L’elefante ha partorito un topolino

Di questo articolo esistono anche altre versioni:
quella più tecnica uscita sul #97 della rivista Neve e Valanghe di AINEVA:
https://aineva.it/pubblicazioni/neve-e-valanghe-97/

l’articolo originale, presentato alla conferenza ISSW (in inglese):
https://arc.lib.montana.edu/snow-science/objects/ISSW2023_O12.04.pdf

e la medesima versione, in italiano:
http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf

L’elefante ha partorito un topolino
(dove iniziare lo scavo? I numeri parlano chiaro!)
di Davide Rogora e Gianni Perelli Ercolini
(pubblicato su Lo Zaino n. 20, febbraio 2024)

Le novità sono presto dette. Quando mai ci si dovesse trovare a tentar di salvare la vita di un compagno di gita travolto e sepolto da una valanga, le operazioni di scavo vanno iniziate in prossimità della sonda andata a segno per localizzarlo. Mica balle: “… iniziare a valle, e spostarsi di tanto quanto è sotto…”, “… cominciare a scavare più indietro, del doppio della profondità di seppellimento…”; ecco, fate così e al vostro socio gli bruciate un tot di punti percentuali delle chances che avrebbe di scamparla se invece faceste come si dice di fare nel manuale dei CAIANI.

Le distanze caratteristiche utilizzate durante gli esperimenti: A) l’approccio “canonico”, schieramento vicino alla sonda; B) l’approccio a confronto, schieramento “da lontano”. Foto: Luca Orsignola.

Nota bene, sepolto significa tutto sotto, non un po’ dentro un po’ fuori. Può esser poco o tanto, ma tutto. Poco è fino a mezzo metro con neve coesa, ovvero 70 centimetri con neve soffice. Soffice è quando lo scarpone vi sprofonda tutto, e in queste speciali circostanze il manuale specifica chiaramente come comportarsi diversamente.

Qualora fosse sotto un metro, la faccenda sarebbe già molto seria. Meglio non improvvisare, imparare ex ante un protocollo d’azione collaudato e ogni tanto allenarsi per evitare l’impedimento da ruggine accumulata. Così facendo, a parità di altre condizioni determinanti, si avrà quantomeno la coscienza in pace per aver fatto… tutto il possibile. Per la giustificazione tecnica di questa affermazione vedremo oltre, un po’ di pazienza.

Queste brevi note vorrebbero invece raccontare la storia, il dietro le quinte, di come e perché si sia giunti a ciò; e una storia che si rispetti dovrebbe allora cominciare così:
“C’era una volta il direttore di una scuola centrale di scialpinismo, di un grande e blasonato Club di alpinisti, che trovandosi a dover aggiornare i contenuti del manuale con cui insegnare, si pose l’ambizioso proposito di stabilire quali tecniche adottare, fra le varie possibili, sulla base di evidenze tangibili e ripetibili anziché sulla base della ‘voce dei senatori’…”.

Egli auspicava il dibattito “scientifico” di tutte le tesi in quello specifico ambito (l’intervento di soccorso in valanga) mediante il confronto fra tutti i portatori d’interesse: istruttori del Club, esperti in neve e valanghe, guide alpine e soccorritori, sia civili che militari per giungere ad una sintesi che superasse lo status quo del “noi facciamo così”, “quelli fan cosà”, “gli altri van per la loro strada”… come era. Correva l’anno 2012 (!) e seguirono alcuni incontri, qualche timida prova in campo, ma fu presto chiaro che fra dichiarazioni d’intenti e svolgimento di incarichi c’è di mezzo il solito mare del dire/fare.

Opera del pittore-sciatore Tiziano Colombo intitolata: l’Angelo della salvezza.

La storia prosegue, e si capì ben presto che per arrivare a un dunque sarebbe stato più efficace concentrarsi sul dominio specifico di competenza, l’autosoccorso, procedendo il più speditamente possibile con le forze del Club e i pochi enti esterni concretamente interessati. Furono tempi di intenso lavoro. Sia concettuale, per osservare cosa/come si facesse in giro per il mondo, affinare le tesi pro/contra, specificare i protocolli più rispondenti all’esigenza. Sia, non certo meno importante e assai pratico con numerose e faticose sessioni di sperimentazione in campo, innevato. Sforzi che più di una volta hanno visto molti volontari dedicarsi alla causa dalle prime luci dell’alba, al far della sera.

Gestazione conclusa, travaglio assolto, nel 2017 la Scuola Centrale di Scialpinismo del famoso Club mette un punto fermo: l’aggiornamento del protocollo di autosoccorso in valanga è definito, e finito. Visto, si stampi!

I tempi misurati durate gli esperimenti: t1) il raggiungimento della punta della sonda – t2) l’allargamento della buca tale da accogliere un simulacro fisico di dimensioni predefinite. Foto: Luca Orsignola.

Cosa c’era di così “nuovo” nell’elaborato offerto alla comunità didattica (ma non solo) del famoso Club? In sintesi, tre caratteristiche: lo stato dell’arte sul come fare, scelto in base ad evidenze oggettive e ripetibili; la progressività chiaramente indicata del cosa imparare, in funzione delle capacità iniziali dei soggetti interessati, distinte su tre livelli d’esperienza; l’abbandono dell’approccio enciclopedico, cioè il tentativo di descrivere tutte le tecniche note e possibili per amor di completezza.

Liberi tutti, allora, fino al prossimo aggiornamento, previsto per le calende e chi vivrà vedrà, se saranno romane o greche. Nel frattempo però si registrava, osservando fonti web o partecipando ad eventi rivolti ad un pubblico più ampio dei soli soci o allievi dei corsi del famoso Club, che i concetti del nuovo “manuale”, se non addirittura i medesimi contenuti, erano riutilizzati o addirittura copiati a piè pari, anche da altre figure di spicco tanto dalla sfera dei professionisti quanto da quella del soccorso organizzato, ma anche da volenterosi divulgatori o da accademia di noto brand di attrezzature outdoor. Però con una specifica e ricorrente eccezione: la prescrizione sul “dove iniziare a scavare”. Infatti, in queste fonti si trova la perentoria indicazione di allontanarsi dalla sonda andata a segno di una quantità multiplo della profondità di seppellimento.

Le caratteristiche della composizione del campione dei partecipanti.

E qui nacque il rovello. Ma perché questo aspetto era controverso? Quale poteva essere il motivo che animava i dissenzienti? Pur tornando con la memoria alle accese discussioni che caratterizzarono alcuni confronti, l’unico razionale ricordato era il primum non nocere perorato, fino ad accapigliarsi, dal più genuino fra i soccorritori per vocazione, cioè la motivazione sostenuta che “a rischiar di calpestare” il soggetto sepolto c’era da fargli più male che bene. Pur nelle more di un robusto approfondimento probabilistico, questa esigenza fu nondimeno contemplata nei c.d. casi speciali messi anch’essi “a manuale”.

Tempi medi per raggiungere le vie respiratorie: 8’ 28’’ con metodo “canonico” (in verde) – 11’ 01’’ iniziando a 1x la Profondità di Seppellimento (in rosso).
Decadimento medio della probabilità di sopravvivenza: dettaglio nell’intervallo 0-15 minuti; rielaborato dalle fonti degli Autori citati.

La storia fa il suo corso ma il dubbio rimane e, un bel giorno, si decide di farlo fuori. Nasce cioè l’idea di affrontare tecnicamente la questione e fare ciò che occorre per provare se far così o far cosà conduce a risultati apprezzabilmente diversi. Un po’ come accertare che l’acqua bollente scotta, ma la ricerca è la ricerca, bellezza. Così come fior di accademici han dato una misura [1] al senso comune che in bici assistita si fa meno fatica o a pari fatica si va più lontano, checché sostengano gli strenui sostenitori del “si fa fatica lo stesso”, … noi ci siamo (auto)imposti di dare una misura agli effetti sussistenti fra iniziare a scavare da vicino o da lontano, dal punto di vista del soggetto sepolto, però.

On stage: mentre raccontiamo la-rava-e-la-fava all’International Snow Science Workshop 2023, a Bend (Oregon). Foto: Claudio Artoni.

Deciso, fatto. Grazie a tanti volontari che hanno aderito alla chiamata, chi di buon grado, chi un po’ sospinto, e sono stati parecchi, 72 per amor di precisione, sono state scavate tante buche (42), metà in un modo e metà nell’altro. Col metodo “a manuale” e con la variante che, senza voler esagerare per tirar l’acqua al proprio mulino, imponeva di allontanarsi dalla sonda ad una distanza pari a quella di seppellimento (1.3 m, per la cronaca), e non 1.5x o addirittura 2x come taluni tengono a raccomandare.

Una delle esecuzioni sperimentali durante la sessione al Passo del Sempione. Foto: Riccardo Borghi.
Una delle esecuzioni sperimentali durante la sessione al Passo del Tonale. Foto: Luca Orsignola.
Supervisione della corretta esecuzione tecnica dello scavo nel corso degli esperimenti. Foto: Paola Veronelli.

In questi esperimenti lo scopo è stato quello di misurare e registrare il tempo impiegato dai soggetti in azione (squadre di 3 elementi ciascuna) per raggiungere due traguardi essenziali al tentativo di salvare la pelle al compagno: individuare la punta della sonda, ovvero capire da che parte ha la testa e allargare il buco fino a tot (80 cm, verificati), cioè potergli liberare naso/bocca e di conseguenza anche il torace. Farlo respirare, insomma.

