Storia dell’arrampicamento – 04

Su stimolo del giornalista Vittorio Varale, durante il biennio 1930-31 Domenico Rudatis pubblicò nella rivista Lo Sport Fascista una fondamentale Storia dell’arrampicamento in nove puntate (nn. 3, 4, 5, 7, 8 e 12 del 1930 e nn. 2, 6, e 9 del 1931). Scritta da uno degli autori di letteratura di montagna più brillanti e affascinanti del Novecento, l’opera costituì il primo tentativo italiano di storia dell’alpinismo, per quanto limitato alle sole Alpi Orientali.

Qui le puntate finora uscite:
https://gognablog.sherpa-gate.com/storia-dellarrampicamento-00/
https://gognablog.sherpa-gate.com/storia-dellarrampicamento-01/
https://gognablog.sherpa-gate.com/storia-dellarrampicamento-02/
https://gognablog.sherpa-gate.com/storia-dellarrampicamento-03/

Uno degli aspetti più importanti e affascinanti della Storia dell’arrampicamento (anche se oggi la cosa può facilmente sfuggire) è l’eccezionale qualità grafica dell’opera: taglio dell’impaginazione, scelta delle fotografie e disegni originali dell’autore. A questo riguardo è giusto ricordare alcune circostanze. Anzitutto la veste tipografica de Lo Sport Fascista: grande formato, illustrazioni di qualità. Insomma, una rivista abbastanza di lusso, per l’epoca. In secondo luogo il buon gusto e la cura certosina di Rudatis, fotografo, disegnatore, illustratore e arredatore di vaglia, che fu attentissimo a curare assieme a Vittorio Varale tutti gli aspetti non solo informativi e teorici ma anche formali della serie. 

La prima puntata apparve nel marzo 1930 e costituì la prima collaborazione in assoluto di Rudatis con Lo Sport Fascista. In quella sede vennero definiti i principi fondamentali che guidano il giudizio sulla tecnica e sui valori morali e culturali dell’arrampicata. Pubblichiamo qui il quarto dei nove articoli
(Nota a cura di Luigi Piccioni).

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

Di scalata in scalata verso il limite del possibile (Storia dell’arrampicamento – 04) (04-09)
di Domenico Rudatis (Gruppo Italiano Scrit­tori di Montagna)
(pubblicato su Lo Sport Fascista, luglio 1930)

Esattamente determinata nel terzo articolo la progressione dei valori delle conquiste dell’arrampicamento fino alla chiusura del secolo scorso, Domenico Rudatis presenta ora la mirabile ascesa con la quale gli arrampicatori moderni elevarono la loro iniziativa, la loro volontà, la loro audacia verso il limite dell’umana possibilità, dall’alba del nostro secolo durante il primo decennio di esso. Presentazione la cui importanza e originalità stanno nel sorpassare tutto ciò che è tradizione e fama decorativa per rappresentare intrinsecamente ed esclusivamente reali, effettivi valori di capacità e di ardimento, e nell’uscire non soltanto da ogni centro regionalistico, ma anche dalla cerchia nazionale per abbracciare tutto il campo dell’arrampicamento, estensione limpida e precisa che rivela e attesta splendidamente la preminenza del valore italiano (Nota della redazione di Lo Sport Fascista).

L’evoluzione dell’arrampicamento nel nostro secolo deve essere comparativamente riferita alla scalata della parete nord-est della Punta Emma nel gruppo del Catinaccio. Impresa che, effettuata per la prima volta da Tita Piaz nel 1900, chiuse – come abbiamo già detto – il secolo scorso, concludendo contemporaneamente il trapasso storico di esso ed il progredire della tecnica e l’elevarsi dei valori durante tutto il suo trascorrere. Pur considerando che questa scalata è abbastanza breve, specialmente se la si raffronta alle grandiose pareti del Hochtor e di Laurino alle quali precedentemente ad essa in particolar modo accennammo, e che il suo carattere tecnico è piuttosto unilaterale e la sua difficoltà più rilevante concentrata in un breve tratto di fessura, il livello tecnico di detta arrampicata non solamente costituisce il vertice della progressione delle imprese del secolo scorso ma può essere altresì ritenuto come l’espressione dell’estremo limite delle difficoltà d’arrampicamento ancora durante gran parte del consecutivo decennio. Concordando così con i confronti che lo stesso Dülfer, il geniale maestro della tecnica d’arrampicata, stabilì, con particolare riferimento ai singoli punti di maggiore difficoltà, tra la suaccennata fessura della Punta Emma e le più difficili salite ad essa posteriori, a lui ben note. La comprensione della elevatezza dello sforzo realizzato da Tita Piaz avvenne però soltanto dopo trascorsi diversi anni, poiché nel frattempo iniziative e valutazioni s’attardarono lungamente nell’ambito dei criteri e delle esperienze tradizionali, e l’ascendere dei vari sforzi verso maggiori realizzazioni fu perciò dapprima relativamente lento. Basta dire che tutte le prime sei ascensioni della parete nord-est della Punta Emma, cioè fino al 1907, furono eseguite da cordate guidate da Tita Piaz.

