Cambiamento climatico – non solo – e alpinismo

Cambiamento climatico – non solo – e alpinismo
di Roberto Valenti
(pubblicato su Alpinismo triestino n. 183 –agosto/settembre 2022)

Tutti lo percepiamo, attorno a noi qualcosa sta cambiando. Il “cambiamento” in natura è ineludibile e fa parte di quelle dinamiche inarrestabili che da sempre coinvolgono gli organismi viventi (fattori biotici) e le componenti non viventi (fattori abiotici) del nostro pianeta. Tutto è in continuo movimento dinamico ed è facile comprendere che, senza la lenta deriva dei continenti, non esisterebbero le montagne e senza la loro progressiva disgregazione non esisterebbero importanti espressioni morfologiche come le pianure e le spiagge. La stessa storia del genere Homo attraverso le glaciazioni del Quaternario, fa comprendere come ci siamo sempre adattati al costante e lento cambiamento delle condizioni ambientali.

L’immagine mostra la Mer de Glace, un ghiacciaio del Monte Bianco. L’immagine a sinistra è stata scattata nell’agosto del 1919, quella destra nell’agosto del 2019 (Foto: Walter Mittelholzer, ETH-Bibliothek Zürich & Dr Kieran Baxter, Università di Dundee).

Nell’arco della nostra vita, siamo testimoni di una ristretta frazione della complessa storia della Terra e spesso l’Uomo, in una visione strettamente antropocentrica di ciò che lo circonda, si affeziona ad un “optimum”, caratterizzato da condizioni favorevoli alle proprie esigenze e interessi che viene assunto a parametro di riferimento. La destabilizzazione di questo “optimum” che ci sta travolgendo è oggi strettamente legata ai comportamenti umani causa del “global warming” e alla conseguente alterazione climatica degli ultimi decenni. Il riscaldamento globale è oggi il problema centrale per la nostra specie e va affrontato e contrastato con decisione a tutti i livelli. Nel contempo va presa coscienza che dobbiamo adattarci al cambiamento, rivedendo stili di vita, abitudini e obiettivi e questo vale anche nel nostro terreno di gioco e avventura: la Montagna e l’Alpinismo.

Il crollo del seracco sulla Marmolada in quella triste domenica del 3 luglio 2022 che ricorderemo come una delle giornate più tragiche della storia dell’alpinismo sulle Alpi, offre lo spunto per riflettere su quanto sta accadendo e su come saremo costretti in futuro a ripensare il nostro andare in montagna. Questo evento, si aggiunge a numerosi altri eventi recenti o di un passato non troppo lontano, dove le cronache riportano crolli di grandi masse di ghiaccio, frane su famose pareti rocciose, collasso di guglie e pinnacoli dolomitici e non solo, esondazioni di fiumi e altre catastrofi che ci ricordano costantemente che la terra è viva e in dinamica inarrestabile evoluzione.

Riporto di seguito alcune osservazioni personali, fatte in oltre quarant’anni di attività alpinistica nelle Alpi e montagne extraeuropee, che mi hanno aiutato a maturare, spesso a mie spese, e a comprendere quanto da alpinisti e non solo, oggi stiamo vivendo.

Un primo ricordo sfumato dal tempo, risale al 1976, un’annata dall’innevamento eccezionale. Di rientro dal giro delle Bocchette del Brenta, durante un campo estivo della Parrocchia di Servola, facciamo una puntata alla Regina delle Dolomiti, la Marmolada. Per toccare il ghiacciaio e poco più, saliamo con la storica “bidonvia” dal Lago Fedaia al Pian dei Fiacconi, dove la piccola stazione di arrivo, la ricordo abbarbicata su un sperone roccioso a poche decine di metri dal ghiacciaio.

La vera iniziazione al ghiaccio, la ricevo nel 1980, calzando per la prima volta i ramponi sul piccolo ghiacciaio Occidentale del Montasio, dove in un ambiente che mi appariva “grandioso”, andammo a curiosare fino alla grande crepaccia terminale all’attacco della Diretta Kugy alla parete nord. Negli anni successivi, documenterò fotograficamente e assisterò alla progressiva contrazione dei ghiacciai del Montasio e del Monte Canin, relitti glaciali delle Alpi Giulie Occidentali.

Gli orizzonti si allargano e poco più che ventenne, nel 1985, arrivati al campo base della Laguna Carhuacocha nella Cordillera Huayhuash in Perù, rimaniamo stupiti davanti alla quasi totale scomparsa dello scivolo di ghiaccio della via salita da Messner nel 1969 alla parete est dello Yerupaja 6632 m, meta del nostro viaggio e in quelle condizioni assolutamente impercorribile. Ricordo ancora i boati nella notte dei continui crolli sulla seraccata di accesso alla parete. Ripiegheremo a vista su altri obiettivi, meno prestigiosi ma comunque formativi, per questa nostra prima esperienza extraeuropea. Il cambiamento climatico non era ancora alla ribalta delle cronache ma sicuramente quel giorno abbiamo avuto, inconsapevolmente, la percezione che qualcosa stava cambiando. La rubrichiamo come una problematica locale legata alla latitudine elevata e all’esposizione est del versante.

Ritornando alle Alpi e alle Dolomiti, nell’agosto del 1986, salendo il Diedro Philipp-Flamm alla parete nord-ovest del Civetta, sentivo le continue scariche di sassi che scendevano da quel che un tempo era il piccolo ghiacciaio pensile del Cristallo, incastonato nella grande parete. Ricordavo le immagini ed i racconti delle grandi salite narrate sul libro La grande Civetta di Alfonso Bernardi. Il cambiamento negli ultimi decenni e la progressiva contrazione del Cristallo, era evidente.

Costretto alle ferie agostane, nel 1987 mi trovavo in un tardo pomeriggio nelle piazzole da bivacco sulla morena adiacente alla slanciata parete ovest del Petit Dru, nel gruppo del Monte Bianco, dove il mattino seguente avremmo dovuto salire l’estetica Diretta americana, divenuta famosa per la sua splendida arrampicata. La scelta del punto di bivacco era stata affidata semplicemente alla consuetudine — tutti hanno sempre dormito qui, sulla cresta della morena e non mi risulta sia mai successo niente… – e non a valutazioni oggettive sullo zero termico di quella giornata o sulle condizioni della parete soprastante che ci sembrava sufficientemente lontana. Vediamo delle cordate scendere in corda doppia lungo la via che spesso, in un’ottica più sportiva che alpinistica, viene affrontata fino al “Bloc coincé”, evitando la cima e la discesa per la via normale che richiederebbero un’attrezzatura da ghiaccio completa. Una cordata arriva alla base, attraversa circa un centinaio di metri di ghiacciaio e ci raggiunge all’apparentemente sicuro luogo di bivacco, dove noi oziavamo in mutande a prendere il sole. Un tremendo e sordo boato sconvolge la quiete del momento. Guardo verso l’alto. Vedo una grande frana precipitare dalla parte alta della parete. La percezione del pericolo è immediata. Inizio a correre scalzo sulla morena per allontanarmi il più possibile. È inutile, i massi stanno già impattando al suolo tutto attorno e anche molti metri oltre a me. L’adrenalina è alle stelle. Affidandomi all’istinto, trovo illusorio riparo dietro ad un blocco. Sento grida e tonfi dei massi tutt’attorno. Credo sia la fine e irrazionalmente mi sento attratto dal guardare verso l’alto la pioggia di massi che rimbalzando si frantumavano e piombavano addosso. La scena era simile al prologo dei titoli di Star Wars, con i meteoriti in rotta di collisione con il Millennium Falcon, la famosa astronave guidata dal comandante Han Solo. Trascorsi un paio di interminabili minuti ritorna il silenzio e solo allora ci contiamo e ci rendiamo conto che gli alpinisti che si trovavano alla base della parete o nell’attraversamento del ghiacciaio, non erano più con noi. Ancora una volta eravamo rimasti traditi dalla nostra inesperienza. Avevamo consultato il meteo di Chamonix che garantiva “beau temps”. Purtroppo non avevamo colto il dettaglio, non trascurabile, del forte innalzamento termico di quelle giornate che aveva reso instabile e fatto collassare una grande massa di ghiaccio e rocce dalla caratteristica nicchia della parte alta della Ovest del Petit Dru. Il giorno dopo, ovviamente rinunciamo alla salita e neanche lo stupendo granito della Rébuffat alla parete sud dell’Aiguille du Midi risolleva il nostro morale che ci invita ad un periodo di disintossicazione da stress sulle pareti del Verdon.

Negli ultimi decenni, tra il 1997 e il 2005, a causa dell’innalzamento delle temperature anche in alta quota, con conseguente fusione del “permafrost alpino”, sulla parete ovest del Petit Dru, si sono verificate altre impressionanti frane che hanno sconvolto la morfologia della parete e letteralmente cancellato alcune classiche dell’alpinismo, tra cui la famosa via al pilastro sud-ovest, aperta in solitaria da Walter Bonatti nel 1955.

Nell’ambiente alpinistico, a chi da decenni frequentava i ghiacciai alpini, oramai il cambiamento era evidente, anche se le cause non sempre venivano attribuite con certezza all’Uomo.

Una prima timida presa di coscienza avviene nel giugno del 1992, quando al Summit della Terra di Rio de Janeiro viene firmata La Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change), un primo storico accordo quadro di tutti i paesi del pianeta per affrontare e ridurre il rischioso processo di destabilizzazione traumatica del sistema climatico per cause antropiche.

Purtroppo ad oggi ne stiamo ancora solo parlando, con isolate e troppo poche azioni concrete mentre il cambiamento non perde tempo e nell’agosto 2022, il ghiaccio marino artico ha raggiunto la sua massima contrazione.

La stessa morfologia dei ghiacciai è in continua evoluzione, rendendo sempre più critiche anche molte “normali” alle più alte vette alpine. Con questo problema mi scontro durante la salita al Monte Bianco dal versante italiano, lungo la Cresta delle Aiguilles Grises che consente di evitare il pericoloso transito sul Glacier du Dôme, molto delicato e spesso impraticabile. Su prezioso consiglio del gestore del rifugio Gonella, nel rientro dalla cima evitiamo la nostra via di salita e le due normali francesi per seguire l’itinerario che, passando per il Mont Maudit riporta all’Aiguille du Midi e quindi con lunga risalita al rifugio Torino. Mai consiglio si rivelò più prezioso visti gli incidenti di quella calda giornata.

Nel 1995, diretti verso il bivouac de la Fourche, con l’obiettivo di salire l’indomani lo Sperone della Brenva, ci ritroviamo ancora una volta a fare i conti con lo “zero termico” troppo alto che favoriva continue scariche dalle ripide pareti di accesso al bivacco. Quando, dopo acceso confronto con il mio compagno di cordata, decidiamo finalmente di rientrare, davanti ai nostri occhi, due cordate impegnate sul Couloir Gervasutti alla Tour Ronde, vengono falciate da una grossa scarica di ghiaccio e rocce. Ripieghiamo l’indomani sulla Cresta di Rochefort e il Dente del Gigante, pur sempre delle grandi classiche del Monte Bianco.

Il problema del riscaldamento globale oramai è noto e condiviso dai più. Un fenomeno che non interessa solo l’arco alpino, ma soprattutto le regioni settentrionali del pianeta con fusione del permafrost, ritiro dei ghiacciai e riduzione dell’estensione della calotta polare, il ghiaccio marino, nella stagione estiva. Una testimonianza drammatica la trovo nel 2011 in Alaska, penetrando nei fiordi del Kenai Fiords National Park, dove con una rompighiaccio raggiungiamo il fronte del ghiacciaio che con spettacolari seraccate precipita in mare. Qui la lingua glaciale si è ritirata di ben otto chilometri negli ultimi vent’anni e tutt’attorno i segnali del cambiamento sono evidenti. Il rientro in aereo attraverso la “rotta artica”, ci consente di osservare la fratturazione della calotta polare nella stagione tardo estiva, ma questa forse è solo una suggestione.

La Cima Su Alto (gruppo del Civetta) dopo il crollo dello spigolo nord-ovest. Foto: Manrico Dell’Agnola.

Per ritornare ai giorni nostri, nell’ultimo fine settimana di giugno 2022 mi trovavo con un corso avanzato di scialpinismo a svolgere il modulo ghiaccio ed alta montagna nel Gruppo delle Vedrette di Ries nelle Alpi Orientali. Lo zero termico è ben oltre i 4000 metri, assolutamente anomalo per il periodo. Il programma prevede di raggiungere il ghiacciaio alla base della parete nord del Monte Collalto 3436 m, dove allestire, come tradizionalmente fatto dalle Scuole di Alpinismo e Sci Alpinismo del CAI, un circuito su paretine e crepacci per trasmettere i primi rudimenti sulle tecniche di progressione su ghiaccio agli allievi. Arrivati sulla morena alla base del ghiacciaio, osserviamo come questo si sia profondamente modificato rispetto a pochi anni prima. Tutto il ghiacciaio presenta segni di recenti scaricamenti, la Nord è oramai scomparsa e un grande seracco sulla sinistra incombe sulla potenziale area delle esercitazioni. È bastato uno sguardo tra gli istruttori per decidere che in quelle condizioni non era sicuro trascorrere un’intera giornata esposti al rischio di qualche possibile distacco dall’alto. Ripieghiamo sui più dolci pendi glaciali del Monte Magro dove su pendenze moderate e senza esposizione a pericoli oggettivi rimoduliamo il nostro programma. Premetto che non sono un frequentatore degli ambienti glaciali in periodo estivo ma quello che qui osserviamo è anomalo e per me semplicemente inquietante. L’acqua scorre abbondante in superficie e nel punto di, contatto tra la roccia ed il ghiaccio, spettacolari torrenti epiglaciali (bédière), ad andamento tipicamente meandriforme e profondi circa un metro, solcano il ghiacciaio. Piantando delle viti da ghiaccio per realizzare delle “soste”, una volta fuoriuscita la carota di ghiaccio, dalla vite tubolare esce un vero e proprio zampillo d’acqua, a sottolineare ancora una volta l’anomalia che stiamo osservando. Credo che questa giornata sia stata la miglior lezione della mia vita per comprendere il cambiamento climatico in atto sulle Alpi.

Cercando di chiudere questa mia riflessione nata dal confronto con altri colleghi alpinisti e dall’analisi critica delle mie esperienze, ritengo che ognuno di noi sia ben consapevole che in montagna non esiste il rischio “zero”, ma permane sempre una componente di rischio residuo che va ridotta per quanto possibile con l’esperienza, la preparazione fisica e tecnica e l’osservanza di buone pratiche.

Oramai è evidente che prima di muoversi in alta quota, bisogna prestare assoluta attenzione al meteo e in particolare al dettaglio dello “zero termico” che, quando presenta valori non idonei alla quota e al periodo, dovrebbe scoraggiare dall’intraprendere percorsi a rischio, in particolare negli ambienti glaciali.

L’estremizzazione dei fenomeni atmosferici, con temporali che presentano spesso un elevatissimo potenziale elettrico, invitano ad un’attenta pianificazione delle attività in montagna, dall’escursionismo all’alpinismo. Fortunatamente oggi disponiamo di sistemi di previsione evoluti che però vanno sempre integrati con la nostra esperienza e mai sottovalutati con supponenza o superficialità.

