John Middendorf – 1

John Middendorf
Due settimane fa moriva per ictus e durante il sonno John Middendorf, uno dei più grandi scalatori della sua generazione, sulle vie più difficili dello Yosemite come in apertura sulle selvagge pareti della Great Trango Tower in Karakorum. Ma anche inventore, scrittore e storico, grande ideatore e produttore di nuovo materiale e attrezzatura per le grandi pareti. Ne ha dato conferma la moglie Jeni, su Instagram.

Era nato il 13 aprile 1959 a New York City ed è morto il 21 giugno 2024 mentre era in visita alla famiglia nel Rhode Island. Aveva 65 anni, era ingegnere meccanico formatosi a Stanford e viveva in Tasmania.

Nel 1992, Middendorf e Xaver Bongard effettuarono la prima salita di The Grand Voyage, (VII 5.10 A4+ WI3) sui 1350 metri della parete est della Great Trango Tower fino alla vetta orientale a 6231 m. Ancora più difficile del vicino Pilastro dei Norvegesi, aperto nel 1984 con la tragica scomparsa dei primi salitori durante la discesa. Middendorf e Bongard impiegarono 15 giorni e notti per salire e 3 per scendere. L’attrezzatura per big wall che utilizzarono era stata progettata da A5 Adventures, azienda di proprietà dello stesso Middendorf, da lui fondata nel 1986.

The Grand Voyage è ancora considerata una delle vie di big wall più difficili al mondo. In effetti, Middendorf aveva trascorso anni a perfezionare il suo portaledge prima della Great Trango, un lungo “viaggio” che aveva incluso un’esperienza di pre-morte sull’Half Dome con Mike Corbett e Steve Bosque, nel 1986. Ma, alla fine, A5 Adventures ce la fece a realizzare quell’attrezzatura che gli alpinisti avrebbero poi utilizzato per decenni sulle grandi pareti di tutto il mondo, compresi i sacconi da recupero, gli zaini, le imbragature, i Birdbeak e altra attrezzatura per l’arrampicata artificiale. Naturalmente Middendorf aveva anche aperto nuove vie di grado VI su Half Dome e su El Cap, assieme a molte prime salite nello Zion National Park.

Nel corso di decenni aveva pubblicato diversi articoli sull’ecologia e sull’attrezzatura da arrampicata sotto il marchio Mechanical Advantage, di cui potete leggere di più qui. Nel 2021-2023 aveva scritto una storia in 2 volumi sull’attrezzatura per l’arrampicata: Mechanical Advantage: Tools for the Wild Vertical. La recensione dell’AAJ la definisce “una storia appassionatamente ricercata e ampiamente illustrata dei primi attrezzi per l’arrampicata e l’alpinismo. Un campione del lavoro di Middendorf è apparso su AAJ 2022, per il quale ha scritto una biografia di Tita Piaz, l’innovativo scalatore italiano dei primi anni del XX secolo, solo un assaggio dell’affascinante materiale che ha scoperto. Mechanical Advantage in due volumi è disponibile in diversi formati cartacei e digitali (AAJ, novembre 2023, https://americanalpineclub.org/news/2023/11/27/the-line-november-2023)”.

GognaBlog ha pubblicato una decina di suoi scritti, tra i quali (solo per citare I più affascinanti):
Storia del chiodo da roccia – 1
Storia del chiodo da roccia – 2
Storia del chiodo da roccia – 3
Storia del chiodo da roccia – 4
Storia del chiodo da roccia – 5

John Middendorf. Foto: patagonia.com.

Aveva venduto A5 alla The North Face nel 1997. Middendorf continuò a lavorare lì per diversi anni, occupandosi dello sviluppo prodotti. Il suo libro Big Walls (del 1994), scritto in collaborazione con John Long, è stato il riferimento cruciale per molti nuovi adepti dell’arrampicata su big wall.