Dal punto di vista della nuda progressione tecnica dei valori dello sport dell’arrampicamento, si potrebbe saltare dall’impresa di Tita Piaz addirittura fino al 1905. E’ tuttavia interessante esaminare anche il compreso intervallo di tempo, appunto per rilevare le grandi deficienze delle valutazioni tradizionali rispetto allo svolgimento reale dei fatti, e rettificare così vari errori tuttora dominanti nella tradizione stessa.

Il periodo 1901-1904 e le falsificazioni tradizionali
Nel 1901 possiamo notare tre imprese: la parete nord dell’Admonter Reichenstein, il camino Adang e la parete sud della Marmolada.
La scalata degli appicchi settentrionali dell’Admonter Reichenstein, forse la più bella montagna del Gesäuse, venne effettuata dall’eminente arrampicatore Heinrich Pfannl di Vienna – del quale già parlammo – col suo fedele compagno Thomas Maischberger. Per intendere l’eccezionale tempra di quest’ultimo, è sufficiente rammentare che in più tarda età, dopo perduta una gamba in un infortunio alpinistico, trovò ancora la volontà e la forza di attraversare il Cervino e il Monte Bianco, e di salire il Monte Rosa, la Jungfrau, e diverse altre montagne grandiose, tra cui la Meije in condizioni sfavorevoli; e poi ancora, a 69 anni, rifece da solo qualche scalata non facile!

La conquista della parete nord dell’Admonter Reichenstein, superando alquanto in difficoltà pure quella della parete nord del Hochtor, risulta essere la più difficile fra le arrampicate di Heinrich Pfannl, ed allora anche la più difficile del Gesäuse, primato questo che mantenne per diversi anni.

Il camino Adang, la famosa spaccatura che solca da cima a fondo tutto l’appicco meridionale della cima principale dei Pizes da Cir nelle Dolomiti di Gardena, è stato così denominato appunto in onore della guida Joseph Adang che fu il capo della cordata che per la prima volta superò il camino stesso. Il valore di questa impresa venne presto rilevato poiché infatti si riconobbe subito sorpassare essa la difficoltà della allora temuta traversata della Torre Delago nel Vajolet. Tuttavia solamente non tenendo conto della scalata della parete nord-est della Punta Emma, il camino Adang, che è a questa decisamente inferiore, avrebbe potuto rappresentare il livello tecnico allora dominante. Del resto, appunto per il fatto di superare esso notevolmente il livello fondamentale corrispondente a Winkler, il camino Adang mantenne sempre il suo fascino di arrampicata di grande difficoltà; ed a ciò contribuirono diversi casi di alpinisti tragicamente precipitati dai suoi strapiombi. Qualche variante e l’uso o no della piramide umana nel superamento di uno strapiombo anche aggirabile, e che la perfetta arte arrampicatoria di Angelo Dibona vinse senza alcun aiuto, con perfetta purità di stile, sono attualmente causa di valutazioni talvolta eterogenee.

Particolari considerazioni devono farsi relativamente alla classica scalata della parete sud della Marmolada compiuta dalle note guide Michele Bettega e Bortolo Zagonel di S. Martino di Castrozza conducendo la distinta alpinista inglese Beatrice Tomasson. Anzitutto è italianamente doveroso far presente che tale impresa è bensì la prima ascensione diretta alla Marmolada lungo il suo poderoso muraglione meridionale, ma questo era già stato superato nel 1897, per una via indiretta ma ardua e interessante, da Santo De Toni di Alleghe col portatore Luigi Farenzena guidando Cesare Tomè vecchio lupo di montagna, pioniere delle Dolomiti agordine.

L’itinerario Bettega-Tomasson-Zagonel, il quale si svolge secondo una linea diretta di circa seicento metri, è una bella arrampicata piuttosto faticosa, che, in base ai criteri moderni, va posta – come altrove specificammo – allo stesso livello tecnico delle classiche scalate dolomitiche corrispondenti all’affermazione di Winkler, vale a dire della parete nord della Cima Piccola di Lavaredo, del Campanile Basso di Brenta, della traversata delle tre Torri del Vajolet e simili. Livello dunque nettamente inferiore a quello del camino Adang.

L’anno seguente, nel 1902, i fratelli Georg e Kurt Leuchs, rinomati alpinisti di Monaco di Baviera, effettuavano la seconda scalata della parete, lottando durissimamente non soltanto con le difficoltà relative alla roccia ma contro la nebbia, l’acqua, la neve e il gelo.

