battaglie di guerra senza che tu prenda parte al pericolo. Ma nulla è più dolce che risiedere nelle roccaforti della sapienza, da dove tu possa osservare gli altri e vederli vagabondare, erranti alla ricerca della via della vita, in competizione d’ingegno, in contesa di nobiltà, sforzarsi giorno e notte senza riposo per raggiungere ricchezze sempre maggiori e per impadronirsi del potere. O infelice mente umana, o animo cieco! In quali tenebre e in quali grandi pericoli state consumando questo briciolo di tempo! (Lucrezio, De Rerum Natura, II, 1-16)”.

In marcia sul Baltoro

26 maggio
L’hotel Baltoro è situato all’estremità meridionale di Skardu, sulla strada per Astor. Nessun cartello pomposo lo preannuncia o lo di­stingue: esso si rivela da sé con mura dipinte in rosa-giallo, sottoli­neate da un muraglione di cinta talvolta traforato. L’entrata si articola con tre rampe di cemento parallele confluenti in una banchina pure di cemento antistante la porta, sovrastata da una tettoia, della quale per il momento c’è solo la struttura. I battenti della porta sono in legno compensato mal verniciato in tinta latte: all’interno si schiude una vasta ma oscura «hall», dotata di comodi ma puzzolenti divani con tavolini. Ogni tavolo ha un portacenere che normalmente alloggia qualche vecchio mozzicone di sigaretta pakistana, forse a ricordo di piacevoli chiacchierate della settimana prima. Le poltrone-divano puz­zano, specialmente quelle dell’angolo nord occidentale: là infatti sono soliti stravaccarsi il manager e il fido inserviente, che ho soprannomi­nato Serafino perché somiglia molto ad un angioletto. Proprio que­st’ultimo ha raggiunto un ben soddisfacente livello di puzza. Al contra­rio di tanti altri suoi compaesani egli raramente cammina o fa lavori di fatica: così evita accuratamente per esempio di attraversare i ru­scelli, cosa che contribuirebbe ad eliminare un po’ d’odore. Traversata la hall, si gira a destra e si entra in un lungo corridoio scarsamente illuminato da boccaporti ricavati nel soffitto e fiancheggiati da due file di cinque porte ciascuna. Ogni porta ha un bidoncino della spazzatu­ra. Le stanze sono ampie e comode, ammorbidite da enormi tappeti sintetici dal disegno «moderno», a volte sovrapposti uno sull’altro. Ogni camera è dotata di due letti, un grosso armadio, un tavolino, due sedie, un comodino, otto lampade delle quali solo due funzionano, un cesso-doccia-lavabo, due coppie di asciugamani, una veranda con zan­zariera e boiler. Purtroppo è da un po’ di giorni che il boiler non funziona, perché nell’albergo non c’è corrente: anche la luce non c’era, ma ieri sera è ritornata.

Il Masherbrum

Questa mattina volevo lavarmi i capelli, ma la mancanza di acqua calda mi ha scoraggiato. Gli inservienti non rifanno mai i letti, bisogna chiederlo. Anche quando siamo entrati in possesso del nostro appartamento abbiamo subito notato che le lenzuo­la e le federe non erano proprio candide, anzi qualche pelo e macchie di dubbia origine facevano bella mostra di sé, per non accennare all’odore che tramandavano le federe. Il cesso non è sorvegliato per nulla, sta tutto alla nostra attenzione che esso non si degradi troppo. Siccome d’abitudine, quando ci sediamo sul water per motivi impel­lenti, la caduta dell’escremento provoca un fastidioso schizzo d’acqua che sembra sempre intenzionato a colpire esattamente l’orifizio anale, da un po’ di giorni prima di sederci buttiamo due metri di carta igienica sul fondo: non abbiamo infatti alcuna fiducia sulla pulizia di quest’acqua e, non sapendo se attribuire questo fenomeno alla partico­lare violenza delle nostre evacuazioni o al particolare «design» di questo water, non c’importa di consumare carta igienica più del dovu­to. È sempre quindi un po’ imbarazzante chiedere al manager ulteriore carta igienica, ma ormai è un’abitudine. Uno dei pregi di questo albergo è il totale silenzio dal quale è avvolto, anche se purtroppo gli inservienti hanno il vizio di spazzolare il corridoio sollevando nu­goli di polvere proprio nei momenti in cui noi usciamo o entriamo in camera. Il tragitto per i nostri pasti disgraziatamente passa accanto al letto di Serafino che, pur essendo di giorno accuratamente accostato alla parete, puzza alla stessa maniera del padrone. Durante questi giorni di black-out anche la cucina è a mezzo servizio. Il cuoco va avanti a kerosene.

Il Masherbrum

Questa prima parte della descrizione costa rupie 75 a testa al giorno, cioè circa 6800 lire. I pasti sono esclusi, anche la prima colazione. Pure essi sono piuttosto cari, ma non c’è confronto con le bettole di Skardu. Infatti i nostri pranzi sono rallegrati da tovaglia e tovaglioli bianchi, sempre gli stessi però. Dopo cinque giorni mi sono imposto e li ho fatti cambiare, non ne sopportavo più la vista. Robert oggi ha buttato il suo tovagliolo nel piatto dove aveva appena finito di mangiare. Le possibilità di variare il menù sono scarse, non si sa bene se per penuria di alimenti in tutta Skardu o se per la grande pigrizia del manager. «Rice, vegetables and chapati» oppure «chapati, vege­tables and rice». Qualche volta si è aggiunto il «chicken curry» che però era talmente duro da masticare che l’abbiamo soprannominato rubber eagle (aquila di gomma), con ciò senza più invocarne la presenza sulla nostra tavola. Mi piacciono molto gli spinaci, ma li servono abbastanza di rado. Chapati e riso si raffreddano subito, purtroppo: qualche volta li faccio riportare in cucina per averli poi di nuovo caldi.

Il tè è quello «green», praticamente Jasmine tea: buono, ne beviamo circa dieci tazze al giorno, anche perché non possiamo bere acqua. Larss ogni tanto ci allunga qualche bottiglia piena d’acqua sicuramente bollita: è il suo cuoco che fa questo lavoro e Larss ci ha detto che ci si può fidare perché una volta gli ha confidato che deve bere acqua bollita perché così richiede la sua religione. Su questo punto un islamico non può transigere… La pigrizia di Serafino è seconda solo a quella del manager: è lui che apparecchia e sparecchia, è lui che veglia sul nostro pasto, pronto a portare via un piatto non ancora terminato. Ieri era più bello del solito, aveva una rosa sull’o­recchio, vezzo dei baltì. Non ho capito dove prendano tutte queste rose, però è un ornamento di molti uomini. Non è spiacevole vederli, dà un che di aggraziato a volti ed occhi che da soli non ispirano certo molta fiducia, tanto traspare il possesso, la violenza e la furberia. È raro leggere sul volto di questa gente una supposta bontà, di solito l’apparenza è da uccelli da rapina. Ma ciò non deve meravigliare o dispiacere: i nostri volti non sono migliori, i santi non stanno certo arrivando. Ancor meglio è quando incrociamo qualcuno che la sua rosa ha preferito tenere delicatamente tra le labbra, in modo da accarezzarne il delicato profumo, ancor più violento contrasto con occhi neri come il carbone e occhi aquilini…

In marcia sul Baltoro

I primi giorni di marcia
Tseu-king disse: il peccato di un uomo nobile assomiglia a un’eclissi di sole o di luna: come commette una colpa, tutti se ne accorgono. Come ridiventa virtuoso tutti tornano ad osservarlo (Confucio, I Dialoghi, 19, Par. 21)”.

27 maggio
Impossibile descrivere la confusione, la fretta, l’eccitazione di questa giornata stupenda: sono arrivati tutti e con tutto il materiale! Ognuno assume immediatamente il suo compito, i container sono tutti sistema­ti in albergo ed è un continuo traffico nell’aprirli e chiuderli. Solo alla sera riesco all’aria aperta: con Robert e Terry, accompagnati da Haji Ahmad Khan, c’inoltriamo nel bazar vecchio, che non avevo ancora visto pensando non esistesse più, per acquistare 15 chili di sale, 50 chili di burro ghee, 50 di latte in polvere, 15 di tè, 50 di lenticchie dall, mezza tonnellata di farina atta, e ancora mezzo quintale di zucchero. Tutto ciò è per i portatori. In serata i preparativi continua­no ad essere convulsi, la cena consumata di fretta e furia e a mezzanotte non è ancora tutto pronto, ma andiamo a letto ugualmente perché sfiniti, accompagnando la «buona notte» con abbondanti sorsi da una bottiglia di Campari, chissà come trovata a Rawalpindi. Quel liquore è dolce-amaro, più adatto per fare aperitivi che non per essere bevuto da solo.

