Questione di testa! – 2

Questione di testa – 2 (2-2)
Bohemian Rapsody
a cura di Mauro Penasa

Le città di arenaria della Boemia sono il regno delle fessure, ce n’è un chiaro sentore tra scalatori e alpinisti, soprattutto tra gli appassionati dell’incastro, ma nonostante ciò le esperienze dirette non sono poi così numerose…

Di sicuro i racconti e le leggende non aiutano a lanciarsi in una avventura dall’esito quanto mai incerto, così per noi le fessure dell’arenaria Ceca restano perlopiù nella mitologia della scalata del centro Europa. Da GognaBlog alcune note sulla storia della scalata in Sassonia:

«L’arrampicata sportiva è nata proprio nel cuore di questa regione della Sassonia. Era il 6 marzo del 1864 quando alcuni ‘local’ riuscirono a superare gli 80 metri di roccia del Falkenstein. August Herring, Ernst Fischer, Johannes Waehnert e Heinrich Frenzel iniziarono i tentativi per raggiungere la vetta del Falkenstein qualche mese prima, il 31 gennaio. La loro impresa fu seguita da un’altra ancora più importante dieci anni dopo. Si può dire infatti che a partire dal 1874 sono state poste le basi per la nascita del free climbing, vale a dire la tecnica di arrampicata senza aiuti artificiali ma nella quale corde e chiodi vengono utilizzati solo per la sicurezza. Il termine è stato utilizzato per la prima volta in una guida sull’arrampicata in Sassonia nel 1913 ma si può dire che la salita del Turnerweg del 1874, oggi classificato come III grado, corrispondesse a questi criteri. Sempre nel 1874 Otto Ewald Ufer e Hermann Johannes Frick salirono il Mönch nei pressi di Rathen per la prima volta senza aiuti artificiali. Nel 1879 a Schandau è nato il primo club di arrampicatori, seguito nel 1895 dall’associazione Falkensteiner e nel 1896 dalla Wanderlust di Dresda e da altre fino alla nascita nel 1911 dell’Associazione Arrampicatori Sassoni. Dalla Sassonia arrivava questa forma di arrampicata che poi negli USA prese il nome di free climbing, in realtàla semplice traduzione di ciò che in Sassonia si chiamava AF (Alles Frei).

La prima figura di un certo rilievo a frequentare la zona è Oskar Schuster, esperto alpinista, che oltre ad aprire diversi itinerari e a scrivere le prime relazioni delle ascensioni, elesse queste pareti quale suo terreno di allenamento preferito.
Il termine tedesco Sandstein tradotto letteralmente significa “roccia sabbiosa”. Un nome, un programma. La ricerca odierna di rocce solide non rende così appetibile l’arenaria. Ciononostante le torri dell’Elba sono uno dei luoghi storicamente più importanti nell’evoluzione dell’arrampicata e hanno tutt’ora moltissimi estimatori.

Nel 1903 si fa luce la figura di Rudolf Fehrmann che, avendo aperto numerosi itinerari sulle Dolomiti, era alpinista carismatico. Fehrmann dichiarò apertamente di voler rinunciare ai mezzi artificiali. Tra questi c’erano anche i chiodi, cui tutti si attaccavano con le mani nel corso della salita. Ma da quel momento nell’Elbsandsteingebirge i chiodi avrebbero potuto essere usati solo per la sicurezza dell’arrampicatore. Fu di fatto il primo passo verso il concetto di arrampicata libera, dove per la progressione possono essere usati solo elementi naturali, e la corda e i chiodi servono solo ad arrestare eventuali cadute.

I nuovi concetti si affermarono ed ebbero come conseguenza che già nel 1906 alcuni arrampicatori sassoni fossero in grado di arrampicare in libera sul VI grado, a quei tempi neppure ancora codificato dalla comunità alpinistica e tanto meno considerato il limite delle possibilità umane. Tale limite sull’arenaria dell’Elba fu superato nel 1918, con l’apertura delle prime vie di VII grado, in anticipo di 60 anni rispetto al riconoscimento ufficiale di tale difficoltà da parte dell’Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche (UIAA), che aprì verso l’alto la scala delle difficoltà solo nel 1977!».

