La solitudine di Gian Piero – 1

La solitudine di Gian Piero – 1 (RE 014a) (1-2)

Non ho un ricordo preciso di quando ho incontrato Gian Piero Motti quella prima volta al rifugio SEM del Pian dei Resinelli, verso la fine del 1966. Nel gennaio 1967 c’era poi stato l’incontro del tutto fortuito alla base della parete nord dell’Uja di Mondrone: io ero là a pernottare in una baita con Paolo Armando, lui arrivò al mattino presto, direttamente dal paese, con Sergio Sacco e Ilio Pivano. Ci mettemmo tutti assieme e fu un’esperienza bellissima, la prima invernale alla via Rossa-Chironna. Lo rivedo nelle nostre avventurose peregrinazioni estive sul Monte Bianco e infine lo rivedo in occasione di una riunione del Gruppo Alta Montagna di Torino, a Savigliano nel dicembre 1967. In quell’incontro Paolo Armando, anche lui socio del gruppo, Gian Piero ed io abbiamo sostanzialmente chiesto un aiuto ai soci del GAM perché avevamo intenzione di tentare, assieme a Gianni Calcagno, la prima invernale della Nord-est del Pizzo Badile e ci serviva un aiuto logistico e parecchio materiale.

Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa Danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana

Oggi sarei portato a vedere qualche punto negativo nell’ambiente alpinistico di quegli anni… ma in realtà allora ci trovavamo benissimo: eravamo e ci sentivamo giovani, avevamo mille progetti e idee per la testa. Non avevamo tempo di scorgere quelle negatività che invece sono emerse in seguito. Quelle problematiche che per esempio hanno poi portato Gian Piero a scrivere I falliti. In quei primi tempi era tutta una discussione, un fare programmi, anche un nasconderseli a vicenda… perché non c’era rivalità tra di noi ma tra i vari gruppi certamente sì. L’ambiente era un gran fermento, era il pre-’68: forse eravamo chiamati a prendere un po’ le distanze da ciò che era diventato l’alpinismo ufficiale. Ci si sentiva un po’ in gabbia e la responsabilità era degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta che avevano portato l’alpinismo a una cristallizzazione. Specialmente con la chiusura di Bonatti al grande alpinismo del 1965, dopo la sua storica impresa al Cervino, si avvertì che da una parte dovevamo continuare a cercare di andare oltre, dall’altra occorrevano altre modalità, altri sentieri che non fossero gli stessi.

Il modo più semplice per andare oltre passava per le maggiori difficoltà di ciò che programmavamo. L’incremento dell’impegno garantiva l’evoluzione. Ma questo era vero fino a un certo punto. Posso anche aver avuto la sensazione, peraltro caduca, di essere andato oltre, in due o tre occasioni, a quanto era già stato fatto… poi però mi sono reso conto che la strada per un vero rinnovamento non era quella: già solo rimanendo in campo tecnico, appariva chiaro che bisognava andare nell’himalayano, non si poteva rimanere nel campo alpino. A un certo punto fu evidente che il cambiamento doveva essere soprattutto psicologico, ed è in quel momento che abbiamo riconosciuto l’apparente mancanza di sbocchi. Ci sembrava che l’alpinismo non producesse più quelle emozioni e quelle fantasie che invece al suo inizio, e durante il periodo “eroico” degli anni Trenta, erano la sua principale caratteristica.

Rocca Nera di Caprie (Valle di Susa), via dei Tempi Antichi, Gian Piero Motti, 3 novembre 1982.

Gian Piero si è interessato al modo di andare in montagna e di arrampicare dell’alpinismo d’Oltralpe e di quello britannico-statunitense. La scintilla l’aveva data il francese Patrick Cordier quando salì da solo il Nose del Capitan e poi ne scrisse l’articolo Un beau dimanche, tradotto poi da Gian Piero con Una bella domenica. Questa è la testimonianza che Motti per primo s’interessò a quanto succedeva al di fuori delle Alpi, cioè in quel terreno dove appariva chiara l’evoluzione in atto. Non dimentichiamo che le ultime grandi imprese nelle Alpi, al di là di solitarie e invernali, erano state l’apertura della via di Walter Philipp e Dieter Flamm sulla Nord-ovest del Civetta (1957), l’assoluto capolavoro di arrampicata libera, e quelle di Dieter Hasse e Lothar Brandler sulla Roda di Vael e sulla Cima Grande di Lavaredo (1958), capolavori di arrampicata mista. In queste salite risplendeva ancora la grande bellezza dell’alternanza tra libera e artificiale, in una fusione esteticamente perfetta, prima che si arrivasse all’esagerazione delle salite completamente artificiali (tra l’altro indegnamente spacciate per “sesto grado”). Nello stesso periodo storico tra i Cinquanta e i Sessanta, gli americani hanno salito il Naso, poi la Salathè, aperture per noi inimmaginabili che hanno aperto davvero dei mondi nuovi. E appunto, il primo a indagare in profondità, andando a leggersi i testi in inglese e poi traducendoli, è stato proprio Gian Piero, aprendo una strada nuova agli italiani.