Tra il bivacco sostenuto e il lungo strenuo lavoro d’arrampicamento non riuscirono sulla vetta che dopo una trentina di ore, però tutta la parte superiore della parete, per circa duecento metri, venne vinta aprendo una via del tutto nuova – variante Leuchs – la quale perviene sulla cima così direttamente che il loro percorso complessivo può essere considerato come la “direttissima” della parete Sud della Marmolada (nel 1929 è stata effettuata un’altra direttissima assai più ardita e difficile, ma che non raggiunge la vetta più direttamente della prima).

La relazione che i Leuchs fecero della loro impresa, data la loro autorità, attirò verso la parete sud della Marmolada la più viva attenzione del mondo alpinistico. Certamente che, pure facendo astrazione dalle avverse circostanze in cui si svolse l’ascensione, la variante Leuchs costituisce un molto notevole innalzamento di valore rispetto all’itinerario classico. Basterà aggiungere a conferma di ciò, che il celebre alpinista monachese Joseph Ittlinger, il quale assieme ad un compagno eseguì nel 1905 la terza salita ripetendo esattamente il percorso dei fratelli Leuchs, superò i primi quattrocento metri della via – cioè fino alla cosiddetta seconda terrazza della parete dove si stacca appunto la variante Leuchs – in 5 ore, tempo che anche attualmente si può considerare pressoché normale, e ne impiegò 7 a superare i duecento metri della stessa variante, mentre il tratto corrispondente dell’itinerario classico non offre speciali difficoltà ed è normalmente superabile in meno di due ore.

L’intero percorso dei Leuchs sebbene sia stato considerato come l’arrampicata più saliente dell’epoca non sorpassa tuttavia il valore della scalata della parete nord-est della Punta Emma, il confronto con la quale avvenne però molto tardi.

La tradizione appoggiandosi solo agli elementi superficiali della realtà, afferrando le apparenze e le contingenze di essa anziché il suo contenuto intrinseco, falsò grandemente i rapporti valutativi. Infatti per la deficienza dell’educazione sportiva non si seppe discernere nello sforzo dei Leuchs il contenuto accidentale dovuto alle circostanze atmosferiche eccezionalmente sfavorevoli all’arrampicata, e così questa come “performance” d’arrampicamento rimase sopra valutata; poi il valore relativo al percorso dei fratelli Leuchs, ed ancora esaltato dalla suddetta sopravalutazione, venne assunto, con un trasloco di idee quanto mai ingiustificato e puerile, come valore della scalata della parete sud della Marmolada in generale, di modo che l’itinerario classico venne ad essere doppiamente sopra valutato. Ed ora, dopo quasi trent’anni, perfino nelle guide tedesche di più recente pubblicazione tale sopravalutazione è assai rilevante. La parete è di moda, si continua a salirla lungo l’itinerario meno difficile e si conserva il compiacimento di aver compiuto una delle più difficili arrampicate delle Dolomiti. Sarà piacevole, ma in realtà è una falsificazione e sportivamente una illusione! La gerarchia delle difficoltà va ben oltre.

Pure nel 1902 – dieci giorni dopo che i triestini Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti, tentato due volte il noto Campanile di Val Montanaia, la prima superando un terzo della parete ovest e la seconda pervenendo dal sud fino a quella fessura che ora porta appunto il nome di Cozzi, abbandonarono l’impresa – Viktor Wolf von Glanvell e Günther von Saar uscendo dalle difficoltà della fessura Cozzi con una traversata sciolsero il problema e raggiunsero infine la vergine cuspide del Campanile. L’impresa fu subito sopravalutata per far rilevare la superiorità dei due arrampicatori austriaci e lo smacco italiano. L’effettivo valore di essa, breve arrampicata di circa duecento metri senza particolari difficoltà, non raggiunge neppure il livello stabilito da Winkler quindici anni prima, e resta quindi di gran lunga al disotto della parete nord-est della Punta Emma.

I due italiani erano allora relativamente dei principianti ed infatti la loro valentia la dimostrarono otto anni appresso con la magnifica conquista della Torre Trieste, problema di ben superiore grandiosità interesse e difficoltà. La fessura che essi allora non riuscirono a vincere fu poi direttamente superata, senza quindi traversare, nel 1924 da Wilhelm Brandenstein con la signorina Grete Doppler; e sulla parete ovest ulteriormente al tratto dove essi furono respinti salirono per intero i bellunesi Aldo Parizzi e Francesco Zanetti nel 1928. Ambedue imprese il cui livello tecnico non sorpassa minimamente quello della parete nord-est della Punta Emma, il che dimostra che il problema della salita del Campanile relativamente al livello tecnico di quel tempo era risolubile in molteplici maniere anche astraendo dalla soluzione più agevole della traversata che quindi non può neppure essere sostenuta come l’unica tanto decantata e geniale chiave. E se tale essa apparve ai due austriaci ciò fu perché in realtà nemmeno questi avevano la capacità di superare grandi difficoltà, come lo dimostra il limitato livello di tutte le arrampicate precedenti e successive che essi fecero assieme, cosicché senza la traversata il Campanile sarebbe a loro risultato inespugnabile.

