Mauro Calibani è nato ad Ascoli Piceno il 10 maggio 1974. Suo padre è stato un alpinista esploratore, sia lui che sua madre erano grandi appassionati di montagna e natura. Lui è uno scalatore, sin da piccolissimo osservava suo padre preparare il materiale per le sue scalate, e dentro bruciava dalla voglia di farlo anche lui. L’attesa fu lunga ma a 14 anni strappò la sua prima via in montagna proprio con suo padre. A 16 anni fu introdotto all’arrampicata sportiva dall’amico Stefano Romanucci, scalatore creativo e fantasioso che gli trasmise tutta una parte del suo essere stravagante e innovativo, e soprattutto gli insegnò a non porsi mai limiti nella testa e a non credere mai a ciò che si sente dire, ma di sperimentare sempre in prima persona. Ha scalato per anni in falesia e in montagna, spesso anche in solitudine oppure sul suo muretto auto-costruito. Nel 1991 partecipò al primo campionato italiano giovanile e si classificò al secondo posto. Nel 1997 vinse la coppa Italia lead. A cavallo tra il ‘96 ed il ‘97 ebbe l’esigenza di trasferire la sua predilezione di brevi sequenze estreme di movimenti scoprendo così il bouldering.
Il bouldering gli stava trasmettendo nuove visioni, sensazioni forti mai provate prima ed in maniera naturale intensificò la sua pratica fino a fondersi completamente 6 giorni su 7 nella natura, distaccandosi dal pensiero comune e iniziando un percorso intimo e più profondo di un nuovo “Sé” scalatore. In quel preciso momento ebbe inizio il lungo viaggio di E9, nata in contemporanea con tutto questo. La sua vena creativa cominciò ad intensificare il suo flusso, nacque il primo campionario di E9, costituito da un pantalone lungo (il Montone), un 3\4 (il Fuego) ed uno short (il Pollicino), assieme a 2 t-shirt, 2 sacchetti porta magnesite per la falesia e il bouldering; a corredare il tutto vi erano un crash pad e 3 cappellini in lana.
Mauro Calibani
(visionario, innovativo, E9)
di Matteo Pavana
(pubblicato su The Pill nel 2018)
Cosa significa nel 2018 per te arrampicare?
Significa essere me stesso, attraverso l’arrampicata io cerco di fondermi con la pietra, e attraverso di essa libero le mie più profonde emozioni. La scalata cura le mie tristezze, libera la mia mente dai pensieri negativi e soprattutto mi dà modo di sentirmi un artista. Amo scalare e vedo nella pietra una delle più belle espressioni della natura, questa è già lì, ferma, aspetta solo di essere vista e attraverso il mio corpo in movimento mi unisco ad essa cercando di dare vita e valore alla sua bellezza. Mi emoziono spesso guardando le belle linee delle pietre che incontro e mi sento privilegiato di poter dare loro un valore e vita con la mia danza verticale.
Fondatore e mente creativa-attiva del marchio E9, la lampadina quando si è accesa?
Ho sempre avuto il pallino per l’abbigliamento, ricercare la stravaganza anche nei vestiti come una forma dell’espressione di me stesso. Nel 1998, mentre studiavo a Bologna, mi sentivo sempre più a disagio nella condizione di studente, e non immaginavo più il mio futuro chiuso in una sala ad insegnare. Il bouldering mi aveva ormai rapito del tutto. È successo che di punto in bianco ho iniziato a pensare fortemente alla possibilità di creare una linea di abbigliamento per gli scalatori, ho abbandonato gli studi e ho investito tutti i miei risparmi e le mie energie in un progetto folle, visionario e innovativo, volevo creare capi d’abbigliamento, in primis per me e per dare finalmente una bella immagine agli scalatori. Sono stati momenti indimenticabili, anche difficili, ero saltato nel vuoto, verso un viaggio in un mondo sconosciuto fuori dalle mie sicurezze.
Dall’inizio di questo progetto cosa è successo? Se ti guardi indietro, cosa vedi?
Vedo un progetto fantastico, E9, non solo un marchio di abbigliamento ma qualche cosa di più grande, un “Real Brand”, in cui le persone dopo vent’anni si riconoscono sempre di più per la coerenza espressiva che abbiamo portato avanti negli anni. All’inizio per diversi anni eravamo i soli a fare questo tipo di lavoro, abbigliamento per scalatori. L’abbiamo sempre fatto con passione ed entusiasmo, il nostro stile ha influenzato molti brand di settore, E9 ha inventato lo stile nel mondo della scalata, in modo autentico originale e dirompente.
Cosa diresti al Mauro Calibani di quel giorno, dal giorno in cui hai avviato questo percorso, da imprenditore?
Gli direi ridendo che è stato un pazzo visionario, che ha speso tutto quello che aveva dentro per portare avanti la sua vita scalatoria, assieme a quel fiume in piena di creatività che gli scorreva dentro, che lo ha portato a diventare il primo Campione del Mondo della Storia del bouldering nel 2001 a Winterthur, cosa ancor più originale fu che l’arrivo a questo obiettivo avvenne scalando solo ed esclusivamente in natura e mai sulla plastica. Gli direi inoltre che pur senza esserne profondamente cosciente ha creato qualche cosa di unico e importante, che va al di là di un semplice progetto imprenditoriale, dove i valori e la filosofia del climbing hanno sempre guidato il tutto. In fine gli direi che visti i risultati ha fatto bene, ad osare. Questo è potuto accadere perché dietro ho avuto una famiglia che mi ha lasciato libero di essere me stesso.
Fin da subito ho riconosciuto in te una sensibilità palpabile, genuina, vera. Che responsabilità senti di avere come marchio nel mondo del climbing?
Innanzitutto grazie! La responsabilità è grande, è continua, uno dei nostri slogan è “Preserve the rock”, un altro è “Listen to the Rock”, l’altro ancora “Listen to the Nature”. È qui dentro che si racchiude l’impegno sofferto, lo sforzo nel cercare di trasmettere valori veri, importanti, che possano aiutare a salvaguardare la Natura e la Pietra, elementi sacri per noi climbers. C’è bisogno d’insegnare a vedere, a sentire, a rispettare tutto quello che è il nostro patrimonio, soprattutto per le generazioni future. Non utilizzare la roccia e la natura solo per alimentare il nostro ego, ma per entrare in contatto con essi e vivere così la scalata con più sensibilità, rispetto e passione, ricordandoci che noi siamo ospiti invasivi e devastanti. Mi sembra di percepire che oggi invece la tendenza sia quella di ridurre spesso tutto ad una classifica di numeri, risultati e al bisogno di apparire. Mi manca la scalata degli anni addietro, in cui i grandi del tempo hanno inventato, scritto, amato. Oggi la scalata è divenuta un fenomeno cresciuto in maniera impressionante, ed anche E9 ha la responsabilità di trasmettere i valori giusti, importanti e veri che stanno alla base di chi sente essere uno scalatore.
Cosa ne pensi della sostenibilità ambientale§? Posso chiederti in concreto cosa, come E9, fai e ti piacerebbe comunicare per la salvaguardia del pianeta?