È saltato fuori che a cominciare da lontano ci si mette più tempo. Bella scoperta! Verrà da dire a qualcuno. Ma, risparmiando lo spiegone statistico (che si può però leggere nell’articolo tecnico [2]), aggiungiamo che la differenza è proprio reale, non è imputabile al caso o alle inevitabili imprecisioni di misura o al particolare gruppo di persone che hanno svolto i test. È significativa e in media si tratta di due minuti e mezzo in più. A questo punto: fate un bel respiro, trattenete il fiato … e provate a contare 1001, 1002, 1003 … fino a 1150. Anzi no, a ben pensarci quelli che scavano potrebbero essere i sottoperformanti, rispetto alla media; ecco, allora continuate a contare: fino a 1260! Siete ancora lì?

Più passa il tempo, meno probabilità restano di scamparla. La c.d. curva di sopravvivenza è arcinota a chiunque abbia sentito parlare almeno una volta di valanghe e (auto)soccorso, e tutti avranno ben in mente la soglia dei 15-18 minuti oltre la quale pressappoco solo 1 su 3 riescono ad evitare l’asfissia. Forse è meno consueto pensare a questa circostanza come un tasso di riduzione, una candela che si spegne alla velocità di circa -2.8 punti percentuali, per ogni minuto che scappa via … da cui è immediato ricavare quanti se ne sciuperebbero a non fare come dice “il manuale”: mediamente -7% ma, se cascassimo male, fino anche -12% o peggio. Meditate gente, meditate.

Siamo andati a raccontarlo anche all’International Snow Science Workshop 2023, la conferenza periodica che riunisce da tutto il mondo professionisti, educatori e accademici impegnati a vario titolo in tema neve e valanghe, per confrontarsi sugli esiti delle più recenti ricerche. Non si è messo a ridere nessuno, anzi, a seguito della presentazione dei risultati, anche la Commissione Soccorso in Valanga di CISA/IKAR ha richiesto una replica durante il congresso annuale che nel 2023 si è svolto proprio in Italia, a Dobbiaco.

Fine della storia, sperando che il topolino scaturito dallo sforzo dell’elefante possa indurre una stilla di riflessione a chiunque voglia o debba raccomandare o praticare un agire metodico attuando il disseppellimento di un soggetto coinvolto in valanga.

Ci abbiamo impiegato un sacco di tempo e uno sforzo notevole; siamo riconoscenti a tutti quelli che hanno “lavorato per la scienza” scavando con impegno, agli scienziati veri che ci han dato una guardata per controllare di non andar dicendo fesserie, ma soprattutto siamo contenti di aver fatto un lavoretto con buona volontà e destinato agli altri, proprio come abbiamo imparato a fare da quel Direttore da cui questa storia è cominciata e al quale ci ispiriamo in un ricordo struggente.

Sursum corda.


Note
[1] Mountain bike a pedalata assistita, V. Mitterwallner et al., Journal of Outdoor Recreation and Tourism, 2021 https://doi.org/10.1016/j.jort.2021.100448 – Traduzione IT in: Mountain bike a pedalata assistita – GognaBlog (sherpa-gate.com)

[2] Dig close, dig fast. A study on the consequences of excavation start point choice in avalanche companion rescue, Davide Rogora et al., International Snow Science Workshop Proceedings 2023 http://arc.lib.montana.edu/snow-science/item/3023 Traduzione IT qui: http://www.caimateriali.org/images/pdf/ISSW2023_paper_276-ITA.pdf

L’elefante ha partorito un topolino ultima modifica: 2024-04-01T05:03:00+02:00 da GognaBlog

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316 pensieri su “L’elefante ha partorito un topolino”

  1. La cosa più bella è che Crovella dimostra di non aver letto con sufficiente attenzione le Linee guida per Istruttore Sezionale operante nella CNSASA (per lo sci-alpinismo), che definiscono il potenziale istruttore come:
     
    “Si tratta di una figura che svolge effettivamente attività scialpinistica frequentando sia percorsi sciistici che itinerari che si sviluppano su ghiacciaio e su terreno di misto.”
    (neretto mio)
     
    indicano chiaramente solo competenze minime tecniche e da nessuna parte citano fantomatiche posizioni o impostazioni ideologiche. 
     
    Ma dove Crovella mostra chiaramente i suoi limiti e carenze è nell’area dei comportamenti e dei modi di fare, dove su 3 punti contenuti mi pare alquanto deficitario:
     
    02 Disponibilità all’ascolto e alle critiche
    03 Capacità di imparare dalle esperienze proprie e altrui 

  2. Anche l’attività individuale deve essere coerente con quanto insegnamo. Il principio base è l’autodisciplina, vedi manuali, e non “spingere”. Per cui l’istruttore anche nelle uscite private deve attenersi ai principi, sennò che messaggio diamo agli allievi? 

    Siamo all’assurdo più totale. Non sapevo che avere un buon livello alpinistico fosse un difetto per un istruttore. Ma mi sa che sia solo farina del tuo sacco.

  3. Aneddoto, serio.
    Niki Lauda parve, per buona parte della vita, avercela con la Ferrari. Interviste, comportamento, atteggiamenti. Eppure… eppure chiese di essere seppellito con la tuta con la quale vinse il mondiale con la Ferrari.
    Come mai questo aneddoto? Per spiegare che certi aneddoti potrebbero sembrare voler denigrare il sodalizio. Invece racchiudono affezione e amore, a volte legati anche a delusione, dispiacere e altro. 

  4. Per un attimo ho immaginato la discesa dal Monte dei Cappuccini dopo l’incisione delle nuove tavole della legge (caiana):
     
    1. Non avrai altro freno fuori di me(zzo barcaiolo).
    2. Non nominare il nome del CAI invano, attieniti ai regolamenti e non pensare in maniera autonoma.
    3. Ricordati di pagare il bollino, meglio se con il raddoppio dei massimali E indossa sempre la giacchetta.
    4. Onora gli istruttori ed i manuali, per ordine di qualifica e titolo.
    5. Non uccidere il drago. Il chiodo è buono solo quando “canta”.
    6. Non commettere adulterio aderendo ad altre associazioni.
    7. Ma non era al massimo VI+? Non rubare, estrai le staffe, non superare i limiti delle possibilità umane.
    8. Non dire falsa testimonianza, se uno mente su una cima, una via, un tiro, un passaggio, smascheralo e umilialo pubblicamente.
    9. Non desiderare la salita d’altri, trovane una tua,  magari con 200 corsisti.
    10. Non desiderare l’attrezzatura d’altri, prendila in “prestito”
     
    Mi immagino, l’incontro, alla discesa dal “Sinai d’occidente”, con un’orda di miscredenti con secchiello o “grillo”, con vistosi abiti colorati e una testa pensante. Già vedo il “moderno conduttore del popolo caiano” a scagliare rabbiosamente le tavole contro un ponte o un parapetto, per poi vederle finire nel Po

  5. Ultima pagina dal manuale CNSASA con le linee guida per gli istruttori:
    STILE E IMMAGINE – 4
    • Non essere autoritari
    Evitiamo di svolgere il nostro ruolo sia nei confronti degli allievi che degli altri Istruttori avvalendoci della presunta autorità derivante un riconoscimento formale.
    (Il neretto è mio, manca un “da” prima di “un riconoscimento”, Crovella potresti avvertire chi di dovere).
    Non aggiungo altro, è inutile e frustrante cercare il colloquio con chi non vuole saperne di confrontarsi.
     

  6. Sono cmq stupito che non abbiate mai sentito questi discorsi. Sono attivi da minimo 10 anni. Qui da noi “pestiamo” molto su questi punti, li consideriamo più importanti dell’uniformita’delle manovre. Boh, si vede che il distributore dei manuali si è dimenticato di passare da voi… Metto in lista un articolo anche su questi punti, vedremo cosa me verrà fuori.

  7. Anche l’attività individuale deve essere coerente con quanto insegnamo. Il principio base è l’autodisciplina, vedi manuali, e non “spingere”. Per cui l’istruttore anche nelle uscite private deve attenersi ai principi, sennò che messaggio diamo agli allievi? Facciamo loro una capa tanta dell’autodisciolina e poi ci vedono che siamo i primi che non la rispettiamo, cacciandoci in situazioni critiche… Non saremmo più credibili

  8. Temo che non abbiate letto i manuali CNSASA che trattano la parte ideologica. Sono un vigore minimo da 10 anni, forse di più. Gli istruttori li devono studiare ne più ne meno di come si studiano i manuali tecnici. La centralizzazione del modello ha coinvolto anche e soprattitto la parte ideologica. La visione cui vi riferite è datata, perché precedente alla centralizzazione. Prima poteva valere l’idea del singolo lpinista che accumula esperienza con la sua attività e poi la riversa ai giovani. Da ciò, ogni alpinista/istruttore è diverso dagli altri. Ora il CAI ha una visione ideologica ufficiale di cui il modello didattico ne la modalità di diffusione. Cerco di esprimermi terra terra per farmi capire bene. L’istruttore CAI non è un qualsiasi insegnante che spiega come andare in montagna, ma è (in sintesi) il diffusore del “modello CAI di andare in montagna”. Tutti devono dire le stesse cose, a cominciare dai punti ideologici. Inutile che in 10.000 istruttori CAI si allineino tutti su come ci si lega, se poi “a monte” agli allievi uno dice “autodisciplina” e l’altro dice “osa”.

  9. I soldi si fanno da seduti (è solo un esempio), l’alpinismo sulle montagne. Le due cose sono piuttosto incompatibili.
     
    L’alpinismo è incompatibile con qualsiasi cosa.
    Crovella non lo sa, ma è così. 