Torre Muztagh

28 maggio, Dassu.
La partenza è entusiastica e plateale. 136 portatori stipati su trattori e jeep creano un mondo in partenza, un’arca di Noè. Wilhelm e Karin per oggi verranno con noi. Alle 8.45 il convoglio, con Reinhold in testa per tenere a bada gli autisti per esigenze di film, si muove lentamente e con tanta polvere. Robert e Ursula sono andati avanti, oltre il ponte sull’Indo, per delle riprese d’insieme. Dopo una breve sosta a Shigar, altro villaggio-oasi nel deserto dominante, adagiato in una magnifica conca verde, si prosegue per Bon-la, altrettanto deserti­ca località a 2390 metri, oltre la quale i mezzi meccanici non possono proseguire. Qui la battaglia è selvaggia; per dare a ciascun portatore il carico che vogliamo noi e non quello che vorrebbero loro, per controllare che ognuno abbia preso con sé occhiali scuri e scarpe, distribuiti il giorno prima, sono necessari urli, spintoni, insulti. Ma alla fine, esausto, posso partire anch’io per Dassu, un piccolo villaggio posto alla fine della valle del Braldu, disseminato d’alberi d’albicocche anco­ra acerbe. Decidiamo di risparmiare il gas e così compriamo ad un portatore la sua bella pentola: sarebbe stato un peccato usare le pentole a pressione Sanbonet sulla legna. La cucina questa sera non può essere molto accurata: bastano una minestra di verdura, una peperonata riscaldata a bagnomaria, una frutta sciroppata. Nella notte qualcuno cerca di rubare un container: d’ora in poi li legheremo tutti insieme con una corda. Il nostro cuoco designato, Rosalì, del villaggio di Hushè, ha sventato il tentativo di furto: l’accampamento era buio, silenzioso, accanto al fiume in magra, ombreggiato da giganteschi albicocchi.

In marcia sul Baltoro

29 maggio
Partiti da Dassu abbastanza presto, dopo aver riordinato ancora una volta i portatori con l’aiuto essenziale di Terry, ho voluto raggiungere Reinhold che era partito prima di me e voleva con una marcia veloce togliersi la ruggine accumulata a Rawalpindi. Dopo lunga rincorsa per tre quarti della tappa sono riuscito a riprenderlo e insieme, senza scambiare parola, siamo arrivati a Ciack-po. Ci sono molti deficienti in questi paesi sperduti, cretini miserabili, incrocio ripetuto tra parentele. Il panorama umano è proprio avvilente, così terribile la vita è qui. A un contadino chiediamo anda (uova), chai, rotì (pane) e lassì (latte acido); ci devono portare tutto qui, dove siamo seduti, dove faremo il campo.

Concordia sovrastata dal Mitre Peak

Nell’attesa Reinhold estrae dallo zaino l’ultimo numero di Pen­thouse, una rivista americana abbastanza pornografica ma elegante. Vedo che si sofferma a leggere Forum, rubrica di lettere spedite alla rivista dai lettori, in genere le loro avventure sessuali. Questo mi meraviglia parecchio. Poi sfoglia le pagine con le fotografie a colori di belle ragazze più o meno in amore con se stesse. Quello che vorrei sapere è se legge abitualmente questa rivista. Vorrei sapere se le mie sensazioni possono assomigliare alle sue, vorrei sapere se la perfezione inconsapevole è così oppure se quelle immagini tradiscano, pur essen­do piacevoli, la mancanza di perfezione; in altre parole vorrei sapere se ha bisogno di quella rivista oppure no. È probabile l’abbia compra­ta in qualche aeroporto, forse a Rawalpindi. Ora sta tornando indietro con le pagine, ha letto in fretta. Siamo circondati dai campi di grano saraceno, le donne accucciate riescono a non calpestare le piante, sono quasi seppellite nel verde. Il cielo è grigio e minaccioso, mi vedo costretto ad indossare la giacca in piumino. Un leggero vento fa stormire gli albicocchi, la presenza umana è discreta, silenziosa, nep­pure il pianto d’un bimbo. A poco a poco arrivano i primi portatori, l’incanto è finito, nasce rumorosamente il secondo campo di questa marcia. Bruscamente le mie riflessioni hanno fine, devo preparare il contorno, pomodori disidratati, per un ottimo pollo al curry che Terry ci sta preparando, prima di una bella serie di pietanze dei giorni futuri.

Il compito
Non c’era speranza sulla terra e sembrava che Dio ci avesse dimenticati. Alcuni dicevano di aver visto il Figlio di Dio; altri di non averlo visto. Se Egli fosse venuto, avrebbe compiuto grandi cose, come già aveva fatto prima. Noi ne dubitavamo, perché non avevamo visto né Lui né le Sue opere. La gente non sapeva, non le importava.
Erano aggrappati alla speranza. Imploravano come pazzi la Sua grazia. Erano prigionieri della promessa che avevano udito Egli avesse fatto (Nuvola Rossa)”.

In marcia sul Baltoro

31 maggio
Askole è l’ultimo centro abitato di una valle chiazzata di rade oasi strappate al totale deserto con un lavoro di millenni. Si può certo affermare che siamo ai confini del mondo; l’estrema indigenza, la sporcizia, le malattie, i matrimoni tra consanguinei riducono questa umanità a livello animale. Ciò che distingue la scena di una casa di fango e pietre, con rade strutture in legno, dal tetto di terra e di fascine spinose, è la presenza di donne con bambini in braccio, di animali che entrano ed escono dalla porta. Un che di polveroso, di sporco: si fa sentire il razionamento dell’acqua, che è fatta scorrere a ore nei solchi artificiali per irrigare i campi di questa o quell’altra famiglia. Mancando l’acqua, c’è poca erba e le poche vacche, pecore o capre sono poco cresciute e magrissime. Così c’è poca lana, ogni straccio è usato fino alla totale consunzione, la sporcizia, le pulci, i pidocchi infestano queste misere case. Di fronte a tale spettacolo, di fronte alle code di malati che si lamentano, donna che ha appena partorito coppia di gemelli morti ed ora ha la polmonite, uomo che non può urinare, tubercolotici, infetti, qualcosa dovrebbe ribellarsi dentro di noi e infatti spesso vedo che qualcuno di noi non guarda. Il non guardare è la forma più elementare di fuga. Mi ricordo anche di quando parlavo di una pretesa uguaglianza, micidiale contrasto con l’idea di visitare questa gente proprio perché essi sono diversi ed una buona fotografia esclude in partenza ogni tentativo di uguaglianza: si preferisce il portatore con le scarpe di pelle e si rifiutano le scarpacce di plastica cinesi, vogliamo il copricapo tradizionale baltì, si escludono i passamontagna ricevuti in regalo da qualche spedizione dei quali loro vanno così orgogliosi come di una piccola conquista sociale.

K2 da Concordia

Sono stato molto contento questa sera quando, risalendo per le viuzze di Askole, a spettacolo finito e ormai vissute le emozioni momentanee, gli odori, la lingua, le convulsioni di tosse, gli sputi corposi, il «lambadar» che non voleva dare a sua moglie il corpetto duvet («non è lei che è stata in spedizione») mentre la povera donna ne aveva un assoluto bisogno, ho pensato: ecco, questo potrebbe essere l’ultimo villaggio che vedo, l’ultima umanità triste, perché po­trei non fare ritorno. Dovrei essere triste? Nessuna malinconia, tutti dobbiamo prima o poi andarcene; mi dispiacerebbe solo non terminare un compito che mi ero prefisso e che ho cercato, nel limite dei miei limiti, di eseguire fedelmente, proprio come la coscienza mi comanda­va. A scuola, un compito in classe scritto può anche terminare nel momento in cui il professore esige la consegna del foglio: la campana è suonata per gli alunni della Quinta C e non importa se gli altri non avevano compiti in classe: peccato che il tema non fosse finito, sempre che un tema possa avere una fine. In quell’attimo ho percepito che era ora di eseguire altri doveri: dietro ad un masso enorme, nel crepuscolo, ho avuto conferma che i miei pensieri sono duri, scuri e grezzi.

Korophon, Bardumal e Payu
Per finire voglio dilungarmi particolarmente su una delle leggi del Monte Analogo: per raggiungere la cima, bisogna andare di rifugio in rifugio. Ma prima di lasciare un rifugio, si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire a occuparvi il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati, si può salire più in alto. Per questo, prima di lanciarci verso un nuovo rifugio, abbiamo dovuto ridiscendere per trasmettere le nostre prime conoscenze ad altri ricercatori… (René Daumal, Il Monte Analogo)”.