Il senso di responsabilità per cercare di contribuire alla salvaguardia della natura e del pianeta per un’azienda come la nostra, che non produce beni primari per la vita. è molto forte e lo è sempre stato, ma negli ultimi anni, grazie alle evidenti conseguenze del menefreghismo “globale”, questo tema anche in E9 è sempre più vivo. E9 da sempre produce in Italia e questo non da solo prestigio e valore alla produzione nel senso qualitativo, ma vuol dire anche e soprattutto produzione a “Km 0”. Le nostre produzioni sono quasi per il 100% prodotte in un raggio operativo di 30 km attorno al nostro head quarter, questo azzera quasi completamente il consumo di carburante e le conseguenti emissioni di gas serra. Il secondo aspetto che stiamo affrontando è l’introduzione già dalla FW 19 dell’Organic Cotton su gran parte dei nostri capi, il che vuol dire coltivare cotone con un minor consumo di acqua, azzeramento di utilizzo di pesticidi dannosi. Abbiamo in mente altri progetti volti all’attenzione del pianeta, anche se non saranno mai abbastanza incisivi, per la reale svolta ci vorrebbe un cambiamento radicale, che faccia ritornare l’uomo a consumare ciò di cui realmente ha bisogno, con la consapevolezza che la natura è il vero patrimonio.
Avresti voglia di dare tre consigli a un arrampicatore per rispettare l’ambiente in cui si muove?
Comportarsi sempre cercando di impattare il meno possibile sull’ambiente circostante. Valutare il reale impatto nell’ecosistema del luogo sotto i diversi punti di vista prima di divulgare le nuove aree alle masse di persone. Utilizzare la pietra in modo ottimale per allungare la durata della roccia nel tempo.
Posso chiederti il tuo sogno più grande?
Che si inizi a fare veramente qualche cosa di importante per il pianeta, un cambio di direzione che vada a vantaggio della natura.
Hai mai pensato in concreto cosa farà il Mauro Calibani del futuro, tra dieci anni per esempio?
Purtroppo non sono un programmatore, per cui vivo tutto quel che faccio con entusiasmo e passionalità, ma sul momento. Se sarò ancora al timone della barca, tutto quello che ho detto sopra dovrà essere amplificato e volto a cambiamenti che evolveranno assieme a me, per il momento ho poco tempo per pensare al mio futuro, cerco di sbagliare poco, anche se continuo a commettere errori.
Cosa pensi dell’arrampicata alle Olimpiadi? Aspetti negativi e positivi.
Personalmente non mi interessa molto delle Olimpiadi nella scalata, queste potranno essere la fortuna dei grandi strateghi del commerciale, per vendere sempre di più accaparrandosi mercati ad ogni costo, o per quegli atleti che saranno totalmente devoti all’agonismo. Alla scalata come forma d’arte più pura non porterà nulla.
Progetti a medio e lungo termine?
Nella scalata salire le linee più belle che avrò la fortuna di incontrare, tutte quelle che mi faranno battere il cuore, possibilmente quelle che vedrò io per la prima volta, quelle che gli altri non hanno visto prima. Nella vita vorrei cercare di rimanere sempre coerente con i miei principi, cambiando in meglio, costruendo sopra a quello che ho fatto fino ad ora.
Mauro Calibani
di Daniela Feroleto
(pubblicato su UP Climbing nel 2019)
Chi sei? Che tipo di persona ti definisci?
Sono un “45enne ruspante”, appassionato da sempre di scalata, irrefrenabilmente creativo sia nella vita che nell’arte che amo di più, l’arrampicata!
Avrei voluto arrampicare sin da bambino, poiché mio padre lo faceva, i miei genitori, non conoscendo l’arrampicata sportiva ma solo l’alpinismo, mi hanno fatto aspettare fino all’età di 14 anni, quando per la prima volta mio padre mi ha portato sulla cresta nord-est del Corno Piccolo al Gran Sasso. Prima ho sporadicamente rubato qualche salita durante i corsi di roccia del CAI, conservandole gelosamente tra le mie esperienze più preziose d’infanzia.
Prima di dedicarti all’arrampicata da ragazzino hai provato diversi sport, ginnastica, atletica, basket, calcio… e con i tuoi genitori hai sempre frequentato la montagna attraverso lo scialpinismo iniziato all’età di 6 anni e l’escursionismo ancora prima. Inoltre con loro hai viaggiato tantissimo in camper (Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria, Europa). Nonostante i mille stimoli ricevuti dai tuoi genitori e dalle esperienze che facevi ogni giorno con i tuoi compagni di gioco e di strada, come è scattata la tua attrazione verso la roccia e quando hai iniziato a salirla?
Sì, ho avuto la fortuna di essere libero, direi che ho combattuto per fare quasi sempre quello che mi piaceva, ed i miei genitori hanno in parte assecondato questa mia indole, poi quando ho compiuto 16 anni ho iniziato questo nuovo percorso nell’arrampicata sportiva con Stefano Romanucci, e da quel momento in poi le idee si sono chiarite ed ho veramente incominciato ad essere “un vero scalatore”, allontanandomi piano piano da tutto il resto. Avevo scelto l’arrampicata, era come se fosse scritta nel mio dna.
Dopo che hai iniziato ad arrampicare ad Ascoli con i primi rocciatori ascolani per un lungo periodo sei rimasto da solo, senza compagni, e ovviamente senza una palestra indoor e tanto meno Youtube o i social network per incontrare/conoscere persone. Come hai fatto a non scoraggiarti in questo percorso? Cosa facevi e come hai trovato i tuoi primi compagni di scalata (chiodatura di Ponte d’Arli, visita alle prime falesie note, ecc.)?
Quando attorno al ’93 Stefano Romanucci, Cristian Muscelli e Sandro Fanesi andarono all’università per un lungo periodo si allontanarono dall’arrampicata ed io rimasi da solo.
Iniziai ad imparare a scalare in moulinette in autoassicurazione, e convinsi i miei a farmi devastare la mia camera da letto per attrezzare il mio muretto auto-costruito. Poi saltuariamente partivo in treno e incontravo gli amici con cui facevo le gare giovanili, mi confrontavo con loro anche distanza, scalando vie sempre più dure.
Iniziai attorno al ‘93/’94 a chiodare la falesia di Ponte d’Arli qui ad Ascoli e da questo momento ebbi nuovamente altri compagni e amici come Riccardo Traini, Alessandro Lupi e Bernardino Sacripanti, tutti loro si appassionarono alla scalata.
Dalle primissime esperienze alle prime vie dure salite da ragazzo, quando hai capito che volevi e che potevi raggiungere il massimo? Cosa ti piaceva dell’arrampicata, cosa cercavi?
Cercavo di imparare tutto attentamente, ogni aspetto che mi permettesse di progredire, non mi sono mai posto limiti, anzi ho cercato sempre di spostarli più avanti, e ancora oggi lo faccio.
Se ci sono stati, chi sono stati i tuoi punti riferimento e/o fonte d’ispirazione nel tuo percorso sempre crescente?