La vasta speculazione comparativa che, gonfiando tale impresa, venne stabilita circa il valore italiano e l’altrui, esaminate con rigore tutte le circostanze, si dimostra del tutto assurda, ché la ritirata dei due principianti triestini fu semplicemente un episodio insignificante di una salita di secondo ordine già nella sua epoca, ed attualmente poi secondarissima. Seguitare a proclamare che l’impresa di von Glanvell e di von Saar è una delle più notevoli imprese che ricordi la storia dell’alpinismo dolomitico, proprio allora che il livello dei più alti valori dell’arrampicamento era, con la parete nord-est della Punta Emma e molte altre scalate, tanto superiormente stabilito da italiani, è del tutto falso ed antisportivo. Abbiamo particolarmente esaminato questo caso poiché esso rappresenta uno degli esempi più tangibili di falsificazione tradizionale.

Tra le imprese del 1903 meritevoli di menzione, sta, anche perché eseguita da solo, la conquista della vergine Torre de Pissadù nel Gruppo di Sella, realizzata da Leo Heiss di Monaco, eminente arrampicatore solitario delle Dolomiti e del Kaisergebirge.

Nel 1904 si può ricordare la variante che i trentini Nino Pooli e Riccardo Trenti aprirono sul Campanile Basso di Brenta superando direttamente la parete terminale che sovrasta il noto terrazzino Garbari; vittoria che rivendica degnamente la ritirata, del resto tutt’altro che criticabile, che avevano fatto lo sfesso Pooli, Carlo Garbari e la guida Antonio Tavernaro, nel 1897 dopo pervenuti al predetto terrazzino. Questa variante che nessun altro è riuscito a ripetere per intero, costituisce un breve, ma veramente durissimo tratto di arrampicata.

Il periodo 1901-1904 vide pure la crescente diffusione dell’arrampicamento nel Kaisergebirge specialmente per opera di Hanns Pfann, uno degli alpinisti tedeschi più multiforme e più ricco di successo, di Franz Nieberl (ben detto il “papa del Keisergebirge”), uno dei migliori maestri dell’arrampicamento, di Georg Leuchs ed altri.

La progressione dei valori dall’inizio fu là però più graduale che sulle Dolomiti, ché il livello tecnico della parete nord-est della Punta Emma sorpassava, si può dire, la propria epoca ed anche nel Kaisergebirge, non venne raggiunto che più tardi.

I camini delle pareti del Totenkirchl attrassero particolarmente gli arrampicatori tedeschi. Da rilevarsi come prestazione più elevata nel 1901, il famoso camino Pfann che solca la parete est della seconda terrazza dello stesso Totenkirchl, il cui secondo percorso venne eseguito dalla cordata di Georg Leuchs il quale constatò la preminenza delle sue difficoltà, superiori anche ai celebri camini della Torre Delago nel Vajolet.

Il periodo 1905-1909 e l’indirizzo moderno dello sport dell’arrampicamento
In questo periodo il livello tecnico relativo alla parete nord-est della Punta Emma divenne dominio di parecchi valenti scalatori. Si fecero varie arrampicate innalzando molteplicemente a questo livello la tecnica d’arrampicamento, per pareti, camini, fessure e traversate, integrando e fissando definitivamente il possesso di tale categoria di valori, e maturando così l’affermazione del criterio complessivo della difficoltà.

Due imprese eccellono nel 1905 assurgendo a detto superiore livello.
Una è la scalata della parete sud del Teston del Pomagagnon dovuta alle guide Antonio Dimai e Agostino Verzi di Cortina d’Ampezzo conducendo le famose arrampicatrici Rolanda e Ilona von Eötvös. E’ questa la più difficile fra la numerosissima serie di tutte le arrampicate della celebre guida Antonio Dimai, veramente uno dei “re delle Dolomiti”, ed in suo onore il Teston del Pomagagnon porta ora il nome di Campanile Dimai.

L’altra impresa è la variante effettuata dai trentini Giovanni Nones e Mario Scotoni nel primo dei due loro originali tentativi svolti sul Campanile Basso di Brenta.
Essi attaccarono allora la scalata dalla Bocchetta del Campanile Alto e di là, con un arditissimo itinerario che sale sempre direttamente presso lo spigolo orientale, raggiunsero la grande cengia detta lo “stradone provinciale”, arrampicando poi ancora un tratto della parete terminale – quella che Preuss vinse nel 1911 – e superando così ben due terzi dell’altezza del Campanile. Se allora essi avessero completato il percorso avrebbero effettuato uno dei più meravigliosi itinerari di roccia di tutti i tempi, tuttavia la loro variante, alla quale competerebbe più propriamente la dignità di via, costituisce la più difficile arrampicata fino allora compiuta da italiani senza guide. Nessuno ha ancora osato ripeterla; noi però abbiamo avuto occasione di constatarne parzialmente la grande difficoltà.

