Lo scribacchino da lockdown

Metadiario – 303 – Lo scribacchino da lockdown (AG 2020-001)

Sherpa
Nelle prime settimane del 2020 con Paolo Ascenzi ci mettemmo con alacre determinazione a stilare il primo indice di argomenti di un nuovo libro che avrebbe dovuto esplorare i tredici anni di storia dell’alpinismo seguenti la prima guerra mondiale fino alla conquista della parete nord del Cervino dei fratelli Schmid: la cosiddetta Scuola di Monaco.
La maggiore attenzione la riservavo però a Sherpa e al suo futuro. Fu naturale che Sherpa diventasse sponsor del film Carie che Achille Mauri stava giusto terminando. Ci sembrava un argomento bellissimo, quello delle cave di marmo delle Alpi Apuane. Inoltre le riprese fatte in loco, sia quelle del lavoro e della gente che quelle di arrampicata, erano superlative.

Matteo Pellegrini sulla Parete di Santa Barbara (Val d’Adige), 11 gennaio 2020

Purtroppo ci furono delle difficoltà nello sviluppo del sito internet di Sherpa. La collaborazione tra Luisa Raimondi e Achille Mauri non decollava, anzi provocava ritardi e incomprensioni. Luisa, il 26 febbraio mi scrisse:

Caro Alessandro, dopo mesi di silenzio totale da parte tua, mesi in cui ti ho invano scritto e chiamato più volte, vedo da una mail di Achille che sono stata di fatto estromessa dal progetto Sherpa.
Che tu scelga di cambiare art director e project manager per un progetto nato da te è nel tuo pieno diritto. Che tu non abbia ritenuto importante parlare dei motivi di questa scelta con chi per più di un anno vi ha lavorato con dedizione (e in modo totalmente gratuito) lo trovo professionalmente scorretto. Se a questo vogliamo aggiungere che c’è di mezzo un’amicizia questo è ancor più sgradevole. Per non dire doloroso. Ma forse per te le parole “amicizia” e “correttezza” sono prive di valore. Dato che non mi hai mai risposto in tutti questi mesi non è necessario che tu lo faccia ora. Ancora una volta mi trovo a dar ragione al buon vecchio Marco Milani. “Mai lavorare gratis, perché il tuo lavoro verrà ritenuto privo di valore
“.

Matteo Pellegrini sulla terza lunghezza di Via le Mani dal Cul, Rogno, 15 febbraio 2020

Lo stesso giorno le rispondevo:
Cara Luisa, mi dispiace tu la prenda in questo modo. Ci sono stati mesi di tira e molla per concordare con Roberto Gianocca un suo contributo a Sherpa assolutamente gratuito (grazie ai lavori che ha con Achille).
Allorché finalmente le cose si sono dipanate, tu eri in Nuova Zelanda e ho ritenuto opportuno non perdere ulteriore tempo e far fare quindi le modifiche al sito.
Tu non sei estromessa da niente. Chi lo è, è certamente Francesco. A te Sherpa dev’essere grata, con Francesco è solo una questione di lavoro: non possiamo permetterci il lusso di rinunciare a una collaborazione tecnica gratuita. A proposito, il detto di Milani a me non si addice, visto che pure io lavoro gratis.
Detto questo, io mi devo certamente scusare per i miei silenzi e non risposte. Ma non credo che cambierò mai, purtroppo…


E naturalmente aggiungo che la mia stima per te è inalterata, come pure il senso di riconoscenza. Le porte di Sherpa ti sono assolutamente aperte, anche se non sarà più come prima, viste le più voci che ormai concorrono.
E ti dico pure che, in questo momento, chi è in forte sofferenza è Altri Spazi. Lì sì che saresti del tutto essenziale, nel continuare ciò che si è iniziato. Io ho potuto fare quello che ho potuto fare. E anche se il discorso dei film è praticamente saltato, Altri Spazi può fare ugualmente tanta strada.
Se vorrai continuare con noi ne sarò felice. Sherpa e Altri Spazi ti attendono.
Un abbraccio, e un ben tornata
”.
Uno dei cardini fondamentali del progetto Sherpa era lo sviluppo della nuova sezione Calendalp, quella che avrebbe dovuto dare visibilità a tutti gli eventi di argomento montagna/outdoor/ambiente che si svolgevano in Italia, raccogliendoli in un database consultabile liberamente dai visitatori del sito.

Salvatore Bragantini sulla terza lunghezza di Pastasciutta e Scaloppine, Rogno, 15 febbraio 2020

Dalle serate delle Sezioni CAI alle iniziative presso i rifugi alpini, dai grandi eventi sportivi come il Tor des Géants o il Trofeo Mezzalama al calendario delle gite sezionali, dalle rassegne di film alle mostre, dai premi ai convegni, dalle tavole rotonde ai seminari e dai festival ai premi letterari.