Sarà sempre una buona pratica confrontarsi con gestori di rifugi o conoscitori della zona come Guide Alpine e alpinisti locali, per raccogliere informazioni aggiornate sulle condizioni e percorribilità degli itinerari, non solo in ambiente glaciale ma anche su percorsi di misto o roccia.

Diventa sempre più importante abbandonare il concetto di “consuetudine” – di qua passano tutti ed è sempre andata bene – e questo soprattutto al di fuori delle Alpi Occidentali, dove ai frequentatori di quegli ambienti queste problematiche sono ben note da tempo.

Il lavoro svolto dal Club Alpino Italiano attraverso i suoi organi deputati alla formazione, come tra gli altri l’Alpinismo Giovanile, le Scuole di Alpinismo e Sci Alpinismo e le Guide Alpine, diventa sempre più importante nel promuovere nei frequentatori della montagna una solida base di conoscenze e competenze. La formazione tecnica, culturale ed etica di chi si approccia ai diversi livelli alla montagna, diventa un prezioso bagaglio da affiancare alla vera esperienza vissuta. Non dimentichiamo che l’esperienza, assieme a quel “sesto senso” innato in alcuni alpinisti, consente o aiuta a risolvere quelle situazioni complesse, ricche di variabili e a notevole componente di rischio, con le quali può capitare di doversi confrontare.

Infine, considero doti importanti il rispetto per la montagna, le capacità di ascolto e confronto, l’umiltà e la consapevolezza che l’alpinista si muove in un ambiente grandioso, che nelle sue dinamiche, spesso, sfugge alla nostra capacità di controllo. Di questi tempi, dove la velocità del cambiamento è elevata, dobbiamo imparare ad adattare altrettanto rapidamente le nostre abitudini ed obiettivi, ricordando che anche la “rinuncia” o il cambio di programma, non rappresentano una sconfitta ma, per un alpinista maturo, fanno parte del gioco.

Cambiamento climatico – non solo – e alpinismo ultima modifica: 2022-11-07T05:39:00+01:00 da GognaBlog

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118 pensieri su “Cambiamento climatico – non solo – e alpinismo”

  1. @95 Non c’era una data di scadenza nella previsione di Climbomat, tra l’altro scritto ancor prima della diffusione a menetta degli smartphone. Questi ultimi hanno ulteriormente accentuato la morsa della tecnologia sul controllo degli individui. Il sistema cellulare registra già ogni movimento di ogni apparecchio (dando per scontato che lo si porta sempre dietro, significa che sono registrati i movimenti dei singoli individui). Allo stato attuale solo un provvedimento del magistrato può “portare alla luce” i movimenti, ma ciò NON significa che il data base non esista. Se la volontà politica vira in una certa direzione, si utilizzerà quella tecnologia (già esistente) per controllare e disriminare gli accessi ad aree montane. Non sarà necessario, come ho scritto mille volte, che i forestali corrano fisicamente dietro a chi viola. Ci penserà un server in una cantina, il quale in automatico farà partire le multe. queste ultima saranno tanto più salate quanto più si vuole che la lezione sia “severa”.
     
    Se mi obiettate che non vi porterete dietro il cellulare, state tranquilli che saranno previsti altri meccanismo paralleli, di tipo burocratico ma estremamente severi.
     
    In ogni caso mi pare che il trend sia indirizzato nella direzione che, a metà anni ’90, avevo già subodorato, cosa che mi ispirò Climbomat. 
     
    La faccenda dei controlli è l’altra faccia (consequenziale) delle cosiddette patenti. Ribadisco che questa mia è una proiezione asettica, non un mio auspico indiscutibile. Sarebbe bello poter continuare ad andare in montagna portati da cuore. Ma la combinazione fra 3 fattori (1 aumento esponenziale delle persone che frequentano le montagna; 2 all’interno di ciò, aumento esponenziale di quelli che io chiamo “cannibali”; 3 peggioramento a vista d’ovvio delle condizioni della montagna, sempre più subdola e infida per le conseguenze dei cambiamenti climatici) ebbene la combinazione di questi 3 fattori non può che spingere verso quella destinazione…

  2. @94 Ti ho ha detto che non si possono mescolare temi discorsi in sequenze di commenti relativi ad articoli diversi: già solo riprendere qui un tema di un altro articolo dimostra che “minestrone” hai in testa. Ti rispondo qui, sinteticissimamente, solo per sgomberare il campo, nella TUA testa, da idee completamente infondate, addirittura sbagliate.
     
    Confermo che NON vi sono estremi per diffamazione, nel caso dovrebbe preoccuparsene il soggetto coinvolto (Mori) e non altri.  Quindi improprio tuo interesse.
     
    Inoltre porti critiche a modalità operative redazionali. Confermo che tutto viene concordato e non posso certo caricare articoli operando di nascosto a Gogna.
     
    Quanto al contenuto delle mie critiche personali a Mori & C, confermo in pieno le mie posizioni già esposte. Le vostre sono idee balzane, frutto di una concezione egocentrica dell’andar in montagna (=guardate  esclusivamente al vs piacere individuale immediato, ecco il significato del coinvolgimento metaforico dell’aggettivo “onanistico”).
     
    Sbagliatissimo poi “pretendere” che il CAI tuteli le vs esigenze (le vs ma anche quelle di qualsiasi altro socio CAI), come se il CAI fosse il sindacato degli alpinisti/scialpinisti ecc. Anche perché il CAI propone un approccio alla montagna diametralmente opposto al vs. Difatti nella sequenza commenti di quell’articolo un tal Cristiano ha detto che, in passato, lui ha interpellato il Presidente Regionale del CAI Abruzzo, il quale gli ha risposto “picche” dicendo che i vs sono “capricci” . CAPRICCI: è abbastanza chiaro il significato, no?
     
    Mi pare poi che sia incomprensibile che vi aspettiate compartecipazione, alle vs diatribe con il Parco Abruzzo, da parte di una “comunità che fa riferimento ad un Blog laddove (vedi articolo odierno, 13 novembre) addirittura si diffonde e si elogia l’idea di AUTOLIMITARCI (noi “alpinisti”, di nostra iniziativa) ed evitare di calcare una certa vetta. Cioè siamo all’opposto: noi, senza che nessuno ci vieti ufficialmente di andare su quella cima, ci AUTOLIMITIAMO in nome di principi “ambientalisti” (è improprio e riduttivo, ma per sintesi utilizzo questo aggettivo) e voi, dall’altra, frignate come bambini perché un Parco (nel pieno possesso delle sue facoltà giuridiche) pone dei divieti inoltre venite a pietire solidarietà e presumibile sostengo alle vs richieste contro il Parco!
     
    E’ ovvio che le vs posizioni sono talmente opposte alle idee di molti di noi, soprattutto alle mie, che… non posso che criticarvi in modo sferzante.
     
    Confermo che approcci come il vostro danneggiano l’immagine della comunità alpinistica totale presso l’opinione pubblica generale, per cui è opportuno che vi mettiamo in un angolo (vi ostracizziamo, mi pare di aver scritto…), in modo che sia chiaro che la maggioranza degli appassionati di montagna NON la pensa come voi.
    Tanto per non lasciare spazi non trattati, confermo che se gli atti del Parco Abruzzo hanno dei vizi che ne minano la validità, tocca agli interessati (quindi a voi…) concretizzare le azioni che il nostro modello giuridico prevede in situazioni del genere. Come mai non avete ancora fatto un ricorso al TAR? La cosa può riguardare (presumo separatamente, però) sia gli atti con i quali il parco pone i divieti sia le da voi citate autorizzazioni ad alberghetti ecc. Se sono atti viziati, dovrebbe essere un gioco da ragazzi per chiunque farli abrogare…
    Spero che sia tutto chiarito e che non mescoli nuovamente pere e cipolle: i commenti non vanno scritti in funzione del pathos del momento, ma della congruità con l’articolo principale. Qui si parla di una cosa, il tema “divieti del Parco Abruzzo” sono stati trattati un altro articolo. Ciao!

  3. 25/08/2041. Pilone Centrale. Bella salita, buone condizioni generali. Sul tiro prima della Chandelle segnalo presenza di pattuglia che chiede patente e libretto. 

  4. “  Nel medio-lungo termine, riapriranno ma in modo “selezionato”, ovvero chiederanno a chi vuol accedere alle montagne di disporre del patentino che attesti la formazione acquisita. Buon week end!”
    Continui a scrivere scemenze, a getto continuo, banfando di processi e parti civili chiusure e pantentini in un unico minestrone senza senso.
    infatti il ghiaccisio della marmolada ha fatto una netta distinzione fra titolsti e non, mirando solo ai secondi…
    (fra i
    morti ci stava pure una guida e credo anche qualche esperto caiano)
    il fatto che le autorità si parino il culo riguarda il fatto che i sono responsabili della sicurezza del territorio e a fronte di possibi rischi agiscono con eccesso di cautela, faccenda che nulla ha a che vedere con la formazione o i titoli di chi accede.
    peraltro è plausibile che la situazione marmolada fosse del tutto imprevedibile anche oer la guida piu sgamata, poiché il orogressivo degrado delle aree alpine semmai richiederebbe diverso monitoraggio, stile bollettino valghe, unico aspetto forse idoneo a evitare futuri incidenti simili e che non centra un belino con i tuoi strampalati patentini
     

  5. “la famosa “patente” presa al termine della formazione (CAInon-CAI poco rileva) diventerà pressoché inevitabile.”
    Dai Crovella, divertiamoci un po’. Sei tu il ministro che deve decidere chi, dove, come, quando. Dicci un po’, partiamo dal chi. Tutti i 60 milioni di italiani suppongo, perché prima o dopo tutti hanno l’occasione per andare in montagna e quindi devi avere il patentino, altrimenti niente capriolo con polenta al rifugio, niente sentiero che fa il giro del laghetto, niente cima, niente ferrata, niente arrampicata, niente MB, sei un geologo e ci vai per lavoro? Niet, sei un botanico? Niet, sei un malgaro? Idem. E i 300 milioni di turisti da tutto il mondo che trascorrono le vacanze sulle Alpi? Ciai il patentino bene, sennò te ne vai in Isvizzera, che diamine!
    Dai Crovella erudiscici una volta per tutte poi però smettila di rompere i collioni con questa tua battaglia personale impossibile, infantile, inutile, assurda, anticostituzionale… 
     
     

  6. Crovella:
    Dove scrivo “copia e incolla” non intendo plagio. Semmai, non mi è chiaro se la pubblicazione sia concordata con l’autore o no. Nel caso non sia concordata, cioè nel caso in cui l’autore non sappia di essere stato ripubblicato in un contesto diverso da quello da lui prescelto in origine, mi pare poco corretto che la pubblicazione sia corredata da un commento in cui, per esempio, l’autore viene definito “assatanato” e con “esigenze onanistiche”, e del resto nel tuoi interventi successivi, nel corso della discussione che ha fatto seguito al post firmato (e concordato, come dici, col proprietario di questo blog), scrivi che Mori i suoi soci sono “nocivi per l’immagine della comunità alpinistica” e con “posizioni ideologiche estremamente negative”. Magari siamo solo nel campo delle opinioni, ma suona un po’ come diffamante, soprattutto se ad un certo punto (tuo commento delle 18:20 del 3 novembre) ammetti che l’obiettivo della ripubblicazione è stato quello di “sottolineare pubblicamente la scriteriatezza”delle idee di Mori e soci. Non so se è diffamazione e non mi interessa saperlo, dico semplicemente che sembra avvicinarcisi, e che non mi pare una maniera corretta di agire. Se non altro, è mancanza di rispetto. Poi se invece Mori era stato avvertito preventivamente e aveva accettato di essere messo un po’ alla berlina, in cambio della ribalta di questo blog, allora ritiro tutto.

  7. Bravo Crovella
    Ci sono voluti 90 commenti ma sei arrivato ad una giusta sentenza.
    Il futuro che immagini purtroppo è il futuro che ci aspetta, è evidente.
    Fa paura a te, fa paura a me, fa paura a tutti. Ma direttamente o indirettamente siamo stati noi a volerlo. 
    E ben pochi saranno i camosci che vivranno l’attimo e si opporranno ai divieti/obblighi. 
     

  8. @91 temo tu abbia preso Roma per Toma. Copia e incolla? Certo, capita che prendiamo dei testi e li commentiamo. Attribuiamo correttamente le fonti agli autori. Nessun plagio. Quindi infondata tua analisi. in ogni caso c’è sempre una valutazione congiunta di tipo redazionale prima di mettere on line degli articoli…
     
    Diffamazione? Ma sai di che stai parlando? Forse confondi. Ciò che ho scritto è connesso a quanto scritto da Mori e fedelmente riportato.
     
    In ogni caso, che c’entrano queste tue insinuazioni (circa miei presunti comportamenti non consoni) qui, visto che il tema specifico, originato dall’articolo principale, è montagna sempre più  infida e pericolosa per cambiamenti climatici? Io ho aggiunto il concetto della formazione ed anche quello dei presumibili rischi restrittivi come risposta del modello sociale verso una montagna più subdola, ma si tratta di elementi collegati. Il resto che avanzi tu non fa parte di questo articolo. Stame bin.

  9. Io potrei sottoscrivere parola per parola l’ultimo intervento di MG (n. 88). Mi sento però di fare due osservazioni:
    1) mi voglio illudere che non sia tutto perduto, che si possa ancora far qualcosa per sovvertire il sistema (attivismo di qualche tipo, una qualche forma di politica, forse Mountain Wilderness?);
    2) in quanto, uff, al sig. Crovella, faccio notare che qui lui è anche autore, che molto spesso fa copia e incolla di scritti altrui solo per metterne alla berlina i contenuti (mette alla berlina anche gli autori, in certi casi, non so se volutamente o no, ma qualche giorno fa con Pierpaolo Mori secondo me Crivella si è spinto fin quasi alla diffamazione).

  10. Le mie riflessioni infastidiscono perché ci si aspetta che in un Blog di montagna si senta soltanto declamare a gran voce “liberi tutti”.
     
    Io non sono né stressato né frustrato: osservo e proietto in futuro. E’ deformazione professionale, così opero nella mia professione, e quindi mi viene naturale farlo su qualsiasi risvolto dell’esistenza. 
     
    Viceversa mi pare che molti di voi vivano in un mondo di fiabe. Siete sicuri di vivere anche voi in Italia,  e nel 2022? Avete memoria del Governo giallo-verde 2018 (Conte 1), del Conte 2, della pandemia, del lockdown 2020, del Governo Draghi, della campagna vaccinale, del Green Pass, delle vs proteste perché le decisioni governative (tanto Conte 1 che Draghi) violavano le cosiddette libertà costituzionale…??? Ebbene vi annuncio che, anche se pare che il Covd ora “morda” un po’ meno, siamo sempre nella stessa Italia di allora… quindi nulla è cambiato nel modello generale.
     
    Dopo la Marmolada del luglio scorso, alcuni parenti delle vittime dichiararono esplicitamente: “Dovevano impedire loro di andare! Vogliamo giustizia!”, il che significava una generica richiesta di processi penali a carico delle figure istituzionali che avrebbero dovuto “vietare” l’accesso e non lo hanno fatto, con una parallela costituzione di parte civile dei parenti delle vittime (=richiesta risarcimenti). Voi pensate che le autorità (non importa se locali, nazionali, tecnicamente competenti o solo amministrative) siano disposte a farsi processare e magari a dover sostenere ingenti risarcimenti, tutto questo in nome del diritto costituzionale di muoversi senza costrizioni??? Ma siete degli illusi.
     