Nel 2017, mentre lavorava come insegnante di matematica, scienze e robotica nelle scuole superiori del sistema scolastico della Tasmania, aveva iniziato una riprogettazione triennale dei portaledge, specificamente per il design D4 Delta2p per due persone e per il D4 Delta3p per tre persone, i primi progetti di portaledge “foot-out” che rese disponibili con licenza aperta tramite il sito bigwallgear.com. Se ne possono avere i dettagli qui e qui. Aveva anche costruito una serie di altri progetti, tra cui il D4 Trapezium, un piccolo rifugio compatto che aveva testato personalmente in forte vento e condizioni meteorologiche estreme nelle foreste della Tasmania, come parte delle proteste contro il degrado delle foreste pluviali temperate della Tasmania.

Ultimamente Middendorf si era dedicato a grandi ricerche storiche, nelle quali erano evidenti la sua capacità d’intuizione, l’entusiasmo e la visione di grande respiro generale allorché si trattava di tutto ciò che ha a che fare con le grandi pareti.

Per Bob Brown (della Bob Brown Foundation) “John era un personaggio delizioso che amava la natura selvaggia del mondo. La nostra fondazione è scioccata dalla sua improvvisa perdita. Siamo in lutto per sua moglie Jeni e la giovane famiglia. John è stato un acclamato storico d’alpinismo perché ha scritto saggi meticolosamente documentati sulla storia dell’alpinismo, dalle Alpi alle Ande, Dall’Himalaya al Karakorum. E naturalmente del Nord America… […] Ha dato un enorme contributo a livello mondiale alla difesa della natura attraverso l’invenzione del portaledge, per poter bivaccare in condizioni di sicurezza e comfort precedentemente irraggiungibili”.

“Deuce (tale era il nomignolo di John, NdR) amava la regione di Takayna, dopo aver viaggiato per il mondo alla ricerca di incredibili avventure nei luoghi più selvaggi e remoti: il nord-ovest della Tasmania gli aveva acceso un fuoco appassionato, contagiosamente impegnato. La sua eredità è ormai indelebile nella nostra per la difesa della Natura“, ha dichiarato Erik Hayward.

Il mondo ha perso uno dei suoi più grandi difensori delle foreste. John è stato un grande innovatore […], il suo lavoro continuerà a vivere per sempre“, ha detto Jenny Weber.

Un vero amico dell’American Alpine Club: la sua insaziabile curiosità e gentilezza impressionavano tutti quelli che incontrava”, ha scritto l’American Alpine Club. E la bibliotecaria dello stesso AAC, Katie Sauter, ha ribadito: “L’insaziabile curiosità [di John] lo ha portato a fare ricerche su un numero incredibile di vie dell’arrampicata, spesso inviandomi domande con gli indizi più oscuri […]. Quando era in visita da noi, identificava le vetuste attrezzature storiche a beneficio e chiarezza delle nostre collezioni. Il suo entusiasmo era contagioso. Era così interessato a come veniva realizzata l’attrezzatura che voleva persino testare la composizione di alcuni dei nostri chiodi storici per vedere che tipo di metallo veniva utilizzato“.

John Middendorf, Wind River Range, 1991. Foto: commons.wikimedia.org.

Ebbe un enorme impatto sull’arrampicata delle bigwall in Yosemite non solo con le sue salite, ma anche con le sue continue innovazioni nell’attrezzatura”, ha scritto di lui Tom Evans, da decenni documentarista dell’arrampicata su El Capitan. “I suoi progetti sono utilizzati in tutto il mondo, soprattutto in Yosemite. Era un brav’uomo e un amico per tutti quelli che lo conoscevano. Il rispetto che John si è guadagnato nella nostra comunità è indescrivibile. Non c’è tra noi un uomo più onorevole e umile. Mancherà molto a noi “vecchietti” e ai tanti suoi amici”.