Per quel progetto intendevamo rivolgerci a pro loco, enti turismo, siti internet, sezioni CAI, privati, associazioni e imprese che operassero in ambito montano e/o ambientale.

Salvatore Bragantini su Pastasciutta e Scaloppine, Rogno, 15 febbraio 2020

Il vantaggio per gli utenti sarebbe stato quello di poter disporre di un unico database dove cercare eventi di loro interesse (alpinismo, escursionismo, trekking, trail running, mountain bike, canoa, ecc.) per data, per tipologia o per area geografica, mentre per i promotori degli eventi sarebbe stata un’ulteriore occasione di visibilità.

Il primo compito che avevamo davanti era quello di compilare un indirizzario il più completo possibile: affidai questo lavoro a Erika Pozzi. Fu una buona scelta. Lavorò con noi circa un anno part time e alla fine potevamo disporre di un database con circa 10.000 nominativi, che per cominciare sarebbe andato benissimo. Il fatto che il CoVid avesse fermato qualunque programmazione era per noi quasi un vantaggio, perché così avevamo il tempo di organizzarci. Fu approntata anche la sezione Calendalp nel nostro sito Sherpa, potenzialmente pronta per l’uso.

Il tracciato della Via dei tre Pilastri al Monte Cordespino (Val d’Adige). Foto: sassbaloss.com

A dicembre 2020 ci fu la defezione di Andrea Gaddi, per motivi suoi personali e lavorativi. Si liberò quindi il suo 10% di quote. Un 5% fu acquisito da Salvatore Bragantini, mentre l’altro 5% permise a mia figlia Petra di entrare in società.

Nel frattempo stavo giorno per giorno affinando lo spirito che nelle mie intenzioni avrebbe voluto caratterizzare le uscite giornaliere di GognaBlog e Totem&Tabù. Questo non voleva (e non poteva) essere il Corriere della montagna e dell’alpinismo. Volevo continuare a essere libero di scegliere anche autori che avevano da dire cose sulle quali non ero d’accordo, o per sostanza o per atteggiamento e modalità, autoreferenzialità o meno. Con il rischio di continue contraddizioni. Così ho fatto più volte con l’argomento CoVid e vaccinazioni, con il populismo o con altri. Mi avesse chiesto Matteo Salvini di scrivere sul blog gli avrei detto di sì, ma anche Di Maio, anche Renzi, magari anche solo per una volta. Non escludevo che un giorno avrei potuto riprendere io di mia iniziativa qualcosa loro. Anche di quella nullità di Nicola Zingaretti, forse perfino di Giorgia Meloni. Ma non un articolo qualunque, bensì il peggio. Per GognaBlog prima o poi avrei pubblicato qualcosa di estremamente caiano, o un articolo di Paolo Panzeri, o la cronaca di una competizione di arrampicata, i deliri del marketing di scarpe e giacche a vento, la “piena sicurezza” delle guide. Sto elencando a casaccio tra le cose che mi ripugnavano.

Alessandro Gogna su Orologio senza Tempo al Monte San Martino (Lecchese), 22 febbraio 2020

Non volevo decidere per gli altri. Erano i lettori a dover decidere, io volevo solo suggerire senza dare direzioni. Al massimo esternare talvolta il mio proprio pensiero, soprattutto il dissenso.

Non ero d’accordo poi sul fatto che ci potesse essere una differenza così fondamentale tra chi scrive e chi commenta. Questo è un blog, mi dicevo, non un giornale. Chi scrive interagisce con chi legge e viceversa.

Sempre di più mi riconoscevo nell’essere un sostenitore del caos, dal quale nasce tutto, nel quale è tutto. E soprattutto ero e sono convinto che cancellare Carlo Crovella dall’elenco dei nostri autori, come tanti avrebbero voluto, sarebbe stato un grosso danno nella ricerca della verità. Più si reprime, più si alimenta. Sapevo che talvolta non si può fare a meno di reprimere (e qualche volta l’ho fatto), ma avrei voluto succedesse il meno possibile.

Alessandro Gogna e Matteo Pellegrini in discesa da Orologio senza Tempo al Monte San Martino (Lecchese), 22 febbraio 2020. Foto: Giovanna Moltoni.

