Di questo articolo esistono anche altre versioni:
quella più tecnica uscita sul #97 della rivista Neve e Valanghe di AINEVA:
https://aineva.it/pubblicazioni/neve-e-valanghe-97/
l’articolo originale, presentato alla conferenza ISSW (in inglese):
https://arc.lib.montana.edu/snow-science/objects/ISSW2023_O12.04.pdf
e la medesima versione, in italiano:
http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf
L’elefante ha partorito un topolino
(dove iniziare lo scavo? I numeri parlano chiaro!)
di Davide Rogora e Gianni Perelli Ercolini
(pubblicato su Lo Zaino n. 20, febbraio 2024)
Le novità sono presto dette. Quando mai ci si dovesse trovare a tentar di salvare la vita di un compagno di gita travolto e sepolto da una valanga, le operazioni di scavo vanno iniziate in prossimità della sonda andata a segno per localizzarlo. Mica balle: “… iniziare a valle, e spostarsi di tanto quanto è sotto…”, “… cominciare a scavare più indietro, del doppio della profondità di seppellimento…”; ecco, fate così e al vostro socio gli bruciate un tot di punti percentuali delle chances che avrebbe di scamparla se invece faceste come si dice di fare nel manuale dei CAIANI.

Nota bene, sepolto significa tutto sotto, non un po’ dentro un po’ fuori. Può esser poco o tanto, ma tutto. Poco è fino a mezzo metro con neve coesa, ovvero 70 centimetri con neve soffice. Soffice è quando lo scarpone vi sprofonda tutto, e in queste speciali circostanze il manuale specifica chiaramente come comportarsi diversamente.
Qualora fosse sotto un metro, la faccenda sarebbe già molto seria. Meglio non improvvisare, imparare ex ante un protocollo d’azione collaudato e ogni tanto allenarsi per evitare l’impedimento da ruggine accumulata. Così facendo, a parità di altre condizioni determinanti, si avrà quantomeno la coscienza in pace per aver fatto… tutto il possibile. Per la giustificazione tecnica di questa affermazione vedremo oltre, un po’ di pazienza.
Queste brevi note vorrebbero invece raccontare la storia, il dietro le quinte, di come e perché si sia giunti a ciò; e una storia che si rispetti dovrebbe allora cominciare così:
“C’era una volta il direttore di una scuola centrale di scialpinismo, di un grande e blasonato Club di alpinisti, che trovandosi a dover aggiornare i contenuti del manuale con cui insegnare, si pose l’ambizioso proposito di stabilire quali tecniche adottare, fra le varie possibili, sulla base di evidenze tangibili e ripetibili anziché sulla base della ‘voce dei senatori’…”.
Egli auspicava il dibattito “scientifico” di tutte le tesi in quello specifico ambito (l’intervento di soccorso in valanga) mediante il confronto fra tutti i portatori d’interesse: istruttori del Club, esperti in neve e valanghe, guide alpine e soccorritori, sia civili che militari per giungere ad una sintesi che superasse lo status quo del “noi facciamo così”, “quelli fan cosà”, “gli altri van per la loro strada”… come era. Correva l’anno 2012 (!) e seguirono alcuni incontri, qualche timida prova in campo, ma fu presto chiaro che fra dichiarazioni d’intenti e svolgimento di incarichi c’è di mezzo il solito mare del dire/fare.
La storia prosegue, e si capì ben presto che per arrivare a un dunque sarebbe stato più efficace concentrarsi sul dominio specifico di competenza, l’autosoccorso, procedendo il più speditamente possibile con le forze del Club e i pochi enti esterni concretamente interessati. Furono tempi di intenso lavoro. Sia concettuale, per osservare cosa/come si facesse in giro per il mondo, affinare le tesi pro/contra, specificare i protocolli più rispondenti all’esigenza. Sia, non certo meno importante e assai pratico con numerose e faticose sessioni di sperimentazione in campo, innevato. Sforzi che più di una volta hanno visto molti volontari dedicarsi alla causa dalle prime luci dell’alba, al far della sera.
Gestazione conclusa, travaglio assolto, nel 2017 la Scuola Centrale di Scialpinismo del famoso Club mette un punto fermo: l’aggiornamento del protocollo di autosoccorso in valanga è definito, e finito. Visto, si stampi!

Cosa c’era di così “nuovo” nell’elaborato offerto alla comunità didattica (ma non solo) del famoso Club? In sintesi, tre caratteristiche: lo stato dell’arte sul come fare, scelto in base ad evidenze oggettive e ripetibili; la progressività chiaramente indicata del cosa imparare, in funzione delle capacità iniziali dei soggetti interessati, distinte su tre livelli d’esperienza; l’abbandono dell’approccio enciclopedico, cioè il tentativo di descrivere tutte le tecniche note e possibili per amor di completezza.
Liberi tutti, allora, fino al prossimo aggiornamento, previsto per le calende e chi vivrà vedrà, se saranno romane o greche. Nel frattempo però si registrava, osservando fonti web o partecipando ad eventi rivolti ad un pubblico più ampio dei soli soci o allievi dei corsi del famoso Club, che i concetti del nuovo “manuale”, se non addirittura i medesimi contenuti, erano riutilizzati o addirittura copiati a piè pari, anche da altre figure di spicco tanto dalla sfera dei professionisti quanto da quella del soccorso organizzato, ma anche da volenterosi divulgatori o da accademia di noto brand di attrezzature outdoor. Però con una specifica e ricorrente eccezione: la prescrizione sul “dove iniziare a scavare”. Infatti, in queste fonti si trova la perentoria indicazione di allontanarsi dalla sonda andata a segno di una quantità multiplo della profondità di seppellimento.
E qui nacque il rovello. Ma perché questo aspetto era controverso? Quale poteva essere il motivo che animava i dissenzienti? Pur tornando con la memoria alle accese discussioni che caratterizzarono alcuni confronti, l’unico razionale ricordato era il primum non nocere perorato, fino ad accapigliarsi, dal più genuino fra i soccorritori per vocazione, cioè la motivazione sostenuta che “a rischiar di calpestare” il soggetto sepolto c’era da fargli più male che bene. Pur nelle more di un robusto approfondimento probabilistico, questa esigenza fu nondimeno contemplata nei c.d. casi speciali messi anch’essi “a manuale”.


La storia fa il suo corso ma il dubbio rimane e, un bel giorno, si decide di farlo fuori. Nasce cioè l’idea di affrontare tecnicamente la questione e fare ciò che occorre per provare se far così o far cosà conduce a risultati apprezzabilmente diversi. Un po’ come accertare che l’acqua bollente scotta, ma la ricerca è la ricerca, bellezza. Così come fior di accademici han dato una misura [1] al senso comune che in bici assistita si fa meno fatica o a pari fatica si va più lontano, checché sostengano gli strenui sostenitori del “si fa fatica lo stesso”, … noi ci siamo (auto)imposti di dare una misura agli effetti sussistenti fra iniziare a scavare da vicino o da lontano, dal punto di vista del soggetto sepolto, però.

Deciso, fatto. Grazie a tanti volontari che hanno aderito alla chiamata, chi di buon grado, chi un po’ sospinto, e sono stati parecchi, 72 per amor di precisione, sono state scavate tante buche (42), metà in un modo e metà nell’altro. Col metodo “a manuale” e con la variante che, senza voler esagerare per tirar l’acqua al proprio mulino, imponeva di allontanarsi dalla sonda ad una distanza pari a quella di seppellimento (1.3 m, per la cronaca), e non 1.5x o addirittura 2x come taluni tengono a raccomandare.

In questi esperimenti lo scopo è stato quello di misurare e registrare il tempo impiegato dai soggetti in azione (squadre di 3 elementi ciascuna) per raggiungere due traguardi essenziali al tentativo di salvare la pelle al compagno: individuare la punta della sonda, ovvero capire da che parte ha la testa e allargare il buco fino a tot (80 cm, verificati), cioè potergli liberare naso/bocca e di conseguenza anche il torace. Farlo respirare, insomma.
È saltato fuori che a cominciare da lontano ci si mette più tempo. Bella scoperta! Verrà da dire a qualcuno. Ma, risparmiando lo spiegone statistico (che si può però leggere nell’articolo tecnico [2]), aggiungiamo che la differenza è proprio reale, non è imputabile al caso o alle inevitabili imprecisioni di misura o al particolare gruppo di persone che hanno svolto i test. È significativa e in media si tratta di due minuti e mezzo in più. A questo punto: fate un bel respiro, trattenete il fiato … e provate a contare 1001, 1002, 1003 … fino a 1150. Anzi no, a ben pensarci quelli che scavano potrebbero essere i sottoperformanti, rispetto alla media; ecco, allora continuate a contare: fino a 1260! Siete ancora lì?