  10. @ 189
    Con lo scappellamento a destra o a sinistra?
    (copyright conte Mascetti)

  11. 184 CROVELLA:
    “. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato”
    Ma con tutte le cose che fai, hai imparato a leggere? Tutte le scuole di alpi9nismo del CAI chiedono a chi vuol diventare Istruttore un curriculum. Secondo te di cosa? Di partite a calcetto? Biciclettate con gli amici? Vita sentimentale e/o sessuale? Numero di grigliate? 
    Secondo me, chiedono curriculum di attività alpinistiche. Per cui, Crovelluccio, prima se alpinista e poi, forse, diventi Istruttore. 

  12. Ovviamente a richiesta deve saper fare il Mezzo Marchand col Poldo Ripassato a Clavicembalo in Sala Istruzione in non più di 36″.

  13. Ma certo Alberto, un Istruttore se vuole rimanere tale e mantenere il suo posto prestigioso nella ferrea gerarchia nelle Sezioni del NUOVO CAI con tutte le cose che contano veramente, NON deve essere un alpinista, anzi è meglio che non vada proprio in montagna, perché potrebbe inquinare la Retta Ideologia con il contatto con gente equivoca che sculetta sugli spit o (iddio non voglia!) veste tutine aderenti.
     
    Eppoi non vorrai mica che si rischi che un qualunque giovane istruttore possa essere allenato e magari -orrore!- passare avanti a un Istruttore Anziano o al Direttore della Scuola.

  14. Dimenticavo, naturalmente sono assolutamente vietate le solitarie, soprattutto quelle slegato.

  15. A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”.

    Mi ricordavo bene. Quindi secondo questo principio, nella mia attività personale, non posso andare a fare salite diciamo pericolose, di roccia  friabile, scarsamente proteggibili, esposte a cadute di sassi o ghiaccio, o salite che presuppongono attraversamento di ghiacciaio pericoloso per crepacci e seracchi,  perchè da istruttore non si possono chiaramente consigliare. Sarebbe un predicare bene e un razzolare male.

  16. Mi farò parte attiva per procurarmi i riferimenti in testi della CNSASA che evidentemente non conoscete o non ricordate. Piuttosto che spezzettarli in mille commenti, vedrò di confezionare un articolo specifico sul tema della posizione ideologica. Ciao!

  17. @182 l’ho già spiegato al 161. Cmq lo ripeto.
     
    Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine, ovvero il cambiamento epocale avvenuto in termini di indirizzo centrale, che è proprio sul versante ideologico oltre che su quello tecnico. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso. A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”. Questo per evitare che si predichi bene e si razzoli male. Libertà individuale? Ma dove? Se ammetti margini di libertà, addio unico messaggio didattico! Per cui il trend comporta una rivoluzione copernicana:  è la personalità da istruttore che domina su quella dell’alpinista/scialpinista, in ciascun individuo, e non viceversa. Sennò non fai l’istruttore CAI. Infatti il messaggio didattico deve essere univoco (su ogni piano, anche ideologico) anche da parte del medesimo istruttore, sennò genera disorientamento negli allievi. A giudicare dalle decisioni che, piano piano, vengono prese centralmente, si sta omogeneizzando l’intero modello non solo a livello nozionistico, ma soprattutto in termini di mentalità. 

  18. Crovella, mi vorresti spiegare cosa intendi quando affermi che:  quando uno è istruttore, è istruttore sempre?

  19. L’ultima cosa, già detta ma repetita juvant, è che commetti un evidente errore censurando la frase “io sono prima alpinista e poi istruttore” semplicemente  perché è ovvio, logico ed essenziale che si debba esserlo.
     
    E scommetto che la tua tanto decantata, rigida e inquadrata scuola sabauda verifica periodicamente l’attività dei suoi istruttori proprio per garantirsi che restino abbastanza alpinisti da poter essere poi istruttori accettabili.
     
    Quindi anche nei fumi dell’odio per parole come libertà e libertarismo, non insultare la tua e l’altrui intelligenza.

  20. La prima cosa che vorrei sottolineare è che mi pare ovvio che se esistono “due posizioni contrapposte e radicali“, mi pare ovvio e logico che chi ne sostiene una; la ritenga l’unica possibile e cerchi di ostracizzare l’altra. Tu lo fai costantemente e verbosamente e non si vede perché l’opposto non debba essere ammesso!
    La seconda è che tu pretendi debba esistere qualcosa come una omogeinizzazione ideologica, che nulla c’entra di per se’ con l’insegnamento tecnico di una qualunque disciplina, ma solo con la visione gerarchica di una organizzazione.
    A meno che con il termine si intenda esplicitamente la modalità di insegnamento, ma non mi pare che tu intenda solo questo con quei termini. Anche perché nessuno (e sottolineo nessuno) ha messo in questione la modalità di insegnamento delle scuole CAI, ma solo tu ravvisi che questa debba essere correlata a un preciso modo di intendere l’andar per monti, a una posizione ideologica appunto. E solo tu hai deciso che chi non si conformi alla tua posizione ideologica sia un “libertario” ovvero un fautore di andar per monti “liberi tutti” e a minkia.
     

  21. 2) A parte ciò, mi pare che (proprio volendole mettere in alternativa: o vige una o vige l’altra) la visione “rigida” sia molto più coerente con il sistema centralizzato, così come si è configurato (almeno da 25 anni in qua) e soprattutto come si sta sempre più configurando, passetto dopo passetto. Sfogliate i manuali, le comunicazioni, le circolari, i protocolli, i regolamenti, oppure andate agli aggiornamenti periodici per i titolati, agli esami per diventare titolati, partecipate a convegni, eventi, congressi di area didattica… e poi riportate quante volte avete letto o sentito concetti tipo “montagna libertà”,  “spingere gli allievi” “io sono prima alpinista e poi istruttore” e tutti quelle altre idee che vi piacciono tanto. Guardando come si evolve il sistema didattico del CAI, non si riscontrano gli estremi cui “agganciare” tutta questa famiglia di idee “più libertarie”.

  22. Può darsi che esistano due posizioni contrapposte e radicali (e, nel mezzo, infinite sfumature) sul tema “omogeneizzazione ideologica degli istruttori all’interno del modello didattico CAI”. Da un lato la posizione “rigida” alla Crovella (ma non solo, non immaginate quanto sia diffusa…) e dall’altro quella “più libertaria”. 
    1) Innanzi tutto non è chiaro perché, specie a giudizio di certi commentatori (che in alcuni casi non hanno mai fatto parte del mondo didattico del CAI o ne hanno fatto parte en passent tempo fa… quando tutto era molto meno codificato di oggi) debba esser legittima solo l’ala “libertaria” e non anche quella “rigida”. Ovviamente si sostiene questo perché piace ai relativi commentatori, ma non è detto che la visione rigida sia per forza di cose illegittima e da ostracizzare.

  23. Si insegna che l’alpinismo nasce con la salita del Monte Bianco. L’alpinismo non nasce dal sogno? Dall’idea?

    VISE, la data della prima del monte Bianco è puramente convenzionale. La storia è molto più complessa. Perchè proprio il monte Bianco e non un’altra montagna? Solo perchè è la vetta più alta?
    Certo che l’alpinismo nasce da un sogno, tutte le ascensioni vengono prima sognate. 
    Questo potrebbe essere un buon argomento da discutere con gli allievi di un corso.

  24. Non so se questo è lo spazio giusto ma mi chiedo… nel 2024 ancora interpretazione del Gervasutti Pensiero? Che poi se mi sporgo dalla finestra, idealmente, posso vedere dove è nato e ha vissuto buona parte della sua vita. Non dove ha compiuto buona parte delle sue salite. 
    Mi chiedo, invece di Gervasutti, perché non leggo tra questi commenti le impressioni relative alle imprese di Sean Villanueva? “The Moonwalk Traverse” era un meraviglioso articolo che se non mi sbaglio sul GognaBlog era comparso, poi tolto e poi fortunatamente ricomparso. 8 commenti in tutto, questo articolo rischia di arrivare, anche per colpa mia, che quello non me l’ero sentita di commentarlo, a 200.
    Faccio delle riflessioni estemporanee… Si parla di didattica CAI, uniformità, etc. Si insegna che l’alpinismo nasce con la salita del Monte Bianco. L’alpinismo non nasce dal sogno? Dall’idea? E con la sua realizzazione (cima/via) quell’idea, almeno temporaneamente, “finisce”? Eppure, questo è quello che si insegna, 1786, data da insegnare agli allievi. Eppure, da casa vedo una cima salita otto anni prima, e non mi pare per fini scientifici…
    Penso alla prima salita del Cervino, a come fu mancata da Carrel secondo le ricostruzioni e penso pure alla prima invernale al K2.
    Forse noi europei e noi italiani abbiamo trovato il modo per cucirci addosso e raccontarci delle belle storie, tra cui quelle relative al salire i monti.

  25. #161 crovella
    “Una volta istruttore, lo sei sempre”
    Questo risponde a diverse domande che mi sono fatto negli anni.
    Spiega l’istruttore con la pancia, quello che non sta in piedi, quello che non vedi mai, eppure…
    Grazie

  26. “Si vede proprio che apparteniamo a due mondi diversi”
     
    Se tu che vivi in un mondo diverso…da tutti gli altri, compresi molti consoci di mia conoscenza.

  27. E’ saltato il seguito: “Copio e incollo tutti gli interventi di Crovella sul caso e sento cosa ne pensa lui. Insomma, è pur sempre il Presidente della CNSASA!”