    Le autorità (a qualsiasi livello) hanno ben altre grane di cui preoccuparsi… per cui, di fronte al possibile peggioramento da qui in avanti delle condizioni già oggi “critiche” delle montagne (come più volte spiegato, collegandosi all’articolo principale), la reazione del modello sarà di “chiusura”. E non verranno a interpellare il pensiero di nessun cittadino, che sia esso una GA o un istruttore caiano come il sottoscritto o un merendero della domenica. Chiuderanno e basta. 
     
    Di fronte ad una nuova tragedia Marmolada, cosa vi aspettate? Che lascino tutto aperto? Ma figurati! Io mi aspetto che chiuderanno aprioristicamente  gli accessi a TUTTI i ghiacciai, almeno per un po’. Nel dubbio, a breve chiudono. Nel medio-lungo termine, riapriranno ma in modo “selezionato”, ovvero chiederanno a chi vuol accedere alle montagne di disporre del patentino che attesti la formazione acquisita. Buon week end!

  11. Draghi?
    Quello che ha detto:
    NON TI VACCINI, TI AMMALI, MUORI.
    E dovrei credere a uno così?
     
    Chi crede che gli asini volino, faccia pure.
     
    E poi, non serve essere più accorti con una montagna che il clima cambia costantemente. In montagna  come in mare, serve sempre stare su con le antenne senza mai doversi riferire a modelli passati o, ancor peggio  a consuetudini e/o abitudini che comunque non andavano prese!
    Il camoscio non ha modelli temporali di riferimento. Il camoscio vive l’attimo e si comporta di conseguenza. È da lui che si deve imparare.

  12. Crovella una volta dice che non è fra i suoi desiderata e altre dieci che nella sua Sabaudia tutto deve essere rigorosamente controllato e solo i ligi alle regole avranno saranno premiati con la carotina…
    Riporto una riflessione odierna di Aldo nove che, mutatis mutandis, si adatta benissimo anche alla riflessione sulla montagna e sulle regole per andarci.
    “CONTRO LA RACCOLTA DIFFERENZIATA e altre c@zzate sul “bene comune” della Scienzah, – leggi “finanza” (post che non piacerà quasi a nessuno, lo so).
    Posta la narrazione che il pianeta Terra sta andando a schifo ”per colpa dell’umanità ”, e non esistendo nessun Uomo con la U maiuscola ma individui, ecco che una delle trappole mentali che ci dominano è quella del Bene comune accompagnato dalla salvaguardia della Terra, ovviamente responsabilità del singolo.
    Non chi riapre le centrali nucleari è responsabile di problemi ambientali, ma chi butta le cicche di sigarette per terra, losco compare di chi non raccoglie la merd@ del cane, neodelinquente schizosociale (sono esonerati i milioni di m@scherine che marciscono sui marciapiedi, perché attengono al Neomistico della Scienzah).
    La paranoia ormai consolidata della raccolta differenziata ha quindi stravinto nel controllo reciproco tra vicini di casa, nel compito quotidiano di prenderti TU cura dello smaltimento “virtuoso” di rifiuti, quotidianamente e sotto controllo generoso ogni giorno di multe laddove si sa benissimo che una volta giunto a destinazione ben poco si differenzia davvero.
    Se “le cose vanno a rotoli” è colpa tua. Usa prodotti “bio” (altra stronz@t@ planetaria promossa dalle multinazionali che ne gestiscono l’allucinazione merceologica).
    L’importante è sapere che è “colpa tua”: stressati e paga, paga e stressati e salverai la Terra.
    Lo dicono i vicini.
    Lo dicono la Scienzah.
    Lo dice Ment@n@.
    Change in a new mistical business.
    Nella solitudine dell’individuo, nuovo untore.
    All’individuo (all’Occidentale, innanzitutto) è dato obbligo di cambiare auto ieri idonee, domani inquinanti e dopodomani criminali. Finanza travestita da etica ambientale, con i cOgl*oni che hanno da tempo chinato la testa.
    Dobbiamo fare la spesa attenti a acquistare prodotti che fanno schifo ma “non inquinano” al doppio del prezzo degli altri.
    Nuovi schiavi psicotici del solito business planetario che ci sfascia quanto resta della coscienza e ci rende bravi “cittadini” in un film dove i proventi dei nostri sforzi vanno a chi produce nuove e infinitamente più inquinanti armi, ritorna a produrre energia inquinante per pura speculazione e se ne frega, del pianeta a cui tanto vogliamo bene.
    E chiudo complimenentandoni con chi sta manipolando una ragazza partita con lodevoli ”
     
    il meccanismo perverso è generale ed è legato ad uno sfruttamento degli individui a profitto di pochissimi, illudendoli di vivere in regimi liberali e democratici che nella sostanza di tali caratteristiche no hanno più nulla. 
     
    Io non credo che vi sia modo di sovvertire tali dinamiche (se non con modalità cruente che non condivido e che comunque in una società lobotomizzata e anestetizzata difficilmente emergeranno se non per ragioni strumentali).
     
    L’unica via di fuga credo sia quella delle scelte individuali, con modalità di vita che tornino alla frugalità e alla sensibilità, ad un rapporto diretto e pulito con la natura, al sentire invece che all’avere. Si sarà un pò eccentrici, ma chi se ne frega. 
     
    Ovvero l’esatto contrario di qualcuno che mi dica cosa comprare, cosa  mangiare, come nuotare, come camminare quando, dove e come scalare, sia esso un istruttore ciano, la guida o il podestà del paese. 
     
    Per chio avesse voglia di ragionare su tali temi suggerisco di Serge latouch 
    latouche “l’abbondanza frugale come arte di vivere” e “usa e getta, la follia dell’obsolescenza programmata”
     
    in ultimo, oltre ad un ego smisurato, deve avere un vita ben bizzarra colui che ritiene che altri campino sul gognablog anonimizzandosi e facendo shitstorm di nickname per contrastare le sue teorie stramapale su più montagna per pochi… :o)
     
    lancerei la petizione “Più montagna per il sabaudo CRovella”, che si svaghi e si rilassi un pò e riprenda (se mai l’ha avuto) contatto con il reale 
     
     

  13. Quest’ultimo intervento di Crovella è condivisibile in effetti. Poi dipenderà da come si evolverà il sistema politico sociale economico. 

  14. Le mie riflessioni si basano su una constatazione banale, ormai comprovata: di fronte a situazioni di pericolo/emergenza, i sistemi sociali e politici tendono a chiudersi, non ad aprirsi. Paradossalmente il fenomeno è ancor più accentuato per i sistemi moderni, potenzialmente evoluti e quindi più raffinati (costituzionali, democratici, liberali). Scattano tematiche di “responsabilità” che fanno chiudere anco di più, altro che aprire. Basta riflettere sulla reazione al pericolo della pandemia: lock down stringente nel 2020, obbligo vaccinale e Green pass nel 2021. Cosa disse Draghi, allora Presidente del Consiglio, subito dopo l’episodio della Marmolada? “Cose così non si ripeteranno più”. Cosa credete che intendesse? Intendeva che si vigilerà a priori, ma, appena soffia il vento di un minimo rischio, si impedirà di andare. Non solo sulla Marmolada (dove, se non erro, mi pare che sia ancora vietato a tutt’oggi), ma in generale, specie sui ghiacciai. Estendendo tale principio ad una montagna sempre più subdola e quindi imprevedibilmente pericolosa, come pensate che ragionerà il “sistema”? Vi aspettate che si dirà: “ci fidiamo della vostra maturità e quindi andate pure e al limite chi sbaglia paga sulla sua pelle”? Ma manco per le palle. Il sistema creerà numerosi e complicati meccanismi di controllo, sia attraverso specifico divieti ecc sia attraverso verifiche e scremature a priori, cioè in altre parole introducendo i “patentini” ecc, che non potranno che esser rilasciati al seguito di un esame di verifica conclusivo dall’iter di formazione. Tutto ciò non corrisponde per nulla ai miei “desiderata”, ma a proiezioni che, seppur con un tasso di “soggettività”, hanno una base che affonda nella realtà dei fatti.

  15. @ 82
     
    Voglio essere piú chiaro.
    Mi rivolgo a voi tutti: Marcello, Placido Mastronzo, Matteo, Mario, Critico, Teo, MG, ecc. ecc. (almeno cinquanta volte eccetera). Mi rivolgo anche a me stesso.
     
    Abbiamo mai provato a metterci di fronte a un muro per intavolare con lui (= col muro…) una bella discussione su qualsiasi tema, di montagna o non di montagna?
    Avete argomentato con mattoni faccia a vista? Vi siete mai cimentati nella difficile arte della dialettica muraria? Avete sfoderato le raffinatezze della logica di fronte a un intonaco che si dispiega impassibile a trenta centimetri dalla vostra faccia? E il vostro ‘interlocutore’ ha riflettuto sulle vostre ragioni?
    … … …
    Alla fine siete riusciti a persuadere il muro? O almeno a ragionarci?
    No, eh?
     

  16. Mi atterrò scrupolosamente all’invito di MG più che altro per non creare alcun problema a Gogna.
    Quanto all’indirizzo IP, non è variabile determinante sul punto: lo sanno anche i bambini che ormai viviamo in un modello tecnologico dove spesso gli indirizzi IP sono dinamici e non fissi. Anche quando si possiede un IP fisso (es ufficio/casa), basta esser un minimo scafati. Esistono software anche gratuiti, collegandosi ai quali, l’IP risulta diverso (perché si passa tramite i loro server). Altri programmini, un po’ più sofisticati e per questo a pagamento (pochi euro, cmq) consentono all’utente addirittura di scegliere da che IP risultare collegato. Esempio in un certo momento io ho esigenza di risultare collegato, ipotizziamo, da Bari (il tal giorno e alla tal ora), bene posso passare tramite loro e risultare agganciato dal loro punto di Bari. Infine molto banalmente, se si va in un qualsiasi locale pubblico dotato di wifi, si risulterà collegati da lì con un IP differente rispetto al proprio abituale (casa/ufficio). quindi noin è quella la variabile dominate.
     
    Circa il libero accesso all’outdoor e la libera modalità di tale accesso (Cominetti), ho già detto che, in linea di principio, concordo sul piano teorico. Ma non su quello pratico e soprattutto è un “privilegio” che non possiamo più permetterci e vedrete che la situazione si evolverà in modo sempre più stringente. Non perché lo vuole Crovella: io sono un semplice osservatore e, al massimo, faccio proiezioni a 5-10 anni dei trend evolutivi (a volte anche 20-30): è deformazione professionale. Tali proiezioni non sono “leggi matematiche”, perché hanno una certa dose di soggettività e pertanto sono discutibili a pronti. Tuttavia mi pare che le recenti evoluzioni siano tutte indirizzate nella direzione che segnalo: divieti, obblighi, numeri chiusi, prenotazioni obbligatorie…. Il tutto non potrà allentarsi, visto il trend di peggioramento delle condizioni delle montagne (tema di questo articolo), anzi si accentuerà sempre più e la famosa “patente” presa al termine della formazione (CAI o non-CAI poco rileva) diventerà pressoché inevitabile. Non volete preparavi a uno scenario del genere? Liberissimi, ma con elevata probabilità vi farete trovare impreparati. Buon week ennd

  17. ———  LA  DOMANDA  ———
     
    A che serve discutere con un muro?
     

  18. Crovella al commento 77 si dimostra un cuoco d’altri tempi cucinando minestroni d’ogni sorta. E su tutto esprime solo certezze, mai un dubbio.
     
    Il tanto auto-decantato istruttore, formatore, conferenziere del Cai 🙁 anti-cannibalesco speriamo non replichi il suo modello pseudo-sabaudo-dittatoriale. L’umanità tutta si può solo svantaggiare di tanta ristrettezza vedute. 
    Si può non essere d’accordo e riferirsi ad altri modelli, ma in montagna, al mare e al lago, si deve poter andare come si può. È la natura la più grande educatrice-formatrice. La possibilità di istruirsi ricorrendo a chi ne sa di più deve restare libera, come quella di annegare  congelarsi o sfracellarsi. 
    Sta all’intelligenza del singolo decidere della propria sorte nella natura e non di enti certificati (che palle le certificazioni, ma purtroppo sono leggi e vanno rispettate pena il vedersi ridurre la libertà,  sic) che si auto eleggono a tutori di un ambito. La scelta deve restare libera, non vincolata ai vezzi di una macchietta alla Macario.
     
     
     

  19. Confermo che NON sono MG.
    Ciò è facilmente verificabile da chi amministra il blog, tramite il confronto degli indirizzi IP.
    Per quanto rileva neanche sono avvocato, nemmeno con la ‘a’ minuscola.
    Punto.

  20. E se poi si venisse a scoprire che Crovella ed MG sono in realtà la stessa persona? Uno sdoppio di personalità che potrebbe essere molto interessante per una tesi di laurea in psicologia clinica 

  21. Caro Crovella Holmes (sherlock, non l’altro del quale certamente non hai gli attributi ), ti diffido pubblicamente dal continuare ad attribuirmi altri nick, scrivo pochissimo su questo blog, grazie alla tua infestante presenza e alla sostanziali inutilità di interagire in un mare magnum di cazzate che affossa qualunque discussione utile, e quando lo faccio lo faccio con la sigla MG.
    puoi verificare l’IP, così come placido mastronzo potrà confermarti di essere altra persona ( i cui commenti, peraltro, trovo spesso pertinenti  e sagaci).
    in ogni caso, visto che sei un raffinato giurista osmotico, saprai che è condotta non solo stupida ma anche illecita. Così come è stupido e inopportuno continuare  scrivere le mie generalità per esteso, visto che io, evidentemente, non intendo diffonderle in questo contesto.
    quindi ti invito fermamente a piantarla così come invito Gogna a diffidarti dal continuare su questa linea. 
    Stammi bene

  22. @76 Interessante conferma che Ginesi è presente con diversi nick, come spesso ipotizzato. Nel 76 lo stile, la tesi, la posizione giuridica coincidono perfettamente con i commenti MG (Massimo Ginesi) di ieri. Troppe coincidenze per essere casuale. Lo stesso per altri numerosi nick utilizzati a rotazione, evidentemente per dare l’impressione che sono “tanti” quelli che la pensano in quel modo. Nulla di male a usare più nick, ma allora perché sempre negarlo?
     
    Sul punto, pur rispettando l’opinione dell’Avvocato, non concordo. Io mi allineo con chi ritiene che, se l’attività fosse libera per tutti, non ci sarebbe bisogno di aggiungere gli articoli della seconda parte, quella relativa al CAI. Infatti se l’intenzione del legislatore fosse stata esclusivamente quella di definire l’attività delle GA, la legge si sarebbe fermata agli articoli specifici sulle GA, senza abbracciare il CAI. Ma tutto questo è irrilevante in questa sede e non merita perderci tempo.
     