E non solo Giovanni Nones, arrampicatore di straordinaria capacità, ma purtroppo poi emigrato, e Mario Scotoni, uomo dalla volontà ferrea, furono i primi e gli unici scalatori italiani, non guide, che riuscirono ad elevarsi al livello dei massimi valori corrispondente alla loro epoca, ma essi furono ancora i primissimi in Italia, guide a parte, a rendersi conto dei valori intrinseci dello sport dell’arrampicamento, comprendendone lo spirito, sostenendo l’audacia per l’audacia, sdegnando gli aggiramenti ragionevoli delle difficoltà per affrontare queste in pieno. I loro tentativi al Campanile Basso sono ciò che di più significativo possiede la storia del nostro alpinismo d’arrampicamento fino a quel tempo, tanto più che il loro valore non derivava né dall’insegnamento né dal contatto di stranieri o di guide, ma proveniva e consisteva unicamente, si può quasi dire ingenuamente, in qualità di energia e di volontà, del tutto intime, espressioni naturali di razza delle più pure e delle più degne.

Di livello inferiore ma notevole, specialmente perché compiuta da solo, è, nel 1905, la conquista della parete sud-ovest del Cimone della Pala di Georg Leuchs.

Il 1906 è relativamente un anno di tregua per le iniziative dell’arrampicamento su grandi difficoltà. Va tuttavia ricordata la scalata dell’impressionante parete nord-est del Campanile Toro eseguita da Tita Piaz e Bernard Trier; per la cui valutazione ci riferiamo però ai secondi salitori – i fratelli Franz e Toni Schmid di Monaco – i quali la superarono con purezza di stile facendo a meno dei chiodi.

Nel 1907 due nuove arrampicate entrano nella categoria dei maggiori valori del periodo che stiamo considerando.

La conquista della Torre Leo nei Cadini di Misurina realizzata dalla guida Angelo Dibona e Johann von Pauer, che non può essere tuttavia esattamente valutata senza tener conto della sua grande brevità. Con essa si apre esplicitamente la serie delle stupende imprese della grande guida Angelo Dibona.

E la scalata della parete est della Cima Piccola di Lavaredo con la variante terminale del valoroso arrampicatore viennese Otto Langl, assieme a F. Horn; nella cui esecuzione questi salitori restarono impegnati fino alla disperazione. Le difficoltà di tale impresa sono analoghe ma più prolungate di quelle della parete nord-est della Punta Emma.

Il 1908 è l’anno più importante e più brillante di tutto questo periodo. Un anno nel quale lo sport dell’arrampicamento si afferma e si diffonde con un improvviso crescendo di intensità veramente sorprendente, con un indirizzo ormai specifico e spiccatamente moderno.

Fra le varie imprese devono essere particolarmente ricordate:
– la scalata della parete ovest della Roda di Vael compiuta dalle guide Angelo Dibona e Agostino Verzi conducendo Edward Alfred Broone e Hanson Kelly Corning, nella quale c’è uno dei punti di arrampicamento in cui A. Dibona si è maggiormente impegnato. Attualmente però i chiodi ne hanno ridotto la difficoltà. Max Mayer studiando gli spostamenti dei limiti estremi della difficoltà, ritenne questa arrampicata come l’espressione del più alto livello raggiunto dalla tecnica nel 1908.
– la geniale e ardita via aperta da Rudolf Fehrmann e Oliver Perry-Smith sul fianco sud-ovest del Campanile Basso di Brenta;
– la variante di Luigi Scotoni a questa stessa via. Luigi Scotoni, armato di doti fisiche eccezionali e di un immenso coraggio, silenzioso e solitario, di gran lunga il migliore fra tutti gli arrampicatori italiani, non guide, di anteguerra, pressoché contemporaneamente al Fehrmann e senza saper niente di esso, avendo già prima ideato l’impresa, effettuò una ricognizione superando circa due terzi della parete. La sua variante corrisponde al primo terzo e sorpassa tutte le difficoltà della via Fehrmann. Luigi Scotoni aveva allora diciassette anni!

Pensando a questo giovanissimo atleta che già all’attacco delle rocce trova un frammento del cranio di G. Barthel – precipitato pochi giorni prima dalla spalla del Campanile – e tuttavia sale, e sale da solo su per il pauroso appicco striato di sangue, vincendo uno dei più difficili tratti di arrampicamento dell’epoca, si comprende che la sua tempra era veramente straordinaria.