Eccome se ce ne sono stati, il primo tra tutti Stefano Romanucci da cui ho preso lo spirito scanzonato, l’approccio senza troppi limiti ed i primi importanti segreti dell’arrampicata, poi tra i principali che sono seguiti, ci sono molti dei ragazzi e amici con cui ho gareggiato negli anni a venire come Marcello Bruccini, Cristian Brenna, Luca Giupponi, Stefano Alippi, Luca Zardini, Christian Core, Alberto Gnerro; veri climber e soprattutto persone che attraverso il confronto hanno accresciuto anche con umiltà il loro grande livello. Poi nel mio percorso negli intensi anni del bouldering su roccia, sicuramente Bertrand Lemaire, Marzio Nardi, Stefan Denis e Julien Nadiras. Eravamo persone ed amici che hanno fuso le loro menti cercando quella sintonia vibrante preziosa e rara da trovare: il risultato dell’unione tra intelligenza, passione, fantasia e amicizia. Poi molti altri amici anche meno forti da cui ho appreso e continuo ad apprendere.
Hai creduto così tanto nel bouldering che hai praticamente abbandonato l’arrampicata sportiva per molti anni. Perché?
Perché ho capito che in questa nuova pratica ci fosse molto di più, più armonia, più raffinatezza, un bagaglio motorio nuovo, infinito e stravagante con cui esprimersi e dare vita a passaggi meravigliosi.
Linee create dalla natura simili a sculture, che durante le salite più intime ti toccano nel profondo. Poi perché tiri come un mulo, che sembra che scoppi; per tutto questo amo, ed ho amato in maniera assoluta il bouldering assieme anche al resto.
Sei stato e tutt’ora sei un atleta veramente anomalo… poco amante degli allenamenti e delle diete ferree, anzi, un grande estimatore del buon cibo e del relax, ma come hai fatto a diventare così forte? Fortunatamente dotato o c’è di più?
Credo di essere assurdo, da un lato sono come un panda pigrissimo e sornione, e dall’altro bilanciato da una parte di me più guerriera, testarda e ambiziosa, il tutto è mescolato ad una forte necessità di “creare”, e di accrescere anche me stesso. Dotato sì, ma soprattutto devoto all’arte della scalata.
Ancora oggi molti pensano a te come uno costantemente allenato e che viaggia per il mondo scalando, in realtà a parte il primo periodo, da quando hai creato E9 hai sempre conciliato lavoro e famiglia, talvolta scalando anche a weekend alterni… Non ti sei scoraggiato nonostante il pochissimo tempo da dedicare alla scalata e hai continuato a puntare in alto. Come fai? Cosa tiene alta questa passione?
Il bisogno che ho di muovere il mio corpo sulle linee più belle, non ce la faccio proprio a non vederle, quando vedo ogni nuova parete, sasso, o muro di un palazzo, io ci devo immaginare la linea di salita, ed il bello è che ho la sensibile propensione per quelle stupende! Quindi salire linee facili o meno facili è solo una questione continua che si ripete da anni nel tempo.
Tornando al bouldering, quando tu hai iniziato ad allenarti indoor sul tuo pannellino in cameretta, c’era un altro fortissimo tuo coetaneo che si stava facendo notare, mi riferisco a Christian Core. Voi due siete stati “avversari”, ma in realtà anche amici e vi siete allenati insieme per un periodo. Cosa ci racconti?
Christian, nonostante abbia iniziato a fare bouldering successivamente a me, ha da subito deciso di specializzarsi in questa nuova disciplina, finalizzandola inizialmente soprattutto alle gare, ed i suoi risultati hanno parlato chiaro!
Io sono approdato alle gare di bouldering dopo, a causa di un importante infortunio culminato con un intervento al polso della mia mano sinistra. Iniziai a gareggiare in coppa del mondo nel 2001.
Io e Christian, credo di poter affermare, siamo stati grandi rivali, ma questa nostra rivalità ci ha portati a spingere di brutto sull’acceleratore, in alcuni degli appuntamenti più importanti sentivo che era come se fossimo da soli, senza avversari, uno contro l’altro, consapevoli della nostra amicizia, ma fortemente ambiziosi. Io scalavo solo su roccia, poi andavo alle gare, Christian invece era molto più metodico nella preparazione.
Abbiamo regalato all’Italia titoli e piazzamenti importanti, ancora oggi i migliori nel bouldering.
Non essendo mai stato un metodico dell’allenamento e non esistendo intorno a te palestre di alto livello in cui potersi allenare, come hai fatto a diventare campione del mondo nel 2001? Eri già fortissimo su roccia, perché hai scelto di iniziare a gareggiare?
lo in realtà ero davvero appagato dalla scalata sui sassi in natura, dove stavo spingendo con tutto me stesso, poi gli amici mi spinsero a provare, avendomi visto in azione tra i sassi, così provai, e già dalla prima gara di coppa del mondo a Gap mi classificai al secondo posto, poi per un po’ di anni a seguire non ho mai più mancato una finale… Giovanni Cantamessa, responsabile del CUS Bologna per cui gareggiavo ai tempi dell’università e amico scomparso, vide in me un cavallo da corsa, mi prese sotto la sua ala e mi portò a vincere!
L’8 settembre 2001 a Winterthur vinsi il primo campionato del mondo della storia del bouldering, in una gara memorabile, in finale chiusi cinque blocchi su cinque!… il secondo ne salì tre!
Dopo vittorie cosi importanti è difficile smettere dì gareggiare e tornare ad essere “soltanto” scalatore. Come hai vissuto questa “uscita di scena”?
Gareggiare è parte dell’indole umana, e la mia paura era che non arrivasse mai il bisogno di smettere. Poi un giorno, al mio ultimo Campionato Europeo a Birmingham nel 2006, lessi le date di nascita dei più giovani partecipanti agguerriti… e fu poi naturale decidere di far loro largo, mi sentii fuori luogo.
Lasciando il mondo delle gare hai potuto concentrarti solamente sulla roccia e si può dire che da quel momento in poi ti sei davvero completato sperimentando qualunque forma di arrampicata. Sei stato uno dei primi ad introdurre artificialmente lo stile trad in Italia con una salita ancora oggi di altissimo rilievo. Come ci sei arrivato?
Grazie alla mia curiosità di cambiamento e di continua evoluzione, non amo essere uno specialista, ma vorrei essere bravo nell’interpretazione di tutti i terreni legati alla scalata.
Quando vidi Hard grit (un importante video inglese che documentava bellissime salite sul gritstone) per la prima volta e tutto divenne logico, semplice da comprendere ed immediatamente dopo un viaggio in Inghilterra io facevo trad! Anche se già in montagna i terreni più classici li avevo provati.
Nel 1999 scoprii la linea di Is Not Always Pasqua (che si trova a Interprete, una frazione di Montegallo-AP, NdR) e logicamente decisi di non intaccare la roccia con nessuna protezione fissa poiché mi sembrò naturale affrontarla nello stile più pulito. Fu così che nel 2002 realizzai il mio progetto forse anche un po’ visionario: la salita di Is Not Always Pasqua E9 7a, o 8b+.
Ancor più importante nacque l’idea di mantenere tutta la nostra zona di arenaria come spazi dedicati al clean climbing.
Ma forse il tuo nome è esploso quando hai annunciato il tuo 8c+ di blocco Tonino ’78 (si trova a Meschia, nel comune di Roccafluvione, NdR). Grazie a Julien Nadiras hai iniziato a credere di poterlo salire, ma com’è avvenuto questo processo? In che modo ti ci sei dedicato?(anche aneddoti simpatici). E poi, da dove è uscito questo nome?
