El Giuly, lo Sciamano

Presentazione di un amico
di Marco Furlani

Per scrivere di montagna ho sempre preso spunto non da noiose discussioni su difficoltà tecniche, ma da esperienze vissute sul campo in montagna.

L’ispirazione di solito arriva all’improvviso, mentre sto arrampicando su qualche parete, dopo una giornata passata bene, quando si affaccia il ricordo di una via vissuta e salita con un grande amico.

Ed è proprio di uno di questi che voglio parlare, di un grande caro amico. Il significato della parola amicizia varia di parecchio da persona a persona. Personalmente penso che l’Amicizia abbia un valore assoluto e che mai il proverbio che dice “chi trova un amico trova un tesoro” sia più azzeccato.

Amici veri ce ne sono pochi. Certo se le cose vanno bene e tutto fila liscio si è sempre attorniati da amici o almeno da quelli che si professano tali, ma a volte basta un’incertezza, una piccola incomprensione ed ecco che si rimane soli, gli pseudo amici si dileguano come la neve al sole. Quando si ha un carattere come il mio, aperto ed estroverso è facile avere tanta gente attorno, ma gli amici che valgono, quelli veri, li posso contare sulle dita di una mano.

Lo stile di Giuliano. Foto: Archivio Marco Furlani.

Giuliano Giuly Giovannini è uno di loro. Ho conosciuto Giuliano molti anni fa alla SOSAT, la gloriosa sezione operaia della SAT. Eravamo ambedue soci e là nel tempo ho apprezzato il suo modo di intendere la montagna e l’alpinismo che ha sempre considerato come vera fonte alla quale abbeverarsi nei momenti duri della vita. Da ragazzino gli scoppia una bomba in mano ed il bilancio è pesante: perde le dita della mano destra e parte della gamba destra, eppure, dopo anni ed anni, riesce a rialzarsi e, tirando fuori tutta la sua forza fisica e morale, inizia la via dei monti.

Dotato di un fisico eccezionale, con un paio di vecchi sci di legno impara a sciare con la protesi al posto della gamba, poi gli orizzonti si ampliano e vuole salire le montagne con le pelli di foca. Svolge una intensa attività scialpinistica su tutto l’arco alpino. Ma non basta. Sale importanti vie di ghiaccio sulle pareti nord e grandiosi itinerari su roccia. Nella sua vita Giuliano ha sempre dovuto lottare. Nasce povero in un paesetto sopra Trento, Sardagna. Perde in montagna suo fratello più giovane, Giorgio, che lui stesso aveva avviato alla montagna, un potente atleta morto in una discesa estrema con gli sci sulla Presanella.

Viene operato di un tumore e ne esce guarito: le montagne sono sempre presenti come speranza e come fonte d’energia. È anche questo che ha sempre cercato di trasmettere come istruttore di scialpinismo nella scuola Graffer di Trento; ha insegnato ad andare in montagna a generazioni intere, sotto le sue ali sono cresciute guide alpine, istruttori e accademici del CAI.

Non ha mai vissuto la sua disabilità come una menomazione, ma come uno stato di fatto da cui partire. Non si è mai pianto addosso. Non ha mai chiesto niente alle istituzioni, è andato sempre avanti a testa alta. Abbiamo passato molto tempo assieme, guidato da lui su bellissime montagne immacolate, accompagnandolo su difficili pareti dolomitiche o, più semplicemente, camminando in montagna o in un bosco a tagliare la legna, ma, alla fine, la FORZA che muove questo meraviglioso campione resta e resterà un segreto.

El Giuly, lo Sciamano
di Giuliano Giovannini
(pubblicato su Annuario CAAI 2020-2021)

In una splendida giornata di metà marzo mi trovo in punta alla Punta Gnifetti, Monte Rosa. L’aria tesa e fredda rende il cielo pulito come raramente si vede.
La visibilità è ottima. Guardo lontano verso la pianura piemontese alla ricerca di quel punto marrone…

Giuliano Giovannini. Foto: Archivio Marco Furlani.