    Cmq, la tematica ASD ci distrae e ci allontana dal tema cardine dell’articolo principale e dalla mia riflessione sull’inevitabilita’ della formazione causa una montagna sempre più subdola e pericolosa. Su tale fronte, che la formazione, oltre che dalle GA, sia fatta solo dal CAI (come io ritengo preferibile per opportunità pragmatica, più che giuridica) oppure che sia offerta anche da altri soggetti (ASD, ecc) poco rileva. Amzi non rileva nulla. Tanto la domanda chiave e’: chi “soffre” per un eventuale “obbligo” di sottoporsi alla formazione, troverebbe meno “umiliante” partecipare ad un corso ASD anziché CAI? Secondo me no. Ovvero chi si “ribella” all’ipotetico obbligo di formazione, si ribella a prescindere dal formatore. Vedremo come andrà a finire. L’UNESCO ha diffuso un report Suo ghiacciai e molti commentatori hanno sottolineato che episodio ime Marmolada luglio 2022 diventeranno sempre più numerosi. Quindi “occhio”, “fiuto”, “mestiere” faranno la differenza molto di più del passato. Perché respingere a priori l’idea di apprenderli da chi è più esperto???

  23. Leggo al commento 74:

    […] la legge [6/89] NON menziona, oltre al CAI, nessun’altra tipologia di soggetti autorizzati a fare attività e formazione in montagna. Ecco perché io sostengo che le ASD sono illegittime non solo nei confronti delle GA, ma anche nei confronti del CAI […]

    L’articolo 2 della summenzionata legge dice (notare in particolare ciò che ho evidenziato in neretto nel comma 2):

    Art. 2. Oggetto della professione di guida alpina
     
    1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attivita:
     
    a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
     
    b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
     
    c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.
     
    2. Lo svolgimento a titolo professionale delle attivita’ di cui al comma 1, su qualsiasi terreno e senza limiti di difficolta’ e, per le escursioni sciistiche, fuori delle stazioni sciistiche attrezzate o delle piste di discesa o di fondo, e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, e’ riservato alle guide alpine abilitate all’esercizio professionale e iscritte nell’albo professionale delle guide alpine istituito dall’articolo 4, salvo quanto disposto dagli articoli 3 e 21. [omissis]

    Pare di capire che lo svolgimento a titolo NON professionale delle attività di cui al comma 1 sia libero, e quindi NON riservato al CAI (o altri).

  24. Luciano Regattin (n. 67):
    In Italia è obbligatorio installare “dispositivi per prevenire l’abbandono di bambini nei veicoli chiusi” (copio e incollo da google), e parliamo di una, ehm, “emergenza” della portata epocale di ben 10 (certo, tragici) casi di abbandono avvenuti in 20 anni di tempo. Una decina di morti da sport all’anno, l’hanno chiamata “emergenza” e hanno reso obbligatorio il certificato medico agonistico, che non serve quasi a niente (infatti all’estero non ce n’è traccia).
     
    Non mi pare che gli esempi che fai siano poi così iperbolici o irrealistici. Con l’emergenza covid hanno chiuso in casa l’intera nazione senza neanche pensarci su due volte. Chissà cosa ci combineranno al prossimo giro, che quasi sicuramente sarà l’emergenza clima: proibito stare all’aperto se la temperatura supera i 38 gradi?
     
    Obblighi e patentini rendono le nostre vite un supplizio, e in Italia ci siamo specializzati. Montare a puntino le emergenze (anche quelle che non lo sono), per poi ricorrere a misure coercitive, burocrazia, certificazioni. Tendenzialmente si fa poco o niente per risolvere il problema, salvo scaricarne tutto il peso sulle spalle della gente comune.
     
    E dunque non mi pare che Crovella scriva cose fuori dalla realtà, anzi. Sono abbastanza d’accordo con MG dove afferma che l’interventismo e la prolissità di Crovella sono “distruttivi per questo blog”, ma resta il fatto che gli interventi di Crovella sono anche molto istruttivi su quale sia il modo di ragionare di un medio borghese di destra, in questa Italia decadente del ventunesimo secolo. Per me, pura angoscia: più montagna per pochi, e quei pochi saranno tutti merenderos (come dice MG) col patentino CAI.

  25. L’affermazione che ho corretto al commento precedente conteneva una imprecisione o forse addirittura un errore. Tuttavia sono andato or ora a rileggere la legge 6/89 che all’art 20 dice che il CAI “conserva possibilità effettuare corsi alpinismo, scialpinismo, arrampicata”.  Punto. Ovvero non c’è scritto “corsi esclusivamente ai propri soci”. C’è indeterminatezza. Chiaro che il legislatore, se vorrà, potrà aggiungere in futuro altri soggetti equiparando al CAI, ma allo stato attuale non mi pare che sia così. La discrimine della 6/89 fra GA e istruttori CAI è che questi ultimi non possono tassativamente farsi pagare. Al contempo oggi come oggi la legge NON menziona, oltre al CAI, nessun’altra tipologia di soggetti autorizzati a fare attività e formazione in montagna. Ecco perché io sostengo che le ASD sono illegittime non solo nei confronti delle GA, ma anche nei confronti del CAI: quest’ultimo è legittimato dalle 6/89 (art 20), mentre le ASD fanno riferimento ad un elenco del CONI (atto di ente pubblico, ovvero inferiore nella gerarchia delle fonti rispetto ad una Legge dello Stato), il quale elenco comprende anche le discipline di montagna insieme a numerosissimi altri sport (es: calcio, volley, basket, ecc). Certo tocca al Collegio Nazionale GA e/o al Presidente Generale del CAI agire nelle opportune sedi per stralciare le voci riferite alla mintagna da ‘sto benedetto elenco CONI. Si muoveranno loro, non tocca certo a me. Tuttavia sulla base di una velocissima rilettura della 6/89, a me sembra che, oltre alle GA, l’unica attività di formazione in montagna autorizzata dalla legge sia solo quella del CAI.  A questo punto è ancor più sostenibile che i cosiddetti ed eventuali (futuri) istruttori delle ASD debbano passare attraverso gli esami del CAI, anche e soprattutto in un quadro prospettico.

  26. l’idea sbagliata può essere una scemenza, ed è ovvio che si tratta di una visione soggettiva. Io ritengo che affidare  al CAI  (ente che ritengo non abbia saputo stare ai tempi, o ci sia stato in un’ottica totalmente conservatrice e cerchiobottista) l’onere della  formazione o, peggio, prevedere una formazione obbligatoria per andare ai monti (da chiunque sia svolta) sia una deriva sicuritaria folle e che non abbia (così Barbolini è contento) alcun nesso con la salvaguardia dell’ambiente montano.
    Ma è una mia valutazione, che vale quanto le tue e non pretende di essere nè migliore nè peggiore (mi paiono le basi del confronto, che tu troppo spesso ignori, ponendoti su un pulpito) . 
    L’affermazione oggettiva sbagliata invece è una scemenza punto e basta. E troppo spesso, in tema di diritto e dintorni, tendi ad effettuare affermazioni prive di fondamento (che in maniera poco tecnica potremmo, appunto, definire scemenze, senza alcuna estensione della qualifica a chi le propugna, ovviamente). 
     

  27. @69 nel trattare vari argomenti può capitare di mescolare piani temporali differenti. In tal caso si tratta di errori ed è opportuno segnalarli, così si chiarisce l’affermazione. Sul punto c’è un piano temporale attuale e poi un altro piano temporale, da me coinvolto, di tipo prospettico. L’affermazione 1 che contesti contiene un oggettivo (mio) errore se riferita al tempo attuale, poiché solo le GA possono farsi pagare per accompagnare e/o fare formazione in montagna. L’affermaziond è stata formulatamale e qui di, se presa in assoluto, contiene un errore. Riformulo ilLragionamento così chiarisco a tutti. La mia è una proiezione in un tempo futuro. Non credo che il mondo ASD saprà mai realizzare un modello formativo confrontabile con quello, già in essere, del CAI. Pertanto auspico che quest’ultimo, magari con sinergiecon le GA,  diventi anche l’eventuale autorità super parte che verificherà tutti i soggetti interessati a fare formazione (solo al seguito di tale decisione “politica” si emetteranno i relativi atti giuridici per legittimare il quadro). Di conseguenza, se si perfezionera’tale scenario, qualsiasi individuo intenzionato a fare formazione in montagna, ASD o non ASD, dovrà frequentare i corsi per istruttori titolati CAI, sottoponendosi alla verifica su programmi che, di fatto, sono già quelli esistenti nel mondo didattico CAI. Spero che ora sia tutto chiaro a tutti.
     
    Ovvio Che si può esprimere un personale giudizio di merito su tesi, proposte, idee altrui, ma tali giudizi personali non sono “assoluti” bensì soggettivi e pertanto fallaci  tanto quanto lo possono eventualmente idee “a monte”. In parole povere: non è che solo perché una mia idea pare a te una scemenza debba per forza esserlo. Molto spesso la realtà di.ostra, magari anni dopo, che ld mie idee strampalate poi si realizzano…

  28. @66 l’atto giuridico arriverebbe DOPO aver preso la decisione politica di promuovere il modello al livello superiore “superpartes”. Ecco perché al momento delle attuali riflessioni non ci sono questioni giuridiche di mezzo. Prima si dibatte ed eventualmente si prende la decisione e POI si deve emettere un atto giuridico che legittimi la situazione (non era complicata capire, però…) 

  29. Vorrei esortare tutti, o quasi, ad un uso corretto dei congiuntivi. Passino gli errori ortografici ma per favore più attenzione al resto.

  30. poi chiudo davvero.
    Ma ci sei o ci fai?
    Affermazione 1 – “Ma le ASDA proprio non possono mettersi a fare “formazione”, se non accettano di sottomettersi alle verifiche autorizzative delle entità riconosciute per legge, cioè Guide e CAI (qui nel risvolto delle autorità didattiche)”
    Ti spiegano che il Cai non è preposto per legge a quello e ha le stesse prerogative di qualunque associazione poiché l’unico soggetto che può fornire servizi a terzi in tema di formazione e accompagnamento in montagna è la guida (o il maestro di sci sulle piste) e tu con grandissima sagacia  e sprezzo del pericolo  giri il frittatone
    T Tanto vale promuovere l’attuale modello didattico del CAI, elevandolo con atto giuridico a livello super partes. E’ una proposta e non c’è nulla di errato. Al limite non si condivide la scelta, ma non ci sono errori giuridici.”
    a mio avviso è un contributo anche sottilenare l’infondatezza delle tue strampalate teorie, anyway, trovo un tantino riduttivo obiettare alla critica con il solito perché non s coivi un articolo.
     
    Potrei rispondere semplicemente “perché non mi interessa”. E invece non lo scrivo perché non voglio vederci sotto queste interminabili e patetiche discussioni in cui riesci perennemente a mandare in malora qualunque riconforto o riflessione costruttiva (anche se Cominetti con uno scritto di qualche settimana fa mi aveva fatto venir voglia di parlare delle mie Apuane e delle mie cinque terre 40 anni fa e oggi..)
     

  31.  “ma gli interventi a tal fine devono essere asettici, non con attacchi personali e irati, perché altrimenti denotano un sottofondo di frustrazione che va oltre l’opportunità  di correggere un errore”
    ma sei serio? :o9
    non sei tu quello delle mazze ferrate e degli scontri fisici con i tuoi interlocutori??
     
    peraltro io non ho alcun astio, nei tuoi riguardi. confondi il sarcasmo e la presa per il culo con l’astio (che non mi appartiene come sentimento e che tantomeno potrei nutrire per un leone da tastiera qualsiasi che neanche conosco).
    Così come la teoria del giornale dei nuovi mattini è uno dei tuoi tanti bizzarri assiomi. Buon divertimento. 
     

  32.  il peggioramento delle condizioni della montagna rende “inevitabile” (ovvero “obbligatoria”) la formazione
    Suggerirei anche la formazione obbligatoria per ciclisti e pedoni (con esame, patentino e casco obbligatorio x tutti) a seguito del peggioramento delle condizioni del traffico, la formazione obbligatoria per chi volesse farsi un bagno in mare a causa del peggioramento del mare come se fosse antani e via dicendo.
    Chiedo per un amico: il corso sarà obbligatorio anche per scendere alle spiagge più belle d’Italia? Scendere a Ispuligidenie non è mica da tutti, ci vorrebbe patentino e curriculum! O si farà all’italiana, metodo aumm aumm?
    Infine, ma ci credi veramente alle corbellerie che scrivi? 
     
     
     
     

  33. Non c’è nulla di “giuridico” neppure nella mia proposta di promuovere la struttura didattica CAI a struttura super partes, qualora si entrasse nell’ottica di avere davvero un’ entità super partes.
    Tanto vale promuovere l’attuale modello didattico del CAI, elevandolo con atto giuridico a livello super partes.
     
    Ma solo io noto una leggerissima contraddizione interna…

  34. “…meno quando (Gogna, NdR) da spazio a gente come te, mentre trovo semplicemente distruttivo per questo blog il tuo interventismo e la tua prolissità”
    E’ tutto lì il fondamento del tuo astio, (vorresti un Blog che fosse un “giornale di partito” dei Nuovi Mattini e ti imbestialisci perché vi ha cittadinanza anche un anti-Nuovi Mattini come il sottoscritto), ma non sono cose che riguardano i dibattiti collettivi con altri lettori per cui non mi ci avventuro. maggiormente. Non ci piove che sia legittimo intervenire per correggere eventuali errori (che spesso, però, vedi solo tu o la cui “enormità” colpisce solo te, per il soprastante meccanismo emotivo…), ma gli interventi a tal fine devono essere asettici, non con attacchi personali e irati, perché altrimenti denotano un sottofondo di frustrazione che va oltre l’opportunità  di correggere un errore. Inoltre ci sarebbe da aprire un ragionamento parallelo (ma connesso): tu ormai intervieni solo più per criticare o “correggere” Crovella, quale altro contributo o valor aggiunto offri al blog? avanzi forse delle proposte, delle idee, delle riflessioni, scrivi degli articoli, scrivi  anche solo dei commenti “proattivi”? No, il tuo obiettivo è ormai solo più criticare gli interventi di Crovella. Che valore aggiunto ha tutto ciò per i lettori? Io ho la pellaccia da rinoceronte e non mi scalfisci neppure, ma che valore aggiunto offri al Blog che dici tanto di apprezzare????
     
    Quanto al punto specifico della formazione, vedo che non hai colto  il ragionamento nella sua interezza. E’ ovvio che non sarà la formazione caiana a “salvare” tutti gli alpinisti d’ora in avanti. Prima di tutto perché, formazione o non formazione, purtroppo esiste sempre una percentuale di imponderabilità. l’importante è comprimere al massimo tale percentuale imponderabile e soprattutto saperla gestire. La mia tesi (già esposta) è che il peggioramento delle condizioni della montagna rende “inevitabile” (ovvero “obbligatoria”) la formazione, quando 30-40-50 anni fa la formazione era “opportuna”, ma non inevitabile. In questa tesi non c’è nulla di giuridico e come vedi i tuoi attacchi personali sono solo pretestuosi.
     
    Non c’è nulla di “giuridico” neppure nella mia proposta di promuovere la struttura didattica CAI a struttura super partes, qualora si entrasse nell’ottica di avere davvero un’ entità super partes. La mia proposta ha fondamento pragmatico e implicherebbe una scelta che, solo in seconda battuta, si ammanterebbe anche di valenza giuridica. Il ragionamento (peraltro già esposto) è semplicissimo. 
     