Quindi, mentre nelle Dolomiti e sulle Alpi l’arrampicata in bassa quota era ancora poco considerata, in Sassonia si scalava già con una mentalità molto simile a quella moderna, con regole del gioco e divieti. In realtà ricordiamo momenti simili con le Kletterschule della Scuola di Monaco, o il grande Paul Preuss con le sue teorie sulla purezza della scalata. Ma in Sassonia non c’erano alternative.

«Quando il famoso alpinista tedesco Fritz Wiessner emigrò negli Stati Uniti nel 1928, lo stile sassone fu esportato e ispirò le prime imprese della scuola californiana nello Yosemite.
All’inizio degli anni ’70 due figure di rilievo della storia dell’arrampicata tedesca e mondiale, Kurt Albert e Wolfgang Güllich, impararono molto in alcune visite sulle rocce della Sassonia (allora ancora parte della ex DDR). Entrambi alfieri dell’arrampicata libera, seminarono in Europa la mentalità sassone.
Kurt Albert operava soprattutto nel Frankenjura e lì fu da lui perfezionato il concetto di RP (Rotpunkt). Il capocordata non doveva utilizzare i chiodi o altri ancoraggi nemmeno per riposarsi tra un passaggio e l’altro, come era invece prassi fino a quel momento. Le vie che riusciva a salire senza appendersi alla corda per riposarsi (ovvero senza resting) venivano contrassegnate con un bollino rosso alla base, da cui il termine
Rotpunkt.
Wolfgang Güllich fu, invece, il campione più riconosciuto all’estero dell’arrampicata libera tedesca e mondiale a cavallo fra gli anni ’70 e ’80».

Sempre in GognaBlog, Fabio Palma osserva:

«L’arrampicata in Sassonia, complice il muro di Berlino, aveva intrapreso strade ben diverse da quelle occidentali: niente magnesite, niente chiodi, niente uso dei nut. Dove possibile, si arrampicava a piedi nudi. Come raccontò lo stesso Barber, in quelle arrampicate, assolutamente diverse da qualsiasi altra parte del globo, si era raggiunto già da anni il grado 7a…
Nell’allora Germania dell’Est in quegli anni il migliore era Bernd Arnold, il massimo fra i cosiddetti Master.

Si scalava sulle bellissime torri di arenaria dell’Elba, e le uniche protezioni erano enormi anelli di ferro che il primo salitore, in posizioni d’equilibrio precarie, riusciva a più riprese a martellare.
Ma questi anelli erano distanti anche dieci metri l’uno dall’altro, e in quei dieci metri soltanto l’astuzia di Arnold e pochi altri riusciva ad inventare protezioni dubbie che consistevano in anelli di corda strozzati in piccoli buchi.
Per Barber fu uno choc, anche se lo stesso Arnold commentò con reverenza alcuni free solo che Barber, quasi per disperazione, si concesse nei due mesi di permanenza in Sassonia. Arnold fu giudicato da Barber come il più elegante arrampicatore del mondo, e sicuramente superiore al livello e al talento dei nomi noti di Yosemite.
Soltanto due anni dopo Güllich diede un giudizio diverso, sostenendo che il livello americano era superiore, e portando a prova le sue stesse salite in Sassonia, di livello uguale a quelle di Arnold ma inferiore ai famosi monotiri di Yosemite. Nacquero polemiche anche feroci, perché lo stesso Arnold non riconobbe valide le salite di Güllich, essendo state protette da nut.
In realtà avevano ragione sia Barber che Güllich; dal 1976 al 1978, in soli due anni, complice l’avvento del friend, della tecnica yo-yo, del chiodo a pressione, il livello dell’arrampicata americana salì dal 7b all’8a, e le etiche sassoni non potevano certo permettere una così veloce escalation di livello. E d’altronde lo stesso Barber, fedele ai soli nut e nemico giurato persino del friend, fu rapidamente sorpassato da chi guidava velocemente sull’autostrada del progresso della difficoltà.
Purtroppo Arnold cominciò a viaggiare soltanto dopo la caduta del muro di Berlino, quando aveva ormai superato i 40 anni; diede un contributo decisivo alla mitica salita Raiders of the Storm firmata anche da Güllich, Albert e Batz nel 1991 in Patagonia, e quando Bernd aveva ormai quasi 50 anni.
Le sue salite sono tutt’ora spauracchio per i migliori arrampicatori tedeschi, così come altre salite di quella regione; di grado ridicolo se confrontato con i livelli attuali, ma ancora terribilmente al limite per il violento ingaggio mentale».