Quella macchia marrone è un collegio sito a S. Maria ai Colli sopra ai Monti dei Cappuccini a Torino. Don Carlo Gnocchi, cappellano degli alpini rientrato in Patria dopo la ritirata di Russia alla fine della seconda guerra mondiale, vedendo quanta miseria regnava sopra le macerie, quanta sofferenza nelle persone e in particolare nei tanti ragazzi che portavano i segni della guerra in mutilazioni più o meno gravi, sentì il bisogno di agire per dare a questi sfortunati la possibilità di avere una casa, un posto vicino dove poter essere curati, vivere e studiare. Chiese ed ottenne la possibilità di adibire a questo scopo un grande fabbricato del vecchio regime, atto ad accogliere questi sfortunati ragazzi, il grande complesso marrone a S. Maria ai Colli, appunto. Dal 1955 per cinque anni ho abitato lì, in quel collegio. Era tutto grande, spazioso, aule grandi e camerate con ampi corridoi. Da quei grandi finestroni guardavo lontano oltre la Mole Antonelliana, oltre i tetti della città, arrivavo fino a quella visione stupenda che il sole dell’alba colorava di rosa lasciando poi che il biancore delle nevi dell’alta quota espandesse la luce fulgida. Era il Monte Rosa. Il mio pensiero correva fin oltre quell’orizzonte ove pensavo ci fosse casa mia. L’inverno del 1954 era stato un inverno secco, senza neve. Nelle campagne del mio paese, Sardagna sul monte Bondone, il 28 dicembre trovai una bomba inesplosa. Noi ragazzini a quei tempi non avevamo cavalli a dondolo, giocattoli o altro, giocavamo con fucili, baionette, sciabole e così via. Cosa fare di quella bomba? Proviamo a FARLA ESPLODERE! Prova e riprova, niente: non va. Ma alla fine l’ordigno fece il suo dovere, peccato che in quel momento fosse nella mia mano…

Sulla via del Boomerang al Monte Brento, Valle del Sarca. Foto: Archivio Marco Furlani.

Vi risparmio il racconto dal momento dell’esplosione a quando varcai la soglia dell’ospedale. Certo è che ci rimasi un bel po’… Dalla grande finestra dell’ospedale a metà marzo vidi la prima neve posarsi sulla grande magnolia fiorita. Fui dimesso a metà del mese di giugno. Avevo perso quattro dita della mano destra e parte della gamba destra. E poi il collegio.

La vita del collegio non era poi male. Eravamo in tanti, dai più piccoli ai più grandi fino ai 18 anni. Scuola, studio, ricreazione e dormire. Dieci mesi in istituto e due a casa. Prima di partire per Torino, giravo per il paese con le grucce di legno. Incontrai una signora, la “Bepina Costante”, una donnina curva con la voce tremula, sempre con una gerla sulla schiena con dentro una gallina che poi portava con sé in campagna. Mi fermò guardandomi con pena e mi disse: “Oh, poverino! Perché no te vai a Lourdes? Lì i fa i miracoi! Vai, vai!”

Dopo il primo periodo in collegio tornai per le vacanze estive: non con le grucce ma con le stampelle. Di nuovo incontrai la stessa signora che mi disse: “Meglio così, ma no te sei nà a Lourdes!” Tornai l’estate successiva con una protesi alla gamba e in grado di camminare senza stampelle. Mi venne incontro la Bepina tutta giubilante e con la sua voce tremula ma forte mi disse: “Te sei nà a Lourdes! Hat vist che i fa i miracoi!” E se ne andò felice con la sua gerla sulla schiena con dentro la gallina. Da lì ho capito che i miracoli succedono: basta crederci come la Bepina Costante.

Sulla via del Boomerang al Monte Brento, Valle del Sarca. Foto: Archivio Marco Furlani.

Il tempo passava ed arrivò il giorno di lasciare il collegio. Dalla stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova salii sul treno per Trento. Poi con la corriera al mio paese, Sardagna. C’era mio cugino Adriano che mi aspettava e scesi per ultimo, ma lui si girò e fece per andarsene: non mi aveva riconosciuto. Lo chiamai. Adriano mi guardò: “Ma sei tu, Giuliano?” e ci abbracciammo commossi. Ero a CASA.