  28. Si vede proprio che apparteniamo a due mondi diversi, senza dire che uno sia meglio o peggio dell’altro. Non resta che stare a vedere come si evolverà il tutto.  Ho la sensazione che anche nel comparto delle scuole si sta verificando una separazione simile a quella che sto vedendo fra le Sezioni CAI di grandi dimensioni (in genere appartenenti a centri metropolitani) e sezioni piccole o piccolissime. Lo stesso potrebbe accadere fra le scuole CAI, dove la scuole di grandi numeri sono condannate dalla loro stessa natura a essere molto rigide, mentre quelle medie e soprattutto piccole manterranno un ambiente più familiare, più alla buona. Lì magari sopravviverà la mentalità che piace di più, mentre nelle grandi scuole  sono sicuro di no, lo vedo tutti i giorni. Il punto cardine è che la grandi scuole hanno molti istruttori, cioè hanno molto voti al momento dell’elezione dei componenti degli organi direttivi sia nazionale che territoriali. Di conseguenza, sono le grandi scuole che possono numericamente  condizionare l’evoluzione del sistema, non le piccole. Cmq, vedremo.

  29. Comunque Crovella è INCREDIBILE. Il semplice alpinista non basta, l’istruttore CAI non basta, il Direttore di una Scuola CAI on basta, una Guida Alpina non basta. Mi sa che alla fine BASTA SOLO CROVELLA. Anzi gli suggerisco di mandare lettera (anonima se vuole) alla CNSASA denunciando l’eresia di Benassi e Battimelli. Così poi ridiamo sulle risposte. Oggi scrivo al Direttore del CNSASA, visto che è un carissimo amica di lunga data.

  30. Sarebbe da chiedere a un po’ di torinesi, una decina diciamo, tutti membri del CAI, CAAI, istruttori e alpinisti, cosa ne pensano di tal Crovella.
     
    Io l’ho fatto.
    🙂

  31. Devo essere masochista,leggo tutto del blog, ultimamente sig.Crovella mi fa venir in mente Jorge, il bibliotecario de il nome della rosa; il riso uccide la paura e senza la paura non ci può essere la fede.

  32. Guardate: non sapete davvero di cosa state parlando. Ciò che rileva NON è cosa pena il singolo istruttore su cosa sia giusto, ideologicamente o eticamente o moralmente, ma cosa viene deliberato centralmente. Il sistema non funziona in termini di mega dibattito fra tutti gli istruttori italiani, ma procede per decisioni centrali che scendono a cascata. Certo si procede in modo morbido, per il fatto che l’impegno da istruttore è una libera scelta in un contesto di volontariato, ma si procede. Le regole sono molto chiare e si infittiscono progressivamente, basta leggere. Ripeto: sono stupito che la cosa non vi abbia ancora raggiunto, l’unica spiegazione che intravedo l’ho già esposta (per quanto riguarda quelli che NON fanno parte dell’area didattica del CAI: essi non dovrebbero neppure parlare, 1) non sono edotti sullo stato dell’arte e 2) in ogni caso sono personaggi estranei). Staremo a vedere l’evoluzione, la storia dirà se la mai impressione è fondata o meno. I personaggi che conosco sia in ambito CNSASA che, soprattutto nella Scuola Centrale, mi paiono molto decisi in merito.

  33. P.S.: la concezione ideologica che permette l’affermazione “Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato”  credo sia l’esatto opposto di quello che dovrebbe essere(e che in realtà è)
    Se non sei alpinista come puoi pensare che si possa essere istruttori di alpinismo?!?
     
    Se non sei prima alpinista (sci-alpinista, arrampicatore) NON PUOI E NON POTRAI MAI essere istruttore.
     
    E non a caso devi presentare un curriculum e dimostrare di saper fare, prima di diventare istruttore (e dovresti anche presentarlo per continuare ad esserlo)
     
    CROVELLA SMETTILA!

  34. “Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine”
     
    Io direi che sei tu che non riesci a metabolizzare proprio un *****!
     
    Ti hanno detto che sei autoreferenzialmente obnubilato dalla tua propria ideologia e stai dicendo idiozie senza senso Guide Alpine, Istruttori CAI con anzianità e curriculum decisamente superiori ai tuoi, insegnati FASI, alpinisti fortissimi, forti, normali e patetici arrancatori come me, giovani, vecchi e di mezz’età, sciatori, arrampicatori e escursionisti…chi vuoi che scriva ancora? Mattarella e il papa?!

  35. . Per come conosco io l’aria che tira, specie a livello di Scuola Centrale, se uno si presenta ad un esame da titolato e dice “io sono prima alpinista e poi istruttore”, secondo me viene “impalato” seduta stante.

    Allora, ti do 2 risposte:
    1)  se tutti quelli che si presentano ai corsi vengono “impalati” voglio vedere con chi li fa il CAI  i corsi;
    Ci va il presidente nazionale?
    Ci vanno i presidenti di sezione?
    2) prima di essere ammesso ad un corso viene presentato un curriculum di ammissione, che naturalmente varia a seconda del tipo di corso che fai. Se ad esempio fai il corso da istruttore di alpinismo devi avere un curriculum alpinistico (oltre che didattico): roccia, ghiaccio, alta montagna. Quindi un pò alpinista lo devi già essere. E per come la penso io (ma io sono datato) , lo divi continuare ad essere, perchè la tua attività di istruttore ci può solo guadagnare, trasmettendo ai tuoi allievi, oltre che delle nozioni tecniche e didattiche, anche dei VALORI che sicuramente saranno diversi e potranno essere recepiti in modo diverso. Ma del resto, non siamo tutti uguali e infatti non esiste un alpinismo o un’arrampicata.
    P.S. il termine “impalati” te lo potevi risparmiare.

  36. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso.

    Benissimo, ne prendo atto, sono datato..
    Evviva il chiodo a campanella, abbasso i Totem Cam.

  37. Ho già detto che nelle scuole CAI di grandi dimensioni il fenomeno dell’omogeneizzazione, anche e soprattutto del pensiero, è già ampiamente concreto: se non hai “quella” mentalità, in quelle scuole non arrivi proprio a fare l’istruttore e forse non ti iscrivi neppure come allievo. Probabilmente nelle Scuole CAI piccole e/o più lontane dal centro decisionale nazionale, la cosa maturerà piano piano, col ricambio generazionale. Trattandosi di un incarico di volontariato, non si vogliono fare epurazioni antipatiche (principio condivisibile), ma le nuove generazioni di ciascuna scuola prima o poi dovranno andare a sostenere gli esami da titolati, se si vuole far continuare a vivere le scuole stesse (senza un INA come Direttore non c’è nulla osta per definizione e tutto il resto di conseguenza) . Per come conosco io l’aria che tira, specie a livello di Scuola Centrale, se uno si presenta ad un esame da titolato e dice “io sono prima alpinista e poi istruttore”, secondo me viene “impalato” seduta stante.

  38. Vedo invece che non riuscite a metabolizzare il concetto cardine, ovvero il cambiamento epocale avvenuto in termini di indirizzo centrale, che è proprio sul versante ideologico oltre che su quello tecnico. Dire “io sono prima alpinistica e poi istruttore” è storicamente datato, rispetto al trend iniziato 20-25 anni fa e chiaramente in corso. A me pare proprio che oggi si dica: “una volta istruttore, lo sei sempre, sia nelle uscite ufficiali che in quelle private”. Questo per evitare che si predichi bene e si razzoli male. Libertà individuale? Ma dove? Se ammetti margini di libertà, addio unico messaggio didattico! Per cui il trend comporta una rivoluzione copernicana:  è la personalità da istruttore che domina su quella dell’alpinista/scialpinista, in ciascun individuo. Sennò non fai l’istruttore CAI. Infatti il messaggio didattico deve essere univoco (su ogni piano, anche ideologico) anche da parte del medesimo istruttore, sennò genera disorientamento negli allievi. A giudicare dalle decisioni che, piano piano, vengono prese centralmente, si sta omogeneizzando l’intero modello non solo a livello nozionistico, ma soprattutto in termini di mentalità. 

  39. ” ognuno di noi pratica la montagna, l’arrampicata, l’alpinismo, ect. come più gli piace, cioè in libertà…
    mi sembra una spinta …a una presa di coscenza e conoscenza di se stessi e degli altri che la pensano diversamente da te.”
     
    Ma ciò è il male assoluto!
    Follia! Bestemmia! Eresia!

  40. Crovella,
    – un conto è la manovra tecnica. Il mezzo barcaiolo, la sosta fissa bilanciata, il fattore di caduta, l’assicurazione ventrale, ect. ect.  Quelle sono,  PUNTO!!
    – un conto sono gli aspetti filosofici/ideologici dell’arrampicata, dell’alpinismo, che non possono essere standardizzati perchè ognuno di noi pratica la montagna, l’arrampicata, l’alpinismo, ect.  come più gli piace, cioè in libertà,  e non vedo perchè questo non debba essere detto ad un allievo. Non mi sembra una spinta al suicidio, caso mai a una presa di coscenza e conoscenza di se stessi e degli altri che la pensano diversamente da te.

  41. Non credevo esistessero ancora sacche di una mentalità storicamente datata rispetto all’evoluzione in corso. A me risulta che ci sia stata una virata “politica” verso il modello unico, a partire da circa 20-25 anni fa, con la fusione fra le due Commissioni, e tuttora in corso, passo dopo passo. Il modello unico non può che presupporre un pensiero unico, altrimenti non si raggiunge l’obiettivo del messaggio totalmente omogeneo su tutto il territorio nazionale e in tutte le discipline tecniche. Figlio di tale scelta politica centrale è che non possono esserci differenze nel messaggio didattico trasmesso agli allievi. Per fare un esempio: non ci può esser differenza fra il messaggio didattico che riceve l’allievo iscritto a una scuola di scialpinismo di Torino e finito nelle grinfie del caiano Crovella e il messaggio che riceve, nella stesso momento, un allievo iscritto in una scuola di alpinismo toscana o romana e legatosi in cordata con “libertari” del calibro di Benassi o Battimelli. Se ci sono differenze, allora non c’è un messaggio didattico unico. Chi ha occhio attento vede che si sta andando, passo dopo passo, verso una standardizzazione non solo nazionale, ma addirittura trasversale alle discipline (cioè non ci saranno filosofie e nozioni diverse neppure fra scuole di alpinismo e scuole di scialpinismo ecc: il modello CAI è “unico”). 