Nell’Elbsandsteingebirge, si può dunque dire sia nata la scalata libera, ben prima di quanto siamo abituati a pensare noi, alpicentrici. Del resto, è ovvio che, ideato il gioco, ci siano terreni ideali per svilupparne le tecniche, più di altri che, come le grandi pareti, invece schiacciano senza pietà le velleità umane con le loro dimensioni gigantesche, gli ostacoli insormontabili e le condizioni disumane. Se qui è nata la scalata libera, come oggi viene praticata, è comunque vero che si trattava di scalata con modalità rischiose e avventurose, come era in pratica la scalata prima dell’avvento dell’arrampicata sportiva. Solo che qui l’arrampicata sportiva non è mai davvero approdata alla roccia. E la scalata sulle torri di arenaria è rimasta davvero trad, preservata e protetta con cura. Come sulla maggior parte delle pareti di arenaria di qualità, la tipologia delle linee di scalata si prestava a questa conservazione, poiché davvero, le torri di Teplické e Adršpach Skály, di Prachov e della valle dell’Elba mostrano una quantità di linee seconda solo a Indian Creek, e forse nemmeno seconda… E allora perché così pochi hanno sperimentato, sulla propria pelle ovviamente, la scalata in questa zona?

L’ostacolo principale non è costituito dalla roccia che, quando asciutta, e non è sempre facile trovarla così, è in genere una bella arenaria compatta, quindi intrinsecamente abrasiva. Non è costituito dal tipo di terreno, chi è pratico della scalata in fessura non può che sentirsi prudere le mani di fronte a quelle linee superlative. Non è neanche lo stile di scalata tipicamente trad, al di là dei rari fittoni in loco, mettersi le protezioni su di un tiro non sarà mica la fine del mondo… o no?

Eh, già, è proprio l’etica della protezione dell’arrampicata in questa zona, è questo il deterrente principale. Una bella via di incastro, ben al di sotto delle vostre possibilità (però, non è mica facile saperlo in tempo), magari con qualche fittone fisso… Già, ma il primo sarà ad otto metri da terra, e qui nessuno sembra voler vedere metalli luccicare, al di fuori dei moschettoni… Ah sì, dicono che bisogna incastrare dei nodi… beh, provate a fare un nodo bello massiccio da infilare saldamente in una fessura di pugno, neanche dei nodi decenti siamo capaci di fare, figuriamoci a incastrarli con una mano sola… e senza il ferro del mestiere, un gancio uncinato e lungo come l’avambraccio, è probabilmente suicidio puro… Quindi, o conoscete qualcuno o rischiate di fare davvero il turista.

