Profumo di ripido

Profumo di ripido
di Carlo Crovella
(pubblicato su La Rivista della Montagna n. 99, luglio-agosto 1988)

Mi fa piacere riproporre questo articolo (originariamente pubblicato su RdM nel 1988) in cui avevo riportato una selezione rappresentativa delle tante gite da me effettuate in un periodo di particolare coinvolgimento tecnico ed esplorativo.

Il termine “esplorativo” va inteso in senso relativo, poiché le Alpi erano già state vivisezionate in profondità. Restavano però piccole opportunità un po’ dimenticate, ma soprattutto emergeva l’idea di collegare fra loro itinerari già noti, creando nuove ipotesi fino ad allora non considerate: spesso il gioco portava dapprima a identificare a tavolino e poi a valicare sul terreno il punto di congiunzione.

Il titolo dell’articolo, Profumo di ripido, giocava sull’inserimento, qua e là nei vari itinerari, di canali e pendii un po’ più “dritti” del solito. A distanza di 35 anni, e disponendo oggi di una visione storica più pregnante, modificherei il titolo in Scialpinismo alpinistico per sottolineare la mentalità alpinistica che, sul piano ideologico, sorreggeva questo tipo di attività.

Come ho descritto nella mia recente Storia dello Scialpinismo, si è trattato (al di là della mia esperienza personale) di una particolare fase di transizione scialpinistica, incastonata fra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, che coinvolse non pochi adepti e che al tempo era denominata “Ski total” da illustri personaggi. Fra questi Sylvain Saudan, il quale, per chiarire il tutto, coniò il concetto di “scialpinista toutes neiges-tous terrains”, cioè capace di muoversi su ogni tipo di neve e su ogni tipo di terreno. Io preferisco la mia definizione (più casereccia) di “scialpinismo alpinistico”, perché rende immediatamente l’idea.

Autoscatto in vetta al Pelvoux (Delfinato): Carlo Crovella (casco rosso) e Stefano Ferraris (casco bianco), entrambi Direttori (in stagioni diverse) della Scuola SUCAI di Torino, in procinto di affrontare la (probabile) prima discesa italiana in sci. Foto: Archivio Carlo Crovella.

In parole semplici si trattava di realizzare itinerari su terreni alpinistici di stampo classico, cioè di impegno “medio” (non estremi ma neppure semplici), in genere ad alta quota, spesso su ghiacciaio e con percorsi “gabolosi”. Però il tutto era caratterizzato dalla costante presenza degli sci (ai piedi o sulle spalle). Affrontavamo, appunto, ogni tipo di terreno: neve, roccia, ghiaccio, crestine finali, discese a corda doppia, superamento di terminali complicate, e infine scendevamo in sci “anche” couloir dritti e pareti più ripide ed articolate del solito. A volte si aggiungeva un soffio esplorativo che, magari, ci faceva portare gli sci dove nessun altro si era avventurato prima oppure ci faceva sorgere l’idea di congiungere itinerari mai collegati in precedenza.

Non c’era però, in noi, la specifica ricerca del ripido sciistico, come invece stava emergendo in altre combriccole, anche di nostri concittadini. Ma a ben vedere e col senno di poi, anche in costoro, al tempo, prevaleva ancora il desiderio di ampiezza emotiva, che è tipico dell’alta montagna (quindi di matrice “alpinistica”), più che la ricerca assillante del ripido sciistico. Però lo sci di canale si stava concretizzando e sarebbe diventato, al “giro” successivo, un fenomeno di ampia diffusione: non mancava molto, ma, rispetto allo scialpinismo tradizionale, ci voleva un tassello intermedio e questo tassello è stato appunto lo “Ski total”.

Una tendina mimetizzata fra neve, erba e massi: l’ideale punto d’appoggio, effimero ma rassicurante, di molte nostre “scialpinistiche-alpinistiche”. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Come ho detto, la ricerca del ripido a tutti i costi non era la nostra cifra rappresentativa e, infatti, nelle nostre gite, di ripido, c’era più che altro il profumo, come quello di tartufo che sale da un piatto di “tajarin” (tagliolini piemontesi) posato sulla tavola. Profumo inebriante e molto accattivante, ma il contenuto del piatto è ben altro.

Prima di proseguire, sono necessarie due avvertenze per il lettori dei giorni nostri: 1) gli itinerari vanno contestualizzati nel citato periodo storico: è probabile che le pendenze in questione suscitino un sorrisetto ai ripidisti odierni, specie se “nati ripidisti”, ma il quadro di alta montagna non va mai sottovalutato; 2) i cambiamenti purtroppo registrati dai ghiacciai richiedono la tassativa verifica sulla percorribilità attuale degli itinerari descritti.