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Soffrendo di ipotermia sulla parete dell’Half Dome nello Yosemite, durante una delle peggiori tempeste del decennio, John Middendorf si rese tragicamente conto che non c’erano portaledge a prova di tempesta disponibili in quel momento. Da ingegnere e scalatore di big wall, decise di cambiare le cose. Nell’articolo qui sotto riportato il vicedirettore di Common Climber Dave Barnes intervista nella sua casa in Tasmania John Middendorf, pioniere dell’arrampicata e del portaledge.

John Middendorf, un grande uomo per una grande roccia
di David Barnes
(pubblicato su commonclimber.com, aggiornato)

John ascolta musica reggae in sottofondo nel suo capannone. L’edificio in alluminio ha al centro un banco da lavoro quadrato su cui poggiano telai e materiali in lega. Questi saranno uniti con precisione millimetrica e tecnologia futurista. Gli alpinisti più bravi da big wall sicuramente un giorno possederanno questo prodotto finito, un portaledge all’avanguardia.

John si siede di fronte a me e sorseggia il suo caffè. Di fronte a lui c’è un trapezio colorato e un’altalena per i suoi bambini. Ci è voluto un po’ perché con John si stabilisse una conversazione. È uno di quegli uomini che quando si concentra si trova in quello spazio e qualsiasi altra cosa può essere una distrazione. Ho capito che dovevo semplicemente accettarlo. Mentre le chiacchiere si trasformavano in chiacchiere comuni, ho potuto vedere la sua alta figura allentarsi e poi le parole hanno iniziato a fluire. Stavo per avere una conversazione quasi mistica con una leggenda dell’arrampicata ed erano le 11 di mattina di un giorno feriale.

Freycinet, Tasmania, Alpi (5.6)

Ho chiesto a John di iniziare dall’inizio, volevo partire da lì. Cominciò con parole incespicanti, come fanno le vecchie macchine quando si accende il motore, ma presto cominciò a girare, nel suo elemento, e io prendevo appunti come un matto per stare al passo. Gli ho chiesto se è sempre stato uno scalatore.

“Quando ero bambino ho provato a giocare a baseball e sono stato segato. In America, in qualsiasi sport, se non sei al top non sempre riesci a ottenere una valutazione corretta”.

Durante le lunghe pause estive da scuola, i suoi coetanei cominciavano a fumare erba e a bere, e la vita sembrava senza scopo. John è stato introdotto all’arrampicata in una scuola di alpinismo a Tuolumne, in California. La scuola gli ha dato mentori e montagne cui guardare. È stata come una rivelazione per John, ma nel mezzo ci sono stati momenti di dura disciplina. Questa non l’ha scosso, ma l’arrampicata sì.

“Quando abbiamo iniziato ad appassionarci, in particolare all’arrampicata su roccia – nonché all’autoefficienza e alla consapevolezza che l’accompagna – ho pensato che quello fosse qualcosa che potevo fare”.

Henry Barber, uno scalatore di grande talento dell’epoca, era istruttore presso la Scuola di alpinismo e vide che John aveva stoffa. Henry se lo portò sulle montagne di San Juan in Colorado per insegnargli l’arte. John si animò: 

“Abbiamo fatto una nuova via di 5.10 a San Juan, in una remota falesia vicino al fiume Animas, e in qualche modo, all’età di 16 anni, con solo un anno di arrampicata alle spalle, sono riuscito a salirla”.

Ormai il dado era tratto, per John l’Eldorado ora si chiamava Yosemite.
“La Valle era il centro dell’universo dell’arrampicata e sembrava che gravitasse tutto là”.

Come John e migliaia di scalatori da allora, anche io ho condiviso quell’attrazione gravitazionale. La prima via di John su una grande parete nella Valle è stata una solitaria del Prow sulla Washington’s Column (380 m), all’epoca una via artificiale di 5.8, A4 che richiedeva particolari attrezzi che John non aveva mai usato prima. Questa è stata seguita da una salita della Leaning Tower (5.7 A3+ 250 m), una delle vie più ripide e più selvaggiamente delicate della Valle su cui gli scalatori potevano mettere alla prova il loro sangue freddo. Quelle erano salite fino ad allora pane per i denti di gente come Jim Bridwell e Gred Child. Grandi momenti di confronto per John, è proprio lì che ha imparato la sua arte, su alcune delle vie più impegnative della Valle.