Partenza da Concordia verso il campo base del K2

1, 2 e 3 giugno
Ad Askole abbiamo ingaggiato altri dodici portatori, undici per 300 chili di atta e uno per 25 chili di zucchero. Arriviamo quindi a 148, un numero non imponente, ci sono state spedizioni ben più grandi, però sufficiente a fare una certa impressione. Oggi è una brutta giornata, il cielo è grigio senza speranza. Ursula, saltando tra alcuni massi, perde l’equilibrio e si frattura il piede destro. È un momento triste, le siamo tutti attorno, Robert le fa le prime cure. Il contatto radio con Skardu non riesce, chissà quando potremo far arrivare l’elicottero. C’è perfino tensione sull’uso di tasti e frequenze, nella discussione Joachim rischia di trascendere. Reinhold e Friedl, con due portatori, si caricano Ursula sulle spalle e ritornano ad Askole; noi proseguiamo. Non mi sento di raccontare l’incidente, non ho voglia di spendere parole che mai si adeguerebbero alla mia e alla nostra tristezza. Pensiamo al suo ritorno in Germania, alla clinica: la sua avventura è proprio finita, e con essa una parte della nostra.

Fino ad ora le nuvole basse non ci hanno permesso di vedere neppure una montagna dalla base alla vetta, si è intravvisto solo il Mango Gusar. Almeno oggi però le cose vanno meglio di ieri quando, dopo l’incidente e terminata la tappa, le manovre per trovare radio, batterie al litio, batterie al nichel-cadmio, antenna, cuffia, microfoni si svolgevano su una deserta spiaggia del Braldu, sotto una pioggia rada ma insistente, al vento e quasi all’oscurità, mentre bisognava anche fare da mangiare. Nel colmo del casino Joachim mi chiede le valvole di sicurezza e, dopo, il cacciavite. Ma questo si riferisce a Korophon, qui a Bardumal, anche se non vediamo l’ora di sdraiarci sotto la tenda, le cose vanno molto meglio.

Da Concordia verso il campo base del K2

Il mattino dopo, 3 giugno, è bel tempo e per la prima volta il K2 fa capolino in fondo alla valle: lo si vede spuntare dietro alla Torre di Biale, ma s’intuisce quale differenza c’è tra le due masse. La cima era incappucciata in una nube lenticolare, a forma semisferica. Quella perfetta pennellata bianca nel cielo azzurro era in grado di accendere la fantasia e faceva maggiore effetto perché al centro di essa, nella zona diametrale, s’intrometteva la chiazza scura della Torre di Biale. Per Joachim il K2 è una montagna così grande, la sua attrazione gravitazionale così potente, da curvare lo spazio e forzare l’umidità: non è che una sua impressione, ma è bello vedere le cose così, proprio come in un classico esempio di Einstein.

Concordia

Una proiezione ben radicata
Diventare ciò che si è presuppone che non si abbia neppure una lontana idea di ciò che si è (Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, II, 9)“.

4 giugno
In quella che è stata la mia peggiore giornata mi sono trascinato penosamente per i saliscendi del ghiacciaio del Baltoro, inciampando, appoggiando male i piedi. Barcollo, ogni tanto un’imprecazione, poi alla fine la sottile traccia di sentiero sui detriti del ghiacciaio si accosta alla parete di sfasciumi della morena. Su questa dopo un po’ c’è una piazzuola grande e comoda che si chiama Liligo, alla quale strascinando i piedi sono riuscito ad arrivare. Per tutto il mattino la catena di Trango, di Uli Biaho e il Paju Peak erano stati testimoni muti ed alteri del mio pellegrinaggio: mi faceva e mi fa male il fegato. Ho già ingoiato due Lever-vit 3000 (uno a Paju e uno a Liligo), ma non c’è stato miglioramento. Si vede che la produzione di gas anale dei giorni scorsi è degenerata in qualcosa di più preciso. Non posso camminare senza sentire fitte nella zona del fegato e naturalmente sono debole. Guardo all’indietro e vedo la lunga valle del Braldu che porta alla vita (questa mattina sulla sabbia c’era scritto: zum Arsche der Welt, verso il culo del mondo, e la freccia puntava verso il basso), osservo la lunga fila dei portatori, beati loro che torneranno indietro; penso addirittura che, quando starò veramente male da qualche parte sui campi alti, penserò che non vale la pena di scendere per poi fare ancora tutta questa fatica per tornare indietro a Skardu!

Da Concordia verso il K2

Verso le 17 ci raggiungono Reinhold e Friedl, non sembrano per nulla affaticati dalla marcia forzata. Alle 15.30 del primo giugno erano arrivati ad Askole. Là tentano di parlare per radio con Skardu, senza successo. Alle 17 riprovano e ormai si capisce che la batteria al nichel-cadmio non funziona. Nel frattempo Reinhold ha mandato a Skardu un uomo con una lettera di richiesta di elicottero. Il mattino dopo, 2 giugno, riceve la nostra lettera, dove si spiega il mancato collegamento con Korophon, e la batteria al litio. Alle 17 riprova a parlare e s’incontra con Wilhelm, che trasmette da Gilgit. Viene promesso l’elicottero per l’indomani, e così è: alle 16 Ursula è evacuata. Oggi finalmente Michel ha riparato con la sua colla speciale le scarpe di Rosalì. Mi ero arrabbiato per due giorni di seguito, mi sembrava che se ne fregasse.

Joachim Hoeltzgen al campo base

Così continuo a soffrire ogni volta che vedo zollette di zucchero sprecate, roba avanzata e mal riposta, noncuranza per gli altri che devono ancora mangiare. Ma d’altra parte questo è normale, lo sapevo che non dovevo aspettarmi nulla. I canti e le danze baltì non ci lasciano dormire, io continuo a pensare ai malanni che ci troviamo addosso Renato ed io: male al fegato, inizio di raffreddore, mal di schiena (questi tre in comune)… In più lui ha le pulci, io alcuni problemi al buco del culo. In compenso è scomparso il mio male al collo e per fortuna non ho il tanto temuto mal di testa. Sembra certamente anche a me che questo arido elencare di malattie sia molto noioso, ma garantisco che era la principale mia occupazione mentale di quei giorni, fino a che mi attraversò la- mente il sospetto che i malanni fossero dovuti al senso d’inferiorità provato nei confronti degli altri, tutti apparentemente fortissimi. So che non dovrei provare questa sensazione, sempre dovuta alla proiezione sugli altri di forza, agilità, resistenza ed altre qualità paterne. Dovrei ritirare questa proie­zione ed il senso d’inferiorità si trasformerebbe in qualcosa di ugual­mente potente, ma benefico e salutare. Ma nessuno può vendermi un metodo infallibile per ritirare questa ben radicata proiezione ed estir­pare tutte le erbacce del mio campo.

Friedl Mutschlechner al campo base

La libertà degli stambecchi
La sottigliezza della mia indole m’ha gettato, qual perla, fuori dal mare; son tanto entrato nel fondo di me stesso, che più non entro nel mondo (Mirza Bedil, Poeta Urdu, XVIII sec.)”.

5 giugno
Già il sole gioca con le grandi torri granitiche, riscaldandole di rosso e proiettando ombre audaci, già il ghiacciaio del Baltoro, nero e marro­ne, sembra distendersi pigro al calore del primo mattino, quando ancora all’ombra ci prepariamo ad abbandonare Liligo. I portatori eseguono i loro consueti preparativi con maggior cura: sanno che per qualche giorno al di là di Urdukas non troveranno che sassi e ghiaccio ai posti di tappa. L’invocazione ad Allah di 133 bocche, ché li protegga nella traversata del ghiacciaio, si articola in brevi e secchi suoni che insieme si prolungano uno con l’altro: le vibrazioni sembra­no proprio raggiungere il cielo, per un momento viviamo una colletti­va immersione nella divinità. Lo splendore del Baltoro, circondato da montagne stupende e famose, torri eleganti, nomi come Muztagh To­wer, Masherbrum, Gasherbrum IV, Broad Peak, ha già avuto i suoi poeti ed i suoi cantori. Non voglio aggiungere nulla all’incanto ricreato da autori precedenti, confesso la mia incapacità e l’assenza di parole quando considero l’incarico di riplasmare per un pubblico una geo­metria dalle immense proporzioni, un caos inaudito senza proporzioni, una corte di sovrani, un’assemblea di cavalieri orgogliosi. Più della mia penna sono strumenti validi le fotografie, chiedo perdono al lettore se mi soffermo più sulla mia esperienza personale che non tentare di farlo volare senza ali. Dirò solo che il vedere una volta nella mia vita il Baltoro e ciò che lo circonda è forse una delle più esaltanti fortune che ho avuto. Oggi sono felice, corro per il ghiacciaio, mi fermo solo per riprendere immagini, per scegliere i miei ricordi tra una massa di proposte senza fine. Salgo e scendo sulla morena latera­le, attraverso due ghiacciai confluenti, sgambetto tra un sasso e l’altro e sarà bello arrivare ad Urdukas, dove so che ci sono dei massi di granito adagiati sull’ultima erba del Baltoro: su quelli potrò arrampi­care, muovermi ancora, al caldo sole del primo pomeriggio. Al mattino con i binocoli avevamo visto un gruppo di stambecchi: ora sento di godere di un poco della loro libertà.

