Metadiario -271 – La via di Manolo dimenticata (AG 2006-003)
Il 20 luglio Popi Miotti mi spedì il grosso file relativo alla sua metà del libro della storia delle guide alpine lombarde. Finalmente avrei potuto coordinare le sue pagine con le mie, non soltanto per le probabili ripetizioni nel testo quanto per una prima revisione formale. Mi sembrava che con ciò potessimo registrare un grosso passo avanti, ma come vedremo mi sbagliavo di grosso (e non per colpa di Popi).
Dopo un luglio estremamente lavorativo e dopo i festeggiamenti dei compleanni (mio e di Elena) partimmo il 30 alla volta di St. Anton am Arlberg dove ci fermammo fino al 5 agosto. In seguito, dal 6 all’11 agosto fummo di base a Lech. Con Elena, Petra e Guya facemmo alcune belle escursioni e passeggiate, senza mai esagerare anche per via del tempo spesso incerto quando non brutto. In compenso potevo finalmente godermi appieno la famiglia, visto che le fatiche dei Grandi Spazi delle Alpi erano terminate…
Dopo un’uscita alla Falesia dei Campelli sopra al Lago di Como (o di Lecco che dir si voglia), ripresi ad arrampicare il 27 agosto quando andai con Mario Verin e Giulia Castelli all’Antimedale. Scegliemmo la via Stelle cadenti e riuscii a salirla in modo abbastanza decente a dispetto della fisicità che richiede la quarta lunghezza.


Il 2 settembre ritornai nel confortevole ambiente della Casera Ditta, dove Adriano era sempre disponibile a mollare tutto per andare con me ad esplorare qualcosa. Mi era balenata anche l’idea di scrivere una monografia della val Mesath, volevo conoscere sempre di più quei luoghi. La domenica 3, però, lui non poteva davvero muoversi, così ne approfittai per andare a fare con Cik Marcolin e altri amici il cosiddetto Giro delle Quattro Forcelle, un’escursione circolare che prevede il raggiungimento, partendo dalla Casera Ditta e tornandovi, di Forca Bassa 1330 m, Forcella Malbarc 1403 m, Forcella Agre 1574 m e di Forcella Candùabo 1608 m. Dislivello non eccessivo, ma stanchezza serale assicurata mitigata dalla convivialità. Il lunedì 4 Adriano era libero e pertanto decidemmo di andare a tentare la prima salita del pilastro nord-nord-ovest della Cima delle Pale del Pécol 2006 m, ma, giunti alla base, decidemmo di ripetere la via sulla parete ovest della Cima di Pino Sud aperta da Mauro Corona (con Italo Filippin e Veniero Dal Mas) il 30 luglio 1982. Non ricordo il perché di quella rinuncia, ma in ogni caso Adriano riuscì due anni dopo a salire quel pilastro (assieme a Valerio Perissinotto e Alessandro Soncin, 23 luglio 2008, 350 m, difficoltà discontinue fino al VI). La via di Corona si lasciò percorrere senza problemi (era la seconda ascensione, 500 m, dal III al IV+). Anche quella fu una giornata meravigliosa, condotta sul filo dell’incertezza di una geografia così poco conosciuta da lasciar luogo a esuberanti ipotesi. Un lasciapassare per anime sensibili.
Il 23 settembre mi recai con Salvatore Bragantini in Valle del Sarca e la nostra scelta cadde sulla via Cesare Levis al Dain di Pian de la Paia, una via aperta da Manolo il 13 ottobre 1978 assieme a Marco Furlani e Giovanni Groaz. Itinerario da tutti ritenuto splendido, ma anche chiamato più familiarmente “Diedro Manolo”.

Di mano in mano che salivamo con grande entusiasmo lungo la via, ebbi l’impressione di aver già vissuto delle situazioni che si collocavano proprio lì, in una particolare forma di fessura piuttosto che in un certo tipo di estetico passaggio. Ma la cosa più strana è che quell’impressione non si accompagnava per nulla all’ipotesi che io avessi già percorso quell’itinerario! Ero invece un po’ intimorito perché mi sentivo quasi perseguitato da una serie di déjà vu. Fu solo dopo qualche giorno che improvvisamente realizzai la sconvolgente realtà: mi ero perfettamente dimenticato di aver già salito il Diedro Manolo, il 17 settembre 1989 con Bibi. Va bene che stavamo divorziando, ma cancellarla così dalla mia memoria non mi sembrava proprio il caso… Se per caso avessi avuto poche occasioni per meditare, qui c’era materiale in abbondanza!