Valle di Susa, Gian Piero Motti sul Masso erratico del Castello di Conte Verde

Così è nato il movimento del Nuovo Mattino: non è stato un manifesto con qualche inizio ufficiale, e neppure un momento che d’improvviso ci abbia fatto passare in un’altra epoca. Più rifletto sul significato del Nuovo Mattino, su ciò che ha voluto dire per noi e per l’alpinismo in generale, e più vedo che ci sono stati tanti nuovi mattini, almeno quanti eravamo noi… In realtà, ognuno aveva il suo. Il Nuovo Mattino di Gian Piero non era quello dei ragazzi che arrampicavano con lui, non era il mio e di certo non era quello che la gente oggi pensa sia stato il Nuovo Mattino. Per il quale non ci può essere una definizione precisa, era un’esigenza di rinnovamento che ciascuno vedeva a modo suo. Non c’è mai stata alcuna riunione di “adepti” o “simpatizzanti”. E’ successo che alcune idee fossero arrivate dall’America, fossero filtrate da una mente assai avanzata, fossero poi usciti degli articoli, il primo dei quali proprio Il Nuovo Mattino: idee e articoli che hanno sconvolto abitudini, che hanno provocato incazzature da parte del mondo accademico e che si sono poi trovati contrapposti all’alpinismo classico. I giovani erano contenti d’aver trovato il modo di rompere con il passato e di farsi valere, dimostrando di agire al di fuori di quello che vedevano come un mortorio. Ma ognuno aveva la sua interpretazione. E posso tranquillamente affermare che allorché il Nuovo Mattino trovò il favore di migliaia di giovani, Gian Piero era già andato avanti, non parlava più di Nuovo Mattino ma di Antiche Sere. Questo la dice lunga sulle differenze che popolavano le nostre menti.

Gian Piero Motti in Sbarua (Pinerolo), via Gervasutti, variante del Tetto, 19 marzo 1972

Fino al 1975 ci sono stati otto anni di amicizia, in cui vedevo Gian Piero come un “collega”, un bravissimo alpinista con le mie stesse aspirazioni e con le stesse idee di fondo. In realtà solo fino al 1974, perché io in quell’anno ho intrapreso un viaggio in Oriente durato dieci mesi. Nel giugno 1975, quando io non ero in Italia, lui è scomparso per tre giorni nella sua amata Val Grande di Lanzo, senza dire nulla a nessuno. Fino a prima della mia partenza, nel novembre 1974, il nostro era il rapporto di due amici che amano la montagna, che discutono di tutto, che hanno visioni comuni e magari qualche idea diversa. Al mio ritorno, settembre 1975, la rivoluzione. I falliti (1972) era la denuncia di alcune sue sensazioni, che di certo però non erano solo sue, altrimenti lo scritto non avrebbe avuto quel successo. Era un malessere psicologico, suo e di tanti altri, che non trovavano più nell’alpinismo classico le motivazioni per continuarlo.

19 ottobre 1969. Romano Palvarini sulla via di Guglielmo (aperta da Motti) sul Becco di Valsoera (Gruppo del Gran Paradiso).

Era un grosso problema, perché al contrario la passione di andare in montagna gli era rimasta. Era facile cadere nella critica del “vecchio”, quelli là sono dei parrucconi rimbambiti, non capiscono niente: l’articolo I falliti non cade affatto in questa trappola, ma il contesto in cui nasce è quello della critica. I falliti è una denuncia del proprio malessere psicologico, tutt’altro che sterile critica verso il mondo del quale avevamo fatto parte fino ad allora. Non c’erano questioni economiche di mezzo, non c’era alcuna tifoseria. Era un malessere suo che però trovava appoggio in amici e tanti altri che ebbero la ventura di leggerlo. “Falliti” perché lui per tanto tempo ha creduto di poter continuare un alpinismo alla Bonatti, non tanto per essere superiore all’eroe e al “padre”, quanto per continuare il processo intellettuale, esempio e insegnamento alla comunità, processo che ancora oggi è presente. Noi oggi difendiamo l’avventura nei confronti di una società sicuritaria che ci perseguita e ci ossessiona, ma lo facevamo anche allora. Era un mezzo per difendere l’avventura, come la traversata degli oceani, o le traversate polari addirittura senza cani. Però allora si pensava l’avventura come un terreno infinito, o eterno, senza mai vederne il termine. Invece la fine c’è, perché il globo terrestre è limitato e a un certo punto il terreno non basta più e occorre cambiare atteggiamento, limitando i mezzi per esempio. Hillary a suo tempo raggiunse il Polo Sud con un esercito di trattori e quella fu una bella avventura. Oggi sarebbe una normale esercitazione militare. L’avventura dunque è altra cosa. Si pensava di esercitare questo progressivo “spostamento” dell’avventura solo in termini geografici o “di problema”, invece ci si è resi conto che occorreva farlo prima di tutto in termini psicologici.

Nuovo Mattino è stato l’aver sentito che si poteva ancora vivere avventura a dispetto del fatto che il terreno stesso dell’avventura fosse diminuito, rimpicciolito.

Possiamo dire che I falliti fosse una denuncia del malessere e che Il Nuovo Mattino (1974) rappresentasse una soluzione: che per Gian Piero è durata poco, mentre a noi sembra valida ancora adesso.