  42. Il caiano Crovella un merito però ce l’ha, quello di essere riuscito a far cantare l’oselin de la comare alla Hitlerjugend mentre arranca al passo dell’oca.

  43. Un altro eretico, addirittura un Direttore. Non c’è più religione!

  44. “E credo di sapere di cosa parlo, dato che nella mia scuola ci sto da 57 anni. …
    E non chiederti, come hai fatto con Benassi, come sia possibile che il direttore della mia scuola tolleri che io dica queste eresie, perché il direttore della mia scuola sono io”
     
    Punto, set, match.
    🙂 🙂 🙂  🙂 🙂 🙂 🙂 🙂 🙂
    Standing ovation per Batman che da solo ha visto più montagne di 10 nCrovelli in 100 anni!

  45. Concludo con una battuta, io me lo immagino così… dato che i tanto amati manuali affermano che appena partiti dalla sosta bisogna mettere subito una prima protezione… me lo immagino estrarre la sua pistola piantaspit presa direttamente da Cliffhanger e via… Bang! e prima protezione messa! 

  46. Chiedo in generale, dato che a un certo punto ho letto la parola “convegni”. Faccio una domanda relativa ai congressi, quelli in cui si vota, per intenderci. Qualcuno ricorda di avere letto programmi di chi si è proposto per essere votato? Chiedo. Io non ricordo. 
    Relativamente ai componenti delle commissioni, mi pare che il sito del CAI, non sia nemmeno così aggiornato relativamente agli attuali commissari
     

  47. @107 Crovella
    Io sapevo mi sarebbe stata fornita questa risposta. A questo punto Crovella, poteva rispondere subito che la domanda andava posta agli organi tecnici e non a lei. Invece ha voluto rispondere per poi replicare così, come già tante volte ci ha abituati in questo blog.
    Se ci tiene a saperlo, diverse domande tecniche sono state poste al mio organo tecnico di riferimento, a voce, a un congresso e poi in forma scritta.
    Evidentemente le risposte non sono arrivate.
     Recentemente, contattato on line da “mamma CAI” ho compilato un questionario on line del CAI sulla parità di genere (politiche sociali). Li contatterò direttamente per riportare un paio di episodi che ho visto coi miei occhi e che non riguardavano direttamente me, all’interno di quella che lei descrive sempre e a tutti i costi come un’isola sempre felice 

  48. “Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano! ”
     
    Proverbi toscani:
    1) “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.”
    2) “Meglio due morti in casa che un maremmano a due chilometri di distanza.”

  49. Crovella, ma ti rendi conto che stai confondendo l’ovvia necessità di un insegnamento uniforme e entro certi limiti standardizzato, che nessuno mette in discussione, con l’imposizione di una sorta di pensiero unico, non solo tecnico ma anche ideologico, che peraltro non mi pare sia codificato da nessuna parte nei manuali della CNSASA? Mi sembri il sergente Hartmann di Full Metal Jacket (“noi tempriamo veri uomini”). Almeno parla per te e non ergerti a rappresentante dell’unica e santa ortodossia delle scuole di alpinismo del CAI. E credo di sapere di cosa parlo, dato che nella mia scuola ci sto da 57 anni. Fermi restando i vincoli dettati da ragioni tecniche e di buon senso, qualunque buon insegnante sa (e questo vale per le scuole di alpinismo come per la scuola in generale) che una certa concezione della “omogeneità didattica” è il nemico principale di un insegnamento efficace. E non chiederti, come hai fatto con Benassi, come sia possibile che il direttore della mia scuola tolleri che io dica queste eresie, perché il direttore della mia scuola sono io.

  50. CROVELLA:
    cmq  una qualsiasi lezione teorica serale agli allievi, di una qualsiasi scuola CAI dal Brennero a Ragusa, lo stesso identico messaggio deve dare. ”
    Quindi per essere perfettamente in linea, bisogna anche dire le stesse parole, da Brennero a Trapani (chissà perché Ragusa)? Al CAI tornano le veline dei tempi di Manaresi? Guai a dare un proprio giudizio, trasmettere la propria esperienza, raccontare un aneddoto per spiegare una cosa, mai usare una metafora che può essere male interpretata! Libro e moschetto(ne). 

  51. E’ inutile che mi chiediate continuamente “quali” affermazioni sono quelle incriminate… perché  alcuni di  voi (che manco fanno parte attualmente del mondo didattico) giudicano tali affermazioni non inopportune. Ma il punto è che non siete voi a dover giudicare le affermazioni, perché non avete la mentalità coerente con il modello centralizzato i vigore (non ne fate neppure parte!). Cose come “libertà”, “spingere gli allievi” ecc NON sono più nel novero dell’ortodossia didattica. Si è fatto un lavoro molto pesante per dare una visione molto particolare al messaggio didattico, che non può che essere “conspevolezza, maturità, prudenza”. Frasi come libertà ecc non rientrano più nel glossario ufficiale, ecco perché stridono. Se si tiene una lezione teorica agli allievi (tra l’altro anche il modello di lezione teorica, nei diversi argomenti, si sta standardizzando: non si parla come piace a ciascun, ma secondo modelli standard sempre più omogenei), cmq  una qualsiasi lezione teorica serale agli allievi, di una qualsiasi scuola CAI dal Brennero a Ragusa, lo stesso identico messaggio deve dare. Non è possibile che l’allievo della scuola di Torino o di Milano sente un “certo” messaggio e l’allievo della scuola per esempio toscana senta un messaggio un poi’ diverso. Sennò va a pallino l’omogeneità nazionale della didattica, che è l’obiettivo verso il quale si sta lavorando da 25 anni. Questo è il unto cardine. pensavo che dopo 25 anni fosse ormai tutto chiaro a tutti gli istruttori attivi del CAI.

  52. Alberto, infatti era un “magari pure”… Per fortuna che c’è gente qui (tanta) che non si inalbera 😀

  53. Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano! ????

    Rompicoglioni si, maremmano no. Con tutto il rispetto per la Maremma.

  54. In realtà su Benassi non sono molto interessato.

    Ma come…? quasi, quasi ci rimango male.
    Vedi Crovella dovresti scendere dal trono sabaudo su cui ti sei messo. Io non ho messo in discussione il CAI, ho detto che ci sono cose che condivido e altre no. Su quelle no, voglio dire la mia.
    E prima di essere un istruttore sono un alpinista, come lo ero anche quando ho fatto per tanti anni il volontario di soccorso alpino. Prima di essere soccorritore , sono alpinista.  Ma il mio essere prima alpinista che istruttore o soccorritore  ha dato solo valore aggiunto alle queste due figure , non le ha svalutate. Praticare l’alpinismo con passione e facendo un’attività di un buon livello tecnico, può solo essere positivo per un istruttore.

  55. Certo che ‘sto maniaco di Crovella è ben strano. Per il mio “caso” è andato a scomodare qualche dirigente del CAI (la maggior parte dei quali manco ha mai parlato con me) per avere informazioni, ovviamente credendo a loro perché sono dirigenti (se mi diceva potevo indicargli anche io qualcuno, da ex-Presidenti a ex-Segretari della Sezione). Per Benassi ha deciso che non gli interessa scomodare le sue altolocate amicizie (apicali, ops). Con me, l’ha fatto perché milanese, alla faccia sua, sono stato un giornalista di montagna, tra i fondatori dell’Associazione Giornalisti di Montagna, Cervinia, puoi chiedere a Serafin se vuoi o a De Martin; socio per 43 anni del CAI; conosciuto nell’ambiente alpinistico italiano e straniero -vuoi le referenze?- e tutto questo lo ha, come dire?, “infastidito”… Benassi, è il solito povero rompicoglioni toscano, magari (non sia mai!) pure maremmano! 😀

  56. Crovella, continui a non capire che per “caiano”, a prescindere dall’appartenenza al club, s’intende una persona che in montagna si prende troppo sul serio. E tu sei caiano fino al midollo, al di là dei tuoi titoli ma per come ti poni. Un bullo.

  57. “Mi arrovellavo sul perché potesse esprimere cose così in contrasto con le finalità didattiche del CAI”
     
    Quali cose esattamente: riportale o taci!