In settembre uscì Le 7 cime e le altre montagne più alte del mondo, pei tipi della Fabbri Editori. Un volume di grande formato, spesso 3 cm, con pagine che si aprivano in fogli quadrupli: pura merda commerciale sulla cui copertina purtroppo campeggiava il mio nome. Il tutto aggravato dalle contemporanee uscite in non so più quante lingue. Ancora oggi mi pento di essermi assoggettato per quattro soldi a quel progetto editoriale, anche se alla pubblicazione ricordo di aver ricevuto decine di messaggi entusiasti: uno in particolare mi arrivò per lettera dalla Germania, dalla casa editrice che l’aveva editato in tedesco. Quelle frasi di ammirazione sconfinata acuirono ancor più i miei sensi di colpa e di vergogna: a tal punto che stizzito gettai quella lettera nel mio camino acceso. Ringhiavo: “Ma perché mi lodano per questa schifezza e non lo fanno, per esempio, per I Grandi Spazi delle Alpi?”.
L’8 ottobre Guya ed io facemmo una puntata a Briançon, ospiti di Franco e Marvi Ribetti. Nell’evidente affetto di Marvi per noi e nella sempre piacevole e scoppiettante compagnia di Franco, quella volta ci recammo al Ponteil dove, assieme ad Anne-Lise Rochat, Ivan Negro e Valentina Villa, salimmo Le Clos Tramouillon, nove bellissime lunghezze fino al 6a+.
Una settimana dopo invece eravamo di nuovo a Macugnaga, ospiti di Ia e Filippo Gallizia. Il 15 ottobre salimmo Aurora consurgens alla Parete delle Frecce ritrovate, senza però affrontare il tetto del terzo tiro. Assieme a me e Filippo erano mia figlia Elena e le sue due figlie Federica e Francesca (che però si fermarono alla S1).
Sabato 21 ottobre ci fu la grande festa per i miei 60 anni. Il 21 settembre avevo inviato a un bel po’ di amici la seguente mail:
“Carissimi, sarà ovvio, ma i 60 anni si fanno una volta sola…
Non avendo potuto circondarmi di voi, miei amici, il 29 luglio (per il fatto che quasi tutti eravate impegnatissimi nella cosa più importante dell’anno, le vacanze), ecco che inesorabile scatta la festa il 21 ottobre. Oltre al rave party “ci saremo solo noi”.
L’evento si terrà dunque sabato 21 ottobre al Mulino Santa Margherita, amena località di campagna sita in Val Tidone (Piacenza), tra Borgonovo e Pianello, distante 30,2 km dall’uscita Casalpusterlengo dell’autostrada A1 (Milano-Bologna). Dalle 17 in poi, fino ad un orario volutamente imprecisato della domenica.
Guya ed io siamo a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento, ma soprattutto per sapere se volete onorarmi della vs. presenza. Nel qual caso provvederei a dare ulteriori spiegazioni, per esempio dove eventualmente si dorme: dall’hotel 5 stelle alla tenda magari usata da altri.
Salvo diversa indicazione (a voce), l’invito che state ricevendo è valido per due, quindi per la (il) vostra (o) compagna(o) ufficiale”.
A lungo avevamo pensato cosa fare, valutando diverse location, ma alla fine approfittammo dell’ospitalità impareggiabile di Carlo e Gabriella, amica di Guya di lunghissima data. Questi possedevano uno stupendo casolare nel piacentino, con annesso spazio coperto per riunioni o feste danzanti. Il Mulino Santa Margherita era senza dubbio quanto di meglio e di più originale potessimo offrire ai nostri amici. Che da 80 iniziali, presto arrivarono a 90 e poi sfiorarono i 100…
I preparativi furono febbrili. Il 26 settembre mi giunse il preventivo del catering, assieme al menù completo:
“Ricevimento del 21 ottobre 2006 per n°80 persone, da svolgere presso Vostra sede di Mulino Santa Margherita alle ore 18.30.
Aperitivo a Buffet con: Cocktail Rossini – Sangria – Negroni – Mojito – Caipirinha – Pina colada – Coca e rum – Gin tonic – Bellini – Spumante brut La Versa – Acqua minerale con gas e naturale – Succhi di frutta assortiti
Canapè con robiola alle erbe, lamponi e miele
Spiedini di mozzarella e pomodorino cherry
Briochine mignon con crudo di parma
Barchettine brisè con involtino di bresaola e caprino
Canapè con salmone affumicato e mascarpone
Buffet fritti fatti al momento davanti al Cliente
Salvia – zucchine – cavolfiori – carciofi
Mozzarella impanata – Olivette all’ascolana
Anelli di cipolle – Chicche di riso assortite
Gamberi in pastella di cocco
Servizio al tavolo
Antipasto
Tonno e Spada affumicato con fagiolini al balsamico e dadolata di pomodorino fresco in salsa di lamponi
Vino : Muller Thurgau Trentino
Primi Piatti
Risotto con funghi di bosco, pesto di salvia e amaretti
Caramelle piacentine tricolori al burro versato e parmigiano
Vino : Bardolino doc.