Più passa il tempo, meno probabilità restano di scamparla. La c.d. curva di sopravvivenza è arcinota a chiunque abbia sentito parlare almeno una volta di valanghe e (auto)soccorso, e tutti avranno ben in mente la soglia dei 15-18 minuti oltre la quale pressappoco solo 1 su 3 riescono ad evitare l’asfissia. Forse è meno consueto pensare a questa circostanza come un tasso di riduzione, una candela che si spegne alla velocità di circa -2.8 punti percentuali, per ogni minuto che scappa via … da cui è immediato ricavare quanti se ne sciuperebbero a non fare come dice “il manuale”: mediamente -7% ma, se cascassimo male, fino anche -12% o peggio. Meditate gente, meditate.
Siamo andati a raccontarlo anche all’International Snow Science Workshop 2023, la conferenza periodica che riunisce da tutto il mondo professionisti, educatori e accademici impegnati a vario titolo in tema neve e valanghe, per confrontarsi sugli esiti delle più recenti ricerche. Non si è messo a ridere nessuno, anzi, a seguito della presentazione dei risultati, anche la Commissione Soccorso in Valanga di CISA/IKAR ha richiesto una replica durante il congresso annuale che nel 2023 si è svolto proprio in Italia, a Dobbiaco.
Fine della storia, sperando che il topolino scaturito dallo sforzo dell’elefante possa indurre una stilla di riflessione a chiunque voglia o debba raccomandare o praticare un agire metodico attuando il disseppellimento di un soggetto coinvolto in valanga.
Ci abbiamo impiegato un sacco di tempo e uno sforzo notevole; siamo riconoscenti a tutti quelli che hanno “lavorato per la scienza” scavando con impegno, agli scienziati veri che ci han dato una guardata per controllare di non andar dicendo fesserie, ma soprattutto siamo contenti di aver fatto un lavoretto con buona volontà e destinato agli altri, proprio come abbiamo imparato a fare da quel Direttore da cui questa storia è cominciata e al quale ci ispiriamo in un ricordo struggente.
Sursum corda.
Note
[1] Mountain bike a pedalata assistita, V. Mitterwallner et al., Journal of Outdoor Recreation and Tourism, 2021 https://doi.org/10.1016/j.jort.2021.100448 – Traduzione IT in: Mountain bike a pedalata assistita – GognaBlog (sherpa-gate.com)
[2] Dig close, dig fast. A study on the consequences of excavation start point choice in avalanche companion rescue, Davide Rogora et al., International Snow Science Workshop Proceedings 2023 http://arc.lib.montana.edu/snow-science/item/3023 Traduzione IT qui: http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf
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98@ EXPO
Io non invito nessuno, ne come istruttore, ne a titolo personale fuori dai corsi. Però per come la vedo io, si danno degli esempi. Si possono dare in un senso o in un altro. Quando si invita a parlare difronte ad un pubblico una personalità che fa un’ attività estrema e lo si riempie anche di COMPLIMENI per la sua bravura e per il suo coraggio, si da un messaggio, a di là che lo si inviti o non lo si inviti a raccoglierlo. Se mi leggo un libro di Gervasutti, di Bonatti, ect. mi posso anche immedesimare. Quante volte si dice che su certi libri di alpinismo si è sognato, ci siamo immedesimati nelle avventure li raccontate. Tante volte possono essere stati motivo di stimolo per affrontare una certa scalata, a me è successo. Sono andato a fare quella scalata dopo che ne ho letto il racconto dell’apritore, o del primo solitario, o del primo invernalista. Poi ognuno di noi queste cose le vive in maniera diversa.
Anche con EAGLE TEAM il CAI da un esempio. Un esempio ai giovani di grande alpinismo.
97@ Fabio. Viene fatto.
@ Alberto BesassiUn allievo di un corso certo che lo metti in guardia che l’alpinismo è pericoloso, ma ad una sua domanda, non gli puoi dire che l’alpismo solitario non si fa. Non gli puoi dire che da soli in montagna non ci si va, perchè è un falso. Magari gli dirai che si fa dopo aver maturato tutta una serie di esperienze, maturato una capacità tecnica, un’abilità, una consapevolezza a quello a cui ti esponi.Beh , ma questo non mi sembra cambi la natura dell’associazione Cai.Penso che nessuno in veste di istruttore inviterebbe qualunque allievo a praticare attività particolarmente aleatorie ; però perchè non ascoltare in una serata quello che hanno da dire personalità dell’alpinismo estremo , free soloers come il compianto Dan Osman o come Alex Honnold , che non si capisce bene come facciano a fare quello che fanno slegati dove noi non ci teniamo neanche..Penso che un allievo su 100 aspiri ad arrampicare slegato su difficoltà classiche , e uno su 10.000 su difficoltà limite.Gervasutti era un simbolo di grande alpinismo , ma non credo ne lui ne il cai volessero proporre come obbiettivo del caiano l’audacia a rischio della vita come i primi salitori della N dell’Eiger , che per una medaglia di Hitler sono morti a decine su una parete nemmeno tanto bella.
A mio giudizio, ciò che – alla prima lezione – si deve insegnare agli allievi dei corsi di alpinismo è quanto segue:
1) L’alpinismo è pericoloso.
2) Ciascuno di voi, giovani allievi entusiasti dei monti, ci può lasciare la vita.
3) Potreste accopparvi perfino usando la massima prudenza.
4) Se, nonostante i punti 1), 2) e 3), avete ancora l’intenzione di imparare a scalare, noi vi insegneremo a ridurre i rischi. Non a eliminarli.
5) Chi non è capace di assimilare queste considerazioni fondamentali è pregato di ritirarsi dal corso e accomodarsi in segreteria: gli sarà rimborsata la quota di iscrizione.
6) Cosí è, che vi piaccia o no.
Crovella, hai i paraocchi come i cavalli.
Gervasutti avrà anche potuto intendere tutto l’opposto, sempre che non sia una tua interpretazione (magari errata) alla fine quello che conta è il messaggio che dai e che viene recepito.
Un allievo di un corso certo che lo metti in guardia che l’alpinismo è pericoloso, ma ad una sua domanda, non gli puoi dire che l’alpismo solitario non si fa. Non gli puoi dire che da soli in montagna non ci si va, perchè è un falso. Magari gli dirai che si fa dopo aver maturato tutta una serie di esperienze, maturato una capacità tecnica, un’abilità, una consapevolezza a quello a cui ti esponi. Altrimenti non ha senso che le sezioni CAI, ad esempio, organizzino serate invitando alpinisti che fanno un’attività estrema, alpinismo solitario, ect., che li applaudano, li eleggano davanti ai loro iscritti protagonisti e grandi campioni. Perchè questo è dare un esempio. Non sarà un esempio didattico, ma esempio resta.
Attenzione e poi SPERO DI CGHIUDERE CON GERVASUTI, INQ UESTA SEDE. Anticipo una obiezione: eh ma il libro di gervasutti si chiude con la famosa frase: sempre dirai al giovane che guarda alle montagne “osa, osa sempre e sari simile a un dio”. Questa frase ha ingenerato un mega equivoco e non solo in voi. Non la si comprende bene e GG la riferiva al solo alpinismo di vertice, cui è esclusivamente dedicato il suo libro. MA NON NE HA MAI FATTO IL SUO MANTRA IN SEDE CAI, meno che mai nei momenti didattici ufficiali. Fior di bibliografia testimonia questa mia tesi. Chi vuole approfondire il tema, sa come farlo, per cui non vado oltre. Tuttavia mi preme smontare questo MEGA EQUIVOCO che emerge sistematicamente in chi pensa che quella frase sia l’essenza dell’intero l’alpinismo e di conseguenza sostiene che il CAI quel particolare messaggio dovrebbe diffondere. Il CAI è l’antitesi di tale frase e lo è fin dalla sua costituzione e in particolare lo è nella sua finalità didattica, che ha infatti obiettivi diametralmente opposti.
Ma accidenti mi pare semplice il concetto che ho già dovuto esprimere alcune volte! Ho usato “caiano” riferito a Gervasutti per indicare che GG NON frequentava il CAI né vi investiva gran parte del suo tempo per diffondere l’alpinismo di vertice e/o spingere i giovani a osare. Bensì si attivava per istruire gli alpinisti medi (spesso destinati a rimanerle tali) affinché affrontassero la montagna con “cognizione” (come si dice a Torino). In pratica GG è sempre stato molto impegnato per s-cannibalizzare i cannibali. I caiani, in estrema sintesi, sono quelli che approcciano la montagna senza cugnissiun. poi accanto a tale impegno istituzionale, GG ha innegabilmente vissuto momenti di alpinismo di vertice. ma l’errore è confondere le due cose e soprattutto pensare che GG, essendo un alpinista di punta, facesse proseliti in tal senso quando “indossava” la divisa da istruttore. La sua lucida impostazione della Scuola Boccalatte (di cui è stato direttore per più anni) ha dato l’imprinting iniziale all’architettura della didattica torinese. io dico che noi istruttori torinesi siamo tutti “figli” di Gervasutti, non in termini di volerlo emulare nell’alpinismo di punta, ma come rigida finalità nel ruolo di istruttore CAI. E’ rimasto dai suoi tempi fino a oggi e la tradizione si prolungherà sicuramente
Io pero’ non penso che il compito del Cai sia quello di formare delle :”formula uno” dell’alpinismo.