Perché ci sia un’evoluzione rispetto allo status quo nessuna voce può essere cassata. I diversi “ego” dei lettori dovevano essere rappresentati, anche quando avrebbero voluto l’allontanamento di Lorenzo Merlo, a loro giudizio (secondo i casi) elemento involuto, intellettuale, non scientifico, saccente, superbo, autoreferenziale, occultista, oscurantista, populista. Assieme all’ambrosia, i veleni devono poter circolare, per essere riconosciuti e accettati come la parte più inquietante e seduttiva del nostro essere.
Ai primi dell’anno non potevo sospettare le infinite discussioni che il coronavirus avrebbe provocato: fui spettatore di espressioni al massimo livello di razionalità e irrazionalità, di generosità e meschinità, di ascolto e chiusura totale.

Guya nel suo ambulatorio veterinario in tempo di CoVid

L’evoluzione esiste là dove la si vuole vedere. Ha a che fare con la nostra apertura mentale, con il numero di prospettive diverse con le quali siamo disposti a osservare una scena, financo a ribaltarne il significato. Fino a far diventare bello ciò che sembrava brutto e a dargli una nuova vita.

Nei primi giorni del 2021 ebbi modo, grazie a Google Analytics, di conteggiare le visualizzazioni che l’insieme di GognaBlog e Sherpa avevano avuto durante l’intero 2020: 1.664.667, alla media quindi di 4.560 al giorno.

Petra tornata finalmente da Berlino
La parete nord-ovest del Pizzo d’Arera con il tracciato della via dei Cugini. Foto: sassbaloss.com

Arrampicare poco prima del CoVid
L’inizio dell’anno fu a Pietramurata dai Furlani. Con Matteo ed Elena Pellegrini, unitamente a Marco, Lucia e Laura Furlani fummo alla Rupe Secca Sud, dove salimmo la via Sara, la via per le Ragazze e Bonjo. Divertente l’astuto aggiramento del divieto di accesso voluto dal proprietario del terreno tramite la calata in corda doppia dall’alto… In seguito con Matteo salii Vento dell’Est alla Parete di Santa Barbara (Val d’Adige). Altre uscite furono a Rogno in Valcàmonica (Il digiuno delle Galline, Mazinga, Via le mani dal Cul e Pastasciutta e scaloppine) e alla Rocca di Lities in Valgrande di Lanzo (Basta casta con uscita su Adesso basta e Come sono togo). Non poteva mancare la Val d’Adige, con la via dei Tre Pilastri al Monte Cordespino). Lì, dopo le scalate, officiavamo il rito del “terzo tempo”, cioè il ritrovarsi dopo aver scalato in qualche bar, pub o locanda a fare merenda bevendo vino o birra. Abbandonata la Locanda al Platano di Caprino Veronese, ormai facevamo tappa fissa al Bar della Gegia di Brentino. Quei terzi tempi di tutto rispetto ci facevano immediatamente dimenticare di esserci magari attaccati in quella giornata a un chiodo dove non avremmo voluto…

In arrampicata sulla parete nord-ovest del Pizzo d’Arera, via dei Cugini. Foto: sassbaloss.com
“Alpiniste ai Cappuccini”, Torino. Da sinistra, Daniela Formica, Nicla Diomede, Laura Posani, Oriana Pecchio e Anne-Lise Rochat.

In quei consessi si parlava di tutto, anche di come fosse cambiato il modo di frequentare le vie di fondovalle rispetto al passato.
Per chi come me era attirato dai vari tipi di esperienza, tipo scegliere una via plaisir e magari il giorno dopo una via d’avventura, non era cambiato molto. Di certo dal 2019 era successo in Val d’Adige quanto a suo tempo avvenne in Valle del Sarca con l’arrivo di Heinz Grill. Così capitava di vedere notevoli affollamenti, in particolare a Tessari, cioè al Trapezio o alla Roda del Canal, ma erano danni collaterali tutto sommato di scarso rilievo data la qualità e la cospicua quantità di vie possibili in entrambi i campi.

In arrampicata sulla via Michelin-Rossetto alla Torre Falconera (Val Chisone). Foto: gulliver.it

Durante quelle discussioni l’interpretazione che davo a quel fenomeno non distava molto dalla considerazione per la quale ciò era praticamente ineluttabile. Non si poteva pretendere che luoghi di così facile accessibilità e bellezza rimanessero appannaggio di pochi fortunati scopritori. La morale da trarre era però che occorreva tenere i due mondi (avventura e plaisir) rigorosamente separati, sia pure con qualche inevitabile sfumatura di compromesso o contaminazione. L’arrampicata plaisir multipitch era l’evoluzione dell’arrampicata sportiva dei monotiri. Ritenevo che, purché fossero aperte ex novo e non tramite richiodatura di vie che invece erano nate come vie alpinistiche o d’avventura, le plaisir multipitch avessero la loro ragione d’essere, considerato anche il gradimento di cui erano e sono segno. Ero anche favorevole a vie plaisir particolari che richiedessero l’uso di protezioni mobili là dove fosse relativamente facile il loro piazzamento. Questo allo scopo di non vedere spit accanto a fessure davvero facili da proteggere.