Secondi piatti
Filetto di manzo in salsa di erbe aromatiche
Tortino di patate e Speck
Vino : Rosso di Franciacorta Castel Faglia
Dessert
Mosaico di frutta fresca con gelato e salsa di fragole
Malvasia dolce
Torta da Cerimonia
Spumante brut Ferrari
Caffè – friandises
Acqua minerale con gas e naturale
Servizio Open bar
Liquori alcolici e superalcolici con: Amari – Grappe – Whisky – Cognac – Cocktail fatti al momento da barman – Spumante brut e Moscato – Succhi di frutta – Bibite – Paste di mandorle – Piccola pasticceria assortita – Assortimento di cioccolatini al fondente e latte.
Il costo per ciascun invitato è di euro xx (iva esclusa 10% ) e comprende: servizio camerieri e cuochi – argenteria, sottopiatti in argento-vetro o midollino, tovagliato fiandra o lino, sedie vestite e tutto ciò che riguarda l’espletamento del servizio stesso”.
Definite tutte le questioni relative al catering, mi dedicai alle verifiche sull’impianto stereo: potevamo tenere il volume anche assai alto, eravamo in aperta prateria-bosco.
Confezionai due dvd con relative copie di riserva. Il primo, denominato “ascolto”, comprendeva 49 brani; il secondo, denominato “danza” ne aveva 45. Ce n’era abbastanza da sfinirsi, anche perché la danza non concedeva nulla ai lenti o ai classici, né al latino-americano, bensì era costituita da un catalogo basato sul rock, con pezzi integralmente selezionati tra le band a me più care, dagli anni Sessanta fino al giorno d’oggi. Alcuni brani si prestavano, anzi richiedevano, prestazioni molto atletiche, le sole in grado di smaltire l’alcol ingurgitato nelle ore. Il dvd “ascolto” invece conteneva capolavori ballabili con molta più difficoltà, anche loro appartenenti al periodo 1960-2006, che furono suonati dalle 18.30 fino al caffè dopocena e poco oltre.
All’evento parteciparono tutti i miei amici di una vita, personaggi di età e carattere ben diversi, che non starò qui a elencare: nominerò solo gli amici che facevano capo a Guya, tipo Giorgio Faletti e la moglie Roberta, piuttosto che l’austriaca/iraniana Firuse Attar, ma anche Patrizia Brogi e Giovanna Massola (Levanto); oppure, tra i miei, quelli che venivano da più lontano, tipo Marco Marrosu (dalla Sardegna), Franco e Marvi Ribetti (da Torino) o anche Adriano Roncali e Guido Faoro provenienti dalla friulana Casera Ditta. Questi ultimi, a dispetto dell’ottobre piovigginoso, rigorosamente in canottiera.
Tutto procedette come da programma, quando incominciammo a ballare l’entusiasmo era a mille e la pista era piena di gente che si agitava al ritmo della “mia” musica. Verso le 00.30 qualcuno cominciò a disertare e tornò a casa o si ritirò in albergo non distante, ma verso le 2 eravamo ancora una cinquantina. Alle 6 eravamo rimasti Mario Pinoli e Katja Roediger, infaticabili, Adriano e Guido (che non ballavano, ma devastavano le dotazioni alcoliche dell’open bar) e, ovviamente, Guya ed io. Dalle 6.00 alle 6.20 danzammo al ritmo di Knockin’ on Heaven’s Door, ma non dell’originale del grande Bob Dylan, bensì della lunghissima, ipnotica e magica cover che ne avevano fatto nel 1991 i Guns N’ Roses. Alle 18.30 l’open bar ci servì le brioches con il cappuccino rovente e quello fu il momento del commiato.
Il 1° di novembre andammo con Salvatore Bragantini e Filippo e Ia Gallizia alla Schiappa delle Grise Neire, nel Vallone di Forzo (TO). Salimmo la via 3 a Settembre, sette lunghezze fino al 6a+, una via da poco aperta (28 maggio 2006, da Luciano Bizzotto, Alessandro Fiorenza e Anna Sinchetto).
Ai primi di novembre 2006 fui invitato dalla rivista Alp a presenziare a un convegno a Palermo per la presentazione del numero speciale appena uscito sulla Sicilia. Furono invitati nella sede del CAI giovani e meno giovani, comunque tutti coloro che avevano avuto una parte nella storia dell’arrampicata sicula.
All’arrivo del treno-metropolitana venne a prenderci Luigi Cutietta che abitava poco lontano. Portò Guya e me a casa sua e c’intrattenne per buona parte del pomeriggio. L’incontro fu uno spasso raro, Luigi è di una simpatia debordante oltre che di un’intelligenza fuori dal comune.