John su Excalibur (A3, 5.8), El Capitan, 1998

Stava andando tutto bene, ma lui non trascurava lo studio, per assicurarsi almeno una professione. Così ha conseguito la laurea in ingegneria meccanica presso la Stanford University nel 1983 e ha deciso di tornare al “mondo reale”. Ma a quel punto il mainstream-Middendorf commise un errore fatale.

“Ho deciso che avrei fatto un ultimo viaggio a Yosemite per dire addio alla mia vita da arrampicata”.
E a quel punto la roccia gli parlò: “Dove sei stato, fratello? “.

“Così non sono mai tornato indietro e ho trovato un lavoro presso lo YOSAR (Yosemite Search and Rescue Team) per supportare la mia arrampicata”.
Negli anni successivi John fece un’attività indiavolata, da vero posseduto, mentre, in quanto facente parte della squadra di soccorso, costruiva solide amicizie. In effetti lo YOSAR ha impedito a più di un giovane alpinista di morire di fame. John mi sorride mentre mi racconta di quei giorni e mesi al Campo 4, in pieno delirio d’arrampicata.

“Nel 1980 potevi vivere con 200 dollari per un paio di mesi. Tra scalate e soccorsi era come dire ‘finisci il lavoro e facciamo festa!’”. In effetti arrivava sempre la busta paga: un salvataggio ad alto rischio voleva dire all’epoca $10,50 l’ora e $7 l’ora era per i salvataggi più semplici, ma di questi ce n’erano tanti.

A volte lui e i suoi fratelli del Campo 4 si sentivano così fortunati da stare tutto il giorno sulle sdraio a guardare il cielo. Adesso mi sembra proprio che raccontare gli piaccia.

John (a destra) con Tom Frost (1936-2018), uno scalatore di big wall con molte prime ascensioni in Yosemite (assieme a Royal Robbins, Chuck Pratt e Yvon Chouinard).

Ci fu quello spot della Gillette, con John Bachar. John mi ha assunto e io ho coinvolto altri amici”.

A metà degli anni ’80, mentre acido e calzamaglie spopolavano nell’arrampicata su roccia, John era scatenato e “chiudeva” una dozzina di vie su big wall all’anno. La maggior parte della comunità degli alpinisti anche oggi sarebbe già contenta di una sola di quelle grandi vie, non John. Non c’erano sponsorizzazioni, era solo per amore dell’arrampicata: lui era in business con se stesso.

All’inizio, l’arrampicata veloce era qualcosa che solo una frangia di alpinisti nella Valley faceva o poteva fare. Il 21 dicembre 1984, John e il suo partner Energizer Battery, Dave Schultz, unirono le loro energie e completarono un’ascensione da record su The Nose: in giornata, nel giorno più corto dell’anno, e tutto alla luce del giorno, dall’alba al crepuscolo.

“Siamo arrivati a Campo 4 (a 2/3 della salita) lungo la via in quattro ore, ma la metà superiore era bagnata dalle infiltrazioni invernali, quindi abbiamo rallentato un po’. Anche Dave in realtà si è sentito a disagio in quel frangente e al momento più cruciale fui in testa per gran parte del percorso”.

Fu la salita più veloce conosciuta a quel tempo, completata in 10 ore e 45 minuti. Un regalo di Natale niente male. Io sarei felice di completarla anche entro una settimana…

John si accompagnava ai più grossi nomi dell’arrampicata, come uno squalo sceglieva le sue carte. Scalatori come Dave Schultz (ora maestro montatore a Hollywood), Steve Sutton (primo salitore di The magic Mushroom su El Capitan e compagno di Lynn Hill nella sua leggendaria prima libera del Nose), Scott Cosgrove (noto per la sua audacia da capocordata nonché altro maestro montatore, e perfino bouldering cap per via della sua 5a salita di Midnight Lightning al Campo 4) e Walt Shipley (scalatore leggendario e indomabile, “Uno che ha cablato a 240 mentre tutti gli altri erano a 120”, a detta di Karl Baba). Mentre John parlava, la mia mente risuonava dei nomi che aveva appena tirato fuori, a quel tempo ognuno di loro era tra i più alti calibri di scalatori dello Yosemite.