Rocca Sbarua, 17 luglio 1980. Gabriele Beuchod sul Torrione Grigio, via Motti-Grassi

Dicevo che dal 1967 al 1974 siamo stati i classici amici di montagna. A me spiaceva che abitassimo in due città diverse, perché questo costituiva un limite alla nostra frequentazione. Non c’era l’alta velocità, non c’era internet e la teleselezione interurbana costava parecchio… abitare in città diverse era più penalizzante di adesso. Quando ci vedevamo era sempre una festa. Io apprezzavo di lui l’enorme entusiasmo, in particolare quello che manifestava nel presentarmi i luoghi che conosceva bene. La sua valle per esempio, la Val Grande di Lanzo, della quale non era nativo ma era come se lo fosse stato. Anche tante altre valli piemontesi lui conosceva: non che girasse solo in Piemonte, tutt’altro… ma del Piemonte era veramente esperto. Era in grado di spiegarti cose d’ogni genere, relative a ciò che facevamo o vedevamo in quel momento. Dell’alpinismo avevamo letto molto entrambi, il retroterra delle medesime letture ci legava parecchio: lui aveva fatto gli studi che avevo fatto anche io, c’era molta vicinanza. Inoltre eravamo coetanei, io più vecchio di lui di soli otto giorni. Di quando nel luglio 1967 siamo andati a tentare la ripetizione della via Gervasutti alla parete est delle Grandes Jorasses conservo un ricordo eccezionale, nel senso che compagni così non se ne trovano tutti i giorni. Quando abbiamo deciso di rinunciare, lo abbiamo fatto in piena sintonia: e tra i fischi dei sassi che ci cadevano attorno, di certo non ci siamo pentiti della decisione. Pochi giorni dopo abbiamo salito assieme la via Ratti-Vitali alla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey. Saliti in giornata, siamo arrivati al fondo della via normale di discesa verso le 23, in tempo per assistere a un fenomeno pazzesco in cielo, che abbiamo visto attraversato da centinaia di tracce luminose che andavano nella stessa direzione, come fossero jet (anche se la scia che lasciavano non era così lunga). Quelle tracce rossastre ci affascinarono per qualche minuto. Eravamo anche un po’ stanchi, dunque c’erano tutte le condizioni perché quello spettacolo silenzioso s’imprimesse dentro di noi in profondità, fino alle più remote distanze emotive. Non ce lo siamo mai spiegato, due giorni dopo su La Stampa c’erano dei trafiletti che raccontavano più o meno quello che anche noi avevamo visto, senza dare alcuna spiegazione. Non potevano essere meteoriti, perché di questi se ne vede uno, non cento: e poi, come mai tutti nella stessa direzione? Un ricordo indelebile, e l’averlo vissuto assieme a lui mi fa sentire vivo esattamente come mi sentivo vivo allora.

Gian Piero Motti, sulla via Kelle alla Tete d’Aval. Foto: Ugo Manera.

Era di carattere molto variabile. In un primo momento t’inquadrava (e questo è stato vero in entrambi i periodi della nostra amicizia), poi, senza dirti nulla, ti trattava di conseguenza. Con le ragazze questo era ancora più evidente, era uno che andava abbastanza dritto allo scopo… Con gli amici, dopo il primo giudizio silenzioso, decideva quanto concedersi e quanto concederti. Forse anche quanto ascoltarti. Dunque la sua variabilità non dipendeva dall’umore. Quando uno è allegro si comporta diversamente da quando è triste o arrabbiato. Ma con lui non era così: la variabilità dipendeva per lo più dall’interlocutore. E se gli interlocutori erano due, altre variabili. A volte diceva cose ammiccando solo a uno, e l’altro rimaneva escluso. A volte era diretto e duro, non “te le mandava a dire”, ma doveva proprio ritenerlo necessario, non fustigava così a casaccio. Talvolta era mellifluo e diplomatico, quindi la variabilità era completa. C’è da dire che siamo tutti un po’ così, ma in lui questo comportamento era più evidente.

Un giovanissimo Gian Piero Motti (a sinistra), in vetta alla Ciamarella con l’amico Piero. Foto: Archivio Famiglia Motti.

Parlo di due diversi periodi di amicizia, con due motivi. Il primo è che le persone cambiano e io nel 1975 non ero più quello del 1968 o 1969. A maggior ragione per Motti fu la stessa cosa: dopo il 1975 era diventato un’altra persona. Per cui il parlare e il rapportarsi con lui, ridere, scherzare, bere e mangiare, fare… era altro rispetto a prima.

Nessuno si aspettava una cosa del genere, fu come un fulmine a ciel sereno. Che fosse un originale si sapeva, ma nessuno lo riteneva matto. Volontariamente si è isolato per tre giorni attorno al solstizio d’estate (anche questa fu una scelta deliberata) in una località imprecisata dell’alta Val Grande di Lanzo, dove esattamente non si sa, forse neppure lui lo ha mai saputo. Se dall’alto si fosse potuto vedere con un aereo spia i suoi movimenti, probabilmente si sarebbe visto soltanto un uomo seduto. Tre giorni sono lunghi: è vero che era estate, ma di certo non aveva saccopiuma o indumenti per la notte. Cosa sia successo con esattezza non si sa. I racconti suoi, parlando di quell’episodio, erano sempre su due piani. La prima dimensione è quella del “non ti dico niente”; la seconda accennava a meditazione, a visioni e a un periodo lungo di trance.

1972, serata di Gaston Rébuffat a Torino. Lino Donvito, Gian Piero Motti, Roberto Bianco, signora Bianco. Foto: Archivio Roberto Bianco.

Sappiamo con certezza che Gian Piero non ha mai assunto droghe di alcun tipo, dunque dobbiamo pensare alla capacità dell’uomo di meditare in profondità, di trascendere il proprio corpo. Come ha fatto Buddha, come ha fatto Milarepa, ma anche qualche nostro santo cattolico. Non è solo una questione orientale. Non ha mai rivelato a nessuno, nei suoi particolari, quest’esperienza. Possiamo pensare che non potesse neppure farlo, visto che di certo per quelle 72 ore non è stato molto cosciente.