Matteo Pellegrini verso la via Supercalcaire alla parete nord-ovest di Rocca Clarì, 20 giugno 2020
In arrampicata sul tiro chiave della via Supercalcaire alla parete nord-ovest di Rocca Clarì. Foto: gulliver.it

La più bella scalata di quel periodo fu però in tutt’altro luogo, al Monte di San Martino, quando con Matteo Pellegrini e Giovanna Moltoni salimmo Orologio senza tempo, una via stupenda aperta da Ivo Ferrari e Federica Maslowsky tra l’ottobre e il novembre 2019. L’unione di alcuni magnifici tiri di placca verticale con una finale lunghezza in fessura a incastro ne fa un itinerario difficile, completo e di grande soddisfazione, proprio sopra a Lecco.

La fine dell’analisi
Il 23 novembre 2019, quando ero a Bansko in Bulgaria, feci il seguente sogno:
Sono con alcuni compagni (forse tre, con una donna) in una zona di montagna. Vogliamo andare da un posto a un altro traversando a piedi un percorso facile ma innevato. I miei amici fanno per prendere una discesa ma io mi accorgo che il cammino è più veloce se seguiamo una pista nella neve che traversa in piano e che loro non avevano visto. La seguiamo e in effetti arriviamo abbastanza in breve circa a metà strada. Qui però il cammino obbligatoriamente ti fa scendere delle scale, praticamente sottoterra, e il tutto è illuminato. Dopo o due o tre rampe di scale, con qualche camera-abitazione, ci accorgiamo che non si arriva dove volevamo noi, anzi non si arriva da nessuna parte. Così risaliamo le scale illuminate dalla luce elettrica, la strada per la nostra meta deve essere un’altra”.

Euro Montagna

Le diverse componenti di me come individuo si trovavano dunque in cammino per la meta condivisa dell’Individuazione. Un processo nel quale nessuna caratteristica individuale può essere repressa o anche solo trascurata. La mia “scorciatoia” ci faceva ritrovare tutti assieme nella condizione in cui l’oscurità del nostro profondo era illuminata quasi a giorno, cosa del tutto imprevista che apriva la strada ad un’altra meta, come se il riconoscimento dello scopo del nostro viaggio improvvisamente fosse evoluto ad altro, senza rimpianti.

Panorama serale sui Monfalconi dal rifugio Bajon (Marmarole), 18 luglio 2020

Altro sogno, il 17 dicembre 2019:
Non so in quale modo, ma siamo alla ricerca di Simon Messner (il figlio di Reinhold), che si rifiuta di appartenere alla nostra società e vive come un semi-selvaggio. Nel sogno non mi identifico mai con lui, ma ho una visione privilegiata, cioè vedo ciò che altri non vedono, per esempio quando lui avverte d’essere quasi braccato e scappa dalla sua tenda, seminudo. Lo vedo chiaramente allontanarsi. Poi arrivo anche io, assieme agli altri, alla tenda e tutti capiscono quello che già io sapevo, cioè che era fuggito. In particolare, il capo delle operazioni di inseguimento, è una donna. Mi sembra una sangue misto, tra indios e bianca. Anche Simon ha questa caratteristica. Lei cerca di capire cosa farebbe se a fuggire fosse lei. Anche io mi trovo a pensare cosa farei io se fossi io a fuggire. Intanto corriamo, camminiamo in territori solitari, selvaggi. A un certo punto mi sembra di vedere Simon (non può che essere lui) che, lontano da noi, sta compiendo un giro e sta tornando nella direzione dalla quale arriviamo noi. Sono lieto che ci stia sfuggendo”.

Il mio alter-ego, prigioniero di cotanta figura paterna, era nudo e fuggiva, più che altro vagava. Con tutta la mia anima (a capo dell’inseguimento) mi immedesimavo in lui. Ciò che emergeva era che, in definitiva, il mio essere non era Simon. Avevamo vagato abbastanza sulle sue tracce ed era ora di lasciarlo andare, anzi era bello accorgersi che lui continuasse a sfuggirci, allo stesso modo in cui, alla fine, un cacciatore avrebbe potuto essere felice che la preda gli fosse sfuggita.

Il larin del rifugio Bajon, 18 luglio 2020. Da sinistra, Alessandro Gogna, Luca Calvi, Alberto Villa e Gianfranco il nonno Valagussa.