Giusto va’ inquadrato nel suo momento storico senza tirarlo per la giacchetta piu’ di tanto.
Cambiando discorso , a volte mi sembra che l’aspetto prestativo stia diventando dominante , e che gli “atleti” stiano prendendo spazio ai “poeti”, che un certo tipo di amore per la montagna si stia trasformando in amore per le trazioni e la meccanica.
Possibile ?
Credo che il caiano dei tempi di Gervasutti non abbia nulla a che vedere col caiano attuale.
Solo negli anni ’70 ricordo che al Cai si incontravano fior fiore di alpinisti, per questo mi aveva attratto. Nel tempo si è sviluppato il modello che punta alla quantità e non alla qualità. Il guizzo dell’Eagle team servirà solo a tirare su dei giovani che vorranno fare le guide e non che aspirano a fare l’istruttore del Cai.
Il Cai odierno mi sembra in un’impasse da cui potrà uscire solo, come sostiene giustamente Crovella, quando eliminerà i falsi soci. Quelli da polentate, numerosissimi, e tutte le contraddizioni che ha al suo interno.
Corrette le segnalazioni bibiografiche, ma tutta il “lavoro” didattico di Gervasutti è decisamente poco noto. Se uno si limita alla sua autobiografia, esclusivamente limitata alle sue imprese di vertice, resta con l’idea che GG sia SOLO un alpinista di punta, cioè che sia andato in montagna SOLO in quel modo e a fare SOLO quelle cose. Invece c’è tutta un altro aspetto della sua attività: è stato un istruttore molto “caiano” (applicando terminologie attuali) e si deve a lui l’impostazione originaria della didattica torinese (e non solo…) le cui evoluzioni si vedono ancor oggi. Il citato manuale del 1935 è esplicitamente rivolto agli alpinisti “medi”, non a quelli di punta. Mi fermo qui, chi fosse interessato, sa dove pescare le informazioni.
Ho sempre avuto la sensazione che si tenda a parlare, giudicare e a cucire etichette addosso a chi, non essendoci più, non può replicare. Il povero Gervasutti, al di là delle doti alpinistiche, mi è sempre sembrato uno di questi.
Le migliori fonti per conoscere la personalità e le scalate di Giusto Gervasutti sono, prima di tutto, la sua stessa autobiografia alpinistica e poi gli scritti degli amici e di quanti lo conobbero di persona: Renato Chabod, Paolo Bollini, Massimo Mila, Lucien Devies e Gabriele Boccalatte. L’elenco delle ascensioni fu compilato da Andrea Filippi.
Ringrazio ancora il buon Carlone per la sua ricerca su Gervasutti.
L’opera piú completa sul Fortissimo si deve alle Edizioni Melograno (1985), ovvero ad Alessandro Gogna; essa contiene, oltre all’autobiografia, numerosi altri scritti.
Ricordo che Gervasutti, insieme a Chabod, fu autore del manuale Alpinismo (ed. CAI, 1935).
2) Può darsi che, all’interno del modello centralizzato (che a me pare oggettivo e indiscutibile, senza possibilità di interpretazioni personali), io sia portato a enfatizzare la struttura gerarchica, ma non sono certo esser l’unico, quanto meno nel filone torinese in cui mi inserisco (che contribuisce sistematicamente sia con elementi nella CNSASA sia nella Scuola Centrale): direi che, al risultato finale del modello didattico CAI, contribuisce molto di più il “mio” ambiente ideologico di quelli antitetici. 3) Su Gervasutti dimostrate una generale confusione. Vi invito ad acculturarvi con maggior precisione, sia perché il personaggio è molto affascinante, sia per evitare di andare fuori dal seminato. se vi infastidisce, per partito preso, leggere le mie ricerche su Gervasutti, ci sono altri libri altrettanto validi, per esempio quello di Enrico Camanni
Lascio spazio a un prossimo articolo. Qui mi limito a due precisazioni: 1) io mi riferisco alla struttura del modello didattico CAI, governato centralmente dalla CNSASA: per modello didattico intendo l’architettura gerarchica dello stesso, in una cascata che dalla CNSASA scende fino al singolo istruttore, il quale può “metterci del suo”, ci mancherebbe, ma entro certi range accettabili, cioè arrivare a messaggi didattici in contrasto con quello centralizzato (“spingere” non è compatibile con l’approccio ortodosso “maturo, consapevole e di massima prudenza”). Risposta a 82: le singole nozioni possono variare nel tempo, è l’oggetto degli aggiornamenti che a cascata scendono dalla CNSASA fino al singolo istruttore. Se norme sono in contrasto, vale il criterio cronologico (quella successiva sostituisce quella con data precedente), se incomprensibili o nebulose, trattasi di errori, quanto meno nell’esposizione. Ecco perché i manuali e le circolari da sole non bastano, occorre partecipare di persona agli aggiornamenti periodici.
Ovvero trattasi di caso realmente molto, molto poco prevedibile da qualunque tabella, esperto, “liberi tutti” o Gran Mogol che sia!
Pare che nessuno sia salito sulla famosa cornice, perché, pare, che la cornice, molto più in alto degli scialpinisti, si sia staccata per i fatti suoi innescando la valanga in questione.
77. Nessuno ha mai parlato di corso CAI, ma a parte questo, che nulla c’entra con l’esito della gita, anche tu evidentemente fai parte di quella categoria di individui che, per difendere l’indifendibile, sono pronti a trovare tutte le scuse possibili pur di evitare responsabilità. Il fatto che sia caduta una cornice, non fa altro che dimostrare l’inesperienza di chi ci ha accompagnato sopra dei ragazzini. Cazzo ma tu che vai in montagna da una vita non sai che esistono le cornici? Per favore dai, basta scuse! E questo senza nemmeno considerare il grado 4. Quindi la classica toppa riuscita peggio del buco.
A proposito dei corsi CAI prudenza bla bla bla, sicurezza, bla bla bla, chiederei a Crovella di commentare questo:
https://gognablog.sherpa-gate.com/unuscita-anomala/
#75 Crovella.
Incuriosito dalle sue parole relative alla “precisione delle norme centralizzate” ho cercato i documenti relativi ai corsi di cui lei parla. Approfitto quindi per chiederle due cose:
Mi riferisco al documento “CNSASA – Regolamenti dei corsi sezionali Aggiornamento 11 settembre 2010 (Ver. 3.0)”. In quel documento c’è una tabella intitolata: “Tabelle difficoltà nella progressione e nelle manovre nei corsi sezionali a uso didattico – CNSASA 11-09-10”. In una colonna c’è scritto: “Difficoltà max (anche superabili)”. In riferimento a quanto da lei sostenuto, come va letta quell’informazione? Perché a me non pare una informazione così univoca e precisa.
Cercando ho notato che ci sono documenti diversi che hanno lo stesso nome: “CNSASA – Regolamenti dei corsi sezionali Aggiornamento 11 settembre 2010 (Ver. 3.0)” uno però ha 72 pagine, l’altro 89. Come posso distinguere quello valido? Perché anche questo non lo trovo così chiaro e preciso, bensì fuorviante.
Per curiosità vado sul sito ufficiale del
C.N.S.A.SA.
e scopro che il Direttore è un mio carissimo amico!
Fantastico, così avrò informazioni e delucidazioni dal Capo Supremo!
😀
Giusto Gervasutti, a differenza ad esempio del “libertario” Cassin non è morto nel suo letto ma mentre si ritiravano per maltempo al Mont Blanc du Tacul, una doppia incastrata ew il tentativo di risalire a sbrogliarla non riuscito. Quindi, neanche le manovre più basilari (assicurarsi risalendo) o uno sguardo al tempo in peggioramento. Eviterei di farne un mito del caianesi e della didattica caiana…
Crovella, credo che Benassi ti stia dicendo che lui non va contro le direttive didattiche e di proposito del Cai sulle scuole di alpinismo, ma semplicemente che, assodato quello (che darei per scontato) un istruttore può metterci del suo, del suo vissuto, della sua esperienza e capacità, del suo modo di fare e agire della sua empatia, del suo essere umano!
Non penso che un istruttore per il quale la libertà sia un valore imprescindibile, spinga i suoi allievi a scalare senza corda, a proteggersi poco o a mettere le bombe. Semplicemente sarà lui stesso, quando fa l’istruttore o tutte le altre cose. Abbasso la conformità e la mancanza di originalità!!
E non venirmi a dire che lo penso perché ho dei problemi. I problemi, da quello che scrivi devi averli tu.
Se sei un po’ sveglio lo capisci.
L’incidente esiste , pero secondo me i piu’ esperti dovrebbero insegnare a diminuire il rischio.
Se questi ragazzini li avessi portati io in giro con il pericolo 4 , qualche dubbio me lo sarei posto.
Quanto alle facolta’ divinatorie della neve , e’ vero che esistono condizioni generali , condizioni locali , e singoli pendii , pero’ io che nella vita faccio un altro lavoro , prendo per buono quanto mi dicono i nivologi sulla stabilita’ della neve.