Giuliano Giovannini su Helena, Parete San Paolo (Arco)

Da S. Maria ai colli vedevo le montagne lontane lontane in fondo ad una enorme pianura. A Trento le montagne sono tutte attorno, vicine che le sfiori con le dita. Rinacque in me la passione e la voglia di provare a salirle. Cominciai ad allenarmi; man mano che l’esercizio si intensificava la fatica diminuiva ma la sofferenza aumentava. La protesi era inadeguata per un’attività simile ma con alcuni accorgimenti mi adattavo via via a sopportare le difficoltà. Volevo imparare a sciare per vedere se mi fosse riuscito a dominare gli sci su quell’elemento bianco che tanto mancava nell’inverno del 1954. Insistetti con lo sci da pista e poi con le pelli di foca. Quando mi sembrò di aver acquisito abbastanza padronanza degli attrezzi mi spinsi sempre più in alto. Con lo scialpinismo ho effettuato delle belle gite, anche in alta montagna. Sul Monte Bianco con mio fratello Giorgio, la traversata dell’Oberland Bernese, il Gran Paradiso, il Tour de Troi. Al Bianco avevo visto dai Grandes Montets in bella mostra l’Aiguille de l’Argentière solcata dal ripido ghiacciaio di Milieu… Tanto mi ha attratto quella cima che poi l’ho discesa con gli sci assieme a Renzo Zambaldi (accademico del CAI) e Caterina Mazzalai. Attirato sempre più dalla bellezza dell’alta montagna, le gite con gli sci d’alpinismo si susseguirono una dopo l’altra. Il Grand Combin, il Bietschhorn, il Mont Vélan, la Dent d’Hérens, la Barre des Écrins, la punta Doufour, il Polluce, il Castore, l’Alphubel, il Grossglockner, l’Ortles e tante altre. L’alpinismo non si riduce ad una sola disciplina ma nel suo complesso si articola in tutte le sue manifestazioni. Oltre allo sci mi sono confrontato con vie di misto, ghiaccio e su difficili pareti di roccia. In fondo io l’handicap non lo soffro tanto: manca qualche pezzo, è vero, ma si cerca di fare comunque. È come un carro a tre ruote, no? Per fare esperienza sulla roccia il cammino è stato un po’ più lento. Ho avuto bisogno di studiare e sperimentare movimenti e come equilibrare lo sbilanciamento dato che la forza mancante era sullo stesso asse a destra, arto superiore e arto inferiore. Con mio fratello Giorgio abbiamo fatto qualche salita, ma lui aveva ambizioni tali che in quel momento non ero pronto ad affrontare. Più avanti trovai in Marco Furlani, guida alpina e accademico del CAI, un compagno col quale mi trovavo bene. Da diversi anni Marco ed io abbiamo formato una cordata solida, salda e sincera. Per poter fare certe salite in dolomiti Marco mi esortava a cimentarmi su vie sempre più impegnative sulle placche della valle della Sarca: Teresa, Claudia, Similaun e tante altre vie di Heinz Grill. Un giorno mi sentii con Marco e mi propose di salire una certa via nella valle della Luce. In quel tempo avevo degli esami medici da completare e così non se ne fece nulla. Lui però voleva sapere che tipo di esami e per quale motivo mi sottoponessi a tale tipo di indagini mediche. Gli risposi che quanto prima avrei avuto l’esito e che lo avrei messo al corrente di tutto.

Giuliano, a destra, insieme all’amico Marco Furlani, in vetta alla Cima Ovest di Lavaredo dopo lo spigolo Demuth. Foto: Archivio Marco Furlani.