Nell’articolo del 1988 (qui privato dell’introduzione originaria, perché sostituita da queste righe scritte ai giorni nostri) ho coinvolto anche la discesa di una stretta forcella in Val Varaita (CN), ma si tratta di un’eccezione: a differenza delle Dolomiti, dove le forcelle dominano incontrastate, nelle Occidentali il gioco si sviluppa su terreni ampi, spesso (ma non solo) di natura glaciale.

Oltre alla nostra vena esplorativa, che si è sbizzarrita qua e là in tutto l’arco alpino occidentale (spesso oltre confine), non disdegnavamo affatto le ripetizioni di già conosciuti finali “dritti”, come sulla Ovest della Chalanson (Valli di Lanzo), perché eravamo sempre alla ricerca di un pizzico di pepe per le gite di fine stagione.

Stefano Ferraris in arrivo sulla vetta del Pelvoux. Foto: Archivio Carlo Crovella.

La nostra filosofia del momento trovava la massima espressione nel gruppo montuoso che noi italiani chiamiamo sbrigativamente Delfinato: la definizione esatta è Massif des Écrins, mentre Oisans è riferito alla sola parte nordoccidentale del massiccio, quella che guarda verso Grenoble. A loro volta Écrins e Oisans sono spesso utilizzati, impropriamente, come sinonimi: normalmente la cosa non disturba, in particolare quando si definisce lo stile richiesto da queste montagne.

Nell’alpinismo lo “Stile Oisans” ha un significato ben preciso: è stato codificato e soprattutto diffuso da Gaston Rébuffat (grande innamorato di queste montagne) e ripreso più volte da alpinisti nostrani, in particolare torinesi, che infatti hanno frequentato a lungo le pareti del massiccio.

Ho già descritto lo “Stile Oisans” applicato allo scialpinismo in un precedente articolo pubblicato su GognaBlog, cui rinvio per i dettagli tecnici.

Fra le tante uscite che, in quel frangente storico, abbiamo compiuto con gli sci negli Écrins spicca quella al Pelvoux, un “quasi 4000”, la cui via normale, dopo alcuni meandri glaciali, affronta il Couloir Coolidge: al tempo non ci risultavano precedenti discese in sci compiute da italiani (in tal senso si espresse anche l’allora gestore del rifugio), ma non fu questo a spingerci lassù, bensì l’apogeo della “Stile Oisans” (nella declinazione scialpinistica) implicito in tale grandioso itinerario.

Ancora un paio di annotazioni storiche. Anche in noi stava emergendo la preferenza, dove possibile, per gli itinerari ad anello: sono le “boucle”, che i francesi hanno ufficialmente codificato poco tempo dopo.

Va infine considerata la tipologia di sci disponibili in quel frangente. Il successivo passaggio allo sci ripido di ampia diffusione è stato possibile anche grazie all’evoluzione tecnologica degli “assi”, man mano modificatisi da putrelle rigide, lunghe e lineari (come utilizzavamo in quegli anni) a sci larghi, corti e molto più sciancrati.

Trentacinque anni fa si sciava anche sui tratti ripidi con queste “putrelle”. In vetta del Pelvoux, sullo sfondo la Sud della Barre des Écrins e, dietro ancora, la Sud della Meije. Foto: Archivio Carlo Crovella.

A titolo strettamente personale, questa fase di intenso coinvolgimento scialpinistico-alpinistico è durata per diversi anni (circa 10), fino a quando (prima metà dei ’90) ho progressivamente imboccato altre strade. Un impegno professionale variegato, coinvolgente e gratificante, il matrimonio, i figli e la cura di mille altri interessi (culturali, politici e sportivi) mi hanno portato a scegliere, deliberatamente, di “non” vivere né “di” montagna né “per” la montagna.

“Di” montagna (cioè cavarci la pagnotta) non ho mai pensato di vivere, ma “per” la montagna in alcuni di quei dieci anni probabilmente ho vissuto, diventando quasi ossessionato dall’attività. Della serie: mentre tornavamo in auto da una gita, già fantasticavamo sulla successiva. Ma poi ho compreso che era giusto che si concludesse quella fase e ho svoltato verso uno stile di vita più maturo e posato.

Tuttavia non ho mai smesso di andare sistematicamente in montagna, anzi. Però il minor tempo a disposizione, la presa di coscienza di responsabilità professionali e famigliari e la consapevolezza che il succo della mia vita non fosse “solo” nella montagna hanno stemperato la mia spinta interiore, facendo venir meno la frequentazione ossessiva e spasmodica, come invece è avvenuto in quella specifica fase.

Sia chiaro: non è che questa scelta mi ha portato a compiere solo più delle passeggiatine da pensionato. Anche in seguito (e da allora di anni ne son trascorsi molti) mi sono tolto tante belle soddisfazioni, sia con gli sci che senza. Ma ciò è avvenuto sublimando la mia passione verso la montagna: non schiavo della passione, ma padrone della stessa, governandola in modo sano e armonico. Chi conosce Seneca, comprende cosa intendo.