Ovviamente poi non si vuole imporre nulla a nessuno : chiunque puo scegliere se rischiare
Stanno uscendo le prime informazioni (alcune non sono ancora certe) corrette su quanto accaduto. NON SI TRATTAVA di Corso CAI di sci alpinismo e nessun Istruttore CAI era presente. Non è ancora certo a chi fosse affidata la conduzione tecnica della gita. Indipendentemente da tutto gli incidenti possono capitare e come dice Cominetti il crollo senza sollecitazioni di un pezzo di cornice ( è quella che ha causato la valanga) e difficilmente prevedibile.
Quelle aquile del CAI.
Già.
Allevare una covata di marmittoni con la speranza che una chioccia di rango li tramuti in alpinisti di vaglia destinati a grandi imprese:
c’è della ingenuità unità a pressapocaggine in questa idea dagli esiti assolutamente non garantiti e, se nel caso realizzati, di difficilissima capitalizzazione per il CAI. È impossibile produrre il genio, nasce dal caso, al massimo avremo bravi ripetitori e buone guide.
Sara interessante vedere, nel caso di riuscita dell’esperimento, come i brand che coopteranno questi giovani tra i loro testimonial saranno disposti a convivere con l’etichetta CAI.
L’idea di costituire un team di eccellenza non è però cattiva. Poteva essere l’occasione per promuovere le eccellenze locali: riunire il meglio delle risorse interne, cioè gli istruttori di alpinismo, motivarli a fare salite di grande respiro sui nostri monti, in fondo la I sta per Italia, e una volta tornati nelle scuole di appartenenza costituire un plus di valore, rimanendo nell’ambito del volontariato.
Invece si è fatta una scelta xhe non è ne carne ne pesce, perche il CAI non ha le risorse economiche e istituzionali per cooptare questi giovani, che si sono iscritti al sodalizio per cogliere l’occasione.
Sicuramente non sono toscano, ma continua a sfuiggirti il principio per cui, nel mondo doidattico del CAI, NON valgono le scelte individuali né le consuetudini locali ecc. Il modello è definito con PRECISIONE da normative centralizzate (CNSASA) che volgono per tutti su tutto il territorio nazionale. Ribadisco che non ha senso sprecare spazio nei commenti per spiegare a te e agli altri come sia organizzato il modello didattico del CAI (scriverò un articolo sul tema, spero che Gogna lo pubblichi), ma mi permetto di sottolineare che tale modello centralizzato non è stato concretizzato l’altro ieri, bensì da almeno 25 anni… Non comprendo come singoli istruttori e/o responsabili (sia di scuole che di area) possano ragionare e/o accettare ragionamenti e comportamenti altrui (dei soggetti di cui hanno esplicitamente sia responsabilità che CONTROLLO), in termini diversi o addirittura contrastanti rispetto a una realtà che é NOTA a TUTTI da circa 25 anni.
Crovella, si vede proprio che non sei toscano .
Anche su Gervasutti hai capito una mazza. Gervasutti era caianissimo, applicandogli una terminologia dei giorni nostri. Alternava prestazioni da alpinista di vertice a normalissime uscite ufficiali e didattiche con allievi sconosciuti, che portava ad arrampicare sul II e III grado per “formarli” come dio comanda affinchè potessero poi andare da soli in sicurezza, magari continuando a fare II e III. Le basi della didattica torinese, tanto nell’alpinismo quanto nello scialpinismo, sono state “impiantate” da Gervasutti: l’obiettivo, fin dai tempi di Gervasutti NON era produrre alpinisti di vertice, ma insegnare a “normali” alpinisti della domenica ad andare in montagna con la testa sul collo. L’idea di Gervasutti “solo” alpinisti di vertice è imprecisa così come una lettura del suo personaggio in termini di misoginia, frustrazione e rifugio nel grande alpinismo per compensare l’infelicità esistenziale di fondo. Gervasutti è un caleidoscopio molto articolato e complesso e vederlo “solo” come alpinista di punta è una gravissima imprecisione. Ha vissuto epiche giornate di alpinismo di vertice, e chi lo nega? Ma non ha mai cercato di fare proseliti in tal senso, specie nelle vesti di istruttore, dove invece ha impostato un’attività molto rigorosa (peraltro nel solco della tradizione torinese).
@70 Continui a girarti in un profondo equivoco. “alpinismo in ogni sua manifestazione”… tale affermazione NON è la legittimazione a livello istituzionale di scelte individuali. Se a te fa piacere cercare nella montagna la “libertà”, questo è legittimo, ma è una TUA scelta, non puoi pretendere che il CAI la comprenda come sua scelta istituzionale. Secondo: nelle austere scuole torinesi di montagna, specie quelle di scialpinismo, vale il detto “istruttore lo sei sempre“. Significa che NON ti comporti da istruttore “solo” nelle uscite ufficiali, ma anche E SOPRATTUTTO in quelle private. infatti che coerenza esprimi se una domenica sei “rigoroso” e quella dopo sei “libertario”? O in te domina la prima mentalità, e allora sei SEMPRE rigoroso, o domina la seconda e allora non dovresti, per coerenza, fare l’istruttore CAI. Cmq, inutile continuare se non ci vuoi “arrivare”. Anche perché non devi render conto a me, che sono solo un istruttore. Però sono stupito che il direttore della tua scuola non ti riprenda e che, a monte, i responsabili la commissione TER (Toscana Emilia Romagna) non faccia notare al tuo direttore che un suo istruttore si esprime “fuori linea”. Da noi è impossibile una cosa del genere, innanzi tutto perché i controlli sono molto severi, ma poi perché la mentalità è tale per cui chi ha un’altra “testa” non si trova bene e manco si iscrive come allievo…
Bertoncelli, se resti a casa sicuramente non finisci sotto a una valanga.
Pensa che faccio una gita con le pelli quasi ogni giorno per tutta la stagione e non guardo mai il bollettino valanghe. Guardo la neve.
Il crollo di una cornice rientra tra le fatalità almeno al 70%.
66@ Crovella, sei troppo inquadrato schematico per miei gusti. Non vedi oltre.
Lo statuto dei CAI recita:
“Alpinismo in ogni sua manifestazione” io me lo spiego in libertà, secondo il proprio stile, la propria personale filosofia.
E’ pacifico e auspicabile che un istruttore CAI durante i corsi deve attenersi a certe regole didattiche, regole di prudenza e di responsabilità legale e morale. Ma questo non vuol dire che debba tagliare le ali a chi può e vorrebbe volare. Non si può remare indietro.
Ma sei troppo inquadrato, schematico, per capire. Mi miraviglio che tra i tuoi idoli ci sia uno come Gervasutti.
Valanga alla Forcella della Neve (vedi articolo su montagna.tv).
Il grado di pericolo valanghe era 4 su 5. Ciò nonostante:
1) In zona c’erano almeno 50 scialpinisti!
2) Tra costoro la guida alpina a capo del gruppo del CAI di Forni Avoltri.
3) Uno dei soccorritori, finanziere, ha dichiarato: “Le condizioni di pericolo nella zona non erano elevate, è stata una fatalità”.
“Pericolo non elevato” con rischio 4! “Fatalità” con rischio 4!
4) Dalle fotografie allegate all’articolo ciascuno può rendersi conto delle condizioni della neve.
Purtroppo in montagna le disgrazie succedono anche con la massima prudenza. Però andarsele a cercare a tutti i costi è il colmo.
guai a chi riconosce i propri errori, non è da vero maschio (mi ricorda qualcuno…).E si capisce !
60. È sufficiente come conferma?
https://www.montagna.tv/235698/ragazza-di-14-anni-travolta-da-una-valanga-durante-una-gita-organizzata-salva-ma-quanta-imprudenza/
Quanto a 59, se il tuo commento voleva essere ironico, sei andato fuori tema non avendo nemmeno letto ciò che avevo scritto.
Guarda hai un minestrone in testa che fa spavento. Non occupo indebitamente spazio nei commenti, ma vedo che non recepisci neppure quello che ti ho spiegato ieri: l’EAGLE TEAM NON fa parte del modello didattico centralizzato del CAI. E’ un’altra divisione. Superfluo stare a spiegare, ora, per filo e per segno le differenze. Ma certo è che all’EAGLE TEAM non si può iscriver qualsiasi socio CAI, ma una selezionata schiera. E’ la “squadra corse” del CAI, progetto che approvo in pieno, ma NON fa parte del modello didattico centralizzato. mescolare le due cose è un errore madornale. Inoltre, se ti riconosci nella mentalità e nella finalità dell’EAGLE TEAM, allora fai l’ “istruttore” al’EAGLE TEAM e non uno dei “normali” istruttori CAI, che sono invece inquadrati nel modello della CNSASA. C’è un equivoco talmente profondo (non solo in te, ci mancherebbe) che chiederò a Gogna di pubblicare un mio articolo sul punto, perché seva chiarire la questione una volta per tutte
Crovella,…. “le autorità” …. mi fai proprio ride!!!
Te l’ho già detto, prima di essere un istruttore CAI, sono un alpinista, e prima ancora sono un essere pensante e non un bimbetto da sculacciare.