Reinhold Messner e Robert Schauer al campo base

Acciughe e fichi secchi
Io mi nutro d’un cibo che voi non conoscete (Vangelo di S. Giovanni IV, 32)”.

6 giugno
Il giorno seguente abbiamo come destinazione un non ben definito posto tra i ghiacci, Horo. È la tappa convenzionale e vi arriviamo verso le 14, accolti da una violenta bufera di vento, nella più integrale desolazione perché il Baltoro con cielo nuvoloso è un’esperienza a sé. Infreddoliti aspettiamo i portatori, qui per la prima volta occorre usare il gas, nessuno ha voglia di rendere più comodo il soggiorno in questo luogo inospitale. Per cena tiro fuori dai bidoni delle acciughe in scatola e le accompagno a gallette di frumento; nella pentola cucino un’abbondante minestra. Il fornello è sistemato al riparo di un muret­to circolare di sassi, coperto da un telone (il tarpai dei portatori) a 70 centimetri da terra. Sotto di esso ha preso riparo Rosalì e poi a poco a poco tutti noi siamo entrati, ma il far cucina è un’impresa, già la minestra ha richiesto tempo e fatica, i container sono stati disposti più disordinatamente del solito, andare a cercare altro cibo è una penitenza. Ed è proprio dopo questa magra cena che Joachim mi si avvicina e rispettosamente mi dice: «Sai Sandro, volevo dirti che, interpretando le parole degli amici qui presenti, abbiamo ancora fame».

Hoeltzgen e un gruppetto di portatori al campo base

La rabbia mi monta alla testa, ma devo reprimerla perché Joachim è stato molto delicato e non merita che io lo tratti male. Gli rispondo di aspettare un momento. Poi chiedo a Reinhold che cosa fare.

«Per me è lo stesso» mi risponde. «Io sono abituato a mangiare quello che c’è, se non c’è niente non mangio niente. Ma se c’è qualcuno che ha ancora fame, bisogna tirar fuori roba, ché mangi».
«Quando non ce n’è più, non ce n’è più» aggiungo.

Gogna al campo base

Mi vengono in mente i fichi secchi, quelli sono abbastanza a portata di mano. Verranno serviti con la camomilla. Joachim osserva il traffico di individuare il bidone che contiene i fichi secchi, la ricerca al vento di quello stesso bidone nascosto tra altri cento, quasi si scusa, lui ha solo «interpretato» gli amici.

Allora, a voce forte, presente Reinhold che annuisce subito, dico che ha fatto bene a dirlo, io voglio che le cose si dicano subito e chiare, altrimenti che non si dicano: un po’ rimproverandolo quindi di non prendersi la responsabilità della richiesta. Più tardi Renato mi conferma che la lezione dev’essere stata assimilata. La sera in tenda rifletto ancora sull’accaduto e concludo tra me e me che è giusto non risparmiarsi le reciproche sfuriate, il rapporto guadagna sincerità e perde formalità. Speriamo che in futuro le cose si mettano su questo piano. In una spedizione extraeuropea quotidianamente succedono piccoli fatti che s’inseriscono nel problema della convivenza. Purtrop­po non tutti sanno quanto sia difficile il comprendersi l’un l’altro, anche al di là delle difficoltà linguistiche, ed è facile che non ci si perdoni perfino le inezie. I problemi relativi al mangiare sono sempre tra i più sentiti e, mentre la cena dev’essere uguale per tutti, le esigenze del singolo rischiano di essere trascurate.

Schauer nella sua tenda al campo base

Ci vuole molta pazienza
Mi uccida pure, che m’importa? purché discuta in faccia a Lui la mia condotta! (Giobbe 13, 15)”.

7 e 8 giugno
In partenza da Horo, Robert mi ha convinto che non è il fegato a farmi male, è il diaframma. Mi riposo a lungo con Terry e con i «porter», ho mal di testa e una punta di raffreddore. Poi riparto seguendo le tracce, ormai si cammina nella neve abbastanza profonda. Portatori con trenta chili di carico mi raggiungono, mi sorpassano, ho quasi vergogna. Al mattino avevo aggredito Terry perché aveva dato il permesso ai portatori di appropriarsi del loro carico, senza che io avessi finito di servirmene. Ora perciò sento il desiderio di chiedergli scusa, sono stato avventato nell’arrabbiarmi così. Seguo le tracce, ma Rosalì va a destra. Lo richiamo, cercando di fargli capire che a seguire le tracce si farebbe meno fatica, ma lui prosegue nella sua direzione dicendo che quella traccia è «no good». Ritorno sui miei passi e proseguo con loro, sempre cercando di deviarli a sinistra, senza suc­cesso. La meta per oggi era il Broad Peak base camp, ma è ormai evidente che ci fermeremo a Concordia, l’immenso anfiteatro ghiaccia­to alla confluenza tra il ghiacciaio Baltoro e il Godwin-Austen. Per un po’ proseguo la mia pista, urlando a Reinhold e agli altri che vengano verso di me. Poi, nuotando nella neve marcia, mi riporto verso la traccia dei portatori. Quando arrivo a Concordia, dopo tutte queste peripezie, sono stremato: sono stato troppo nella neve fino alle ginoc­chia ed ho i piedi fradici. Questo però era quello che ci voleva: solo così riesco ad infischiarmene della cucina e dei container. Mi sbatto in tenda, poi esco per cercare nel mio bagaglio le scarpe imbottite da riposo. Alla stessa maniera delle altre sere sono tutti gentili con me e assieme agli altri posso guardare anch’io quanto mostruosamente gran­de e bello sia il K2. Egli è il re di Concordia, il Gasherbrum IV è scomparso dietro le quinte: lo scopo del nostro lungo viaggio è lì, ma io non sono felice.

Mutschlechner osserva Dacher: con lo scioglimento della neve riaffiorano le bottiglie di ossigeno abbandonate dalla spedizione americana del 1978

Alcune urla mi riscuotono: Reinhold investe con furia Joachim, il motivo è ancora quello dei pasti scarsi. Minaccia di mandarlo a casa, pestando istericamente i piedi.

Concordia è stata una tappa dura, non solo per me, ma ora sento che va meglio, il bollettino delle malattie si sta accorciando. L’ambien­te esterno non mi ha ancora annichilito, ma dentro di me c’è qualcosa che insiste per buttarmi giù, per piegarmi. Oggi sono arrivato al campo base italiano senza fatica, ho notato solo che non riuscivo a fare i passi lunghi come Friedl, forse perché mi facevano male gli scarponi. Il problema è che mi do troppo da fare, vorrei essere sempre dappertutto, ho paura che le pale da neve si perdano nella neve, che il cuoco non fasci bene il tubetto di senape danneggiato, che consumi troppo gas, che si consumi troppo zucchero. Vedo Michel che mette nel suo tè una porzione abbondante di latte in polvere e soffro. Ho paura che cambi il tempo, che i portatori domani non vogliano salire il difficile ghiacciaio che ci aspetta. E poi ho paura per la mia salute, spio ogni dolorino alla schiena perché temo si tratti dei polmoni: insomma è una tragedia, i soli momenti nei quali mi rilasso mi vedono bere tè o aranciata o mangiare, sempre che non veda episodi di abuso di viveri.

Terry assiste Casarotto nelle operazioni di toilette

La colpa di pensare alla morte
Duro e difficile è il viaggio della morte, e spaventosa la via. Lontana è la meta, ci schiaccia le spalle la soma. Preparati al viaggio, non oziare ignaro, non attaccare a questa tua casa effimera il cuore! (‘Osman Ihsani Poeta Urdu, XVII secolo)”.

