La montagna non ti migliora: ti sottrae

La montagna non ti migliora: ti sottrae
di Alessandro Lazzati
(pubblicato su Vertice n. 40, 2025)

Non so bene cosa mi abbia spinto a dire di sì quando mi hanno chiesto di fare il vice-direttore alla Scuola Internazionale di Alpinismo Attilio e Piero Piacco. Forse ho risposto troppo in fretta, forse ha deciso una parte di me che di solito resta silenziosa. La richiesta è entrata nella settimana senza bussare, come una corda lanciata al volo: la afferri e solo dopo capisci che ti porterà dentro molto più di quanto pensavi. Un corso di alpinismo non è mai solo un corso. Ti scombina gli orari, ti riempie il telefono di messaggi all’ultimo minuto, ti obbliga a incastri improvvisati, auto da cercare, imprevisti che spuntano come pietre sotto la neve. E poi ci sono le persone: velocità diverse, caratteri che cozzano o si incastrano, modi opposti di affrontare la fatica. Tu, nel mezzo, con il tuo disordine che ogni tanto ti cade dalle tasche mentre infili il casco.

Foto: Luca Ricci.

Dentro quel caos, però, succede qualcosa che non è solo organizzazione. Nelle varie uscite l’ho visto più volte: ognuno tocca la montagna a modo suo. C’è chi sale come se l’aspettasse da anni, chi si chiude nel silenzio, chi procede incerto e chi invece trova un ritmo antico che gli si riaccende sotto la pelle. Le età si mescolano con naturalezza: ventenni, quarantenni, settantenni che condividono storie e timori. E pian piano, salita dopo salita, quelle differenze cominciano a riconoscersi. E proprio mentre impari a tenerle insieme, ne intuisci un’altra, più sottile.

Osservando le altre cordate del corso e quelle che incroci fuori, le giornate in falesia, le sere in palestra, le immagini e i racconti che scorrono sui social, ti accorgi che anche la montagna rischia di scivolare nella stessa logica che governa tutto il resto: prestazione. Tecnica come status, numeri, gradi, confronti. Una corsa a diventare versioni migliori di sé, come se l’alpinismo fosse solo un’altra vetrina. È il meccanismo che Han descrive: la spinta continua a prodursi, misurarsi, migliorarsi. E allora ti chiedi che cosa resta, sotto gradi e numeri, di quella semplice voglia di salire che ti portava in montagna all’inizio.

Forse è per questo che la giornata in Valmalenco mi è rimasta addosso. Dentro quel canale tutto era ridotto all’essenziale. La luce era piena, il sole basso scavava ombre asciutte, l’aria era ferma come se aspettasse. Salivamo uno dopo l’altro, stessi gesti, stessa neve dura che scricchiolava sotto i ramponi. La piccozza vibrava nell’avambraccio, e quello era tutto.

Poi è arrivata la ribollita. Secca, violenta: un dolore che ti morde la mano e te la paralizza per qualche secondo. Mi sono fermato a respirare finché non si è ritirata. Simone mi è passato avanti e ha tirato l’ultimo tratto mentre io aspettavo che la mano tornasse uno strumento invece che un incendio.

In cresta il panorama si è aperto senza teatralità. Solo neve, aria, il canale sotto. E una stanchezza che si sistemava da sola. È lì che ho sentito una specie di scivolamento interno, come quando corpo e mente non camminano esattamente insieme.

Camminare con la mano che pulsava mi ricordava che ci sono luoghi in cui puoi smettere di essere “qualcosa” e semplicemente esserci. Mi è tornata in mente una frase letta in un saggio di Han: “Siamo stremati dalla necessità di essere noi stessi”. In cresta avevo l’impressione opposta: lì nessuno mi chiedeva di “interpretare” un ruolo. La montagna, quando vuole, ti cancella il compito di performance a cui siamo inchiodati. Toglie rumore, toglie aspettative, toglie il dover diventare.

Proprio per questo, oggi, uno spazio così è fragile. La logica dei numeri e delle prestazioni si infila anche qui: gradi, tempi, confronti, racconti da portare a casa. E la montagna rischia di trasformarsi in ciò da cui dovrebbe proteggerci.