Altro sogno ancora, il 22 dicembre 2019:
Una donna con la quale sto mi mostra un vibratore con aria complice. Subito dopo arriva un uomo più anziano di noi al quale lei non vuole far vedere che “abbiamo” in mano quell’oggetto. Lei si allontana con una scusa per nasconderlo, ma poi ritorna impossibilitata a nasconderlo. Lo tiene in una mano dietro la schiena, lei si pone tra me e lui e mi fa capire che vuole che sia io a prenderlo e nasconderlo in una tasca o altrove. Non condivido questo comportamento e vorrei non essere costretto a questo sotterfugio. Vorrei, senza troppe pudicizie, che questa manfrina finisse”.

Era giunta l’ora di non nascondere più a nessuno la gigantesca forza del mio eros, un’energia che da sempre mi condizionava. Basta recite, solo semplice verità.

Il 3 marzo 2020, ormai in pieno odore di CoVid, tanto che la seduta con la dottoressa Pessina si era svolta con le mascherine nel suo grande salotto e non nel piccolo vano in cui fino ad allora tutto si era svolto, fu l’ultima della mia seconda analisi. Dal settembre 2017 era la seduta n. 92. Lei si era già accorta, almeno due mesi prima di me, che il nostro cammino poteva considerarsi al termine. I dolori mi erano passati completamente e avevamo fatto un gran bel lavoro assieme, ora dovevo procedere verso altre mete. La scelta del nuovo obiettivo spettava unicamente a me, non c’era più alcun Messner da seguire, né padre né figlio. Basta terre selvagge. L’energia del vibratore poteva vibrare di fronte al mondo intero.

La parete nord-ovest del Monte Furgon (Valle di Thures, Alta Valle di Susa)

Arrampicare durante il CoVid
Sabato 7 marzo con Matteo stavamo andando con la mia auto verso la Val d’Adige. Chiacchieravamo animatamente quando d’improvviso un colpo secco troncò i nostri discorsi. Con la ruota anteriore destra avevo inavvertitamente “investito” un corpo estraneo quanto duro. Dopo qualche chilometro fu chiaro che lo pneumatico era andato, mi fermai alla prima area d’emergenza. Non sono mai stato un campione di riparazioni, ma lì, con l’ingegner Matteo Pellegrini, mi sentivo abbastanza sicuro che ne saremmo usciti senza chiedere il soccorso stradale. Perché il problema era (e lo scoprii lì al momento) che la mia auto a noleggio a lungo termine non era dotata di pneumatico di riserva e neppure di ruotino di soccorso. In compenso avevamo a disposizione un kit di soccorso che avrebbe dovuto permetterci un breve viaggio fino alla prima officina. Ci rigiravamo tra le mani la bomboletta di liquido sigillante (quello per tappare il foro dall’interno) e anche il piccolo compressore elettrico da collegare all’accendisigari dell’auto per rigonfiare la gomma. Armeggiammo nel casino dell’autostrada per una decina di minuti, solo per concludere che quello squarcio nello pneumatico aveva delle dimensioni tali da non permettere alcuna riparazione.

Il mio compleanno
Il mio compleanno

Fu giocoforza chiamare l’autosoccorso. Fummo trasportati in un’officina nei pressi di Seriate, lasciammo lì l’auto perché ovviamente non disponevano dello pneumatico necessario. A spese di ALD Automotive (il mio noleggio a lungo termine) un taxi ci portò all’aeroporto di Orio al Serio dove finalmente ci fu data un’auto di servizio. Con quella dirigemmo finalmente alla Bastionata del Lago per arrampicare. Scegliemmo una via da poco risistemata da Ivo Ferrari: la via del Diedro misterioso. Ma quel giorno evidentemente doveva andare tutto storto, perché dopo due lunghezze e mezza decidemmo di scendere in doppia con la coda tra le gambe.

Il giorno dopo già registrò notevoli limitazioni di movimento. Quella era anche la data in cui Petra, che era riuscita a conseguire brillantemente il master alla prestigiosa Freie Universität di Berlino, avrebbe fatto definitivo ritorno a casa. Riuscì a salire sull’ultimo aereo di linea della domenica sera. Il giorno dopo infatti iniziò l’oscuro periodo di lockdown totale.

Con l’indomabile Matteo riuscimmo a muoverci solo il 17 maggio, quando andammo alle Placche di Mese (Chiavenna) e poi il 28 e 30 maggio, quando riuscimmo a scalare alla Vandea di San Fedelino (Il gelato del trumbé, Mungoman, La vita è bella e Materia esotica nel mondo quantico).