    La struttura didattica del CAI è un modello (logico, nozionistico e organizzativo) che esiste “già”, è testato da miglioramenti apportati in circa 90 anni consecutivi, ha diffusione capillare sul territorio nazionale. Sarebbe un assurdo creare una nuova entità che di fatto non potrebbe che essere un copia e incolla dal modello CAI esistente. Sarebbe uno spreco di tempo e di risorse. Inoltre nell’ipotetica nuova entità non potrebbero che confluire (almeno per i primi 10-20 anni)  soggetti provenienti da due bacini ben definiti: la CNSASA (o Scuola Centrale o organico dei 10.000 istruttori titolati) e, dall’altra,  il mondo delle GA. Perché sprecare tempo e risorse per creare una “nuova” struttura super partes? Tanto vale promuovere l’attuale modello didattico del CAI, elevandolo con atto giuridico a livello super partes. E’ una proposta e non c’è nulla di errato. Al limite non si condivide la scelta, ma non ci sono errori giuridici.

  35. ps2, poi mi taccio. Ovviamente anche fra i caiani vi è gente con i controcoglioni, che frequento e apprezzo,  ma come sempre è legato alla persona, alle sue capacità e alla sua sensibilità,  non alla presunta superiorità della formazione o agli straordinari meriti di un sodalizio  che oggi, mi pare fa acqua da tutte le parti,a partire proprio dalle posizione sulla tutela dell’ambiente montano. .

  36. ps, sostenere che la formazione caiana obbligatoria per tutti salverà gli alpinisti del prossimo futuro dai mutamenti della montagna mi pare poi una simpatica corbelleria. 
    Ho visto nei miei trentanni di sodalizio le peggio cose fatte dai partecipanti alle iniziative con l’aquila a – anche oggi – quando vedo le gite sociali o i corsi caiani all’opera mi chiedo, – come simpaticamente dice un mio amico guida – come mai ci siano così pochi i morti in montagna. 
    La follia di ormare tutto, di obbligare a patentini non funziona con certe attività, se non a scopo di lucro epr alcuni.
     
    Le stesse immersioni, che sono faccenda assai pericolosa, non sono vietate a chi non è in possesso di brevetto, impediscono solo di noleggiare attrezzatura o di fruire di attività commerciali.
    ma se tu vuoi andarti ad annegare con le tue bombole a 40 metri o a farti venire una sincope in apnea a 30 sei libero di farlo.
    Ed è bene che così rimanga, o chiederemo alla fine un corso di formazione anche per mangiare il minestrone, affinché non ti vadano i fagioli di traverso. 
     
     

  37. Caro Crovella
    te la canti e te la suoni e insinui  scemenze sui rapporti fra me e Gogna  pari a quelle che scrivi in diritto.
    Io non ho nulla con Gogna, pur essendomi trovato talvolta in disaccordo anche marcato, lo apprezzo per i suoi bellissimi scritti , meno quando da spazio a gente come te, mentre trovo semplicemente distruttivo per questo blog il tuo interventismo e la tua prolissità, ma alla fine a me cambia nulla, saran fatti vostri
    Sono intervenuto perché a leggere l’ennesima scemenza giuridica spacciata per certezza mi pareva giusto dare una dritta e sottolineare come, quasi sempre, scrivi inesattezze (non per interloquire con te, che sei tetragono- eufemismo per esprimere ben altro concetto – ma per gli altri quattro lettori). 
    Vedo con piacere che proponi il solito pippone senza peraltro nulla dire sulla contestazione specifica e calciando la palla in  tribuna, come sempre : gli unici soggetti legittimati a formare e accompagnare in montagna soggetti terzi sono le guide alpine, quali professionisti deputati dalla legge a tali compiti.
    Gli altri istruttori, cai fasi o vattelapesca, sono legittimati unicamente a prestare (gratuitamente nei confronti degli utenti) la propria opera all’interno dell’associazione di riferimento nei corsi da questa istituiti, secondo le relative norme e il cai, seppur con una più robusta struttura normativa, non sfugge a tale bipartizione (che può o meno piacere, e sulla quale si può essere d’accordo o meno,  ma che allo stato quella è, nonostante le tue “cassate alla fonte” ).
    Quindi che il CAI abbia maggiori titoli o competenze sulla formazione rispetto alle ASD è una tua tesi strampalata e priva di fondamento, anche lui  forma i propri istruttori che svolgono unicamente la propria funzione all’interno del sodalizio (brrrrrr…).
    Se poi tizio preferisce l’associazione vattelapesca alla secolare tradizione caiana saran fatti suoi, ma la presunta superiorità caiana non ha alcun fondamento normativo. 
    Leggiti le sentenze di condanna degli istruttori fasi che portavano in falesia due allievi e troverai nero su bianco quanto sopra.  
    Questo per dire che scrivere sproloqui con la sicumera, la tracotanza e l’indisponenza  che ti contraddistinguono  è del tutto inutile, poiché il diritto è materia tecnica che non si impara né per prossimità né per osmosi, ne leggendo “lo sapevate che” sulla settimana enigmistica e dire che se ne è esperti per tali ragioni e come sostenere che si è neurochirurghi perché la figlia fa la guardia medica. 
    Lo puoi dire  al famoso   bar di Umberto Eco, dove una volta ti davano una pacca sulla spalla e ti versavano un altro sciortino, oggi scriverlo su internet ha l’unica funzione di renderti ridicolo e magari di fuorviare  chi non ha i mezzi per inquadrare le tue scemenze travestite da dissertazioni dotte. 
    Sostenere infine che la formazione dei caiani e delle guide è simile è pura follia (e  lo dico  avendo fatto la prima quale istruttore di alpinismo)
    Affermare che la montagna va a puttane perché vi sono cannibali che vanno  sull’8c o scendono canaloni a 55 gradi di pancia fa sorridere: gente che fa cose a quei livelli ha una testa ferrea altro che pancia, o non arriverebbe in cima al tiro o in fondo al canalone.
    Magari frequenti troppi merenderos caiani e poca gente che va davvero. Ho conosciuto giovanissimi con i controcoglioni, altro che pancia…  
    Stai bene. 
     
     
    .

  38. Io non ho ancora bene capito a fondo quale sia la posizione di Crovella sulle ASD. Potresti spiegarmi il tuo punto di vista in modo più approfondito e non così succinto? 

  39. Leggo al commento 49:

    Siccome le ASD se vengono create è perché gli individui non vogliono più avere a che fare col CAI…

    Mi sembra una lettura errata.
    Le ragioni della nascita delle cd ASD vanno semmai ricercate nello strapotere delle GA.
    Il CAI c’entra poco o niente.

    … riesce difficile ipotizzare che le stesse ASD si sottoporranno alle verifiche di CAI e Guide.

    Ma soprattutto riesce difficile immaginare perché mai dovrebbero farlo.

  40. C’è molto in comune fra contenuti formativi CAI e GA. Ovviamente cambia completamente il livello tecnico richiesto, ma quest’ultimo non c’entra con la formazione. Anche perché qui si sta ragionando su modelli formativi a disposizione dell’alpinista amatoriale, colui che dedica alla montagna il tempo libero (week end – forse neppure tutti –  e un po’ di ferie) e non agli alpinisti top o destinati a diventare top. Produzione di serie e non squadra corse.
     
    Cmq, ben vengano, anche in termini di formazione, i contributi delle GA, sicuramente possono arricchire l’offerta formativa: non solo NON li escludo ma li incentivo nell’interesse di tutti gli alpinisti “formandi”. Tuttavia la constatazione che il Collegio Nazionale delle GA sia socio istituzionale CAI (se non erro addirittura con stessa sede – Via Petrella Milano – del CAI Centrale) e che moltissime GA siano socie CAI a titolo personale mi induce a concludere che, più o meno, i contenuti della formazione proposta dalla GA non possono essere né diversi né – soprattutto – conflittuali con quelli del modello didattico CAI…
     
    Considero invece rischioso il “lasciare la formazione all’iniziativa dei singoli”. E’ come mettere in conto che molti singoli non ci penseranno, per pigrizia, per scelta, per propensione innata alla ribellione aprioristica. Ma tutti i miei ragionamenti sul punto derivano da una convinzione, quella collegata all’articolo principale. La montagna è infinitamente più subdola e pericolosa rispetto ai decenni scorsi (per i motivi descritti). Se già allora (30-40-50 anni fa) la formazione istituzionale (scuole CAI, GA) ero “opportuna”, oggi è “inevitabile”. Lasciarla all’iniziativa del singolo è come accettare che non venga fatta, magari non per tutti, ma per moltissimi. Tanto vale non perdere tempo e dire semplicemente che: in montagna si può morire, arrangiatevi. E’ una scelta, per carità, ma per forma mentis storica io ho un approccio diametralmente opposto: formiamo tutti.

  41. Resta tutto da dimostrare come dalla prima frase
     l’argomento di questo articolo…riguarda…l’evoluzione negativa delle condizioni delle montagne e il parallelo aumento dei rischi.
    derivi necessariamente la seconda:
    Da qui la necessità, oggi irrinunciabile, di una formazione “uniforme e metodica” per TUTTI coloro che desiderano approcciare la montagna
    dato che non prende in considerazione possibili alternative.
    Peraltro, risulta anche infondata la constatazione finale:
    e la constatazione che il modello didattico del CAI e la relativa organizzazione capillare non possono esser pareggiati da nessun altro modello
     
    Mi pare che tutto il ragionamento dell’intervento 56 sia alquanto fallace e si basi in effetti su un assunto non detto, che sappiamo peraltro essere il preferito dall’autore dell’intervento stesso: regolamentazione stretta per l’accesso alla montagna, con permessi, patentini, esami, multe, ecc.
     
    La formazione, per esempio, certamente è auspicabile ma la necessarietà potrebbe essere lasciata alla responsabilità del singolo. Di sicuro non è irrinunciabile.
    Quanto al modello didattico del CAI come unica forma possibile di formazione “uniforme e metodica” che non può essere pareggiata…a parte che il voler ignorare qualunque alternativa (guide in primis), riguardo all’uniformità a me è capitato più di una volta di incappare in corsi CAI con istruttori imbarazzanti anche su vie a spit (e una volta vagolanti in stato confusionale  per trovare un attacco abbastanza evidente) ma conosco anche e arrampico con istruttori che vanno ben più di me. Quindi mi pare che l’uniformità sia più che un assunto apodittico piuttosto che una realtà.
     

  42. E’ bene che non ripercorriamo ulteriormente il tema della ASD in quanto tali, poiché l’argomento di questo articolo non riguarda le ASD ma l’evoluzione negativa delle condizioni delle montagne e il parallelo aumento dei rischi. Da qui la necessità, oggi irrinunciabile, di una formazione “uniforme e metodica” per TUTTI coloro che desiderano approcciare la montagna e la constatazione che il modello didattico del CAI e la relativa organizzazione capillare (che arriva fin nelle località più piccole col lo “stesso” insegnamento) non possono esser pareggiati da nessun altro modello (ASD o meno): solo per questo risvolto ho toccato le ASD. Punto sul tema ASD, altrimenti si prende una piega che allontana irreversibilmente dall’argomento chiave dell’articolo principale.
     
    Chi volesse approfondire il tema specifico ASD e loro illegittimità o meno a operare in montagna (sia come accompagnatori e a maggior ragione come formatori), può rifarsi all’articolo e relativi commenti dell’aprile 2022: https://gognablog.sherpa-gate.com/botta-e-risposta-2/
    Cordiali saluti.

  43. Ginesi, a me pare invece che in ogni occasione sei sempre tu che prendi cioca per broca, per dirla alla torinese (Roma per Toma). Ho riflettuto a fondo sul tuo astio nei mie confronti e sono giunto a conclusioni che ritengo fondate, ma sono del tutto fuori tema rispetto a quanto trattato qui per cui tralascio di esporle. Ho già detto, più volte, che il vero oggetto del contendere è fra te e Gogna e non fra te  e me e che tu polemizzi con nuora perché non te la senti di polemizzare aspramente con suocera… Devi “guarire” tu una buona volta, sennò la situazione si ripresenterà sempre, ma il problema è dentro di te. Bon qui.
     
    Circa ASD, rinvio l’analisi più approfondita ai commenti connessi all’articolo in cui si parlava delle ASD e della “forzatura”, evidentemente figlia di una volontà politica “romana”, di inserire le discipline della montagna (mi pare alpinismo/scialpinismo/arrampicata/escursionismo) nel famoso elenco del CONI di autorizzazioni delle ASD, insieme a sport veri e propri come calcio, volley, basket, ecc. Questo inserimento è del tutto arbitrario e forzato e in particolare con i (falsi o quantomeno ipocriti in quanto sono dei veri corrispettivi) “rimborsi spese” agli accompagnatori si entra in esplicito contrasto con la legge 6/89, che riserva solo alle Guide il diritto di farsi pagare per accompagnare gente in montagna.
    Qui interessa un altro risvolto, quello della formazione. Due punti chiave:
     
    1) Le ASD, disperse a macchia di leopardo e di numero e importanza risibile, non hanno la stessa “stazza” storica e dimensionale dell’apparato didattico del CAI (apparato che ha poco meno di 90 anni di crescita continua).  Di conseguenza: 1) L’apparato CAI ha un organigramma ben articolato e soprattutto distribuito capillarmente sul territorio. Al vertice la Commissione Nazionale (CNSASA), affiancata dalla Scuola Centrale, poi le commissioni territoriali, affiancate dalla rispettive Scuole Regionali, infine tutte le scuole (delle diverse discipline), organizzate e verificate annualmente almeno due volte (nulla osta preventivo e verifica relazione finale dell’attività). Non si può far nascere una scuola a capocchia, occorre seguire il modello e le prassi burocratiche. Il corpo istruttori è massiccio e ben qualificato: mi pare che gli istruttori titolati complessivi siano oltre 10.000, cui si affiancano i sezionali e gli aiuto istruttori. Possiamo stimare un parco istruttori di circa 20.000 individui, TUTTI IMPOSTATI SUGLI STESSI STANDARD. Ne consegue che il modello didattico CAI è UNIFORME in tutto il territorio. L’allievo che si iscrive a Trento riceve lo stesso insegnamento dell’allievo che si iscrive a Roma. L’approccio che si insegna è costantemente aggiornato in sede centrale e, a cascata, raggiunge anche le scuole più periferiche. Ne consegue che il mondo ASD, anche avendo risolto la tara di fondo che io rinfaccio (l’elenco CONI), non ha di certo una organizzazione del genere. Se il mondo ASD inizia domani mattina a mettere in piedi la “sua” formazione a livello nazionale, forse arriverà fra 90 anni agli attuali livelli del modello CAI. Il quale, però, nei prossimi 90 anni sarà a sua volta evoluto e sarà 90 anni avanti al mondo ASD. E’ una gara persa in partenza, per le ASD. Già non dovrebbero operare (per i motivi esposti) nel campo dell’ “accompagnamento”, ma se si mettono anche in quello della “formazione”, vanno davvero a sbattere contro un muro.
     