In tutte le falesie di arenaria della Repubblica Ceca e della vicina Sassonia, le vie sono “attrezzate” con anelli cementati, in genere notevolmente distanti tra loro. In particolare, il primo è sempre molto alto da terra (molto alto vuol dire molto, molto alto, in una scala dove quattro metri è un valore decisamente basso). Esiste la possibilità di integrare solo utilizzando cordini e fettucce, elementi dalla superficie morbida, nessun altro materiale è consentito. Da pochi anni è stato inventato l’UFO, una protezione cuneiforme in tessuto che non rovina le fessure. Ben inteso, neanche i friend rovinano davvero le fessure, è che qui hanno iniziato in questo modo, dando molto risalto alle capacità mentali degli scalatori, come del resto era anche da noi un tempo (ma da buoni latini siamo stati sempre poco intransigenti rispetto alle teste mitteleuropee). Insomma, in Boemia si fa così. Altrimenti state a casa vostra. Oggi l’UFO è usato da un 50% circa dei local, i puristi lo rifiutano per questioni di etica (prima si scalava senza e con l’UFO diminuisce la difficoltà globale della salita – un po’ come vengono giudicati i guanti da incastro… un purista “puro” non potrà mai evitare di storcere il naso). UFO, guanti da incastro, magnesite (spesso mal tollerata, e in alcune zone proprio vietata), tutte le comodità a cui ci siamo abituati spazzate via con un colpo di spugna… È come esser presi a ceffoni: vi sentite di colpo nudi e indifesi, le velleità di conquista sono all’improvviso solo un pallido ricordo.

Maurizio Oviglia è stato recentemente a scalare nell’Elbsandstein, a Labak, presso la cittadina di Decin. Ne ha riportato alcune informazioni utili e illuminanti:

«L’arrampicata sulle Torri di Arenaria in Repubblica Ceca e in Sassonia (Germania) è subordinata a rigide regole etiche che sopravvivono intatte da decine di anni. Gli arrampicatori locali sono molto affezionati a questi luoghi e tengono a custodirli e preservarli come sono sempre stati, quindi aspettatevi una notevole intransigenza. Per ripetere il concetto, è noto che non possono essere utilizzati chiodi, nut e neanche friend. Le fessure sono protette da rari anelli posti a distanza che può variare dai 5/7 metri sino a 20 metri o più. Tra i punti è consentito integrare solo con nodi di corda o fettuccia, o UFO. È permesso, anche se non da tutti praticato, l’uso dei guanti da fessura per proteggere le mani negli incastri, e delle protezioni ai malleoli, per gli stessi motivi. In poche zone (ad esempio la riva sinistra di Labak) è consentito usare la magnesite, ma in genere non lo è. Oltre che molto visibile sulla roccia scura, la magnesite tende a impastarsi e rovina la roccia. Usando poi lo spazzolino per pulirle si rischia di allargare le prese. Quindi il suo impiego è da evitarsi, specie sulle vie storiche, dove non è mai stata utilizzata. Per questa ragione molte vie su muro o in placca richiedono condizioni di aderenza particolari.

Per molti anni le vie sono state valutate con il grado “obbligatorio” ed era consentito riposarsi o fare sosta su uno qualsiasi degli anelli. Oggi le guide spesso riportano due valutazioni, una per le vie salite in questo modo, un’altra per la RP.

Talvolta non è possibile stabilire con certezza dove sia la sosta, essendoci sempre un solo anello. È quindi a vostra discrezione spezzare il tiro o continuare. Si sale in genere come sulle vie alpinistiche e il primo recupera il secondo in cima alla torre. Poi si scende in doppia.

Considerato che gli anelli sono a grande distanza tra loro è consuetudine rinviarli con due rinvii contrapposti, in modo da evitare che con una eventuale caduta la corda fuoriesca accidentalmente. In genere si usa una corda singola, da 70 o 80 metri, che poi si utilizza per la doppia. Se non è sufficiente per ritornare a terra si fanno più doppie.