La tradizione dell’arrampicamento senza guide in Italia è invece tutta artificiosamente impostata all’infuori dei valori trentini e per adeguarla alla realtà deve venir radicalmente riveduta, come a suo tempo faremo.

Tra le imprese del 1908 considereremo infine la salita alla seconda terrazza del Totenkirchl per la famosa parete ovest, aperta da Tita Piaz con Josef Klammer, Rudolf Schietzold e Franz Schroffenegger.

Questa via fu subito così celebre che la si ritenne allora come la più difficile scalata delle Alpi. Essa rientra tuttavia praticamente nella stessa categoria dei maggior valori del periodo che stiamo trattando; ma la ripercussione, l’influenza che essa, o meglio che Piaz ha con essa avuto sullo sviluppo dello sport dell’arrampicamento, supera quella di tutte le altre arrampicate ad essa contemporanee.

Tita Piaz non fu soltanto un grande arrampicatore ma fu anche un innovatore di idee. Come tale si affermò più tardi, poiché quando, ventenne, con la conquista della parete nord-est della Punta Emma, avendo dietro di sé più che l’esperienza l’energia fremente della sua gioventù e innanzi a sé l’ansito indomabile della sua volontà, entrò improvvisamente e fieramente come dominatore nel campo dello sport dell’arrampicamento, si trovò a lungo solo con la sua superiorità e con la sua audacia. Egli ha varcato per primo la soglia del nuovo secolo e in tal senso egli appare come l’arrampicatore moderno per eccellenza, ma così egli appare anche perché idealmente creò e attivamente personificò la nuova figura dell’arrampicatore per sentimento e per professione, la quale distaccandosi del tutto da quella della guida tradizionale – quasi solo lavoratore di fatica – assomma tecnica, intelligenza e iniziativa. Lo spirito di rivolta di Tita Piaz è conosciuto, gli alpinisti se ne stupirono, lo si considerò come una stranezza, mentre ciò non era che la coerente espressione della sua elevatezza di coscienza di capocordata. Le ascensioni fatte da alpinisti più o meno celebratamente decorativi assieme a lui, furono e restano salite di Tita Piaz. Questa è la novità significativa!

Egli non sottomise al denaro la propria superiorità morale, rovesciò anzi la tradizione avocando a sé il merito delle proprie imprese, poiché se un alpinista pagando poteva essergli compagno, questo non acquistava con ciò il valore del suo capocordata. A Tita Piaz vincitore dei pregiudizi della tradizione va perciò il più vivo plauso di tutti i cultori dello sport dell’arrampicamento.

La vittoria di Tita Piaz sul Totenkirchl scatenò la febbre dell’arrampicamento nel Kaisergebirge. Georg Sixt, uno dei migliori fra tutti gli arrampicatori d’anteguerra, nei suoi scritti relativi alle scalate di tale celebre gruppo di monti, riconosce in Tita Piaz il maestro del moderno arrampicamento tedesco, tanto il suo impulso fu istruttivo e trascinante. Vedremo in seguito a quali prodigiose altezze è arrivata la perfezione dell’arrampicamento nel Kaisergebirge dopo la spinta di Tita Piaz.

Il 1909 nel complesso non fu un anno di particolari iniziative, ma piuttosto di consolidamento e di diffusione della tecnica.

Nelle Dolomiti emerge l’attività della guida Angelo Dibona. La scalata del camino occidentale della parete nord della Cima Piccola di Lavaredo compiuta, nel 1909, da Fehrmann e Perry-Smith, che dalla impressione di questi salitori avrebbe dovuto sorpassare il livello delle più difficili arrampicate dell’epoca, in seguito alla più completa esperienza comparativa di Paul Preuss ed al giudizio definitivo di Dülfer si riconobbe invece raggiungere appena detto livello.

Il periodo 1910-1911 e l’ascesa dei nuovi valori
In questi due anni non soltanto lo sport dell’arrampicamento continuò mirabilmente a svilupparsi, ma si ha un vero e proprio progresso intensivo, qualitativo, un ulteriore tangibile spostamento dei valori tale da far sentire effettivamente la prossimità del limite atletico del possibile in roccia. Dal dominio delle forti difficoltà su piccoli e grandi percorsi, si passò al dominio di pari e maggiori difficoltà su grandissimi percorsi, sulle pareti titaniche dove l’estremo sforzo in un singolo punto non è più la chiave di una salita ma appena un elemento della difficoltà, dove l’impegno delle facoltà dell’arrampicatore è molteplice e completo. Si pervenne, in una parola, al senso della difficoltà integrale, senso che ancora oggi fa difetto a gran parte degli arrampicatori, i quali spesso sostengono il rischio, magari grave, di un passaggio unico, ma non reggono lo sforzo fisico e psichico della difficoltà integrale.