    2) Se vogliamo ragionare (cosa che io casso alla fonte) sulla libertà di qualsiasi istituzione (CAI, ASD, altri…) di organizzare un’attività di formazione a favore dei proprio iscritti, ci vorrà una specie di entità superpartes che autorizza scuole e formatori (sia del CAI che ASD che di altri). infatti non si può aprire una scuola guide né una scuola estetisti nè una panetteria senza le dovute autorizzazioni. Qui le autorizzazione devono incidere nel con tenuto, ovvero “Cosa insegni e come lo insegni”. infatti dal contenutp e dalla bontà di cosa si insegna, può dipendere in un domani la vita di quelli che si sono iscritti al corso in questione. Ebbene di questa eventuale (che NON si farà mai) entità superpartes non potranno che esser coinvolti  solo i componenti della CNSASA (meglio della Scuola Centrale) e le Guide, presumo quelle che già fanno gli istruttori ai Corsi Guida. Di conseguenza questa eventuale e ipotetica entità superparters non sarebbe altro che una “copia” o della Scuola centrale CAI o della squadra di Guide istruttori ai loro corsi. Non si arriverà mai a una realtà del genere, cmq non la vedremo in un intervallo di tempo realistico (alcuni decenni), tanto vale quindi estendere l’attuale modello didattico CAI anche al ruolo di esaminatori di soggetti “terzi” (gli ipotetici formatori delle ASD). E’ molto più sensato, immediato e non implica costi aggiuntivi. Infatti i corsi-verifica tipo IA, ISA, ecc, ci sono già: agli esponenti delle ASD, se vogliono esser autorizzati a fare formazione, toccherà iscriversi a tali corsi e passarli sul programma didattico del CAI, che come ho detto è il frutto di 0 anni di perfezionamento progressivo.
     
    Resta il fatto che io appartengo all’opinione di chi ritiene “forzata” e illegittima l’attività di ASD nel campo delle discipline della montagna. Lo stesso vale anche per la formazione. Di conseguenza non restano che il CAI e le Guide.

  44. @crovella” Le ASD, che a mio parere non dovrebbero per nulla operare nel campo della montagna e ora lo fanno solo per una forzatura politica (vedasi commenti al riguardo, articolo di qualche mese fa), si accontentiamo di accompagnare il loro associati, ”
    fra le miriadi di scemenze che scrivi a getto continuo con una tautologia imbarazzante, su ogni tema dello scibile umano di cui sei invariabilmente un esperto questa ti qualifica mirabilmente.
    il cai è esattamente come le asd, puo svolgere attività solo in favore dei propri associati nell’ambito di corsi didattici, gli unici legittimati a svolgere attività e didattica e accompagnamento nei confronti di terzi è la guida, che è tecnicamente un professionista ordinistico.
    poi sarebbe curioso capire a che titolo ti arroghi il ruolo di esegeta e portavoce della volontà e ideologia caiana

  45. Veramente sul pezzo Crovella. Da proporre come prossimo Ministro per gli Affari Esteri.

  46. @48. Probabilmente non sei al corrente, ma è stato spiegato abbondantemente in passato anche in questo Blog. Il termine “cannibale”, oltre a rendere molto bene il concetto, è di antica e cinsolidatavteadizione nell’ambiente piemontese degli appassionati di montagna. Cito questo altro articolo pubblicato tempo fa sul Blog, dove appunto anche altri soggetti usano e spiegano l’uso di un termine, per noi di uso pressoché quotidiano:
     
    https://gognablog.sherpa-gate.com/la-montagna-di-piero-rosmino/

  47. Altro che cannibali, ormai le attività di montagna sono diventate un momento di incontro tra generi, una sorta di Meetic, solo più remoto e dinamico.
    Come ad assicurare che no, non era quello il motivo vero.
    Trovato l’anima gemella grazie al cielo tornano allo yoga o alle immersioni o al corso da sommelier.
    Al posto della disco o dei parenti sensali c’è la Falck o la Righini.
    Alto censo poi. I peones non possono fare i cannibali neanche volendo, perchè tra scuole CAI, uscite, benzina, rifugi, guida, cene conviviali… il conto corrente, l’abisso vuoto, li fissa, stanno a casa.
    Al massimo il peone ormai va da solo male in arnese in posti da bracconieri, esposti a nord,  parcheggia l’utilitaria in basso, non sia mai qualcuno lo noti mentre si prepara in macchina, e si guarda le spalle anche per mangiarsi il panino dalla stagnola. Se non sta attento piglia pure una fucilata in stagione, tanto cerca elusivamente di farsi i fatti suoi.
    Indietro però non so come si torna. Chi lo va a dire all’industria dell’outdoor (che tra l’altro ha in parte anche delocalizzato in Asia)?

  48. Il discorso ASD ci allontana dal tema dell’articolo, ma meglio chiarire cosa intendo.
     
    Data l’esperienza storica ormai assodata (il mondo delle Scuole CAI esiste da circa 90 anni, le Guide sono delineate per legge dal 1989) queste due istituzioni, che legittimamente autoproducono i loro formatori (tra l’altro attraverso corsi ed esami), rappresentano le entità “terze” preposte a valutare eventuali altri soggetti, a loro estranei, che volessero proporsi al pubblico come “formatori”. Le ASD, che a mio parere non dovrebbero per nulla operare nel campo della montagna e ora lo fanno solo per una forzatura politica (vedasi commenti al riguardo, articolo di qualche mese fa), si accontentiamo di accompagnare il loro associati, che già così operano in contrasto con la legge istitutiva delle Guide (specie se tali ASD riconoscono agli accompagnatori dei compensi, anche sotto l’ipocrita dicitura di rimborso spese). Ma le ASDA proprio non possono mettersi a fare “formazione”, se non accettano di sottomettersi alle verifiche autorizzative delle entità riconosciute per legge, cioè Guide e CAI (qui nel risvolto delle autorità didattiche). Siccome le ASD se vengono create è perché gli individui non vogliono più avere a che fare col CAI, riesce difficile ipotizzare che le stesse ASD si sottoporranno alle verifiche di CAI e Guide. Di conseguenza, è molto difficile che le ASD saranno autorizzate a fare formazione relativa all’andar in montagna.

  49. Ma anche basta con questo “cannibale”, almeno ci fosse una qualche lontana attinenza con il significato che gli volete attribuire, ma non ce ne sono, avete cotto il razzo! 

  50. Rispondo con le parole di Crovella
    “Non è una valutazione tecnica o atletica, dicevo: anzi, molti cannibali sono fortissimi, arrampicano sull’8c, salgono stalattiti strapiombanti, corrono in salita per 2500 m di dislivello e sciano in canali a 55 gradi. Ma la testa che hanno resta quella dei cannibali. Altri cannibali non sono invece particolarmente dotati: questo per sottolineare che l’essere cannibale è una caratteristica trasversale alle fasce di frequentatori della montagna.”
    per la definizione di cannibale “Troppa gente in montagna, dicevo. E’ un concetto quantitativo, ma anche qualitativo. Ci sono moltissimi che non sanno “andare” in montagna, non hanno la testa giusta. Non è una questione di capacità tecnica, di quale grado fai arrampicando o quanto forte vai in salita. E’ una questione di mentalità, anzi di forma mentis.”

  51. ottimo l’aver individuato in chi fa il gesto atletico estremo un possibile cannibale, ovvero non è un se o solo se che chi faccia l’8+ sia non cannibale
    Puoi spiegarti meglio? Grazie
     

  52. Sono andato a leggermi gli articoli di Crovella che ha linkato. 
    Sono totalmente condivisibili, tutto quello che pensa l’ho sempre pensato. 
    Io per esempio vado il 95% delle volte da solo per non avere caciara intorno. Scelgo mete isolate (quest anno ho trovato un posto vasto dove non c’era nessuno e su piu’ cime sono stato.. una meraviglia, chiaramente non vi dico dove 🙂 ). Evito come la peste le cime frequentate in luglio e agosto. Cerco di andare sempre fuori in settimana e non nel we. Non uso nessuna strumentazione tecnologica. Non lascio mai rifiuti.
    Applico il principio di Detassis (mi sembra fosse lui): andare in cima in montagna è fare la via piu’ semplice, se fai diversamente è solo acrobazia.
    Credo che se Carlo facesse un test per il non cannibale lo passerei al top dei voti. 
    Il problema è come limitare. Apprezzo l’idea di non scremare per i soldi, o per le capacita’ tecniche (ottimo l’aver individuato in chi fa il gesto atletico estremo un possibile cannibale, ovvero non è un se o solo se che chi faccia l’8+ sia non cannibale). 
    Fine anche il ragionamento sulla ridondanza delle tecniche di sicurezza, cosa che avevo gia’ pensato sentendo delle persone che operano nel CAI.
    Ci vorrebbe una macchina della verita’ per capire il vero approccio con cui le persone vanno in montagna….chiaramente la pratica di un test della verita’ è ad oggi improponibile. 
    Leggevo che recentemente sulla ferrata Tommaselli hanno chiamato in pratica in cima l’elicottero perchè non avevano i ramponi…ma dico io, come fai ad andare a 3000 metri ORA senza ramponi. L’altro giorno in una cima arrivano due italiani e gli chiedo come era la ferrata (io ho fatto la normale elementare). La ferrata era tutta a nord. Mi dice che hanno rischiato e parecchio su una placca senza corda fissa perchè non avevano ramponi ed era ghiaccita. Ma per forza!. 
    Cioè sono mancanze organizzative che poi ti costano caro e vai anche a rompere l’anima a chi fa il soccorso. 
    Come detto sono un po’ perplesso sulla soluzione per scremare. 
    Secondo me, se non l’avete notato, le societa’ occidentali sono economie in totale fase di decadimento, manca solo il patatrac, che non è nemmeno tanto distante (massimo 8 anni). Quindi credo che purtroppo la scrematura sul lato economico ci sara’ eccome, non come pensa Crovella, ma ci sara’. 
    Il resto è trovare sistemi per appunto non agevolare il cannibale…il rifugio sulla cima, gli impianti, etc…ma rifugio e impianti sono schei… 
    Saluti.
    ps. per chi mi ha criticato per non aver messo i link dopo che gia’ avevo detto che li avrei messi. Sto valutando quali mettere, un po’ di pazienza, c’è tanta roba ma al tempo stesso poco facile da trovare.. qualcosa di poco convincente altro convincente e mi ci vuole tempo, non ho solo questo da fare.

  53. Leggo al commento 34:
    Il discorso non regge.
     
    Perché, ti risultano altri commenti il cui discorso abbia retto? 🙂

  54. Leggo al commento 34:

    Le attuali ASD [omissis] sono autoreferenziate (cioè, se va bene, autoproducono i loro istruttori – non so neppure come li chiamano – mentre questi ultimi dovrebbero sottoporsi a esami “verificatori”, come nel caso eclatante delle guide alpine o anche degli istruttori titolati)

    Il discorso non regge.
    A quanto mi risulta anche il CAI e le GA “autoproducono” i propri istruttori, senza alcun vaglio da parte di organismi terzi.
     

  55. Le mie posizioni ideologiche sono note da tempo (almeno 15 anni) e i dettagli sono facilmente rintracciabili anche sul Blog (esempio: due articoli di settembre-ottobre 2019). Si tratta di posizioni frutto di profonde riflessioni, di cui sono arciconvinto da anni ed anni. Il tema del giorno, connesso a questo articolo, è che il deterioramento delle montagna avanza a velocità molto superiore alle previsioni anche solo di 5 anni fa. Ciò rafforza e non allenta le mie convinzioni.

  56. A chi non è edotto sulle mie posizioni, note da moltissimo tempo, ricordo che, nell’ambito di una mia attività più che 40ennale nel campo dell’editoria di montagna/outdoor (attività che a sua volta deriva e si collega alla pratica sul terreno, sia tecnica che didattica), sono almeno 15 anni (ma credo addirittura 17-18) che ho elaborato una particolare convinzione e la sto portando avanti con lo slogan “Più montagna per pochi“.
     
    I dettagli di tale posizione ideologica sono stati ampiamente diffusi in mille articoli, libri e conferenza ed anche in questo Blog. Per gli interessati segnalo i link a due articoli (molto circostanziati), pubblicati uno dietro l’altro (perché complementari) sul Blog a settembre-ottobre 2019:
     
    https://gognablog.sherpa-gate.com/piu-montagna-per-pochi-1/
    https://gognablog.sherpa-gate.com/piu-montagna-per-pochi-2/
     
    Il collegamento con l’articolo qui sopra pubblicato consiste nel fatto che la realtà oggettiva sta peggiorando a ritmi molto più intensi rispetto alle stime anche solo di 5 anni fa. La montagna (ma direi in generale l’outdoor tutto) è infinitamente più subdola e pericolosa: occorrono ancor di più “occhio” e “fiuto” a regola d’arte. Andare “come ti porta il cuore” è il prerequisito della maggior parte degli incidenti (anche fatali, anzi spesso proprio di quelli fatali) che registriamo in questo scenario.

  57. Crovella è un educatore, un pedagogo delle masse incolte e becere. Quasi un Messia della Montagna. Potresti aprire la Confraternita degli Alpinisti.

  58. Mi stacco un attimo dalla discussione tra Crovella, Matteo , Stefano e altri. Forse dovrebbero sfidarsi a un duello ad arma bianca in una nebbiosa mattina di novembre tra le risaie della Pianura Padana.
    ULTIME NOTIZIE: stanziati 5 mil. di euri per la valorizzazione della zona attorno al Monte San Primo, Triangolo Lariano, quota tra i 1200 e 1600m. con tapis roulant, impianti di innevamento, nuovi impianti a fune, parcheggi, sintemazione sentieristica, cartelli informativi ecc.ecc.
    Ma siamo proprio sicuri che il Monte San Primo ne abbia bisogno???
    Ma siamo proprio sicuri che il nome di Homo Sapiens, addirittura Homo Sapiens Sapiens, che è stato dato al nostro genere umano non sia un po’ troppo presuntuoso se non del tutto fuorviante???
    Quanto a “green”, è un aggettivo che sarà sempre piu legato al colore delle nostre tasche.

  59. Leggi quello che scrivo, non rispondere tanto per rispondere…è infantile.
     
    Ti consiglio di leggere il post, perché è di uno che in montagna è andato e va davvero, con basi e modi decisamente differenti dai tuoi (e dai  miei) e però di certo non è un cannibale.
    Ergo, forse si può imparare qualcosa o almeno intravvedere qualcosa di differente.
     
    Sono stato più chiaro?
     

  60. Che c’entra se l’autore dell’articolo di oggi sia o non sia un cannibale? In ogni caso, la sua realtà mica sana l’attuale presenza di migliaia di cannibali in montagna! Cmq., cammina pure per la tua strada, che la mia mi è chiara e, dopo decenni che la percorro, non derogo certo perché non piace a un “certo” Matteo… Tanti cari saluti

  61. Sei tu che non capisci perché proprio non vuoi capire e fraintendi volutamente.
    Ti consiglio di leggere il post di oggi di un forte alpinista che ha fatto alpinismo  serio con ben poca pubblicità (e che probabilmente tu nemmeno conosci) e che è tutto meno che un cannibale.

  62. Non ti voglio seguire in una diatriba “ideologica” (qui sì che il termine è applicato senza rischi interpretativi). Chi “vuole” capirmi, mi capisce facilmente, chi non vuole non mi capirà mai anche se rispiego mille volte le cose.
     
    Ognuno va in montagna per motivazioni “sue”. La mia è una scelta razionale, kantiana, hegeliana: non c’è nulla né di pancia, né di emotivo. Da sempre sono stato un sostenitore a spada tratta della necessità di tale impostazione (per andare in montagna), lo ero anche 40-50 anni fa, quando il contesto ambientale e sociologico della montagna era completamente diverso. Collegandomi al tema dell’articolo principale, la scelta opposta alla mia, cioè quella irrazional-emotiva, di pancia, “sportiva” (come la chiamo io, intendendo che si considera l’andar in montagna un semplice sport alla stregua di correre in un parco cittadino) sta diventando sempre più sbagliata, perché sempre più scollegata al contesto in essere, sia ambientale che sociologico e numerico.
     