Allora quel silenzio, quei gesti ridotti all’osso, non sono romanticismi: sono un modo di resistere. La montagna non ti migliora: ti sottrae. Ti svuota quanto basta per lasciarti vedere che cosa resta sotto.

Nei giorni dopo rimane un’eco strana. Le corde arrotolate, gli scarponi che asciugano, il vento ancora sulla pelle. Ti accorgi che quello che porti a casa non è la tecnica, non sono i numeri.

È un sedimento. Qualcosa che resta incastrato tra una salita e la successiva.

Forse è questo, in fondo, il senso di accompagnare le persone come istruttore: non solo insegnare a salire, ma condurle fino a quella soglia estrema in cui il mondo si sposta di un poco e permette di vedere la propria vita sotto un’altra prospettiva.

Un luogo che toglie invece di aggiungere, che libera invece di chiedere, dove anche solo per un istante puoi smettere di produrre te stesso.

La montagna, nel suo silenzio più vero, resta uno degli ultimi spazi umani: misura, limite, interiorità. Domande che non cercano risposte. Basta un passo che si assesta, una cresta che si apre, un respiro pulito e il varco si mostra. E una volta visto, tornare giù non è più tornare del tutto.

La montagna non ti migliora: ti sottrae ultima modifica: 2026-03-27T05:24:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

24 pensieri su “La montagna non ti migliora: ti sottrae”

  1. @1 Tranchant
    Si potrebbe dire che una specie di surplus sentimentale offuschi la chiarezza espressiva: emozioni, suggestioni e sentimenti sgomitano per aver la meglio sulla carta e talvolta cracollano nel linguaggio, linguaggio a cui si chiede tanto ma che restituisce poco.

  2. Crescere senza diventare adulti può essere un atto di lucidità e coraggio, diventare adulti senza crescere per fare i capricci e riversare la frustrazione per i propri fallimenti sugli altri…. è pratico e forse patologico, vero Fausto?

  3. Fausto, guarda che su certi spit in montagna, chi solitamente fa quella domanda, non alza nemmeno il culo da terra 😉 

  4. E una volta visto, tornare giù non è più tornare del tutto.

    Lascio in cima l’uomo che vorrei essere, torno con l’uomo che sono. Ma poi, la ricerca del limite dove vogliamo metterla? ne vogliamo discutere? togliere, togliere, togliere! io tento sempre di superare i miei limiti, nei limiti del possibile e comunque insomma, ognuno ha i suoi ovviamente, chi siamo noi per giudicare? l’importante è trovare sé stessi al di fuori della frenesia e stress moderni. Mai andati in montagna fuori dagli spit? chiedo per un tardo amico!

  5. Grazie…hai visto ? Sai il mio nome! Per quanto riguarda quello che dici sulla legna è proprio questo il punto . Se quando scali pensi a scalare è come quando tagli la legna……pensi a quello che fai mentre loro fai….

  6. Fausto guarda a me se vai a schiodare nei tuoi posti non interessa …però restaci….

  7. Io ho capito benissimo chi sei. Mi basta vedere le vie che fai, e come ne parli. Questo l’ho trovato, qui e altrove. Chi sono io rimane un mistero per tutti, quello che non sono invece è chiaro: un vecchio rivisitatore del plaisir e del sovraffollamento per convenienze anagrafiche o professionali. Qui invece ne incontro molti. P.s. al capo: dovresti censurare articoli caioti come questo, anziché i miei commenti. Saluti al circolino

  8. Non so come dirtelo Fausto, ma tu non proprio hai idea di chi sono io… cerca meglio su Facciabuco

  9. Solita censura discriminatoria del circolino. Le scemenze scritte qui restano invece indelebili come incise sulla pietra, ma quelle vanno bene. Matteo, altro che spit. Ti porto in “gita” dove vuoi, basta che non siano rumeghi plaisir chr piacciono a voi rivisitatori del plaisir domenicale sovraffollatore (non hai ancora capito chi sono? 😉 tardo)

  10. Vi in montagna e la penso come Marcello, tuttavia non mi annoio leggendo questi scritti  proprio perché so che talvolta non è semplice e usuale esprimere le proprie sensazioni, quindi apprezzo la condivisione.
    La semplicità espressa da Matteo fa parte di qualunque attività che richieda concentrazione ed esclude quella che chiamiamo vita ordinaria.
    Tagliando legna, stamattina, pensavo solo a tagliar legna.