“Motti disperso” aveva allertato una quantità impressionante di amici, oltre al soccorso alpino: alla gioia d’averlo ritrovato vivo si sostituì ben presto la delusione di non sapere cosa era successo, in alcuni perfino il sospetto che l’avesse fatto apposta. Il risultato (e nel mio caso questo si è avuto a settembre quando sono tornato dall’Asia) fu un cambio netto del suo modo di rapportarsi con gli altri: con gli sconosciuti o con quelli del suo mondo lavorativo di scrittore si presentava come normale, anche se a volte non riusciva nel suo scopo perché normale non era per nulla; invece con un ristretto numero di amici, o anche ristrettissimo a seconda dei differenti piani in cui li aveva collocati, intavolava discorsi ricchi di magia. A me è capitato di discorrere con lui per teleselezione (più costosa dell’attuale roaming prima che questo fosse liberalizzato) per ore e ore. A volte chiamavo io, a volte lui. Io ero curioso, lo provocavo, perché m’interessava il cammino che aveva intrapreso: avevo capito che era davvero importante. C’era anche il mio di cammino, volevo rapportarmi: ma presto ho capito che erano due strade diverse. Questo non toglieva nulla alla mia curiosità, alla mia fame di un mondo in cui avvenissero cose speciali. Per questo ho definito queste chiacchierate “magiche”, perché evocavano mondi ai quali non sappiamo di appartenere. Con poche battute ti spalancava una visione che avrei voluto anche poter analizzare in seguito, magari con una registrazione. Non l’abbiamo mai fatto e il risultato è che l’emozione è rimasta e le parole si disperdono in modo tale da non poter mai capire il meccanismo con il quale è stata generata. Andando ad analizzare le singole parole, o anche i suoi scritti, non riesci ad arrivare alla magia. Con la parola invece vi assicuro che c’era una trasposizione immediata in un mondo superiore o comunque parallelo. Di sicuro spirituale, extracorporeo. Ci si trovava lì come per incanto. Il tornare indietro era faticoso: interrompere quello scambio che avveniva in teleselezione o dietro a un tavolo con dei bicchieri di vino era penoso. Oserei dire però che in teleselezione la magia raggiungeva il suo apice.

Gian Piero Motti. sulla voie de la Rampe (aperta da Yannick Seigneur) al Grand Manti, 20 luglio 1973, prima italiana. Foto: Roberto Bianco.

Con intatta sensibilità per la montagna ha trascorso periodi, anche lunghi, senza fare nulla. Non è più andato a fare cose tipo la prima solitaria sul Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul (certamente la sua più grande impresa) o tipo la ripetizione della via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses che aveva fatto con Alberto Re. Andare in montagna non è ristretto al solo fare questo genere di cose, significa anche esplorare, aprire itinerari divertenti, anche solo annusare l’aria dei boschi e delle quote. La passione per la montagna continuava a essere il substrato comune a quella sensibilità che ci ha permesso di vivere assieme emozioni che con la montagna non avevano più nulla a che fare. Era la base di una piramide. E, come base, la reggeva: la montagna era da lui usata anche come paragone in questo suo viaggio. Non vorrei anticipare certi temi, ma sicuramente lui vedeva in se stesso e in qualcuno di noi lo stesso processo di evoluzione con il quale dall’alpinismo classico si era passati al Nuovo Mattino. Tanto che appunto, non appena il Nuovo Mattino fu sdoganato e compreso dai più, lui si trovava già ben oltre e parlava di Antiche Sere. Ma cosa sono queste antiche sere? La sua risposta passava sempre attraverso la montagna. Prima gli alpinisti bramavano e conquistavano le vette. Salite queste per milioni di volte è subentrato il sospetto che qualcosa non funzionasse, si vedeva che quel gioco poteva essere molto sterile. Ecco allora la rivalutazione dell’orizzontale, del basso contrapposto all’alto. L’orizzontale si può esprimere per esempio con la traversata dei deserti, cosa che lui fece più volte e da solo con la sua Toyota (non in tanti sanno queste cose), ma si può esprimere pure svolgendo quell’attività di free climbing che non ritiene la vetta essenziale, badando più al modo e al come piuttosto che al cosa si conquista. Questa dimensione arrampicatoria, in cui il pericolo era ancora ben presente, presto fu offuscata dalla nuova moda dell’arrampicata sportiva (1982-83) dove si stava eliminando il pericolo con l’uso dello spit. Ed è proprio in quel momento che subentra la nostalgia delle antiche sere e del tempo passato, questa spazza via il Nuovo Mattino e dà nuova speranza di poter finalmente contemplare l’altopiano che tanto stiamo cercando con il nostro salire. Erano le cime nuove della sua utopia, che però a quel punto avevano più poco a che fare con la montagna vera, bensì erano attinenti all’evoluzione dell’umanità.

Dopo via Seigneur (voie de la Rampe) al Gran Manti, una bergerie di pastori cortesi accoglie Guido Morello, Gian Piero Motti e Gianni Mallen. 21 luglio 1973. Foto: Roberto Bianco.