Anche sulla cima delle torri si trova un solo anello di calata (come detto non esistono soste a due punti, mai, rassegnatevi), generalmente uno per ogni torre. Bisogna quindi fare molta attenzione, quando si arriva sulla cima, a individuare la discesa. Qualora una torre vicina sia facilmente accessibile da quella in cui ci si trova, l’anello di calata potrebbe trovarsi anche su un’altra torre. Generalmente la calata è sempre dal lato meno alto della torre, ma non necessariamente dal più comodo. In alcune zone della Sassonia, lungo il corso dell’Elba (ad esempio a Dolní Žleb) esistono vie moderne di arrampicata sportiva. Queste sono attrezzate secondo canoni più sportivi ma la distanza tra gli spit può essere importante e comunque sovente non corrispondente alle nostre falesie. Anche il posizionamento delle protezioni fisse può essere tale da non evitare la potenziale caduta a terra. In generale, su tutta l’arenaria della zona la scalata richiede quindi grandi doti mentali oltre che fisiche. Tenete conto di ciò e non azzardate la salita da capocordata se non vi sentite padroni della situazione e della difficoltà. Le prime volte è meglio scalare da secondi o molto al di sotto del proprio limite. Sull’arenaria si usa una particolare scala di difficoltà in numeri romani tuttavia di valenza diversa da quella UIAA. Tabelle comparative sono state stilate dai locali e possono dare un’idea delle difficoltà che si affrontano, ma potrebbe essere molto vaga. Agli stranieri questo confronto parrà di certo in difetto, anche di alcuni step, e questo è spiegabile con l’estrema particolarità della scalata su arenaria, precaria con passaggi in stile boulder sui muri, a incastro nelle fessure. Iniziate dalle difficoltà più basse e prendeteci le misure, ma attenzione al fatto che da sotto le vie appaiono più semplici di quello che sono. In fessura le valutazioni sono paragonabili a quelle USA ma, visto che è difficile proteggersi come siamo abituati, la percezione che avrete di una via sarà ancora più dura. Infine, l’importanza dell’apritore sulla valutazione di una via è maggiore che da noi, visto che il numero dei ripetitori è molto più esiguo rispetto ai nostri, e quindi un giudizio mediato è difficilmente disponibile. Alcune vie sono severamente sottovalutate e quindi un ripetitore potrebbe trovarsi in grande difficoltà, anche su una via “facile” in relazione al suo livello. La scalata è praticata in tutte le stagioni eccetto l’inverno. Dopo la pioggia è necessario aspettare uno o due giorni perché l’arenaria riacquisti la sua solidità, in caso contrario può risultare fragile e pericolosa. Per vie molto difficili conviene aspettare l’autunno. Per ogni sito di arrampicata è possibile reperire guide che purtroppo sono in lingua ceca, quindi scarsamente utilizzabili. Le informazioni in inglese scarseggiano decisamente. Per questa ragione, un primo approccio con la zona è consigliabile svolgerlo accompagnati da locali».

Prachov Rocks, Crack the Whip
di Václav Novotný
Traduzione dall’inglese di Mauro Penasa

La mano sinistra è infilata nella fessura, mentre la destra spinge sul bordo, uno strano movimento… I piedi sono così incastrati che non credo riuscirò mai a spostarli. Il primo anello è un paio di metri sotto i miei piedi, il prossimo è ancora fuori dalla mia portata, ma di poco… Ancora un movimento… mmh, la fessura si allarga, l’incastro è sempre più duro…

Ecco, le mani iniziano a scivolare, anche se i piedi tengono ancora bene… pochi secondi di lotta, una sensazione terribile alla bocca dello stomaco, “Attento, vengo giù!” tutto si annebbia, sto volando, sento la corda sibilare nell’aria mentre sfioro qualcosa, poi all’improvviso nulla…

Non riesco a capire cosa sia successo. Tutto è sottosopra. Ho i piedi in alto, la testa su un bel cuscino di arenaria, il mento schiacciato sul petto… inizio a sentire i miei muscoli tesi… è il mio giorno fortunato, sono caduto 8 metri a testa in giù, e sono arrivato a terra, ma mi sembra di non avere neanche un graffio. Joseph è appeso 2 metri sopra di me, nella mia caduta l’ho tirato su fin lì, era lui che ho urtato nel mio volo. Era l’anno in cui decisi di imparare come si scalano le fessure, e Prachov’s Whip mi era sembrata una buona scelta – oggi credo che non lo fosse…