Non ho mai rimpianto la mia scelta. Da allora la montagna è sempre stata al mio fianco, lungo tutta la mia esistenza, ma lo ha fatto come silenziosa compagna di cordata, senza essere invadente, senza reclamare spazio e tempo a danno di altre cose. Per questa la amo: la montagna non mi ha mai creato frustrazioni, non è mai stata un elemento di discussioni in casa o in ufficio, non mi ha mai costretto a cercare compromessi né a fare baratti, tantomeno a ribellarmi. La montagna, per me, non è mai stata un’amante gelosa, non mi ha mai fatto scenate perché da un po’ non pensavo a lei. Dura tuttora: magari non ci penso per un po’, ma quanto le rivolgo di nuovo la parola, lei è sempre là, serena e felice di rivedermi.

Paolo Montaldo durante un tipico momento di “scialpinismo alpinistico” al Pic des Agneaux (Delfinato), in una delle tante nostre gite non descritte in questo articolo. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Resta il fatto che l’ampiezza di respiro, non solo polmonare ma soprattutto emotiva, e il senso di isolamento in quota che mi hanno regalato queste “scialpinistiche alpinistiche” sono tasselli di vita che mi porterò dietro senza vederli mai stemperare nei ricordi.

Per me lo “scialpinismo alpinistico” è la quintessenza dell’andar in montagna. Di tutto un po’: sci, piccozza, ramponi, roccia, ghiaccio, manovre, “gabole” varie, discese sciistiche a volte ripide e a volte no… Il tutto compiuto in quota (su ghiacciai allora molto attraenti) e in una fase particolare dell’anno (centrata sul mese di giugno) in genere caratterizzata da una solitudine quasi perfetta. Difficile trovare di meglio.

Foto d’apertura dell’articolo su RdM n. 99 (1988)

Gli itinerari descritti nell’articolo pubblicato su RdM n.99, luglio-agosto 1988

Alpi Cozie meridionali
1 – Forcella Gialéo 2920 m, canale nord ovest

Partenza: da Chiazale 1705 m

Dislivello: 1220 m

Difficoltà: OSA

Tempo di salita: 4 – 4.30 ore

Attrezzatura: piccozza, ramponi, even­tualmente corda; è consigliato l’uso del casco

Epoca consigliata: fine marzo – maggio

Carte e guide: IGM 1: 25.000 f. 79, Bellino; IGC 1: 50.000 f. 6, Monviso; Michelangelo Bruno, Mon­te Viso – Alpi Cozie meridionali, Collana Guida dei Monti d’Italia, CAI-TCI, Milano 1987

Alla base della Forcella Gialeo (Val Varaita di Bellino) dopo la nostra (probabile) prima discesa. Foto: Archivio Carlo Crovella, scatto di G. De Donno.

La Rocca Gialeo è un turrito castello roc­cioso situato sullo spartiacque Val Varaita – Val Maira (Vallone di Elva). Il settore più interessante dal punto vista alpinistico è rappresentato dalla parete sud est, dove sono stati tracciati numerosi itinera­ri di arrampicata. Il versante nord ovest è invece costituito dalla poderosa bastiona­ta che chiude il Vallone di Camosciera. La Rocca Gialeo è separata dal Pic delle Sa­gneres dalla profonda incisione della For­cella Gialeo: quest’ultima e raggiungibile dall’evidente canale (visibile già dal fon­dovalle) che, con fattezze dolomitiche, si incunea tra incombenti pareti rocciose fi­no a sbucare sull’aereo colletto innomina­to e non quotato sulla tavoletta IGM (quota e toponimo provengono dalla guida del Monviso). Nono­stante la quota relativamente modesta, l’ambiente è maestoso: l’itinerario, tecnicamente re­munerativo, può essere una valida alter­nativa ai classici percorsi al Pelvo d’Elva e al Monte Camoscere.

Accesso: da Saluzzo o da Cuneo, indiffe­rentemente, si imbocca la strada della Val Varaita percorrendola sino a Casteldelfi­no. Di qui si prende la strada per Bellino, salendo fino a Chiazale.

Salita: da Chiazale ci si dirige inizialmente verso Sant’Anna seguendo il tracciato del­lastrada innevata. Si attraversa il ponte (1738 m) in corrispondenza dello sbocco del Vallone di Camosciera e quindi si prende a risalire quest’ultimo, dapprima sul lato sinistro idrografico, poi su quello destro (ponte sul torrente), infine ritornan­do sulla sinistra idrografica poco oltre le baite a quota 1850 m.Si prosegue lungo il vallone fin sotto il ripi­do pendio che conduce al Colle delle Sa­gneres. Si svolta quindi a sinistra (pietraia a grossi blocchi) per imboccare successi­vamente il canale nord ovest, che forma un’evidente conoide basale. Si risale il ca­nale che diviene via via più ripido, si­no ad una netta strozzatura oltre la quale il terreno diviene impercorribile con gli sci, richiedendo l’impiego di pic­cozza e ramponi (terreno misto).