La sua visione della montagna, che prima del 1975 era più o meno uguale a quella comune, paurosa o accattivante, più o meno assassina, più o meno emotiva, dopo quella data muta, ma non nel senso che nel suo modo di esprimersi ci fosse il momento in cui la montagna era montagna e il momento in cui invece era un pretesto o una metafora. Per lui una realtà c’era, e l’unico modo che aveva per cercare di descriverla rimaneva la parola. Essendo questa limitata, talvolta l’accento andava più sul fisico, talvolta sul metaforico. Ma la realtà era quella, indistinta. Non c’era divisione tra una montagna fisica, con tutto ciò che questa comporta, cioè con l’uomo che vi fa attività sopra, e una montagna che invece è simbolo. Per Motti non c’era questa divisione. Se ogni tanto la si intravvedeva era solo per i limiti del linguaggio.

L’articolo Le Antiche Sere è ambientato in un luogo di pareti magiche, che è il Vallone di Sea. In questo luogo altri alpinisti come Gian Carlo Grassi, o Isidoro Meneghin, ma anche Ugo Manera e altri ancora, tramite i nomi con i quali vie e strutture rocciose sono state battezzate, hanno evocato figure mitologiche. Qualcuno potrebbe ravvisarvi un po’ di violenza nei confronti della natura del luogo che certamente non ha nulla a che spartire con le divinità greche, nordiche o egiziane. Quelle pareti erano del tutto sconosciute e mai erano state prese in considerazione da alcuno, né per arrampicare né per altri utilizzi. L’impersonalità di quelle pareti era tale che ha giustificato l’accostamento con mondi che evocavano il mito. Quando oggi parliamo di mito, il senso che gli diamo è corrotto dal significato che nel frattempo la parola mito ha assunto. Pensiamo alla canzone degli 883 Sei un mito! e ci accorgiamo che trattasi di mito ben decaduto… il mito era altro. Il mito psicologico è forza enorme, energia che noi abbiamo dentro, che risiede nella nostra collettività inconscia, che ci abita dunque. E che talvolta ci terrorizza, oppure ci manda in estasi, tramite i sogni o le visioni. Il mito è energia nostra, il fatto che siano stati dati nomi di quel genere alle pareti (Gandalf, Iside, Titani, ecc.) è lo specchio del sentirsi all’improvviso gettati in una situazione di caos primordiale, nel quale l’uomo si sente nullità di fronte a tali forze che stanno agendo. Questo è esattamente il quadro in cui Gian Piero si muoveva, il vero quadro, non quello che lasciava trasparire nelle graduazioni d’interlocutore che dicevo prima. L’ambiente vero in cui l’uomo si muove nei confronti dell’universo.

La Pelle, Voie des Parisiens, penultima lunghezza. Foto: Gian Piero Motti.

Il Vallone di Sea, nell’immaginazione di Gian Piero (ma non è solo nella sua immaginazione), era diventato una fotografia reale di una situazione cosmica. Al di là di questo parolone, mi sforzo di far intendere ciò che sento di dover dire. Una fotografia che rappresentava le nostre profondità. In queste profondità doveva essere trovata la soluzione del Nuovo Mattino: e per soluzione intendo la fine. Perché il Nuovo Mattino era solo un passaggio, questo Motti lo ha detto più e più volte. Nelle tre ultime righe, quasi incomprensibili, del suo articolo finale, Arrampicare a Caprie, quel passaggio, che è soprattutto spirituale e psicologico, è trasmesso al piano fisico tramite tre montagne diverse. Dice che dalle profondità della stretta Gola di Caprie arriveremo in cima alla Rocca Bianca (notare il colore bianco) e, attraverso il filtro del sole nero, arriveremo alla vetta della Rocca Nera. Mentre lo cito mi vengono i brividi, e spero vengano anche a tutti coloro che ascoltano o leggono, perché è la trasposizione geografico-visiva di un percorso. Incomprensibile, se si vuole. Ma fino a un certo punto, perché ci viene in aiuto il percorso letterario. Partiamo da I falliti e arriviamo a Il Nuovo Mattino. Questo è chiaramente un mezzo: ricordiamoci che per il Nuovo Mattino stesso la vetta non era più la meta, e se non c’è vetta rimane il movimento, cioè un mezzo. Per arrivare dove? Con il riacquisto dell’orizzontalità e poi con il recupero della tradizione (le antiche sere), tramite il filtro finale del sole nero si arriva a una destinazione, che lui aveva identificato nella Rocca Nera, giocando sul fatto che il colore nero è inviso ai più mentre per lui era esattamente il contrario: la Rocca Bianca era quella negativa, quella Nera era la positiva. Motti si rifaceva a Eraclito, ma anche alle tradizioni ermetiche e alchemiche che parlano dell’esistenza di due soli: uno nascosto, formato da oro alchemico e l’altro, quello materiale, di oro normale. Nessuna commistione con l’evoluzione che il Sole Nero ebbe con il misticismo nazista. Secondo il Libro della Santa Trinità, l’uomo sarebbe stato formato tramite il fuoco del Sole Nero. Arrivare sulla Rocca Nera è dunque il ritorno alle origini.

Motti in arrampicata

Questo viaggio dell’umanità era quello che gli interessava, era su un altro piano ed era il cammino che lui voleva percorrere. L’aver messo in coda al già molto lungo articolo (in cauda venenum) quelle scalate incomprensibili e alchemiche è stato un colpo di genio, per dire in positio fortis ciò che già si sa verrà compreso da pochi.