Il 1° giugno Matteo ebbe l’idea di andare al Pizzo d’Arera 2512 m, nella Bergamasca. Fu necessaria una discreta scarpinata per arrivare alla base della parete nord-ovest, anche perché c’era ancora un bel po’ di neve. Fu in quell’avvicinamento che mi accorsi quanto il mio fisico stesse, sia pur lentamente, indebolendosi. Poi, durante la salita della via dei Cugini, fui infastidito da un fenomeno che già avevo osservato qualche volta: ciò che vedevo era saltuariamente punteggiato da puntolini neri. Siccome avevo notato pure un leggero calo della vista, ne rimasi preoccupato. Qualche giorno dopo mi feci visitare dall’amico oculista Carlo Vanetti che mi tranquillizzò ma che nel contempo mi diagnosticò una cataratta a entrambi gli occhi. Il problema si risolse circa quattro mesi dopo con una doppia operazione (29 settembre e 6 ottobre), perfettamente riuscita.

Il mio compleanno

Messner e Bonatti
Con Rosella Martinello, titolare dell’Agenzia Dispari che curava le pubblicazioni in allegato ai quotidiani della RCS, mi accordai per la stesura di due importanti monografie nell’ambito della collana “I grandi alpinisti”, 25 volumetti per raccontare la storia di altrettanti protagonisti. Nell’agosto 2020 fu pubblicata quella su Reinhold Messner, mentre in settembre uscì Walter Bonatti. C’erano delle precise regole che dovevo rispettare nello scrivere le 144 pagine di cui queste opere consistevano. Ma, per fortuna, non dovevo curarne l’illustrazione a fotografie, quello era compito loro. Per questo motivo i miei mesi di luglio e agosto furono completamente dedicati a quei due lavori. Rosella, pur non disponendo di alcuna cultura alpinistica, aveva grande esperienza redazionale e, già in corso d’opera, sorvegliava attentamente che le regole fossero rispettate da me e dagli altri autori.

Ma io avevo il compito di scrivere le prime due, su due nomi forse i più conosciuti dal pubblico. Non era concesso nel modo più pignolo di riportare nei testi frasi degli stessi protagonisti, se non sporadicamente e per poche righe. Inoltre, durante il fact checking, le ragazze della redazione controllavano che non fossero copiati frasi o brani già pubblicati altrove. Imparai perciò a farlo stando ben attento che i pezzetti di testo in odore di incriminazione non fossero presenti su internet, perché ovviamente il controllo era limitato a questo e non si estendeva al cartaceo dell’immane biblioteca alpinistica. Se invece erano presenti, ero costretto a rimescolare le parole in modo che fossero irrintracciabili con Google. Ero diventato uno scribacchino da lockdown ma, lungi dal sentirmene depresso, la cosa mi allietava perché comunque, a dispetto di ciò, credevo di aver fatto un buon lavoro, cogliendo nella vita di quei due grandi personaggi i valori essenziali, alpinistici e umani.

Dolorose dipartite
Il 2020 fu particolarmente funesto. Il 22 aprile in una clinica di Pinerolo ci fu la dolorosa scomparsa a 72 anni di Anne-Lise Rochat: in seguito al suicidio del marito Ivan Negro (14 giugno 2012), Anne-Lise aveva trascorso otto anni in bilico tra una specie di normalità e una progressiva malattia mentale. Il 12 maggio, in un lockdown che stava per finire, Matteo Berna Bernasconi (38) fu travolto da una slavina durante una sua solitaria escursione in uno sperduto canale della Valtellina, quello della Malgina sul Pizzo del Diavolo (Alpi Orobie). Qui si può vedere il mio commosso saluto a Berna. Il 15 giugno fui particolarmente annichilito dalla morte per CoVid dell’amico filosofo Giulio Giorello, del quale ricorderò sempre il lucido e costante invito a sfidare l’ignoto. Sul Reposoir della via normale delle Grandes Jorasses, il 7 agosto cadde a morte Matteo Pasquetto (quattro giorni ai 26 anni), dopo la prima ascensione di una via nuova sulla parete est fatta con i compagni Matteo Della Bordella e Luca Moroni.

Petra, per il mio compleanno, ha disegnato la parete nord delle Grandes Jorasses

Per me ancora più dolorosa ci fu pochi giorni dopo (14 agosto) la caduta mortale di Giuliano Stenghel (67). Abituato a danzare in solitaria sulle sue amate rocce dell’Isola di Tavolara, Giuliano aveva forse perduto il senso del pericolo di ciò che faceva quasi quotidianamente.

E poi ancora: a Genova, il mio “maestro” Euro Montagna morì il 28 ottobre per CoVid: era nato il 10 ottobre 1931. Per la stessa causa, l’amico lecchese Ivo Mozzanica (74) ci lasciava il 14 novembre all’ospedale di Como.
Ma, ciò nonostante, la vita continuava.