Discesa: si effettua lungo l’itinerario di sa­lita. Dev’essere intrapresa con condizioni di neve perfettamente assestata.

Itinerario Forcella Gialeo (Val Varaita). Fonte RdM n. 99

Alpi Graie meridionali
2 – Punta Chalanson 3466 m, parete sud ovest

Partenza: dai Pian della Mussa 1864 m

Dislivello: 1600 m

Difficoltà: OSA

Tempo di salita: 5 – 5.30 ore

Attrezzatura: piccozza, ramponi, corda e casco

Epoca consigliata: metà maggio – metà giugno

Carte e guide: IGM 1: 25.000 f. 55, Uia di Ciamarella; IGC 1: 50.000 f. 2, Valli di Lan­zo e Moncenisio; Giulio Berutto. Lino Fornelli. Alpi Graie meridionali, Collana Guida dei Monti d’Italia, CAI-TCI, Milano 1980.

Percorrendo il classico itinerario all’Alba­ron di Savoia resta facilmente impressa nella memoria l’immagine dello scivolo a catino” della Chalanson. Si tratta di un pendio di circa 250 metri, inclinato a 40-45 gradi, che in primavera offre le condizioni ideali per cimentarsi in una discesa ripida. Non presenta particolari pericoli oggettivi e solita­mente la crepaccia terminale è chiusa. Occorre però scegliere il momento giusto per approfittare della neve assestata, pri­ma che si formino insidiose placche di ghiaccio. L’itinerario, percorribile in giornata, si svolge in un ambiente glaciale d’alta quo­ta. E consigliabile affrontare il Canalone delle Capre solo in presenza di inneva­mento abbondante, in modo che il torrente risulti completamente coperto.

Accesso: da Torino, con la Direttissima delle Valli di Lanzo, si raggiunge Ceres, da dove si continua per Ala di Stura, Bal­me e il Pian della Mussa.

Salita: se le condizioni sono propizie, dal Pian della Mussa si può risalire diretta­mente il Canalone delle Capre; in caso contrario occorre seguire la mulattiera estiva per il rifugio Gastaldi (la si imbocca quasi al termine del grande pianoro). Con la seconda soluzione, giunti a quota 2177 m, si attraversa in direzione nord ovest il Gias della Naressa, pervenendo cosi nei pressi dello sbocco del Canalone delle Capre. Messo piede sul Pian Gias a quota 2650 m (attenzione ad eventuali crepacci), si percorre quest’ultimo in direzione nord ovest, raggiungendo il circo terminale, do­ve ha origine la parete sud ovest della Chalanson. Si risale il pendio (possibile crepaccia terminale a quota 3250 m circa) poggian­do poi leggermente a sinistra in uscita.

Discesa: si effettua lungo l’itinerario di sa­lita. É possibile iniziare a divallare quando la neve è già stata scaldata dal sole: a que­sto fine si consiglia di tenersi sul lato de­stro (scendendo) del pendio, perché è il primo a prendere il sole. Ricordiamo inoltre che, se si giunge al Ca­nalone delle Capre ad ora tarda, è buona norma evitare di scendere da quella parte, preferendo il percorso alternativo.

Itinerario Chalanson parete sud ovest (Valli di Lanzo). Fonte RdM n. 99

Gran Paradiso
3 – Torre del Gran San Pietro 3692 m, con salita dal ghiacciaio del Coupé di Money e discesa per i ghiacciai di Money e di Gran Croux

Partenza: 1° giorno da Valnontey 1666 m; 2° giorno dall’Alpe di Money 2320 m

Dislivello: 1° giorno 650 m; 2° giorno 1370 m

Difficoltà: OSA

Tempo di salita: 1° giorno 3 ore; 2° giorno 4.30 – 5 ore

Attrezzatura: piccozza, ramponi, corda, per precauzione chiodi da ghiaccio o da roccia (utili i nut), moschettoni e cordini; si consiglia l’uso del casco

Epoca consigliata: metà maggio – metà giu­gno

Carte e guide: IGM 1: 25.000 f. 41, Gran San Pietro, Gran Paradiso; IGC 1: 50.000 f 3 Il Parco nazionale del Gran Paradiso; Kom­pass 1:50.000 f 86, Gran Paradiso, Valle d’Aosta; Emanuele Andreis, Renato Chabod, Mario C. San­ti, Gran Paradiso, Collana Guida dei Monti d’Italia, CAI-TCI, Milano 1980; Lorenzo Bersezio, Piero Tirone, Gran Paradiso, Vanoise, Delfinato, CDA, Torino 1984