Quindi a me non mi striglia nessuno.
Certo che rispetto le regole, e ci metto anche impegno nelle attività che faccio per il CAI. Ma sulle cose che non condivido mi sento in diritto di dirlo e anche di rifiutarmi di farle. Se al CAI gli va bene, meglio, altrimenti pace e bene. Non sono stipendiato dal CAI.
La didattica del CAI invita gli allievi ad un approccio prudente e rigososo. Ma oggi in CAI spinge. Eccome se spinge!
Basta vedere l’ EAGLE TEAM a creare un gruppo di giovani di elite. Se non è spingere questo. Iniziativa sulla quale all’inizio avevo dei dubbi, ma che condivido, perchè per questi ragazzi è una grande opportunità. E ai ragazzi le opportunità gli vanno date.
L’alpinismo per me è un’espressione di libertà, se vuoi puoi anche leggere anarchia.
Che ci sia scritto o non scritto sui manuali o sui regolamenti, non mi fa certo cambiare idea.
“Camminare su una cresta bianca è una delle avventure piú emozionanti, che ci si trovi sulle Alpi, nelle Ande o sull’Himalaya. Camminare sopra l’abisso su un esile filo ci fa sentire vicini al limite. Raggiungere la vetta proprio da questa via e dominare i suoi pericoli e difficoltà: questa è la nostra meta.
E osarlo è la nostra libertà.”
(Kurt Diemberger, Alpinismo moderno, a cura di Giancarlo Del Zotto, 1970)
A Crovella non piace il solo nominare la parola libertà. Lo urta. E lì parte la filippica. Descontrol total!
Sul tema specifico “modello didattico”,poco rileva la mia speranzadi montagna in camicia nera. Il modello didattico è ormai centralizzato e governato dalla CNSASA e dalla Scuola centrale. Prendete i manuali degli ultimi 20 anni e trovatemi una sola volta in cui sia scritto roba tipo “montagna regno della libertà” oppure “spingere gli allievi a..”, oppure “in montagna va dove di porta il cuore”. MAI neppure una volta. Troverete invece solo affermazioni della serie: “approccio alla montagna rigoroso, consapevole, prudente”. Questa è la linea guida e che piaccia a me è irrilevante. Il tutto scende a cascata dalla CNSASA alle commissioni regionali/Scuole regionali che controllano l’operato delle singole scuole, sia a priori (analisi dei programmi e timbro di nulla osta) che a posteriori (resoconto consuntivo di ogni annata). Se c’è qualcosa che non è in linea, le autorità regionali strigliano i direttori di scuola che a loro volta (se del caso) devono mettere in linea anche ogni singolo istruttore. Il modello è questo, è constatazione oggettiva. Resto perplesso che nessuno abbia spiegato all’istruttore che, se vuole fare l’istruttore CAI, deve attenersi alle regole cogenti del CAI. A Torino sarebbe inconcepibile, c’è una mentalità nelle scuole per cui, se la pensi diversamente, manco ti iscrivi come allievo, figurati fare l’istruttore. Ma sono stupito che il direttore di scuola non gli abbia segnalato la questione… Nessuno deve rendere conto a me, ma alle rispettive autorità di competenza.
Resto
Questo è sicuramente vero e non lo contesto. Poi si può discutere sulle modalità.
Quello che contesto è la speranza di mister Crovella, che vorrrebbe una montagna fatta a sua misura, e tutti in camicia nera, di un obbligo del patentino per andare in montagna. Se il legislatore dovesse portare avanti questo obbligo, mi aspetto dal CAI un intervento contrario al patentino.
Faccio solo presente che uno dei soccorritori intervistati ( della GdF) ha detto che si è staccata un grosso blocco della cresta di forcella che era li da tutto l’inverno e che le condizioni, a suo avviso erano tranquille. Dalle notizie apparse la squadra era li (stesso posto) per fare esercitazione. Se le informazioni riportate da Regattin sono confermate (io non ho trovato altre informazioni in rete sugli accompagnatori) si potrebbe fare qualche altra considerazione. Resta il fatto che con tutti i suoi difetti e mancanze il CAI con le sue scuole è sicuramente l’organizzazione che fa più formazione sulla sicurezza in montagna, sicurezza che come tutti ben sappiamo non toglie i rischi.
@ Luciano 58
Dentro questo forum la politicizzazione tocca livelli estremi e anche delle scelte idiote di due adulti appassionati di montagna che portano tre ragazzini e ragazzine a Forcella Bianca quando il pericolo e’ 4 , diventano per magia dei giovani balilla e ovviamente le loro scelte sbagliate sono uguali uguali a quelle del governo.
Il governo di chi ?
Di Conte ?
Nahhh , allora le persone andavano sulla neve in modo piu’ intelligente.
Di Prodi ??
Noooo !
Quell’anno in montagna non e’ morto nessuno.
E allora del governo di chi ?
Ma della Meloni raga !
Solo con questo governo la gente e’ cosi’ idiota da andare a sciare con il pericolo 4.
E pure , io ricordo almeno due casi in cui mi e’ capitato di partecipare a gite Cai con il 4 , e da parte mua non e’ certo un vanto.
Mi fido molto di chi redige i bollettini , e con il 4 , se proprio devo uscire , risalgo le piste.
Ma il governo non c’entra con gli errori o con il mood delle persone , semmai il contrario.
Il punto non è CAI o non CAI, lo è solo in parte. Quello che mi lascia basito è il modus operandi dei due adulti che ricorda molto da vicino quello di chi ci governa (non solo gli ultimi beninteso), riassumibile in due punti:
1. Negare sempre l’evidenza, trovando le cause al di fuori della propria sfera di competenza (la malasorte, il fato!), guai a chi riconosce i propri errori, non è da vero maschio (mi ricorda qualcuno…).
2. Con tutto quello che viene detto (anche qui sul blog) riguardo ad un certo tipo di educazione che si vorrebbe dare alle nuove generazioni, mi chiedo cosa avrebbero imparato i ragazzini da questa esperienza se non fosse caduta la slavina. Che si deve trasgredire, che, nel caso specifico, chi compila i bollettini valanghe non capisce una mazza e quindi c’è la lobby dei gradatori che tiene alto il grado per tenerci chiusi in casa, che l’importante è divertirsi, che in Italia funziona così e bisogna adeguarsi già da piccoli, che se la facciamo franca poi ci battiamo un cinque e via dicendo. Quindi benissimo che sia caduta la slavina, alla luce del fatto che è andata stra bene. Non so se sarà servito agli adulti e sinceramente non mi interessa, mi interessa e mi auguro invece che se ne ricordino al momento opportuno i ragazzini.
E’ inevitabile rettificare, sennò altri lettori credono che tali affermazioni siano davvero dette da me. Non ho MAI detto che il CAI deve STRONCARE le velleità individuali, ma che NON DEVE SPINGERE gli allievi, cioè deve lasciarli liberi di scegliere. Il CAI, attraverso la sua area didattica, deve fornire agli allievi la corretta forma mentis e le relative nozioni (anche “esercitate” sul terreno). Se poi un socio o una socia ha in sé il talento e le motivazioni, ben venga che segua il suo sogno. State tranquilli che, in un modo o nell’atro, al CAI di montagna se ne fa eccome. Inoltre sono decenni e decenni che sto dicendo che i soci CAI sono troppi perché nella sua grande pancia albergano quelli che io chiamo i “falsi” soci CAI, quelli che si associano per disporre di servizi vari (sconti, coperture assicurative ecc): liberarcene non sarebbe male. Lo dico da decenni!
“@54 se affermi una cosa del genere, mi spiace ma non hai capito niente di quello che ho spiegato. “
Dai Benasso, te lo ha già chiaramente spiegato:
“Se tutti i soci CAI fossero obbligati (da una norma di regolamento CAI) a partecipare con profitto ad un ciclo didattico pluriennale di una delle tante scuole CAI (di ogni disciplina), inizieremmo a eliminare i cannibali che sguazzano dento alla pancia del CAI.”
Il CAI si troverebbe con 1/100 di soci, ma tutti ben allineati, in divisa e con la patacca e il quagliotto dorato, perfettamente addestrati all’autosoccorso in caso di valanga, frana, annegamento, ferita o attacco appendicite e comandati con mano ferma ma paterna sollecitudine dal Gran Visir de tutt i Caian.
Peccato però che tra addestramento, ripasso, corso di aggiornamento, stiratura divisa e lucidatura del quagliotto non andrebbero mai in montagna…che poi è il modo migliore per evitare incidenti, diminuire i cannibbbbali e non rovinare le terre alte.
@54 se affermi una cosa del genere, mi spiace ma non hai capito niente di quello che ho spiegato. Non voglio esser offensivo, ma è la realtà, è corretto sottolinearlo. Ovviamente non sto a ripetere cose che, nei commenti sottostanti, sono scritte in modo chiarissimo.
Primo non è un obbligo essere soci cai.
Secondo non sono i soci ad avere bisogno del Cai ma caso mai è il contrario.
Voglio vedere come farebbe il CAI se i soci lo abbandonano.