Motti è stato capito per come oggi viene vissuto o, meglio, ricordato e idealizzato il Nuovo Mattino: l’esigenza di rinnovamento è stata compresa molto bene, sempre restando nel mondo del concreto superficiale, senza andare nei mondi delle profondità. Ciò che non è stato compreso è ciò che risiede in quei mondi. Lui quest’incomprensione l’aveva prevista. Non ho mai assistito ad alcun tipo di sua oratoria, né pubblica (non amava particolarmente parlare a un grande uditorio) né privata in un consesso di pochi amici, in cui tentasse di spiegare un alcunché. La “spiegazione” era una modalità che Motti non prendeva neppure in considerazione. Non esisteva. Lui faceva passare delle informazioni, per lo più emotive, tramite discorsi che in apparenza erano semplici e innocui. Ecco perché in alcune persone il suo discorso ha fatto presa e in altre invece non ha attecchito. Se vedeva che le informazioni scivolavano sull’interlocutore, Gian Piero non perdeva ulteriore tempo con lui. Appunto, non spiegava e, soprattutto, non cercava di convincere. Non è stata capita la parte essenziale del suo messaggio. Lo aveva previsto, perché sapeva che erano necessari tempi interstellari.

(continua in https://gognablog.sherpa-gate.com/la-solitudine-di-gian-piero-2/)

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La solitudine di Gian Piero – 1 ultima modifica: 2020-05-25T05:52:30+02:00 da GognaBlog

23 pensieri su “La solitudine di Gian Piero – 1”

  1. 23
    massimo ginesi says:

    concordo sul trovare un pò bizzarro chi si ostina a dire che Motti alla fine non ha rappresentato granché e che pure tecnicamente era un pò scarso. 
    Credo tuttavia che sia anche inutile e poco elegante continuare con questa polemica, a volte dai toni altrettanto grevi (robino, di cui si possono in parte condividere le affermazioni, ma meno le modalità), a fronte di due articoli di Gogna che scrive epr diretta conoscenza e che per toni, contenuti ed eleganza dicono già tutto, che rappresentano un racconto di vita personale, di fatti storici e di avvenimenti alpinistici (in senso lato) che andrebbero letti con riguardo, attenzione e garbo, quale che sia la nostra opinione.   

  2. 22
    palms says:

    Palms magari appare esotico e vegetale – niente di male in ciò, direi – ma non mi sembra affatto che contestare uno che afferma che “tutti avrebbero potuto scrivere I Falliti” – (eh?????) – sia “scagliarsi contro” di lui. Per niente.Siamo seri. Come dire che anch’io avrei potuto dipingere dei Pollock, solo perché sembrano schizzi casuali su una tela.
    Non mi sembra nemmeno che affermare l’unicità di quello scritto sia come proteggere Motti da una, supposta, lesa maestà.Si tratta invece di comune buon senso.

  3. 21

    Nel film Cannabis Rock, Andrea Mellano non parla di Motti in maniera eccelsa. Dovreste prendervela pure con lui.

  4. 20

    Non voglio prendere le difese di Enri (che resta uno dei tanti anonimi frequentatori di questo blog), ma scagliarvisi contro come ha fatto Robino o Palms (una pianta esotica?), mi sembra esagerato.L’intoccabilita’ di Motti resta tale finchè qualcuno la pensa diversamente e non ci trovo niente di male.
    Con questo non prendo posizione nei confronti del tema dell’articolo ma semplicemente vorrei fare notare che la rigidità a priori non è una bella caratteristica. Pace e bene.

  5. 19
    palms says:

    Enri non ci provare!
    Nessuno qui ha messo in dubbio la possibilità tua, e di tutti noi, di esprimere liberamente le proprie opinioni – che al contrario, qui è privilegiata.
    Vedi bene proprio qui, però, Enri, la differenza tra scrivere I Falliti in pubblico e per il pubblico, come parte della propria attività di alpinista e divulgatore, e scrivere in privato le noterelle sui momenti difficili che si attraversano: quando scrivi la tua opinione in pubblico e per il pubblico, se scrivi cazzate, è lo stesso diritto all’opinione a cui aspiri, a farti rispondere dal pubblico che sei stato affrettato e superficiale, quindi un po’ ridicolo.
    Spero di essere stato utile a capire la differenza tra lo scrittore de  IFalliti, e la maggior parte di noi.
    Quarant’anni e passa di critiche, pensieri, elaborazioni e attualità per IFalliti, un paio di commenti accigliati e semiseri per il “diritto all’opinione” malamente evocato, che verrà presto dimenticato.
    Per fortuna.
     
    Dai, se non altro hai materiale nuovo per le tue noterelle d’insuccesso 😏

  6. 18
    Alberto Benassi says:

    quando dicevo che tutti noi avremmo potuto scrivere i falliti intendevo dire che chiunque di noi, molto probabilmente, ha vissuto  momenti di crisi esistenziale che magari ha riversato in uno scritto.

    sicuramente si, chi non hascritto dei propri momenti di difficoltà.  Sta di fatto però che trovare la forza di pubblicarlo, di farlo  conoscere,  non credo sia da tutti. Motti l’ha fatto.
    L’ha fatto per lanciare una richiesta di aiuto? Perchè si era reso conto di essersi messo in una strada a senso unico, mentre nella vita ci sono tante altre strade da percorrere?