L’elevazione dei valori tra tutti i campi dell’arrampicamento avvenuta nel 1910 e più ancora nel 1911, è fondamentalmente opera di Angelo Dibona, il quale dimostrò pertanto di essere con Hans Fiechtl il massimo arrampicatore di allora. Avendo però il Fiechtl effettuato le sue imprese più importanti dopo il 1912 tratteremo meglio di lui in altri lavori.

Nel periodo 1910-1911 magnifica è pure l’attività di Tita Piaz e notevolissima anche quella di Franz Wenter; raggiunge il suo più vivo splendore quella del celeberrimo Paul Preuss, mentre nello stesso tempo si affermano diversi altri valorosi arrampicatori tra i quali cominciano ad emergere Otto Herzog ed Hans Dülfer. Di questi due ultimi, che assursero alle maggiori grandezze e dominarono nel successivo biennio, diremo nel prossimo studio.

La cordata dei fratelli Guido e Max Mayer di Vienna condotta dalle guide Angelo Dibona e Luigi Rizzi, con l’affiatamento e l’allenamento di tutta una grandiosa serie di superbe arrampicate, di nuove ascensioni compiute durante tre anni, culminò, nel 1910, la sua attività con tre imprese.

La prima di queste, cronologicamente, è la diretta scalata della gigantesca parete settentrionale della Cima Una nelle Dolomiti di Sesto, le cui difficoltà, anche nei singoli punti, superano quelle della variante superiore Langl-Horn sulla parete est della Cima Piccola di Lavaredo. Tita Piaz con M. Michelson e G. Jelinek nel 1912 ripetè la salita ma evitò la parete terminale avente le maggiori difficoltà; e nel 1913 Adolf Deye, Hans Fiechtl e O. Katzer scalarono anche la parete ma evitando però gran parte delle difficoltà della via Dibona, e precisamente spostandosi a destra ed oltrepassando quel punto nel quale si era arrestato nel 1909 il tentativo dei viennesi Otto Langl e Gustav Jahn. Il Deye paragonò il proprio percorso alla via Piaz sulla parete ovest del Totenkirchl e concluse che la parete era stata sopra valutata; ma se egli ebbe ragione relativamente al considerare la parete della Cima Una dal nord come un problema risolubile con una arrampicata di difficoltà non superiore a quelle del periodo precedente, il valore della via originale Dibona resta immutato e conserva tutta la sua superiorità.

La seconda impresa è il superamento dell’enorme muraglia sud-ovest del Croz dell’Altissimo nelle Dolomiti di Brenta, che è una delle tre strutture che maggiormente assommano la verticalità e l’altezza, le quali sono infatti il Croz dell’Altissimo dalla Val delle Seghe, la Cima principale della Civetta dalla Val Civetta e la Cima della Busazza dalla Val dei Cantoni.

I Mayer giudicarono tale scalata come ancor più difficile di quella della Cima Una e come la più difficile fra tutte le Dolomiti, ma nel concetto dello stesso Dibona è forse più esatto considerarle equivalenti. Il secondo percorso venne eseguito nel 1911 da Paul Preuss e Paul Relly.

L’altra impresa infine è la conquista dello spigolo nord dell’Oedstein nel Gesäuse della quale si parlò allora come della più difficile scalata delle Alpi. L’Oedstein è un prodigioso gigante corazzato di enormi placche e il suo spigolo una linea acuta e slanciata di oltre seicento metri d’altezza solo interrotta da un liscio e scuro appicco, la quale era stata ritenuta come il più bel problema del Gesäuse.

Detta conquista venne realizzata dopo di quella della Cima Una e del Croz dell’Altissimo, e parve ai Mayer che qualche punto dello spigolo dell’Oedstein superasse in difficoltà anche i punti più difficili del Croz dell’Altissimo, cosa che anche se esatta non avrebbe tuttavia potuto bastare per affermare la superiorità dello spigolo dell’Oedstein, assai meno grandioso ed avente le difficoltà concentrate in pochi punti.

Gli ambienti alpinistici avevano seguito con sorpresa ma nello stesso tempo con una certa diffidenza questi successi che i Mayer avevano dichiarato superare quanto era stato compiuto fino allora in materia di arrampicamento. Vi furono anche delle critiche.

Generalmente le conquiste che sopravanzano la loro epoca non sono comprese che dopo parecchio tempo, ma in tal caso l’aspettativa fu breve poiché sorse un uomo che, si potrebbe dire, controllò la propria epoca: Paul Preuss!

Non è nel presente lavoro già concentratissimo che possiamo dire degnamente di Preuss. Egli fu una figura quasi leggendaria dell’alpinismo, riunendo qualità morali elevatissime e capacità tecniche in roccia eccezionali. Superava grandissime difficoltà da solo e senza alcun aiuto di mezzi artificiali, per cui si può ritenere come l’ideale dell’arrampicatore sportivo. Sostenitore strenuo della purezza dello stile e dell’applicazione rigorosa dei criteri sportivi, Preuss, appunto esigendo che il valore di una arrampicata venga sottoposto a criteri specifici relativi al “come” deve venir svolta, differenziò fondamentalmente dall’alpinismo lo sport dell’arrampicamento.