Quindi: non diciamo minchiate.
@ 50 ( rose )
Recentemente ho dovuto spostare delle vecchie rose. Si calcola per approssimazione che una pianta ha tanto di foglie quanto di radici
Credo che in questo caso per fare sopravvivere abbastanza la rosa interrata sia utile concentrarsi sulla “patata” ,specie con panico e scarsi mezzi ; un quarto d’ora puo’ passare molto in fretta.
Episodi come quello raccontato dimostrano quanti cannibali, purtroppo, si annidino nella grande pancia del CAI. Se tutti i soci CAI fossero obbligati (da una norma di regolamento CAI) a partecipare con profitto ad un ciclo didattico pluriennale di una delle tante scuole CAI (di ogni disciplina), inizieremmo a eliminare i cannibali che sguazzano dento alla pancia del CAI. Non risolveremmo il problema per intero (perché restano i cannibali extra CAI, che sono cresciuti a dismisura negli ultimi decenni), ma un passo avanti lo avremmo cmq fatto. L’equivoco dei detrattori del CAI (ammesso che di equivoco si tratti e non di strumentalizzazione voluta…) è dire: “Da che pulpito! Guarda che anche nel CAI fanno cazzate! eq quindi lascia in pace i cannibali extra CAI!“. E’ vero: purtroppo, ancora ai giorni nostri, nella grande pancia nazionale del CAI, a volte si fanno delle emerite cazzate. Mai negato, ma se ripulissimo il CAI dai cannibali che vi sguazzano dentro, oltre a evitare le cazzate “interne”, toglieremmo anche un elemento di polemica ai detrattori del modello didattico del CAI.
More solito, alcuni sono caduti in un equivoco. Il modello didattico NON è una arida e distaccata sfilza di nozioni (prima teoriche, poi applicate, poi “esercitate”) e basta. La sfilza di nozione teoriche sono solo la concretizzazione della forma mentis, che è il vero oggetto dell’insegnamento didattico. Appunto l’approccio “rigoroso, consapevole e prudente”. Episodi come quello raccontato al 45 sono particolarmente “colpevoli”, a maggior ragione perché concretizzati in ambito CAI, e non hanno scuse. In quel contesto particolare (almeno stando al 45), con pericolo 4, c’era un’unica cosa fa fare: stare a casa! Condanno senza alcuna esitazione i colpevoli (morali) del fatto.
Storia vera.
Recentemente ho dovuto spostare delle vecchie rose. Si calcola per approssimazione che una pianta ha tanto di foglie quanto di radici (app ipogeo sviluppato di pari lunghezza all’epigego, credo si dica così).
La localizzazione delle rose “semisepolte” è stata rapidissima.
Non ho iniziato a scavare a una distanza pari all’altezza della pianta, non avevo lo spazio e il tempo. Ho scavato molto più vicino e la pianta è stata estratta presto, un po’ trazionandola.
Le ho piantate da un’altra parte ma al momento non mi paiono godere di ottima salute. Almeno alcune.
Se fossi partito scavandi da più lontano sarei stato sicuramente più tempo, avrei dovuto scavare una nicchia enorme ma probabilmente avrei salvato più radici e le piante non sarebbero nello stato vegetativo in cui sono.
Quelle sono rose. Poi, boh…
Come accade in ogni tipo di scuola, il modello didattico tecnico è lo stesso ma il modo in cui applicarlo passa attraverso la “filosofia” dell’insegnante. L’importante è arrivare all’apprendimento minimo garantito dal modello. Dopo ognuno ci mette del suo.
Come direbbe Frassica: lotta tra Titanic!
appunti usare il cervello o il buon senso. Stessa cosa. Cosa che si dovrebbe insegnare oltre che a insegnare manovre varie da manuale.
@45
Il cervello salva l’80% delle vite , per il restante 20% servono le altre competenze e attrezzature.
Breve fatto di cronaca (sarò molto sintetico). Bollettino valanghe dà grado 4 su 5. Guida alpina più referente CAI alpinismo giovanile portano 6 ragazzi tra 11 e 14 anni a fare una gita scialpinistica. Cade la valanga (ma va’, con grado 4 non l’avrei mai detto!) e una ragazzina rimane sotto 1 metro di neve. La estraggono subito dopo e fortunatamente rimane illesa (dopo accertamenti in Ospedale). Qual è il commento del referente? Cito: “è stata solo una sfortuna e una fatalità”. Ora, prima di arrivare a dover utilizzare l’ARTVA e la pala, non sarebbe opportuno cominciare ad utilizzare il cervello?
Per tornare la tema dell’articolo, una scuola di scialpinismo dei giorni nostri non deve prosi come obiettivo primario quello di fare, nelle sue uscite, più dislivello e/o quello di sciare sempre più sul ripido, ma quello di fare sempre più esercitazioni di ricerca ARTVA e di conseguente scavo. Non solo, ovviamente, ma uso questo riferimento tecnico per farmi capire: vale per TUTTO lo scenario delle nozioni didattiche, sia teoriche che pratiche. Due allievi devono uscire dal ciclo didattico che sanno fare ricerca ARTVA+scavo a menadito e allo stesso livello, poi uno (meno talentuoso e più tranquillo) farà gite private modeste, corte e facili, mentre l’altro (più talentuoso e incistato) andrà a fare gite più toste e scierà sul ripido. Ma saranno scelte loro: le due evoluzioni personali degli allievi NON sono l’obiettivo dell’azione didattica della scuola. La metafora si declina per ogni disciplina dell’andar in montagna.
Concepire le “scuole” CAI come il contesto che spinga gli allievi verso un’attività impegnata e impegnativa è concetto storicamente obsoleto: era tipico di alcune scuole di prestigio negli anni Cinquanta-Sessanta. Già nei Settanta le cose hanno iniziato a cambiare. La rivoluzione profonda è degli Ottanta con il varo delle regole che oggi normano il mondo didattico del CAI, centralizzato e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il mondo didattico si insegna le basi e le uscite NON hanno più come obiettivo quello di realizzare prestazioni di livello. Questo accade già nelle scuole di alpinismo, ma in quelle di scialpinismo la cosa è ancora più stringente, per cause specifiche che è troppo lungo descrivere (ma sono intuitive e ho già citato milioni di volte).
Io faccio moltissime serate presso le scuole CAI, sia alpinismo che scialpinismo, di storia e parlo di Gervasutti o degli sciatori estremi, ma non confondete l’insegnamento della “cultura” della montagna con la spinta a far andare gli allievi su quel tipi di impegno. Anzi me ne guardo bene e (per quel che mi risulta) tutto il mondo didattico del CAI che ne guarda bene, anche per questioni di responsabilità, sia morale che giuridica.
@38 altra conferma di minestrone in testa. che c’entra una lezione di storia dell’alpinismo con la “spinta” a provare ad emulare Gervasutti??? L’obiettivo della didattica NON è spingere gli allievi, ma formarli sul piano delle manovre (riassumo qui TUTTO) e soprattutto delle forma mentis: l’allievo deve uscire dal ciclo didattico con un approccio maturo, consapevole e prudente. poi sarà la sua eventuale spinta interna a fargli provare “questo” o “quel” tipo di montagna. la variabile chiave è il talento individuale di ogni singolo allievo. Schematizzo per afrmi capire meglio: la didattica “prepara2 un quartogradista mturo, consapevole e prudente. Quello è l’obuiettivo della didattica. Poi ci saranno allievi che, formati, si manterranno sul quarto grado, perché quello è il loro livello di talento, ci saranno altri allievi che, formati con la stessa base didattica, avranno più talento e si cimenteranno in altre difficoltà. poi entrano in gioco anche altre variabili: impegni, famiglia, interessi alternativi. uno può teoricamente avere un talento da 7a, ma se va due volte all’anno probabilmente non lo raggiunge. Tuttavia in quelle due volte all’anno in cui va in montagna, l’approccio è quello acquisito nella didattica (rigoroso, consapevole, prudente).
@37 che libertà non sia incoscienza può valere per te, ma non necessariamente per i cannibali dove anzi le due cose tendono a convergere. il problema a livello giuridico non riguarda tipi come te o me, ma la “massa”. il tuo errore concettuale è che applichi i ragionamenti a te e poi li estendi alla “massa”.
“se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore”
Questo però è un sillogismo errato: un istruttore deve essere prima un alpinista, sennò cos’è? Un istruttore teorico? Un alpinista di bassa quota?
Credo che buona parte dei giudizi negativi e delle ironie su CAI e scuole CAI sia dovuto proprio alla presenza di un certo numero di personaggi che benché monturati e “quagliottati” non si avvicinano nemmeno ad essere alpinisti.
Quando fai una lezione, ad esempio di storia dell’alpinismo, e parli di Gervasutti , (a te caro) dai delle informazioni, degli esempi, parli di una filosofia alpinistica, di una mentalità , di uno stile, che sicuramente qualcuno degli allievi raccoglie.
Quindi? Che fai ti contraddici?
Gli parli di Gervasutti, ma allo stesso tempo guai a te a farti influenzare dal suo alpinismo?