John continua la sua storia.
“Mi pagavano 600 dollari al giorno per quel lavoro da funamboli, che all’epoca erano una somma enorme.” John mi sorride, un sorrisetto da ragazzo sfacciato. Stava diventando divertente.

“Abbiamo anche potuto alloggiare nel lussuoso Yosemite Lodge e mi è stata consegnata la chiave della camera”. Pronunciò queste ultime parole come un mendicante potrebbe dire ‘Ho vinto alla lotteria’. Ottenere la chiave della camera al lodge apriva un altro mondo agli scalatori che di solito dormivano per terra.

“In Valle la chiave della stanza significa che puoi andare ovunque e fare qualsiasi cosa e tutto viene addebitato alla stanza. Era come se avessi un tavolo da 17, per favore. Per la Gillette non è stato altro che avere diciassette alpinisti seduti ad un tavolo, ma era pazzesco”.

Ho la sensazione, dal suo tono e dal suo ammiccare, che a quel tavolo non tutti si facessero almeno una doccia ogni tanto. Nel 1981, tra arrampicata e studio di ingegneria al college, John arrivò per la prima volta in Australia. Ciò che ha trovato è stato un paese pieno di gente gentile e di grandi arrampicate. Scalò su e giù per la costa orientale, da Frog a Moonarie, trascorrendo del tempo da solo ma ricevendo un divano su cui dormire quando necessario e corde da condividere con molti alpinisti australiani dell’epoca.

“Tony Marion, Mark Morehead, Rod Young, Greg Moore, Paul Hoskins e HB (Malcolm Matheson) sono stati alpinisti che mi hanno preso sotto la loro ala”.

In Australia all’inizio degli anni ’80 l’arrampicata libera era dura e coraggiosa. C’era fame di difficile ancora di più che negli Stati Uniti. John ha aggiunto: “Le prime salite in posti come Cosmic County nelle Blue Mountains e vivere la vita degli Arapiles hanno reso il mio primo viaggio in Australia davvero memorabile”.
John ne amava la cultura. “Gli australiani adorano prendersi in giro a vicenda, cosa insolita per un americano. Ho imparato da quegli scalatori che devi dare come puoi prendere. Il problema era, e lo è ancora, che non sono bravo in questo, quindi mi prendo per il culo abbastanza spesso!”. Adesso stiamo ridendo entrambi.

Quando John tornò negli Stati Uniti era a mille. Lui non era destinato ad andare piano e spesso spingeva su vie brevi di 5.12 e vie più lunghe di 5.11+, in libera, com’era nel dettame di quei tempi, comprese alcune prime salite in giornata di vie come Liberty Cap e Lost Arrow Wall. Era la nuova cultura dell’arrampicata che stava iniziando a crescere. 

John iniziò ad ampliare il suo apprendimento e i suoi viaggi. Fu il pioniere dei percorsi di El Capitan del futuro come The Atlantic Wall (VI, 5.10, A5), pieni di expanding flakes (pericolose scaglie di roccia che tendono ad aprirsi maggiormente con il posizionamento di chiodi o altro materiale, NdR), che si trovavano ormai frequentemente su itinerari sempre più difficili e all’avanguardia in artificiale. John dimostrò di avere la stoffa giusta per queste cose da brivido. La scena della Valley assistette a un’escalation della sfida, gli amici di John lo sapevano bene e lo rispettano ancora oggi. Ho chiesto a Tom Evans, fotografo e storico dell’arrampicata della Yosemite Valley, se si ricordava di John:
John è stato ed è ancora un grande influencer nell’arrampicata dello Yosemite“. Detto da un personaggio che ha assistito a tutta l’evoluzione della Valle, è tutto dire al riguardo dell’eredità di John. 