Si tratta di un itinerario veramente com­pleto, con salita dal ghiacciaio del Coupé di Money e discesa lungo il ghiacciaio di Money: all’affascinante avventura della traversata si affianca l’impegno tecnico sia sciistico che alpinistico. La gita richie­de neve assolutamente sicura: il percorso è generalmente in condizioni quando il manto nevoso ha inizio nei pressi dell’Alpe di Money, 2300 m circa. La discesa che descriviamo va intrapresa solo in condizioni di perfetta visibilità: ol­tre ai numerosi crepacci, infatti, il ghiac­ciaio di Money presenta un punto di uscita non banale da rintracciare. Anche il per­corso sul ghiacciaio di Grand Croux a fian­co della morena (dove sorge il bivacco Martinotti) richiede cautela, specialmente in corrispondenza della seraccata a quota 2730 m. Questa stupenda cavalcata d’alta quota è costantemente cullata dalla mole del Gran Paradiso e dalla vista dalla seraccata del­la Tribolazione

Valeria De Donno durante il portage verso l’Alpe di Money (Valnontey-Cogne), in avvicinamento al Gran San Pietro, salito il giorno dopo in boucle. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Accesso da Aosta si continua lungo la ss. n. 26 fin nei pressi di Sarre, dove si imboc­ca la deviazione per Cogne. Dall’abitato di Cogne si continua in auto fino a Valnontey.

Salita: 1° giorno – da Valnontey ci si incam­mina lungo il fondovalle. Superati i casola­ri di Valmiana 1729 m, si continua fin quando, a quota 1800 m, si stacca sulla si­nistra il sentiero per il bivacco di Money. Dopo una serie di ripidi tornanti, il sentiero taglia in orizzontale verso sud fino all’Alpe di Money, dove vi è una baita riattata di proprietà dei salesiani (oggi non più disponibile: si pernotta in tenda oppure à la belle étoile, NdR). In alter­nativa è possibile servirsi del bivacco di Money, situato a quota 2872 m sul costone roccioso che separa il ghiacciaio del Cou­pé di Money dal ghiacciaio di Patri (traverso esposto per raggiungere il bivacco, NdR).

2° giorno – dall’Alpe di Money si risale il dosso a sud est e si attraversa in salita il valloncello retrostante, raggiungendo la morena laterale del ghiacciaio del Coupé di Money. Si prosegue lungo il ripido filo della morena fino al suo termine, contro un salto di rocce (questo tratto, salvo inne­vamento eccezionalmente favorevole, si percorre a piedi). Si passa quindi sul ghiac­ciaio e si punta alla base della Cresta Pa­ganini 3215 m. Costeggiando l’evidente sperone roccioso (attenzione ad alcuni grossi crepacci) si entra nel pianoro del ghiacciaio di Money, puntando alla base del canale che sale al Colle di San Pietro. Superata con cautela la crepaccia termi­nale, si risale a piedi (ramponi) il successivo scivolo poggiando progressivamente a sinistra fi­no a sbucare sul colletto. Dal colle si segue la cresta settentrionale del Gran San Pietro, dapprima su neve (a volte affiora il ghiaccio) e poi per roccette, cenge e canalini, tenendosi infine sul versante Valleile (est nord est) fino in vetta.

Discesa: ritornati al colle, se le condizioni lo consentono si può scendere il canale in sci (sono 150 m inclinati a 35-40 gradi). Giunti sul pianoro sotto la crepaccia terminale (a q. 3410 m), si volta a sinistra e si risale la gobba glaciale (attenzione ai crepacci!) fin sotto il Colle di Money. Senza salire verso il colle, a quota 3450 m si inizia a scendere in direzione nord ovest aggirando alcuni grossi nodi di crepacci. Ci si porta quindi sotto il Becco della Pa­zienza e si raggiunge la morena sulla sini­stra orografica del ghiacciaio di Money, a q. 3000 m, dopo essere passati sotto la se­raccata della Roccia Viva. Bisogna assolutamente evitare di infilarsi in uno dei canali che precipitano sul ghiac­ciaio di Grand Croux: occorre invece per­correre il filo della morena finché un pen­dio innevato, con roccette affioranti ma percorribile comunque in sci, consente di calare, in direzione ovest sud ovest, sul ghiacciaio di Grand Croux. Si discende quindi il ghiacciaio fino alla seraccata a quota 2736 m. Tenendosi a destra, contro la morena, alcuni canali (sempre sciistici anche se collegati da passaggi che posso­no costringere a togliere gli sci) portano al sottostante pianoro glaciale a quota 2650 m. Si percorre poi la parte bassa del ghiac­ciaio in direzione nord nord ovest, lascian­do sulla destra (est) il bivacco Martinotti. Usciti dal ghiacciaio, l’innevamento per­mette in genere di divallare con gli sci ai piedi fino a quota 2070 m, dove si incontra il sentiero di fondovalle che riporta a Val­nontey.