In via Morimondo, Milano

Le altre arrampicate
A giugno, ormai fuori dalle limitazioni, con Matteo ci scatenammo nelle valli piemontesi, omaggiando la bravura e l’intuito di Fiorenzo Michelin, le cui vie ci affascinavano. Il 15 giugno salimmo la Michelin-Rossetto alla Torre Falconera (Val Chisone), ma per via del caldo non proseguimmo per la via del Residuato bellico come previsto. La sera di quella giornata, facendo la doccia, scoprimmo che qualche zecca ci era saltata addosso… La salita più bella fu quella a Rocca Clarì (nei pressi del Colle del Monginevro, 20 giugno) per la via Supercalcaire, dove la produzione di Michelin sfiorava davvero l’opera d’arte. Il ritorno fu lungo come la fame, ma fummo ripagati dalla visione delle Gole di San Gervasio, davvero impressionanti anche se massacrate da un’invasiva serie di ponti tibetani e vie ferrate.

Petra, estate 2020

Il 25 e 26 giugno furono dedicati a una ricognizione nelle cave di pietra di Luserna: con Achille Mauri e Marzio Nardi volevamo indagare la possibilità di scalate su ghiaccio in ambiente di cava. Quella speranza si rivelò senza possibilità di realizzazione, mentre invece fummo assai interessati dalla presenza operaia e imprenditoriale cinese. Non se ne fece comunque nulla.

Il 5 luglio con Salvatore facemmo un salto nel Lecchese allo Zucco Barbisino. Fu sorprendente la quantità di chiodi cui ci attaccammo nella salita della via R2 Monza, che ricordo in contrasto inaccettabile con la sua invitante graduazione ufficiale. Ma forse era solo colpa della nostra vecchiaia.

Petra e Alessandra Joan Thiele, estate 2020
Il suino riposo di Matteo Pellegrini e Marco Furlani nel Cameron di Pietramurata

Di alto tasso alcolico fu la trasferta in Cadore, dovuta a un mio impegno per l’inaugurazione del Sentiero del Pastore nelle Marmarole sopra Domegge. Con Gianfranco il nonno Valagussa, Luca Calvi e Alberto Villa salimmo in auto al rifugio Bajon 1828 m e da lì ci dirigemmo prima per prati e poi per ghiaioni alla base della parete sud dello Spallone del Ciarido. Lì salimmo in pieno relax la via Beatrice. Durante la discesa passammo accanto al curiosissimo torrione del Pupo, in tempo per chiudere la giornata al rifugio tra le più ampie libagioni accanto al larìn. Il giorno dopo avrei dovuto accompagnare la numerosa compagnia di persone là convenute per l’inaugurazione del Sentiero del Pastore. Questo era dedicato a tal Celio Da Deppo Bianchi. Nell’articolo “Sulle tracce del pastore Celio” apparso su Altitudini a firma di Gianfranco Valagussa, presidente della sezione CAI di Domegge, si legge: “Sul pascolo esposto sul mondo, Pol mi racconta di un pastore che aveva passato la vita su questi magri pascoli, una ricchezza da conquistare giorno per giorno, erba dopo erba. Il suo nome era Celio e per riconoscerlo dalle altre famiglie Da Deppo, gli era stato aggiunto al cognome Bianchi. Celio Da Deppo Bianchi era nato nel 1889 a Deppo e per tutta la vita era vissuto tra quelle quattro case sulla montagna alle spalle di Domegge”.

Il mio spudorato riposo assieme a Freccia, via Morimondo, Milano

A dispetto di tale leggenda, non me la sentii di scarpinare per quattro o cinque ore sui 750 metri di dislivello che il percorso imponeva e preferii oziare al rifugio, in attesa dell’inaugurazione ufficiale, del pranzo e delle inevitabili bevute a seguire. La sera, in auto, era alla guida il nonno che ci dilettò nel racconto di quella volta che, imbottito di vino e in pieno inverno e di notte, si era ritrovato a piedi e sperso in quei boschi cercando la via di casa.

Il secondo compleanno di Giulia Cerruti, assieme alla mamma Manuela e al papà Paolo

Di tutt’altro tenore fu la gita al Lago Nero dell’Alpe Devero: in occasione dell’evento “Before and after” (24 luglio) organizzato da Ruggero Pietromarchi, tenni una chiacchierata al rifugio Castiglioni, presenti le persone a me più care. Dopo il racconto di Guya che, durante una sua solitaria passeggiata nella meravigliosa piana dell’alpe, aveva avuto un incontro ravvicinato con un cavallo un po’ matto (strano, vista la sua particolare confidenza con gli animali…) salimmo al lago, assieme a Guya, Ruggero, Achille, Petra ed Elena. Il cielo minacciava pioggia, talvolta riuscendoci. Oltre a tutti i giovani partecipanti, c’erano anche Andrea Ratti, nonché Renata e Luca Mozzati. Ricordo come, durante la discesa nel bosco, quest’ultimo mi tenne gustosa concione sui dissapori avuti con l’ex-amico Andrea Gigante Savonitto, colpevole di aver chiodato a odiati spit una palestrina di roccia ad uso bambini nei pressi dell’Alpe Devero, di cui Luca si sentiva appunto il rigoroso custode. La cosa era perfino passata in giudizio legale e il Gigante era stato costretto a pagare una multa di mille euro.