    Per usare una terminologia a me cara, registriamo sempre più “cannibali” (agli atti trovate gli articoli in cui definisco i cannibali). I cannibali erano già negativi 40-50 anni fa, lo sono ancor di più oggi laddove, come descrive anche l’articolo principale,  il contesto ambientale determina condizioni molto più subdole della montagna, con un notevole aumento delle difficoltà interpretative circa se, come e quando muoversi sui monti.
     
    L’attività formativa, che a questo punto della Storia io considero ormai inevitabile (e quindi “obbligatoria” per chiunque voglia approcciare le montagne) punta proprio a ridurre/annullare i cannibali, e-ducandoli (e- : moto da luogo, “condurli fuori da”, cioè condurli fuori dall’ignoranza e dall’improvvisazione di pancia).

  63. @32 sono aspramente contrario alle ASD, almeno come agiscono oggi, ho già espresso adeguatamente la mia posizione a latere di un articolo pubblicato qui sul blog (cercalo, se ti interessa). Non escludo che il sistema formativo possa comprendere anche altri operatori oltre alle Scuole del CAI (ho fatto l’esempio di iniziative messe in piedi da guide alpine o gruppi di guide), ma il tutto deve esere “certificato”, altrimenti il “tacun” è peggio del buco. Le attuali ASD sono al di fuori di ogni regime di controllo e certificazione a svolgere attività formativa, sono autoreferenziate (cioè, se va bene, autoproducono i lorop istruttori – non so neppure come li chiamano – mentre questi ultimi dovrebbero sottoporsi a esami “verificatori”, come nel caso eclatante delle guide alpine o anche degli istruttori titolati) e questo impedisce di farne degli operatori “oggettivi”. per aprire una scuola guida (dove poi insegni a guidare ai tuoi clienti) devi essere accreditato tramite apposite certificazioni, non possa esser Verstappen e basta. Il punto è, a sensazione, che l’area ASD (grazie a Dio microscopica in termini dimensionali) non vuole sopporsi a controlli di terzi, che (giocoforza) non possono che essere concretizzati o da guide o dal mondo didattico del CAI.

  64. si tratta di sfumature interpretative, la cui importanza è irrilevante. Per “scelta ideologica” (o anche orientamento ideologico) io intendo una scelta ragionata, razionalista, hegeliana. L’opposto di chi agisce di pancia.
    Non sono sfumature interpretative, è italiano.
    Quello che intendi tu è una cosa, quello che scrivi è un’altra e quello che riesci a comunicare un’altra ancora.
    La scelta di andare in montagna è tutto meno che razionale, anzi è decisamente irragionevole, inutile e potenzialmente pericolosa, in una parola stupida.
    Tutti si va in montagna mossi dal fascino, dal sentimento, dalla sfida, dalla voglia di superare il proprio limite e chissà da cos’altro. In una parola dalla pancia. Anche tu, se vai in montagna.
    Ideologico, in senso lato, può essere il modo in cui si va in montagna.
    Ma anche qui, come sempre, ti sfugge completamente che non c’è solo il bianco e il nero, ma un intero universo di sfumature di grigio, che tu ignori per cercare di affermare la tua visione appiattita e dicotomica di buoni e cattivi.
    Ma ho già scritto troppo e la pianto qui.
     

  65. Crovella, nell’importanza dell’obbligatorietà della formazione hai dimenticato di citare le ASD..:)

  66. Sono d’accordo con Giuseppe. Personalmente sono allergico alle ideologie ambientaliste ma ritengo che tenere bene l’ambiente sia un dovere a prescindere. A prescindere dal fatto che qualcuno abbia ragione o abbia torto. E’ giusto tenere in ordine la casa in cui si vive? Si. Nessuno alla lunga vive bene in un letamaio.  Stesso discorso vale per la natura. Va tenuta bene, punto. Indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno che invita i giovani per manifestare al venerdi per il clima (ma perche’ le manifestazioni sono sempre di venerdi??), o premi nobel che dicono che il caldo non e’ dovuto dalle emissioni, indipendentemente da tutto. Con lo stesso spirito con cui chiunque non schiaccerebbe una sigaretta sul pavimento di casa.

  67. @24
    Stefano, in ambito scientifico le chiacchiere (e il principio di autorità) stanno a zero. Contano i dati.
    E di dati, in quanto da te proposto, ne vedo pochini.
    Vedo, invece, diversi conflitti d’interesse fra i firmatari, tanto che mi han fatto venire in mente quel gruppo di scienziati che affermavano che il fumo non era nocivo.
     
    Comunque, sebbene molto improbabile, le cose potrebbero stare davvero così.
    E magari lo fosse!
    Per chi frequenta una montagna priva di facilitazioni, acquisire consapevolezza dei cambiamenti e adattarsi – o rinunciare – dovrebbe essere intrinseco del proprio agire in ambiente.
    Ma, purtroppo, in gioco c’è molto di più che una via normale.
    E cambiare stili di vita, a livello globale, la vedo dura.

  68. 18 il fatto che ti sei affacciato da poco non significa che noi dobbiamo esser obbligati a rifare discorsi già sviscerati in passato. Ascolta un suggerimento paterno: se vuoi esser interessante, rileggiti gli atti del blog, anziché perder tempo a raccogliere link che tanto nessuno apre. 

  69. @21 si tratta di sfumature interpretative, la cui importanza è irrilevante. Per “scelta ideologica” (o anche orientamento ideologico) io intendo una scelta ragionata, razionalista, hegeliana. L’opposto di chi agisce di pancia.
     
    Chi “decide” hegelianamente di andare in montagna in genere è disposto a fare una serie di cose che, invece, chi ci va di pancia rifiuta aprioristicamente. Cose tipo: studiare e studiare, crearsi un data base in testa (di itinerari, di nozioni, di rapporti causa-effetto scientifici, di alternative….), sapere tutte le cose sulla punta delle dita, ecc ecc ecc (l’elenco è sconfinato). Questa preparazione, che costa fatica e impegno, era fondamentale 50 anni fa, ma torna molto utile, se non fondamentale, nel contesto attuale molto più subdolo per gli effetti del cambiamento climatico. Ecco l’importanza, e non addirittura l’obbligatorietà della formazione presso una scuola CAI (in teoria anche attraverso corsi alternativi, es organizzati da guide ecc). Il resto è naturale conseguenza logica: se uno non lo vuole capire, non lo capirà mai, per cui non lo sto a ripetere.

  70. Ossigùr Stefano, un documento che afferma che la CO2 non è inquinante ed è essenziale per la vita sulla terra per sostenere che il suo aumento è benefico, firmato da ingegneri, agronomi, geologi (dell’Agip) e dirigenti di Società nel campo energetico e Zichichi…
    Un po’ come dire che l’acqua è essenziale alla vita, quindi di più è un bene…non preoccupatevi. Sopratutto se vivete in Bangladesh e vi arriva solo alle ginocchia.
    Attendo un commento da parte di Umberto Pellegrini.

  71. Per esempio questo Matteo. 
    Stavo cercando altro mi sono imbattuto su questo 
    https://clintel.org/italy-wcd/
    Questo per dire che le critiche ci sono, non vengo fatte trapelare dai media. 
    Io poi non mi metto ideologicamente a dire il Climate Change è una cretinata. 
    Dico, osserviamo le varie parti (le parti contrarie sono molto piu’ difficili da trovare perchè non gli viene dato spazio) e poi valutiamo, ma non possiamo dire cade il pilastro… e’ colpa del climate change così per assioma.
    Il mio dubbio come detto da profano è le implicazioni che ha sul lato socio economico, dove ci sguazzano in molti e non vorrei che influenzassero le scelte della gente per il loro tornaconto. 
    Mi riprometto di mettere altro e ben di piu’… 

  72. Stefano, non voglio dilungarmi troppo su argomenti che non conosco se non superficialmente. Non essendo uno “scienziato”, su un argomento così complesso mi rimangono tre scelte: o me ne sbatto, o mi fido di quanto sostengono il 99.9% degli scienziati, o degli altri. Per venirti incontro, ti linko questo articolo a sostegno della tua tesi, che attribuisce al sole il motivo del riscaldamento globale:
    https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1674-4527/21/6/131
     
    Felice vero? Ecco, adesso leggi attentamente anche questo:
    https://www.reddit.com/r/climate_science/comments/p1lkyg/can_someone_assist_me_in_understand_debunking/
     
    Capisci che è un casino e che se vuoi saltarne fuori in qualche modo o ci sei dentro in pieno, in quanto fa parte del tuo mestiere, o e meglio scegliere da che parte stare (cercando di informarsi al meglio) e fidarsi. Quanto alle tue perplessità su Crovella, qui potrei farti una previsione molto più sicura delle previsioni meteo x domani: nei prossimi 100 post che trattano di CAI, Montagne e attività correlate in generale, egli ripeterà sempre lo stesso post tale e quale, quindi dormi sereno.
     

  73. Matteo, hai ragione, non sostengo bene la tesi perchè dovevo per lo meno mettere dei link. Oggi ho gia’ scritto parecchio e non so se ci riesco, appena posso scartabello e allego. 
    Fatto bene a fare questa considerazione perchè se non metto le prove passa tutto per “tanto per dire”. 
    Grazie.
     

  74. Stefano, non capisco bene quale “view” tu voglia sostenere…quindi mi sa che non la sostieni molto bene :-)…però che sia in atto un aumento di temperatura è inequivocabile.
    Così come è inequivocabile che l’attività umana contribuisca a questo aumento con l’aumento (misurato) della concentrazione ci CO2  e altri gas serra.
    Non so nulla di macchie solari, Maunder minimum o spostamenti degli anticicloni, ma mi pare evidente che chi auspica un aumento dei fattori surriscaldanti il sistema o è un cretino o è in malafede. Questo perché l’aumento della temperatura in atto ha e avrà sempre più un impatto sociale drammatico, poco prevedibile e difficilmente gestibile sulla gran parte della popolazione mondiale.
    Ridurre uno dei fattori in gioco, anche ammesso (e assolutamente non concesso) non sia il principale,  mi pare cosa doverosa.

  75. @17: considero l’andar in montagna il frutto di una scelta ideologica e non una semplice sport
    E’ proprio l’italiano che è sbagliato.
    Per scelta ideologica puoi scegliere di andare in montagna come fosse uno sport o no, ma l’andare in montagna non è frutto di una scelta ideologica, ma è frutto di qualcosa che attiene alla sfera psicologica, estetica o forse anche culturale.
    Tutto il resto del discorso, basato su questo errore, mi pare solo un confuso cercare di giustificare le tue posizioni (queste si ideologiche), frammischiando considerazioni ovvie (le condizioni della montagna sono cambiate e sono meno prevedibili) ad altre infondate (molte incidenti appaiono incomprensibili se non con l’inserimento in un sportivo…e quelli che rimangono comunque imprevedibili, come quello in Marmolada?) per arrivare alla solita conclusione che contraddistingue l’ideologia di quelli come te: imporre obblighi, costrizioni, regolamentazioni per imporre la vostra visione del mondo.
    Il tutto condito da considerazioni generiche e infondate (soccorso spesso impegnato al seguito di totale mancanza di acume degli alpinisti: quante in percentuale?  Chi lo stabilisce? E quanti interventi di gitanti stanchi o che non se la sentono di tornare indietro? Quanti per malore al rifugio dopo aver mangiato un po’ troppo?) e considerazioni morali come minimo discutibili (io invece ritengo corretto che la collettività paghi per il soccorso e la cura di tutti. Anche di chi sbaglia, ad andare in montagna o la precedenza a un incrocio o con la scala in giardino)

  76. Per quanto riguarda l’articolo, sono apprezzabili sicuramente le considerazioni finali. Ovvero l’esperienza ma anche il sesto senso. Sesto senso, ma anche diversamente: organizzazione, agire con metodo, etc.
    Non approvo invece il resto dell’articolo. Ora se è legittimo che uno esprima le sue considerazioni in base alle esperienze vissute come l’autore (che ho apprezzato e dove ne ho dedotto persona di alta esperienza in montagna (e che quindi gode di certo della mia stima)), ma non si puo’ dire .. .sulla base della mia esperienza il pilastro è venuto giu’ causa global warming. I pilastri sono venuti giu’ sempre dalle epoche storiche millenni e millenni fa…uno dice… eh ma ne vengono giu’ tanti… anche millenni fa venivano giu’ tanti o eri presente a quei tempi e poi smentire? Intendo dire… un’insegnante modello insegna in 3 classi e gli alunni sono scarsi. L’insegnante dice i giovani d’oggi sono scarsi (SULLA BASE DELLA SUA ESPERIENZA!!). Eh no, sono i tuoi giovani che sono scarsi. Ce ne saranno altri, ok, ma ci sono anche di bravi nelle altre classi.
    Per esempio. E’ un dato di fatto che i ghiacciai nostrani sono in sofferenza per non dire in premortem. Il global warming, la causa antropica si dice. 0k, ma nessuno dice che da 10 o 20 anni sta sostando un anticiclone africano che è MOLTO MA MOLTO piu’ caldo di quello delle Azzorre. Anticiclone presente negli anni 80 e 90, piu’ mite e anche presente molto meno come numero di giorni e con una piovosita’ maggiore di conseguenza (in realta’ l’ha detto un esperto di clima-meteo non ricordo il nome pero’).
    E’ global warming la presenza dell’anticiclone africano? No, o meglio non si sa. Perché e questo è assodato le sacche anticicloniche e cicloniche si spostano nel tempo non sono immutevoli.
    IN piu’, ci sono studiosi, che dicono che stiamo entrando in un epoca di scarsita’ di macchie solari tali per cui stiamo per avere un lungo periodo come il Maunder minimum. Ha piu’ impatto le macchie solari IL SOLE o l’attivita’ antropica. E quindi dicono, ben venga l’attivita’ antropica che surriscalda. E vi ricordo, la scienza e gli studiosi sono fondamentali per il progresso, ma fanno parte di enti, etc. che hanno interessi a volte ci sono veri e propri conflitti di interesse. Questo per dire, il paper scientifico dice e allora è oro colato, si fin un certo punto.
    Ho letto sovente articoli di i ghiacciai dell’antartico si stanno espandendo (BBC ricordo), come altri che si contraevano.
    Intendo dire, come detto a Luciano non sono esperto di Clima, lo prendo en passant seguendo autori non ho studi universitari specifici, etc. quindi non posso in realta’ dire è sicuro che sia così….
    Ma il dubbio che mi viene è proprio l’uso del global Warming (che guarda caso ora non è piu’ Warming, ma changing, proprio perché i fatti non stanno univocamente sostenendo il warming, vedasi Rubbia e gia’ qui qualche pensiero sull’infallibilita’ della scienza bisognerebbe farselo) per fini di plasmare la societa’ in modo diverso (e su questo lo do’ in pratica per certo, grazie a studi, miei e di altri e confermato da una recente instabilita’ di certe variabili finanziarie), dove ti faranno sentire colpevole sotto vari aspetti e tu ti adatterai e questo impattera’ su tutto…economia, finanza, societa’, etc. (ove ovviamente i BiG sono posizionati sui settori green per trarne profitto). Per altro la societa’ è fatta da classi dirigenti e il popolo. I mass media e i politici tendono a dare la colpa al popolo per i problemi…ma mi dico… in azienda.. se va male… la colpa è dell’operaio o del dirigente?. Ecco.
    Chiaro che sto portando una view che è contraria al luogo comune, al pensiero comune e al filone del blog. Chiederei di accettare, argomentando, portando esempi anche contrari alla mia view, etc. oppure anche ignorare se non avete nulla da aggiungere. Se invece si deve sminuire, insultare, etc. chiaramente non va bene.
    Luciano, anche te che sei una bella mente attenta, lascia stare l’altro giorno e se c’è da dire qsa su quello che scrivo dilla pure mi fa piacere.