Al cospetto della seraccata della Tribolazione, durante la discesa dal Gran San Pietro lungo il Ghiacciaio di Money. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Nota (2023)
Sono molto affezionato a questa gita, che nel maggio 1987 costituì l’uscita finale (25 partecipanti, tutti in vetta) del Corso SA3 della Scuola di scialpinismo SUCAI Torino: in tale occasione ho concluso con totale soddisfazione il mandato biennale di Direttore della Scuola. Da allora sono rimasto nel mondo didattico come istruttore, sia in SUCAI che nell’altra Scuola torinese di scialpinismo, quella dell’UGET (di cui mia moglie fa parte storicamente), aggiungendo progressivamente ad un coinvolgimento in ruoli strettamente operativi quello di impegno culturale e di ricerche storiche (altrettanto importanti per “educare” gli allievi).

Itinerario Torre di Gran San Pietro in boucle (Val di Cogne). Fonte RdM n. 99

Delfinato
► 4 – Pic de Neige Cordier 3613 m, con sali­ta per la cresta nord e discesa per il Gla­cier des Agneaux

Partenza: 1° giorno dal parcheggio di Le Pied du Col 1718 m; 2° giorno dal refuge de l’Alpe de Villar d’Arene 2079 m

Dislivello: 1°giorno 360 m; 2° giorno 1530

Difficoltà: OSA

Tempo di salita: 1°giorno 2 ore; 2° giorno 5.30 – 6 ore

Attrezzatura: piccozza, ramponi, corda, materiale alpinistico; si consiglia l’uso del casco

Epoca consigliata: fine maggio – giu­gno

Carte e guide: IGN 1:25.000 f. 241, Massif des Écrins-Meije-Pelvoux; Lucien Devies, François Labande, Maurice Laloue, Le massif des Écrins, Arthaud, Parigi 1976 (vol. Il); CAI-UGET Torino, Raid in sci, CDA, Torino 1976.

La particolare conformazione di questa montagna, che presenta ben tre versanti sciistici (sud dal Glacier Blanc, nord est e nord ovest da Villar d’Arene), permette più combinazioni in traversata. Di queste la più interessante è senza dubbio quella che unisce ad anello i due versanti sul lato di Villar d’Arène (nord est e nord ovest). L’itinerario che descriviamo contempla la salita per la cresta nord attraverso la Bré­che de la Plate des Agneux e la discesa lungo il Glacier des Agneaux. La comples­sità del percorso e l’inclinazione dei pendii (comunque non oltre i 35 gradi) richiedono neve assolutamente assestata. La discesa del Glacier des Agneaux, senza che lo si sia preventivamente risalito, garantisce un gioco di “spavalda” bellezza, ma richiede prudenza e intuito per trovare la strada giusta. In particolare, occorre prestare la massima attenzione a non finire sulla se­raccata “a balconata” che interrompe il ghiacciaio: per evitare ciò bisogna tenersi molto a destra (scendendo), sotto le rocce del Pic d’Arsine e uscire dal ghiacciaio per un ripido canalino. Il Pic de Neige Cordier riserva una vista stupenda su tutti gli Écrins.

Giorgio Malaguzzi nei pressi del Col Emile Pic. Dietro, la cuspide finale del Pic de Neige Cordier. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Accesso: da Torino si percorre la ss. n. 24 fino al Monginevro. Discesi in territorio francese su Briançon, si risale la valle del­la Durance (in direzione di Grenoble), fino a scavalcare il Col du Lautaret. Poco pri­ma di Villar d’Arene si prende la dirama­zione (segnalazioni) per Le Pied du Col. Senza raggiungere il villaggio, si imbocca la strada dapprima asfaltata e poi sterrata che si insinua nel vallone a livello del torrente.

Salita: 1° giorno – dal parcheggio dove ha termine la strada sterrata che parte da Le Pied du Col, si imbocca l’evidente sentiero. Poco dopo aver lasciato a destra il bivio per i rifugi del Pavé e Adele Planchard (palina segnaletica), il sentiero taglia in orizzontale (con direzione sud sud est) fino al refuge de l’Alpe du Villar d’Arène.