9 giugno
Renato, qualche sera dopo questa, scriverà qualcosa sul 9 giugno, il giorno della morte del portatore Alì, figlio di Kazim, del villaggio di…, perché quel giorno «era successo qualcosa che lo aveva colpito». La morte accidentale di un uomo «colpisce» tutti, specialmente coloro che non erano mai passati attraverso l’esperienza di una grossa spedi­zione. Alle prime luci qualcuno era già in movimento dei 125 esseri umani che popolavano un campo appoggiato sul ghiaccio, i posti delle tende ed i muretti strappati faticosamente ai crepacci coperti di neve, molto insidiosi. Più d’uno, noi compresi, c’era finito con una gamba dentro, senza conseguenze. Chi trafficava sotto il suo tarpai era Rosalì, il nostro aiutante-attendente-cuoco. Aveva ricevuto l’ordine di prepara­re il tè e portarlo ai saab in tenda molto presto, alle quattro. Ma sfortunatamente non c’era zucchero, già la sera prima era venuto a dirmelo, ma io ormai non avevo più voglia di alzarmi e di cercare il container chiuso a lucchetto che racchiudeva lo zucchero. Ormai tutti i bidoni erano stati requisiti dai portatori, messi in fila a recinto, i tarpai erano già stati sistemati a tetto, alcuni massi appoggiati sopra impedivano loro di sbattere al vento. Pura follia voler cercare un preciso bidone di notte in mezzo a quelle costruzioni. Avevo cercato di convincere il povero Rosalì che per una mattina poteva portare il tè senza zucchero; credevo di esserci riuscito, ma al mattino mi sono accorto che Rosalì esitava. Così mi sono alzato, ricordavo a memoria il numero da cercare. Per fortuna dopo breve ricerca consegnai lo zuc­chero a Rosalì: ma ormai erano tutti in piedi, molto più presto del solito, lo scopo era di risalire il ghiacciaio con la neve ancor dura del mattino. Questa levataccia prima del sole inasprisce il coro di sputi e di tosse dei nostri 117 portatori che, dopo una notte all’addiaccio a 5000 metri, coperti solo dai loro vestiti diurni più una coperta di lana, si apprestano ad accendere i fuochi con la legna portata da Paju, per scaldarsi un po’ di tè e mangiare il roti, le focacce cucinate a Urdukas.

Hoeltzgen e Gogna

Qualcuno disfa i tetti, cioè ripiega i tarpai, altri mangiano, altri pregano scalzi, altri ancora cominciano ad affaccendarsi attorno al loro carico, con grande rabbia mia perché ho ancora da riporre nell’87 la padella, nel 25 la pentola a pressione, nel 46 la sega, nel 101, 64 e 48 alcune mie cose. Quando loro trafficano attorno al container è prati­camente impossibile poterne riconoscere il numero, perché lo ricopro­no di coperte, funi e robe personali. Terry cerca con grandi urla di scoraggiare questi impazienti, ma è fiato buttato. Hanno paura che noi appesantiamo il loro carico, hanno fretta non di partire ma di bloccare il peso così come è. Reinhold e Friedl si avviano per tracciare la pista: i più forti li seguono di buon passo. Michel ed io li sorvegliamo a metà. C’è una corda fissa in un canalino terroso e ghiacciato, ma non fa paura. Al di sopra la barriera di seracchi si fa sempre più contigua alla parete dell’Angelus, formando un brutto canale crepac­ciato e pericoloso. Reinhold, aiutato da Rosalì, che di qua è già passato con gli inglesi l’anno scorso, trova un passaggio esposto ma facile su rocce innevate. Lo attrezza con una corda. I primi passano con un po’ di paura, gli altri accennano di no con la testa. È una traversata di venti metri circa che finisce in un ripiano dove il ghiacciaio non è più minaccioso. Sembra che dietro alla quinta di roccia subito dopo si possa proseguire bene. Alcuni portatori, i più forti, fanno la spola e si caricano con i pesi dei più deboli. Questi seguono, tremando si aggrappano alla corda fissa. Dopo un’ora realiz­ziamo che il passaggio così articolato è troppo lento. Michel ed io prendiamo carichi sulle nostre spalle. Nel frattempo alcune urla mi fanno trasalire: uno era caduto in un crepaccio.

Hoeltzgen e il Broad Peak

Si trattava di uno di quelli che erano già passati. I carichi erano posati lì sulla neve e loro si riposavano, in attesa che Reinhold ripartisse alla loro testa. Il buco era scarsamente visibile, ma lo si poteva evitare. Reinhold, Terry ed io caliamo Friedl che dopo un po’ dal tetro abisso ci comunica di aver scorto il cadavere dieci metri al di sotto di lui, a 15 metri di profondità, incastrato tra due pareti di ghiaccio che si stringevano ad imbuto. Più tardi è calato Robert: questi raggiunge il corpo del poveretto e lo dichiara morto. Così il luogo di morte diventa anche la tomba. La colonna riprende la marcia. Dietro invece è lo scompiglio. Ormai in pratica stiamo aspettando che i primi, raggiunto il campo base, tornino indietro e si carichino del peso degli ultimi. Ma non succede: trafelato, ritorna Reinhold. Ci comunica di essere stato al campo base, di aver visto l’approccio alla Sella Negrotto. C’è una pericolosa seraccata. Secondo lui i portatori non ce la possono fare a trasportare tutto in giornata. Inoltre, se nel corso della spedizione qualcuno di noi si ferisse, quel campo base sarebbe troppo fuori mano e difficile da raggiungere. Molto meglio stabilirsi al campo base classico, quello italiano per intenderci.

12 giugno 1979, poche ore prima della tragedia: in marcia dal campo base verso il possibile campo base sotto al versante ovest del K2

Lentamente, a gruppetti, ritornano tutti i portatori, piuttosto pro­vati. Nel frattempo qualcuno aveva salito direttamente il canale tra i seracchi e la parete. C’è ora anche la corda fissa. Uno per uno li faccio scendere, sono stravolti dalla stanchezza di una giornata caldis­sima, di una marcia pericolosa e sfibrante, scossi dalla morte del compagno. Penosamente si lasciano scivolare sul sedere, il carico tende a ribaltarli o a spingerli in basso. Cinque carichi rimangono lì. Uno è stato proprio abbandonato, tre erano i carichi dei tre portatori più forti che alle 10 erano tornati indietro al campo per prendere gli ultimi tre bidoni lasciati là da altrettanti portatori accecati momenta­neamente dall’oftalmia; l’ultimo carico è quello del morto. Passa altro tempo fino a che, con l’aiuto di due volontari, riusciamo a portare giù i cinque «loads» (più un sesto abbandonato più sotto e precisamente il fascio di materassi, 28 chili) e a togliere tutte le corde fisse. Ci leghiamo e nella soffocante calura torniamo sui nostri passi del matti­no, ripassiamo dal campo, dove i malati aspettano di essere pagati e di partire. Altri quindici minuti ed un mio inglorioso sprofondamento in un corso d’acqua sono necessari per raggiungere il grosso della truppa, impegnato nella difficile operazione del pagamento di tutti questi giorni passati assieme. E’ bene che se ne vadano, io volevo un po’ di tranquillità, poter lavorare sui bidoni in pace, ma soprattutto per loro la vita qui è quasi impossibile. Così nasce qualunque campo base, con il licenziamento dei portatori: cambia solo la cornice. Oggi era sereno e caldo: K2 e Broad Peak si fronteggiavano in un mare di calura. Il ghiaccio era opaco, non scintillava, le rocce scure investite da raggi ultravioletti, in lontananza il Chogolisa e il Mitre Peak. Pochi sono i detriti che affiorano dal ghiaccio, per due mesi riposeremo su questo mentre si fratturerà e cambierà incessantemente forma. Un uomo con il suo peso morto cerca di entrare sempre più nelle viscere del ghiac­ciaio Savoia. Io sono stanco, non vedo l’ora che finisca questa storia, ho mal di schiena, oggi ho faticato troppo. Alla sera Terry dice che Dio ha voluto che il campo base fosse messo qui e non là dove volevamo noi. Questo era il Suo disegno. E il prezzo pagato? Alì doveva morire quel giorno, aveva fatto tutta quella strada per morire lì. Ma io sento ugualmente che qualcuno prova della colpa, anche se non lo avverte o non lo riconosce. Ho visto Michel e Friedl mezz’ora dopo l’incidente scrivere sui loro taccuini. Avevano paura di dimenticare? Ho visto Renato scrivere dopo tre giorni. Ed io scrivo ora. Ma io scrivo che, se di colpe dobbiamo parlare, è meglio affrontare quelle vere. Se accetti una spedizione sai, o devi sapere, a cosa vai incontro. Se non lo sai, peggio per te. I portatori hanno certamente paura, ma sono preparati a morire. La loro vita dura mai li illude troppo sulle possibilità di vecchiaia. E chi è tanto «colpito» dalla morte di uno di loro è solo perché ha paura che lo stesso possa capitare a lui. E questa è la colpa, quella vera. Per il momento la spedizione, cioè l’avventura, ha avuto il suo innocente capro espiatorio. Staremo a vedere…

12 giugno 1979, nei pressi del luogo in cui ha perso la vita un portatore

Il momento in cui esco dalla tenda mensa per recarmi a dormire è l’attimo in cui la luna piena nasce dal Broad Peak e l’evento è preceduto da un singolare chiarore che illumina i 108 bagagli che sono arrivati incolumi a destinazione. Da Milano avevo spedito 101 contai­ner e 7 bagagli di altro tipo. Quassù, alla fine del viaggio, il totale è ancora 108, dopo tutti i rimpasti, le addizioni e le sottrazioni di carichi. 108 è un numero sacro ai buddisti, tale è il numero delle fontane di acqua santa del tempio di Mukhtinath.