Quando si va troppo oltre, gli scalatori possono rischiare davvero in modo eccessivo. John ha avuto questa esperienza nel 1986 quando è stato colto da una terribile tempesta sulla parete sud dell’Half Dome (5.9 A3 666 m; ah!). La salita presenta un grande tetto basso, poi circa 400 metri di ripide placche. Quando piove diventa una cascata che può diventare un incubo. In quella che si rivelò essere una delle peggiori tempeste della storia dello Yosemite, John e i suoi compagni furono intrappolati in una massa d’acqua a cascata. La loro attrezzatura era fradicia, niente era più asciutto. Poi la temperatura è scesa e tutto si è congelato, comprese le corde, impedendo ogni possibilità di discesa. Era uno scenario di vita o di morte, un momento per le preghiere, per gli ultimi pensieri. Pura disperazione. John ha questi momenti impressi nella sua memoria. 

“Ho tremato violentemente per ore, poi mi sono fermato e ho cominciato ad addormentarmi in uno stato onirico tipico dell’ipotermia. I miei vestiti erano così insopportabilmente ghiacciati che volevo togliermeli nonostante le temperature sotto lo zero. Steve Bosque era il vero eroe: faceva del suo meglio per tenerci tutti svegli, il che significava darmi delle botte in testa ogni tanto. Dopo uno dei soccorsi in elicottero più tecnici e complicati dell’epoca, con l’aiuto dei miei compagni dello YOSAR siamo stati strappati dalla nostra prigione ghiacciata. Mike Corbett è stato ricoverato in ospedale per ipotermia e, mentre io mi scongelavo, nel relativo calore del mio furgone, ho tremato  violentemente per molte ore”.

John non ha mai dimenticato la paura e il disagio che lui e i suoi compagni hanno patito e il portaledge che aveva ceduto e che non dava più alcuna protezione da pioggia e neve.

“All’epoca nei portaledge non c’era la tecnologia giusta per una tempesta di quel calibro”, dice John.

Seguì una vita da scalatore esplorando possibilità, armeggiando con idee e sviluppando i primi portaledge al mondo veramente resistenti alle tempeste e altra attrezzatura da arrampicata.

Simon Mentz e John si rilassano su un portaledge lungo Ozymandais, una delle vie di artificiale più lunghe ed eleganti d’Australia, sul Mount Buffalo.
Il portaledge a grandezza naturale D4. “Trent’anni dopo aver reinventato il portaledge con il design A5 nel 1987, nel 2017, John Middendorf ha prodotto il primo portaledge da spedizione D4 per Marek Raganowicz, che lo ha poi utilizzato per una spedizione estrema sull’isola di Baffin dove ha vissuto per 30 notti su due nuove vie big wall”.

John si trasferì dal granito e dai pini della Valle all’alto deserto di Flagstaff e alle vicine terre desertiche dei Navajo – terra di molte guglie di arenaria inviolate, un nuovo tipo di arrampicata meno claustrofobico rispetto alla scena dello Yosemite dell’epoca. John ha sviluppato un profondo amore per la nuda arenaria e ha continuato a farsi strada verso la gloria sulle torri del deserto e su nuove vie quando non lavorava, sviluppando il suo portaledge e costruendo una società chiamata A5 Adventures . 

In quel periodo apparve una serie di annunci pubblicitari dell’azienda sulle riviste di arrampicata. Li ricordo chiaramente. I disegni di un ragazzo calvo di mezza età, con un sorriso color ciliegia e il corpo di un ventunenne, che trasportava un’infinità di attrezzi su una parete immaginaria erano in qualche modo attraenti anche per me. L’azienda andò molto bene nel corso degli anni ’90 e John se ne stava tranquillamente seduto sul suo portaledge aziendale. La sua arrampicata non ha fatto altro che amplificarsi, non era raro vederlo in prime salite di vie estreme in libera e artificiale sulle gigantesche pareti dello Zion National Park.