2° giorno – dal rifugio ci si dirige a sud est verso il Col d’Arsine. A quota 2250 m si piega progressivamente verso sud ovest e ci si infila nel valloncello compreso fra le propaggini rocciose della cresta nord est del Pic d’Arsine e la morena situata sulla sinistra orografica del Glacier d’Arsine. A quota 2900 m si mette piede sul piccolo ramo occidentale del ghiacciaio che conduce alla base del canalone, che poi si risale (ramponi), superando una stozzatura lunga una quarantina di metri e poggiando successivamente a destra (attenzione: caduta di pietre!). Dalla Brèche de la Platte des Agneaux si segue la cresta nord del Pic de Neige Cordier, se possibile in sci aggirando alcuni spuntoni rocciosi. In ultimo 50 m di roccette facili (terreno misto) possono richiedere l’uso dei ramponi.

Discesa: ha luogo per il versante nord ovest (Glacier des Agneaux). Dalla vetta si torna verso gli sci; calzatili, si attraversa appena possibile alla base della piramide rocciosa terminale verso il Col Emile Pic, in direzione ovest. Dal colle si scende quindi il ghiacciaio in direzione nord nord ovest, prestando attenzione ai numerosi e grandi crepacci. La zona centrale del ghiacciaio forma un valloncello, sciisticamente assai invitante, che si adagia in un piccolo pianoro a quota 3150 m. A questo punto bisogna poggiare decisamente a destra, fin sotto il Pic d’Arsine (attenzione: proseguendo diritti si finisce sulla seraccata, che risulta assolutamente impercorribile). Per uscire dal ghiacciaio bisogna cercare, contro le rocce del Pic d’Arsine, uno stretto canalino (da percorrere con o senza sci a seconda delle condizioni) che porta all’evidente morena posta sulla destra orografica. Nel ripido vallone successivo si deve attraversare decisamente verso ovest nord ovest, badando a tenersi ben alti a sinistra: detto traverso, che conduce nel vallone principale della Plate des Agneaux, forma una serie di saltini rocciosi frammisti a cenge erbose, facili ma esposte. Questo tratto (che deve risultare assolutamente privo di neve) va percorso puntando alla sua estremità occidentale, appunto a sinistra scendendo. Si giunge così sul sottostante Glacier de la Plate des Agneaux, dove passa il classico itinerario della Grande Ruine, che si percorre a ritroso, verso il refuge de l’Alpe. Arrivati nel vasto ripiano, dove termina l’innevamento, si imbocca il sentiero che, con direzione nord, si ricongiunge all’itinerario di salita poco sopra il parcheggio di fondovalle.

Pic de Neige Cordier (visione estiva): a sinistra la cresta nord (salita), in centro il Glacier des Agneaux (discesa). Foto: Marco Tezza.

Nota: è vivamente sconsigliata la discesa dal couloir della Brèche de la Plate des Agneux qui descritto in salita (nelle ore calde forte pericolo di caduta di pietre). Viceversa, l’andata e ritorno per il Glacier des Agneux costituisce a sua volta un grandioso itinerario assai remunerativo: in questo caso, oltre che pernottare al rifugio, è possibile bivaccare in tenda nei pressi delle fonti della Romanche. La montagna racchiude nel suo scrigno un altro pregevole gioiello: la discesa dalla cresta nord per il Glacier du refuge de la Planche (itinerario poi codificato dai francesi, che lo considerano non impegnativo ma molto gratificante, NdR).

Itinerario Pic de Neige Cordier in boucle (Delfinato). Fonte RdM n. 99.

Delfinato
► 5 – Pointe Puiseux del Pelvoux 3946 m per il Couloir Coolidge

Partenza: 1° giorno dal parcheggio a fianco del campeggio di Ailefroide 1520 m; 2° giorno dal refuge du Pelvoux 2704 m

Dislivello: 1° giorno 1190 m; 2° giorno 1250 m

Difficoltà: OSA

Tempo di salita: 1° giorno 3 – 3.30 ore; 2° giorno 4 – 4.30 ore

Attrezzatura: piccozza, ramponi, corda, materiale alpinistico; è necessario il casco

Epoca consigliata: metà giugno – inizio luglio

Carte e guide: IGN 25.000 f 241, Massif des Écrins-Meije-Pelvoux; Lucien Devies, François Labande, Maurice Laloue, Le massif des Écrins, Arthaud, Parigi 1976 (vol. III); Gaston Rébuffat, Il massiccio dell’Alto Delfinato, le 100 più belle ascensioni ed escursioni, Zanichelli, Bologna 1976.

In vetta al Pelvoux. Sullo sfondo la Sud della Barre des Écrins. Foto: Archivio Carlo Crovella, scatto di Stefano Ferraris.