La copertina di Claudia, una vita di corsa
Il retro copertina di Claudia, una vita di corsa

Il 26 luglio ebbi un’altra conferma del mio lento ma inesorabile decadimento fisico quando andai con Matteo Pellegrini, Andrea Bavestrelli, Paolo Vasino e Pia (della quale non ricordo il cognome) al Monte Furgon 2815 m in Val di Thures. La via prescelta era Furgon Plaisir, sulla parete nord-ovest: ma ciò che ricordo soprattutto fu il mio lento arrancare al seguito dei ben più veloci compagni nell’andare all’attacco. Erano solo 500 metri di dislivello…

Eppure non ero in cattiva forma arrampicatoria e me lo dimostrai nella successiva avventura, quella di ripetere per la realizzazione di un film la mia ascensione alla parete sud-est della Torre di Formenton il successivo 31 luglio (vedi apposito capitolo di Metadiario).

il 28 agosto ci fu la bella esperienza di scalare con la giovanissima (ma anche ormai fortissima) Lucia Furlani. sulla Parete di Limarò salimmo la via Il Sole di David e Michelangelo cui facemmo seguire (1° settembre) sulla Cima di Nodice 852 m (Cima di Lè) la combinazione di Disertore e via dei Tre Bernardi. Fu poi la volta di un’ulteriore visita alla Sbarua, alle bergamasche strutture di verrucano lombardo di Roncobello, fino al compleanno di Salvatore Bragantini, festeggiato in un elegante locale della Valle di san Nicolò e preceduto da alcune scalate sul Col Rodella (19 settembre). Da lì, fino alla fine dell’anno, talvolta ostacolate dai vari colori del lockdown, ci furono solo visite in Valle del Sarca (soprattutto ripetizioni delle vie della Croce di Ceniga), a Castel Presina e in Val d’Adige (qui in particolare ricordo la bella via del Diedro degli Elfi alla Parete di Turan, 26 settembre).

28 agosto 2020. Lucia Furlani sulla Via Il Sole di David e Michelangelo alla Parete di Limarò (Valle del Sarca)

Conferenze e convegni importanti
Il 31 gennaio ero all’Università di Roma Tre per la premiazione della seconda edizione del premio letterario Roberto Iannilli. Luca Pietromarchi, padre di Ruggero, allora era rettore di quell’università e mi fece particolarmente piacere la sua presentazione al pubblico.

Il 1° febbraio ero a Sperlonga per la realizzazione di un breve filmato con intervista. Minacciati da pioggia incombente, assieme al regista Andrea Frenguelli e a Rachele Castellucci salimmo lo Spigolo del Marinaio prima dell’intervista sulla sabbia in riva al mare, seguita da corposa merenda da Guido er Mozzarellaro.

il 3 febbraio ero a Torino, al Monte dei Cappuccini (Museo della Montagna), per la presentazione di Carie: presenti naturalmente Achille Mauri, Elena, Roberto Mantovani, Marco Ribetti, Marzio Nardi e Federico Ravassard. Fu una serata particolarmente calorosa, anche perché Marzio Nardi era riuscito a portare quasi tutto il suo B-Side…

13 dicembre 2020, dopo la salita di Senza chiedere permesso (Castel Presina). Da sinistra, Matteo Pellegrini, Salvatore Bragantini e Alessandro Gogna. Foto: Mao Adreani.

In pieno lockdown (6 aprile) ci fu la Diretta Instagram dell’intervista a Hervé Barmasse, particolarmente riuscita.

Il 9 luglio ci fu l’uscita del mio libro Visione verticale la cui promozione mi vide più volte protagonista nell’autunno e nell’inverno. Ebbi l’onore anche di essere intervistato on line con diretta instagram da Hervé Barmasse (23 luglio).

Importante fu la prima del film Valle della Luce, tenuta al MART di Rovereto il 27 agosto, seguita il 1° settembre dalla replica al cinema Nuovo Roma di Trento, con la presentazione di Alessandro Filippini.

Il 5 novembre, al BookCity di Milano, festeggiai con l’aiuto di Roberto Serafin la mia cinquecentesima conferenza.

Lo scribacchino da lockdown ultima modifica: 2025-11-17T05:56:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.