  7. 17
    Enri says:

    Per il commento numero 15
    Io non ho espresso valutazione sull’articolo, io ho espresso il mio parere su quello che si dice Motti abbia lasciato agli alpinisti. Non ne avevo la possibilita? Se no dimmi perche’ la tua presa di posizione mi sembra sopra le righe, a dir poco.
    quando dicevo che tutti noi avremmo potuto scrivere i falliti intendevo dire che chiunque di noi, molto probabilmente, ha vissuto  momenti di crisi esistenziale che magari ha riversato in uno scritto.
    quanto alla conoscenza dell’alpinismo ligure, ho conosciuto Gianni e sapevo bene dell’amicizia con Alessandro, del resto Un Alpinismo di ricerca e’ stato uno dei miei primi libri di montagna. E non solo letto, visto che la Pria Meuia l’ho cercata anche io…
    ti consiglio di moderare i toni e di non correre il rischio di considerare gli altri tutti semplici, come tu li definisci. Ma comunque va bene cosi, il tono del tuo messaggio non mi spinge a rispondere piu’ di tanto.
    se poi vogliamo dire che su questo blog deve scrivere solo chi ha titolo…. bene facciamo pure. Poi vorrei sapere chi ha titolo.
    saluti a tutti

  8. 16
    Fabio Bertoncelli says:

    Le parole piene di malanimo inducono le persone ad allontanarsi.

  9. 15
    Giorgio Robino says:

    Leggendoti dopo qualche anno, noto che la tua prosa, Alessandro, è sempre più asciutta ed al contempo trasparente, sincera e piena. E’ quasi poesia, anzi è, la tua poesia! E non posso che ringraziarti per la tua condivisione di energia.
    Veniamo al “pessimismo e fastidio”. Spesso mi domando di certe persone: “ci sono o ci fanno?”.Prendiamo le cose che scrive, Enri e mi domando:
    Ci è? Ovvero, è uno che proprio non capisce un bel niente di quello di cui parla Alessandro non in questo articolo, pur lungo e più esplicito che mai, ma che fa seguito a decine di articoli (e libri) che ha scritto nel corso degli anni su “questi” temi (e su questa persona)? 
    Oppure, ci fa?  Ovvero è un povero troll, una persona che sa di dire cazzate e che fa deliberate provocazioni per sfogare la sua sterilità? Ne è pieno di gente così.
    Oppure sono un po’ tutt’e due le cose? In generale, di certe persone rimango spesso nel dubbio. Non capiscono davvero? O è questa una comoda messinscena teatrale? Un nascondiglio della mente?
     
    Sì. Mi adeguo alla definizione di Palms, di “ridicolo”. Atteggiamento ridicolo, che sicuramente fa sorridere me e penso molti dei lettori di questo blog.
    Potrei risolverla con una sola battuta, a riguardo del tuo menzionare te stesso, Enri. Dici che
     
    “ti eri preso la briga molto spesso di raggiungere la valle dell’Orco, da Genova”. 
     
    Mi inchino a tanto ardire! Ma sai, qui Alessandro sta parlando di un suo amico, tal Gian Piero Motti, che 
     
    “si prese la briga di raggiungere un tempo interstellare” 
     
    Il termine “tempo interstellare” è citazione dall’ultima frase di questo articolo: 
     
    “Non è stata capita la parte essenziale del suo messaggio. Lo aveva previsto, perché sapeva che erano necessari tempi interstellari.”
     
    Dunque capisci, Enri, quale sia la distanza “cosmica” tra la tua visione sui piccoli eroi di campanile (Genova contro Torino?). Ma l’hai letto articolo? La conosci o fai finta di non conoscere la storia, alpinistica e umana personale, che lega Alessandro a Gian Piero? Ci vieni a citare “i tempi Gianni Calcagno”? Ma tu lo sai che Alessandro e Gianni erano amici? Ma l’hai letto il commento di Ugo Manera qui? 
     
    No. Dici:
    “Tutti noi avremmo potuto scrivere I Falliti in un certo momento della nostra storia alpinistica individuale”.
    Probabilmente non ti rendi conto della tua arroganza da “accademico”…, dell’università della “prospettiva storica” di sto cazzo. Che vile scappatoia, l’evitare tutti i temi trattati dall’articolo e metterla giù sulla critica ad un articolo, che tu leggesti da adolescente e non lo trovasti sto granchè, in confronto a Topolino.
     
    Non sarei intervenuto perché, persone come te (o come quello che vuoi apparire) ne è pieno il mondo e non porta niente averci una minima dialettica. Alessandro li chiama, se non ricordo male, i “semplici” e forse lui non ne da un giudizio morale, ma io sì. Per me sono persone che se ne vogliono stare rintanate dentro la loro grotta, con quattro regolette pseudo razionali a cui attaccarsi. 
     
    La “prospettiva storica”? La “vostra storia alpinistica individuale”? Ma di cosa/chi stai parlando?
    Fai davvero ridere 🙂
     
    No. Quello che mi ha fatto davvero incazzare è la tua frase: 
     
    “detto questo ho la massima comprensione e rispetto per l’uomo Motti che, come tutti, ha diritto di essere rispettato e ricordato con affetto.”. 
    E’ una affermazione che sembra di pacato equilibrio e “comprensione” umana, ma che trovo invece subdolamente, umanamente molto cattiva, che riduce la vita, l’opera, di uno specifico uomo molto speciale, ad un 1-vale-1, perché si rispetta tutti, anche ad un povero suicida senza grazia. Rispetto anch’io i vermi in fondo alle grotte. Sono anche loro creature di Dio.
    Ma forse infine davvero non capisci un bel niente di niente. Non capisci che Alessandro non sta parlando di storia, di alpinismo, di amore, del tempo cronologico o di “filosofia”. O meglio, sta parlando di tutto questo, ma per parlare infine di metafisica.
     