Tonino ‘78 rappresenta un mio momento creativo di ricerca del limite nel bouldering, l’avvicinarmi ad un’espressione massima della mia fisicità, attraverso l’incontro con una linea che presentava le esatte caratteristiche di cui necessitavo in quel momento. Il sasso era lì da tempo, fermo ed imponente, lo utilizzavamo in passato come riparo per la pioggia essendo un tetto. Poi qualche sporadico tentativo senza fiducia sull’evidente ed improbabile uscita, e poi finalmente un giorno passandoci sotto con Julien attorno al 2002, fu fantastico, dopo 30 minuti che ci fermammo solo per caso, io liberai la partenza da in piedi, che fu valutata sul 7c+ e fu chiamata Leonardo da Vinci e subito riuscì anche a lui!
Questa è la magia del bouldering, le salite a volte arrivano inaspettate, anche di linee sotto ai tuoi occhi da anni…
Iniziammo a tastare gli appigli della partenza da seduti e ne risolvemmo magicamente i movimenti. Qualche giorno dopo riuscii nella sit sull’8b, ma Julien era tornato a Parigi. Scese di nuovo e la risolse anche lui. Poi mi venne in mente di guardare la partenza dal fondo che avrebbe dato una ultima partenza logica dal punto più basso. Da questo momento in poi mi sono goduto, vicino a casa e senza pressioni, un lungo periodo di tentativi, sognando di salire qualche cosa di nuovo, una sequenza di movimenti che mi svuotavano dentro, poi nel gennaio 2004 in fine la magica salita, quella che fu perfetta, fluida e senza sforzo, ma che mi costò un anno di passione a modo mio. Julien, una volta saputo della mia salita integrale, scese tempo dopo e riuscì nell’impresa, fu forse per entrambi la fine di un processo di ricerca dell’estremo, un incontro finale su Tonino che ci ha uniti, profondamente, per l’ultima volta.
Il nome? Fu semplice darglielo, era stato scolpito sulla pietra da un certo Tonino, nato nel ’78, e fu così naturale e simpatico chiamarlo in questo modo…
Dal bouldering a 360 gradi come sei tornato in falesia e in montagna?
Mi piace ogni forma d’arrampicata, ho iniziato in montagna con mio padre sul Gran Sasso, poi con Stefano l’arrampicata sportiva ed infine la mia personale ricerca nel bouldering. Non amo fare le stesse cose, quindi ho bisogno di variare il menù!
Mauro Calibani in genere viene associato al bouldering, ma in realtà sei sempre stato uno dei precursori nelle varie specialità dell’arrampicata, per esempio uno dei primi in Italia a sperimentare il Deep Water Soloing con notevoli prestazioni. Non ti sei mai fermato, hai voluto metterti in gioco anche qui, perché?
Adoro il mare. Come ho già detto, ho bisogno della polivalenza nella mia sfera arrampicata, e soffro non poterne padroneggiare bene ogni sfumatura, per cui sono programmato per voler fare tutto alternando in base al bisogno interiore. Anni fa ho scoperto la scalata sul mare, in Sardegna attorno al 2004, poi andammo in Puglia, dove con E9 effettuammo anche un raid con il team nel 2007 (Dove finisce la terra). Infine il mio approdo a Maiorca.
Anche per imparare questa nuova disciplina ho combattuto contro le mie paure, e l’ho fatto in maniera determinata, poiché prima di spingere al limite, ho dovuto imparare ad avere la serenità di controllare le cadute, e dopo una testarda sperimentazione (mi sono anche perforato un timpano cadendo), sono naturalmente entrato anche in questo favoloso mondo. Anni fa nel settore di El Diablo trovai il feeling perfetto in un magico giorno in cui anche il grande salto a più di 10 metri dal mare di Two Smoking Barrel si lasciò salire in stile flash.
In quella vacanza salii il 90% delle vie al primo colpo fino all’8b. Il DWS ti fa vibrare dentro, quando entri in sintonia, è una delle più belle espressioni dell’arrampicata in cui la libertà di essere senza fili si unisce alla danza verticale, inebriata dalle forti emozioni!
Poche settimane fa, all’età di 45 anni, hai salito la via più dura della tua vita. Perché è arrivata ora? Cosa ha in più il Mauro di oggi rispetto al giovane Mauro nel pieno della sua forma fisica?
Sì, sono riuscito su una mia creazione a cui tenevo molto! Non amo ripetere le cose altrui, poiché sono consapevole della mia creatività e capacità di intuizione. Incontrando questa linea, Voortrekker, ho dovuto piegarmi alla sua magnificenza! E così mi sono nuovamente rimesso in gioco, ed infine anche questa volta è arrivato il momento magico. A 45 anni sento dolori spesso dappertutto, non entro nei dettagli, oltre che ho poco tempo libero spensierato, ma proprio per questo quando incontro una linea meravigliosa come questa, non posso fare altro che desiderarla; cercando di ottimizzare il mio tempo al meglio ed in questo l’esperienza accumulata mi aiuta.
Perché hai deciso di denominare questa via Voortrekker (domanda della Redazione)?
Voortrekker in lingua africana significa ‘quelli che vanno avanti’ e il nome è dedicato anche ad un vecchio elefante ucciso pochi giorni fa in Namibia e così chiamato dalla gente del posto. Grazie a questo elefante la sua specie era riuscita a sopravvivere, ma nonostante la sua saggezza, imponenza e forza, nulla ha potuto salvarlo dai bracconieri.
Da cosa è caratterizzata questa via di arrampicata (domanda della Redazione)?
Ho attrezzato questa linea circa tre anni fa, in Molise, nei pressi di Frosolone, che si trova in provincia di Campobasso. La difficoltà proposta è di 9a o 9a+, ma si attendono i pareri dei futuri aspiranti alla ripetizione per confermarne il grado. Per arrivare alla conclusione di questo ‘viaggio verticale’ ho investito circa dieci giornate la scorsa estate e cinque giornate tra giugno e luglio. Ho effettuato almeno quaranta tentativi ‘spacca’ dita e muscoli su una parete inclinata a quaranta gradi oltre la verticale. Finalmente venerdì scorso, verso le dieci del mattino, sono riuscito a mettere insieme tutti i 27 movimenti di questa magnifica linea su micro appigli senza mai cadere, tutta d’un fiato.
Che tipo di allenamento ci è voluto per raggiungere un’impresa del genere (domanda della Redazione)?
Beh, non sono più un ragazzino, perché ho 45 anni e questo rende ancor più importante il risultato ottenuto. Mi sono preparato con dedizione per tutto l’inverno per arrivare in forma a questo importante obiettivo, la cui durata complessiva è di poco più di un minuto di scalata al limite sulla punta delle dita.

Col passare degli anni le cose cambiano e spesso anche le persone che un tempo ti erano sempre al fianco oggi hanno preso strade diverse. Hai ancora un solido gruppo di amici che arrampica con te? Da O a 100, quanto è importante sulla riuscita di un obiettivo avere i compagni giusti? A differenza di molti che poi hanno abbandonato l’arrampicata, o che la vivono come un hobby, come riesci ad essere sempre motivato?