  11. Mi dispiace che chi fa commenti a capito poco anche se me l’ aspettavo: la montagna fa la montagna e i numeri non contano niente. Saluto

  12. Sarà che il montanaro è più restio a scrivere ciò che prova, ma forse fa così perché non vive quella netta separazione tra vita normale (di città) e vita in montagna. Per me la vita normale E’ in montagna, in città morirei velocemente (a Milano sarei già defunto da decenni), ma in città sono nato e un po’ anche cresciuto, quindi so di cosa si tratta.
    Mi chiedo: se la montagna vi da tanto, perché non ci vivete?
    Io ci vivo perché mi piace starci, non solo per fare l’alpinista, ma per vivere tutto quello che c’è di bello (che piace a me). Facendo la guida ho rinunciato a milioni di cose che al cittadino servono. A me non servono!Quando leggo o sento di queste esperienze spirituali mi annoio da morire, tanto da avere ridotto drasticamente il numero di clienti per mia volontà. Vado solo con quelli con cui sto bene. Vengono tutti dalla città, ma hanno un senso pratico che lima il troppo romanticismo e le seghe mentali estreme.
    Giuro che in montagna si può vivere normalmente, ma con meno problemi di quelli che si creano inevitabilmente in città. La montagna non sono le terre alte, l’ecologia profonda, il tabernacolo, il rifugio, la purezza (quella poi…) e l’onestà (ancora meno…), la prestazione (anche se fa piacere sentirsi bene e forti). Nulla di tutto questo. E’ un posto normale, solo a quota un po’ più alta.

  13. Matteo concordo pienamente, hai toccato un punto fondamentale , ” vita normale” 
    Ti confesso che per un periodo abbastanza lungo la mia vita normale era l’arrampicata e il resto era “riposo fisico e mentale” …. Fino ad arrivare a dire menomale domani lavoro così mi riposo
    Questo rovesciare il punto di vista per me è un  aspetto fondamentale….
    Poi per esigenze di sopravvivenza e di invecchiamento non può durare troppo però … è stato interessante 

  14. Eppure Fetuso una delle cose che mi affascinano e mi attirano nell’arrampicata una delle cose che mi fa e mi l’ha sempre fatta amare è che tutto, per un po’, si riduce a un raggio di 2, 3, raramente 5 metri.
    Che tutti i problemi, tutti i pensieri e tutte le menate si riducono a “lo tengo o non lo tengo?”, “è meglio spingere o incastrare?”
    Che le domande che ti si pongono sono “fino a li ci arrivo, ma poi cosa c’è?”, “sarà meglio a destra o girare lo spigolo?”
    E le angosce si riducono a “se volo dove sbatto?” e “quel chiodo (spuntone, clessidra) tiene?”
     
    Una sottrazione e una riduzione, insomma, e questo è bellissimo, liberatorio e quasi esilarante.
    Oltre a essere un grande aiuto per rimettere al giusto posto tutte le frustrazioni e lo stress causati dalla vita normale.

  15. Tanta serenità, calma, oasi di benessere sia fisico che interiore.
    A mio avviso stona la dicotomia tra il mondo in montagna e il mondo non in montagna , che un tipico approccio romantico/ borghese…in cui la natura è una specie di museo dove ogni tanto si va a fere un giretto rigenerativo…..
    Ora che ho degli emulatori passerò alla mia vera identità….

  16. “Oggi essere rivoluzionari significa togliere /più che aggiungere, rallentare più che accelerare, /significa dare valore al silenzio, alla luce, /alla fragilità, alla dolcezza”  (Franco Arminio)
     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.