Crovella , alpinismo in libertà non vuol dire “alpinismo incoscente” .
Anzi, esige consapevolezza delle proprie capacità e dei rischi e pericoli a cui si va incontro.
Ma se io voglio praticare l’alpinismo solitario, rivendico il diritto di poterlo fare. Mi ribello alla società securitaria che me lo vorrebbe impedire perchè mi dice che in montagna da soli non ci si va.
E il CAI in questo senso deve difendere questo diritto. Altro che linea didattica nazionale.
Mamma mia che minestrone che hai in testa! Cosa c’entra il CAI Eagle Team? Il suo obiettivo è fare crescere alpinisti che “realizzaranno” un alpinsmo di vertice, NON che saranno istruttori! Il ruolo dell’istruttore è tutta un’altra cosa! E’ un altro settore. Se ti riconosci più in quello e NON nel mondo didattico, devi cambiare area di attività…
@32 Il discorso sulla coerenza fra la tua affermazione e il tu esser “vero” istruttore è un argomento molto interessante, ma fuori tema rispetto all’articolo. Certo, io resto perplesso da quello che dici: se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore. Soprattutto l’istruttore CAI, ruolo che non può muoversi a piacimento individuale, ma dentro i parametri del modello generale, omogeneo e valido sull’intero territorio nazionale. anche su questo tema si sta andando sempre più verso una centralizzaizone della figura didattica, per svariati motivi, ma soprattutto per quesitoni di efficacia del modello. Se il modello diffonde l’idea di andar in montagna in modo consapevole, autocontrollato, prudente ecc ecc ecc, non mi torna che ci possano essere istruttori che diffondono messaggi diversi o addirittura opposti. si sta andando verso un modello didattico in cui l’impostazione è addirittura rovesciata rispetto alla tua affermazione, ovvero (se vuoi far parte del mondo didattico) prima si è istruttori e poi alpinisti.
Siamo istruttori, ma non un branco di galline che beccano dove gli altri sputano.
Il CAI centrale mi sembra stia sponsorizzando un gruppo di giovani a praticare un alpinismo di alto livello, dietro la guida di alpinisti del calibro di gente come Della Bordella. Forse un Della Bordella non pratica un alpinismo in libertà, seconda la propria filosofia? Oppure lo pratica in base alla linea didattica nazionale del CAI?
Mi riferivo a Benassi, che infatti ha capito.
Il punto chiave è: la libertà in alpinismo (intendendo “andar in montagna” in tutte le discipline e modalità), è convinzione soggettiva, non assoluta. Confondete la libertà eventualmente negata (in tutto o in parte) dalle leggi giuridiche con l’assoluta libertà individuale che confligge con le “leggi” della natura, che sono pre-umane e spietate (“esse” privativa). Esasperare la libertà individuale, facendone un totem ideologico, in certe situazioni entra in conflitto con le leggi della natura. La società moderna, “sicuritaria”, deve intervenire con leggi giuridiche per stroncare i comportamenti di chi non sa auto-limitarsi da soli. Esempio: nella scala del pericolo valanghe (da 1 a 5), si dice che, con pericolo 4 o 5, c’è un’unica cosa da fare: NON FARE GITE. Nota: le gite non sono sole quelle scialpinistiche, possono esser qualsiasi escursione su terreno innevato (ciaspole, avvicinamenti/rientri da cascate ecc). Ebbene: se tutti fossero maturi, consapevoli e prudenti, ci arriverebbero da soli e non sarebbe necessario neppure il “suggerimento” AINEVA. Siccome c’è sempre qualche fenomeno che, in nome della “libertà”, parte anche con pericolo 4 o 5, vedrete che, prima o poi, la società arriverà anche all’esplicito divieto giuridico.
28 CROVELLA
Prima di essere istruttori siamo alpinisti. E la libertà in alpinismo è un concetto essenziale per la sua stessa esistenza.
“Non sono affari miei, ma resto basito a leggere le affermazioni di alcuni che risulterebbero istruttori CAI in attività. … NON HA MAI LETTO NEI MAUALI DELLA CNSASA CONCETTI TIPO LIBERTA’.”
Stavolta non ho proprio capito a che affermazioni ti riferisci e con chi ce l’hai?
Ratman dice:
Temo che la curiosità resterà insoddisfatta, in quanto, qualora sia osservato un incremento degli incidenti* da quando è stato introdotto l’artva, sarebbe comunque molto difficile dimostrare che questo eventuale incremento sia dovuto proprio all’introduzione dell’artva.
*ovviamente mi riferisco all’incidenza degli incidenti, non al numero assoluto di incidenti, valore, quest’ultimo, che non vuol dire niente.
l’ipotetico patentino NON è necessario per chi ha la mentalità coerente l’approccio alla montagna basato su “rigore, consapevolezza e prudenza.” Cioè l’approccio che è l’essenza più profonda del modello didattico CAI. Per cui il patentino che, ipoteticamente, prevedo per regolare i comportamenti in montagna, non avrebbe senso per uno come me: il patentino ce l’ho già “dentro” (ovviamente se diventasse obbligatorio per legge, lo prenderei anche io). L’ipotetico patentino, in verità, servirebbe per regolare i comportamenti di chi non ha, spontaneamente, la mentalità rigorosa e metodica.
Non sono affari miei, ma resto basito a leggere le affermazioni di alcuni che risulterebbero istruttori CAI in attività. Come è possibile? Ho si ha una “certa” mentalità o non ci si trova bene nel mondo didattico CAI. Inoltre ci sono delle direttive della CNSASA (Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo) che dovrebbero valere per tutte le scuole, sull’intero territorio nazionale. NON HA MAI LETTO NEI MAUALI DELLA CNSASA CONCETTI TIPO LIBERTA’. Come mai non si riprendono gli istruttori che non sono “in linea”? E’ inutile l’immane lavoro della CNSASA e della Scuola Centrale, se poi ogni istruttore fa come gli pare e,a suo giudizio, sposa o non sposa (o non spasa in pieno) la filosofia del modello didattico del CAI. Lo scopo del modello didattico del CAI NON è insegnare ad andare in montagna “in libertà”, ma con l’approccio di “rigore, consapevolezza e maturità”. Approccio che deve valere dal Brennero a Ragusa, sennò è inutile un modello “nazionale” della didattica. A Torino è impensabile che uno sia istruttore senza avere questa mentalità. Senza arrivare a scomodare le autorità regionali o nazionali, ci pensa il direttore della singola scuola a far “ragionare” l’eventuale soggetto (i casi si contano sulle dita di una mano, praticamente pari a zero).
Trovi tutto sul sito AINEVA meno il numero minimo di auto-soccorritori. Sicuramente più sono meglio è visto che è essenziale non solo iniziare prima possibile ricerca/scavo ma avvisare subito il 112.
Sarebbe interessante conoscere alcuni dati.
Ad esempio percentuale dei sopravvissuti tra i sepolti in valanga: tempo di ritrovamento del sepolto, tempo di scavo, numero dei soccorritori.
Numero minimo di componenti gruppo di sciatori che potrebbe garantire il salvamento.
Anche interessante sarebbe sapere se c’è stato un incremento di incidenti dall’adozione di artva.
Poi se ti ribelli, il C. ti etichetta come anacronistico, fuori dal tempo e dalla realtà, fascista-antifascista ecc. ecc. ecc.
Nulla: o la pensi come lui o nulla…
Io non t’ìmpongo nulla.
Vuoi il patentino? Libero di averlo!
Ma non pretendere che venga imposto a me.
Stanne certo che io mi ribello e mi ribellerò!
Per te è grave perchè uno che dice di amare la montagna come affermi te, dovrebbe avere uno spirito diverso, di libertà.
Ma perchè grave da parte mia? Il trend è coerente con l’impostazione che ho da “sempre”. Ribellati tu, perché pretendi che sia io a ribellarmi?
Ecco un altro esempio di approccio “woke” al Gogna blog. Vi aspettate che ci siano solo esternazioni del tipo LIBERI TUTTI, IN MONTAGNA SI FA QUELLO CHE SI VUOLE, NO REGOLE, NO DIVIETI ecc ecc ecc.
Liberissimi di pensarla così, a titolo personale. Ma il problema è che voi “pretendete” che TUTTI la pensino così e, se uno si contrappone, allora dite “è grave”. Anche questa è un esempio del “fascismo degli antifascisti”.
Che la società vada in quella direzione puoi anche avere purtroppo ragione. Ma la cosa grave è che sei d’accordo, invece di ribellarti.
E’ la, società sicuritaria che va in quella direzione. Quando si scoprirà che il solo obbligo di legge ad avere con se ARTAV/pala/sonda NON è sufficiente, perché occorre anche saperli usare e non solo averli dietro, la legge estenderà l’attuale obbligo anche al saper usare gli aggeggi. Tale “nuovo” obbligo presumibilmente si esprimerà come ho già descritto (istruzione iniziale e poi aggiornamenti annui con timbro su una scheda… che può anche essere virtuale…e quindi “centralizzata”). Passo dopo passo si va verso una codificazione che punta sempre più alla verifica autorizzativa ad andar in montagna. Se non è un patentino, poco ci manca. Si andrà in quella direzione NON perché piace a me, ma perché la società sta puntando a quello… (e non solo nel settore della montagna)
Riccardo, esercitazioni ne ho sempre fatte. Sia quando ero volontario di soccorso alpino. Sia da istruttore CAI (dal 1984).