Ci raccontò di essere tra i pochi a Palermo a difendere l’arrampicata tradizionale, lui e il suo amico Fabrice Calabrese, che avremmo conosciuto in serata, avevano difficoltà a sostenere i valori di cui io ero stato il portabandiera. Avevano estirpato spit messi da incapaci e abusivi su il Canto del Gallo e su altre vie. Dipingeva uno degli assi dell’arrampicata sportiva concittadina come “posturalmente, un coglione”. Avremmo conosciuto anche lui. Poi si lasciò andare al racconto di episodi esilaranti, come quello della telefonata ricevuta in sala operatoria (lui fa l’anestesista) dall’amico Fabrice che gli chiedeva che cosa sarebbero andati a fare nel weekend. Insomma, uno spettacolo pirotecnico. Verso le 18 rividi Giuseppe Maurici, conosciuto tanti anni prima: saremmo andati, noi e Linda Cottino, la direttrice di Alp, a casa sua. O meglio, nella sua futura casa, per ora arredata con l’essenziale.
Il mattino dopo (4 novembre 2006) il ritrovo era al parco della Favorita, sotto al Monte Pellegrino. Assieme ai tanti c’era anche Fabrizio Antonioli. Francesca Chicca Colesanti era lì in camper, assieme alla figlia e al cane. La figlia cadde subito nelle simpatie di Guya, che passò praticamente due giorni con lei… Alla fine la piccola era chiamata affettuosamente “Signora Castoro”, per via di un peluche cui la bambina si rivolgeva continuamente.

Dopo cinque monotiri fatti ai Valdesi con Giuseppe Maurici, con Fabrizio salii le tre lunghezze della via delle Clessidre, poi con Luigi Cutietta le due del Diedro Bianco.
Alle 21 la sede del CAI Sicilia in via Roma 443 cominciava a riempirsi. Oltre alla madre di Roberto Manfrè e alla guida alpina di Catania Carmelo Ferlito, c’era perfino Umberto Capotùmmino, il palermitano che già negli anni ’50 iniziò l’arrampicata sullo Schiavo: un uomo di cui si dovrebbe sapere di più. Erano previsti, oltre al mio, interventi di Giuseppe Maurici, Fabrice Calabrese, Luigi Cutietta, Giuseppe Bonamini, Peppe Gallo e Maurizio Oviglia. A questa “ricostruzione” dell’alpinismo in Sicilia, erano stati invitati anche la Scuola di Alpinismo di Palermo e qualche amico di Roby Manfrè.

Dopo la precisa presentazione di Linda Cottino, presto il dibattito prese la piega della rissa tra sportivi e avventurosi. L’atmosfera bellica, contenuta a stento, ogni tanto esplodeva con frecciate di cui noi potevamo capire poco. Nella cieca dialettica tra le due fazioni, s’inserì in seguito il diritto o meno di chiodare qui e là e soprattutto la discussione su chi poteva farlo. Il povero Maurizio Oviglia, che già l’anno prima aveva aperto una o due belle vie nei dintorni, fu selvaggiamente aggredito, con una violenza verbale che sfidava la distanza tra Sardegna e Sicilia. Di fronte a questo ci ritenemmo quasi tutti in dovere di difenderlo e di ritornare al dibattito civile.
In quella situazione per nulla paciosa, trovai il modo, quando richiesto, di inserirmi. Il mio intervento fu questo:
«Mi ha fatto particolarmente piacere tornare indietro con la memoria, per più di 25 anni, prima dell’atto di nascita dell’arrampicata sportiva e della rottura (non in senso negativo, forse è meglio usare il termine “distacco”), con l’alpinismo e il free climbing con i quali in precedenza l’arrampicata sportiva si era sempre confusa. Questo passaggio epocale in Italia era avvenuto nel 1983, quando un numero imprecisato, comunque notevole, di persone aveva cominciato a chiodare alcune vie dall’alto. In Francia tutto ciò era successo un po’ prima, ma in Italia il fenomeno aveva registrato qualche sporadico episodio solo nel 1982, un fenomeno destinato a dilagare a macchia d’olio in breve tempo.

Personalmente ho avuto una grande fortuna, quella di vivere assieme ad alcuni miei amici l’avventura che poi intitolai Mezzogiorno di Pietra, un viaggio di più mesi suddiviso negli anni 1980 e 1981, quindi appena prima del 1983. In Sicilia sbarcai nell’ottobre 1981, dopo la lunga campagna in Sardegna e nell’Italia Meridionale. Lo scopo era la ricerca quasi sistematica di tutti i posti dove si poteva scalare, e non solo scalare, perché poi in realtà facevamo anche escursioni a piedi: volevo compilare una specie di atlante, certamente incompleto, di quelle che erano le bellezze, in genere sconosciute, dell’Italia del Mezzogiorno. E così, dopo l’esperienza sarda, dove avevo visto grandi pareti, fino a 400 metri, assolutamente dolomitiche, e dopo aver traversato Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, sono arrivato infine alla Sicilia. Che fosse l’ultima regione è stato un caso, però ormai il tempo era limitato e non potevo fermarmi nei posti che più meritavano per più che pochi giorni.