  10. 14
    palms says:

    @Enri commento 10: “Tutti noi avremmo potuto scrivere IFalliti”…
    Ti prego, non renderti ridicolo.
    Finchè scrivi di non aver capito Motti, susciti una sorta di simpatia naive, ma  quando ti proponi come suo pari… – ti prego di non renderti ridicolo.
    ciao

  11. 13
    grazia says:

    Grazie, Alessandro, per averci aperto la porta del tuo vissuto così ricco di magia.

  12. 12
    Alberto Benassi says:

    Forse aMinti non jntetessava dare una spinta all’arrampicata, nel senso della difficoltà, o forse si, ma si era accorto di non averne gli attributi?

  13. 11
    Alberto Benassi says:

    Commento 10
    Sarebbe servito a fare dell’alpinismo e dell’arrampicata delle attività oltre che gestuali anche  intellettuali, culturali. A far vedere che  non c’è solo grado, difficoltà ma anche filosofia. A far vedere a una certa società che dietro una apparente dura scorza gli uomini di montagna sono tutt’altro.

  14. 10
    Enri says:

    Per commento 8. Non mi sembra poco, solo che mi chiedo cosa abbia a che fare con l’evoluzione dell’alpinismo. Tutti noi avremmo potuto scrivere I Falliti in un certo momento della nostra storia alpinistica individuale. E a che cosa sarebbe servito?
    ripeto, personaggio e scritti sopravvalutati a cui si e’ data una eco ingiustifcata. Poi ogni uomo ha un senso irripetibile nella storia ma cio’ non toglie che chi diede una spinta eccezionale al cambiamento dell’arrampicatw non fu certo Motti. Se poi lo si vuol difendere a prescindere perche’ piemontese o torinese, fate pure. Cio’ non cambia il suo apporto all’alpinismo italiano che resta del tutto modesto.

  15. 9
    Massimo Ginesi says:

    Forse la grandezza della persona risiede nella sua complessità e nel contributo di idee e visioni. Il pezzo mette in luce molto bene, ed maniera anche poetica, questo aspetto, dato che L’alpinismo, e in generale l’evoluzione dell’uomo, è fatta di pensiero e non solo di azione.
     

  16. 8
    Alberto Benassi says:

    lessi ” i falliti”. Cio’ che ne ricevetti fu davvero la sensazione che chi avesse scritto quell’articolo fosse un fallito. 

    E anche fosse!?!?!
    Ti sembra poco ammettere di essere un fallito, di riconoscere i propri errori e metterlo per iscritto a disposizione di tutti.
    Una bella dimostrazione di sincerità, di  ammissione della personale debolezza e forse di richiesta di aiuto.
     

  17. 7
    Enri says:

    Come ho gia’ avuto modo di scrivere in passato, non ho mai compreso l’importanza che si e’ data a Motti per il suo alpinismo (tecnicamente molto normale e per nulla innovativo) e nemmeno per i suoi scritti. Fu in un pomeriggio in cui frequentavo la Biblioteca del Cai in Via Luccoli a Genova che, per caso, lessi ” i falliti”. Cio’ che ne ricevetti fu davvero la sensazione che chi avesse scritto quell’articolo fosse un fallito. Ed io, che avevo circa 15 anni, non avevo voglia di leggere nulla di simile. Anche dopo 30 anni, quell’articolo, riletto, non mi ha mai trasmesso nulla. Probabilmente la fama di Motti e’ tale nell’ambiente molto ristretto di una certa parte dell’alpinismo torinese di allora, come accadde in liguria ai tempi di Calcagno. Ma parametrato all’alpinismo italiano o mondiale mi chiedo che cosa abbia aggiunto. Riletto con una prospettiva storica, credo abbia aggiunto ben poco. Lo dice uno che da Genova si e’ preso la briga molto spesso di raggiungere la valle dell’Orco per la Via della Rivoluzione, Mangas Coloradas, Diedro Nanchez, Crazy Horse, Itaca… ma Motti non ci diceva nulla…. i nostri miti di allora erano Bonatti ( mito immortale per tutte le generazioni) ed Edlinger. 
    detto questo ho la massima comprensione e rispetto per l’uomo Motti che, come tutti, ha diritto di essere rispettato e ricordato con affetto.

  18. 6

    Ci ho trovato connessioni con il film di Roger Waters The Wall in cui con un amico di gioventù, viaggiando su una vecchia Bentley tra le gole del Verdon, ricordavano un episodio legato a un fulmine in cielo che segnò le loro esistenze. Waters scrisse anche la canzone Two sun in the Sunset https://youtu.be/_D37nDRzVQw Non ho mai creduto al caso, quindi chissà cosa c’è davvero sotto. Interessante!

  19. 5
    Albedrto Benassi says:

    grande articolo. Si può solo ringraziare di poterlo leggere.

  20. 4
    massimo ginesi says:

    \bellissimo ed emozionante. grazie. 

  21. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Bellissimo. 

  22. 2
    Ugo Manera says:

    Molto vero ciò che scrive Alessandro.
    Condivido sia il racconto dei fatti e le sue interpretazioni

  23. 1
    Umberto Vilfredo says:

    Bell’articolo, l’ho apprezzato molto. Giusto equilibrio fra analisi oggettiva e aneddoti personali. Complimenti

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