12 giugno 1979, nei pressi del luogo in cui ha perso la vita un portatore

Allentare i pugni chiusi
Dunque non solo sarà nostro dovere scoprire le leggi dell’universo, le regole del moto del sole e della luna e con quale forza venga governata ogni cosa in terra, ma ancor più in particolare dovremo indagare con molta intuizione su cosa siano l’anima e la natura della mente e su cosa rivelino quelle visioni che, da svegli o nel delirio o nel sonno, ci atterriscono a tal punto che ci sembra di vedere e di ascoltare attorno a noi quei morti le ossa dei quali giacciono già sottoterra (Lucrezio, De Rerum Natura, I, 127-135)”.

12 giugno
Vorrei riferire di alcune rispettabili chiacchierate con Renato: questi, da segni e indizi ormai inequivocabili, sta assumendo una notevole parte nella grande Lotta della quale tutti noi siamo al tempo stesso pedoni, alfieri, re e regine. Il Bergmann, l’Uomo della Montagna, o, se si preferisce Colui che può fare il Discorso della Montagna riveduto e corretto ad uso dei consumatori di 2000 anni dopo, sta per aprire le porte. È molto gentile, la sua accoglienza è calorosa. La meta che sto inseguendo forse si fonderà con me? Ci sono due punti ricorrenti: nel primo Renato e Reinhold diventano una persona sola che dentro di me si adopera a mettermi un guinzaglio, a frenare un po’ di frenesia, non tanto frenesia d’azione quanto di zelo per la spedizione. I due perso­naggi, non c’è dubbio, sono alquanto diversi, ma su un punto se la intendono, quello della semplicità di comportamento: ne è esempio un bel discorso fatto tra di loro e riferitomi da Renato due sere fa. Loro possono discorrere insieme di molte cose, tra l’altro hanno parlato di me. Invece io m’accorgo che quando sono con Reinhold c’è come una barriera che forse entrambi vorremmo superare. Inoltre ieri sera Rena­to mi ha fatto notare come Reinhold si gratti continuamente, pur essendo pulito, senza dare una spiegazione della cosa che comunque non è importante e riguarda solo lui. Ma solo Renato ha osservato ciò che a me è sfuggito. Dunque c’è un canale sotterraneo di comunica­zione, sopra ci può anche essere il deserto e non è importante. Il guinzaglio non è materializzato, è solo un freno, ricollegabile ancora con la semplicità di Joachim, il secondo punto ricorrente. Se questi è la cartamoneta di scambio, tramite vivente di gruppi psichici differen­ti, occorre osservare attentamente il suo comportamento fuori e dentro di me. Se l’Uomo della Montagna sorridendo mi aveva accettato in casa sua, tendendomi amichevolmente la mano, io non dovevo preoc­cuparmi dei miei scarponi pesanti con i quali stavo per entrare. Non dovevo pensare a togliermeli, rimanendo così in calzettoni, non dovevo pensare a doni di ingraziamento, a omaggi inutili. Insomma, perché non entrare semplicemente? Perché Joachim mi ha accompa­gnato in pasticceria ed ha rovinato con la sua presenza ogni più preziosa golosità di origine italiana? Perché ora non mi sento di salire ancora le scale ed entrare in casa Bergmann? Tutto è perduto se penso ancora di far piacere agli altri. Con Renato il problema si complica. Non voglio correre il rischio di parlare troppo con lui, che ha bisogno solo di riflettere dentro di sé. Però potrei parlare semplicemente con lui e finora forse così è stato.

Mutschlechner durante la ricognizione da lui fatta con Messner sulla parete sud

L’influenza è grande, meglio non appesantire oppure meglio tener­si gli scarponi doppi ai piedi? Ma forse il trattamento degli scarponi grossi dev’essere riservato alla parte tedesca. Con Renato c’è scambio: due sere fa gli ho confidato che sospettavo che Reinhold non avesse più intenzione di salire la Magic Line e cercasse invece soluzioni più veloci ed alpine. Subito, da dentro il suo sacco piuma, si è fatto più vicino a me e ad occhi spalancati, come qualcuno al quale sia data la possibilità di non trattenere più un segreto, «anch’io, anch’io me n’ero accorto, ma… ». E lì ho avuto una strana impressione, come se mi fossi accorto improvvisamente d’aver tenuto i pugni chiusi per tanto tempo, allentarli è una sensazione piacevole. Renato non parlava con me perché non voleva disturbare. Come una corrente impetuosa gli ho detto che lui deve sempre parlare, per favore non badare ai miei silenzi, ché se io sono zitto lo sono per i fatti miei, ma non perché ritenga inutili le tue confidenze. Per favore parla, parla tu se non lo faccio a sufficienza io, ché ne abbiamo forse bisogno entrambi.

Senti­vo di voler bene a qualcuno, una sera così bella, con il tempo così brutto: non avrei avuto molta voglia domani di salire i primi 1200 metri di Sperone degli Abruzzi. Gli zaini sono pronti, io no.

Ricognizione fatta da Messner e Mutschlechner sulla parete sud. A sinistra è ben visibile la Sella Negrotto, punto basale della Magic Line.

Un pesante fardello
Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva a dirotto. Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in kimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada. «Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere. Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?». «Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?» (Storia Zen)”.

13 giugno
Per la prima volta mi trovo in posizione di spettatore in cucina. Ieri Reinhold ha detto che ogni giorno occorre cambiare la direzione in cucina, perché finora l’ho avuta sulle spalle sempre io. Così si è stabilito che oggi sia Friedl a tentare. La colazione, a base di Reine­weiss, una polvere bianca che dovrebbe assomigliare al latte, orzo, marmellata e gallette di frumento integrale, è stata gradita. Siccome poi si era deciso di fare gli spaghetti, ecco Friedl impegnato con le pentole, io sto abbastanza a vedere, ogni tanto mi chiede qualcosa. Ma a me va bene, infatti mi dispiace un po’ abbandonare i fornelli del tutto: è sempre la vecchia storia dello zelo. C’è nell’aria anche la questione se estrarre dai container qualcosa d’altro o aspettare e vedere gli umori della truppa. Per il momento si è deciso di aspettare. Terry vuole imparare a cucinare gli spaghetti, ma sarà difficile che da quest’esempio così anomalo possa ricavare esperienza utile per quando ritornerà a Quetta, dove potrà cucinare con l’acqua piovana del deser­to, spaghetti e spezie pakistane. Il giorno dopo Reinhold si cimenta con la pizza: la mancanza più sensibile è il lievito, ma Rosalì ci prepara una ventina di chapati. Questi, cosparsi di salsa di pomodoro, formaggio grana, origano, qualche oliva e qualche acciuga, sono fatti friggere da Reinhold in padella: la pizza «alla Baltoro» è pronta, senza forno, senza lievito e senza cuoco napoletano.

Casarotto tra i ghiacci del Godwin-Austen verso il campo I

All the lines go where the Magic Line goes
“Comprese Ettore nel suo intimo
e disse: « Ohimé! Sì, lo vedo, gli
dei m’han chiamato a morte. Ed io
che credevo mi fosse accanto il
guerriero Deifobo! Ma egli è dentro
le mura: e me qui ingannò Atena.
Ora lo so, mi è vicina la triste fine,
non sta tanto a venire. E non c’è
scampo. Sì, tutto è chiaro: da tempo
così volevano Zeus e il figlio di
Zeus, l’Arciere, che pur in passato
mi proteggevano benevoli. Oggi,
ecco, mi raggiunge il destino. Ma
non devo, no, perire senza lotta e
senza gloria. Voglio compiere
qualcosa di grande, che anche i
posteri vengano a sapere » (Omero, Iliade, 22)”.