Anche qui sono stato fortunato: sicuramente gran merito va al mio compagno fisso Marco Marantonio, ma naturalmente anche ai romani Giorgio Mallucci e Fabrizio Antonioli, quest’ultimo già allora conoscitore della Sicilia verticale. Un giorno grandioso lo dedicammo a Maréttimo, dopo una notte alla bella stella al Faro di Punta Libeccio, alla ripetizione della via dell’Urlo alla Punta Pegna. Un altro giorno, che a momenti ci costava un bivacco imprevisto, alla grandiosa Cresta Vistammare del Monte Còfano vicino a Trapani. Tramite Antonioli venni a contatto con i palermitani Marco Bonamini e Roby Manfrè, ma anche con altri, come Giuseppe Maurici e Maurizio Lo Dico: di giorno si arrampicava assieme, di sera andavamo in giro. Aver trovato amici in loco acuì maggiormente il dispiacere di non avere più tanto tempo a disposizione. Con loro avrei potuto scalare giorni e giorni vicino a Palermo, ma io volevo esplorare anche il resto della Sicilia, isole Eolie ed Egadi comprese, perciò feci la scelta di non esagerare con Monte Gallo, San Vito Lo Capo e soprattutto con Monte Pellegrino, le pareti sotto agli occhi di tutti che come sirene ci chiamavano alla scalata.
A Monte Gallo realizzammo i 370 m de Il Canto del Gallo, a San Vito Lo Capo i 160 m di Pace di Chiostro e i 400 m de Lo Sballo di San Vito. Quei giorni sono stati davvero esaltanti, ma la cosa che più mi ha colpito favorevolmente è stata la simpatia e poi l’amicizia con Marco Bonamini e Roby Manfrè. Con loro, e assieme a Marantonio, Mallucci e Antonioli, facevamo cordate sempre diverse e ogni giorno avevamo un’idea. Ma la maggior parte di quelle invenzioni sarebbe rimasta per noi solo un progetto: alle realizzazioni avrebbe pensato in seguito soprattutto Manfrè, destinato negli anni seguenti a diventare il numero uno siciliano.
Noi venivamo chissà da dove per fare delle vie senza rispetto né sentimento: questa poteva sembrare la realtà agli occhi di qualcuno. Di ciò consapevole, credo di essermi sempre comportato in maniera corretta con tutti, tanto è vero che abbiamo arrampicato assieme, realizzando quelle tre-quattro cose davvero più belle delle altre che ancora oggi per me sono dei ricordi fantastici. Se c’era un po’ di gelosia in loro, di certo non si leggeva. Era ben evidente, invece, il piacere d’essere i padroni di casa. Poi abbiamo continuato il nostro giro in Sicilia, siamo andati altrove, sull’Etna, a Pantalica e nella Cava del Cassìbile. Ricordo la salita all’esile Canna di Filicudi, sperduta nel mare, dove in cima ti sembra che il monolite oscilli, e poi Erosione Eolica sulla scogliera di basalto di Panarea. Con il solo Marantonio a Rocca Busambra, salii i 240 m dell’estrema Vuoto a perdere, sulla parete di Punta Ràisi fu la volta dei 400 m di Pericolo Aereo; e infine l’avventura esteticamente più bella, L’oro dei Touareg sulla mitica falesia di 125 m del Monte d’Oro, teatro anche di gesta solitarie di Manolo di cui la storia sa a malapena i nomi.
A distanza di 25 anni, come dicevo, la cosa più importante è il bellissimo ricordo di quelle giornate e di quelle persone. So che negli anni successivi, come in tutto il resto dell’Europa arrampicabile, si sono verificati dei cambiamenti o delle evoluzioni: questo è normale, è nell’ordine delle cose. E così, quando sono recentemente tornato in Sicilia, sapevo che mai avrei potuto ritrovare quelle sensazioni da arrampicata di frontiera che avevo vissuto la prima volta. Ugualmente, però, mi sono divertito e mi è piaciuto arrampicare con le stesse persone di allora e con altri amici nuovi su placche e su fix del 10, e se fossero stati del 12 andava bene lo stesso, senza il problema di dire “oddio dove è finito il mio spirito alpinistico?”. Ringrazio tutti coloro che hanno attrezzato queste vie anche per me, ma di certo il mio spirito alpinistico non è finito. Io me lo sento ancora dentro. Magari, però, anche data la mia età, solo quando c’è più tempo o più forza interiore lo lascio emergere. Perché di questo si tratta, nel free climbing e nell’alpinismo è più che altro una questione di testa. Il vero impegno è dentro di noi, perciò non si può andare tutti i giorni a pericolare ovunque dove si vorrebbe. Nell’arrampicata sportiva, invece, conta soprattutto lo stato di allenamento fisico e come penalizzazione al massimo c’è il volo, quindi il fallimento della via, mentre invece sappiamo perfettamente che nel free climbing il fallimento è molto più pesante e può comportare conseguenze ben più gravi.