  58. 120 CROVELLA:
    da noi, nell’austero nord ovest,
    No caro C.: nell’austero Piemonte/Torino. Parla per quello che conosci dal vivo per esperienza, non per telefonate o incontri di mezza giornata. Prima di parlare degli altri, vai con loro a qualche lezione teorica e a qualche uscita: l’unico modo per vedere se è come tu dici. Il resto sono tue illazioni. Lascia fuori Lombardia e Liguria, Grazie. E non rompere le palle con i tuoi “ho sentito, ho parlato”. Io con qualche Istruttore nazionale ci ho pure arrampicato, fatto scampagnate, bevuto una birra. Compreso il vertice apicale del tuo CNSASA… 

  59. In realtà su Benassi non sono molto interessato. Tocca a chi di dovere verificare se dica o meno cose dissonanti. Mi arrovellavo sul perché potesse esprimere cose così in contrasto con le finalità didattiche del CAI, visto il modello organizzativo così rigido. La spiegazione potrebbe annidarsi nelle diverse dimensioni delle scuole. Ho dato un veloce sguardo alla sua scuola. Mi pare che siano in 15-17 istruttori. E’ ovvio che, sul piano istituzionale, l’ambiente è più rilassato, più familiare, ci si preoccupa meno di cosa si dice sui risvolti “ideologici” ecc. In scuole grandi e di centri metropolitani inevitabilmente l’impostazione è molto più rigida: il nostro organico istruttori sfiora i 100 nomi, giriamo ogni anno 100 e passa allievi, nei diversi corsi, il tutto deve essere molto più “controllato” dai vertici, molto più schematizzato, molto più rigido, sennò diventa ingestibile. In più c’è la questione di mentalità specifica: da noi nessuno si sogna di uscire dal seminato.
    Sta di fatto che il nostro attuale direttore è un componente della CNSASA  e un altro past direttore è oggi il direttore  della Scuola Centrale. Non è inusuale un fatto del genere, i rapporti fra la nostra scuola e la CNSASA sono sempre stati molto profondi, nei due sensi. Lo stesso vale per altri scuole “grandi” e importanti. Specie con questo secondo “collega” vi basti solo sapere che a far la gara, fra me e lui, a chi è più inflessibile su questi temi, non so proprio chi “vince”…

  60. CROVELLA, a proposito di Benassi, potresti fare due telefonate e quattro chiacchiere con i suoi “superiori” così lo sistemano loro (tanto tu conosci tutti i vertici apicali)! Se per caso invece il buon Benassi è più che apprezzato come istruttore, visto che lo è da anni e anni, mi sa che i toscani ti mandano a quel (tuo) paese… Puoi sempre parlare con il TER o con la CNSASA, a te non dovrebbe essere difficile
     

  61. 109 CROVELLA
    . In particolare è chiaro ai tutti i vertici che l’EAGLE TEAM non fa parte del modello didattico del CAI, quello delle Scuole “normali”.
    Ma glielo hai detto o no che hanno sbagliato a terlo nel CAI e che invece andava nell’Accademico? E cosa ti hanno risposto, SE l’hai detto…
     

  62. 107 CROVELLA. Ma è esattamente quello che fai tu. Vai a chiedere lumi alle spalle degli interessati, ma non hai neanche le palle di dire a chi chiedi (nel mio caso, ad esempio).
    E ha ragione Marcello: sono stato anche io 40 anni nel CAI e ho continuato a starci pur non condividendo il modo di gestire la mia sezione e dicendolo apertamente. Ma è quello di cui il CAI ha il terrore: persone/soci che pensino con la loro testa. Meglio quelli che piacciono a te, zitti e inquadrati. Sarebbero piaciuti anche a Manaresi.

  63. Crovella,  denunciami ai probiviri dei CAI così mi mettono al rogo, come idemoniato.

  64. Nessuno mette in discussione il modello didattico del Cai. Neppure nei commenti del povero Benassi traspare l’ombra di ciò. 
     
    Crovella, sei partito per la tangente e te la sei cantata e suonata da solo. E il bello è che insisti.
    Piantala lì. Il Cai non c’entra,  ti devi curare.

  65. “Benassi possa dire, anche candidamente, cose che nel modello didattico del CAI in vigore sono eresie”
     
    Ma cosa ha detto di così sconvolgente?
    Io non ho trovato nulla, proprio nulla, che avvalori la tua convinzione!

  66. Ma li ho letti! Solo che non sono idee da “Istruttore CAI”. Se vai ai corsi, agli aggiornamenti, ai convegni oppure se leggi i manuali, le circolari, le comunicazioni ecc nell’ambiente degli istruttori CAI NON senti MAI cose del genere. E’ per questo che sono stranito che Benassi possa dire, anche candidamente, cose che nel modello didattico del CAI in vigore sono eresie. Non credo che Benassi sia andato agli aggiornamenti dei titolati, perché in quelle sedi i nodi sarebbero venuti al pettine. Mi stupisce, ribadisco, che nella sua scuola ci sia tale lassismo e che i suoi responsabili gli lascino pubblicamente dire cose di quel tipo… Qui da noi sarebbe impensabile: o hai la “testa” di un certo tipo (cioè all’antitesi di Benassi) o non sei fatto per fare l’istruttore CAI. Anche quando sono andato in altre scuole o a aggiornamenti e convegni nazionali ecc, la mentalità dominante è quella che indico io, non l’altra
     
    Stiamo girando a vuoto perché chi NON fa parte, o non fa parte in modo congruo, del modello didattico del CAI pretende di spacciar per verità assodate quelle che in realtà sono le sue idee. La conclusione più adeguata è: “fare l’istruttore CAI è per molti, ma NON è per tutti“. Infatti bisogna avere la mentalità coerente con il modello stesso, non è una questione tecnica o di capacità alpinistiche, ma è una questione di mentalità

  67. “non ho MAI sentito, nel modello didattico CAI, i discorsi che ho letto nei commenti sottostanti”
     
    Veramente ti ho appena indicato che NON LI HAI MAI LETTI neppure nei commenti sottostanti, ma come al solito ti rifiuti pervicacemente di prendere atto di una cosa così triviale come la realtà…

  68. Al di là della fondatezza o meno dei singoli risvolti, il punto che sfugge è che il modello del CAI è “quello”, è ben rigidamente codificato e non è oggetto di interpretazioni o negoziazioni: ci sono innumerevoli manuali, circolari, esami e aggiornamenti periodici che lo testimoniano nero su bianco. Giusto o sbagliato che sia, è così. Se uno vuole fare l’istruttore del CAI, “quella” filosofia deve sposare, senza tutti i sofismi che state dipingendo. O si fa l’istruttore così o NON si fa l’istruttore, non si può dire ma io sì però e poi non è irragionevole quello che dico… NO! Conosco il modello didattico del CAI dal suo interno, non dico che lo creato io, ci mancherebbe, ma ho dato i mie piccoli mattoncini  insieme ad altri contributori qualificati. Ancora oggi sono cmq coinvolto , anche se non ho più comprensibilmente voglia di caricarmi di compiti organizzativi (direttore ecc) e poi ci sono giovani molto preparati e lascio con piacere lo spazio a loro. Ma sono ancora “dentro” a queste tematiche e lo conosco molto bene. In 45 anni, neppure a livello regionale/nazionale, non ho MAI sentito, nel modello didattico CAI, i discorsi che ho letto nei commenti sottostanti e tutte gli arzigoli che ci montate sopra. Proprio NON fanno parte del concetto di istruttore CAI.

  69. E’ proprio perché sono andato a rileggerli che non credo che tu abbia capito cosa vuol dire Benassi (e piuttosto chiaramente). Cito dal #32:
    “alpinismo in libertà non vuol dire “alpinismo incoscente” .
    Anzi, esige consapevolezza delle proprie capacità e dei rischi e pericoli a cui si va incontro”
     
    Affermazioni sulle quali c’è ben poco da eccepire, direi.
     
    Al contrario della tua al #35 “se tu ti senti “prima” alpinista e poi “istruttore”, non capisco bene cosa ti spinga a fare l’istruttore”  che avevo già stigmatizzato al mio #39 e che mi pare quasi affermare che tu preferisca e anteponga l’istruttore all’alpinista, quasi si potesse essere istruttori senza essere alpinisti.

  70. PS: le GA NON fanno parte del modello didattico del CAI, quindi in genere non lo conoscono nei dettagli e spesso ne hanno solo un infarinatura, che rischia di esser fuorviata dalla visone personale anticaiana, come nel personaggio citato. Benassi dice di esser istruttore dall’84 e pensa che io lo sono da un po’ prima e sono stato direttore di una delle più grandi e importanti scuole di tutto il CAI. Per cui, anche se adesso, per scelta personale, non ricopro più ruoli “attivi”, so perfettamente di cosa parlo. La nostra scuola ha storicamente fornito validi componenti della Commissione Centrale e della Scuola Centrale (non parliamo della Commissione e della Scuola LPV, cioè quelle territoriali) e anche adesso abbiamo alcuni nostri personaggi nei posti di rilievo a livello centrale. Per cui SO di cosa parlo. Sono circa 45 anni che mangio pane e modello didattico del CAI.

  71. Cmq Matteo, se vuoi maggior precisione sul punto “cose sbagliate”, scendi giù lungo i 120 commenti e rileggiti le cose scritte da Benassi e, in più punti, troverai dei riferimenti (libertà in montagna, spingere gli allievi ecc) che non sono coerenti con il messaggio didattico del CAI da comunicare agli allievi. O Benassi non è mai stato a un aggiornamento o le cose gli entrano da un orecchio e gli escono subito dall’altro, ma questo atteggiamento è sbagliato, nel senso che non è coerente con l’impostazione ormai consolidata da 25 anni. Premesso che da noi (nel nord ovest) manco capitano episodi del genere (chi non la mentalità coerente con il modello didattico, non diventa neppure aiuto-istruttore…), dico che, qualora accadesse, tutto verrebbe messo in chiaro all’interno della scuola stessa, tramite l’intervento del direttore e dei suoi collaboratori. Non si arriva neppure a dover costringere i responsabili regionali a intervenire. Piuttosto questi ultimi, negli aggiornamenti, martellano gli istruttori in modo tale che i “legnosi” comprendano le cose e cambino quindi mentalità.

  72. “Parlate di cose che non conoscete e pretendete di “imporre” a questo mondo”
     
    A me sembra che qui nessuno abbia parlato delle terribili cose da te paventate come “libertà in montagna”  o di “cercare l’avventura”  e  tantomeno di imporre alcunché: se puoi indicami i passi dove questo sarebbe avvenuto.
    Mi pare proprio che le tue fobie ottenebrino un po’ la tua di visione o intelligenza
     
    Inoltre mi pare anche che chi ha scritto finora sappia bene di cosa parla, che sia andare in montagna che sia di scuole CAI…o vuoi mettere in dubbio la competenza di uno che è istruttore dall’84 o di un Cominetti.
    E anch’io nel mio piccolo credo di aver visto un bel po’ di montagne…e magari anche più di te.
    Per cui evita di trinciar giudizi gratuiti perché al massimo qualificano te!
     