Effettuò nel 1910 una serie di scalate dolomitiche di grande difficoltà, e nel 1911 si pose a ripetere quasi sistematicamente le più difficili arrampicate delle Dolomiti, ripetendo – come abbiamo detto – anche quella della parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo, e facendo ancora alcune genialissime e difficilissime vie nuove, tra cui la parete est del Campanile Basso di Brenta e la parete nord-est della Cima Piccolissima di Lavaredo. Poi si recò assieme al compagno Paul Relly nel Gesäuse appositamente per ripetere anche la scalata dello spigolo nord dell’Oedstein.

La nostra fiducia nella riuscita – egli disse – malgrado tutta la nostra confidenza in sé, non era troppo grande”. Riuscì, ma evitò con due varianti i punti più difficili della via Dibona. Dichiarò poi che le singole difficoltà dello spigolo dell’Oedstein superavano quasi senza eccezione quelle degli altri punti da lui incontrati nelle sue salite. Il superiore valore delle vie aperte dalla meravigliosa arte arrampicatoria di Angelo Dibona veniva così confermato a solo un anno di distanza.

La scalata dello spigolo nord dell’Oedstein rimase per oltre un decennio l’arrampicata più difficile del Gesäuse ma la valutazione della sua difficoltà decadde lievemente come avviene sempre per le salite che hanno soltanto difficoltà concentrate in pochi punti. Attualmente la scalata è resa ancor meno difficile per altre varianti trovate e conta numerosissime ripetizioni. A giudicare anche dal tempo impiegato relativamente all’altezza, e riferendosi al criterio moderno della difficoltà complessiva, si deve ritenere che fra le suddette tre vie aperte da Dibona, lo spigolo nord dell’Oedstein sia proprio quella avente un livello meno elevato.

In maniera specialissima dobbiamo considerare la scalata diretta della Floite sulla parete nord-est del Feldkopf – ovvero Zsigmondyspitze – nella Zillertal, compiuta pure nel 1910 dalla guida Hans Fiechtl col portatore Hans Hotter.

Si tratta di una impresa in una regione granitica, nella quale perciò le valutazioni di difficoltà possiedono delle incertezze relative alla variabilità delle condizioni proprie di tali regioni e vanno accolte con le dovute riserve.

Fiechtl incontrò allora delle condizioni sfavorevoli e giudicò questa parete come la più difficile a lui nota, più difficile anche delle estremamente difficili pareti da lui superate negli anni successivi. Diciannove anni dopo Peter Aschenbrenner e Willi Mayr facevano la seconda ascensione trovando migliori condizioni e riducendo la valutazione di difficoltà di detta scalata notevolmente al disotto della più moderna e più difficile arrampicata compiuta dal Fiechtl nel Kaisergebirge della quale si parlerà altrove.

La parete nord-est della Zsigmondyspitze resta tuttavia la più difficile arrampicata di granito del suo tempo e, come tale, forse anche attualmente si può ritenere insorpassata, ma per il fatto di svolgersi essa in un ambiente non specifico d’arrampicamento, come le regioni granitiche in genere, in cui la valutazione delle difficoltà non può essere veramente rigorosa e stabile, deve venir considerata separatamente.

Nel 1911, mentre Preuss ricalcava audacemente le orme di Dibona sul Croz dell’Altissimo e sullo spigolo dell’Oedstein, lo stesso Dibona con la sua medesima cordata, cioè con i fratelli Mayer e Luigi Rizzi, vinceva la colossale muraglia settentrionale della Lalider nel Karwendel, ai piedi della quale, dicevasi, giaceva il limite della possibilità umana.

Un breve tratto era già stato superato nel medesimo anno dalla cordata di Otto Herzog, il quale l’anno seguente, nel 1912, effettuava assieme a Georg Sixt il secondo percorso.

Questa arrampicata è la più ardua, la più difficile delle scalate di Angelo Dibona, l’unica dove egli abbia dovuto usare diversi chiodi. Disse Max Mayer che per la difficoltà dei singoli punti e per la quasi ininterrotta continuità di arditissimo arrampicamento, la parete nord della Lalider pose in ombra tutte le scalate a loro note, e che i punti di massima difficoltà che sullo spigolo nord dell’Oedstein si presentano soltanto sulla lunghezza di quindici o venti metri, sulla parete della Lalider si moltiplicano invece per una lunghezza di quasi quattrocento metri e ancora in misura più forte.        

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Storia dell’arrampicamento – 04 ultima modifica: 2019-02-17T05:06:44+01:00 da GognaBlog

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