Nel 1992 John sentì ancora il richiamo della grande avventura e si diresse verso la Great Tango Tower in Pakistan, in coppia con Xaver Bongard.

“Mi sono divertito moltissimo con Xaver. Era un tipo davvero selvaggio, ma anche uno su cui potevi contare in ogni situazione”.

Il loro obiettivo era scalare big wall in stile alpino (nessun ritorno alla base al campo, solo arrampicata continuata tramite bivacchi in parete). Il risultato è stato Grand Voyage, una parete liscia e talvolta strapiombante di 1350 metri: la parete rocciosa verticale e strapiombante più alta del mondo.

Questa salita è stata sbalorditiva, ha richiesto 15 giorni consecutivi di arrampicata, a tratti estremamente tecnica, spesso folle, su un granito dorato altrimenti bellissimo. L’attrezzatura leggera di John ha reso questa salita più fattibile in uno stile mai tentato prima, in un luogo dove non esistevano ancoraggi fissi, corde fisse o “rotte” commerciali. John si rese conto che il futuro stava chiamando in questi luoghi remoti e riportò queste esperienze sul suo tavolo da disegno e sulla sua macchina da cucire. Ha continuato a perfezionare il design del suo portaledge creandone di ancora più leggeri e super resistenti per le prossime grandi frontiere: big wall remote come quelle che si trovano in Patagonia, nelle Montagne Rocciose canadesi, nell’Isola di Baffin e nel Karakorum. 

“Il mio interesse è sempre stato per la montagna. Considero lo Yosemite un campo di allenamento per grandi pareti, ma le grandi cose sono altrove”.

John ha visto e condiviso molto con altri alpinisti sulle pareti più dure del pianeta. Quando stavo parlando con lui sulle nostre sedie a sdraio vicino al suo spazio di lavoro, aveva una strana fissità di sguardo: lo sguardo dei mille metri. 

Xavier (a sinistra) e John dopo aver completato la loro prima ascensione sulla Great Trango Tower.

Mentre menzionava i nomi dei compagni di scalata, sapevo bene che molti di loro erano morti in montagna. John conserva la loro memoria ed è un carico pesante. Deve essere difficile per John lasciare andare le persone con cui ha condiviso una corda, che ha amato, di cui si è preso cura e che hanno fatto lo stesso per lui. Credo che sia questo il motivo per cui John lavora così duramente la sua arte: creare attrezzature di qualità superiore che tengano in vita e proteggano gli scalatori mentre si spingono in luoghi selvaggi. Lo fa per la memoria degli amici.

Ho chiesto a John cosa pensasse dell’arrampicata su grandi pareti oggi e in futuro. Ogni commento di John è come ascoltare il preside di Hogwarts e mi sono sentito come Harry Potter (o, per essere più onesti, come il suo compagno Weasley). Ascolta attentamente e parla lentamente, con parole che hanno sempre uno scopo: non parla inutilmente.

“Mi fa sempre piacere vedere come procedono le cose. La libera della Dawn Wall ha richiesto 10.000 passi di artificiale, molto più delle tipiche arrampicate in artificiale, ma alla fine si è creata la via di arrampicata in libera più difficile del mondo. Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson hanno stabilito un nuovo standard di difficoltà tecnica sulle grandi pareti. Ma, per me, il barometro generale degli standard dell’arrampicata libera sulle big wall è colui che va in parete e la fa in libera, a vista, cioè al primo tentativo. Questo succede ogni tanto, ma spesso queste salite sono trascurate dalla cronaca”.

John è uno degli uomini duri della Valley che ha perfezionato gli standard più vecchi e alzato ancora il livello. Gli alpinisti moderni possono stare sulle spalle di questi uomini per sbirciare nel futuro. E John mi ha parlato di dove potrebbe portare il futuro.