Ma che per andare in montagna, sua eccellenza Benito Crovella, auspichi l’obbligo di un patentino, non lo accetto.
Per chi ha frequentato corsi/scuole senza aver fatto esercitazioni di scavo in valanga e/o per chi non le vuole proprio frequentare, un valido documento di insegnamento sullo scavo in valanga si trova al fondo di un articolo pubblicato sul Gogna Blog qualche tempo fa:
https://gognablog.sherpa-gate.com/tecnica-di-scavo-in-valanga/
Alessio, ciò che ti è stato detto è SBAGLIATO e credo che ormai il mondo didattico del CAI si sia allineato o si stia allineando. probabilmente ciò che connota la sua considerazione è il suo inizio “Anni fa“. Siamo in un mondo in continua evoluzione, in cui bastano 2 o 3 stagioni per cambiare radicalmente le situazioni. Buone gite! Ciao!
Anni fa, durante un corso di una sezione del Torinese, chiesi di farci fare esercitazione di scavo e non solo ricerca. Mi fu detto che sarebbe stato fatto solo (e forse) a fine corso (una volta quindi!) in quanto tema avanzato. Boh, io ho fatto solo SA1 ma vado in montagna su tutti i terreni da 20 anni e faccio almeno 20 uscite l’anno con gli sci. Non mi sembra sensato questo approccio delle scuole (non so se condiviso da tutte). Poi chi è interessato fa auto formazione, ma non siamo tanti..
@14
Matteo, in linea di principio sono d’accordo, però il problema è che si ha a che fare con la media della popolazione e l’evidenza dei fatti non è lusinghiera sul senso di responsabilità e buonsenso. a mio avviso, se negli anni ci saranno tanti incidenti con troppi interventi del personale soccorritore (che è prettamente volontario, quindi non mi aspetto che con l’aumento del numero di interventi loro riescano a reclutare nuovo personale), il legislatore giocoforza interverrà. IMHO è una conseguenza del rendere le montagne sempre più parco giochi.
Riccardo, fare delle esercitazioni di autosoccorso potrà anche essere buonsenso, imporlo per legge e auspicare un patentino per andare in montagna è male.
Qualsiasi cosa lo “identifichi”, era una metafora, sempre e comunque. Siete sempre voi che non capite le metafore e nemmeno i detti dialettali da cortile (neppure comunali, provinciali o regionali, solo da cortile di C., anche quando palesemente senza senso alcuno -le fette di prosciutto INTORNO agli occhi). 😀 😀 😀
Precisazione sul mio 7, per chi NON mi conosce. L’uso del termine “fascista”, specie qui, va inteso in senso metaforico. Cioè che appartengo a quella linea di pensiero (del mondo didattico del CAI) per cui in montagna si va solo in un “certo” modo (=rigoroso, prudente e di buon senso). Inoltrarsi nella montagna innevata senza saper fare tutto “a occhi chiusi” è stolto come fare gite con pericolo 4 o 5.
Corretta l’osservazione sulla normativa vigente: limitarsi all’obbligo di avere nello zaino ARTVA/pale/sonda, ma NON a saperli usare, in prima persona, a occhi chiusi, significa solo avallare la propensione dei gitanti (in caso di incidente) ad avvertire il 118 e scaricare così la grana…
Rinnovo i mie personali ringraziamenti all’autore dell’articolo e a tutti coloro che si sono impegnati nei test empirici (immagino rinunciando, in quei giorni, a gite private…) per il contributo nella faticosa campagna di educazione dei fruitori della montagna (in questo caso innevata, ma lo stesso vale anche per le altre discipline).
@9
ma secondo me non è questione di militarismo, ma di buonsenso nel mantenimento delle capacità individuali. per fare una metafora: come se uno decidesse di andare ad arrampicare in montagna senza un minimo ripasso di nodi, manovre, etc, dopo 1 anno di stop. c’è anche da tenere presente che negli ultimi anni le nevicate tendono ad essere associate a perturbazioni intense, che depositano grandi quantità di neve al suolo, il che rende a maggior ragione necessaria una pronta capacità di autosoccorso nel caso le valanghe siano di dimensioni medio/grandi IMHO. poi il bello della normativa è che impone il kit ARTVA/pala/sonda, ma non di saperlo usare, un ossimoro.
La mia mamma da bambina faceva i saggi ginnici a scuola con la maglietta bianca, ma sopra c’era una M… 😀
E tutti in divisa come tanti scolaretti, bene in fila , sugli attenti allineati e coperti.
Le femminucce con le gonnelline bianche, i maschietti in pantaloncini corti neri e calzettoni lunghi ricamati da prima comunione.
“A buon intenditor, molte cazzate”
Libera citazione.
Lo so che mi darete del fascista, regolatore dei comportamento individuali e quindi negatore delle libertà dei singoli 8d’altra parte sono accuse fondate, perché corrispondono alla verità del mio posizionamento ideologico)… ma la considerazione che consegue, nel ragionamento sul caso di specie, è la seguente: più l’andar in montagna si “arricchisce” di strumenti tecnologici 8e relative prassi, come lo scavo al seguito dell’individuazione del punto di seppellimento) e più e necessario che TUTTI, anche chi fa gite a titolo privato, siano non sono educati a usarli, ma regolarmente addestrati, con esercitazioni annue. sicome in Italia il senso di responsabilità individuale è praticamente nulla, per esser certi che si rispetti tutto ciò, non c’è altra soluzione che “imporre”, a livello di normativa giuridica, l’addestramento inziale e poi le verifiche annue, con tanto di timbro sulla data dell’aggiornamento annuo. Senza tale autorizzazione normativa, non si è “a norna” (lo dice la parola stessa). Se non è “patentino” questo, poco ci manca… ma vedrete che piano piano la società si evolverà in quella direzione. Non perché lo vuole Crovella, ma perché è inevitabile, dati i numeri umani e il dominate pressapochismo.
@1
totalmente d’accordo. il pressapochismo dilagante in tema di autosoccorso da parte dei fruitori della montagna invernale (non solo scialpinisti) rasenta il ridicolo ormai. Tanto c’è il 118, tanto c’è l’ARTVA. Come se aspettare decine di minuti i soccorritori fosse garanzia di sopravvivenza del sepolto. Il problema è anche quando si esce con gente che non ha fatto corsi/esercitazioni di autosoccorso (test che IMHO andrebbero ripetuti ogni inverno per mantenere l’efficienza), che rischiano di mettere in pericolo il gruppo con la loro incompetenza in caso di incidente.
Pleso…è Ten l’assistente di Nik Carter di
Bonvoncini versione scialpinistica.
@ 3
Un piccolo uomo giallo, presumo.
Dile il saggio:
…Molto meglio essele dalla pala in fletta colpito ,che con calma dissepellito intubato e pel ultimo sottellato…
L’attività (presumibilmente volontaristica, chissà…) di ricerca empirica degli individui citati dall’articolo è da lodare. Grazie a loro abbiamo dei riscontri in più sul tema “Scavo”. Corollario: le esercitazioni pratiche durante le uscite delle scuole di scialpinismo (che ormai ne fanno una a gita per ogni allievo…), non possono più fermarsi alla sola individuazione del segnale, anche in contesti un po’ più complicati come il seppellimento contemporaneo di numerosi ARTVA (situazione resa oggi meno complicata dagli apparecchi di ultima generazione). Almeno per gli allievi dell’SA2 (specie se prossimi alla conclusione del loro iter didattico pluriennale e quindi in procinto di “fare gite da soli”); l’esperienza pratica dello scavo non può mancare a ogni esercitazione sul terreno. Grazie quindi ai ricercatori e all’autore di questo testo, il cui stile molto “parlato”, ma con un taglio elegante, mi è piaciuto molto.
Interessante articolo, come ormai accade per la rivista Lo Zaino. Il tema è molto rilevante, ma (in caso di effettivo incidente) solo se la combriccola dei sopravvissuti è già “disgaggiata” nell’autosoccorso. Spesso si legge, dalle cronache dei quotidiani (con tutte le loro imprecisioni) che in, caso di incidente, quasi sempre i compagni si limitano a chiamare il 118 e attendono poi l’elicottero. Qualche volta cercano il o i segnali e mettono un bastoncino o una sonda per memo ai soccorritori, ma raramente i compagni del travolto si impegnato nella scavo, con questa o quella tecnica. Errore strategico e ignoranza crassa: è una delle conseguenze della mentalità (tipica dello scialpinismo dei nostri giorni, dal taglio più sportivo che avventuroso) per cui l’ARTVA è un talismano e nulla più: serve “solo” per consentire ai soccorritori di salvare il travolto. L’autosoccorso, se davvero vuole essere efficace fino in fondo, deve comprendere anche lo scavo.