Un martedì del mese di giugno, era il 2005, gli telefonai comunicandogli il risultato dell’esame: “Domenica mi ricoverano e lunedì mi asporteranno parte dell’intestino dove si annida il cancro”. La sua reazione fu questa: “Ecco, a me non dici mai niente! Allora prima di domenica saliamo il Boomerang così, se muori, muori contento!” Un’altra bella esperienza è stata la salita in Brenta del campanile Caigo per la via dei coniugi Vitty e Heinz Steinkotter: 500 metri di arrampicata stupenda. Da Pietramurata, residenza di Marco, siamo partiti presto al mattino verso il Brenta, superato il rifugio rentei ci siamo portati alla base del campanile. Siamo arrivati in vetta evitando un temporale e rientrati a Pietramurata verso le 20 dove ci aspettava una fumante polenta e cunei. Il Campanile Basso è la montagna simbolo del Brenta. Con Marco ho salito questa guglia per la via che secondo lui è la più diretta e armonica, ossia la combinazione parete Pooli, diedro Scotoni e via Preuss. Di fronte al Bass c’è il Crozzon di Brenta. Un bel giorno salimmo al Brentei con l’intenzione di tentare la Preuss al Crozzon con le varianti Castiglioni e di fermarci in cima al bivacco. Era il periodo di S. Lorenzo, 11 agosto. Speravamo che in alta quota, in assenza di inquinamento, le stelle cadenti sembrassero più vicine; invece nemmeno una si staccò dal cielo. In compenso le stelle le vedemmo a causa dei crampi ai muscoli: in tutta la via non avevamo né mangiato né bevuto. Quando Marco mise la foto della via in internet saltò fuori che avevamo fatto una mezza via nuova… in montagna, si sa, la sicurezza assoluta, come vorrebbe tanta gente, non esiste. Sì, nel corso della mia vita alpinistica qualche incidente mi è occorso ma con il mio handicap mi sono salvato da ricoveri ospedalieri e relative ingessature… o peggio. Perché? È presto detto: mentre cadevo perché la protesi si spezzava o rimaneva incastrata fra i blocchi di granito, il rumore che sentivo era lo scricchiolio del metallo e non delle mie ossa!

Ed ecco allora che il vecchio detto che recita “Tutto il male non vien per nuocere!” a me calza perfettamente…

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El Giuly, lo Sciamano ultima modifica: 2021-12-27T05:10:00+01:00 da GognaBlog

14 pensieri su “El Giuly, lo Sciamano”

  1. 14
    Lorenzo Mosca says:

    Grazie Marco per averci reso partecipi di questo bel racconto sul Giuly che tu mi hai fatto conoscere con piacere anni fa al Graffer godendoci assieme piccoli ma grandi momenti con pan, salam e n’bicer bon!
     

  2. 13
    lorenzo merlo says:

    L’accettazione, la consapevolezza della caducità del corpo e dell’importanza personale sono forze che non emergono quando siamo pieni di pretese e di identificazione con un ruolo.
    L’io è una gabbia se non ne vediamo la logica e la struttura, se non ne vediamo i vincoli e la sofferenza che comporta.

  3. 12
    Ugo Manera says:

    La storia del “Giuly è di quelle che ti fanno pensare. Viene da chiederti se nelle sue condizioni saresti stato capace a fare tanto. E facile, quando sei in possesso di tutte le tue facoltà, e ti senti forte e determinato, porti degli obiettivi anche ambiziosi. Ma nelle sue condizioni saresti stato capace? La domanda ti fa sorgere dei dubbi e ti viene da pensare che forse no, forse non ai tutta quella volontà e serenità d’animo necessarie per vincere tali ostacoli. Allora provi ammirazione per Giuliano e per chi, come lui, ha tutta quella forza.
    Ammirevole poi il velo di ironia con il quale descrive fatti altrimenti drammatici.

  4. 11
    Renato says:

    Grande Marco, splendido racconto, ma Giuly è  prima di tutto un Uomo con un cuore immenso 
    Felice di aver camminato assieme. Rena

  5. 10
    Manuela says:

    Che meraviglioso scritto Marco, autentico, sincero, di vera amicizia con Giuliano e anche con Giorgio. Mi ricordo quando passavi da casa, erano dei bellissimi momenti. 
    Come dici tu Marco,  i veri amici non sono tantissimi, ma chi ha la fortuna di averli, ha un bene prezioso, inestimabile. 
     