“Le prossime grandi imprese saranno le scalate delle pareti più poderose al mondo, come lo Jannu in Himalaya, a vista e in stile alpino (cioè senza corde fisse). Ha anche spiegato come si potrebbero fare.

“Gli alpinisti possono seguire ma possono anche esplorare i confini del ‘si può’. Possono guardare a nuovi orizzonti, a nuove muraglie in altri luoghi in tutto il mondo. Certo, l’attrezzatura è importante. Con i portaledge come il mio nuovo design D4 e altre attrezzature all’avanguardia si possono realizzare cose nuove e sorprendenti”.

John fece una pausa e subito dopo un commento cautelativo.
“Non vedo alcun merito per gli scalatori che si allenano in palestra e lavorano una via per mesi per salirla in libera, credendo che quella sia l’unica strada da seguire. Ci sono già state resse su El Capitan a causa della massa di alpinisti e di corde fisse”.

John trascorre la sua settimana a progettare, perfezionare e distribuire i suoi portaledge fatti a mano agli alpinisti che vogliono spingersi più in là in situazioni difficili in tutto il mondo. Uno di questi è lo scalatore tedesco Thomas Huber. Thomas è stato il primo grande pioniere dell’arrampicata libera su El Cap all’inizio degli anni 2000, scalando le prime salite in libera della North American Wall e di Zodiac, e ha realizzato importanti prime salite come la via multipitch 8b+ (5.14), The End of Silence in Europa. Ha anche migliorato altri record di velocità su big wall insieme a percorsi impossibili sulle pareti di tutto il mondo. Ho chiesto a Thomas di darmi la sua opinione sull’uomo che anche lui chiama Deucey:

“Quando ho incontrato John per la prima volta ad un workshop della North Face negli Stati Uniti, era già il mio eroe di tutti i tempi. Ho usato la sua attrezzatura sul Latok II e gli ho promesso di usarla di nuovo. So che gli scalatori possono realizzare grandi imprese in montagna grazie ai miglioramenti dell’attrezzatura alpinistica. Le aziende coinvolte sono tante, ma c’è solo una persona speciale… ed è Deucey. So che non smetterà mai di esplorare e migliorare!”. 

John non era concentrato sulle vendite. Mentre ero lì, stava organizzando la spedizione di un certo numero di sue creazioni a un gruppo ambientalista. Si prendeva cura delle persone che vi si appollaiano sopra e di ciò che l’attrezzo consente loro di fare, inclusa la protezione dei nostri animali selvatici e del loro habitat. John era concentrato sullo sviluppo di un marchio basato su integrità e autenticità. Significa molto per lui come ingegnere e come scalatore. Ho potuto vedere questa sua coerenza dall’ordine del suo posto di lavoro, dalla cura dei suoi materiali e dalla qualità dei suoi strumenti. Si può dire molto di un uomo dal modo in cui si prende cura dei suoi strumenti. 

John arrampicava ancora per tenersi aggiornato, ma per la maggior parte del tempo era un devoto padre di famiglia con figli e una moglie che adorava. Aveva trovato rifugio in Tasmania vivendo in un cottage sul mare vicino all’oceano e si registrava nella palestra di arrampicata con i suoi figli per incontrare gli amici Pablo Prichard e Conrad Wansbrough ogni settimana in una sera designata. C’era una ricchezza di arrampicate e avventure da vivere tra questi tre che parlavano più di quanto non arrampicassero, vantaggio di essere sopravvissuti ai giorni di fortuna vivendo al limite in luoghi scoscesi. Quando era il suo turno, John Middendorf arrivava alla sosta e Conrad si legava pronto per arrampicare. Conrad non poteva essere in mani migliori.

I leggendari design portaledge di John possono essere richiesti su: https://bigwallgear.com/

Il prossimo è John Bouldeibg, un problema A5 a Joshua Tree. John visitava regolarmente i suoi amici e familiari americani.
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John Middendorf – 1 ultima modifica: 2024-07-04T05:07:00+02:00 da GognaBlog

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