19 giugno
Quattro giorni dovrei raccontare, ma il compito mi spaventa un poco e per la lunghezza e per il timore di riportare sempre le solite cose. Siamo partiti dal campo base all’alba del 16 giugno: Robert e Michel calzavano gli sci ed erano diretti al British Base Camp, il nostro campo base previsto per la Magic Line, poi verso la Sella Savoia o la Sella Negrotto; Friedl e Reinhold attaccavano la parete sud per arriva­re almeno fino al Naso, un prominente seracco che sbarra la strada verso una superiore seraccata molto pericolosa: Renato ed io in esplorazione verso lo Sperone degli Abruzzi. Dal campo base si allunga una schiena d’asino morenica molto allargata (Renato l’ha chiamata auto­strada), fiancheggiata da due torrenti ancora un po’ ghiacciati che la separano dai due grandi fiumi di ghiaccio del Godwin-Austen. Si cammina in direzione nord-est quasi in piano fino ad incontrare un dislivello del ghiacciaio che obbliga a cercarsi un itinerario complicato in mezzo a crepacci e torri in bilico. Dopo una mezz’ora di labirinto eccoci fuori sulla morena, proprio ai piedi dello sperone gigantesco che porta alla piramide sommitale del K2, lo Sperone degli Abruzzi. Siamo a 5300 metri, tracce umane ci ricordano che qui le spedizioni sono solite sistemare un campo 1. Accanto all’articolato sperone di roccia che sale verso l’infinito, c’è un grande pendio di neve. Deci­diamo di salire di lì, per evitare i detriti: così calziamo ghettoni e ramponi. I sacchi che trasportiamo sono abbastanza pesanti, c’è anche una corda da 50 metri, oltre ad una tendina e tutto il materiale da bivacco. Iniziamo il pendio lenti, sollevando ogni tanto lo sguardo per cercare qualche corda fissa giapponese. Presto ci accorgiamo che la quota si fa sentire: a 5500 respirò già con fatica, guardo Renato e vedo che anche lui non sta meglio. In più oggi abbiamo gli scarponi previsti per la vetta: con amarezza abbiamo sentito le punte dei piedi raffreddarsi sempre più già dalla partenza dal campo: purtroppo han­no un volume esiguo, le dita dei piedi non riescono a muoversi, sono compresse una sull’altra. Speriamo che con il calore della giornata la situazione cambi, anche se la sorte di entrambe le paia come calzature da vetta è ormai segnata negativamente. Stufo di pestar neve, a 5550 mi sposto su una nervatura rocciosa e da lì vedo una prima corda bianca: presto realizziamo che la serie di corde procede ininterrotta o quasi, anche se talvolta la neve ne ha seppellito qualche tratto. Biso­gna riportarla alla luce dando delle piccole scosse, ma a volte non basta: la neve è troppo dura oppure c’è del ghiaccio. Alle 10 di mattina è previsto un collegamento radio con le altre cordate: sto per estrarre l’apparecchio quando vedo che 10 metri più in alto c’è una fungaia di oggetti metallici, 9 bombole di gas piene occupano il ristretto spazio di un terrazzino detritico. Il collegamento riesce bene con Reinhold e con il campo base, non con Robert, ma era previsto. Robert e Reinhold parlano bene assieme. Siamo a 5700 metri, dopo breve concilio decidiamo di proseguire e mettere il campo dove i giapponesi avevano il loro secondo. Presto entrambi ci pentiamo in silenzio di questa decisione.

Robert Schauer e Friedl Mutschlechner tra campo I e campo II

Con la testa sulla piccozza, alla ricerca affannosa d’aria, compren­diamo che forse abbiamo esagerato e che dovevamo fermarci a 5700 m. Oltretutto non esiste una possibilità di campo intermedio. Alle 14 finalmente vedo lo spiazzo, forzo gli ultimi pendii di neve, che qui sono ben più ripidi che al principio, e mi trovo su due esigue sellette, con almeno tre spiazzi già rozzamente pronti per le tende. Siamo a 6100, 1100 metri ci separano dal campo base. La tendina è piccola, l’aria è poca; riusciamo a sciogliere neve con ripetute contorsioni. Con un gomito appoggiato sui due materassini a cellula chiusa e cercando di non scontrare il fornello né di bruciare il colletto della giacca a vento o il lembo di nylon dell’apertura della tenda, mi sforzo di raccogliere neve all’esterno con il coperchio del pentolino, dopo averla rotta con il martello-piccozza.

Non c’è molto da pensare, siamo concentrati solo sul bere il brodo, poi l’aranciata, poi cucinare il Mountain House. Renato si adopera ad aprire tre barattoli che abbiamo trovato scavando nel ghiaccio: una lattina di carne di maiale e due ottime marmellate di ciliegia. Dopo la seconda aranciata e il secondo brodo ho paura che la nostra bombola di butano misto a propano non basti per approntare la camomilla serale e la colazione per la mattina. Ormai è buio, dopo uno splendido tramonto sul Broad Peak, forse dormire non è impossibile.

Renato Casarotto scende dal campo I

Anche il contatto radio delle 18 è andato bene: Reinhold ci ha raccomandato di lasciare la tenda qui, il che vuol dire che la via della parete sud non è raccomandabile e che sempre meno speranza c’è per la Magic Line. Renato non è contento di questo. La notte trascorre male, non riusciamo a dormire e abbiamo sete. È colpa del maiale, che non è indicato a questa quota. Verso mezzanotte, dopo tanti sospiri, gemiti e rimescolamenti abbiamo l’idea di sfruttare una grossa candela che abbiamo trovato. Dividerla in quattro, attaccare i mozziconi al fornel­lo e sciogliere acqua per la camomilla. L’operazione è delicatissima, ma dopo un’ora (pentolino, fornello e dita, tutto affumicato) riusciamo a bere una deliziosa bevanda. Era ciò che il nostro corpo voleva: riusciamo subito a dormire bene per tre ore. Alle 4 è già chiaro e dopo una buona colazione al primo sole abbandoniamo il nostro bivac­co. Due sono le operazioni fastidiose: andare al gabinetto (e purtrop­po un po’ di diarrea non ci dice nulla riguardo alla sua causa) e calzare ghettoni e ramponi. Fissiamo la tenda con del cordino e con prudenza ci caliamo faccia a valle, attenzione a non scivolare e a non formare zoccolo sotto i ramponi. Ogni tanto estraiamo altra corda da sotto la neve, anche se ci costa fatica e sudore, mentre i piedi sono di nuovo ostinatamente gelidi. Nella notte li avevamo scaldati, ma la morsa di questi scarponi non perdona. Alle 10.15 siamo al campo base, dove Terry ci accoglie con un piatto di riso. Purtroppo assieme al riso era anche una scatola e mezza di burro, fritto per almeno mezz’ora.

Verso il campo I

Sdraiato in tenda, sto male tutto il pomeriggio: solo alla sera mi riprendo un po’. Anche gli altri, chi più chi meno, avranno problemi, ma nessuno fa troppa pubblicità ai propri malanni. Il matti­no dopo Renato è deciso ad attaccare la Magic Line, Robert è invitato nella nostra tenda e veniamo a sapere che l’approccio alla Sella Negrotto non è molto pericoloso. Secondo lui non esiste alcuna possi­bilità per noi di avere successo sulla Magic Line, e perché bisognereb­be spostare il campo base (da qui l’accesso alla Sella Negrotto è alquanto pericoloso) e perché non c’è entusiasmo. Ma di questo mi ero già accorto anch’io. Io non voglio seguire Renato: ritengo che in due non ci sia alcuna possibilità reale. Il dialogo tra noi è chiaro e non dà luogo a sottintesi, com’è giusto che sia. Più tardi a colazione siamo tutti assieme e Renato afferma di non essere interessato allo Sperone degli Abruzzi perché per lui è difficile spostare l’interesse da un’idea originaria a un compromesso. Preferisce attaccare da solo, non spe­rando di arrivare oltre il Fungo, così almeno dice, ma almeno si sentirebbe a posto con se stesso e avrebbe provato ciò che era lo scopo di tutti. Reinhold dice chiaro che non può lasciarlo andare da solo. Ma nessuno vuol seguire Renato, che a poco a poco comprende che per questa volta non c’è nulla da fare. Pian piano la discussione, scena di alcune riprese di film, si sposta sull’argomento se è meglio la vetta di un Ottomila o un tentativo sulla parete difficile. Renato dice di non avere esperienza sopra i 6800 metri, quindi il suo parere può essere errato. Tutti lo rassicuriamo che qui qualunque parere è buono. Rei­nhold dice che secondo lui è meglio, per la salute psichica di un individuo, puntare alla vetta anche su un itinerario facile; dice pure che un po’ di anni fa anche lui, forse perché era un po’ di moda, si faceva beffe della vetta ma ora ha capito che la vetta è quel punto dove tutti i nodi si sciolgono, è il punto di un momentaneo nirvana; infine dice che il K2 è una Magic Mountain e che anche l’itinerario normale ha il suo fascino su questa montagna. Terry aggiunge che «all the lines go where the Magic Line goes». Friedl sta male, ha la febbre, ma trova il modo di dire che lui non ha esperienza e che è venuto qui per la vetta.

Michel Dacher e Reinhold Messner al campo II. Si notano le tende giapponesi abbandonate nel 1977.