Bella considerazione… ho difficoltà a scrivere… La sfera amicizia è un aspetto chiave anche della mia vita e della mia evoluzione, è anche grazie ad i miei più cari amici che sono riuscito a crescere, grazie al loro supporto ed alla loro fiducia e stima. Oggi mi sento più solo, anche se ho la fortuna di avere “Te” (mia compagna di vita Daniela Feroleto, scalatrice doc)…
Ma quegli amici che vorrei ancora avere al mio fianco per ridere e scherzare come prima, non ci sono più, molti di loro hanno cambiato direzione e non riescono più a vivere l’arrampicata come lo facevamo tempo fa, alla mia maniera, in modo vero, profondo e assoluto. So che è normale, ma era così bello quando il gruppo era coeso e forte…
È indubbio che con l’avvento dei social network l’arrampicata sia per buona parte diventata una moda e un modo per esibirsi ed affermarsi attraverso un “post”. Tu hai deciso di stare fuori da questo mondo rinunciando ai “like”. Cosa ne pensi di questo radicale cambiamento di direzione dell’arrampicata e non solo? Pensando alla parola “climber” c’è una grande differenza tra una figura come la tua (e molte altre del “passato”) e le persone che oggi approcciano questo mondo. Cosa significava essere un climber fino a pochi anni fa e cosa sembra significare oggi?
In generale credo che il mondo dei social network mi inquieta, perché credo sia responsabile di questo cambiamento radicale troppo repentino del modo di comportarsi delle persone, dei ragazzi, e della società: tutti sprecano il loro tempo a cercare di mettere in mostra se stessi e di rendere speciale qualsiasi cazzata, cercando quella perfezione che non potrà mai arrivare. Ci si allontana dalla reale ricerca di crescita interiore a vantaggio dell’immagine di se stessi. lo ho deciso di restare fuori, come un eremita, auto imponendomi questa che ritengo essere la strada più giusta. In passato c’era il contatto reale fisico e spirituale con gli amici più grandi che t’introducevano alla vita o alla scalata. Scalare significava bramare di volerlo essere, sentendo storie, guardando, e facendo tesoro delle poche informazioni, ma soprattutto sognando. Oggi tutto è a portata di mano ed anche i climber moderni sono radicalmente cambiati. Penso con nostalgia a Patrick Edlinger, a Patrick Berhault, a Ben Moon o a Jerry Moffat, a Wolfgang Güllich, agli scalatori di anni fa che vivevano squattrinati sotto ai ponti pur di continuare radicalmente solo a scalare, che esploravano sperimentando con passione. Mi piace sentire di appartenere di più a persone come loro.
Infine, che cosa consiglieresti ai giovani climber di oggi?
Consiglierei di guardare ciò che è stato fatto in passato per affrontare meglio e nella maniera più corretta il futuro. Rispettando il più possibile la roccia e riflettendo bene prima di agire, magari condividendo le proprie idee con altri per capire se quello che si pensa possa dover essere corretto, perché la condivisione porta ad una crescita collettiva molto diversa dall’ego-individualità! Suggerirei di essere avidi di conoscere ciò che è stato fatto con amore prima di loro, perché solo così ci potrà essere una “bella” crescita personale.
La roccia come un foglio bianco su cui esprimere la propria arte
di Mauro Calibani
L’arrampicata per me è una passione forte che ha condizionato e ancora condiziona tante delle mie scelte di vita. Sono ancora felice e mi sento fortunato per questo.
Scandisce il mio tempo ogni giorno, placa le mie inquietudini facendomi ritrovare l’equilibrio ogni volta.
Spesso guardo la roccia, ne scovo una linea di salita, la mente inizia a pensare come interpretarla, mi affretto a calzare le mie scarpe, affondo le mani nella magnesite e provo ad entrare nuovamente in contatto con essa.
All’inizio il mio corpo è più legnoso, poi, man a mano che scalo, diviene più armonico e flessibile. Sento i gesti che entrano in sintonia con le idee e inizio a prendere il ritmo giusto tra appoggi e appigli. Io e il mio corpo siamo uniti in un contatto quasi perfetto con la pietra, non c’è più spazio per i pensieri, ora provo solo piacere.
È ancora oggi uno dei miei principali mezzi d’espressione.
L’incontro con Meschia e l’arenaria fu per me un’occasione unica e bellissima al tempo stesso, casuale e fortunata per la vicinanza ai miei luoghi di nascita, ma fortemente voluta.
Era il 1996 e stavo cercando un luogo dove iniziare a praticare il bouldering in natura.
Forse ero annoiato dall’essere incanalato in un percorso già scritto e stabilito seguito da molti, anche perché ero sempre stato più abile a scalare brevi sequenze di forza piuttosto che estenuanti battaglie nell’acido lattico. Decisi così di seguire il richiamo, lasciai la corda e l’imbrago a casa e pian piano iniziai a salire in cima ai sassi. Trovai il mio paradiso.
All’inizio passavo per buchi, spigoli e appigli evidenti, poi col tempo iniziai salire dove gli appigli potevano essere solo immaginati.
E fu proprio quando arrivai a immaginare che la porta si aprì, uscii da quella stanza chiusa, ormai satura della scalata di metà/fine anni Novanta, e mi ritrovai in un immenso spazio libero su cui sperimentare nuovi gesti e nuove idee mai provate in precedenza.
Oltre che con questa nuova arrampicata, entrai in forte contatto con la natura, anche attraverso l’equilibrio trovato con i proprietari terrieri e le loro esigenze, con i loro caratteri e la loro storia, ricca di tradizioni ed esperienze tramandate da generazioni.
Attraverso Meschia, l’arenaria e il nuovo sassismo che stava nascendo, cambiai completamente la mia vita, la mente, la scalata. Le mie idee presero una nuova libera direzione, più fantasiosa e creativa, rendendo così possibile la nascita di E9.
E’ stato bellissimo, e lo è ancora oggi, sperimentare nuovi movimenti lasciando libera la fantasia. Dapprima provando goffamente improbabili gesti per arrivare a risolvere delle sequenze, sino ad arrivare a perfezionarli e a salire un nuovo passaggio dopo l’altro. A volte è stato utile e interessante il confronto e la condivisione con altri amici, esperti scalatori, ognuno col suo originale bagaglio motorio. Quando le nostre menti si sono unite sono venuti fuori passaggi e momenti eccezionali.
Altre volte invece la solitudine è stata la chiave per arrivare alle soluzioni dei problemi irrisolti, anche dopo anni, la magia di un’idea nuova che rende possibile ciò che sembrava impossibile.
Ho e abbiamo sempre posto molta attenzione al rispetto della natura e dei suoi precari equilibri.
Oggi le nuove generazioni hanno grandi responsabilità per il futuro delle aree di scalata, anche a causa della crescita esponenziale che l’arrampicata sta vivendo, ma hanno anche la fortuna di potersi esprimere con un’arrampicata più evoluta.
Oltre alla salvaguardia del patrimonio storico culturale dei nostri predecessori, sarà importante che tutte le nuove aree possano essere sviluppate nei modi migliori, cercando d’impattare il meno possibile sulla natura circostante e rispettando al massimo la roccia e le sue potenzialità. Senza scavare, riflettendo sempre tanto, per arrivare a delle scelte che in qualche modo saranno le nuove opportunità per le future generazioni. Il confronto con gli altri sicuramente aiuta a trovare giuste soluzioni e interiorizzare delle regole comportamentali, cercando di trasmetterle ai meno esperti. È e sarà doveroso.