  73. In cosa risiederebbe la mia presunta scarsa intelligenza? Mi pare che siate voi a dimostrare scarsa intelligenza, poiché parlate di un mondo, quello della didattica del CAI, che NON conoscete minimamente. Parlate di cose che non conoscete e pretendete di “imporre” a questo mondo (a voi sconosciuto) la vostra interpretazione su cosa e come dovrebbe agire… quando è tutto nero su bianco, deliberato e accertato e… da decenni!

  74. ul punto “controllo”, il modello è molto chiaro: LA GERARCHIA è indiscutibile e comporta anche il controllo. Trattasi di decisione che non ho preso io (anche se le condivido), ma sono codificate centralmente. Diciamo che il controllo si cerca di effettuarlo con modalità morbida e preventiva. Cioè attraverso gli aggiornamenti periodici, cui tutti gli istruttori titolati si DEVONO sottoporre (ogni 3-5 anni). Inoltre le scuole serie, con aggiornamenti ai loro istruttori ogni anno, ribaltano al proprio interno la filosofia centralizzata. Negli aggiornamenti, si “pesta” sugli istruttori, ma non solo sulle manovre, bensì anche sulla mentalità e sul messaggio da trasmettere agli allievi. MAI sentito negli aggiornamenti fare discorsi del tipo “libertà in montagna”, “spingere gli allievi”, “cercare l’avventura”… semplicemente perché NON sono contenuti del messaggio didattico del CAI. Prendete i manuali CNSASA prodotti negli ultimi 25 anni e NON troverete MAI affermazioni tipo “montagna regno della libertà”, bensì solo “approccio maturo, consapevole, prudenziale”

  75. Non sta a me che sono l’antitesi della mentalità “spingere”, spiegare cosa si intenda. Quando però si cita l’EAGLE TEAM a sproposito (con riferimento alla didattica 2normale” del CAI credo che la dissonanza sia molto chiara. L’EAGLE TEAM coinvolge 40 (QUANRANTA persone su 346.000 soci totali!) giovani già motivati di loro e li seleziona severamente anche sul terreno prima di ammetterli.
    All’opposto il modello didattico del CAI è rivolto a tutti i soci e anche ai non soci (che di devono associare). In parole povere: l’EAGLE TEAM è la squadra corse di F1, il modello didattico è la produzione di serie della panda. noi istruttori 2normali2 dobbiamo agire per produrre ottime Panda, ma NON Ferrari di F1. Quando senti un normale istruttore che fa dei “discorsi” da team di F1, c’è qualcosa che non quadra.

  76. Crovella, è che proprio non ci arrivi.
     
    Il tuo problema risiede nella tua intelligenza limitata a fronte della convinzione di averla superiore a tutti gli altri.

  77. “se davvero l’istruttore X “spinge” gli allievi all’alpinismo impegnato, questa cosa è molto discutibile.”
    Dipende tutto da cosa si intende con “spingere” e “alpinismo impegnato”.
    Credo che anche nell’austero nord-ovest (!) gli istruttori spingano gli allievi ad andare in montagna, impegnandosi a farlo al meglio e con conoscenza…altrimenti che istruttori sarebbero!
    Come non credo proprio che Benassi spinga chichessia a buttarsi a muzzo…
     
    L’invocare l’intervento censorio di direttori di Scuolo, TER e commissioni varie quando c’è qualcosa che non piace (anche se poi non si sa che cosa non vada e “Non ci sono affermazioni specifiche dell’istruttore tizio o caio” da poter citare) mi pare decisamente un sintomo della mentalità beceramente associazionistica, autoreferenziale e ingiustificata, che è l’essenza del caianesimo più deteriore.
     

  78. Se NON vi piace il CAI, basta che non ne facciate parte. Ma non voglio tornarci sopra. Lo stesso per il ruolo di istruttore CAI. Se non piace il protocollo centralizzato del modello didattico CAI, basta NON fare l’istruttore CAI.
    Accipicchia, se devo spiegare il tema “affermazioni”, significa che finora abbiamo perso tempo. Non ci sono affermazioni specifiche dell’istruttore tizio o caio. C’è che se davvero l’istruttore X “spinge” gli allievi all’alpinismo impegnato, questa cosa è molto discutibile. La finalità didattica del CAI è ormai codificata (ribadisco da 25 anni!) e il messaggio didattico da comunicare agli allievi è l’approccio “maturo, consapevole e prudente”. NON tocca ai normali istruttori CAI spingere all’alpinismo impegnato. Se poi alcuni degli allievi hanno in sé il talento e le motivazioni esistenziali, allora percorreranno quella strada, ma lo faranno per scelta individuale, non perché “spinti” o “indirizzati” da un normale istruttore CAI. Per quello che risulta a me, tutto ciò è fortemente discutibile (se davvero viene fatto nella realtà) e le persone predisposte ai controlli dovrebbero intervenire. Non spetta a me, l’ho già detto, ma sono cmq basito: da noi, nell’austero nord ovest, è inconcepibile una situazione del genere, manco si palesa. Chi non ha “quella” mentalità, non dovrebbe far parte del mondo didattico. Così come chi non ha la mentalità “caiana” non dovrebbe autopunirsi nel continuare a esser socio del CAI. 

  79. E quindi cito parte di detto intervento:
     
    “di solito nessuno si riferisce con il termine “caiano” a tutti i soci CAI o a tutto il CAI, ma solo a un certo tipo di socio CAI e a una mentalità piuttosto diffusa nel CAI, quella associazionistica in senso becero, autoreferenziale e autogiustificata, che non riconosce alcun valore  a ciò che non è CAI o che si svolge o avviene al di fuori del CAI. I cultori (ma sarebbe meglio definirli sacerdoti) di tale mentalità spesso vengono definiti anche “Barbacai”, ma non sono tutti i soci del CAI: nessuno si sognerebbe di dare del caiano a  Ughetto, per esempio!”
    “Trovo che la mentalità “caiana” sia però purtroppo parte integrante del CAI fin dalle sue origini e dai suoi fondatori e sia purtroppo maggioritaria nelle cariche sociali e quindi nella politica e nelle funzioni del CAI stesso.”

  80. Mi ero dimenticato di quell’articolo: l’ho riletto e ho letto il mio post #65. Lo ribadisco completamente: è agli atti. [nota: l’Ughetto come prototipo del non-caiano citato nell’intervento è Ugo Manera]
     
    Piuttosto non capisco quale affermazione del povero Benassi abbia potuto scatenare le ire funeste di Crovella…

  81. utilizzate come preferite il termine caianao, tanto chi è davvero coinvolto nel CAI se ne fa un baffo dei vostri insulti. Piuttosto non è chiaro come mai alcuni detrattori dei caiani siano soci del CAI. io tifo Juventus, mica sono socio di un Inter fan club!
    Il tema “caiano” l’ho già abbondantemente trattato inj un articolo pubblicato sul gogna Blog nel 2020 (vedi link sottostante). E’ agli atti. ma è mai possibile che si debba sistematicamente tornare sempre sugli stessi argomenti? Una volta che un tema è trattato e chiarito, dovrebbe essere messo in bacheca senza tornarci sopra… sennò è tutto inutile. Vien da concludere che è inutile fare la fatica di scrivere, illustrare, spiegare, confutare (le vs idee quasi sempre campate per aria), ecc ecc ecc… tanto basta che passi qualche tempo e siamo al “pian dei babi”.
     
    https://gognablog.sherpa-gate.com/caiano-sara-lei/

  82. Benassi. Non si tratta di stigmatizzare opinioni anche critiche verso il CAI. La sensazione, almeno così come emerge da certi tuoi scritti, è che tu agisci in contrasto o in modo difforme dalle direttive. Questo non regge più dopo che il modello didattico è diventato centralizzato, e (ribadisco) lo è da circa 25 anni! Se, anche buona fede, ti viene naturale “spingere” o almeno invitare certi allievi a intensificare il loro coinvolgimento nell’alpinismo impegnato, la cosa è molto discutibile. Stride sicuramente con i dettami centralizzati in essere da 25 anni. Non devi rendere conto a me. Ma sono stupito che chi dovrebbe controllarti non ti faccia notare queste tue anomalie. Tocca in primis al tuo direttore di scuola e, a monte, a qualcuno della TER. Se neppure la TER si muove, in linea teorica toccherebbe alla commissione Centrale. Ovvio che la commissione ha ben altre cose di cui occuparsi che il comportamento del singolo istruttore, ma i protocolli di aggiornamento e controllo a cascata sono molto rigidi. Il tuo direttore di scuola non può non essere un Istruttore Nazionale e chi diventa Nazionale ha una “certa” mentalità, se no non lo diventa. Non mi capacito che lui non ti dica nulla, se davvero tu fai questi discorsi agli allievi e arrivi addirittura a equivocare sull’EAGLE TEAM, come fosse la legittimazione, per qualsiasi istruttore “normale”, a svolgere un compito analogo a quello dell’EAGLE TEAM.

  83. Spesso girando in montagna si incontrano “spiriti liberi” con idee anarcoidi che mal si sposano con la rigidità di alcune regole Cai.Io non sono organico al Cai , sono socio da tanti anni , e sono grato al Cai per le cose che mi ha insegnato esplicitamente ( essere “bravo” non sempre coincide con essere “prudente” , fiutare il rischio non significa saper allestire una sosta decente o fare un mezzopoldo ).Quando lo sento il termine :”Caiano” mi sembra definire una persona ottusa , nozionistica e verbosa , che parla più di quello che fà , e che è tendenzialmente politicamente schierata a destra.Se me lo dicono non mi offendo , pur sapendo che non è un complimento , e vado in giro con tutti.Qualche volta ho avuto problemi ( superabili ) a relazionarmi con il modo di gestire le gite , a volte un filo rigido , ma dopotutto se capita mi adeguo , perchè l’80% delle mie gite sono organizzate in autonomia.