In quel momento crolla una seraccata tra lo Sperone degli Abruzzi e lo sperone sud-est scelto per un’eventuale salita in stile alpino. Chi si fosse trovato su quella via, magari un po’ a destra dello spartiacque, non sarebbe rimasto incolume. La risposta al nostro interrogativo è chiara, almeno per me. Non metterò mai piede su quella esile cresta. Renato non vuole essere frainteso: non vuole provocare grane, vuole solo essere sicuro di essere il solo a pensare la Magic Line possibile. Reinhold esclama allora che non ha le prove, ma sente, e quindi è sicuro, che la Magic Line non andrebbe, così come stanno le cose: allude evidentemente al nostro piccolo numero, alla mancanza di Ursula, al campo base spostato. Renato ribatte che per lui il grosso sforzo è spostare l’attenzione, io cerco di aiutarlo dicendogli, a rischio di ferire la sua sensibilità, che egli dovrebbe essere più attento alle risoluzioni e alle sensibilità altrui, non restare sempre fermo nel sia pur corretto e giusto suo punto di vista. Anche Robert e Michel sono d’accordo per una salita lampo a ciò che più li interessa, la vetta. Infine tocca a me. Reinhold sa che di fronte alla cinepresa e sotto registrazione di solito sono piuttosto incisivo: da consumato regista si aspetta una risposta buona per il film e per la discussione. Mi chiede se io penso più importante la vetta di un K2 o se la parete e l’estetica dell’itinerario debbano prevalere.

«Secondo me» rispondo «la vetta non è importante, neppure quella del K2. E così non è importante tentare una parete difficile. Se devo scegliere, sapendo che non potrò terminare la parete difficile, allora, se mi piacciono le difficoltà e l’estetica, andrei su un’altra montagna. Rimane dunque la vetta del K2, che non è importante, ma è il punto più “facile”, più “evidente” nel quale io possa dare espressione alla mia energia interiore. Anche gli altri punti hanno in potenza questa caratteristica, ma la libera espressione mi sarebbe molto più ostacolata perché nella nostra dimensione solo il punto della vetta è luminoso. Se la mia energia sarà totalmente espressa lassù allora potrà in seguito essermi resa trasformata. E questo è lo scopo del mio residuo alpinismo».

Messner al campo II

Presto ci accordiamo nel salire tutti insieme lo Sperone degli Abruzzi, non abbiamo certo colpa di come i nostri predecessori lo hanno lasciato. Assieme a Renato ho un compito per oggi: fare la polenta, dopo uno spuntino a base di salmone. Renato, mi accorgo, è un po’ triste. Forse teme di essere stato frainteso, di essere caduto in ridicolo per le sue affermazioni. Reinhold aveva persino detto, cercan­do di rassicurarlo, che non doveva temere una salita veloce all’alpina solo perché aveva ansimato un po’ troppo il primo giorno a 6000 metri; che la salita su parete difficile, siccome è lenta, è forse meno faticosa ma che questo è vero solo fino ai 7000 metri. Poi si rivela impossibile o quasi attrezzare, se non si ha una fortissima squadra d’appoggio, e allora si rivela migliore la soluzione d’assalto su terreno medio o facile.

Il pomeriggio trascorre sereno sia in cielo che negli animi. Alla sera provo le scarpe di Michel e trovo che la soluzione esterno Kastinger di plastica più interno Asolo di materiale speciale più due paia di calze, una sul piede e una tra lo scafo e la scarpetta, sia la migliore. Ma domani proverò pure Kastinger esterno più Koflach interno. Vedremo.

K2 dal campo base

Una volta entrati in tenda e avvoltici nel sacco piuma, Renato ed io cominciamo a parlare di tante cose. Riesco a comprendere, e lo lodo sinceramente e apertamente per questo, che quando difende una sua opinione lo fa sempre in base alla sua esperienza di vita e di alpini­smo: mai giudicare una salita impossibile e soprattutto mai giudicare che gli altri non ce la possano fare (ad esempio i francesi, a proposito dei quali Reinhold è convinto non potranno farcela); massima certezza dei propri mezzi e di quelli altrui, massima umiltà ed ostinazione, mai emettere un giudizio affrettato. E in questo Renato è profondamente vero e se stesso, perché finora è sempre stato fedele a queste afferma­zioni. Giudica con velato disprezzo che Robert, Friedl e Michel non abbiano idee proprie e, almeno per ciò che riguarda la discussione di questa mattina, devo dargli ragione. Mi piacerebbe un giorno andare da qualche parte con Renato, su qualche montagna veramente bella. Essendo in due, forse la sua ostinazione e il suo forte carattere potrebbero rivelarsi appieno alla mia curiosità. Si parla di Cina, di fare un film, se non ci lasciano entrare in Cina andremo nella Corea meridionale o in Giappone o forse anche a Formosa.

Alle tre di notte ci svegliamo. È il 20 giugno. Un po’ di nuvole in cielo ci consigliano di non partire, il resto della giornata è abulico, a mezzogiorno faccio gli spaghetti, ma mi riescono male a tal punto che non riesco a terminare il mio piatto e devo rifugiarmi in tenda dove cado in un sonno disturbato. Come se dovessi prendere una medicina, assieme a tutti i membri della spedizione, voluta e imposta da Rei­nhold. Il tempo passa ed egli non la prende e per questo si serve di molte scuse. Mi sento un po’ il custode di questa medicina, mio malgrado, non capisco perché noi sì e lui no e così mi agito a lungo. Alla sera faccio uno sforzo per andare a mangiare le pere cotte, poi quando tutti parlano tedesco mi stufo e mi sbatto di nuovo in tenda, ostacolato da Terry che vorrebbe chiacchierare. Io invece vorrei solo pisciare e addormentarmi.

Continua con https://gognablog.sherpa-gate.com/la-giustizia-del-k2-3/

4
La giustizia del K2 – 2 ultima modifica: 2021-10-23T05:35:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “La giustizia del K2 – 2”

  1. 8
    Gregorio Vasta says:

    Bello, commovente e realistico. Grazie

  2. 7
    Andrea Parmeggiani says:

    Veramente bello, toccante entrare in questi dettagli anche personali – e a volta quasi umoristici – di una spedizione. Molto intimo.
    Grazie Alessandro

  3. 6
    Antoniomereu says:

    Coraggio quello vero è sapientemente entrare nei dettagli e nelle minuzie della spedizione e parlarne, sviscerarne ogni lato; l interiore che conosci  a rate di te stesso ma anche quello apparentemente insignificante o quotidiano del tic e titac  ma che è  quello che dalla parte di chi legge viene apprezzato di più. In molte spedizioni o meglio nelle loro cronache si rimane fuori della tenda,in questa si diventa portatori, cuochi ,compagni si diviene parte…bello.

  4. 5
    lorenzo merlo says:

    Guido. Benvenuto. Penso sia un testo con almeno quarant’anni di vita. 

  5. 4

    Finalmente qualcuno che parla di smetterla con l’idea di “conquista” che troppo spesso ha accompagnato l’alpinismo. L’ego deve attenuarsi, non esaltarsi: non c’è niente da conquistare. Salire vuol dire integrarsi con una Natura di quota più alta. Oppure nulla, è un valore “in sè”.

  6. 3
    Michele Cornioli says:

    Divorato in un attimo, letto con più attenzione, riflettuto da questa mattina. In attesa della terza puntata dovremo accontentarci per qualche giorno delle trite schermaglie tra Cominetti, Merlo, Crovella & co. 

  7. 2
    Giovanni battista Raffo says:

    Non ho parole per commentare queste realtà che non conosco, non mi   rimane altro che  congratularmi per la vostra tenacia, sopportazione di sofferenze indescrivibili ed entusiasmarmi di fronte a fatti, avvenimenti così eroici da non essere compresi dai più e da chi priorizza la propria sopravvivenza al raggiungimento di un fine.Ma è proprio vero che l’eroe è la rappresentazione dell’individuo che riconosce che quello che sta facendo  ha dell’incredibile , ma lo fa perchè è spinto da una forza interiore a cui non sa dire di no. Va oltre alla passione per la montagna e  s’immerge in un  circolo vizioso  definito (ossessivo- compulsivo) al fine di raggiungere una gratificazione a lungo termine.
     Questo è valido anche pr noi piccoli pseudo-piccoli alpinisti della domenica
    Saluti.

  8. 1
    lorenzo merlo says:

    Non ricordo se la base di questo racconto provenga da La parete o da Un alpinismo di ricerca.
    Due libri – penso i primi e forse i soli – che hanno interrotto la retorica che aveva condotto le penne del popolo alpinista fino ad allora.
    Non più vanità egocentrica o eroica. Non più affermazione di sé ma riflessione su sé. Un sé che include l’altro, non più estraneo e separato a causa della consapevolezza che in tutti transitano i medesimi identici sentimenti, che tutti sono mossi dalle stesse identitche emozioni.
    Due libri migliari anche per l’alpinismo sul campo.
    Non più solo la corsa all’altisonante conquista. L’orizzonte nell’abbassarsi contemporaneamente si apriva per lasciar fiorire visioni minori di stazza ma maggiori di esplorazioni umanistica.
     
    Diverse foto super.

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