  77. Cominetti a me interessava conoscere le storie di qualcuno che dice che succede ora qui, ora là. Non mi sembra una perdita di tempo. Non sto a fare della filosofia su quanto è bello un ghiacciaio.

  78. Buongiorno Crovella, mi auguro che riusciamo a stare su livelli di civilta’ e non iniziare come l’altro giorno. Mi impegno in questo senso, anche se è evidente che porto una visione diversa dalla sua e forse a suo dire diversa da quella delle associazioni della montagna.
    Sull’attribuzione dei costi degli interventi all’infortunato Luciano le ha gia’ inoltrato un link in cui tali interventi sono, anche se in parte, attribuiti al malcapitato, anzi ringrazio e anche tanto Luciano, persona di contenuto del blog.
    Quindi mi sembra un po’ tempo perso che insista con costi degli interventi alla collettivita’ allora ci vuole il corso obbligatorio, perché gia’ questo non regge e la tendenza (anche con i conti pubblici che si stanno disastrando sempre di piu’) è di attribuire al privato malcapitato il costo delle sue imprudenze (guardi poi che a volte non si puo’ parlare di imprudenza ma di caso, di sfortuna, e lì come la mettiamo??).
    Inoltre non condivido la sua opinione di etichettare chi va in montagna. Lei che ne sa delle emozioni che prova il corridore il runner (io non lo sono), lo scialpinista (io non lo sono). Non è che uno che fa un’azione corrisponda a un certo schema mentale. Ognuno è fatto a proprio modo e con caratteristiche ANCHE uguali a quelle degli altri.
    Personalmente sarei per abbattere tutti gli impianti, rifugi etc. ma siccome vivo in una collettivita’ mi rendo conto che bisogna accontentare un po’ tutti. Io in montagna ci vado per questi motivi tutti del medesimo valore a) per senso di liberta’, la montagna mi da’ senso di liberta’ che mi manca quando sono tra i comuni mortali :-). B) per vedere le bellezze del creato, e sperare che vengano sempre preservate, in questo senso se si apre la possibilita’ di aiutare sono ben disponibile, d) per il senso di isolamento che da dal caos della vita di tutti i giorni c) perché non so… è parte di me, sono felice quando sono su una cima e mi godo il panorama (mentre se vado al mare non mi dice in pratica niente o se è bello mi stufo subito), e se il tempo me lo permette (ma qui mi sincronizzo sempre con il meteo ed ho quasi il 100% di giornate belle se non bellissime) rimango un’ora o anche piu’ in cima (a differenza di molti che appena arrivati scendono giu’… mi chiedo sempre ma che emozione proveranno venendo in montagna… boh).
    Come le ho detto il primo punto è la LIBERTA’ e credo se non sono presuntuoso che quasi tutti coloro che vanno in montagna diano valore a questo. Quindi da quando leggo qui leggo solo di LIMITI, DIVIETI, OBBLIGHI, questo vuol dire svilire totalmente la concezione dell’approccio alla montagna a mio avviso.
    Non si puo’ negare che ci siano limiti all’affollamento me lo sono domandato spesso anche io da oltre 3000 (sotto ci vado solo in pieno inverno) metri sentendo il rombo continuo estenuante delle moto (per esempio) che girano sui passi in estate. Non si puo’ negare occorre mettere in sicurezza le persone nei contesti ambientali che cambiano (di certo aprire nuove ferrate non è il punto giusto eh!!, a proposito), ma si tratta DI GESTIRE e non di SOFFOCARE gli utenti, gli amanti, gli appassionati di montagna come invece leggo da qualche giorno in questo blog.
    Cioè la montagna sono spazi infiniti, liberta’ dello sguardo, voi a mio modesto avviso castrate tutto con questa visione di OBBLIGO, VINCOLO, LIMITE, DIVIETO che sa tanto da CASERMA MILITARE e ZERO (a mio avviso) del VERO SENSO CHE VA DATA ALLA MONTAGNA.
    IERI ERO SOPRA I 3000 e lassu’ questi discorsi di corsi obbligatori, vincoli, divieti etc. credetemi non esistono, e cime mi dicevano che sono per tutti, che mi aspettano tutti i giorni. Al massimo mi dicono di GESTIRE il fenomeno… MA GESTIRE NON CREARE UNA CASERMA.
    Ieri sulla cima sono arrivati due uccellini (tipo passerotti), che sbattevano il becco sulla neve per dirmi… “ehi, mi dai qualcosa?”… avevo del pane e gli ho dato un po’ di pezzettini… e via contenti… non mi sembra di aver alterato il bioclima, anzi. 
    Inoltre, quello del corso obbligatorio, della gente che va in montagna senza lo spirito giusto, etc. l’ha detto l’altro giorno e in questa sezione gia’ due volte. Guardi, la informo, che se crede di convincere così le persone sbaglia e di grosso, perché piu’ insisti in qualcosa di obbligatorio piu’ la gente si indispettisce. Inoltre non è che scrivendo 200 volte sul Blog di Gogna le viene garantito di influenzare i partiti in governo per fare quello che dice. Si figuri.
    La mia piu’ che una critica è volonta’ di fare ragionare, o meglio pensare alle mie parole, persone come Lei. Perché non mi creda che quando leggo lei rifletto e trovo anche tantissimi spunti interessanti e su cui sono d’accordo (mi sembra che entrambi siamo per una montagna easy, senza tanti impianti, etc.).
    Saluti a tutti.  

  79. A prescindere dal tema specifico, ribadisco che (da sempre e non sono il solo) considero l’andar in montagna il frutto di una scelta ideologica e non una semplice sport. Ridurlo a “sport” (“muoversi”) ne sminuisce la validità esistenziale. Chi va in montagna per una vita intera non pratica uno sport e basta. infatti chi si limita a praticare uno sport in montagna, dopo un po’ si annoia e cambia sport. “Orientarsi ideologicamente” significa scegliere se, nell’andare in montagna, stare sul versante dell’impegno ideologico oppure limitarsi al semplice sport.
     
    Ciò premesso (che va ben oltre il tema dell’articolo), il punto sul tavolo oggi è come affrontare le uscite in ambiente, considerato che l’ambiente è reduce da una rivoluzione completa rispetto ai decenni scorsi. Il punto è rilevante anche per chi ha imparato ad andare in montagna nei decenni ’60-70-80 (in particolare gli ultimi due). I parametri cui siamo stati “istruiti” noi riscihano di essere non più attuali. Un esempio banalissimo: giugno-metà luglio era il periodo  per le Nord e le vie di misto in alta quota. Ci potevi andare a occhi chiusi. Ora non è più così, il momento ideale è imprevedibile, in certi anni non si presenta proprio. Occorre quindi un “occhio” e un “fiuto” estremamente più raffinati rispetto ai decenni scorsi. Già dobbiamo fare aggiornamenti noi, impostati alla veja manera (dove cmq si insegnava a “ragionare”), figurati che occhio e che fiuto hanno quelli che approcciano la montagna come fosse solo un semplice sport: corrono e basta, non sanno rinunciare e/o posticipare le ambizioni. Vale per l’alta montagna, ma anche per altri aspetti della montagna, per esempio lo scialpinismo, dove il quadro niveo-meteorologico crea condizioni estremamente più subdole rispetto ai decenni scorsi. Molti incidenti che capitano di recente in montagna, appaiono incomprensibili se non con l’inserimento in un approccio (“sportivo”) dove ciò che conta è “andare”, snobbando l’analisi delle condizioni e l’opportunità di muoversi.
     
    A fronte di questa superficialità d’intenti, ritengo non corretto che la collettività nazionale (compresi anche i cittadini NON frequentatori della montagna) sia chiamata a sostenere le spese del soccorso, spesso impegnato al seguito di totale mancanza di acume da parte degli alpinisti. Per prevenire questa combinazione di problemi, non vedo alternative alla obbligatorietà della formazione: sono un convinto sostenitore istituzionale della formazione, fin dagli anni in cui ero ragazzo, ma ora più che mai, per i cambiamenti intervenuti. La formazione che serve oggi non è tanto imparare a legarsi o a fare il nodino tal dei tali (cose che sin trovano in un video You Tube), quanto imparare un approccio metodologico, grazie al quale si abbandona la visione “sportiva” (come sopra definita) e si incamera quella ideologica. Senza questa passaggio, ad un aumentato rischio “oggettivo” si aggiunge anche un aumentato rischio “soggettivo”: la correlazione fra questi due aumenti fa esplodere in modo esponenziale il rischio cui certi alpinisti si sottopongono. Guardate che la capacità tecnica individuale non c’entra nulla. Anzi, proprio per il combinato disposto fra le due accelerazioni descritte, un alpinista “top” che si avventura in ambiente, oggi come oggi, rischia molto ma molto di più dei decenni scorsi.

  80. È da quando ero piccolo che sento dire che i ghiacciai si sciolgono. Fa caldo, quindi si sciolgono. Io non so cosa ne sia la causa e mi pare che anche il resto del mondo butti lì teorie varie senza troppe certezze. Addirittura c’è chi dice che fa pena e tristezza vedere un ghiacciaio che arretra per il caldo. Mah….
    Allora se vogliamo raccontarci di come si stava bene quando si stava peggio e cose così, andiamo ppure avanti, ma onestamente lo trovo un po’ noioso e neppure serve all’abbassamento termico.

  81. Be’non mi ritengo né troppo razionale, né scontato. Non ho detto che si stava andando fuori tema. Ma senza difendere Crovella, mi sembrava più interessante andare in un’altra direzione. Oh, pure io dico la mia idea Marcello.

  82. E comunque anche il conflitto tra idee manifesta il come uno la pensa sull’argomento di cui tratta l’articolo in questione e, secondo me, è ritenuto un andare fuori tema solo da chi è troppo razionale e scontato.
    Ben vengano i conflitti verbali, altrimenti il blog resterebbe uno sterile database e avrebbe già chiuso per mancanza di vitalità.

  83. Caro Paolo, non intendevo rovinare la riflessione con le mie battute, ma mi premeva sottolineare l’uso della locuzione orientarsi ideologicamente, che oltre che orribile è anche sbagliata, perché nell’andare in montagna non c’è proprio nulla di ideologico o razionale, ma è un agire meramente fisico mosso da ragioni culturali e psicologiche (al limite forse psichiatriche). 
    L’ideologia non c’entra nulla con l’andar per monti e tantomeno con il cambiamento climatico.
    Il volerla infilare per ribadire a tutti i costi l’ennesimo e stupido, immutabile pippone su ordine, regole, responsabili vs dissennati, CAI vs cannibbali mi ha forzato a sottolinearne la miseria, anche lessicale.

  84. Questa discussione, anzi, riflessione comune era partita bene. Parliamo delle nostre esperienze, non roviniamo tutto.
    È utile leggere i racconti di chi ha visto e vede la montagna cambiare.

  85. Commento 7: più montagna per pochi purché esibiscono il green pass corsi sabaudo Cai? 

  86. 9@ Vuol dire che se non fai il corso obbligatorio al Cai di Torino o sua sede staccata, (di fede sabauda o non se ne fa niente), sotto la giurisdizione unica del MegaIstruttore capo  Crovella  non potrai piu’ nemmeno salire sulla montagnetta di san Siro a  Milano. Perche’ la montagna e’ severa… 🙂

  87.  “oggi in montagna (specie in alta montagna)  è difficile orientarsi, ideologicamente parlando”
    Makequazzo vuol dire in itagliano?!?
     

  88. I cambiamenti delle montagne, così profondi anche solo rispetto ai decenni ’70-80 (momento in cui molti lettori hanno iniziato a frequentare le montagne), hanno impresso una rivoluzione copernicana all’intero modello della montagna. Il “gioco” è rovesciato rispetto al passato: è come se – provocatoriamente – nel football di oggi si potesse giocare con le mani e non con i piedi, all’opposto di quando ci siamo appassionati da ragazzini. Per questo, oggi in montagna (specie in alta montagna)  è difficile orientarsi, ideologicamente parlando. Oltre ad una formazione a prova di bomba (da cui deriva la mia convinzione dell’obbligatorietà per tutti di partecipare ai corsi CAI), bisogna avventurarsi in montagna con il freno a mano tirato, se uno tiene alla sua pelle.
     
    Se l’approccio è invece del tipo “ma sì, chissinefrega, godiamo l’oggi e non pensiamo alle conseguenze” il discorso è molto diverso, ma mi domando perché mai chi la pensa così dia per scontato di poter pesare legittimamente sul soccorso che, di riffa o di raffa, è pagato dalla collettività, cioè da tutti, compresi anche gli alpinisti seri e maturi. Il tasso implicito di rischio della montagna è, allo stato attuale, molto elevato e forse aumenterà ancora in futuro. Chi vuole praticare attività in montagna lo deve fare a suo totale rischio e pericolo, anche in termini di assistenza (sia tecnica che economica) per incidenti che saranno destinati ad aumentare in numero e imprevedibilità.

  89. Bene, chiedo scusa, mea culpa, ma repetita iuvant.
    Usando la funzionalità “cerca” su Gognablog, quello che usciva è quello che ho scritto, ma non ho considerato gli “altri spazi”.

  90. Una tra le raccolte documentali fotografiche più complete, sistematiche ed esaustive mai fatte relativa a ghiacciai e montagne è quella di Fabiano Ventura, che su questo blog mi pare sia apparsa una sola volta nell’articolo “Turismo bianco futuro nero”.
    https://sulletraccedeighiacciai.com/
    Il lavoro di Fabiano in tal senso è stato e continua ad essere preziosissimo.

  91. Bella e utile riflessione.
    —–
    “componente di rischio residuo che va ridotta per quanto possibile con l’esperienza, la preparazione fisica e tecnica e l’osservanza di buone pratiche”.
    E come realizza la riduzione del rischio il camoscio?
    La cultura cognitiva castra quella estetica.
    È questa la consapevolezza da raggiungere affinché parlare di relazione con il proprio sé, quello degli altri e con l’ambiente e il terreno entri a fare parte della questione.
    Se la valanga non sa che sei un esperto è una formula che piace a tutti, non tutti hanno inteso che il profondo significato sta proprio nell’interrompere la consuetudine di restare concentrati sull'”esperienza, la preparazione fisica e tecnica e l’osservanza di buone pratiche”. Nonché sulla conoscenza del territorio, delle manovre, dell’equipaggiamento.
    Attraverso la relazione con l’ambiente, nessun giapponese in scarpe da tennis, bermuda e olympus finirà più in un crepaccio fuori dal rifugio.

  92. Abitudine e consuetudine sono termini che non dovrebbero mai essere entrati nel riferimento all’alpinismo. 
    Oltretutto, anche nella vita di tutti i giorni, ne uccidono il piacere della scoperta e della novità. In alpinismo uccidono, quindi valutazione sul momento sempre.

  93. “Diventa sempre più importante abbandonare il concetto di “consuetudine” – di qua passano tutti ed è sempre andata bene”.
    Articolo intenso che spinge a ripercorrere la propria esperienza negli anni.

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