Aver arrampicato in entrambe le diverse modalità mi porta a fare una considerazione finale, per quello che può valere. La sicurezza, nel momento in cui ci si alza da terra e si comincia ad arrampicare, decade in ogni caso. Addirittura sarei tentato di dire che tante più sicurezze noi adoperiamo all’esterno della nostra interiorità, tanto più in realtà noi diminuiamo la quantità di reale sicurezza. Questa è una considerazione sulla quale si può ampiamente discutere, non voglio assolutamente darla come grande verità. Però credo fermamente che una buona parte della nostra sicurezza sia dentro di noi e quanta più ne usiamo di esterna tanto ci si può dimenticare di dove si è realmente, cioè su una comunque pericolosa parete verticale.
Dopo una bella fine serata passata non ricordo più dove con tutti quegli amici, il giorno dopo 5 novembre fu la volta di una via lunga sulla Roccia dello Schiavo, la via della Speranza. Ero assieme a Fabrice Calabrese, Linda e Francesca. La via è rivolta a sud e faceva un caldo esagerato. Giuseppe Maurici ci riportò a casa in un traffico cittadino molto incasinato: pur tenendo i vetri abbassati, l’odore di sudore in quella macchina superava i livelli consentiti.
E anche se a casa non c’era ancora l’acqua calda, per quella sera andò benissimo così.
L’8 novembre ricevetti la seguente riflessione di Carmelo Ferlito, indirizzata più o meno a tutti i partecipanti:
“Cari tutti, non risponderò a Beppe Gallo, come da sua precisa indicazione, però approfitto del suo nutrito indirizzario per comunicare delle riflessioni che non ho avuto voglia di fare sabato scorso per i motivi che stavano sotto gli occhi e le orecchie (e mi fermo con le parti anatomiche) di tutti.
Intanto, voglio ringraziare gli organizzatori dell’incontro e quanti hanno ospitato gli arrampicatori viandanti della Trinacria d’oriente. E siccome i lustri passano – e si sa, gli anni non sono bruscolini – fa ancora più piacere constatare che l’arrivo di figli e famiglie non ha scalfito la generosità un po’ bohemienne, carattere che da sempre marcava la specificità dell’homo verticalis panormensis.
Alcune cose però sono emerse dal confuso oceano di polemiche, ripicche e “tentativi di pacificazione” che fanno impallidire il trattato di Oslo tra israeliani e palestinesi, ma che hanno avuto il medesimo esito. Beppe le ha rimarcate nella sua missiva elettronica.
Mancano le persone che vanno in giro a fare vie lunghe. Chiamiamole pure alpinistiche, con le dovute cautele e proporzioni, ma chi legge sa di cosa parlo. Tantissimi, 100 o 200, non so quantificare, sono coloro che invadono le falesie di tutta la Sicilia. Incomparabilmente meno sono quelli che vanno a spellarsi le mani sulle vie lunghe. Ma perché? Eppure oggi le vie alpinistiche sono molto più protette e sicure di 20 anni fa. Relazioni dettagliate su guide e articoli, soste a spit, molti più chiodi sui tiri duri, ecc., eppure pochi, anzi pochissimi, là sopra.
Io credo che l’abbandono della dimensione alpinistica della scalata sia un riflesso della cultura del momento. Mi spiego. Lionel Terray concettualizzava negli anni ‘50 un condiviso sentire comune tra gli alpinisti dell’epoca sintetizzandolo ne Les conquerants de l’inutile. Non eroi votati alla morte nelle arene delle grandi pareti nord, effetti scenici amplificati dei nazionalismi degli anni ‘30. Non squilibrati filoesoterici della generazione precedente e nemmeno annoiati ricconi d’oltremanica dell’epoca romantica. I conquistatori dell’inutile si giocavano la morte su quelle pareti per riceverne in cambio la vita. Tutti avevano coscienza del valore di quei fatti. Non occorreva spiegarne il significato. Non c’erano premi e gare e, spesso, era anche difficile valutare le difficoltà con dei numeri. Ma tutti avevano chiaro il valore di quei gesti. Tale chiarezza nasce e si nutre da un sentimento condiviso che, poi, si sviluppa in racconti, scritti, foto, al limite mitizzazioni. Si crea un’epopea che trasforma i gesti dei singoli in “gesta” che trascendono gli individui e i fatti e che diventano patrimonio di tutti arricchendo la collettività. In Francia anche chi non ha mai messo mano sulla roccia conosce il profilo della Walker e sa chi è Cassin.