  6. 9
    Salvatore Bragantini says:

    Grazie Furly per questo bel ritratto del Giuly. Un quadro che quando si fa casino nel Cameron pieno di cimeli alpinistici non si riesce a delineare con chiarezza come fate voi due qui

  7. 8
    Giuseppe Gervasio says:

    Proprio belle le parole scritte da Furlani sull’amicizia, sentimento cui si dovrebbe dare più spazio e che è alla base dell’andare in montagna.
    Ogni volta che leggo qualcosa di Furlani, mi pare di trovare una schiettezza ed una autenticità non comuni: ricordo, a questo proposito, il bellissimo articolo scritto in memoria di sua madre.

  8. 7
    Anna says:

    Espressioni ed esempi di evidenti valori : determinazione e forza di volontà, generosità e disponibilità, gli anelli di un’amicizia nei suoi molteplici aspetti…..onorata di conoscervi !!!  ANNA 

  9. 6
    ugo ranzi says:

     
    E’ uno dei più bei racconti che ho letto ultimamente. C’è di tutto, la semplicità della signora Bepina, l’amicizia vera, la polenta e cunei, la forza d’animo di una persona eccezionale. Queste persone così brave a superare le loro menomazioni sono un esempio per tutti. Ho avuto la fortuna di conoscerne una, Giovanna figlia di una delle famose arrampicatrici degli anni ’30 e nipote di uno dei più grandi arrampicatori trentini del tempo. Aveva perso una gamba sempre per colpa delle maledette bombe avanzate dalla guerra. Sciava, arrampicava e guai a proporre di portarle lo zaino.
     

  10. 5
    Giuliano says:

    E’ questa una storia di vera amicizia. Una relazione tra due persone tra cui c’è una grande carica emotiva, nata, costruita e consolidata sui valori del rispetto, della sincerità, della fiducia e della reciproca disponibilità.

  11. 4
    Michele says:

    Ho conosciuto Giuliano e Marco ad una serata di proiezione. Grandi persone, umilissime, con le quali stai bene sin dal primo momento e con le quali ti sembra di conoscerti da una vita. Persone che danno importanza ai veri valori della vita, non al grado tecnico… Persone con una forza interiore grandissima, che sono pronte ad aprirti le porte di casa propria per ospitarti. Cose da pochi!

  12. 3
    Matteo says:

    Raramente ho conosciuto persone con le quali mi sia sentito così in sintonia sin dal primo momento come mi è accaduto con Giuliano.
    Persone a cui volere veramente bene.

  13. 2
    Marco Castellani says:

    Marco, mi hai fatto conoscere Giuliano e sono felice ed onorato di conoscere una persona cosi. Abbiamo parlato davanti a una bottiglia di vino, poi due…. Semplicità, saggezza, ascolto sincero e attento, condivisione di esperienze vissute, zero competizione, amore del vivere e valori profondi. Il meglio dell’amicizia e dall’amicizia. Persone come Giuliano che ispirano senza mettersi in mostra, che insegnano senza mettersi in cattedra, che trasmettono con l’esempio, che nonostante la tenacia e lo sforzo di migliorasi non fanno trasparire nè la durezza dei modi nè la fatica per ciò che hanno raggiunto, sono le più Grandi. 
    Grazie anche a te, Marco, per questo bel racconto. C’è sempre bisogno di ricordarci cosa conta veramente nella vita. Nelle serate nel “cameron” o sotto al gazebo, a Pietramurata, nella tua Valle della Luce, mi hai fatto sentire parte della cultura della montagna del Trentino più autentico. Le tue storie, specie quelle del tempo passato, raccontate con la semplicità densa di sentimenti veri, mi fanno apprezzare le montagne che si innalzano sul Sarca o il Brenta stesso, ancora di più.
    Io credo che senza conoscere le storie, anche le vostre storie, insomma senza l’apporto umano delle esperienze autentiche vissute dagli uomini, le scalate o le salite sulle cime delle montagne sarebbero molto più povere.
     

  14. 1
    Elio bonfanti says:

    Vite straordinarie di persone speciali. La testa fa sempre la differenza ed è privilegio di pochi vivere amicizie così profonde ed intense .

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