Il lato artistico della mia arrampicata credo stia nella percezione delle sensazioni che l’arrampicata e la roccia nelle sue forme mi restituiscono. Alla base ci sono le stesse sensazioni di quando osservo un disegno, un quadro di un artista. Non ho mai bisogno di sapere se sia stato fatto dal signor tal dei tali, da un nome noto e conosciuto. Osservo e percepisco delle sensazioni. Ci sono opere che mi commuovono, altre che mi esaltano. Vedere l’arte espressa da un creativo, o un genio, mi permette di entrare a contatto con le sue emozioni, con la sua potenza espressiva.
In modo simile quando mi esprimo attraverso l’arrampicata. Ricerco l’armonia, a volte fatta di gesti fluidi, eleganti e rotondi, altre volte di coordinata precisione attraverso il ritmo.
Infine, osservo tanto, forse più di quanto arrampichi, perché attraverso questo inizio a creare. Della pietra osservo le forme di sculture a volte perfette, tocco la grana, vedo i colori e la conformazione dei suoi appigli e amo i contesti che mi circondano.
L’arte di arrampicare è per me un po’ tutto questo e molto altro.
Oltre che con l’arrampicata io mi esprimo con parole, con le idee e con E9, per la quale sono anche direttore creativo.
La mia necessità creativa è la base di tutto, un’esigenza egoistica di esistere. Non riesco a vivere nulla senza l’espressività che deve restituirmi forti sensazioni. Quando ciò non accade sono deluso, mi sento come se stessi sprecando delle buone opportunità.
La mia arte è in primis per me stesso, ma immediatamente dopo per tutte quelle persone in grado di entrare in sintonia con il mio linguaggio, che siano di forme disegnate nei capi E9 o di linee di salita perfette scovate tra le rughe della roccia.
In ogni caso lo spettatore è essenziale per ogni artista, non esisterebbe arte se non ci fossero gli animi sensibili in grado di percepirla.
Non sono alla ricerca dell’approvazione o apprezzamento della massa, mi basta quello delle persone a me più affini.
L’arrampicata ci collega a un aspetto primordiale di noi stessi, giocoso e coraggioso. Così come la creatività di un bambino è pura, istintiva e inconsapevole. Mi capita spessissimo quando gioco tra i sassi di divertirmi come un bambino. Rido, mi esalto, mi emoziono, mi arrabbio e mi libero di tutti quei freni inibitori della società. D’un tratto accendo l’istinto.
Per vivere in questo modo mi tengo alla larga dal mondo social principalmente perché mi fa paura. Lo trovo spesso violento, aggressivo, non sincero e troppo caotico. Le persone si sono impoverite con questo utilizzo ripetuto e convulsivo dei social, divenendo meno autentiche e più distaccate soprattutto nei rapporti umani.
C’è solo tanto bisogno generalizzato di voler apparire sempre migliori, quelli con più “like”, spesso ricercati strategicamente.
Devo però riconoscere anche l’utilità dei social media quando offrono l’opportunità di mettere in luce tematiche importanti.
Credo però che l’esempio generale abbia indotto le masse a cercare d’apparire sempre migliori. Ormai ognuno “deve” pubblicare e postare anche contenuti spesso discutibili.
Ho la sensazione che il mondo social allontani le persone dal bello delle esperienze fatte per noi stessi. Connettendosi in qualunque momento e buttando l’occhio su un cellulare, si avrà la sensazione che qualcuno da qualche altra parte stia facendo meglio di te, che sia più figo o migliore. È da questi meccanismi che parte il processo di invidia e il senso d’inadeguatezza e anche uno scalatore che dovrebbe godere e “perdersi” nello stretto contatto con la natura, rischia di perdersi nella rete e i suoi tranelli.
L’altro aspetto che un po’ mi rattrista è quello di scalare per riprendersi, e non più solo per esprimersi ed entrare in contatto con se stessi e la natura. La priorità diviene quella di posizionare il telefono rendendo l’azione in parte una recita da mostrare agli altri più che un reale momento intimo e prezioso.
Ho l’impressione che, con l’avvento dei social nell’arrampicata, ci sia più monotonia, tutti fanno le stesse cose: provano una via o un blocco, possibilmente duro o durissimo, lo salgono e urlano “yess man!” o “I can’t believe!” pur non essendo inglesi, imitando gli scalatori in voga del momento e così via.
Mi capita di pensare ai gradi soprattutto perché sono gli altri a chiedermeli. Se da una parte i numeri sono un mezzo con cui ho potuto misurare la mia crescita, dall’altra l’arrampicata mi procura talmente tante emozioni che le gradazioni non hanno molto valore, è la mia capacità di percepire ciò che è bello e ciò che voglio fare che mi spinge a provare, non la quotazione.
Scovare e salire cose nuove è ciò che più amo, stupirmi mentre osservo la linea, le forme, i colori, ascoltare le necessità che guidano la mia azione.
Mi emoziono ancora troppo di fronte alla pietra e alle sue linee, cerco momenti perfetti in cui esprimere la mia arrampicata, gioendo col mio corpo in movimento armonico, conta solo ciò che riesco a fare e ciò che provo. Tutto questo mi rende felice.
Penso proprio che sia possibile coniugare lo spirito del bambino/artista con la spinta dell’ego: in uno spirito creativo è troppo più forte la necessità di inventare e scoprire, come fanno i bambini quando giocano, mettendo la loro azione in primo piano, spingendosi verso il proprio limite.
Pensare ai gradi in modo sano credo sia normale, lo è un po’ meno il solo bisogno d’affermazione attraverso di essi.
Ego e attaccamento ai numeri sono fortemente collegati e andrebbero tenuti a bada, maturare significa anche questo.
Riguardo l’etica, trovo che spesso si confondano sotto lo stesso cappello due temi che in realtà sono ben distinti: uno riguarda quell’insieme di regole da osservare per poter “convalidare” una certa salita, e l’altro riguarda quell’insieme di accorgimenti da adottare per preservare la roccia ed il paesaggio in generale.
Qualche anno fa in una delle ultime edizioni del Melloblocco, regalammo delle magliette con su scritte le “E9 Rules”. In realtà erano una serie di suggerimenti utili da rispettare nella pratica del bouldering. Pulirsi bene le scarpette prima d’iniziare a scalare, spazzolare gli appigli dopo e durante la salita, non utilizzare rialzi sotto ai piedi nelle partenze sui sassi, fare attenzione alle touchette, ecc. Tutte regole che durante gli anni di fuoco a Meschia avevamo ben interiorizzato applicandole con estremo rigore.
Alcune di queste pratiche sono “regole imprescindibili” perché una salita possa essere convalidata: no toccatine del paratore, no strusciate coi piedi per terra, o partenze con uno o più crash pad sotto ai piedi o al sedere. Altre invece come la pulizia delle scarpette e degli appigli prima e dopo una salita servono per allungare la vita della roccia.
Per quanto riguarda invece l’impatto sulla natura a mio avviso bisogna fare molta attenzione alla divulgazione delle nuove aree, poiché non tutte sono predisposte alla frequentazione di massa e i motivi sono molteplici. Fra questi gli equilibri con i proprietari dei terreni, la fragilità degli ecosistemi su cui gli spot si trovano, la delicatezza e la precocità d’usura di alcune rocce rispetto ad altre. Tutti questi fattori andrebbero considerati con attenzione prima di fare pubblicità.