Torniamo a casa nostra. In Sicilia la dimensione epica dell’alpinismo c’è stata. Ha avuto un momento storico e ha conosciuto i suoi eroi. Negli anni ‘80 vi era un certo numero di ragazzi che andavano in giro a scoprire pareti o a farle conoscere a nordici come Alessandro Gogna. Anche negli anni 2000 vi sono tanti ragazzi e ragazze (evviva) che zampettano su pareti e falesie. Quelli che vanno forte e si tengono sul duro sono sempre pochi, come sempre. Vi è tuttavia una gran differenza tra quello che succede oggi e quello che succedeva allora. Esisteva in quegli anni un diffuso fermento “culturale”, non facile da definire o decifrare ma semplice da percepire, che spingeva i ragazzi dell’epoca non solo a partire per le Alpi vere, o quelle in miniatura di casa nostra, ma soprattutto a trasmettersi le emozioni e a farne bagaglio comune. A spingersi l’un l’altro verso una meta lontana ed ideale, un sogno di pietra o di ghiaccio che illuminava gli sguardi e accendeva le fantasie, trasformando un’arida placca di calcare in una favolosa scopa di strega che poteva rapirti e portare lontano. Un lontano mai come allora così vicino alle nostre anime. E quella scopa si alzava se avevi coraggio e fantasia. Altrimenti rimanevi a terra a guardare gli altri volare, ma non ti dispiaceva. Faceva parte del gioco, dava a ciascuno il suo.
La globalizzazione e l’omologazione lasciano segni profondi sui nostri corpi. Siamo tutti un po’ più allenati e molto meglio vestiti e attrezzati. Nulla viene lasciato al caso. Si cura la forza resistenza e quella esplosiva. Ogni dettaglio è conosciuto e studiato della lunga catena che permette ad ognuno, nella misura in cui si alleni a dovere e con metodo, di raggiungere “il grado”. Un’espressione alfanumerica sostituisce il sogno di pietra. Ma è una soluzione democratica ed ha comunque i suoi eroi che, forse, ma solo forse, hanno barattato il pelo sullo stomaco con dei muscoli d’acciaio. I nuovi eroi, quelli che vanno sul duro, meritano comunque rispetto. E sarebbe ridicolo paragonare salite e personaggi. Quello che però la globalizzazione ha tolto di mezzo è il senso stesso dell’eroe e la dimensione del mito. Tutto viene ridotto, circoscritto, descritto e catalogato. Manca il senso di incognito che ci faceva sognare la grandezza.
Eppure ci sono, oggi forse più di allora, quelli che vanno in giro per le montagne del mondo e che fanno anche dei bei gradi con gioia e senza porsi troppi problemi. Gli arrampicatori sportivi partono in spedizione per il sud America e gli arrampicatori classici vanno sui monotiri. Anche in Sicilia, come del resto in molte parti dell’arco alpino, la divisione in settori, funzionale ad un mercato iperconsumistico, perde sempre più significato. Gli arrampicatori di punta portano il 7c ed anche di più in alta montagna, basti vedere le vie di Michel Piola o di Manlio Motto sul Monte Bianco. In Sicilia, itinerari come quelli di Massimo Flaccavento e Maurizio Oviglia a San Vito marcano lo stesso cammino. Un percorso iniziato, mi piace ricordarlo, oltre venti anni fa da Roby Manfrè con vie come Fata Morgana. Questi esempi mi fanno pensare che lo spirito dinamico della ricerca alpinistica non è spento, forse brilla poco. Ma è ancora possibile riportare la montagna nei nostri cuori. Ogni volta che incontro gli arrampicatori dell’altra Sicilia mi ricordo dei momenti degli anni ‘80, e non perché sono ormai rimminchionito (vedi Andrea Camilleri, opere varie), ma perché è palese, basta avere occhi per vederlo. Vi è ancora spazio per creare quel senso di condivisione che è poi il significato di cultura. In fin dei conti, io nel senso etico dell’alpinismo continuo a crederci.
A far brillare lo spirito alpinistico devono pensare le strutture già esistenti come club, associazioni e scuole. Ignazio Mannarano e compagni hanno fatto un gran lavoro nel raccogliere e censire gli itinerari sportivi. Il loro sito è un bel punto di riferimento per tanti, siciliani e non. La scuola Costantino Bonomo fa corsi dai quali escono arrampicatori capaci e coscienti. La Sicilia orientale ha forse delle strutture meno efficienti e nel caso di Catania praticamente inesistenti. Ma vi possono essere altre opportunità di incontro e di crescita. La monografia di Alp sulla Sicilia è una di queste. Un’occasione nella quale i più anziani di noi avranno la responsabilità di trasmettere ai più giovani il senso ed il valore di quello che si è fatto. Un modo per valorizzare la continuità e forse per dare a tanti ragazzi la voglia di scalare gli itinerari classici o di esplorare le tante pareti ancora non salite, magari andando ad aprire itinerari lunghi con difficoltà elevate, dove poter trovare la scopa della strega che fa volare alti, anche più in là delle pareti che si scalano. Un abbraccio a tutti”.