La Pointe Puiseux del Pelvoux per il Couloir Coolidge è un itinerario di alta quota (siamo al limite dei 4000 m). Per le sue caratteristiche l’itinerario descritto costituisce uno dei più tipici esempi di “ski total”: richiede infatti buona esperienza alpinistica d’alta montagna ed elevate capacità sciistiche. Il Couloir Coolidge va affrontato quando il manto nevoso è perfettamente assestato. Tuttavia occorre sottolineare che, a causa della sua particolare esposizione (sud ovest), la neve resta gelata fino a mattinata inoltrata. Inoltre, il fondo del canalone si presenta spesso irregolare per via delle rigole dovute a valanghe di superficie e alle pietre che cadono dall’alto. Per queste ragioni, e per la quota, la discesa in sci del Coolidge (la cui pendenza non supera i 35-40 gradi) non va affatto sottovalutata: personalmente l’ho trovata più impegnativa del Couloir Davin, classica discesa ripida del Delfinato. Poiché il Couloir Coolidge costituisce la via normale di salita al Pelvoux, bisogna evitare i periodi di grande ressa (week-end e giorni festivi) per non ritrovarsi a giocare a “bowling” con gli alpinisti ancora impegnati a risalire il canale. Il momento giusto per affrontare questo itinerario matura quando la neve si è ormai ritirata oltre il rifugio. In genere ciò avviene a cavallo tra giugno e luglio. Le caratteristiche del percorso richiedono un notevole impegno fisico e un adeguato allenamento.

Prime curve lasciando la vetta del Pelvoux. Foto: Archivio Carlo Crovella, scatto di Stefano Ferraris.

Accesso: da Torino si raggiunge Briançon come per l’it. precedente. Di qui si discende nella valle della Durance (con direzione Gap) fino ad Argentière, dove si imbocca la strada della Vallouise, che si risale sino ad Ailefroide. Si consiglia di lasciare l’auto al parcheggio posto all’estremità occidentale del campeggio, proprio all’imbocco del vallone del Sélé.

Salita: 1° giorno – dal parcheggio ci si inoltra nel vallone del Sélé seguendo la mulattiera. Ad un bivio molto evidente (quota 1950 m, palina segnaletica) si lascia l’itinerario per il refuge du Sélé, imboccando il sentiero di destra che porta, con una serie infinita di tornanti, al refuge du Pelvoux 2704 m.

2° giorno – dal rifugio si sale in direzione nord per tracce di sentiero fin sotto la seraccata del Glacier du Clot de l’Homme. A quota 2950 m, si traversa verso ovest (pericoli oggettivi sotto la seraccata) e si continua nel valloncello (più o meno innevato) fino al suo termine, dove, a quota 3225 m, a fianco della Bosse de Sialouze, si pone facilmente piede sul Glacier de Sialouze. Ci si dirige dapprima verso nord ovest fino alla base del Couloir Coolidge (quota 3350 m) e poi si risale il canale, che si restringe progressivamente, tenendosi di preferenza verso destra (salendo). Attenzione alla possibile caduta di pietre dall’alto. L’uscita si presenta più ripida (40 gradi), ma l’arrivo sul Glacier du Pelvoux illuminato dal sole suscita emozioni indescrivibili. Per dolci pendii, in direzione nord ovest, si raggiunge infine la Pointe Puiseux.

Discesa: si effettua lungo l’itinerario di salita. Con una morbida scivolata ci si porta all’uscita del Couloir Coolidge, a quota 3820 m. Si imbocca il canale che, se non ancora illuminato dal sole, offre neve dura e richiede un accurato controllo degli sci. Progressivamente la pendenza si attenua: sul pianoro glaciale a quota 3350 m cambia anche l’esposizione (sud est), e quindi si incontra neve più marcia. Occorre poi passare il più velocemente possibile, data l’ora, sotto la seraccata del Glacier du Clot de l’Homme. Tolti gli sci a quota 2950 m circa, non rimane che una lunga discesa (in tutto sono 1430 m di dislivello) sul sentiero.

Itinerario Pelvoux (Delfinato). Fonte RdM n. 99.
Il Couloir Coolidge del Pelvoux è ormai alle spalle: la stagione sta per concludersi, arrivederci alla prossima! Foto: Archivio Carlo Crovella, scatto di Stefano Ferraris.
Profumo di ripido ultima modifica: 2023-02-27T05:36:00+01:00 da GognaBlog

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1 commento su “Profumo di ripido”

  1. Al passaggio dallo sci allo sci-alpinismo e poi allo scialpinismo-alpinistico manca ancora un passaggio: il passaggio allo sci-alpimistico. Con la lettera emme, come suggerisce Marileno Dianda nella Montagna del silenzio (Viareggio 2012) per liberare gli uomini dallo sport e dal turismo, per ritrovare il senso della vita nel silenzio e nella bellezza della montagna. Ancora Marileno Dianda (Vangelo austriaco, Lucca 2017): “Mi domando cosa sarebbe successo se il Salvatore, come Milarepa, fosse nato e vissuto al cospetto di nevi rilucenti e di alte montagne. Forse, in quelle vallate sarebbe stato davvero un profeta in patria e avrebbe predicato, pure lui, che andarsene per monti solitari è una via della liberazione”.
     

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