E9
di Mauro Calibani
E9, ufficialmente iniziato nel 1998 per entrare sul mercato nel 2000 con le prime forniture ai punti vendita, dicono sia un brand in controtendenza (1). Ma a noi fa sorridere il termine controtendenza, in quanto il trend è qualcosa che solitamente cerchiamo di non mettere al primo posto per evitare che qualsiasi pregiudizio possa inibire la nostra creatività espressiva.
Fin dall’inizio della nostra storia, le idee e i prodotti sono nati in casa, frutto di una continua ricerca e impegno verso i nostri valori. La coerenza è sempre stato il presupposto per una continua maturazione. Non una direzione determinata dal mercato, ma solamente un’evoluzione che trovasse un compromesso tra creatività stilistico-concettuale ed esigenze del nostro pubblico: gli arrampicatori.
E9 nasce da una necessità espressiva in un momento storico particolare. In un’epoca in cui tutti i capi per l’arrampicata erano presi in prestito da altri settori, E9 ha inventato lo stile del mondo della scalata in modo autentico, originale e dirompente. Capi innovativi e confortevoli, scelta dei migliori mix materici, dettagli specifici concepiti per i climber, le linee innovative, coraggiose e diversamente uniche. 20 anni fa fummo i primi a introdurre dei colori inusuali nell’ambito outdoor. Il tempo ci ha dato ragione vista la tendenza che negli anni a seguire è diventata un fattore di comune ispirazione.
Ma ricordiamo che costruire un capo non richiede solo un’idea. È un’attività molto più complessa di quanto possa sembrare e richiede la collaborazione di un numero importante di persone qualificate e soprattutto appassionate, affinché anche una semplice t-shirt possa ricevere tutta l’attenzione e la cura possibile.
Il nostro abbigliamento nasce dagli arrampicatori per gli arrampicatori. Anche se non nascondiamo che negli anni è sempre più apprezzato da tanti altri amanti del mondo dell’outdoor.
E9 non è solo un marchio di abbigliamento ma qualcosa di più grande in cui le persone si riconoscono per la coerenza espressiva che abbiamo portato avanti.
Ed è questo il più grande punto di forza: un reale legame con il mondo della scalata che parte dal basso. La massima attenzione verso la creazione di articoli specifici per questa disciplina che esaltano sia l’aspetto estetico-funzionale dello scalatore che la sua parte etico-filosofica attraverso il nostro linguaggio. Lo scalatore si sente duplicemente protetto, sia dalla coerenza del tecnicismo del prodotto, realizzato anche in maniera artigianale, che dalla vicinanza culturale e valoriale attorno al brand.
L’originalità e il coraggio espressivo hanno permesso ai nostri capi di diventare iconici. Dietro ogni capo c’è creatività e armonia sinergicamente unite al mondo del climbing e al rapporto tra E9 e la natura circostante.
Ciò che fin dall’inizio sta a cuore a E9 è un genuino rapporto con la natura attraverso la costante attenzione al Made in Italy, al packaging sostenibile, alla scelta di materie prime organiche che richiedano un minor consumo di acqua e di pesticidi, che possano dare origine a un prodotto di qualità rispettoso dell’ambiente. I nostri capi sono realizzati in un raggio operativo di 30 km dal nostro headquarter. Questo si traduce in prodotti di qualità, realizzati grazie alla valorizzazione degli artigiani locali, abbattendo quasi completamente il consumo di carburante e le conseguenti emissioni di C02.
È qui dentro che si racchiude l’impegno, lo sforzo a trasmettere valori veri, importanti, che possano aiutare a salvaguardare la natura e la pietra.
E domani? Abbiamo in mente altri progetti volti all’attenzione del pianeta. Anche se non saranno mai abbastanza incisivi, per la reale svolta ci vorrebbe un cambiamento radicale che faccia ritornare l’uomo a consumare ciò di cui realmente ha bisogno, con la consapevolezza che la natura è il vero patrimonio.
A ogni fine stagione mi sorprendo ed emoziono per la maturità della collezione realizzata, frutto della voglia di evolvere ma allo stesso tempo dare continuità ai nostri capi. Mi piacciono le linee e le forme che stagione dopo stagione si adattano a nuovi desideri e nuove esigenze, come ad esempio le vestibilità skinny che, già introdotta nella stagione estiva 2021, è proposta nell’invernale in un range più ampio per dare alla collezione un’offerta di vestibilità più completa. Mi piacciono le particolarità di molti dei nuovi tessuti inseriti, come i nuovi velluti, i nuovi denim, tutto, volutamente in cotone organico, e le nuove lane riciclate.
(1) A differenza delle altre scale di difficoltà, il sistema britannico è composto da due sotto-classi, un grado di aggettivo e un grado tecnico. Il grado aggettivo descrive la difficoltà complessiva della salita, tenendo conto di quanto sia faticoso il percorso, dell’esposizione e delle protezioni a disposizione. I gradi aggettivi sono i seguenti: Moderate (M), Very Difficult (VD), Hard Very Difficult (HVD), Mild Severe (MS), Severe (S), Hard Severe (HS), Mild Very Severe (MVS), Very Severe (VS), Hard Very Severe (HVS) and Extremely Severe.
Il grado Extremely Severe è suddiviso in 12 ulteriori sotto-gradi da E1 a E12. La classificazione tecnica numerica descrive il passaggio più duro (crux) che si incontra nella salita.
Il grado “E” è un indicatore della difficoltà complessiva e tiene conto della difficoltà fisica e del pericolo. Un E1 molto sicuro può sembrare più o meno una via sportiva francese di 6a. Un E1 molto pericoloso può essere solo un 4 francese, ma “sembra” potenzialmente molto più difficile! La chiave del sistema britannico è la presenza di informazioni aggiuntive rispetto al grado “E” isolato. Queste informazioni possono essere ricavate semplicemente guardando la linea o da una guida. Conoscere il grado “E”, combinato con la difficoltà, dà un’idea del pericolo e della difficoltà di posizionare le protezioni. Al tempo della nascita di E9 non si era ancora arrivati agli “alieni” numeri successivi (fino all’attuale E12). NdR.
E9 Team
di Mauro Calibani
Contemporaneamente alla nascita di E9, ho avuto l’esigenza di strutturare un team di atleti che diffondesse la filosofia E9 e supportasse il progetto. Al tempo anche io ero sponsorizzato da altre aziende e sapevo quanto fosse importante per un atleta sentirsi parte di un disegno comune.
Fino a quel momento però i rapporti che nascevano con gli sponsor tendevano spesso a creare un distacco con l’atleta; la mia volontà invece fu subito quella di essere naturalmente collegato e più vicino, creando un rapporto di contatto differente da quello che io avevo ricevuto, dando vita alla famiglia E9.
La ricerca dei primi promoter partì dal basso, alla stessa maniera in cui nacque il brand, dalle persone più vicine all’interno della community di allora. E9 mosse sin da subito tanta curiosità e senza concorrenza alcuna fu semplice in breve tempo reclutare i primi “seguaci”.