Nel mese di novembre andai con Luca Santini all’Antimedale per salire L’Altra Chiappa (12 novembre) e alla Corma di Machaby per salire Monia Quacia+Par Condicio (26 novembre, ma qui c’era anche Filippo Gallizia). Con Filippo andai il 2 dicembre allo Scoglio di Mroz per salire Impressioni di Settembre, una bellissima via aperta da Maurizio Oviglia e Giorgio Caddeo nel settembre 1997.
L’11 dicembre 2006, Giornata internazionale della Montagna, ero a Roma, a Villa Madama, dove alle ore 11 il Ministro Linda Lanzillotta conferì a me e ad altri cinque (di ogni risma, anche gente che aveva costruito funivie) una targa in riconoscimento del “prezioso e costante contributo allo sviluppo culturale, sociale ed economico della montagna”. E non era finita, perché la delegazione dei premiati, accompagnati dal Ministro, fu anche ricevuta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Quirinale. Ricordo che erano circa le 16 ed io avevo il serio problema di dover al più presto fare pipì. Provai a resistere, ma alla fine fui costretto a chiedere a un corazziere dove erano i bagni “presidenziali”. Mi fu indicato e quindi mi precipitai: ancora oggi ricordo quella buffa situazione, non capita spesso di ridere a crepapelle mentre si tira lo sciacquone…
Con Filippo Gallizia il 17 dicembre andai al Pilastro Lomasti, a ripetere la storica via che Enrico Lomasti aveva aperto da solo, la Via del 94°.


Dopo Natale Guya ed io partimmo assieme a Luca Santini e Paola Pravadelli (senza la figlia Sofia) per un bel giro in Provenza. Il 30 arrampicammo a Buoux, il 31 alle Dentelles de Montmirail con conseguente acquisto di casse di vino Gigondas. Per l’ultimo dell’anno eravamo in un bellissimo albergo di Buoux, con ricco cenone e tanto divertimento, nell’atmosfera tanto francese di un tempo. Il 2 e 3 gennaio ripetemmo il copione, cioè ancora arrampicata a Buoux e Dentelles de Montmirail, mentre le ragazze facevano giri culturali tra van Gogh, Cézanne e altre suggestioni, per lo più resistendo (ma qualche volta cedendo) al fascino di ciò che era esposto nelle vetrine o sui banchi di qualche mercatino dell’antiquariato.
Il 4 gennaio Luca ed io arrampicammo alle Deux Aiguilles di St.Victoire, mentre il 5 e il 6 eravamo alle Calanques. Di notevole salimmo la storica Voie du Temple (6 gennaio) al Socle de la Candelle,un itinerario aperto nel 1943 da Georges Livanos e Jean Meunier.


Dalla sera del 4 alla mattina del 7 gennaio dormimmo in graziosissimo B&B, in aperta campagna, tenuto da un’affabile coppia gay. L’arredamento era davvero di un buon gusto speciale e l’aria era profumata da un distributore automatico di essenze, anche se la delicatezza di una tale permanenza fu irrimediabilmente compromessa da un episodio. La mattina della nostra partenza per Milano, fatta colazione e approntati i bagagli, fui chiamato nella loro stanza da Luca. Mi portò in bagno e mi mostrò il perché di tanta segretezza. Proprio subito prima di partire era stato colto dalla necessità di andare di corpo: mi mostrò il prodotto della sua evacuazione. Nel water era appoggiato uno spettacolare stronzo, di diametro importante e lungo una trentina di centimetri, che lui non riusciva a far scomparire neppure con l’aiuto dello scopino. Osservai che avevamo due possibilità: o il prelievo (e successivo smaltimento chissà dove) oppure il taglio con il coltello in almeno tre parti più o meno uguali. Quale coltello? Non avevamo coltelli in dotazione alle camere, e poi sarebbe stato comunque poco carino. Decidemmo che nessuna delle due soluzioni era realizzabile e concludemmo di lasciare tutto come stava e di scappare al più presto in direzione Italia.
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La lettura di questo scritto mi ha divertito molto, ma questo passaggio mi ha lasciato senza fiato dalle risate!!
Complimenti per la colonna sonora dei tuoi 60 anni. Approvo in pieno!
Concordo con Marcello l’opinione sul Nordic walking: è un modo per arrotondare nel periodo estivo degli insegnanti di sci di fondo…
In Arlberg d’estate piove sempre.
Il Nordic Walking è una cagata pazzesca!
Hai fatto male a non venire al mio 61esimo compleanno.
Forse scriverò anch’io di com’è andata.
Questi si son “calibri” altro che quelli degli Stukas!