Nei mesi seguenti cercai di convincermi a fare un altro tentativo, ma non ci riuscii. Ma all’inizio della nuova stagione di scalata ero pronto. Sapevo che sarebbe stata una salita terribile, ma quando proposi di scalare Crack the Whip, Joseph accettò e David si unì a noi con entusiasmo, a quel punto non mi restava che far buon viso a cattivo gioco… Siamo alla base della fessura, ci prepariamo… Con soddisfazione estraggo dal sacco un grosso nodo che ho preparato proprio per questa salita. So perfettamente dove piazzarlo, al punto dove sono caduto l’ultima volta! Andiamo. Opposizione fino al primo anello, facile… inizio la fessura, un po’ bagnata, non troppo duro, mi sto avvicinando al punto che mi ha sputato via l’anno passato. È tempo di proteggersi… già, il nodo… so che non sarà facile, devo introdurlo nella fessura, e deve incastrarsi bene… Ma tutto inizia male: nei primi due tentativi non riesco neanche a mettere il nodo nella fessura, ogni volta la palla mi rimbalza sulla zucca… Finalmente riesco a inserirlo, ma non bene, non tiene molto, cerco di metterlo meglio ma non ci riesco proprio, sarà solo una protezione psicologica! Non mi sento proprio per niente bene, a muovermi dopo quanto è successo la volta scorsa, ma devo farlo. Dopo qualche esitazione mi convinco a proseguire. Graffiando la roccia provo a salire ed ecco, il secondo anello! Lo afferro con sollievo, per il momento le ferree regole sull’etica di scalata possono aspettare… Anche se non sono capace di salire la successiva sezione non importa, già questo è stato un trionfo personale: ho salito il passo duro, ancor più duro per la mia fifa boia! Mi sto riposando al chiodo. Credo di averci messo 15 minuti per salire dal primo al secondo anello. David mi sta dicendo che il bello deve ancora venire, ma mi sento bene, in questo momento: il mio assicuratore si sta fumando una sigaretta, mentre mi sto sciogliendo le braccia esamino la sezione che segue, ciò che mi aspetta tra breve. Ma poi la sigaretta finisce, e lo spettacolo può ricominciare…

Un paio di passi più in alto c’è un nodo fisso, David dice che è lì dai tempi di suo padre… sono di nuovo incastrato, salgo molto lentamente, è proprio dura, finché non mi blocco… Le mie gambe iniziano a tremare, devo rilassarmi… sposto il peso da un piede all’altro, cambio la mano che mi sostiene… dopo un po’ sono tranquillo, e riparto lentamente, sposto la sinistra in alto nella fessura e prendo una svasa con la destra. Sono proprio sotto l’anello, ma mi manca ancora un pelo… mi sta scivolando la sinistra… mollo la svasa e lancio all’anello. Preso! Moschettone, mi appendo e respiro… che lotta! La fessura va a destra ora, e la paura è più sfumata perché gli anelli sono vicini tra di loro. Sebbene debba fidarmi molto di più dei piedi, non ci sarà più pericolo di arrivare a terra, dovessi mai cadere… Comunque, sono così stravolto dalla prima parte della via che ormai mi devo appendere a tutti i chiodi. Dopo qualche minuto sono al quinto anello, al termine della via The Whip. Faccio una sosta appesa e recupero prima Joseph, poi David. Completiamo la salita grazie a un sistema di camini.

È difficile descrivere le nostre sensazioni una volta seduti in cima alla torre… Chiunque sia passato da una simile battaglia, battuto all’inizio ma in seguito vittorioso, sa di cosa parlo. Ci guardiamo le mani. Quelle di David sono OK, le mie sono nelle tipiche condizioni “post-fessura”, ma Joseph, le sue sembrano uscite da un tritacarne, da un incontro di boxe, a mani nude e all’ultimo sangue. Un po’ di relax, quattro chiacchiere, un bel tramonto, poi finalmente la doppia. Si rientra a casa…

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Questione di testa! – 2 ultima modifica: 2020-04-21T05:36:40+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Questione di testa! – 2”

  1. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Alessandro, grazie per aver sostituito l’inglese “says” con l’italiano “ha detto”.

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