E9 fu dirompente nelle prime pubblicità e nella forte immagine espressa tanto da attirare l’attenzione dei migliori sin da subito e questi furono i primi partecipanti al team E9. Si riconoscevano in un brand nato da veri scalatori che comprendesse le loro esigenze sia dal punto di vista etico e di pensiero, sia nell’innovazione stilistica espressa fin dall’inizio.
Il team E9 è stato il primo vero gruppo di arrampicatori legati da un senso di appartenenza a un’azienda che si muovevano non individualmente, ma che venivano accolti in una famiglia che trasmettesse loro dei valori, dei principi e che desse soprattutto la possibilità a ognuno di condividerne i propri e confrontarsi.
Se per ogni componente del team è importante far parte di E9, considerata da loro stessi un brand vero e vicino alla community, allo stesso modo da sempre E9 pone attenzione, affetto e considerazione su ognuno, con la valenza della diffusione del brand sul territorio attraverso la semplicità, l’originalità e la forza di ognuno dei nostri e delle nostre promoter lasciando sempre massima libertà di espressione e movimento.
Le caratteristiche peculiari di ognuno dei nostri ragazzi è quella del forte carisma, del rispetto dei valori storico culturali che girano intorno alla scalata, curiosità, originalità e simpatia.
Non si tratta mai di una selezione strategica, ma di un incontro che nasce naturalmente tra noi e ognuno di loro per affinità.
Si possono distinguere diverse tipologie di iniziative che E9 ha proposto per il team, tra le prime tutti ricordano ancora le grandi transumanze al Melloblocco sin dalla prima edizione: il team al completo diffondeva la propria energia all’interno di questo storico evento. Poi furono organizzati i primi E9-Raid al rifugio Barbara nel 2006 alla scoperta di nuove linee di bouldering e trad sui massi della zona realizzando anche dei documenti video, ma soprattutto condividendo scanzonate giornate tutti insieme fondendo i caratteri dei componenti.
Nel 2007 fu organizzato l’E9-Raid in Puglia alla scoperta del DWS (Deep Water Soloing) sulle immacolate scogliere del tacco d’Italia per realizzare il film documento Dove finisce la terra. Per l’occasione il team unito si confrontò con questa nuova disciplina mostrando carattere nello spingere sull’acceleratore anche in questa occasione, imparando velocemente l’arte del salto in mare e aprendo numerose e magnifiche linee di salita. Condividendo la quotidianità notte e giorno con uno spirito coeso e spensierato.
Negli anni 2004, 2006 e 2013 organizzammo il Sassofortino Boulder Party, un evento mitico sui massi vulcanici attorno al comune di Roccastrada col coinvolgimento in prima linea del team; tra questi l’ultima edizione fu la più memorabile per la quale vennero sin dal mese precedente ripuliti decine di massi ricoperti dal muschio e organizzando merende e feste notturne. Anche qui il team fu protagonista con la sua energia per alimentare giorno e notte l’evento lasciando ai partecipanti un ricordo unico.
Un’altra meta importante per il team fu quella all’Isola del Giglio nel 2015, alla scoperta di perle granitiche e linee da sogno, sempre tanta allegria e infine la salita in stile trad del grande faraglione documentata nel film Just Rocking.
Tante sono state le occasioni di riunione del Team e tante altre ancora le iniziative e progetti individuali dei singoli atleti che E9 ha supportato e promosso negli anni.
Dall’inizio ad oggi molte cose sono cambiate, il modo di esprimersi degli atleti in generale, l’attenzione delle altre aziende nei confronti dei promoter è più alta rispetto a prima così come la concorrenza stessa nel mercato. L’avvento dei social network ha stabilito dei modi nuovi di comunicare che a volte si allontanano dalla filosofia e dai principi storici più semplici.
Per fortuna la maggior parte dei nostri atleti, nonostante questi cambiamenti, continua a rispecchiare la sana curiosità e filosofia che ruota attorno al concetto di freeclimbing e conseguentemente di E9.
E9, dalla parte del Pianeta
di Tatiana Bertera
E9, con sede ad Ascoli Piceno, è una di quelle aziende che negli anni hanno saputo fare la differenza. Tra i primi a introdurre capi d’abbigliamento pensati, sia nelle forme sia nello stile, per chi arrampica, E9 ha saputo anche introdurre dettagli originali che hanno fatto innamorare fin da subito il popolo climbing. Fino a diventare una vera e propria icona di quel mondo dedito al boulder e alla falesia. Ma l’azienda presta anche grande attenzione alla sostenibilità dei suoi prodotti. Fin dall’inizio l’azienda ha sempre prodotto unicamente in Italia e questo non solo ha aggiunto prestigio alla produzione, ma significa soprattutto una produzione a “Km 0”. Il ciclo produttivo si svolge nel giro di 30 chilometri nel distretto dell’azienda, in modo da ridurre al minimo il consumo di carburante e le conseguenti emissioni di gas a effetto serra.
Negli ultimi anni E9 ha iniziato ad affrontare l’introduzione sulla quasi totalità dei prodotti di materie prime biologiche come il cotone biologico, la canapa e il lino. Il cotone biologico viene coltivato utilizzando metodi e materiali a basso impatto ambientale. Il suolo su cui cresce viene fertilizzato senza pesticidi o sostanze chimiche persistenti nel cotone e nell’ambiente. La canapa è stata scelta perché crescendo molto velocemente non attira parassiti e quindi non necessita di fertilizzanti e pesticidi. Infine il lino, spesso associato nei capi al cotone bio, che non necessita di irrigazione (basta l’acqua piovana), assorbe anidride carbonica ed è utilizzabile in ogni sua parte, radici comprese, abbattendo quindi gli sprechi di materia prima.
Dal 2019, E9 è una delle oltre 130 aziende che sostengono progetti di conservazione in tutto il mondo attraverso l’European Outdoor Conservation Association. Le prime iniziative di collaborazione hanno avuto luogo all’Outdoor by ISPO dove E9 ha firmato e implementato l’Eoca Plastic Pledge, ovvero l’impegno a non utilizzare plastica usa e getta nel proprio stand durante la fiera. Durante lo stesso evento, E9 ha contribuito insieme a oltre più di 40 aziende alla raccolta fondi realizzando e offrendo una tazza personalizzata per l’occasione. Un’altra iniziativa di fundraising è stata organizzata durante l’evento Clean for Climb tenutosi in Valdaone il 14 e 15 settembre 2019. In cambio di gadget E9 e grazie al sincero interesse dei partecipanti, l’azienda ha raccolto ulteriori fondi donati all’associazione.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
















Della E9 adoro quel berretto di lana a forma di preservativo che conferisce un’aria simpatica e provocatoria a chi lo indossa.
Un copricapo da teste di cazzo nel senso buono.
Grazie a Mauro ….. da decenni con lo sua visione ha condizionato tutto il centro ed il sud Italia…..migliaia di scalatori si muoveranno sulle sue orme
In questo mondo l’ingenuità è considerata un grave difetto. Per me invece sottintende purezza d’animo.
P.S. Pensate un po’ in che razza di mondo viviamo…
Si bravo di certo ma profondamente ingenuo. Ma meglio così.
Un bel percorso condito da un sano ed esemplare individualismo. Mi piace molto il costante richiamo alla natura nelle parole, nell’azione e nei principi aziendali. Bravo Mauro e il suo team.