  84. “Il socio Aci è…acciaiato “
    solo se prova tiri palesemente sopra le sue capacità caiane!<
    🙂

  85. Io sono socio Cai ma non mi sento affatto caiano.
    A parte Crovella, che volta la frittata a suo piacimento, non credo che nessuno veda nei ermini caiano e caiota, una connotazione positiva.
    Il socio Aci è…acciaiato :-))).

  86. A me se mi da del CAIANO importa poco visto che sono iscritto al CAI lo prendo per quello che è: ho la tessera quindi sono caiano.Ma potrei anche essere iscritto all’ACI quindi sono Aciaiano.
    Questo però non vuol dire che non debba esprimere critiche a decisioni, orientamenti, scelte, iniziative  che il CAI prende e non condivido. Non vuol dire che pendo completamente dalla bocca del CAI.

  87. “Non esiste una definizione ufficiale [del termine caiano. ]…per cui la preferenza per darne una valenza negativa, da sfigato, è una interpretazione personale, ctendenzialmente SBAGLIATA. …Chi invece si torva bene nel CAI ha incamerato il termine “caiano” e lo usa in senso positivo. “
     
    Un po’ come essere mandare affanculo potrebbe essere di incoraggiamento e buon augurio per un gay…
     
    Ineccepibile!

  88. E ci risiamo. fate della filosofia su interpretazione di termini che non sono neppure presenti in vocabolario ufficiale o alla treccani. così come per il termine sabaudità e l’annesso aggettivo sabauto (NON nel significato di riferito alla famiglia Savoia), lo stesso per il termine caiano. Non esiste una definizione ufficiale. per cui la preferenza per darne una valenza negativa, da sfigato, è una interpretazione personale, ctendenzialmente SBAGLIATA. figlia di una prevenzione di fondo verso il CAI. Chi invece si torva bene nel CAI ha incamerato il termine “caiano” e lo usa in senso positivo. La filososia del CAI (approccio alla montagna maturo, consapevole e prudente) è per noi un “valore” non una manifestazione dell’esser sfigato. Volete crogiolarvi in tale errore? fate pure, ma siate consci che l’interpretazione negativa di caiano è una “vostra” peculiarità e non un termien assoluto.
     
    per quanto riguarda l’EAGLE TEAM, è ovvio che sia i vertici CAI centrale (che lo hanno creato) che le autorità collaterali, tipo la CNSASA, siano perfettamente al corrente della natura e della finalità di tale iniziativa. In particolare è chiaro ai tutti i vertici che l’EAGLE TEAM non fa parte del modello didattico del CAI, quello delle Scuole “normali”. E’ un’altra divisione, con regole sue e obiettivi suoi, che non sono nè le regole nè gli obiettivi delle scuole “normali” o degli istruttori “normali” del CAI.

  89.  Benassi, guarda che vivi in un mondo che NON è quello attuale del modello didattico del CAI. Il messaggio didattico è oggi rigidamente governato a livello centrale , così come il comportamento di scuole e istruttori. Non si va a capocchia. un conto è un piccolo range di personalizzazione rispetto al concetto base diffuso centralmente, un altro è esprrmere una visione che è difforme se non addirittura antitetica 8e quindi in constrato) con l’impostazione centralizzata. Due cose m i stupiscono della tua realtà: 1) che tu cointuinui a dire queste cose antitetiche quando il modello centralizzato è in essere almeno da 25 anni: ma dove hai vissuto finora? 2) che nessuno di chi è preposta a controllarti, ti rimetta nel giusto alveo. Ma che fa il tuo direttore di scuola? E, a monte di lui, nessuno si muove a livello di commissione TER (Toscana Emilia Romagna)? ma tu non vai agli aggiornamenti periodici, che dovrebbero in teoria essere ogni tre anni? E nessuno agli aggiornamenti ti ha fatto notare che dici cose “difformi” dell’obiettivo didattico centralizzato del CAI? sono basito di questa realtà, qui da noi sarebbe impossibile… non rispondetemi che “non conosco i toscani”, è fuori luogo sul punto. Il modello didattico del CAI è tale (cioè “centralizzato”) perché deve essere omogeneo in tutta Italia, dal Brennero a Ragusa.

  90. @102 Appunto! la domanda tecnica la devi porre agli organi tecnici e nopn a me che non ricopro alcun ruolo di tale natura. Rivolgiti in prima istanza alla commissione territoriale competente del tuo territorio e, se del caso, direttamente alla CNSASA. Non avrebbe senso che tu ti basassi sulla risposta tecnica di un personaggio che non ricopre tali ruoli. Io potrei, anche in perfetta buona fede, darti una risposta tecnicamente sbagliata e poi tu che fai? Ti giustifichi ai tuoi controllori dicendo “eh, ma ho fatto così e non cosà, perché un certo Crovella sul gogna blog mi ha detto di afre così e non cosà”?????????? Rivolgiti a chi di dovere: è corretto sia nella sostanza che anche nella forma.

  91. A me pare che chi NON vuole responsabilità NON fa ne la GA e nemmeno l’Istruttore. 

    Appunto!!
    Faccio l’istruttore dal 1984,  visto che nessuno mi ha mai pagato, chi me l’avrebbe fatto fare se non la passione!!! Al CAI penso di avere più dato che ricevuto, ma visto che nessuno mi obbliga, va bene così. È giusto e logico che ci siano delle regole e una didattica che sono tenuto a seguire ,  ma questo non vuol dire che non ci possa mettere del mio, e non possa esprimere delle critiche su quello che non condivido. E che mi si venga a dire che devo essere STRIGLIATO perché esprimo le mie critiche non lo accetto.

  92. Emergono chiare le contraddizioni all’interno del Cai di cui accennavo nel mio ultimo commento. E aggiungo gli Sci Club Cai, le gite in mtb, in elicottero, ecc.
     
    Crovella, metti solo confusione (anche in te stesso) quando idealizzi un Cai a tua immagine e somiglianza ma non ti accorgi che quello reale è diverso.
    Caiano, per chi come me è socio ma proprio per questo si sente di fare delle critiche, significa “un po’ sfigato” ed è proprio quello di cui il Cai non ha bisogno in così grande quantità. 

  93. Anni fa il bollettino trimestrale della mia Sezione riportava le salite importanti fatte dai soci. Oggi lo stesso bollettino riporta di tutto (attività culturali, ambientali, civili associative etc etc) salite=zero. Oggi il CAI raccoglie tutti e tutto e non è più “solo” degli alpinisti, anzi. Le Scuole sono rimaste l’unico settore “tecnico” (che porta un notevole carico di responsabilità) dove si parla e si insegna l’alpinismo. Stiamo parlando di più un migliaio di Istruttori  che vengono costantemente coordinati, aggiornati e supportati didatticamente che ogni anno trasferiscono a migliaia di allievi una formazione “controllata” e metodicizzata. Oggi chi accompagna un inesperto in montagna in modo organizzato (istruttore o GA, ) lo fa SOLO se  ha grande passione ma nessun compenso, materiale o morale, piccolo o grande può compensare il rischio personale, penale, civile che si assume poichè come tutti ben sappiamo la prudenza e la professionalità non toglie il rischio dell’andare in montagna. A me pare che chi NON vuole responsabilità NON fa ne la GA e nemmeno l’Istruttore. 

  94. CROVELLA:
    Continui a citare l’EAGLE TEAM che 1) dovrebbe, secondo logica, esser inserito nell’attività del CAAI e non del CAI (ho già spiegato quali sono i probabili motivi per cui hanno preferito la seconda soluzione, ma concettualmente è stridente) e 2) l’EAGLE TEAM è una divisione indipendente,  NON ha nulla a che fare con il modello didattico del CAI, è un altro “reparto produttivo”.
    E gliel’hai detto alla CNSASA? Al Presidente CAI? O sei talmente pieno di te che pensi che gli altri, persino i tuoi vertici apicali del CAI siano dei poveri pirla che sbagliano e che SOLO tu sia nel giusto?

  95. #87 Crovella
    La mia, al n.82  è una domanda tecnica, che richiede una risposta tecnica, non una risposta politica, che altro non è che una non risposta.
    Nel mio intervento si fa riferimento specifico a un documento e a una specifica parte dello stesso

  96. Io invece affermo esplicitamente che sei tu che prendi roma per toma, nonostante ti abbia spiegato milioni di volte i dati del problema. Mi costringi ad occupare ulteriore spazi nei commenti. Sintetizzo: fai una gran confusione fra natura e finalità del CAAI (l’Accademico), natura e finalità del CAI (il club sì degli alpinisti, ma “medi”) e il modello didattico del CAI (l’organizzazione  per trasmettere agli allievi di scuole CAI il messaggio di consapevolezza, maturità e prudenza”. Continui a citare l’EAGLE TEAM che 1) dovrebbe, secondo logica, esser inserito nell’attività del CAAI e non del CAI (ho già spiegato quali sono i probabili motivi per cui hanno preferito la seconda soluzione, ma concettualmente è stridente) e 2) l’EAGLE TEAM è una divisione indipendente,  NON ha nulla a che fare con il modello didattico del CAI, è un altro “reparto produttivo”. Non spetta a noi, “normali” istruttori CAI, preoccuparci di fare il lavoro dell’EAGLE TEAM. Se li mescoli fai un minestrone pazzesco! Se ti piace di più quella mentalità, dovresti cercare di entrare nell’EAGLE TEAM e non pensare di perseguire le “loro” finalità all’interno di una “normale” scuola CAI.

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